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Gomorra allo zafferano

milano-ndrnagheta-6752Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa si è appreso che l’indagine Ossessione di Gratteri è arrivata a Milano e per la precisione al giro che ruota intorno a un autosalone di Viale Espinasse gestito dalla consorte di Luigi Mendolicchio, l’influente colletto bianco delle succursali milanesi della  ‘ndrangheta  legate alle potenti cosche di San Luca,    imputato in qualità di “rappresentante” nel  capoluogo lombardo di un giro di cocaina con il Sudamerica, gestito dalla cosca Mancuso.

Per una curiosa coincidenza cadeva giusto negli stessi giorni l’anniversario di altri arresti ( 25) compiuti sempre nel corso delle indagini del procuratore e che avevano rivelato la potenza del legame tra la criminalità organizzata calabrese e i “cartelli” mondiali della droga, che avevano scelto Milano e Malpensa come centri di arrivo e smistamento della droga, e che contava su una vasta cerchia di “operatori” sul territorio, compreso un procacciatore di armi che aveva avuto il quarto d’ora di celebrità recitando in Gomorra.

Non stupisce che la notizia di questi giorni abbia avuto lo scarso risalto che si attribuisce ormai al tema, sia che si tratti di dati sulla potenza dell’infiltrazione mafiosa, sia che invece  vengano registrati successi nel contrasto alla criminalità organizzata, argomento poco visitato dall’informazione e della politica. E il riserbo  è ancora più raccomandato quando il teatro di performance delittuose o lo scenario di operazioni di polizia è la Capitale morale operosa e dinamica, insignita dell’onore di organizzare dopo l’Expo sulla nutrizione l’altra mangiatoia universale, quella sportiva, e la cui reputazione deve quindi essere doverosamente inviolata.

E infatti se c’è una materia che sprofonda nelle brevi di cronaca è appunto quella della permeabilità di Milano e in generale del Nord alle mafie, anche se non occorre essere giornalisti investigativi per attrezzarsi di dati e numeri, o mettere a repentaglio la propria sicurezza, come hanno fatto e fanno alcuni promossi loro malgrado a martiri e eroi solitari e sconosciuti,  per citare nomi, situazioni, statistiche:  basterebbe la Dia con le sue relazioni semestrali e i suoi reiterati allarmi, immeritevoli anche quelli, pare,  dei titoli di apertura. E che rivelano la geografia del mondo di mezzo, dove padrini e partner non occasionali, imprenditori, broker, commercialisti, avvocati,  creativi e icone del glamour frequentano e animano l’ambiente del business più fashion e redditizio, tra droga e prostituzione, facchinaggio dell’Ortomercato e sicurezza nella movida, pizzerie, bracerie e i maxi-appalti edilizi in Iraq, con l’aggiunta recente del brand dell’accoglienza, proprio come in Mafia Capitale, che si sviluppa con l’assoldamento di manovalanza e di risorse umane di appoggio a quelli tradizionali.

Si conferma così il giudizio espresso più volte dalla Dia che ha denunciato come “la mancanza di allarme sociale  sia  un fattore che ha favorito lo sviluppo delle mafie al Nord»  che «sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva», incolpando politica e informazione per la sottovalutazione del fenomeno che ha nutrito una microcultura fatta di tolleranza e di mimesi e addirittura di imitazione:  diventa, insomma, uno schema – fondato sulla prepotenza della consorteria illegale – non più rifiutato e osteggiato…. La tentazione è di adottare quel modello perché porta vantaggi. Almeno di condividerlo, sul piano culturale…”.

Anche perché, c’è da aggiungere, se il mafioso con coppola e lupara lo incontriamo ormai solo nelle retrospettive cinematografiche, nel suo aggiornamento anche stilistico  ci imbattiamo quotidianamente e non sempre a nostra insaputa, nelle vesti del broker che ci offre un fondo vantaggioso, del buttafuori della discoteca, del padrone del bistrot ( tre quarti dei proventi della pizza del sabato sera milanese va a qualche cerchia criminale), del vigilante davanti al negozio delle grandi firme, di qualche sgargiante bon vivant che non si capisce che mestiere eserciti e che diventa un format, un modello da copiare per ragazzi venuti su con Suburra o con i telefilm di Netflix e i loro eroi negativi e maledetti da Miami Vice in poi.

La prudente riservatezza adottata nella trattazione dell’argomento è poi  la stessa che viene applicata se si parla di immunità e di impunità dell’Ilva, di appalti truccati, delle macchine di corruzione e malaffare che si chiamano Mose, Terzo Valico, Metro C,   Pedemontana, Expo, Giochi, una palude da cui affiora sempre prima o poi qualche personaggio che si è accreditato e ha agito per via di legami più o meno espliciti col crimine, vantati come referenza per sbrigare faccende sporche, accelerare procedimenti, oliare le ruote del carrozzone, dimostrando a chi vuole starci che sarebbe naturale, fisiologico, incontrastabile  che dove c’è denaro, dove ci sono negoziazioni, incarichi, imprese costruttrici, imprenditorialità si crei e si allarghi quella zona nera,  quella dell’illegalità e dell’illecito, dello sfruttamento e dell’intimidazione,  del ricatto e della colonizzazione di territori, siano vigneti del prosecco o filiere di coltivazioni in mano ai caporali, o dell’occupazione di consigli di amministrazione di istituti bancari o di aziende sofferenti, particolarmente appetibili perché regalano l’etichetta della legalità a operazioni e attività illecite.

E infatti, si è chiesto qualche tempo fa Giuseppe Governale, direttore della Direzione Investigativa Antimafia, “non vi interrogate perché a Milano continuano ad aprire nuovi ristoranti, nonostante rimangano vuoti. Il motivo? Servono a riciclare i soldi della ‘ndrangheta”, citando quella linea della palma, quel  confine ambientale entro il quale la palma vive e prospera, un confine che si sposta a nord man mano che il clima si scalda e che Sciascia nel ’61 applica all’insinuarsi delle mafie su su, verso  Roma e che  è salita a Milano, “dove se la ‘ndrangheta oggi ha 100 milioni di euro da mettere sul piatto, mette in preventivo anche di perderne 50, perché trasforma 100 milioni di euro in nero in 50 milioni di euro che può riuscire a giustificare“.

E d’altra parte sono le Regioni del Nord pingue e laborioso che primeggiano infatti per la quantità di operazioni sospette delle mafie, con il 46,3%, mentre al centro la percentuale è del 18,7 e al Sud del 33,8%, dove sempre più spesso i contesto economico vede la presenza influente di soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”,  “facilitatori”, “artisti del riciclaggio”, capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari, che si presentano trovando buona accoglienza in banche, assessorati, associazioni industriali, think tank alla cui azione contribuiscono con suggerimenti e finanziamenti, collocando il loro serbatoio di “giovani promesse”  negli uffici strategici e nei centri decisionali pubblici e privati.

In questi giorni  è arrivata la notizia ufficiale della chiusura di due ospedali di Milano, il san Carlo e il San Paolo e dei loro 1250 posti letto per deviare sforzi economici e organizzativi alla realizzazione  di una nuova struttura ospedaliera pubblica con una dotazione di 760 posti letto, in attesa della quale un pubblico di 800.000 abitanti resterà senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica.

Niente paura, è possibile che anche in questo caso intervengano le organizzazioni criminali che da anni hanno stretto un sodalizio non solo teorico e ideale con  chi ha promosso la cancellazione del welfare, consolidando la sfiducia nei soggetti dell’assistenza pubblica e  indirizzando chi può permetterselo verso quella privata, un disegno che avrà ancora maggior successo se andrà in porto la richiesta di “secessione” che accomuna le regioni più ricche, che evadono di più, che pretendono di più, nella temporanea ma non casuale né sorprendente associazione di imprese, Lega e Pd, con sullo sfondo i fantasmi di altri malfattori.

 

 


Nostra Signora della Mafia

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che le  gerarchie ecclesiastiche  abbiano  guardato, un decennio fa, con benevola approvazione, all’offerta alla pubblica devozione della statua del santo protettore di Guardavalle Agazio,  da parte dei buoni cristiani della locale famiglia di ‘ndrangheta Gallace.

Non deve stupire: si chiama  punciuta (puntura)  la cerimonia di iniziazione dei membri di Cosa nostra, quando l’affiliato, alla presenza di tutti i componenti del clan, si punge l’indice della mano destra  con uno spillo o con una spina d’arancio, proferendo la formula di rito: «giuro di essere fedele a cosa nostra. Possa la mia carne bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento» e  imbrattando col suo sangue una immaginetta sacra, per poi bruciarla.

È così per la Camorra, per la ‘ndrangheta,  per la sacra corona unita, è così per la yakuza giapponese, le triadi cinesi o l’ms-3 salvadoregno: si “consacra” un locale, che da allora diviene “ luogo sacro, santo e inviolabile”, si attinge a testi popolari, mitologici o religioso e si evocano icone che vanno  dall’arcangelo Michele alla Madonna del soccorso, da Osso, Mastrosso e Calcagnosso, a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma pure a Mazzini, Garibaldi e la Marmora, per chiamarli a testimoniare delle intenzioni dell’adepto a rispettare un codice d’onore davanti a Dio e agli uomini d’onore.

È così anche oggi, che le mafie rappresentano una parte consistente del sistema economico e finanziario, fanno parte dei consigli di amministrazione di banche e istituti di credito,  mandano in malora aziende sane per impadronirsene, occupano settori strategici dello Stato a cominciare dal brand del gioco, si spartiscono con coop e ong il mercato “umanitario” dell’accoglienza, in molto casi usano gli stessi bacini professionali delle gradi aziende, manager, commercialisti, tecnici informatici, si accaparrano comparti merceologici, dalle vendemmie del prosecco alle pizzerie di Milano, dai buttafuori delle discoteche alla protezione delle boutique dei quadrilateri della moda.

Ma non rinunciano a funerali fastosi con i carri funebri impennacchiati e la benedizione dell’alto prelato, comprensivi di lancio dall’aereo di fiori e volantini col testo de De Profundis e il commosso ricordo del caro e autorevole estinto, e a battesimi e matrimoni imponenti officiati in siti di interesse artistico e culturali generosamente concessi per la festosa occasione.

E d’altra parte senza sollevare scandalo alcuno, nel  2008 si scoprirono gli “altarini” della festa di Sant’Agata, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità per il suo valore etno-antropologico, grazie ad un’inchiesta della Procura di Catania  che rivelò come il monopolio delle celebrazioni dal 1999 fosse nelle mani del gotha mafioso, attraverso una influente associazione cattolica,  il Circolo di Sant’Agata, alla quale facevano capo  le famiglie Santapaola e Mangion.

E’ che la collusione tra Chiesa e mafie, per via della combinazione di interessi economici e ricerca di consenso dovuto a tutti i potentati, confermata anche per via semantica dall’uso del termine “pentito”, è sempre stata oggetto di indulgenza  e tolleranza e, malgrado  con la stagione delle stragi  la Chiesa abbia iniziato a “predicare” l’antimafia, a metà strada tra l’attivismo clericale e la religione civile,    per un don Luigi Ciotti  ci sono chissà quanti preti che tacciono o si adeguano per paura, per non rinunciare al radicamento in geografie infiltrate, per non dover rinunciare alla protezione di notabili della politica e del denaro, si pure in odore di mafia, che esigono una legittimazione  e  una conferma “celeste” della loro appartenenza alla cultura  e alla tradizione locale.

Come nel caso della pedofilia, con il reiterato rifiuto di sottoporre i suoi preti al giudizio dei tribunali terreni in attesa di quello di Dio (dopo decenni di scandali solo ora Francesco ha deciso di “abolire” il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti), la Chiesa ha continuano a venir meno   alla sua secolare funzione di indirizzo etico, celebrando per i mafiosi e le loro famiglie battesimi, cresime, matrimoni e funerali in pompa magna, abiurando al dovere di esecrazione aperta, scomunica, emarginazione dalla comunità dei fedeli di quelli che, contravvenendo ai suoi comandamenti e alle leggi terrene, commettono delitti e crimini contro la vita, i beni comuni, i diritti fondamentali, secondo una interpretazione della “coabitazione” nel nostro Stato che permette di non pagare le tasse, di godere di un trattamento privilegiato per le sue proprietà, di imporre una gerarchia di priorità perfino nei finanziamenti per la ricostruzione del post terremoto:  prima le chiese poi le case.

E non sono poi così lontani i tempi nei quali il cardinale Ruffini ripeteva nelle sue pastorali che la mafia era una creazione del comunismo, l’ideologia della “negazione di Dio”.

Se il papa nel 2014 lancia una non meglio definita  “scomunica” per i mafiosi,  se i suoi sacerdoti condannano i delitti delle organizzazioni, non pare abbia altrettanta rilevanza morale l’anatema contro il sistema criminale della corruzione come strumento-chiave per la penetrazione nel tessuto politico e istituzionale dello Stato e per l’acquisizione delle posizioni di potere, e nel quale, attraverso i reati economici, si fondano nuove relazioni asimmetriche intese a snaturare la democrazia, producendo la disuguaglianza sociale.

Da decenni le cronache giudiziarie  denunciano  movimenti di capitali di dubbia provenienza che transitano attraverso le banche vaticane, lungo la scia dei soldi mafiosi si incrociano  potenti interessi politici, ingenti capitali della finanza, opachi accordi con insospettabili soggetti istituzionali per favorire il transito depenalizzante dell’illecito dentro i territori di una “nuova” legalità,  da sempre corrotti e corruttori, peccatori impenitenti e criminali incalliti trovano accoglienza e comprensione benevola, e da qualche tempo poi le pratiche di pubblica devozione si sono arricchite di nuovi testimonial che hanno attualizzato il repertorio iconografico di immaginette e santini e i “luoghi” canonici del loro culto.

E non stupisce perché i poteri forti si assomigliano da sempre nelle loro modalità, nella loro comunicazione, nella loro propaganda, sanno impiegare bene i messaggi dell’intimidazione della paura, dal sequestro della prima casa, all’incendio del bar, dalla minaccia rivolta a un popolo, oggetto di un processo di infantilizzazione, dell’arrivo dell’uomo nero o del diavolo.  E altrettanto bene sanno stringere vincoli e accordi temporanei tra imprese spesso legali ma non legittime, come dimostrano certi episodi: Portella della Ginestra ad esempio, e certi protagonisti: Marcinkus, Sindona, Calvi.

Così non stupisce che il contrasto alla mafia non sia presente nell’agenda dei partiti, neppure nei decaloghi e nel galateo  dei movimenti che piacciono alla gente che piace e che vuol continuare a piacere costi, quel che costi, a conferma che ci sarebbero violenze e tipologie di odio legittime o autorizzate a seconda della direzione che prendono, dall’alto verso il basso.

E non sorprende che il sindaco del Comune di Guardavalle, sciolto negli anni scorsi per infiltrazioni mafiose, sia stato colto mentre confessava: “se tolgo la statua, mi sparano”, riferendosi non solo ai donatori, la ‘ndrina Gallace, ma alla pia e devota popolazione che da sempre è abituata a rivolgersi ai santi in paradiso e pure, in mancanza di altri protettori, ai diavoli in terra.

 

 

 


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


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