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Ceto mediocre

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è capitato di sbirciare nel profilo di un “conoscente” di Fb un post che ha incontrato un certo favore del pubblico, nel quale si enumerano quelle qualità speciali  del presidente del Consiglio che alla “marmaglia” populista, in odor di neofascismo, possono sembrare vizi innominabili.

Si va dall’aspetto distinto e dal look formale “proprio come un leader straniero”, alla   proprietà di linguaggio; dall’onestà confermata dal non aver fatto fuori  “49 milioni agli italiani né qualche decina alla sanità lombarda”,  all’abitudine ormai rara di non farsi fotografare mentre fa il pieno di schifezze nazionali e esotiche,  dalla riservatezza pudica che gli vieta di rivelarci il suo intimo,  di farsi immortalare durante passeggiate intemperanti con la fidanzata e di fare pubblica ostensione della prole, all’educato uso di mondo grazie al quale non molesta cittadini suonando imperiosamente i campanelli, fino a quell’approccio laico che inibisce a lui, sia pure fervente cattolico, di sbaciucchiare sacre immaginette e sgranare rosari live e on demand.

In una parola fervidi democratici e ardenti antifascisti non possono che compiacersi che le sorti del paese siano nelle mani dell’incarnazione dell’anti- salvini.

Vale poco ricordare l’angelo che con la spada fiammeggiante combatte l’odierno anticristo, si è lasciato andare a delicate confidenze urbi et orbi sul culto del santo di Pietralcina del quale conserva in portafogli l’immaginetta, che gli avrebbe insegnato l’umiltà e la preghiera, che è vero che non scampanella apostrofando incivilmente gli sconosciuti, però impegna i centralini di Palazzo Chigi con le telefonate dei fan, che non va a spasso con la morosa ma in compenso pare sia molto attento alla tutela dell’attività del suocero.

Vale invece ricordare che all’onestà, condizione necessaria ma non sufficiente,  non basta che non sfilino i portafogli dalla tasche sull’autobus, o facendo la cresta sui finanziamenti elettorali, o dissanguando il magro bilancio dello Stato,  lucrando e approfittando delle partite di giro della corruzione, perché invece esige scelte che non siano lesive del bene generale, che non favoriscano interessi particolari e privati, che abbiano lo sguardo lungo per quanto riguarda il passato in modo che danni e crimini non diventino l’alibi per l’inazione, per quanto riguarda il presente, in modo che sia pure in condizioni difficili non si ricorra a stati di eccezione, forme autoritarie e repressive, che possano compromettere il futuro, generando disuguaglianze, limitazioni delle libertà e del godimento dei diritti.   

È che secondo le nuove regole che hanno disegnato l’identikit del “meglio che ci possa capitare”, un passo in avanti, sembra, rispetto all’abusato “meno peggio” in virtù della situazione straordinaria che si sta vivendo, Conte rappresenta l’idealtipo del politicamente corretto.

Dopo – e prima, purtroppo, a vedere l’esuberanza di certe auto-candidature –  il grigiore feroce del loden montiano, dopo al sfolgorante pacchianeria cafona dei doppiopetto forzitaliani, dopo la sguaiata rozzezza delle felpe, si gioisce delle composte confezioni dell’avvocato di provincia con qualche incursione nel “fighettismo” atticciato con gli spacchetti,  da gagà con la pochette, come icasticamente ha osservato qualcuno.

Non c’è da stupirsi della prevalenza della forma, a considerare il successo del femminismo neoliberista in quote rosa, il trionfo di un antifascismo senza resistenza per il quale la liberazione consiste nel cantare Bella Ciao in poggiolo e non il riscatto da sfruttamento e sopraffazione, la fiducia accordata a un ambientalismo da giardiniere che raccolgono lattine e sacchetti in spiaggia, un’ideale di Lavoro basato su correzioni semantiche, il cottimo che diventa smartworking, l’illegalità che si chiama vantaggiosa mobilità, la precarietà proposta come liberatoria autonomia da vincoli e orari,  una visione dell’istruzione come passaggio formativo preparatorio a occupazioni in più possibile specializzate, atomizzate e infine servili.

Il politicamente corretto infatti si poggia solidamente sul ricorso all’eufemismo, secondo il quale basta addomesticare proverbi, luoghi comuni, consuetudini per far diventare accettabili azioni e comportamenti che favoriscono discriminazione, emarginazione e che offendono, purgandole in una specie di edificante  “Lourdes linguistica” come scrisse quel formidabile polemista Robert Hughes autore della Cultura del piagnisteo, che ultimamente si è sbizzarrita abbattendo monumenti e miti.  

E infatti tutto  il disdicevole deve essere ripulito, più che cancellato: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere, per uniformarsi  al “modo giusto di fare le cose”, adeguandosi agli imperativi di una maggioranza inquisitoria, insofferente nei confronti di tutto ciò che si “distingue”, che critica, che obietta, che si interroga, che “pensa”.

Così per combattere il fondamentalismo conservatore, deve affermarsi il bigottismo progressista che interpreta il razzismo come peculiarità esclusiva di un pubblico grossolano cui guardare come alla feccia condannata a meritarsi di restare nell’ignoranza brutale delle brutte periferie e definibile come l’indole maleducata alle gaffe inopportune della plebaglia,  o legge l’omofobia, proprio come il sessismo machista,  come il deplorevole atteggiamento del teppista dell’hinterland, oggetto invece di indulgenza quando si palesa come rivendicazione dei fermenti ormonali di vecchi puttanieri.

Per non parlare di quella forma di “dolce violenza” esercitata come ferma persuasione morale, che consiste prima di tutto nello sfoderare modi doverosamente aggressivi e animosi  per deprecare, denigrare e contrastare gli  avversari,  caricando le loro posizioni di tratti biasimevoli e caricaturali, richiamando all’obbligo della dissociazione e dell’anatema, e per poi arruolarli a forza in categorie disonorevoli che è necessario screditare: gente che non si accontenta dell’ecologia di Greta, dell’aiuto umanitario di Carola, dell’antifascismo delle sardine, che non è no vax ma non equipara – come pare faccia l’Europa, l’antiCovid all’antipolio, gente che ritiene che per non essere credibilmente  antixenofobi bisogna cominciare con il condannare colonialismo, imperialismo e le loro guerre di conquista, e con il riflettere su un’immigrazione che è stata promossa e favorita per spostare  merce-uomo dove occorreva  al padrone, poi servita per creare conflitto tra poveri e alimentare diffidenza e ostilità.

Così quelli che ancora si credono élite e in quanto tale, esenti e risparmiati perché culturalmente e socialmente superiori, fanno una quotidiana manutenzione dello loro status “bannando” gli inferiori, mettendo i loro like e il je suis sul profilo in nome di bandiere curate nei colori e nel decoro, pilastro dell’ordine pubblico mondiale, e battaglie che hanno sostituito quelle antiche a classi “cancellate” o rimosse, a ideologie arcaiche e superate, per dare sostegno a minoranze più comode, quelle remote, quelle che si possono omaggiare con un’offerta o una petizione,  quelle benviste dal capitalismo nella sua variante “umanista” e “cosmopolita” , green e tecnologica (i bombardamenti avvengono in remoto, premendo un tasto), integrate e funzionali alla sua sopravvivenza.

Non è semplicistico dire che grazie a questa declinazione della vecchia ipocrisia, il progressismo legittima la sua adesione al neoliberismo, il riformismo autorizza che in suo nome di assecondino le incursioni in armi di sovranità illiberali esterne,  la democrazia ridotta a espressione letteraria  venga usata come copertura da chi ha promosso la fine della partecipazione, da chi permette che si ricorra in nome nostro e della nostra salute a misure eccezionali e che si abusi di strumenti straordinari, che si impongano e si rendano permanente stati anomali, in un delirio di onnipotenza che grazie al regime del terrore è ormai largamente giustificato, accettato, celebrato. Anche se sono invece espliciti e evidenti l’assoggettamento alla sovranità imperiosa delle multinazionali, farmaceutiche,  tecnologiche, commerciali, la concessione e la consegna del Paese a una “superpatria” fittizia che detta condizioni, presta soldi a strozzo e impone forme e entità della restituzione, partecipa in prima persona dell’ingiunzione di un particolare prodotto salvavita, dopo aver sollecitato la fine dell’assistenza, della cura, della ricerca in qualità di spese superflue di una collettività dissipata.

Il ceto medio non c’è più, ha lasciato il posto a un ceto mediocre, che recita la sua melensa apologia dei nonni, mentre li fa morire anticipatamente nelle case di riposo e negli ospedali nei quali vige, ora tacitamente e tra poco legalmente, una soluzione o selezione finale, che censura e criminalizza ferocemente il dissenso omologato a offensivo ribellismo o patologia da sottoporre a Tso, che conduce una crociata in difesa degli altari di una scienza clinica largamente condizionata e asservita a interessi di mercato, mentre gli ospedali e i luoghi di cura sono interdetti a malattie “altre”, che divide e aiuta a dividere e a contrastarsi le vittime sociali, che nega qualsiasi principio di quella responsabilità che pretende dai cittadini, coprendo antiche e nuove malefatte, colpe e omissioni, inazione e corruzione.

Sarebbe ora che il popolino disprezzato cominciasse a esigere qualcosa di più del “il meglio” delle brave persone.


Miracolo a Venezia..per chi ci crede

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I bollettini parrocchiali dell’affarismo, della speculazione, della corruzione e del conflitto di interessi “a norma di legge”, esultano. La Repubblica, con l’abituale  sobrietà titola “La prima volta del Mose. Arriva l’acqua alta ma Venezia è salva”, il Corriere più compostamente sotto lo strillo trionfalistico, “Viva le dighe gialle”, propone la pensosa riflessione di Stella: “Venezia batte l’acqua alta, ma ci sono voluti 40 anni”.

Per una bizzarra coincidenza l’entusiasmo per il felice epilogo della leggenda di un progetto, che rappresentava per i promotori la più formidabile, efficiente e al tempo stesso visionaria opere ingegneristica mai realizzata, tanto che il burbanzoso sindaco Brugnaro – che a intermittenza dichiarava di non saperne niente essendosela trovata là già confezionata, con tanto di ruggine e allevamenti di cozze – voleva rivendersela ai cinesi della Diga delle Tre Gole e del del viadotto che unisce Hong Kong, Zhuhai e Macao, magari insieme al Ponte di Genova, occupa le cronache insieme alla cronaca nera del maltempo che ha colpito Piemonte e Liguria.

Una catastrofe prevedibile, che si ripete a ogni autunno, come si lascia fare da decenni di rinuncia volontaria agli obblighi di manutenzione e tutela del territorio, in favore di altre azioni e altri investimenti “speciali”.  

Fa un bel contrasto dunque la buona novella.

Il Mose ha funzionato –  sorprendentemente c’è da dire- secondo la ragionevole procedura stabilita a evitare le figuracce del passato:  i tecnici alle tre control room del Mose, guidati dal Responsabile dei sollevamenti ing. Davide Sernaglia, hanno iniziato le operazioni di innalzamento delle barriere alle 8:35. Alle 9:52 tutte le 78 paratoie hanno chiuso la laguna dal mare, così in città il livello della marea si è assestato intorno ai 70 centimetri, mentre le paratoie hanno bloccato il mare a 125 centimetri. Alle 14:57 sono iniziate le operazioni di abbattimento delle paratoie per riportarle nei loro alloggi.

E vorremmo anche vedere!

Alla foga creativa e dinamica dei primi anni, quando venne scelto quell’intervento sgombrando il campo da autorevoli alternative, surclassate a esercitazioni scolastiche di idraulici in pensione, quando un succedersi di governi ritrovarono unità e concordia intorno a una formula di gestione amministrativa e esecutiva dell’opera e di tutte quelle a contorno, in regime di monopolio e in evidente conflitto d’interessi, grazie a un format che ha trasferito il know-how  del malaffare autorizzato e legalizzato in altre geografie, E quando al fatidico taglio del nastro inaugurale si presentarono in gran spolvero rappresentanti istituzionali,  autorità anche ecclesiastiche involgiate dall’evocazione biblica del nome, e pure prestigiosi ospiti internazionali di quelli che avevano promosso raccolte fondi e fondazioni, poi prudentemente eclissatesi E poi dopo, dopo la famosa legge obiettivo del governo Berlusconi  che stanzia i primi soldi:   5,2 miliardi di euro sui 5,4 resesi ormai necessari, stabilendo anche una data per il completamente dell’opera: il 2011, ecco, dopo, sono seguiti anni si silenzio.

Un silenzio che copriva la laboriosa attività di sperpero di denaro pubblico (il progetto iniziale prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire, l’ammontare attuale è di circa 5,4 miliardi di euro, la realizzazione definitiva, senza il computo delle spese annuali di manutenzione -100 milioni –  supererà i 7 miliardi) e l’alacre meccanismo di distribuzione di consulenze, regalie, incarichi farlocchi, ostacoli frapposti volontariamente per gonfiare spese e per prolungare i tempi biblici come il nome, inceppato al primo velo sollevato sugli scandali.

In realtà contrariamente a quanto si vuol far pensare non sono queste le voci più pesanti nel bilancio fallimentare, la voragine di quattrini è stata prodotta da incapacità non sempre esaltata dall’opportunità di sfruttare il non fare rispetto al fare, o dal valore aggiunto della riparazione più alto e profittevole dell’efficienza, dalla scelta di materiali di cattiva qualità all’inadeguatezza progettuale, fino a quella “commistione dei ruoli tra gli attori della progettazione, direzione, esecuzione  e controllo” denunciata dai commissari incaricati dopo le inchieste, che ha permesso “costi faraonici all’insegna della non essenzialità e degli sprechi” (stimabili in circa 30 volte il volume delle tangenti).

Ha funzionato, si. Ieri.

Senza fare gli uccelli del malaugurio è inevitabile chiedersi se è un felice caso fortuito, se il sistema sarà in grado in altre e differenti circostanze climatiche di fronteggiare l’impeto del mare, se è doveroso accontentarsi di un procedimento che viene attivato solo quando l’acqua supera i 130 cm, se i dispositivi che premettono l’allarme preventivo sono attendibili, se il loro funzionamento è sottoposto a una attività regolare di sorveglianza, se le strutture compromesse dall’impiego di prodotti di scarsa qualità e da anni di posa in opera senza manutenzione, resisteranno a altri test e a una continuità che per gli effetti estremi del cambiamento climatico, è sempre più caratterizzata da picchi di emergenza.

Se, se… Ma sarà pure legittimo, no? anche se tocca guardarsi indietro come l’angelo della Storia, interrogarsi se il sollievo non debba essere messo in ombra dall’eventualità suggerita da esperti trattati come eretici, disfattisti, misoneisti, che fosse preferibile lasciar affondare un intervento pesante, insostenibile ambientalmente e economicamente, per far ricorso sia pure tardivamente a soluzioni più elastiche e più compatibili con l’equilibrio della Laguna.  

Sarà pur legittimo, no? che il cittadino di Venezia, del Paese tutto che ha contribuito a questo mostro che non sappiamo se sia stato addomesticato, del mondo che va a vedere se a torto o a ragione accampa dei diritti su un così speciale patrimonio comune, si domandino se un progetto datato 1992 sia adeguato a “sopportare” un futuro prevedibile, quello di altre “acque grande” come quella dell’anno scorso, quello di un   « aumento del 430% delle maree” come ipotizzano le analisi del Panel della Convenzione del Cambiamento Climatico e come confermano le tendenze verificatesi in questi anni, o interrogarsi su che danni ecologici produce alla vita della Lagune il blocco del ricambio con il mare.

Il fatto è che Venezia non è salva proprio per niente.

Magari sarà un po’ meno bagnata, magari un po’ meno umida, e magari ai fan delle vacanze avventurose che la visitavano in attesa di partecipare all’evento catartico del suo affondamento, si potrebbero sostituire turisti di migliore qualità, che non sarà mai sufficiente a giustificare che la loro accoglienza imponga la cacciata dei residenti per far posto a hotel, o delle attività tradizionali e del commercio al dettaglio, sacrificate ai profitti della catene delle firme tutte uguali là come a Dubai, dei piccoli esercizi da convertire obbligatoriamente in distributori automatici di cicchetti e ombre in alternanza con hamburger e sushi, secondo quella peregrina idea di fusion cosmopolita che appaga la ricerca di conferme ai pregiudizi, proprio come O sole mio cantato dal tenore stonato in gondola.  

Non è bastata l’acqua alta del 2019, anzi ha contribuito a consolidare nel Governo centrale e cittadino come nell’opinione pubblica, il fermo proposito che fosse indispensabile completare la Grande Opera, non sono bastate le reprimende dell’Unesco, che con scarsa potenza e poco credito, ha messo in luce come i “problemi” di Venezia non si limitino al suo cattivo rapporto con il suo mare, se i suoi elettori hanno riconfermato il peggior sindaco già messo alla prova, se gli interessi del “centro storico” continuano ad essere apparentemente in conflitto con quelli della Terraferma, una guerra tra poveri alimentata ad arte, mentre il loro declino è segnato alla pari, l’uno condannato a museo diffuso, l’altra a stazione di servizio, motel, parcheggio del parco tematico della Serenissima.  

Non basta, aggiungiamoci che dopo che nel 2014 il divo Renzi ha pensato bene di cancellare il Magistrato alle Acque, oggi abbiamo a che fare con una fotocopia del mostro giuridico  rappresentato dal  Consorzio, che la vigilanza sulla trasparenza è stata soggetto di una indecente sceneggiata  che ha finito per imputare disfunzioni e ritardi si commissari che avevano osato impicciarsi delle malefatte quarantennali. 

No, non basta che le paratie, cui abbiamo giustamente guardato come a tristi rovine di archeologia idraulica, si siano prodigiosamente sollevate. Non basta un miracolo per salvare Venezia. E salvare noi dalla vergogna.


Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


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