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Mose, la Grande Impepata

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mia nonna era una gran schizzinosa e considerava la venezianità un codice genetico di aristocratica e selettiva eleganza, tanto che quando una cugina andò a vivere in terraferma obiettò che si vedeva da come si vestiva e parlava che ormai “stava in campagna”, Padova per l’esattezza. Verrebbe da dire che abbiano ragione quelli “di campagna” a vendicarsi dell’iniquo trattamento, umiliando l’antica superpotenza ridotta a ostello a cielo aperto, percorsa da scorrerie dei corsari delle crociere e dalle interminabili carovane di pellegrini distratti, spopolata dei boriosi residenti, compresi quelli che si sono prestati in qualità di tassisti esosi, camerieri, osti che tutte le mattina tornano in patria da esuli prestati al servaggio turistico.

E si vede a leggere lo scatto di dignità del sindaco Brugnaro orgoglioso nativo di Mirano ( dire che era una città dal fiero passato antifascista), che invitato a conferire dal Ministro sui problemi di Venezia risponde: che el vegna lu’ qua, assimilando Roma, Stato e governo a quella congerie di arroganti, supponenti e arbitrari mercanti  di favori e privilegi da trattare con sdegno punitivo così come sta facendo con la ex Serenissima. Basta pensare che un Comune ormai proverbialmente inerte e svogliato che ha lasciato il campo alla gestione politica e amministrativa del Consorzio Venezia Nuova, dell’Autorità Portuale, dell’Ance e di Confindustria, ha mostrato un paio di mesi fa un inatteso dinamismo approvando l’avvio di un ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia adottati dal Ministero dei Beni Culturali,

Dovrebbero essere invece i veneziani a invitare il Ministro Toninelli a risiedere qualche giorno a Venezia, senza le tutele e le facilitazioni di chi è in visita di Stato, ma come un cittadino qualunque o magari anche come uno di quei turisti che non frequentano i resort appartati delle catene del lusso, costretto a stare in un B&B dalla gestione sbrigativa o “casereccia”, come a suo tempo ha definito la gestione degli appalti del Mose il Commissario Fiengo, parlando di lavoretti, appalti e manutenzione a carattere familiare, trasandata e approssimativa come l’ospitalità che viene offerta ai viandanti delle comitive.

Così forse tornerebbe in sé in merito a quella ipotesi, in virtù della quale ci toccherebbe perfino dar ragione alle non nobili motivazioni del governatore Zaia in procinto di vincere la sua battaglia di un federalismo dei ricchi,  di far pagare le spese di manutenzione del Mose (100 milioni l’anno) alle amministrazioni locali (quindi ai cittadini)e introducendo una tassa di scopo che “andrebbe a gravare sui turisti, anche giornalieri, quali beneficiari ultimi del servizio di difesa della laguna”.

Come si dice a Roma, facessero pace col cervello: se Venezia è un patrimonio collettivo, un tesoro mondiale, qualità che giustificherebbe il fatto che sia invasa da gente che vanta un diritto di proprietà sporcandola, riempiendola di immondizia, facendo pipì nei canali, tuffandosi dal Ponte di Rialto, graffitando le colonne di San Marco e pittando i leoni dell’omonima piazzetta, allora si dovrebbe inventare una tassa planetaria per provvedere alla sua salvaguardia, compromessa tra l’altro dal cambiamento climatico che pare non sia un monopolio italiano né cittadino, per tutelare le sue opere d’arte, per difendere i suoi cittadini dalla pressione speculativa e la sua identità, in modo che non venga retrocessa a museo o luna park.

Parlo di quei pochi abitanti superstiti cioè già espropriati  dei fondi della Legge Speciale destinati a finanziare i lavori di ristrutturazione residenziali fino a coprire  il 50% delle spese e da 20 anni anche quelli indirizzati a coprire le falle dell’opera più corrotta l’Europa. Quei pochi abitanti superstiti che pagano una tassa per lo smaltimento dei rifiuti prodotti anche dai turisti, che si sobbarcano i costi del trasferimento di servizi essenziali in terraferma e che in non singolare coincidenza assistono al taglio delle prestazioni dell’ospedale Civile, che – altro che prima gli italiani – vengono cacciati dalle loro abitazioni destinate a diventare B&B, case vacanza, residence.

Quei pochi abitanti superstiti che mantengono una ironia sufficiente per sorridere dell’ipotesi non fantasiosa di usare il Mose per una finalità non prevista come struttura per l’allevamento di cozze, che hanno già mostrato di gradirne collocazione e materiali tanto che sono una delle svariate calamità abbattutesi sulla grandiosa creazione ingegneristica dovute a trascuratezza, indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, rivelatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un’opera che è costata quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi.

Forse se non serve a fare una impepata planetaria, sarebbe opportuno pensare a fermarla questa macchina della dissipazione, della megalomania e della corruzione su cui le banche, che hanno già finanziato le imprese sulla base di cambiali in bianco e sulla fiducia concessa a cordate in odor di protezioni altolocate, non vogliono più scommettere, che oltre ai 100 milioni annui di gestione, già ora impone l’investimento di altri 100 per fronteggiare le criticità, e che a fronte di uno scenario di riscaldamento globale con l’innalzamento dei livelli marini in Adriatico in base alle previsioni del 4° Rapporto IPCC presentato alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 1° dicembre 2015, si rivela inefficace.

Ormai ci siamo abituati a un governo che denuncia le voragini malaffaristiche del passato per poi cascarci dentro come se fosse un destino segnato e inesorabile, cui non ci si può sottrarre pena sanzioni, ammende, penali, e una perdita di reputazione agli occhi del mondo, che, c’è da sperare, riterrebbe più disdicevole scaricare altri quattrini in una macchina usata che non ha mai funzionato se non per ladri, malversatori, amministratori infedeli, imprese criminali.

Siamo proprio sicuri che costa meno economicamente, socialmente e moralmente andare avanti con un’opera che forse non sarà mai davvero finita e che prosciugherà risorse come un mostruoso e avido moto perpetuo, che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita e che comporterà formidabili oneri di manutenzione e gestione nei prossimi 100 anni (tanto è il tempo di vita previsto dell’opera) che graveranno su tutti noi, affidati a nuove figure commissariali e autorità e poteri speciali, in nome di un’emergenza continua e mai motivata se non dalla smnia ingorda dei promotori e interessati ?

Siamo sicuri che non sia arrivato il momento di fermarsi, chiudere i cordoni della borsa, pensare a ipotesi progettuali alternative che ci sono e c’erano, con la rivincita di competenze tecniche e scientifiche  messe a tacere per favorire una soluzione arruffona e arraffona, applicata grazie a un mostro giuridico che ha inaugurato la combinazione della corruzione delle leggi con la corruzione in nome della legge.

 

 

 

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La grande gelata del 1957

9d40178d3465b5fdf3bfc7af18fc9a73_870x400Lo so che oggi fa freddo per la stagione e tira vento, ci sono mareggiate, temporali, grandine, nevicate e se scavo nei ricordi vado al al 6 maggio del 1963 quando andando a scuola cominciò a venire già una neve del tutto inaspettata che continuò per alcune ore tra lampi e tuoni come del resto era successo tre settimane prima. La sera stessa però era tutto finito, dopotutto la temperatura  non era andata sotto zero proprio grazie alla neve (il passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello solido libera energia termica) e il giorno dopo sarebbe stato impossibile capire che era nevicato, ma tutti continuarono a parlare per giorni di questo straordinario evento perché non ci si era ancora abituati agli episodi climatici bizzarri ed estremi. Non parlo di questo perché preso da qualche nostalgia di ritornare scolaretto a scuola, ma perché questa sciabolata di freddo che certo sta procurando qualche danno, mi offre la possibilità di esemplificare nel concreto cosa voglia dire il cambiamento climatico in atto per le popolazioni meno attrezzate ad affrontarlo. e quando dico attrezzate mi riferisco non tanto alla ricchezza o alla tecnologia, quanto alla composizione sociale e alle conseguenze politiche.

Per farlo occorre andare ancora qualche anno indietro, ovvero al 6 maggio del 1957 quando sull’Italia arrivò un vortice polare che provocò inizialmente forti nevicate su tutto l’Appennino e nei due giorni successivi una gelata anche in pianura ( ai curiosi consiglio di consultare gli archivi di Wetterzentrale ).  Fino ad allora la primavera era stata normale, anzi un po’ più calda del solito e anche piovosa facendo crescere le speranze in un ottimo raccolto con grande sollievo per gli agricoltori: moltissimi tra loro, grazie alla riforma agraria, erano ex mezzadri da poco liberatisi dagli antichi rapporti di servitù, ma anche carichi di debiti verso le banche perché avevano dovuto pagare la loro liberazione con somme ingenti. Dunque erano contenti che tutto andasse per il meglio, non sapevano che il freddo era in agguato e scendeva dalle terre artiche attraverso i canali tra l’alta e la bassa pressione. Alle 10 del 6 maggio l’aria fredda irruppe nella penisola e alle 18 aggredì l’Appennino centrale e le sue vallate, la temperatura scese di 10 gradi, alle 20 nevicava da Bologna fino a Potenza e sulle Murge, la bora spazzava Trieste e buona parte del Nord est, Napoli veniva investita  da venti a 90 chilometri l’ora. Poi nella notte il cielo si rasserena, la perturbazione si allontana, ma l’aria fredda rimane padrona del campo e provoca tra il 7 e l’8 maggio gelate tardive con -2 e – 5 gradi  che distruggono grano, foraggio,vite e compromettono gravemente il raccolto di olive in gran parte delle regioni centrali e anche in vaste aree delle regioni meridionali. In pratica metà dei poderi si trova senza raccolto e per giunta anche la necessitò di comprare altrove il foraggio per gli animali .

Ci rendiamo conto dei danni in termini monetari, ma a 60 anni di distanza, per noi riesce difficile e cosa significasse all’epoca un evento del genere che colpiva ceti che avevano appena cominciato il loro riscatto e in un periodo di grandi trasformazioni sociali. Vediamo qualche dato:  nel 1957 facendo una media delle regioni peninsulari il 52% della popolazione lavorava ancora in agricoltura, mentre il 10% della popolazione attiva nell’ industria si occupava della trasformazione di prodotti agricoli: quella gelata fu dunque all’origine di una massiccia fuga dalle campagne perché milioni di persone si trovarono in gravi difficoltà e gravate dai debiti.  Il trasferimento verso le città e le fabbriche era certamente già iniziato anni prima con la rinascita del dopoguerra, ma procedeva con un ritmo in qualche modo sostenibile, da quella maledetta primavera però si cominciò a trasformare in esodo vero e proprio, basti pensare che appena 4 anni dopo, nel 1961 la popolazione occupata in agricoltura era calata mediamente del 34,3 per cento nell’area peninsulare. E’ verosimile, anzi probabile che il modello di inurbazione e cementificazione rinvigorito da questi trasferimenti massicci e praticamente improvvisi sia in qualche modo all’origine di quel “modello italiano” ancorato alla corruzione palazzinara e al potere delle organizzazioni criminali rese forti dallo strozzinaggio. O quanto meno abbia reso endemico un sistema. Per non parlare delle politiche industriali private e pubbliche fortemente influenzate sia dalla necessità di dare lavoro, sia dal fatto di reperirlo facilmente.

Naturalmente non sono così pazzo da credere che tutto sia dovuto a una gelata, sia pure intervenuta in un momento cruciale, ma voglio soltanto lasciar immaginare quale possa essere l’impatto delle variazioni climatiche che stiamo inducendo e come esse si rivelino un dramma per molti e un vantaggio per pochi.


20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.


Obiettivo 2030, più che Mose, Matusalemme

lasvegas.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso non potrete più darmi della disfattista brontolona e malmostosa, buona solo a criticare e denunciare senza mai fornire soluzioni concrete.

Stavolta ho pensato a una modesta proposta per Venezia, che comprenda anche il superamento dell’annosa questione del Mose, del quale abbiamo appreso che non potrà essere completato e operativo per salvare la città dalla furia del mare, se tutto va bene,  prima del 2030. E come non ricordare che ci sono voluti 5 anni -tra il 1995 e il 2000 – a danesi e svedesi per costruire il Ponte di Oresund, 16 k, 4 di tunnel sottomarino, 3 miliardi complessivi di investimento, che la diga che Impregilo-Salini (uscita a suo tempo dall’eterna ammuina veneziana) sta costruendo in Etiopia sul Nilo Azzurro, la più grande dell’Africa e l’ottavo impianto idroelettrico del mondo, costerà in tutti poco meno di 4 miliardi o che Moro inaugurò l’autostrada del Sole nel 1964: 755 km a quattro corsie per la quale ci vollero 8 anni con una spesa in euro attuali di 3, 8 miliardi,  ambedue  con un costo di meno della metà dei quattrini investiti  nel Mose.

Suggerisco quindi di mettere a frutto il sentimento comune  che percepisce Venezia come un patrimonio unico e insostituibile dell’umanità, un bene comune di cui il mondo deve farsi carico, per replicare l’esperienza di successo messa in atto quando la costruzione della diga di Assuan in Egitto  mise a rischio di sommersione  il sito archeologico di Abu Simbel e molti altri templi della Nubia. Fu allora che l’Unesco  lanciò una grandiosa campagna di cooperazione internazionale: i monumenti in pericolo furono “spostati” grazie a un formidabile intervento avveniristico in posti più sicuri. Qualcuno venne  anche donato ai paesi che contribuirono a questa opera di salvataggio: il Tempio di Ellesia   al Museo Egizio  di Torino,  altri a Madrid, Berlino, New York .

Propongo quindi di identificare un sito congruo in  una di quelle  “geografie dell’anima” del Sindaco di Venezia che da sempre vorrebbe promuovere a meta turistica non tradizionale, quindi sollevare con lo stesso piglio ingegneristico che ha accompagnato l’utopia del Mose  -che lo stesso Brugnaro vorrebbe affibbiare ai cinesi come Totò con Fontana di Trevi –  i complessi monumentali, i palazzi e le chiese, e scaricarli  in terraferma. E per ricostruire l’atmosfera di quel prodigio costruito sul fango e sulla laguna,  attribuire l’incarico al consorzio Venezia Nuova, come è nella sua mission,  di scavare una rete di vie acquee artificiali a imitazione dei canali, compreso el Canalasso, belli profondi che ci passino anche le navi da crociera, e possibilmente vicino ai caselli autostradali, per compensare la dinastia Benetton del disturbo di  trovare nuova collocazione per le sue iniziative. E poi dare in comodato, senza spese di trasporto, la chiesa dei Miracoli  a Dubai, o San Zaccaria al Qatar che li ambientino tra i loro grattacieli a ornamento di prestigiosi centri commerciali, o  l’isola di San Giorgio alla Cina che completi la prevista riproduzione della serenissima o gli Armeni a Las Vegas come estensione verista del Venetian Resort.

L’operazione si può fare in quattro e quattr’otto e senza grandi ostacoli da parte dei rari residenti superstiti: i giovani espulsi, sfrattati, epurati se ne sono andati,  gli anziani coerentemente con gli auspici di Madame Lagarde, vengono fatti togliere di torno anche grazie all’energica azione del governatore Zaia  che ha pensato bene di promuovere un’operazione di restringimento draconiano del nosocomio veneziano, già destinazione molto frequentata di drappelli di visitatori in fila con  brachette e berrettino,   destinando le risorse umane ed economiche all’Angelo, al servizio di una popolazione più giovane, più numerosa e quindi più profittevole elettoralmente.

Quanto ai turisti saranno contenti delle nuovo comodità e opportunità offerte dalla conversione della serenissima in parco tematico, in Eurovenice, dove verrà finalmente applicato il desiderato ticket di ingresso, dove la bella gioventù possa trovare sempre nuove e gratificanti occasioni  occupazionali in veste di camerieri, animatori, facchini, guide mentre l’hinterland finalmente liberato di quella palla al piede, di quel vetusto ostacolo alla modernità,  godrà dei benefici indiretti, trasformandosi in albergo diffuso al servizio del romantico acquapark.

Sono sicura che la mia suggestione troverà ampio consenso nella cerchia dei decisori:   soprattutto tra quelli che si sono persuasi che è finita la pacchia, che non c’è più molto da mungere dalla vacca ormai magra della salvezza di Venezia. Perché a disposizione ci sono è vero altri 900 milioni, svincolati  dai  provvedimenti sblocca cantieri, ma come hanno dovuto constatare  i membri  della commissione Ambiente della Camera, in sopralluogo a Venezia pare che si dovranno davvero spendere per tappare buchi, sistemare le falle, contrastare le cozze, riparare la corrosione sicché la grande opera ingegneristica che il mondo ci invidia non rende, ha finito di essere quella mangiatoia che ha soddisfatto gli appetiti dei soliti noti. E scema l’entusiasmo dei partner rimasti nelle cordate operose della magistrale invenzione ingegneristica, che già quelli più proattivi si sono indirizzati altrove verso altri scavi e altre iniziative cementifere, oppure grazie proprio al modello monopolistico adottato con l’istituzione del  Consorzio, si preparano a scavare o riempire altri canali, bonificare dove sporcano, progettare e realizzare cpntro ogni principio di legalità, controllare e controllarsi, consultare e consigliare. Perché quello è un format che ha fatto e farà ancora scuola malgrado le molto indagini giudiziarie: si tratta infatti  del più moderno e realizzato sistema di malaffare che ha combinato la arcaica e consolidata forma di corruzione  con quella più sofisticata quando nessuna legge viene violata perché sono le leggi stesse a essere state  scritte e approvate per il tornaconto di privati contro l’interesse della stato e dei cittadini.

Il fatto è che Venezia sta morendo di fuoco amico, con governi che la considerano una zavorra molesta e costosa come i vecchi resi fragili dall’età cui malvolentieri si dovrebbe mostrare rispetto ma che sarebbe preferibile confinare in ospizio accelerando tramite abbandono e malinconia una fine silenziosa e discreta, con una regione che vede l’autonomia come la scorciatoia desiderabile  per foraggiare sistemi clientelari tramite la  privatizzazione di sanità, scuola, tutela dei beni culturali,  università,  sistema bancario e creditizio che agli investimenti preferisce il gioco d’azzardo del casinò finanziario, mondo di impresa ridotto a esangui azionariati, un comune (è l’ultima in ordine di tempo) spregiudicato e ignorante che ricorre al Tar  contro il Mibac,  che ha istituito il vincolo di tutela dei beni culturali ai sensi dell’ art. 12, D. Lgs. 42/2004 del Canal Grande, del Bacino e Canale di San Marco e del Canale della Giudecca, riconoscendo per la prima volta in Italia l’interesse storico-artistico delle vie d’acqua urbane, provvedimento inteso ad impedire il transito delle grandi navi non solo nel Bacino di San Marco,  ma in tutta la Laguna di Venezia. E figuriamoci se il patto scellerato dei poteri forti: compagnie di navigazione e turistiche,  Autorità Portuale, amministrazione locale non si ribellavano a misure che potrebbero ridurre l’affarismo basato sullo sfruttamento dissennato della bellezza e sulla speculazione con fango e sul fango, facendo risalire le navi da crociera lungo i canali industriali dalla bocca di Malamocco per approdare al Porto di Marghera o proseguire per raggiungere la Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele implicando imponenti scavi e determinando stravolgenti trasformazioni.

Ma forse dovremmo prendere su di peso tutto lo stivale, ma per trasferirlo dove e lontano da dove se ormai la bellezza, la storia, il genio, l’intelligenza e la ragione sono condannate e non possono più salvarci?

 

 


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