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La mafia non esiste, parola della Cassazione

the-bad-guys-dreamwork Anna Lombroso per il Simplicissimus

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione  rischia di dar ragione a Massimo Carminati che aveva definito le relazioni che intercorrevano tra i fedelissimi della sua cerchia  «quattro chiacchiere tra amici al bar», bocciando  l’accusa di associazione mafiosa per quei due gruppi criminali che a Roma hanno intessuto una trama di  affari illeciti con politici e colletti bianchi negli appalti dell’emergenza immigrati, del verde pubblico, della raccolta rifiuti. Viene respinta quindi la sentenza dei giudici della terza Corte d’Appello di Roma che l’11 settembre 2018 aveva riconosciuto il carattere mafioso per gli affiliati del mondo di mezzo: Er cecato, Carminati e il boss delle cooperative rosse Salvatore Buzzi sono sì due delinquenti ma non due mafiosi. E per loro  e per altri imputati come Luca Gramazio, si terrà un processo d’appello bis per il ricalcolo delle pene alla luce della declassazione del reato in associazione a delinquere semplice.

C’è da pensare che la Corte per prendere le sue decisioni compulsi doverosamente Treccani e Devoto Oli che danno analoghe definizioni del termine con cui si designa  il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti che richiamano quelli delle compagnie d’arme dei signori feudali, delle ronde delle corporazioni artigiane, ecc., sviluppatesi in Sicilia (spec. occidentale) nel sec. 19°, soprattutto dopo la caduta del regno borbonico. Quindi il sistema di appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce messi in atto da  er Cecato, Spezzapollici, er Nero, o Pazzo,   Scassaporte, Gino il mitra, Puparuolo, col valore aggiunto epico di  rituali di affiliazione a conferma di antiche fedi politiche per rafforzare l’adesione a quella rete opaca, abile nel nutrire l’humus associativo e la coesione  di adepti e proseliti, anche tramite l’intimidazione, la riduzione in soggezione, la corruzione, la benevolenza o le botte potrebbe essere degradato a semplice cerchia di malviventi comuni grazie all’attenuante geografica di esercitare le loro attività a Roma e non a Corleone.

Quindi in barba all’autorevole dizionario Treccani che amplia la definizione generica  per adeguarla ai tempi nostri precisando come la mafia si sia sviluppata ulteriormente in questo secolo “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità e stendendo la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”, ricordando anche come il termine sia inoltre “usato internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”, la autorevole Corte  ci vuol fare intendere che erano si malfattori ma non mafiosi.

Perbacco,  banditi sì ma non capicosca, ladri e cravattari ma senza il marchio di Cosa nostra, corruttori e spacciatori in grande stile ma senza coppola: né  il Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, e nemmeno l’altro, Buzzi,  un assassino che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, ma senza le aggravanti da 41 bis, tanto da venire assimilati, blanditi e vezzeggiati, finanziati per via dell’edificante conversione umanitaria nei salotti  buoni di attori, cantanti, giornalisti, sindaci insospettabili, politici, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, padrino, è il caso di dirlo, della cooperativa 29 giugno, del quale Miriam Mafai disegna un ritratto agiografico, e alla cui tavola  ministri in carica e candidati di indiscussa integrità siedono in occasione di giulive cene sociali  e di raccolta fondi.

Adesso sappiamo che se diciamo che Carminati e Buzzi oltre essere assassini, criminali abituali e reiterati, strozzini inveterati, sono “mafiosi” rischiamo la querela perché quel “mondo di mezzo” che dopo la fase temporanea del recupero crediti si  allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli della tradizione della lupara e colletti bianchi di nuova generazione, commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  condizionando gli appalti, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, occupando militarmente il settore immobiliare anche grazie al business  dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto per foraggiare le famiglie degli  immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento, è un’altra cosa e non Cosa Nostra.

E dunque a guardar bene che differenza ci sarebbe tra quella e questa cricca?

Costituita da terroristi, assassini e lestofanti  miracolosamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione da ricatti e intimidazioni esercitati dagli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti famosi per via delle loro procedure di persuasione come Spezzapollici metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, grazie alla benevola erogazione di concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative di Buzzi, a cominciare da uno stabile in via Pomona, elargito a 1200 euro al mese dall’onesto Marino – un miglioramento rispetto alla concessione a titolo gratuito del camerata predecessore; se i solerti uffici    di pezzi grossi dell’amministrazione  alla “gestione” dell’emergenza umanitaria (Odevaine dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti, era in libro paga    con 5000 euro al mese) conferma la perspicacia di gangster nell’intuire le fortune di un brand più profittevole di quelli usuali, droga in testa.

Le pistole erano ancora in uso, ma servivano a forme di convinzione più incalzanti nell’esercizio del ricatto, collaudato con efficienza dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca non di denaro e gioielli, ma di più preziosi documenti da impiegare per estorsioni e coercizioni.

Ma non sarà che la normalizzazione della malavita e del malaffare delle quali tutti erano a conoscenza se ricatti e intimidazioni e pressioni indebite avevano come teatro uffici degli enti pubblici, istituti finanziari,  anticamere dei palazzi, salotti, osterie e caffè,  serve solo a creare una artificiosa differenza con la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, per farci ingoiare certe cupole legali che strozzano, intimoriscono, impauriscono, minacciano anche grazie a regole, norme, disposizioni create in moderna sostituzione della lupara?

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Il partito dei malminoristi

scegliere-il-male-minore Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare strano che in un paese di funamboli politici e  acrobati morali, l’equilibrio sia bollato come vizio che sconfina nell’ipocrisia e nella vigliaccheria. Meglio, molto meglio fidelizzarsi, abbracciare la fede di una delle curve sud, contribuire alla radicalizzazione, salvo poi fare orgogliosa abiura in nome  di quella virtuosa e largamente riconosciuta attitudine dell’intelligenza pratica che consiste nel mutare opinione, convinzione  e casacca, contando sull’oblio se non di Google, dei molti simili e affini.

Senza andare troppo indietro (ma ci sarà stata una fazione pro Caino e una pro Abele), era doveroso scegliere: o stare con Dio, Patria e Famiglia o coi comunisti mangiabambini, o stare con la trattativa o con le Br, o stare con la trattativa o con la mafia, o stare con Mani Pulite o con i tangentari. E poi o stare con il progresso o con gli arcaici operai, o stare con il posto di lavoro, comprensivo dei Riva e del cancro,  o con la qualità della vita e dell’ambiente, perché è necessario scendere ad assennati compromessi che comportano qualche rinuncia, alla giustizia, allo stato di diritto, all’interesse generale  che è operoso e sensato sacrificare sull’altare del benessere, della crescita, della civilizzazione, sia pure fortemente disuguale.

Così adesso è impossibile sottrarsi all’arruolamento forzato nelle militante dell’ieri e in quelle dell’oggi, ogni esternazione anche a una cena tra amici, deve essere corredata preliminarmente da una dichiarazione con tanto di referenze nella quale si ufficializzi la nausea per il truculento ministro dell’Interno, succeduto a illuminati tutori della legalità nell’uguaglianza, la derisione per il dilettantismo del vicepresidente, succeduto a  politici navigati quanto intrisi di rispetto delle istituzioni, la deplorazione per l’impreparazione scolastica di incaricati del dicastero dell’istruzione, succeduti a cultori del sapere plurilaureati e lungimiranti nella difesa della scuola pubblica, o della belligerante titolare della Difesa, succeduta a quel fior di pacifista  che ha diretto in prima linea le operazioni per la trasformazione dell’Italia in poligono e piazza d’armi svendendoci definitivamente alla Nato.

L’intento esplicito o sommesso è quello di scegliere senza ombra di dubbio il meno peggio, perché il peggio attuale si sarebbe verificato come un tragico incidente della storia, che ci coglie innocenti e impreparati, che ci colpisce come il fulmine a ciel sereno.

Ci hanno già provato con la crisi a spiegarci che non era una pestilenza arrivata dagli Usa, proprio come a Weimar,  che non era un contagio prodotto nei laboratori del casinò mondiale, che gli untori erano  gli stolti assatanati di miserabile guadagno in borsa e di farsi un tetto dentro alla bolla immobiliare gonfiata per imbrogliarli, e non la cupola finanziaria, per dire poi che le sofferenze bancarie non erano da attribuire al lungo e avido attivismo criminale di dirigenze e manager, ma alla smaniosa cupidigia di dissoluti risparmiatori, tutti fenomeni verificatisi d’improvviso, mentre eravamo affaccendati a tirare la carretta al di sopra delle nostre possibilità. E avendo delegato a gente pratica e con uso di mondo la gestione della cosa pubblica, che adesso sorprendentemente e chissà come è accaduto, è finita nella mani sbagliate e macchiate dell’onta infame di altrettanto sorprendenti razzismi, xenofobie e fascismi mai affiorati prima dagli abissi segreti e reconditi del pensare comune, e che appunto rappresentano il Peggio del Peggio, ben oltre passare gerarchie del Male, Renzi, Monti, Gentiloni, Letta,  e soprattutto Berlusconi che sta assumendo i tratti di Pericle e della sua età felice per la democrazia.

Insomma diciamo la verità, chi non si sente più affine, o peggio, chi non preferirebbe essere nei panni dei calabraghe di ieri, con le loro manovre cercate e scrupolosamente scritte sotto dettatura dai padroni carolingi benedicenti, piuttosto che stare coi calabraghe di oggi tirati fuori da dietro la lavagna per esibire l’attestato di fedeltà agli ordini impartiti, colpevoli di non essere conseguenti e rispettosi delle promesse fatte, come, so di esagerare, eh, uno che avesse proclamato di lasciare la politica dopo una sconfitta elettorale, o di cancellare l’organo di rappresentanza nel quale si fa prontamente nominare per non dare effetto ai giuramenti di prima. Chi, tra gli attivisti del mi piace, in mancanza del mi dispiace, non sentirebbe più appartenenza al mondo dorato della Luiss, a quello degli apparatjik del riformismo/progressismo autorizzato a tutte le latitudini che si è fatto felicemente incorporare nel neoliberismo, accogliendone valori e ideali asociali, piuttosto che al volgare e plebeo contesto populista degli straccioni arroganti e ignoranti, o accondiscendere a voti di fiducia officiati da autorevoli sacerdoti e sacerdotesse accreditate  piuttosto delle repliche celebrate da giovinastri o sciure, del tutto omologhi per la totale irriverenza nei confronti del ruolo delle rappresentanze e del confronto politico?

E chi non vorrebbe salvarsi da eventuali responsabilità individuali e collettive, scegliendo un liberatorio oblio e dunque una solida collocazione nel presente, per dimenticare errori condivisi o tollerati, correità e  vantaggi inappropriati, preferendo la modernità e i doni del mercato alle privazioni  e al passatismo della democrazia,  l’utopia della tecnologia sia pure ammansita dalle nuove retoriche comportamentali al le licenze delle quali si può approfittare alle regole che è obbligatorio rispettare. Quindi via il passato, meglio l’ipertrofia del presente che permette di autoassolversi, di accontentarsi del mugugno  – invidiando ma solo sul web le insurrezioni e le disobbedienze altrui che non si imitano per ragionevole cautela, e soprattutto di disimpegnarsi sul futuro che tanto è già consegnato ai padroni delle due fazioni, ai burattinai dei fantocci di ieri e di oggi e a quelli di domani che hanno persuaso i pupazzi   a prestarsi in nome di leggi divine che sovrintendono le azioni e i destini degli uomini, immutabili e incontrastabili come il fiscal compact, gli F35, la precarietà, l’ordine mediante repressione e  limitazione delle libertà, la fatica come unico diritto insieme al consumo, il culto fanatico dell’avidità e dell’accumulazione come movente  imprescindibile di ogni azione.

Per salvare l’impero è necessario sacrificarsi sull’altare del male minore. Che per carità non ci venga in mente di pensare “altro” da questo, di prendere coscienza che non ci riconosciamo né negli uni, né negli altri e che quindi dobbiamo riprendere in mano le nostre esistenze e le nostre aspirazioni, come cercano di fare quei pochi che rappresentano le sacche di resistenza superstiti nelle geografie poco raccontate del nostro Paese, No Tav, No Triv, No Stadio, No Mose, No Terzo Valico, No Muos, no alle svendite di quel che è nostro, in Sardegna, in Puglia, a Venezia, in stranieri e stranieri in patria che non meritano l’ospitata su Rai3, la Sette, Mediaset nei teatrini della scontentezza. Perché la loro collera non piace a nessuna delle curve e tantomeno alle squadre che si disputano il campionato giocando col nostro mondo come fosse un pallone da prendere a calci.


Vitti na crozza…

renzi-berlusconiLa cosa più vergognosa delle elezioni siciliane è che il Pd invece di domandarsi perché abbia subito una sconfitta bruciante in una regione che governava ad ogni livello da cinque anni, cerca prestesti penosi per scaricare su altri le proprie colpe. Si va dal grottesco e comico anatema nei confronti di Grasso colpevole di aver salutato l’allegra brigata prima dell’appuntamento con le urne, proposto ( e poi fatto proprio da Renzi)  in prima istanza dall’intelligente, affidabile, onesto e simpatico picciotto Faraone, sedici anni per strappare una laurea, alla tesi che sia colpa di Claudio Fava e della sinistra aver determinato l’ampiezza della sconfitta piddina rifiutandosi di confluire nella medesima lista o di allearsi.

Da un punto di vista pratico la sconfitta ci sarebbe stata lo stesso anche ammesso che Fava e la galassia di sinistra che lo ha sostenuto, fosse confluita nelle file del partito renzista, probabilmente perdendo consensi, ma da un punto di vista politico sarebbe davvero stato davvero troppo impegnarsi con un partito divenuto ormai a tutto campo di destra e che non lavorava più per vincere, cosa del resto esclusa dai sondaggi,  ma per evitare di far vincere i cinque stelle e regalare così la vittoria a Musumeci. Si tratta di una mossa strategica per mettere in piedi un governo regionale Destra – Pd che farà da apripista ad analoghe alleanze in campo nazionale dopo le elezioni politiche generali che difficilmente potranno vedere una riaffermazione di Renzi. Dalla barca del guappo c’è ormai un’emorragia che già oggi comincerà a diventare un fuggi, una continua fuga in tutte le direzioni. E’ molto tardi per poter sostituire il guappo che ha ormai rotto le balle agli italiani a forza di balle ed è oltretutto anche quasi impossibile a meno di tumulti di palazzo visto che l’ometto ha ancora il partito in mano. Così Matteo sta lavorando per una prospettiva che in definitiva è ancora quella con la quale ha cominciato la sua avventura: ovvero gestire una sconfitta quasi certa alle politiche di primavera, per poi governare assieme a Berlusconi e Salvini.

Il fatto è che un fiasco piddino alle politiche è ormai probabile anche nel caso gli scissionisti di D’ Alema e Bersani dovessero tornare sui loro passi, facendosi convincere ancora una volta dall’argomento del voto utile e dalla mozione degli affetti che esiste pure nelle peggiori famiglie. I pontieri sono già al lavoro per questo e a ogni buon conto Pisapia ci ha fatto sapere ieri che lui è “per la poligamia in politica”, per non parlare degli affaticati vai e vieni di Bassolino. Ma è imperativo comunque prepararsi a gestire una possibile sconfitta nei modi più consoni al guappo e comunque meglio corrispondente alle volontà delle oligarchie europee vista la perdita di consenso del loro pupillo e nonostante i tentativi dei Cinque stelle nel cercare un imprimatur di Bruxelles, errore che è costato caro a tutte le forze alternative, ma dal quale sembra che non ci si possa esimere. La Sicilia da questo punto di vista è l’ideale come preparazione psicologica dell’elettorato alla grande ammucchiata anti populista dei peggiori populisti e contaballe mai avvistati dal tempo di Giannini.

Certo è sempre possibile che dal cilindro del potere salti fuori entro il tempo massimo qualche nome “importante” da sparare contro Renzi e capace di riunificare il partito e conferirgli qualche chance in più. Non mi stupirei più di tanto se quel nome fosse proprio quello di Grasso, magari garantito come fu a suo tempo per Renzi, da qualche grande banca globalista e da qualche autorevole affidavit, ma temo che dopo questa sconfitta siciliana i tempi siano maturi per un abbraccio politico tra nonno e nipote adottivo, quello sempre rinviato per non far la cosa troppo sporca e schifare i rispettivi elettorati, ataccati alle etichette e non alla realtà.  Per paradossale che possa sembrare in tempi di assenza politica la sconfitta che dovrebbe trasformare in una crozza supra nu cannuni il valoroso Matteo, potrebbe salvarlo dal naufragio definitivo.

 


Incendiari di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un  tempo, non poi tanti anni fa, nel quale si pensava che uno dei caratteri fondanti della nostra nazione fosse la mitezza, qualità generosa e ragionante che aveva nutrito di contenuti ideali e morali le epoche del nostro riscatto. Oggi invece, vergognosi che potesse essere malintesa quella dote della nostra autobiografia,  restii a essere tacciati di buonismo o peggio ancora della poco virile umanità, determinati nel dimostrare che i cattivi sono quelli del passato con l’orbace, l’olio di ricino e il moschetto per distogliere lo sguardo da quelli in abito buono dietro alle scrivanie delle banche o dei desk da dove con un clic si sganciano bombe su bersagli remoti convertiti in inevitabili effetti collaterali , i nostri governanti hanno portato alla luce istinti da “riformati”, come si diceva una volta, da bassa forza debole e frustrata dall’esercizio dell’ubbidienza,  che vogliono mettersi su spalline, galloni, stivali e  pennacchi. Non bastava la Pinotti, evangelizzatrice del comandamento secondo il quale per conquistare la pace bisogna scendere in armi, non bastava Minniti che oltre al questore vuol fare anche l’ammiraglio, adesso perfino il ministro dell’Ambiente veste panni mimetici e lancia l’ultimatum ai piromani- che continuano a essere impropriamente chiamati così come se a piacergli fosse la fiamma come a D’Annunzio e non i profitti che ne derivano: schiererà l’esercito per difendere il Vesuvio, la Calabria , la Sicilia infuocate dai falò accesi, così ci rivela inaspettatamente, dalla manina nera dello criminalità organizzata. D’altra parte anche in questo caso la prevista soluzione finale, quella di una auspicata militarizzazione che spenga incendi veri o virtuali, disordini interni o portati da chissà chi, si colloca ben bene nel contesto della ideologia dell’emergenza cui si ispirano da anni i governi che si avvicendano, con l’intento esplicito di soffiare su crisi e problemi in modo che si gonfino fino a scoppiare imponendo l’instaurarsi di regimi eccezionali, la rassicurante presenza intimidatoria degli eserciti, l’innalzamento di muri e lo svilupparsi di provvidenziali recinzioni, l’affidamento a uomini della provvidenza di incarichi straordinari e il ricorso a leggi speciali.

In verità di leggi specialissime che hanno favorito che l’emergenza degli incendi si possa ripresentare ogni anno con prevedibilissima puntualità ce ne sono state e ce ne sono: sono quelle che con sfrontata protervia hanno attribuito pari dignità a territorio, risorse e beni pubblici e alle rendite fondiarie e alla proprietà privata, sono quelle che  hanno promesso benefici per tutti dalla svendita del patrimonio collettivo, sono quelle che hanno scelto di indirizzare formidabili investimento nella realizzazione di grandi opere invece di provvedere alla continua attività di manutenzione di suolo, terreni, corsi d’acqua, paesaggio. E sono anche quelle che hanno smantellato la molesta rete degli organismi di sorveglianza, paragonati ai vecchi tromboni costituzionalisti, ai fastidiosi parrucconi, agli odiatissimi sovrintendenti, la categoria più odiata dal bullo tuttofare  che malgrado sia un morto che parla pretende di essere ascoltato. E non è una novità che la corruzione ha avuto una così libera e straordinaria circolazione come un gas a un tempo esilarante per chi se ne giova e velenoso per la paga, da contagiare tutto leggi comprese, che come nel caso di alcune propagandate riforme in tema di programmazione urbanistica, lavoro, scuola, hanno avuto l’effetto proprio di autorizzare speculazione, illegalità, arbitrarietà, discrezionalità, iniquità, l’opaco intrecciarsi di interessi illeciti tra amministratori e imprese che hanno favorito la cessione di beni comuni e il loro esproprio, il culto della menzogna in merito alle magnifiche sorti del contributo dei privati con il project financing collaudato in leggendarie tratte autostradali, l’abiura del concetto di proprietà inalienabile generale anche dopo pronunciamenti referendari presto traditi.

Ma non basta, c’è da aggiungere il laissez faire, le burocrazie tirate in mezzo, sbandierate o criminalizzate all’occorrenza se sappiamo bene che le pendici del Vesuvio sono terra di nessuno di speculazione, malavita, commercio selvaggio di autorizzazioni farlocche, se non è casuale che le terre dei fuochi si chiamino così, se da Torino a Brescia, da Messina a Grosseto la mappa dell’Italba dal mese di aprile è punteggiata di roghi appiccati a depositi di rifiuti che fanno sospettare che dietro a fenomeni di autocombustione o alle dissennate azioni di piromani ci siano spregiudicati operatori del settore che trovano più conveniente incamerare il contributo erogato dai consorzi obbligatori e  disfarsi così del materiale accumulato senza sostenere i costi che la sua lavorazione o smaltimento legale comporterebbero.  Per non parlare dei dubbi tante volte sollevati  e denunciati dal presidente del Parco dei Nebrodi che le mani che appiccano il fuoco siano quelle dei pastori o delle guardie con contratti precari, incaricate delle mafie locali interessate a repentini cambiamenti d’uso dei terreni a fini speculativi o per la pastorizia, magari aiutata dai finanziamenti comunitari. E per non mettere nel conto  gli effetti perversi e sospetti della Legge Madia grazie alla quale è stato smembrato il Corpo F0restale con la conseguenza che dei 32 elicotteri in dotazione solo 4 si alzano in volo per fronteggiare l’emergenza.

Oggi i media fanno la voce grossa:  sarebbero 600 i piromani in azione, tra malati di mente, vandali, guardie a contratto, lupi solitari, malavitosi alcuni die quali colti in flagrante ma presto in libertà. Adesso arrivano i soldati a stanarli, tuona il  governo senza paura. E ci credo, mica se la prendono con chi fornisce i fiammiferi.


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