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Uno Stadio che viene da lontano

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 

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Stadi, questione De Vito o de morte

stadiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo sapevamo già che la storia non insegna niente, figuriamoci la cronaca, compresa quella nera. E infatti pare che malgrado tutti i segnali negativi e le catastrofi penali annunciate, che indicavano come lo stadio della Roma fosse un barattolo di marmellata  avvelenato, come bambini golosi tutti a intingerci  le dita.

E’ che nella nella gerarchia di reati e di annessi malfattori, quelli di mafia capitale con ammazzatine e incendi, minacce e intimidazioni nel contesto delle operazioni di profitto e occupazione militare della città sono n.1  nella classifica, mentre a quelli che manomettono le leggi, speculano sui beni comuni, inquinano l’ambiente, dissipano risorse pubbliche, corrompono e si fanno corrompere si riserva l’indulgenza dovuta a chi è nella norma, che così fan tutti, contribuendo a crescita e occupazione indotta.   Si può quindi immaginare che De Vito dopo la disavventura per la quale è adesso a Regina Coeli (accusato nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari ), troverà comode sistemazioni, come dovuto a persona esperta e collaudata, adusa a entrare e uscire dalla porta girevole dei tribunali, movimento che costituisce ormai elemento favorevole nel curriculum molto propizio alla progressione di  carriera.

E pare anche che il suo arresta sia un intoppo sgradevole ma che non comprometterà la realizzazione dell’opera del cui  “interesse generale” si è convinta la sindaca un tempo ostile,  tanto che sia Raggi: “io e la mia maggioranza andiamo avanti determinati e compatti. C’è un programma da portare a termine”, che  il DG giallorosso, Mauro Baldissoni, che ha dichiarato che “sullo stadio non ci possono e non ci devono essere dubbi. Non è una aspettativa, ma è un diritto acquisito a vederlo realizzato nel più breve tempo possibile”, tranquillizzano cittadini e tifosi.

Sentir dire “diritto acquisito” la realizzazione di una macchina del malaffare, fa tremare le vene dei polsi. E dovrebbe preoccuparci ancora di più che a tutti i livelli, governativo, amministrativo, territoriale, di vigilanza e controllo uno stadio rivesta il carattere di intervento di interesse primario e di pubblica utilità prioritaria, che può sottostare alle regole di urgenza e indilazionabilità, prerogativa di ben altre opere. Ma che nel tempo è stata autorizzata largamente in modo che grandi eventi inutili e dannosi venissero sdoganati per consentire, grazie all’impiego di fondi pubblici e all’aggiramento di disposizioni urbanistiche, la creazione di  infrastrutture di servizio e interventi viari,  alcuni dei quali  diventati, ancor prima di essere completati,  templi della contemporaneità in rovina e monumenti archeologici.

Roma come Firenze avrebbe insomma bisogno più del pane dei circenses, per dar lustro a due città che necessitano di colossei contemporanei, nuvole, centri commerciali, grattacieli di uffici, neanche fossero Dubai o Las Vegas. A Roma il primo zelante promoter fu il sindaco Marino (Il M5S allora si era tenacemente battuto contro, presentando addirittura una denuncia penale per fermare lo scempio) con un progetto megalomane di improrogabile “anfiteatro”,   con  annessi business park, centinaia di negozi e attività commerciali, reti di collegamento fattibili grazie alla più accreditata fake degli ultimi trent’anni, il sodalizio pubblico-privato chiamato Project Financing, del quale la BreBeMi è la efficace allegoria, un progetto megalomane  mai abbastanza ridimensionato dalla Giunta Raggi (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/ ). A Firenze la proposta dello stadio voluto da un Della Valle è stata salutata dalla stampa con giubilo:  “le morbide volute gareggeranno con le guglie aguzze del Palazzo di Giustizia in una gara ideale di architetture contemporanee” , davanti alle quali  i turisti che “visiteranno la periferia nord fiorentina” avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio”, grazie al carattere “molto sexy”  di un’arena “che non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza”.

In realtà anche in questo caso lo stadio è un accessorio della  “Cittadella Viola”, un compound con outlet, alberghi e varie attività commerciali, che dovrebbe sorgere su un’area di circa 30-40 ettari attualmente occupata da Mercafir, i mercati all’ingrosso della città comportando la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti e  l’acquisto dell’area di Unipol a Castelli per costruirvi il nuovo mercato all’ingrosso, gravando sul nodo di Peretola, giò congestionato e nel quale  insisteranno anche  il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, ognuno dei quali grande attrattore di traffico. Chi ci metta i quattrini, anche in questo caso non si sa bene ( meglio si sa benissimo), dando per improbabile che se ne faccia carico Della Valle, sia pure adorno della corona d’alloro di mecenate dell’Anfiteatro Flavio per regalare al Giglio  e alla cerchia magica uno  “stadio da Rinascimento”.

Deve essere successo qualcosa di tremendo se i diritti sono stati stravolti, se abbiamo creduto che quelli fondamentali (lavoro, salute, casa, istruzione) sono stati conquistati e sono inalienabili e adesso possiamo farci offrire quelli accessori e “personali”, come se non fossero tutti preminenti, basilari e imprescindibili. E qualcosa di inquietante se vale anche per i bisogni, se hanno voluto convincerci che conseguiti quelli che Agnes Heller definiva “alienanti” e che hanno una natura quantitativa: il possesso di beni, soldi e potere, che non lascia mai appagati; adesso siamo pronti per quelli  “radicali”, che attengono alla più intima radice dell’uomo: l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la convivialità. Ed il gioco.

È così che smantellato l’edificio dei diritti e minata l’aspettativa del benessere e della crescita a quelli con sempre meno pane, con sempre meno dignità per un lavoro e un salario svalutati, con cure e assistenze trattate come lussi, con la rivendicazione dell’ignoranza come atout per il successo, in cambio della fine dell’istruzione pubblica, quando anche i desideri devono essere censurati per far spazio alla necessità, ci elargiscono il gioco, che anche quello ce lo dobbiamo meritare e pagare. Una volta si diceva profumatamente, ma in questo caso “pecunia olet”, eccome, e di marcio.

 

 


Strana morte di un teste scomodo

imane-300x225 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un mese fa una giovane donna viene ricoverata all’Humanitas di Rozzano, lamenta lancinanti dolori all’addome e vomita. Il suo quadro clinico è complicato,  tanto che viene trasferita in terapia intensiva,  poi in rianimazione. Si effettuano vari accertamenti: la ragazza ha un passato “turbolento” e a quelli consueti si aggiungono quelli tossicologici per diagnosticare la presenza di stupefacenti tagliati male, che però danno esito negativo. Durante un breve miglioramento Imane Fadil, così si chiama,  confessa il timore di essere stata avvelenata per il suo coinvolgimento in uno scandalo che ha visto protagonista una personalità molto in vista. La situazione poi precipita e ancora prima  che arrivino i risultati dei test, la donna muore.

La procura di Milano apre un’indagine per omicidio volontario, gli investigatori riscontrano anomalie nelle cartelle cliniche, ma l’autopsia richiede tempo in quanto va effettuata con particolari requisiti di sicurezza, perché se i primi accertamenti condotti in un centro specializzato di Pavia hanno escluso la presenza di metalli velenosi, resta in piedi l’ipotesi dell’azione tossica di  sostanze radioattive.

Non è un thriller anche se sono presenti tutti i topoi del genere: c’è una spregiudicata modella straniera che entra nelle grazie di un potente – noto  e ricattabile per le sue disinvolte e disinibite abitudini sessuali,  e alle cui cene eleganti la bella marocchina convoca e induce a partecipare altre giovani bellezze, interessate a scorciatoie artistiche o ad assicurarsi piccole rendite facili, e poi una cerchia di facilitatori di incontri erotici, oltre a  uno stuolo di professionisti profumatamente pagati e appagati nelle loro ambizioni anche grazie a importanti incarichi politici, e ad amici meno visibili ma non meno impegnati a coprirgli malefatte e a pulire le scene dei delitti in qualità di Wolf-risolvo problemi come in un film di Tarantino.

E c’è da sospettare anche che ci siano funzionari pubblici, controllori controllati dall’influente personalità che si bevono parentele improbabili, inquattano incartamenti, accreditano alibi inverosimili, riservano intimidazioni e minacce ai pochi che si sottraggono al cono di luce del tycoon,  anche per via dell’ammirazione dovuta a un’autorità   pronta a dimostrare familiarità e benevolenza con chi gli dedica devozione e rispetto.

Eh si ci sono tutti gli ingredienti:  la sensuale modella araba,  testimone in un processo che vede imputato un vip per corruzione di atti giudiziari   in qualità di buona conoscente e conterranea di una sconcertante “nipotina” e più ancora di ospite di eccellenza a 6 forse 8 convivi presso di lui,  allora presidente del Consiglio,  ancora lui, il capitano di industria che ha preso in prestito la politica e non la vuol restituire malgrado l’età avanzata e una meritata eclissi per motivi elettorali e  giudiziari, di mezzane ruffiani,  di ex invitate grate, o ingrate che lamentano la latitanza dell’ex grande protettore, la esiguità delle donazioni rispetto alla fatica di sopportare molesti commerci carnali con un culo flaccido che invece di particine in cinepanettoni o di ragguardevoli prebende mensili comprensive di affitti in appositi condomini, si limitava a fantasiosa bigiotteria da mercatino.

E poi c’è la zona grigia di suoi manutengoli,  capaci di chiudere la bocca per tacitare a ogni costo scomode rivelazioni, proprio come in un romanzo di Graham Green o nelle cronache dal mondo del racket,  ma anche con l’impiego di veleni cari al filone spionistico del giro  Mitrokhin, come non ha mancato di far rilevare l’esperto in complotti del Kgb Guzzanti, padre, purtroppo che almeno con figlio ci saremmo fatti qualche risata in più.

È probabile che anche questo caso rientrerà nei misteri italiani mai chiariti – che non basteranno le memorie scritte della vittima e destinate a pubblicazione postuma, con la morte del testimone chiave che si aggiunge a altri due decessi oscuri:   quello di  Egidio Verzini, ex avvocato di Ruby Rubacuori che aveva rilasciato inquietanti dichiarazioni il giorno prima di andare in Svizzera in una clinica per il suicidio assistito , nelle quali  aveva parlato pubblicamente di un versamento totale di 5 milioni effettuato, “da Silvio Berlusconi” nel 2011 tramite una banca di Antigua, per liquidare con  3 milioni la nipotina di Mubarak  e con 2 milioni Luca Risso, suo ex fidanzato. A smentire  Verzini che aveva spiegava che l’operazione sarebbe stata gestita direttamente dall’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, con la collaborazione dello stesso Risso, era subito arrivata la replica dei due  che avevano definito “destituite di ogni fondamento” quelle affermazioni. E quello di un cronista collaboratore della Stampa, ucciso da un inspiegabile malore, forse un infarto (ma i risultati dell’autopsia non sono mai stati resi noti)  Emilio Randacio, noto per le sue inchieste servizi segreti italiani, su cui aveva scritto nel 2008 anche un libro, ‘Una vita da spia’“, e che aveva seguito il processo Ruby in tutte le sue fasi.

Ma c’è da scommettere che resterà insoluto malgrado la morte di Imane Fadil  faccia parte di quel susseguirsi di enigmatiche disgrazie occorse a persone che si sono trovate più o meno casualmente sul cammino di Silvio Berlusconi e hanno costituito un inciampo. E se da subito, come succede preferibilmente quando la vittima è una donna e per di più bella e dal passato movimentato e controverso, il suo probabile assassinio viene catalogato come il prevedibile e addirittura meritato epilogo di una vita trascorsa in squallidi ambienti equivoci e forse “malavitosi”, come se non fosse obbligatorio emettere la stessa sentenza su un signore ricco e  anziano che si trastulla con minorenni, e a motivo di ciò condizionato e ricattato, in situazioni sempre borderline dove circolano droga, soldi troppo facili, raccomandazioni e intercettazioni, minacce e estorsioni nel contesto dei palazzi della politica.

Si è probabile che non sapremo mai la verità del “caso di cronaca”, mentre anche così sappiamo quella storica su un imprenditore che ha comprato e gestito l’informazione di un Paese, che è diventato leader di un suo movimento partitico, che è stato presidente del consiglio per  20 anni e che da pluricondannato ancora è in grado di influenzare, subordinare e subornare coalizioni e maggioranze, che ha corrotto uomini e le leggi piegate ai suoi interessi, e che in virtù dei voti che lo hanno eletto ritenga per questo di essere legittimato all’illegalità.

E sappiamo anche quella su una “opposizione” alle sue politiche che per anni lo ha contestato per i suoi affari di letto più che per quelli permessigli dalla indifferenza per gli espliciti conflitti in interesse e per i provvedimenti ad personam, per il fatto di comprarsi i favori femminili più che per quelli di parlamentari,  per il fatto di aver annesso alla sua scuderia televisiva presentatori e attricette della Tv pubblica, più che per aver messo a curare i suoi cavalli un mafioso, criticando il cattivo gusto in fatto di mobilia nelle sue ville sibaritiche più di quello che gli faceva scegliere famigli e amici nella crema del malaffare e dei clan. Come di aver corrotto le giovani menti con Drive In più che le leggi, le relazioni industriali, il sistema della comunicazione, quello dell’istruzione dimostrando che ambizione spregiudicatezza valgono più di sapere e conoscenza. Parliamo di un’opposizione che è scesa in piazza contro il puttaniere omettendo la critica al golpista, in modo da preparare la strada a giovani e, allora rampanti, successori incaricati  di coronare il suo disegno. E che oggi in qualità di bonario e inoffensivo pensionato che guarda il mondo da una panchina gli attribuiscono  ancora l’auspicabile funzione salvifica di addomesticare, come un nonno ragionevole,  le burbanzose intemperanze del partner abituale. Ma che nessuno pensi di avvelenarlo quel gran maleducato, per carità, che può  sempre venire buono per un non lontano futuro in un nuovo “Tutti insieme appassionatamente”.

 


Facce da Tav

C_2_articolo_3196238_upiImageppC’è un’Italia che vive e ha vissuto a lungo sulla spoliazione dei beni pubblici, un Paese che prospera sia ai margini della legalità, che a quelli  dell’etica capitalistica o sarebbe meglio dire di questa auto illusione weberiana. E’ un’ Italia che ha fatto del cinismo e della doppia morale la propria cifra, che si indigna per qualcosa solo quando teme – molto raramente purtroppo –  che l’osso le venga tolto di bocca: è successo con la Tav e abbiamo visto sciamare per le strade di tutto, persino damazze che in vita loro non hanno mai preso un treno o un mezzo pubblico e finora dedite al bridge più che al tunnel. Per non parlare dei commentatori dell’establishment che hanno dovuto rovistare i cassetti del ridicolo per far apparire utile l’inutile, cosa che peraltro costituisce la loro personale battaglia esistenziale. Si tratta di spettacoli avvilenti perché spendere quindici o venti miliardi in totale per rendere più veloci i traffici con la Francia centrale, sempre più marginali e ridotti a circa tre milioni di tonnellate di merci l’anno, è solo una barzelletta che non fa ridere.

Una barzelletta dei mazzettieri italo – francesi e dei tristi idioti di Bruxelles che si erano inventati la linea Lisbona – Kiev e il corridoio mediterraneo conquistandosi la gratitudine – immagino espressa in solido – delle aziende che operano nel settore ferroviario: una pensata assurda che già nel 2015 ha mandato in fallimento la società che aveva costruito il tunnel pirenaico, costato un’inezia rispetto a quello alpino, appena 1,2 miliardi, ma già un’enormità rispetto al centinaio di treni a settimana che ci passano, di cui appena 32 merci. Non a caso nel 2000 le aziende ferroviarie italiana e francese avevano messo insieme uno  studio di modernizzazione della linea nel quale dimostravano che attraverso  modifiche di sagoma,  potenziamento dell’alimentazione elettrica, adozione di motrici bicorrente, e altri interventi  la linea era in grado di sopportare portare 150 treni merci/giorno pari a 20-21 milioni di tonnellate per anno, ovvero il doppio del traffico di allora che oggi è ridotto a un terzo vale a dire a 6 volte meno. Proprio da quello studio “ufficiale” nasceva la ragionevole posizione del Governo italiano secondo il quale la nuova linea si sarebbe realizzata “quando la linea esistente mostrerà segni di saturazione”. Parole sagge ma poi misteriosamente rimangiate con l’avvento del secondo Berlusconi e equivocate con il ragionamento che il traffico ferroviario era diminuito perché la linea esistente, per quanto potesse ospitare un traffico doppio non era all’altezza. E’ un chiaro atteggiamento magico che inverte ogni logica: mezz’ ora di risparmio in termini di tempo e tre chilometri all’ora in più di velocità media possono forse far aumentare di qualche virgola il traffico, non certo cambiare la realtà che ha visto un deciso spostamento dei traffici. L’abracadabra di Salvini e compagnia con le loro facce da Tav sul fatto che i rapporti costi – benefici possano cambiare sono soltanto chiacchiere da bar come del resto tutto l’universo salviniano.

Ho scritto molte volte del grottesco pasticcio della tav Torino – Lione, ma questa volta lo voglio fare a partire da un’angolatura particolare, quello degli strumenti con cui l’apparato politico affaristico una volta organizzatosi impone la devastazione dei bilanci e la sottrazione di risorse ad altri servizi più essenziali o  più utili o più strategici, ma proprio per questo meno remunerativi: nel nostro caso si tratta dei trattati tra due o più Paesi che diventano preponderanti rispetto alle legislazioni nazionali e alla volontò stessa degli esecutivi e dei legislatori. Com’è ben noto la Francia aveva messo all’ultimo posto del suo piano ferroviario la linea Lione – Torino e l’aveva inserita solo come eventuale non come parte integrante della modernizzazione. Ma l’impianto mazzettaro che aveva preso vita al di là e al di qua delle Alpi scalpitava perché visti i diktat europei sui bilanci, le resistenze di un’intera area alla devastazione a mezzo tunnel, nonché il cambiamento di atmosfera politica, la grande opera rischiava grosso. Così da Monti a Renzi è stata tutta una corsa a firmare un accordo con una Parigi riluttante e poi a ratificarlo, mettendo in campo  oltre al danno anche la beffa, perché pur di non rischiare che i francesi facessero melina ci siamo accollati i costi maggiori nonostante l’opera sia per quasi il 70 % in territorio francese. Ora nei Paesi democratici questa preponderanza dei trattati dovrebbe essere assurda,  anzi anacronistica, perché i governi e le linee di azione possono cambiare, mentre qui si ipotizza per l’appunto la prevalenza sovranazionale delle elite: quindi gli accordi  dovrebbero essere automaticamente soggetti a revisione, ricontrattazione o ad annullamento con determinati criteri, stabiliti come premessa, senza che essi finiscano per determinare la vita dei Paesi contro la loro stessa volontà.

Queste sono mie opinioni, ma il ruolo strumentale dei trattati internazionali nel fossilizzare situazioni anacronistiche o controproducenti, talvolta ignobili è ben nota, a partire dalla Nato per finire al Vaticano. In questo caso serve a superare le obiezioni che vengono persino dai tecnici del vecchio governo: come dire ratificare le bugie e le dazioni. D’altronde basta vedere chi sono i soggetti implicati nell’affaire per sentire immediatamente quella caratteristica puzza di bruciato: la Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire), responsabile della realizzazione dell’opera, ha come direttore generale Paolo Comastri, già noto alle cronache per essere stato condannato in primo grado per turbativa d’asta nella gara per il tunnel esplorativo mentre il suo difensore è stata Paola Severino, ministro della giustizia sotto Monti; la Rocksoil società di geoingegneria fondata e guidata da Giuseppe Lunardi, ministro delle infrastrutture dal 2002 al 2006 con ennesimo conflitto di interessi; la Cmc (Cooperativa Muratori e Cementisti) che vanta come ex amministratore Luigi Bersani e comunque rappresenta per così dire gli interessi piddini  e infine la Impregilo, oggi Salini Impregilo, capo commessa anche per il ponte sullo stretto, nel cui azionariato compare l’Argofin del gruppo Gavio il cui amministratore, Marcello Gavio è stato latitante nei primi anni ’90  essendo ricercato per reati di corruzione in relazione ai cantieri dell’Autostrada Milano-Genova. Per non parlare di soci importanti come la Società autostrade di Benetton, con il suo ponte crollato e l’immobiliare lombarda del gruppo Ligresti, un  nome una garanzia. Manca solo la Banda Bassotti, esclusa per eccesso di onestà.


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