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Anticorruzione? avevamo scherzato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Aveva ricevuto una investitura come un crociato, rinnovata in tutte le liturgie ufficiali e esibita in ogni cerimonia e celebrazione di regime. Era lui l’alta autorità con funzioni più pubblicitarie che etiche, più propagandistiche  che concrete, il babau dei malfattori,  lo spaventapasseri  dei prezzolati e lo spauracchio dei tentatori, offerto come una reliquia morale all’adorazione di chi voleva credere che bastasse una icona prestigiosa a intimidire e scoraggiare usi e costumi diventati sistema di governo e pratica comune a tutti i livelli decisionali.

Per convinzione o per vanità,   si è prestato generosamente, incurante, si direbbe, della  improbabile alternanza di denuncia e giubilo, di deplorazione e esultanza, di lagnanza e  grata partecipazione a pellegrinaggi celebrativi delle magnifiche sorti e progressive del suo patron oltreoceano: chiamato a fare un po’ di tardiva e inane pulizia nell’Expò, quando  ditte nel mirino avevano consolidato posizioni ormai inattaccabili, o quando del Commissario promosso sindaco si svelavano magagne piccole e grandi, ha continuato a magnificare la Milano da bere –  che a mangiare ci aveva già pensato – nel solco   di quella rituale retorica  delle virtù dinamiche e dei valori pragmatici del luogo deputato a produttività e  del lavoro, in occasione della sua retrocessione a iniqui volontariato e infame sfruttamento, della capitale morale, in occasione di quella festa dello sperpero e della futilità.

Insomma il Dottor Cantone avrebbe dovuto, se non per affinità, almeno per assidua frequentazione, conoscere i suoi sponsor, la loro attitudine alla più fiera ingratitudine, la loro totale e incondizionata sottomissione ai comandi padronali e criminali. Doveva aspettarsi che qualcuno riconducesse alla ragion di governo qualsiasi sussulto di dignità, invece pare sia stato sorpreso di essere stato sfiduciato  malgrado la sua abnegazione e la sua  devozione alle divinità incarnate da un governo ispirato dai miti della competitività e della crescita a tutti i costi e in tutti i modi, anche quelli inopportuni, illegali e illeciti. E ha manifestato “perplessità e malumore”, la voce rotta da “tensione e allarme” per la decisione di ridimensionare drasticamente l’Anac, esautorandola e riducendone i poteri grazie all’abrogazione, scavalcando il Parlamento,  dell’articolo del nuovo codice degli appalti, che attribuiva nuove e più robuste competenze e funzioni, permettendo all’Autorità di intervenire in casi di macroscopica irregolarità senza aspettare un giudice.

Adesso alcuni esponenti dell’Esecutivo fanno marcia indietro, qualcuno fa intendere che quel colpo di mano altro non sia che un dispetto all’ex Presidente del Consiglio che aveva scelto e promosso Cantone in quel ruolo strategico, o invece il segnale del fastidio di Renzi per certe esuberanze del suo protetto a proposito dell’inchiesta Consip. Qualcun altro minimizza: si tratterebbe di una soluzione tecnica volta alla semplificazione e all’efficienza in settori penalizzati da ritardi e ostacoli burocratici.

Non c’è da credere all’ennesimo gioco delle parti in commedia: quella norma che avrebbe conferito all’Anac un  “potere” eccezionale  permettendole, in presenza di palesi violazioni della trasparenza e della regolarità delle procedure di assegnazione, di  inviare all’impresa interessata una “raccomandazione vincolante” era intollerabile per quelle alleanze e quei vincoli di interessi concomitanti tra affarismo e politica, tra appalti e voto di scambio, tra finanziamenti occulti e traffico di influenze. Doveva essere cancellata perfino per il suo valore simbolico, visto che non era mai stata applicata: avrebbe potuto incrinare sia pure occasionalmente quel sistema fondato sul primato dell’emergenza, che ha permesso e permetterà, grazie a ritardi, inadempienze e incompetenze nutrite come humus favorevole a affari e malaffari,  l’aggiramento delle regole, la elusione delle leggi, il ricorso a misure eccezionali, a deroghe e licenze speciali.

Il fatto è che l’unica emergenza non riconosciuta da noi è proprio la corruzione che intride come un gas velenoso tutta la società, condizionando i processi decisionali, stabilendo priorità artificiali in modo da favorire interessi occulti, influenzando il mercato, compreso quello del lavoro ormai svuotato di valore e riducendolo a commercio arbitrario e clientelare, manomettendo le leggi e piegandole a promuovere e sostenere settori proprietari e padronali, rendite e appetiti speculativi. Di fronte ai quali questo ceto di subalterni deve dimostrare ubbidienza e spirito di servizio, deferenza e servilismo perfino tirando giù la bandierina dell’etica retrocessa a moralismo, perfino  svuotando lo spaventapasseri dell’imbottitura che lo tiene dritto.

 

 

 

 

 

 

 

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Anche l’ingiustizia non è uguale per tutti

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bersagliata, assediata dall’offerta telefonica perentoria e implacabile di  convenienti contratti di fornitura di servizi, olii, vini, corsi di lingue straniere e danze caraibiche, vantaggiosi soggiorni in località termali e  valutazioni fruttuose delle mie “proprietà”, sono stata invece risparmiata dalla pressante richiesta di esprimermi su temi universali  per una misurazione statistica del pensiero corrente. Non credo sia un caso, si sa che  il bacino di utenza cui attingono gli istituti che effettuano indagini, rilevazioni e sondaggi è uniforme e riconoscibile, selezionato all’origine in modo da suffragare pregiudizi, confermare preconcetti  e forgiare l’opinione corrente, per dare sostegno “scientifico” all’ideologia e ai valori dei committenti.

Lo conferma l’ultima indagine, spontanea e obiettiva, è ovvio, sulla percezione che hanno gli italiani della giustizia, a cura di Swg e condotta su un campione di 1500 individui con un margine di errore, secondo l’organismo di ricerca,  del +0- 3% offrendo  un dato “incontrovertibile” della sfiducia dei nostri connazionali, delusi a 25 anni da Tangentopoli da una magistratura troppo politicizzata, soprattutto quando una vocazione a disporsi e decidere in forma esplicitamente “partigiana” viene confermata dalal discesa in campo con una candidatura elettorale. Oggi, rende noto Swg, solo il 47% degli italiani si fida della casta giudiziaria, un “crollo” dal 66% del 1994 e del 2011.

Si capisce perché io, per esempio, non vengo interpellata: viene da immaginarseli quei 1500, tuonare da buona maggioranza poco silenziosa contro le toghe rosse, i giudici comunistoidi, i pm che ostacolano libera iniziativa e sviluppo,  cancellieri sleali che sottobanco passano le informazioni all’empio Fatto, gip narcisisti che nutrono fogliacci con stralci mirati di intercettazioni, al fine inequivocabile di destabilizzare e creare disordine, per non dire di magistrati del lavoro che appagano la vocazione all’indolenza degli operai o le pretese di pari opportunità di donne e immigrati. Viene da immaginarseli come li abbiamo visti sui marciapiedi mentre sfilavano studenti, donne, operai disoccupati e precari a sibilare: ande’ a lavura’, barbun! Coerentemente col pensiero bipartisan che ispira l’ideologia del regime unico del partito unico.

Bisognerà spiegare loro e anche all’Sgw che il problema vero è che il grande contagio della Corruzione non ha infettato solo l’imprenditoria, la politica, gli amministratori, le autorità e i soggetti di controllo e vigilanza, perfino i magistrati, ma ha ormai definitivamente attaccato e avvelenato le leggi, adattandole a interessi torbidi, a profitti privati, a appetiti insaziabili di quattrini e potere, intervenendo sul processo legislativo,  maneggiandole e dettandole per accontentare affarismo, personalismo, autoritarismo accentratore, sopraffazione e cancellazione di diritti e garanzie.

Mai come in questi anni la giustizia al servizio di soldi e centri di comando si è mostrata tanto disuguale: se un feudatario nella sua configurazione attuale di imprenditore, manager pubblico o privato, amministratore o parlamentare cade nelle sue maglie ci illudiamo. Ma per poco, prescrizioni, prestigiosi collegi di difesa, espedienti interpretativi arditi, coesione di clan inattaccabile si prestano all’applicazione di leggi improntate a scale di valori comunque distorte,  ad uso di chi ha e vuole sempre di più penalizzando chi poco ha avuto e ha sempre meno. Così in breve li vediamo tornare in scena, in Parlamento, in Comune, al governo, in banche e aziende, cordate eccellenti incaricate di erigere  spavaldi monumenti celebrativi di potenza sfruttamento e speculazione.

Mentre le nostre carceri anche grazie a un codice penale emanato nel 1930 non sono popolate di bancarottieri, evasori, amministratori del bene comune infedeli, imprenditori criminali con qualche operaio sulla coscienza, bensì di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari quindi colpevoli all’origine, oltre, naturalmente, a qualche omicida, qualche stupratore, qualche mafioso, di quelli tradizionali, che quelli di nuovo conio in colletti bianchi e abito di grisaglia godono del trattamenti di favore dei delinquenti del Mose, della Tav, della Variante di Valico, e così via.

Mi avessero interpellato anche io avrei manifestato la mia sfiducia in una giustizia che esonera dalla pubblica riprovazione e pure dai ferri ai polsi banchieri, industriali, finanzieri, grazie a un prestigio accumulato in concorso con ricchezze illecite che autorizzerebbe il ricorso a mezzi non ortodossi,  alla necessaria violazione delle regole, la cui osservanza sarebbe invece obbligatoria per chi si trova in stato di bisogno. Sicché la tutela dell’ambiente e della salute è meno importante di quella del portafogli, sicché sono meno visibili e perseguibili gli illecito del ceto imprenditoriale e finanziario grazie a un contesto indecifrabile per i non addetti ai lavori, a norme e clausole che è difficile decodificare, a soglie minime di punibilità, mentre saltano a gli occhi e suscitano deplorazione e biasimo i reati di strada e una rapina suscita stigmi più severi di una falsificazione di carte societarie o di una frode fiscale, che invece producono danni estesi a intere collettività.

Il fatto è che l’evoluzione normativa tende sempre di più a fare ingiustizia, intenta a colpire i poveracci quelli che attentano al decoro e al buon nome della società, rubando nei supermercati, allacciandosi abusivamente ai contatori della corrente elettrica se occupano una casa, dormendo sui cartoni, lavando i vetri delle auto. Ma anche assolvendo preliminarmente i giocatori d’azzardo del sistema speculativo, gli strozzini che espropriano chi non paga il mutuo o le rate.   Che per loro non c’è attenuante generica, non c’è sospensione condizionale della pena, non ci sono provvedimenti periodici di clemenza. La  giustizia è fatta così. se sei povero, povero resti e condannato ad esserlo per sempre e sempre di più.

 

 

 

 


Nelle tende, come i mohicani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati studiosi che hanno attribuito all’Italia la virtù della mitezza, valore impolitico per eccellenza ma indispensabile a rendere più abitabile la nostra società perché esalterebbe altre disposizioni e “ambizioni” morali, che tendono alla giustizia, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla libertà propria e degli altri intorno a noi. E hanno trattato colonialismo, repressioni, fascismo,  le sue leggi razziali, i suoi crimini, come fatti mostruosi ma quasi incidentali rispetto a un’indole nazionale meno bestiale, meno cruenta anche se troppo accondiscendente.

Oggi sembra proprio che nulla sia rimasta di quella decantata virtù che farebbe parte della nostra autobiografia, non solo in lato dove è stata poco praticata, ma anche più giù sostituita da risentimento perfino per chi sta peggio, abulica indifferenza, consuetudine abitudinaria a concentrarsi sul proprio destino personale, sulle proprie perdite e i propri bisogni indispettiti che altri diversi da noi aspirino agli stessi diritti che riteniamo di aver meritato. E altri non sono solo gli ospiti indesiderati e indesiderabili ovunque nella fortezza difensiva che abbiamo contribuito a erigere col la complicità o il silenzio.

Chissà se tollereremo anche che venga istituita una giornata della memoria del terremoto, rituale irrinunciabile dei regimi per celebrare una volta all’anno criminali inadempienze, ipocrite promesse, interessi opachi, inettitudine scellerata, anticipata in questi giorni dalla liturgia mediatica del ricordo del sisma dell’Aquila a distanza di otto anni, di quello dell’Emilia del 2012, a pochi mesi da quello del Centro Italia i cui abitanti sono scesi in strada a manifestare la loro collera, arrivando fino a Roma, meritando qualche breve di cronaca.

Si, l’Aquila dove i ragazzini vanno ancora a scuola nei container, in Emilia dove la ricostruzione governata dal probo Ermini è sembrata al governo Renzi e diversamente Renzi talmente efficace da essere replicata, commissario compreso, anche in Centro Italia e dove tre procure hanno accertato che il cratere del sisma è occupato militarmente dalle organizzazioni mafiose infiltrate in appalti per togliere le macerie, seppellendo l’amianto sotto pochi centimetri di asfalto, e per realizzare costruzioni provvisorie e non, mettendosi d’accordo tra loro in tempo reale con l’immancabile e ridente telefonata che festeggiava il crollo dei primi capannoni.

E dove non ci sono le cosche, vengono in soccorso del “non fare” o del “far male” altre forme e modelli organizzativi altrettanto criminali, a cominciare dall’inadeguatezza sempre colpevole anche quando non nasconde orrende trame del malaffare sulla pelle dei disgraziati. Sicché dopo aver appreso che le propagandate casette di legno ordinate a imprese del Nord, sorteggiate in piazza per garantire con la riffa la trasparenza delle assegnazioni, non sono arrivate e ancor meno sono arrivate le stalle e gli aiuti promessi per gli agricoltori e allevatori, veniamo a sapere che il villaggio “donato” agli sfollati  con moduli abitativi per 400 persone a Amatrice non si fa, perduto, si dice, nei meandri della burocrazia.  Dando a intendere che è meglio astenersi, meglio affidarsi alla sorte e alle lotterie che prendere decisioni della quali non si vuole essere responsabili, che essere accusati di losche alleanze con cupole e clan, come se lasciare la gente in tenda tutto l’inverno non fosse un delitto. E come se da anni non ci avessero abituato alla impellente necessità di aggirare leggi e controlli per combatterla la burocrazia, ma solo quando blocca le grandi opere portatrici di profitti speculativi e corruzione o penalizza rendite e vantaggi di privati eccellenti.

Hanno avuto ragione i sindaci di quella terra martoriata a denunciarla  quella maledetta burocrazia. Ma bisogna stare attenti, tutti, che non sia peggio il rattoppo del buco, perché deroghe, licenze, regimi e autorità eccezionali sono le armi che le emergenze coltivate e favorite mettono nelle mani di chi trae giovamento da condizioni estreme per foraggiare clan amici, cordate consolidate e contigue a poteri nazionali e locali, quegli stessi soggetti che non si vergognano di creare impalcature giuridiche per promuovere la corruzione, del sistema economico e delle leggi attraverso le leggi stesse, disposizioni e norme sospette.  Come sta accadendo con un decreto legislativo  del quale si è saputo grazie ad uno scarno comunicato stampa di un Consiglio dei Ministri di metà marzo che avrebbe l’intento di  “efficientare le procedure, di innalzare i livelli di tutela ambientale, di contribuire a sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita (ovviamente) sostenibile” allo scopo di armonizzare il nostro ordinamento alla  direttiva 2014/52/UE.

Opere, infrastrutture, impianti: la proposta ora nelle mani delle Commissioni Ambiente, Bilancio e Politiche europee è chiara, si lavora alacremente non per semplificare il contesto che dovrebbe razionalizzare l’attività di ricostruzione. Macché,  l’ennesima  legge “ad personam” offre   opportunità appetitose ai proponenti di una grande opera da sottoporre alla procedura di valutazione di impatto ambientale.  La prima è quella di poter sottoporre alla Commissione ministeriale  elaborati progettuali nella forma di “progetto di fattibilità”, quindi  con un livello informativo e di dettaglio inferiore a quello di un “progetto definitivo”, come vorrebbero il Codice degli Appalti  e i criteri per la compatibilità e la sostenibilità ambientale e finanziaria, oltre che il buonsenso e la legalità. La seconda è quella di attrezzare un contesto negoziale risparmiato dall’indebito controllo di organismi di sorveglianza e dalla vigilanza dei cittadini, per la trattativa “privata” tra autorità competente e soggetti promotori  sui gradi di dettagli e di informazione offerta al pubblico, dei progetti. Così se è anche prevista la necessaria accelerazione dei tempi di approvazione, viene ulteriormente ridotto l’accesso dei cittadini al processo decisionale che riguarda interventi che incidono sulle loro vite e il bilancio statale.

Non c’è proprio niente di mite, niente di generoso, niente di solidale in tutto questo e nemmeno nella nostra sopportazione che pare sempre arrivare al limite ma non sa oltrepassarlo per diventare controllo, opposizione, collera. Quella si,  costruttiva.

 


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