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Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Guai ai vinti

st Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Tatoo artist offers to cover hate for free”.  Un professionista del settore si mette a disposizione dei pentiti del tatuaggio, per coprire con altri disegni e slogan il marchio dell’infamia che nel passato qualcuno ha voluto incidere sulla propria pelle. In realtà   Justin Fleetwood di Springfield si limita a  cancellare gratis svastiche e altri simboli di odio o almeno a camuffarli, mentre in molti vorrebbero che estendesse  la sua azione anche a chi dopo una sbornia si è fatto scrivere sul bicipite “Mary ti amo”, alla sciocchina che ha voluto celebrare con il cuoricino e le iniziali l’imprudente consegna a uno sciupafemmine, costretta in seguito a cercare nuovo candidato il cui nome cominci con la stessa lettera.

Potrebbe venir bene anche un suo aiuto per resettare consensi scriteriati offerti in rete grazie a tatuaggi virtuali, a spericolate adesioni a cause improbabili tramite “je suis…”  e offerte a lestofanti, bricconi, manipolatori e bugiardi che approfittano della ribalta offerta dai social e della dabbenaggine dei follower, dimentichi della memoria da elefante di Google.

Ma in realtà il suo servizio è superfluo e non solo in Italia:  in ogni momento storico si può assistere  alle acrobatiche giravolte di chi riesce senza fatica a far dimenticare un disdicevole entusiasmo, una esecrabile militanza, dalla marcia su Roma all’ammirazione per gli irriducibili ragazzi di Salò, conferendo in discarica i santini elettorali di una improvvida candidatura in qualche lista civica o la lettera di raccomandazione conservata con religiosa cura a firma di indagati e inquisiti, pronto con la stessa feroce leggerezza e improntitudine a rimuovere teste dai busti marmorei facendole rotolare giù insieme alla memoria della propria effimera  fedeltà a termine.

Basta un niente. Infatti nessuno ha sottoscritto il manifesto in difesa della razza, nessuno ha votato Dc, nessuno ha ammirato l’imprenditorialità combinata con la spregiudicatezza creativa del Cavaliere, nessuno si è lasciato andare a ammettere che gli stranieri sono troppi e rubano il lavoro ai connazionali, che quelli del Sud sono pigri e inclini alla trasgressione e quelli del Nord tardi e polentoni, nessuno ha ammirato il piglio volitivo dello stesso statista cui poco dopo ha tirato in faccia le monetine, nessuno ha cercato di evadere le tasse, gonfiato una ricevuta, coperto le malefatte del figlio pecora nera, o, come si usa ultimamente, del padre corrotto o criminale economico, nessuno ha offerto un regalino al funzionario perché passasse sopra all’abuso. E più modestamente, nessuno  ha buttato l’olio della frittura nel water alla faccia di Greta, nessuno  indirizza vigorosi vaffanculo all’interlocutore alla faccia del nuovo movimento dell’Amore e delle reginette di Miss Italia che vogliono la pace nel mondo.

È che gran parte dei tradimenti al senso civico, alla coerenza – anche grazie a una bubbola molto accreditata  troppo presa sul serio secondo al quale cambiare opinione e casacca sarebbe una virtù appannaggio degli intelligenti – e  gran parte delle espressioni di slealtà a se stessi e a convinzioni espresse e fino a poco prima rivendicate sono perlopiù legittimate dallo stato di necessità o dal doveroso assoggettamento al “così fan tutti” che alleggerisce dal peso delle responsabilità personali e collettive.

La pretesa di innocenza o la rimozione delle colpe, vengono autorizzate come forma ultima di autodifesa nel caso di familismo amorale, clientelismo, abuso di posizione che vale in tutti i livelli gerarchici, la ragionevole e doverosa  tutela di interessi personali e privati, fino all’obbedienza come virtù, civile per non disturbare i manovratori, professionale per approfittare della generosità padronale.

E d’altra parte la tessera del partito è stata raccomandabile quando non obbligatoria,  salvo stracciarla al momento opportuno tanto che la damnatio memoriae è diventata un premio e la condanna al cono d’ombra seguono i trend della moda o sono affidati a soggetti estranei alle leggi e agli imperativi morali, se la chiusura delle pagine-facebook ai neofascisti di Casa Pound non è frutto di un’azione della Repubblica Italiana volta a evitare, ai sensi di legge, la ricostituzione del partito fascista, per ottemperare alla Legge Scelba o alla Legge Mancino  ma una decisione dettata da ragioni di opportunismo commerciale di un soggetto privato  sulla base di una propria valutazione riguardo a cosa censurare sulla piattaforma che possiede e gestisce.

In questi giorni assistiamo all’ostracismo indirizzato contro l’ex presidente del consiglio e ex segretario del Pd, oggetto fino a poco tempo fa di una strana quanto unanime idolatria cui non corrispondeva il successo elettorale, ammirato e vezzeggiato anche per certi suoi tratti patologici: il carattere distruttivo diagnosticabile già dagli esordi con la pratica della rottamazione poi con la cancellazione di welfare, diritti e conquiste del lavoro, scuola pubblica, la megalomania interpretabile fin dalla ricerca affannosa e sterile dell’affresco leonardesco che avrebbe dovuto trovarsi profeticamente dietro alla sua poltrona, la mitomania che lo possiede fino a continuare a considerarsi ago della bilancia grazie a proiezioni affidate a prestigiatori di famiglia, mania di persecuzione e paranoie che lo portano a considerarsi vittima di complotti orditi contro lui e la sua famiglia allargata, squinzie oggi nel mirino più per la cellulite che per inverecondi conflitti di interesse, aspiranti spioni sorpresi di essere stati spiati, sindacaliste embedded vendute al padronato transnazionale che pretendono ammirazione e seguito anche per abiti inguardabili.

E infatti se lui non fosse così inguaribilmente guappo, proprio come il suo omonimo, potrebbe riscuotere compassione la sua parabola discendente, che gli ritorce contro quei caratteri che ne avevano decretato il successo: il bullismo inteso come tenacia, la sfrontatezza interpretata come audacia, l’ignoranza esibita come generosa vicinanza alla massa, la spregiudicatezza mostrata come necessaria consegna alla realpolitik.

Non a caso l’altra parabola discendente  che fa registrare la fuga di fan e sostenitori, anche quelli impegnati a dimostrare di non averli i 5stelle, di aver sempre sospettato della loro integrità, di aver sempre criticato la loro inadeguatezza e incompetenza, di non avere mai scommesso sulla loro tenuta e sulla impermeabilità alla corruzione del potere, segue un percorso uguale e contrario, con la condanna senza appello di quelle che erano considerate le loro virtù, estraneità al sistema, ingenuità, inesperienza, disorganizzazione che ne faceva un corpaccione, quello sì liquido, inafferrabile, si pensava, per le zampe ferine dell’establishment.  Tanto che opinionisti arrivati al Manifesto dopo esser transitati per Liberazione di Sansonetti lanciano il definitivo anatema in rete: per essere opposizione, per essere antifascisti, meglio stare con la Meloni, meglio schierarsi con Veltroni, perfino meglio sostenere Berlusconi! pur di limitare il pericolo costituito dal populismo 5Stelle, “i peggiori di tutti”.

È normale che sia così. Perché l’ideologia egemonica vuole dimostrare che la politica va avanti senza tener conto di passioni, emozioni, caratteri antropologici, ma soprattutto la volontà popolare ormai regredita a squallido sovranismo, seguendo le leggi considerate naturali del sistema economico e del mercato, che come dicono quelli dell’unico fermento considerato ormai accettabile e gradito per via della sua “innocente” fidelizzazione ai poteri forti, va lasciato nelle mani di gente pratica, opportunamente delegata e abilitata a decidere per noi, che dovremmo essere appagati di nuotare in  branco, di galleggiare senza pensiero e desiderio seguendo la corrente, mentre invece dovremmo provare a cavare i denti ai pescecani.


Gomorra allo zafferano

milano-ndrnagheta-6752Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa si è appreso che l’indagine Ossessione di Gratteri è arrivata a Milano e per la precisione al giro che ruota intorno a un autosalone di Viale Espinasse gestito dalla consorte di Luigi Mendolicchio, l’influente colletto bianco delle succursali milanesi della  ‘ndrangheta  legate alle potenti cosche di San Luca,    imputato in qualità di “rappresentante” nel  capoluogo lombardo di un giro di cocaina con il Sudamerica, gestito dalla cosca Mancuso.

Per una curiosa coincidenza cadeva giusto negli stessi giorni l’anniversario di altri arresti ( 25) compiuti sempre nel corso delle indagini del procuratore e che avevano rivelato la potenza del legame tra la criminalità organizzata calabrese e i “cartelli” mondiali della droga, che avevano scelto Milano e Malpensa come centri di arrivo e smistamento della droga, e che contava su una vasta cerchia di “operatori” sul territorio, compreso un procacciatore di armi che aveva avuto il quarto d’ora di celebrità recitando in Gomorra.

Non stupisce che la notizia di questi giorni abbia avuto lo scarso risalto che si attribuisce ormai al tema, sia che si tratti di dati sulla potenza dell’infiltrazione mafiosa, sia che invece  vengano registrati successi nel contrasto alla criminalità organizzata, argomento poco visitato dall’informazione e della politica. E il riserbo  è ancora più raccomandato quando il teatro di performance delittuose o lo scenario di operazioni di polizia è la Capitale morale operosa e dinamica, insignita dell’onore di organizzare dopo l’Expo sulla nutrizione l’altra mangiatoia universale, quella sportiva, e la cui reputazione deve quindi essere doverosamente inviolata.

E infatti se c’è una materia che sprofonda nelle brevi di cronaca è appunto quella della permeabilità di Milano e in generale del Nord alle mafie, anche se non occorre essere giornalisti investigativi per attrezzarsi di dati e numeri, o mettere a repentaglio la propria sicurezza, come hanno fatto e fanno alcuni promossi loro malgrado a martiri e eroi solitari e sconosciuti,  per citare nomi, situazioni, statistiche:  basterebbe la Dia con le sue relazioni semestrali e i suoi reiterati allarmi, immeritevoli anche quelli, pare,  dei titoli di apertura. E che rivelano la geografia del mondo di mezzo, dove padrini e partner non occasionali, imprenditori, broker, commercialisti, avvocati,  creativi e icone del glamour frequentano e animano l’ambiente del business più fashion e redditizio, tra droga e prostituzione, facchinaggio dell’Ortomercato e sicurezza nella movida, pizzerie, bracerie e i maxi-appalti edilizi in Iraq, con l’aggiunta recente del brand dell’accoglienza, proprio come in Mafia Capitale, che si sviluppa con l’assoldamento di manovalanza e di risorse umane di appoggio a quelli tradizionali.

Si conferma così il giudizio espresso più volte dalla Dia che ha denunciato come “la mancanza di allarme sociale  sia  un fattore che ha favorito lo sviluppo delle mafie al Nord»  che «sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva», incolpando politica e informazione per la sottovalutazione del fenomeno che ha nutrito una microcultura fatta di tolleranza e di mimesi e addirittura di imitazione:  diventa, insomma, uno schema – fondato sulla prepotenza della consorteria illegale – non più rifiutato e osteggiato…. La tentazione è di adottare quel modello perché porta vantaggi. Almeno di condividerlo, sul piano culturale…”.

Anche perché, c’è da aggiungere, se il mafioso con coppola e lupara lo incontriamo ormai solo nelle retrospettive cinematografiche, nel suo aggiornamento anche stilistico  ci imbattiamo quotidianamente e non sempre a nostra insaputa, nelle vesti del broker che ci offre un fondo vantaggioso, del buttafuori della discoteca, del padrone del bistrot ( tre quarti dei proventi della pizza del sabato sera milanese va a qualche cerchia criminale), del vigilante davanti al negozio delle grandi firme, di qualche sgargiante bon vivant che non si capisce che mestiere eserciti e che diventa un format, un modello da copiare per ragazzi venuti su con Suburra o con i telefilm di Netflix e i loro eroi negativi e maledetti da Miami Vice in poi.

La prudente riservatezza adottata nella trattazione dell’argomento è poi  la stessa che viene applicata se si parla di immunità e di impunità dell’Ilva, di appalti truccati, delle macchine di corruzione e malaffare che si chiamano Mose, Terzo Valico, Metro C,   Pedemontana, Expo, Giochi, una palude da cui affiora sempre prima o poi qualche personaggio che si è accreditato e ha agito per via di legami più o meno espliciti col crimine, vantati come referenza per sbrigare faccende sporche, accelerare procedimenti, oliare le ruote del carrozzone, dimostrando a chi vuole starci che sarebbe naturale, fisiologico, incontrastabile  che dove c’è denaro, dove ci sono negoziazioni, incarichi, imprese costruttrici, imprenditorialità si crei e si allarghi quella zona nera,  quella dell’illegalità e dell’illecito, dello sfruttamento e dell’intimidazione,  del ricatto e della colonizzazione di territori, siano vigneti del prosecco o filiere di coltivazioni in mano ai caporali, o dell’occupazione di consigli di amministrazione di istituti bancari o di aziende sofferenti, particolarmente appetibili perché regalano l’etichetta della legalità a operazioni e attività illecite.

E infatti, si è chiesto qualche tempo fa Giuseppe Governale, direttore della Direzione Investigativa Antimafia, “non vi interrogate perché a Milano continuano ad aprire nuovi ristoranti, nonostante rimangano vuoti. Il motivo? Servono a riciclare i soldi della ‘ndrangheta”, citando quella linea della palma, quel  confine ambientale entro il quale la palma vive e prospera, un confine che si sposta a nord man mano che il clima si scalda e che Sciascia nel ’61 applica all’insinuarsi delle mafie su su, verso  Roma e che  è salita a Milano, “dove se la ‘ndrangheta oggi ha 100 milioni di euro da mettere sul piatto, mette in preventivo anche di perderne 50, perché trasforma 100 milioni di euro in nero in 50 milioni di euro che può riuscire a giustificare“.

E d’altra parte sono le Regioni del Nord pingue e laborioso che primeggiano infatti per la quantità di operazioni sospette delle mafie, con il 46,3%, mentre al centro la percentuale è del 18,7 e al Sud del 33,8%, dove sempre più spesso i contesto economico vede la presenza influente di soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”,  “facilitatori”, “artisti del riciclaggio”, capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari, che si presentano trovando buona accoglienza in banche, assessorati, associazioni industriali, think tank alla cui azione contribuiscono con suggerimenti e finanziamenti, collocando il loro serbatoio di “giovani promesse”  negli uffici strategici e nei centri decisionali pubblici e privati.

In questi giorni  è arrivata la notizia ufficiale della chiusura di due ospedali di Milano, il san Carlo e il San Paolo e dei loro 1250 posti letto per deviare sforzi economici e organizzativi alla realizzazione  di una nuova struttura ospedaliera pubblica con una dotazione di 760 posti letto, in attesa della quale un pubblico di 800.000 abitanti resterà senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica.

Niente paura, è possibile che anche in questo caso intervengano le organizzazioni criminali che da anni hanno stretto un sodalizio non solo teorico e ideale con  chi ha promosso la cancellazione del welfare, consolidando la sfiducia nei soggetti dell’assistenza pubblica e  indirizzando chi può permetterselo verso quella privata, un disegno che avrà ancora maggior successo se andrà in porto la richiesta di “secessione” che accomuna le regioni più ricche, che evadono di più, che pretendono di più, nella temporanea ma non casuale né sorprendente associazione di imprese, Lega e Pd, con sullo sfondo i fantasmi di altri malfattori.

 

 


Nostra Signora della Mafia

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che le  gerarchie ecclesiastiche  abbiano  guardato, un decennio fa, con benevola approvazione, all’offerta alla pubblica devozione della statua del santo protettore di Guardavalle Agazio,  da parte dei buoni cristiani della locale famiglia di ‘ndrangheta Gallace.

Non deve stupire: si chiama  punciuta (puntura)  la cerimonia di iniziazione dei membri di Cosa nostra, quando l’affiliato, alla presenza di tutti i componenti del clan, si punge l’indice della mano destra  con uno spillo o con una spina d’arancio, proferendo la formula di rito: «giuro di essere fedele a cosa nostra. Possa la mia carne bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento» e  imbrattando col suo sangue una immaginetta sacra, per poi bruciarla.

È così per la Camorra, per la ‘ndrangheta,  per la sacra corona unita, è così per la yakuza giapponese, le triadi cinesi o l’ms-3 salvadoregno: si “consacra” un locale, che da allora diviene “ luogo sacro, santo e inviolabile”, si attinge a testi popolari, mitologici o religioso e si evocano icone che vanno  dall’arcangelo Michele alla Madonna del soccorso, da Osso, Mastrosso e Calcagnosso, a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma pure a Mazzini, Garibaldi e la Marmora, per chiamarli a testimoniare delle intenzioni dell’adepto a rispettare un codice d’onore davanti a Dio e agli uomini d’onore.

È così anche oggi, che le mafie rappresentano una parte consistente del sistema economico e finanziario, fanno parte dei consigli di amministrazione di banche e istituti di credito,  mandano in malora aziende sane per impadronirsene, occupano settori strategici dello Stato a cominciare dal brand del gioco, si spartiscono con coop e ong il mercato “umanitario” dell’accoglienza, in molto casi usano gli stessi bacini professionali delle gradi aziende, manager, commercialisti, tecnici informatici, si accaparrano comparti merceologici, dalle vendemmie del prosecco alle pizzerie di Milano, dai buttafuori delle discoteche alla protezione delle boutique dei quadrilateri della moda.

Ma non rinunciano a funerali fastosi con i carri funebri impennacchiati e la benedizione dell’alto prelato, comprensivi di lancio dall’aereo di fiori e volantini col testo de De Profundis e il commosso ricordo del caro e autorevole estinto, e a battesimi e matrimoni imponenti officiati in siti di interesse artistico e culturali generosamente concessi per la festosa occasione.

E d’altra parte senza sollevare scandalo alcuno, nel  2008 si scoprirono gli “altarini” della festa di Sant’Agata, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità per il suo valore etno-antropologico, grazie ad un’inchiesta della Procura di Catania  che rivelò come il monopolio delle celebrazioni dal 1999 fosse nelle mani del gotha mafioso, attraverso una influente associazione cattolica,  il Circolo di Sant’Agata, alla quale facevano capo  le famiglie Santapaola e Mangion.

E’ che la collusione tra Chiesa e mafie, per via della combinazione di interessi economici e ricerca di consenso dovuto a tutti i potentati, confermata anche per via semantica dall’uso del termine “pentito”, è sempre stata oggetto di indulgenza  e tolleranza e, malgrado  con la stagione delle stragi  la Chiesa abbia iniziato a “predicare” l’antimafia, a metà strada tra l’attivismo clericale e la religione civile,    per un don Luigi Ciotti  ci sono chissà quanti preti che tacciono o si adeguano per paura, per non rinunciare al radicamento in geografie infiltrate, per non dover rinunciare alla protezione di notabili della politica e del denaro, si pure in odore di mafia, che esigono una legittimazione  e  una conferma “celeste” della loro appartenenza alla cultura  e alla tradizione locale.

Come nel caso della pedofilia, con il reiterato rifiuto di sottoporre i suoi preti al giudizio dei tribunali terreni in attesa di quello di Dio (dopo decenni di scandali solo ora Francesco ha deciso di “abolire” il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti), la Chiesa ha continuano a venir meno   alla sua secolare funzione di indirizzo etico, celebrando per i mafiosi e le loro famiglie battesimi, cresime, matrimoni e funerali in pompa magna, abiurando al dovere di esecrazione aperta, scomunica, emarginazione dalla comunità dei fedeli di quelli che, contravvenendo ai suoi comandamenti e alle leggi terrene, commettono delitti e crimini contro la vita, i beni comuni, i diritti fondamentali, secondo una interpretazione della “coabitazione” nel nostro Stato che permette di non pagare le tasse, di godere di un trattamento privilegiato per le sue proprietà, di imporre una gerarchia di priorità perfino nei finanziamenti per la ricostruzione del post terremoto:  prima le chiese poi le case.

E non sono poi così lontani i tempi nei quali il cardinale Ruffini ripeteva nelle sue pastorali che la mafia era una creazione del comunismo, l’ideologia della “negazione di Dio”.

Se il papa nel 2014 lancia una non meglio definita  “scomunica” per i mafiosi,  se i suoi sacerdoti condannano i delitti delle organizzazioni, non pare abbia altrettanta rilevanza morale l’anatema contro il sistema criminale della corruzione come strumento-chiave per la penetrazione nel tessuto politico e istituzionale dello Stato e per l’acquisizione delle posizioni di potere, e nel quale, attraverso i reati economici, si fondano nuove relazioni asimmetriche intese a snaturare la democrazia, producendo la disuguaglianza sociale.

Da decenni le cronache giudiziarie  denunciano  movimenti di capitali di dubbia provenienza che transitano attraverso le banche vaticane, lungo la scia dei soldi mafiosi si incrociano  potenti interessi politici, ingenti capitali della finanza, opachi accordi con insospettabili soggetti istituzionali per favorire il transito depenalizzante dell’illecito dentro i territori di una “nuova” legalità,  da sempre corrotti e corruttori, peccatori impenitenti e criminali incalliti trovano accoglienza e comprensione benevola, e da qualche tempo poi le pratiche di pubblica devozione si sono arricchite di nuovi testimonial che hanno attualizzato il repertorio iconografico di immaginette e santini e i “luoghi” canonici del loro culto.

E non stupisce perché i poteri forti si assomigliano da sempre nelle loro modalità, nella loro comunicazione, nella loro propaganda, sanno impiegare bene i messaggi dell’intimidazione della paura, dal sequestro della prima casa, all’incendio del bar, dalla minaccia rivolta a un popolo, oggetto di un processo di infantilizzazione, dell’arrivo dell’uomo nero o del diavolo.  E altrettanto bene sanno stringere vincoli e accordi temporanei tra imprese spesso legali ma non legittime, come dimostrano certi episodi: Portella della Ginestra ad esempio, e certi protagonisti: Marcinkus, Sindona, Calvi.

Così non stupisce che il contrasto alla mafia non sia presente nell’agenda dei partiti, neppure nei decaloghi e nel galateo  dei movimenti che piacciono alla gente che piace e che vuol continuare a piacere costi, quel che costi, a conferma che ci sarebbero violenze e tipologie di odio legittime o autorizzate a seconda della direzione che prendono, dall’alto verso il basso.

E non sorprende che il sindaco del Comune di Guardavalle, sciolto negli anni scorsi per infiltrazioni mafiose, sia stato colto mentre confessava: “se tolgo la statua, mi sparano”, riferendosi non solo ai donatori, la ‘ndrina Gallace, ma alla pia e devota popolazione che da sempre è abituata a rivolgersi ai santi in paradiso e pure, in mancanza di altri protettori, ai diavoli in terra.

 

 

 


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