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L’assassinio di Venezia

Venezia_acqua-alta_maltempo_Afp_0Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se, come pare, questo è un Paese che sa celebrare solo i defunti illustri oggi dovremmo aspettarci una visita pastorale di personalità in onore di una città assassinata. Ma non succederà perché a vario titolo tutti nessuno escluso hanno partecipato della morte di Venezia come di un rituale compiuto contro la fragilità, la storia, la creatività da togliere di mezzo perché non facciano riecheggiare in nessuno la voce della memoria e della bellezza che parlano di libertà e ragione.

Ieri sera una alta marea eccezionale ha raggiunto il livello del ’66, data rammentata per l’alluvione di Firenze e non a caso, perché da allora si è messo in moto un meccanismo perverso che doveva produrre soluzioni tecniche e ingegneristiche per “salvare” una città che era già stata condannata a diventare il quartiere turistico  di una grande conurbazione in terraferma al servizio di quell’unica attività imprenditoriale, combinata con l’altra nelle mani del crimine organizzato legalizzato per generare profitti con speculazione e corruzione.

Ma si sa che perfino la Cassazione ha cancellato i reati di mafia dallo stato di servizio di chi ha occupato militarmente una città, sfruttato i deboli per arricchire i forti, mestato in ogni torbido, approfittato della miseria intimorendo e ricattando. Quindi l’uccisione della città verrà attribuita all’accanimento di imprevedibili fenomeni naturali e non alla proterva azione scellerata di una cupola che ha spadroneggiato anche grazie a leggi dello Stato predisposte per favorire il loro operato delittuoso e che da più di un secolo ha costruito le sue fortune sul fango, fertilizzato dal mito leggendario della Serenissima che nell’immaginario collettivo potrebbe in ogni momento inabissarsi tra i flutti come una novella Atlantide. E per quello alla distopia del suo destino industriale è succeduta quella non meno cruenta di una Disneyland, di un parco tematico sulla grandezza di un impero marinaro, da ricostruire con la cartapesta e quegli effetti speciali  che hanno trasformato il suo tessuto urbano in albergo diffuso, le attività tradizionali in tableau vivant a beneficio dei visitatori e i commerci in pallide imitazioni made in Taiwan.

Certamente dopo la mobilitazione di organizzazioni internazionali all’insegna di Save Venice, l’acqua alta era un problema ma una classe dirigente nazionale e locale, in forma bipartisan ha saputo far fruttare anche quella  e ancora oggi in molto stanno godendo i frutti avvelenati di quella creazione che invece potrebbe avere il motto Delenda Venezia, perché il fine è quello di dissanguarla, svuotarla degli abitanti, ridurla a museo a cielo aperto con dependance e foresterie per pochi eletti molto ricchi, salvo qualche percorso limitato concesso a orario a frotte di forzati del turismo di massa, come d’altra parte è stato ammesso, anzi, rivendicato, dall’ineffabile sindaco in carica.

Così le opere di salvaguardia dal mare si sono convertite in spettacolari mangiatoie grazie alla scelta di una soluzione ingegneristica pesante e rigida, alla quale non sono state contrapposte  alternative che pure c’erano, neglette nei cassetti di prestigiose Università o opportunamente censurate, che già in fase progettuale dimostrava di non essere adeguata per fronteggiare i fenomeni del cambiamento climatico, l’eustatismo e il bradisismo e che comportava tremendi effetti collaterali di carattere ambientale.

Il Mose e le barriere mobili sono state da subito una risorsa da sfruttare, sulla quale convogliare fondi e  risorse tanto che da subito si poteva capire che era meglio prolungarne la gestazione e la realizzazione, perché moltiplicasse le opportunità di sfruttarli a beneficio delle cordate imprenditoriali, dei controllori e amministratori corrotti, di un indotto cioè pronto a rivelare la sua indole malavitosa. Un “prodigio” degno dei geni rinascimentali, è stato definito, tanto che sempre l’attuale primo cittadino ha confessato di volerlo rivendere e rifilare ai cinesi in controtendenza con la loro penetrazione in città e sulle orme di Marco Polo, una grande torta spartita dall’arco costituzionale , o almeno “sopportata” anche dai più sussiegosi come l’ex sindaco Cacciari abbastanza ricco per non mangiarci su, ma non abbastanza per contrastare i torbidi interessi di  amici, sodali e affini, quelli delle grandi aziende interessate e di quelli che si affacciavano in città per comprarsela a prezzo di svendita

Per questo è stato affidato al soggetto più congruo per appagare gli appetiti di tutti i commensali, un mostro giuridico autorizzato per legge a andare contra legem  incarnando funzioni, competenze e ruoli che sono e devono essere  incompatibili e conflittuali, un soggetto autoritario, dispotico che si è incaricato anche di spegnere ogni resistenza e critica all’opera, funzionale al progetto strategico di una Nuova Venezia come indica il suo nome, una enclave dedicata a quelli che il sindaco Luigi Brugnaro definisce «la bella gente che voglio in città», completando il ricambio selettivo della popolazione, la distruzione dell’edilizia pubblica per favorirne  la svendita, la chiusura di pubblici servizi o il loro trasferimento in terraferma, imponendo una tassazione penalizzante per chi risiede combinata con una evasione fiscale protetta e addirittura incoraggiata per gli altri, oltre che attuando la distrazione dei quattrini  prima finalizzati alla manutenzione ordinaria (pulizia dei canali, sistema fognario, disinquinamento, rialzo delle zone basse, manutenzione edilizia privata) per dirottarli sul Mose.

E siccome ai padroni della città come a tutti i padroni, i soldi non bastano mai, si è lucrato oltre che sull’opacità degli appalti, sull’ammuina che ha consentito al Consorzio di riassumere in sé gli interventi che sporcano e quelli che bonificano, gli scavi e i  riempimenti, così se si riducono le risorse c’è sempre una greppia alternativa cui attingere, nuovi canali, nuove speculazioni e nuovi modi per approfittare anche dell’incompetenza, se, come asseriscono i commissari straordinari, le imprese si sono inquattate quattrini (la Mantovani tanto per fare un esempio almeno 5 milioni prima di diventare Coge e partecipare di altre influenti cordate), i politici si sono arricchiti (abbiamo appreso degli appartamenti di lusso di Galan a Dubai), ma ambedue hanno accumulato alti benefici grazie ai ritardi, a multe e risarcimenti orchestrati, impiegando materiali scadenti, sicchè la voragine di costi che ha scavato il Mose sarebbe rappresentata al 35% alla voce  “corruzione” e per il resto alla incapacità volontaria, alla utile inefficienza, alla voluta farraginosità di certe procedure a fronte della dinamica e disinvolta semplificazione adottata per altre, allo smantellamento della rete dei controlli e della vigilanza, spesso comprata o blandita.

Venezia è diventata una città martire della mafia, la stessa che ha fatto di Taranto un’altra città martire ancora più avvelenata e insanguinata. Ma non mi aspetto che sui profili qualcuno scriva “je suis Venezia”, perché uno dei successi della Mafia Serenissima è aver ingenerato la convinzione che i veneziano siano vittime di una voracità “commerciale” che li ha autodistrutti, diventati tutti tassisti ladri, affittacamere esosi, osti imbroglioni. Come se quella non fosse la pena alla quale siamo tutti condannati, nessuno davvero innocente  se la subiamo senza protestare.

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Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.


Cattivi soggetti

maschere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa all’età di 87 anni si è spento serenamente in California dove aveva trovato riparo insieme alla moglie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mazzacurati.

Grazie alla buona abitudine secondo la quale i morti diventano tutti “il povero…”, pure il povero Benito appeso a testa in giù e il povero Adolf costretto a un dignitoso suicidio, anche la figura del manager che aveva definitivamente convertito un mostro giuridico che riassumeva in sé tutte le funzioni, controllato e controllore, scavatore e riempitore, inquinatore e bonificatore, in un polipo che aveva allungato i tentacoli sull’intero sistema politico, istituzionale e sociale della città, anche il povero Mazzacurati grazie ai generosi uffici della stampa locale è stato trasformato in un longanime e munificente visionario, talmente  posseduto dalla radiosa immagine della grande opera ingegneristica che stava allestendo da convincersi che ogni mezzo fosse buono e doveroso per portarla a termine (obiettivo che a essere ottimisti sarà portato a compimento, forse, nel 2023?).

Il ruolo di agiografo dell’utopista delle dighe mobili che aveva aperto le tasche di molti al fiume di denaro sporco e a fortune cresciute sul fango è stato attribuito dal Gazzettino alla segretaria di Mazzacurati andata in pensione previdentemente qualche mese prima che divampasse lo scandalo e che tratteggia a tinte pastellate il ritratto dell’Ingegnere come di una vittima, sfruttata e messa al bando in funzione di capro espiatorio da chi si era approfittato di lui, uomo profondamente religioso, padre di famiglia integerrimo che aveva capito, cito, “ che se voleva realizzare il Mose e lasciare il suo nome scolpito nella storia non c’era altro modo che pagare. Lo faceva a malincuore…. ma lo faceva”.

C’è poco da aggiungere alla letteratura sulla figura idealtipica della segretaria fedele custode di segreti ingombranti, gelosa detentrice delle chiavi per aprire cuore e per assicurare protezione a postulanti pronti a blandire e appagare le voglio del suo capo in cambio di scorciatoie e favori, pronta a coprire marachelle, vizietti e tradimenti, stereotipo esemplare che potrebbe confermare il ruolo gregario imposto per destino biologico o in via patriarcale alle donne, seppure in forma meno efficace del comportamento di qualche ministra.

E ci sarebbe poco da aggiungere anche alla doviziosa narrativa sui grandi corrotti e corruttori che popolano l’autobiografia nazionale, con un particolare in più, perché a fare di Venezia la città esemplare della svolta mafiosa del malaffare più ancora di Roma, è la natura dell’istituto giuridico che ha fatto da ombrello legale alla circolazione di mazzette, atti criminosi, controllori infedeli. Quel Consorzio che ha dato l’imprinting a un modello di  corruzione a norma di legge e al tempo stesso di corruzione della legge  in regime di monopolio esclusivo, incaricato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, di procedere all’esecuzione del Mose attraverso l’istituto della “concessione”. Una scelta a suo tempo condannata dalla Corte dei Conti, che una pletora di soggetti a vario titolo “interessati” (varrebbe la pena di sfogliare l’album di famiglia di allora, tra Nicolazzi, De Michelis, Craxi, Bernini, Zanda, poi Lunardi, Matteoli  e tanti, tanti altri) aggira grazie ad un altro “istituto” di vecchio conio e di grande efficacia, quello dell’emergenza. Per salvare l’augusta città in pericolo era necessario, anzi obbligatorio, cancellare regole, ricorrere a strumenti straordinari ed eccezionali, accentrare poteri di controllo, veto e firma nelle mani di pochi dotati di autorità incontrastata.

Sappiamo che il successo, che verrà in seguito replicato, di quel format  consiste oltre che nell’alleanza tra imprese spregiudicate che si avvicendano nella cordata come ruotano sulle loro poltrone e attraverso le porte die tribunali i loro dirigenti talvolta in odor di mafia, amministratori locali e nazionali, enti di sorveglianza e controllo, autorità “tecniche e scientifiche”, anche nell’accordo bipartisan tra gli attori politici come ebbe a raccontare agli inquirenti uno dei protagonisti, Baita: fin dagli anni ’90 non so muoveva foglia che non vedesse la concordia tra i partiti di governo e pure dell’opposizione di allora, incarnata dagli interessi delle cooperative, e poi lo stesso Mazzacurati che, si direbbe a Roma dovevi torturarlo per farlo star zitto, e che nel corso delle fasi processuali chiamò in causa i suoi più stretti collaboratori, proseguendo poi con numerosi imprenditori, politici locali e nazionali, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari e dirigenti di vertice di enti pubblici.

Quale sia poi il prodotto della radiose visione dell’Ingegnere di quell’opera che tutto il mondo doveva invidiarci si sa: una realizzazione obsoleta prima di essere finita se mai lo sarà,  indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, palesatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un intervento che è costato quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi, come ha ammesso uno dei Commissari Straordinari che stanno trascinando questo monumento di archeologia industriale per non arrendersi al destino segnato di morte e rovina, che comunque ormai costerebbe meno della prosecuzione e gestione.

E’ che ancora e malgrado tutto ci sono ancora interessi vivi e vegeti, gli stessi che si annidano in tutte le grandi opere in corso o minacciate con buona pace dei ferventi manifestanti del Friday for Future: Tav, Aeroporto di Firenze, stadi, infrastrutture olimpiche, grattacieli che superano la Madonnina nella capitale morale del consumo di suolo e altri che superano il Campanile di San Marco a ridosso di Venezia.

Alla loro ombra continuano a prosperare a 27 anni da Mani Pulite le stesse tipologie di imprenditori, manager, amministratori, qualcuna aggiornata, altre rimaste immutate grazie a frettoloso e compiacenti operazioni estetiche. Quelli che in Francia dove ce ne sono stati anche all’Eliseo, chiamano douteux personnage, qualcosa come i nostri cattivi soggetti, senza scrupoli, disincantati, dinamici, spregiudicati, che però esercitano una fascinazione anche nei virtuosi che pensano così di mettere alla prova la loro incorruttibilità senza sapere di venirne invece contagiati almeno “culturalmente”.

Perché così si spiega l’ascesa dei nostri tanti cattivi soggetti, incontrastati e perfino rimpianti quando cadono in disgrazia, che somministrano anche in prossimità di tribunali superiori e dopo aver attraversato quelli terreni le loro lezioni immorali e le loro ricette a base di arrivismo, sfruttamento, speculazioni, corruzione, ricatto e comprensive di appetiti da priapisti bavosi, borbotti piduisti e avvertimenti trasversali a vecchi alleati portati ina auge e irriconoscenti, delfini smemorati e aspiranti imitatori che sia pur giovani vogliono già essere cariatidi immortali.


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