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I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Via col vento

timthumbAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Sono il socio di Vito…”, si presentava così Paolo Arata, ex docente universitario, ex deputato di Forza Italia ed identificato come l’autorevole estensore del programma della Lega sull’Energia,  arrestato insieme al figlio Francesco per corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia dei beni  dell’“imprenditore dell’eolico” , quel “Vito” Nicastri, trapanese, su cui pende una richiesta di condanna a 12 anni in qualità di  finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro.

Il dinamico e poliedrico consulente del Carroccio era indagato per un giro di mazzette alla Regione siciliana  ma anche  per una presunta tangente di 30 mila euro offerta all’ex sottosegretario leghista Armando Siri, in cambio di un emendamento che avrebbe dovuto  rimuovere gli ostacoli  all’accesso delle  sue società agli incentivi pubblici sulle energie rinnovabili.

Mentre il Presidente della Commissione Antimafia aspetta che Salvini tra un selfie, un tweet e una gustosa magnata risponda alla sua convocazione, è corretto dire che il business “ambientale” e energetico nelle sue forme più disinvoltamente e dinamicamente creative ha interessato in forma trasversale tutto l’arco costituzionale e coinvolto attori appartenenti – o collegati in forma bipartisan – all’imprenditoria legale come  al sistema dichiaratamente criminale.

Infatti, se l’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente indica che il fatturato dell’ecomafia è salito a 14,1 miliardi, una crescita dovuta soprattutto  alla lievitazione nel ciclo dei rifiuti che è sempre di più il  brand strategico eco criminale, se c’è una regione che si è rivelata come un terreno ideale della infiltrazione e occupazione mafiosa del comparto, il Veneto,  dal sequestro di due cave a Noale e di quelle di Paese dove amianto e metalli pesanti si combinavano in un mix  con altri rifiuti, meno inquinati, aggiungendo calce e cemento per produrre un amalgama da usare nell’edilizia o nelle grandi opere stradali per lavori come il Passante di Mestre, il casello autostradale di Noventa di Piave, l’aeroporto Marco Polo di Venezia e il parco San Giuliano di Mestre alla scoperta  nel Basso Vicentino di un sito di proprietà di una banca di livello nazionale dove erano stipati illecitamente quasi 1000 tonnellate di rifiuti non riciclabili derivanti da processi di lavorazione industriale, a dimostrazione che dove non c’è Terra dei Fuochi, Terra dei Fuochi ci sarà, è evidente che le commistioni opache tra imprese e amministrazioni, aziende e politica, industrie e istituzioni rivelate al tempo di Tangentopoli sono sopravvissute ai partiti tradizionali, alla crisi che ha investito l’economia produttiva, all’automazione e alla eventualità che le tecnologie potessero incrementare i controlli e la sorveglianza.

Il fatto che ogni tanto affiora in superficie una trama di illeciti, di reati, di crimini previsti e perseguibili da qualche anno dal codice penale fa intravvedere che  il vero business che si compie ai danni dell’aria, dell’acqua, del territorio e del suolo, della salute è legittimato da provvedimenti e sanatorie, autorizzato da una ideologia e una prassi che riconoscono un indiscusso primato al profitto, all’interesse privato, che non va ostacolato persuadendoci che tutti sia pure in misura ridotta ne possiamo godere.

La povera ragazzina cui i genitori fanno interrompere la scuola perché continui nella sua missione è vittima e incarnazione di un ambientalismo “neoprogressista” per non dire neoliberista che non vuole disturbare il manovratore (si chiami Eni, Ilva, industria carbonifera o del Fracking, Sette sorelle, Waste Management o Halliburton) riponendo fiducia in accordi commerciali e di mercato a carattere volontario, richiamando alle responsabilità individuali e collettive i cittadini, mettendosi al servizio di imprese,  governi ed enti che praticano un allegro negazionismo della catastrofe iniziata e nutrendo dei miti, come quello del cosmopolitismo che dovrebbe farci guardare come a un conquista la mobilità, necessaria invece a far circolare eserciti di forza lavoro a poco prezzo e a sradicare popoli dalle loro patrie, in modo che possano diventare solo terre di conquista e preda.

Così diventa legge grazie al Decreto Emergenza  l’applicazione in Puglia come misura di contrasto alla Xylella una strategia che combina con i massicci abbattimenti il finanziamenti per i reimpianti o gli innesti delle piante identificate come quelle resistenti  che – casualmente? – si prestano a coltivazioni intensive o superintensive e necessitano di trattamenti fitosanitari e abbondanti risorse idriche, insostenibili ambientalmente e economicamente per i piccoli olivicoltori, obbligati   a reimpiantare solo quei cultivar raccomandati oppure a lasciare libero il terreno, suscettibile di essere utilizzato per altri fini.

Così è stato encomiato il sindaco che ha chiuso la discarica gestita in regime di monopolio da un boss autorizzato, dando spazio al traffico illecito di rifiuti o alla consegna ai signori altrettanto autorizzati dell’export, pratica onerosa per i cittadini e lo Stato che paga operatori esteri in grado di trarne energia guadagnandoci due volte.

Così l‘adozione e l’applicazione delle fonti di energia alternativa (soprattutto in regioni scelte per una certa assuefazione alla sopportazione, Calabria, Basilicata,Sicilia, Sardegna) sono diventate un business aggiuntivo dei signori di quelle fossili e tradizionali, trattate come supplemento piuttosto che come sostituto  all’interno dell’industria energetica come è attualmente configurata e anche quelle oggetto di quei benevoli e cauti gentlemen agreement esibiti come manifestazione di buona volontà e cattiva coscienza di aziende e governi che ci hanno condotti qui e oggi  ai  4°C che nella previsione di molti scienziati, avrebbero contrassegnato la fine della civiltà  nella valutazione di molti scienziati. Ancora in Puglia dove l’ex presidente Vendola aveva avviato una valutazione per la realizzazione di due rigassificatori, vantando la possibilità di fare della sua regione l’hub energetico nazionale, il paesaggio è una foresta di pale eoliche troppe delle quali sono mestamente ferme per il cattivo funzionamento, promosse a simbolo di una volontà ecologica smentita a Taranto. E sempre per restare in quei luoghi, vogliamo ricordare che la difesa del paesaggio con i suoi luoghi, la tradizione agricola , la pesca e la cucina esaltati in tutti i pregevoli documenti nazionali e locali che auspicano turismo purché sostenibile e attività purché ambientalmente compatibili, rimuovono castamente il si a trivelle e passaggi criminali.

La “trattativa Stato-mafia” è diventata una figura retorica  che il ceto politico in forma bipartisan ha collocato nel passato per cancellare il presente fatto di corruzione a norma di legge, grandi eventi controllati da controllori che prendono atto di alleanze e complicità con imprese criminali,  grandi opere che nascono criminali a prescindere dagli attori coinvolte per i costi economici e ambientali e per le loro inutilità, dissipazione dei beni comuni, intimidazione dei cittadini grazie all’alimentazione di minacce e paure, l’esercizio di ricatti nei confronti dei lavoratori in virtù della sospensione di conquiste e garanzie.

 

 

 


Gilet su misura

gilet_aranciAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri era la volta dei gilet arancioni, gli olivicoltori in piazza per protestare contro una manovra che non contempla misure di emergenza necessarie a garantire adeguate risorse al Fondo di Solidarietà Nazionale per far fronte alle pesanti calamità che hanno colpito importanti aree del Paese, a partire dalla Puglia dove si realizza la maggioranza dell’olio italiano e si contano 90 mila ettari di uliveti senza produzione, un taglio di circa 2/3 del raccolto e un equivalente di 1 milione di giornate lavorative perse.

L’altro ieri era stata la volta dei pastori sardi cui il governo ha risposto con un’offerta umiliante alla filiera del pecorino di un prezzo del latte a 70 centesimi con la “speranza” che con il ritiro delle forme in eccedenza entro tre, quattro mesi il listino si alzi a un euro.

Tante volte si è pensato che il riscatto potesse venire da moti del pane, dal risveglio di ceti ridotti alla fame che assaltano i forni e impauriscono i palazzi. Tante volte si è pensato che non si fosse ancora giunti ai limiti della sopportazione, che gli aerei e i ristoranti sono pieni grazie a quei “fondamentali” sani, risparmi, oculati bilanci familiari, nonni che contribuiscono con le loro pensioni a garantire minimi sindacali di sicurezza e speranza per i giovani. Tante volte si è pensato che il progresso si sviluppasse anche dando voce ad antagonismi facilmente conducibili nei canali della negoziazione “democratica”, ancor prima che svariati forconi indossassero le nuove divise di ordinanza sotto forma di gilet, che hanno suscitato l’interesse dei commentatori che vedono in quelli gialli anti Macron l’embrione di fermenti rivoluzionari, come da tradizione, prodromi di un augurabile “regicidio”. E in quelli tricolori il coagulo di una opposizione all’attuale governo, l’auspicato argento vivo che segnala che la temperatura è salita in virtù dell’affermarsi generalizzato di una pallida retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del capitale globalizzato.

Così anche la stampa mainstream, sempre attenta a criminalizzare il movimentismo proprio come i ministri della sicurezza che si sono avvicendati e come i padroni che convocano gli sbirri per risolvere conflitti e contrattazioni complicati, si compiace della spettacolari forme che assume il dissenso, sdoganando il populismo contro i populisti al governo. Succede così non solo perché il corporativismo è l’unica forma di rappresentanza sindacale concessa e accettata in qualsiasi regime autoritario, la più ricattabile e quella che più facilmente si accontenta di appagare bisogni minimi di categoria. E perché uno dei caratteri potenti dei questa contraffazione democratica aiutata da una stampa che in luogo dell’informare giudica sul libro paga, è quello di annegare tutto nell’abitudine: passati i primi giorni, nei quali gli osservatori interrogano i guerriglieri in piazza come fossero fenomeni del folclore regionale, gli mettono il gelato in bocca in qualità di casi umani, li invitano nei salotti televisivi e nelle salette dei Think tank per tastare il polso dello strapaese, tutto si normalizza, tutto diventa breve in cronaca.

E non può essere che così. perché quello che conta è non disturbare il manovratore, ma non quello locale, le maggioranze che si avvicendano al governo, ridotte a droni guidati da distanza con un clic. Ma quello globale, che guarda a questi infimi accadimenti con interesse minore di quello di un entomologo con lo spillone pronto a infilzare l’insetto che batte le ali invano.

È per questo che il flash mob dei pastori incazzati ha incantato gli spettatori virtuali, che la bara piena di bottiglie d’olio davanti a Palazzo Chigi è uno spot che vale il premio della pubblicità, perché vengono presentati  e replicati come incidenti sulla strada del progresso, come effetti collaterali dello sviluppo che non può né deve essere ostacolato da questi arcaici borborigmi che arrivano dalla pance – vuote – delle lontane province. Meglio dunque non ricordare che le quote latte sono una delle declinazioni tra le più infami delle politiche coloniali europee rivolte anche ai danni del terzo mondo interno, che con una produzione praticamente dimezzata, è stato l’olio extravergine di oliva Made in Italy a subire gli effetti più pesanti del cambiamento climatico con una strage che lo scorso inverno ha compromesso 25 milioni di ulivi in zone particolarmente vocate e fatto crollare il raccolto che quest’anno si aggira attorno ai 200 milioni di chili, un valore vicino ai minimi storici per la pianta simbolo della dieta mediterranea e che per un combinato disposto dei due fattori per la prima volta nella storia la produzione spagnola stimata quest’anno in 1,6 miliardi di chili è superiore di oltre sei volte quella nazionale che potrebbe essere addirittura sorpassata da quella della Grecia e del Marocco.

E dire che di dissenso ce n’è e ce n’è stato in questi anni, in Sardegna militarizzata ci sono comitati che si battono da anni contro la svendita del territorio al turismo di lusso di sceicchi ed emiri e ai signori delle guerre, in Puglia intere geografie si rivoltano contro le trivelle e Tap, in tutti i centri urbani ci sono coordinamenti di lotta per la casa, si stanno riorganizzando quelli che denunciano il tradimento del pronunciamento per l’acqua pubblica. E ci sono operai che resistono alle delocalizzazioni, che in piazza ci sono magari andati sabato scorso sperando di trovare posto in quella unità artificiale, padroni compresi, e che hanno scoperto che hanno così aderito ai Si-Tav e diviso la piazza con quelli che pensano che il reddito di cittadinanza (che non mi ha certo convinto) sia peggio delle mancette di Renzi, perché garantirebbe un provento troppo alto rispetto ai salari da fame che i disoccupati troverebbero sul mercato del lavoro, o di quanto guadagnano attualmente gli occupati, grazie all’accettazione da parte dei sindacati di politiche e misure inique. E che possa indurre a un neghittoso scoraggiamento in quelli che non cercano attivamente lavoro per via di due considerazioni inoppugnabili: l’alta percentuale di disoccupati e le condizioni, retributive e non retributive (orari di lavoro, precarietà, intimidazione e ricatti), che attendono i più fortunati premiati da una assunzione a termine, con contratti anomali e capestri.

Bisognerebbe davvero che non lasciassimo soli quelli che lottano invece di appagare il nostro senso di giustizia con una umanitarismo sempre più esangue che non ha la forza né la volontà di contrastare il sistema.

Altrimenti dobbiamo dar ragione a chi,  analizzando i conflitti che da qualche anno incendiano ricorrentemente  le maggiori società occidentali contrapponendo la cerchia antagonista e il ceto dirigente,  società civile e élite, sostiene che l’esercito di chi ha troppo e comanda avrebbe dovuto soccombere, essere spazzato via da noi “straccioni” in gilet o coi forconi, se non ci avessero persuasi che i suoi interessi coincidono  con quelli di buona parte della collettività.  È proprio questa la grande menzogna che va smentita, se il “loro” sviluppo indirizza gli investimenti a beneficio delle cordate padrone della Tav e non sui treni dei pendolari, se l’istruzione pubblica è penalizzata e le carriere si dischiudono davanti alle dinastie degli abbienti, se le politiche urbane promuovono l’edilizia del lusso e del terziario costringendo all’esodo gli strati sociali più bassi, se  la lotta al cambiamento climatico affida al mercato il contenimento dei danni che crea, se gli ulivi di Puglia sono ridotti a paesaggio agricolo a beneficio dei turisti e le coste sarde vengono saccheggiate, sventrate e svendute. Non fidatevi di chi invece di chiamarvi popolo vi chiama populisti-

 

 


Pozzi senza fondo

petrolio_trivelle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Penso sia lecito dire che il socio di minoranza – per quanto riguarda visibilità e potenza comunicativa – si sta conquistando il favore di chi conta e perfino della stampa fino ad oggi ostile, tanto che si è pensato che il consenso popolare dipendesse anche dall’evidente avversione di establishment e informazione, insomma delle cerchie di potere che alcuni dei suoi esponenti, che grazie a questa efficace definizione hanno fatto fortuna, hanno chiamato caste.

Il fatto è che i 5stelle con tutti i Si che stanno pronunciando non solo dimostrano continuità con il passato, cui dovrebbero grata riconoscenza perché ha sparso il concime per far crescere il loro successo, fotocopiando scrupolosamente misure e atteggiamenti dei governi che li hanno preceduti e che ora si chiamano fuori come se l’assoggettamento ai diktat dell’impero dipendesse da una mutazione perversa e aberrante della democrazia che ha permesso a degli sciagurati incompetenti di amministrare il Paese, dando spazio al poliziotto cattivo che aiuta ad assolvere cattive coscienze e sensi di colpa coloniali ma contestandolo nella divisa di quello buono o con la fascia di sindaco, confermando nei fatti con l’impossibilità di spezzare le catene e perfino di immaginare qualcosa d’altro da quello che viene imposto sotto ricatto, di essere approdati al porto sicuro della realpolitik.  E cominciano a piacere anche alla stampa quando sembrano bersi tutte le menzogne e omissioni che l’informazione mainstream produce e diffonde.

A cominciare dai dati sull’esodo e sulle invasioni, che soffrono di una sconcertante intermittenza più adatta alle lucette di Natale: e quando sono milioni e quando sono migliaia, e quando vogliono arrivare e stare o transitare verso terre più sicure, e quando fuggono dalle guerre e quando invece sono posseduti dal demone, che loro non spetterebbe, del consumismo. Per non dire di quelli sull’occupazione e sulle nuove e antiche povertà, tema questo vergognose che ci mette in cattiva luce sul palcoscenico internazionale, tanto che è preferibile consolidare la cattiva fama di popolaccio pigro, indolente e parassitario in attesa di mance e redditi assistenziali.

Ma uno dei contesti nei quali la fantasia di chi scrive sotto dettatura è più sbrigliata e è quello delle grandi opere, degli interventi che insistono su un territorio malato di tutte le patologie possibili frutto di trascuratezza e speculazione. Quasi ogni giorno i quotidiani ci somministrano le rilevazioni catastrofiste e rovinologiche di quanto pagheremmo noi cittadini, le imprese, le amministrazioni pubbliche se avesse il sopravvento un malinteso ambientalismo regressivo e uno scellerato luddismo, messo a fare da ostacolo propagandistico alla libera iniziativa, allo sviluppo e alla competitività internazionale.

E quelli ci credono, quando, se c’è un dato sicuro, è che non ci sono dati, che le cifre e le proiezioni non sono taroccate, semplicemente sono messe là a casaccio, perché non abbiamo mai saputo quanto costano davvero la Tav, il Mose, il gasdotto, meno che mai il Ponte sullo Stretto, in modo da non farci sapere quanto paghiamo noi e quanto ci guadagnano le cordate che dovrebbero contribuire invece grazie a demiurgico sistema del general contract, perché non abbiamo mai saputo e non sapremo mai quale sia il rapporto costi/benefici, perché non abbiamo quindi mai saputo né sapremo mai quanto davvero peserebbe sul bilancio dello Stato e nelle nostre tasche interrompere le più sciagurate dei quelle iniziative a fronte di benefici inesplorati e mai davvero ravvisati, come quando, casualmente e in regime di semiclandestinità qualcuno ha avuto modo e ardire di leggere e rendere noto un samizdat, il documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  su incarico e  trasmesso alla Presidenza del Consiglio, Gentiloni vigente, che recita tra l’altro come non ci sia dubbio “che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti” che l’opera sarebbe stata giustificata da aumenti spropositati di traffico che non si sono affatto verificati e che non potranno comunque verificarsi, che per questo il partner interessato si è tirato indietro. E che altrettanto dovremmo fare noi.

Macché. Proprio mentre il Vice presidente e titolare del Mise in visita pastorale in Basilicata dichiarava che il futuro energetico del Paese dovrà essere “rinnovabile”, ecco che da un altro Bollettino poco diffuso, chissà perché, quello  ufficiale degli idrocarburi (Buig), pubblicato a fine 2018, si apprende che con decreto del 7 dicembre scorso, il ministero dello Sviluppo economico, ha infatti conferito tre permessi, della durata di sei anni, alla società Global Med, a trivellare i fondali di Basilicata, Calabria e Puglia con la tecnica dell’air gun   in un area complessiva di 2.200 chilometri quadrati.  Sempre dalla stessa fonte si viene aggiornati sulla concessione di coltivazione denominata Bagnacavallo alla Aleanna Italia Srl, accordata per la durata di vent’anni e situata nel territorio della provincia di Ravenna che prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi, due esistenti e tre nuovi. Ed anche della proroga conferita per altri 15 anni alla Società Padana Energia Spa sempre in provincia di Ravenna per la coltivazione «San Potito» che metterà in produzione cinque pozzi, suddivisi in tre aree. Ma non basta, viene accordato il permesso  per l’esecuzione di studi geologici e geochimici, il rilievo sismico per circa 20 chilometri e quello  magnotellurico,  oltre che per perforazioni ed esplorazioni, della profondità di circa 7mila metri nella località «Masseria La Rocca», nel  territorio di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza.

A leggere l’elenco salta agli occhi che non si tratta dell’ennesima doverosa conferma di quanto già stabilito, sopportata obtorto collo: dai Bollettini ufficiali degli idrocarburi pubblicati in questi otto mesi non c’è un solo atto di rigetto delle richieste, formalità della quale è necessario dare pubblica informazione. Ciò significa che tacitamente le istanze sono state accolte senza opposizione e i permessi rinnovati, responsabilità che, in dichiarazioni di questi giorni, verrebbero attribuite alle burocrazie ministeriali, tanto che Di Maio si è detto contento che si sia formato un fronte di oppositori pronti a rivolgersi al Tar, con la speranza che sia il tribunale a togliergli le castagne dal fuoco permettendogli di mettere in scena una pantomima che ha avuto centinaia di repliche nel passato: politico contro cavilloso apparatchik 1 a 0. E comunque soluzioni giuridiche e amministrative per introdurre moratorie e per sospendere il regime vigente sono state indicate, cominciando dall’ abrogazione dell’art. 38 della empia legge Sblocca Italia, voluta da Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi,  individuando liberatorie che non comportino oneri eccessivi  e pesanti sanzioni, comunque meno gravose dei costi sociali oltre che economici di interventi dannosi per l’ambiente e il bilancio dello Stato.

Ma ci vorrebbero la volontà e una capacità e iniziativa decisionale che non fanno parte più dell’attrezzatura del politico retrocesso a inserviente zelante che dice si al Terzo Valico, alle Grandi Navi, al tunnel del Brennero, alla Tap e alle Triv. Dando ragione ai giornaloni che si preoccupano di accreditare la imperiosa necessità di andare avanti con le grandi opere, di non fermare il grande sistema di corruzione e speculazione. Senza quelle, lo scrive il Corriere con tanto di schemi e diagrammi, le grandi imprese del Paese, quelle che si sono costitute in cordate mangiasoldi pubblici, i cui manager entrano – e escono subito-  dalle porte girevoli dei tribunali,   che hanno ricevuto e ricevono assistenza e prebende di Stato che investono in  “giochi di società” nella grande roulette finanziaria,  sono destinate a fallire. Confermando che la ragion d’essere di interventi megalomani è lo sviluppo, si, ma non del Paese, bensì di una cricca di aziende. Senza quelle migliaia di lavoratori se ne andranno a casa. Confermando che le sole prospettive occupazionali  sono quelle del lavoro manuale e precario, che dura quanto dura tirar su un grattacielo, perforare un fondale e che non è ipotizzabile trasformarlo in attività di difesa, salvaguardia e risanamento del territorio, ricostruzione e costruzioni antisismiche, sulla quale indirizzare quegli investimenti del Fondi Strutturali, del Fondo di Sviluppo e Coesione,  del Fondo investimenti e Sviluppo infrastrutturale cui contribuiamo e che sono stati ridotti a arma di intimidazione e estorsione.

Ogni tanto dovremmo chiederci cosa succederebbe a dire di no ai padroni, in fondo ci sono stati tempi nei quali è successo che dimostrano che ne valeva la pena.


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