downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia ormai consolidata prassi incaricare saggi, tecnici, consulenti e esperti perché svolgano indagini, conducano approfondimenti, traggano conclusioni utili a indirizzare governi nazionali e locali in modo che vengano compiute le scelte più opportune per l’interesse generale. Per poi licenziarli, rimuoverli, smentirli e soprattutto gettare nel cestino della carta straccia i loro contributi, per lo più pagati profumatamente.

Deve essere successo così anche con il rapporto redatto per conto della Regione Emilia Romagna da un panel di esperti chiamati a dire se i terremoti che hanno colpito la regione nel 2012 possano aver avuto come concausa le attività estrattive del petrolio (che nella regione si praticano da decenni) e, più in generale, trivellazioni e perforazioni del suolo, se    in barba alla Costituzione si dà licenza di trivella ai petrolieri nazionali e esteri,  dando  concreta operatività alle disposizioni dell’articolo 38 dello “Sblocca Italia”,  che permettono di applicare  procedure semplificate per una serie di   infrastrutture strategiche e per una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via), trasferendo  le competenze ora in capo alle Regioni, al Ministero dell’Ambiente. Un caso di successo dell’attività della lobby delle perforazioni spericolate e degli inopportuni scandagli è senz’altro rappresentato dall’accordo stipulato tra Eni e Comune di Ravenna che prevede il “disinteressato” stanziamento di fondi (12 milioni) per studi sulla subsidenza in cambio dell’impegno a intervenire in Regione per interrompere la moratoria sulle attività estrattive. Se ne vantano sindaco eletto grazie a una lista ecumenica della quale fanno parte  Di Pietro Italia dei Valori,  Pri,  Partito Democratico,  Rifondazione Comunista-comunisti Italiani, Sinistra Ecologia Libertà,  Radicali Laici Socialisti, e il  vice sindaco Mingozzi: la decisione, dice,   rappresenta l’opportunità di riprendere ricerche e utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in Adriatico, garantendo il rispetto delle più avanzate normative di tutela del mare e dell’economia costiera. La  nostra posizione suffragata dall’impegno della Regione può essere determinante affinché il futuro economico delle imprese del settore sia salvaguardato e, in materia di approvvigionamenti l’Italia possa avere più soluzioni per non correre rischi di dipendenza dai Paesi dell’ex Unione sovietica e del Mediterraneo”.

Così in coerenza con lo spirito che anima l’azione di governo e il decreto Sblocca Italia, suo fiore all’occhiello,  nella più totale indifferenza per gli effetti relativi alla subsidenza: “niente paura, tranquillizza il Comune, queste attività non si possono effettuare entro le 12 miglia dalla costa”, per non dire di quelli attribuibili all’inquinamento: “verranno utilizzate alte tecnologie a garanzia dell’equilibrio ecologico”,   le trivellazioni in Adriatico vengono assimilate alle grandi opere che rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili», grazie a quel gioco di prestigio caro agli illusionisti di governo secondo il quale qualsiasi intervento che porti profitti a privati avidi e disinvolti, si converte in azione preminente, improrogabile, improcrastinabile, cui si possono applicare procedure eccezionali, fuori dalle regole e, se serve, dal dettato costituzionale.

D’altra parte avevano già ricevuto la benedizione di uno sponsor autorevole. Era stato Romano Prodi in un diktat sotto forma di editoriale a raccomandare in modo pressante lo sfruttamento intensivo di “quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia”, e delle risorse di idrocarburi presenti in Adriatico, prima che lo faccia qualcun altro, in particolare la Croazia che ha votato l’installazione di 14 piattaforme. Sembra proprio di sentire gli argomenti al limite del “demenziale” che venivano messi in campo per tradire il pronunciamento popolare contro il nucleare: che senso ha non investire sull’atomo quando lo fa la Francia alle porte di casa? Che senso  avrebbe dire no se hanno detto si i nostri vicini, con i quali divideremo rischi senza godere dei benefici? Come se fosse trascurabile l’accumulo di pericolo, soprattutto in un paese che non ha saputo nemmeno mettere in sicurezza le sue scorie e che vanta un curriculum di imprudenze e irresponsabilità, del quale fanno parte Ilva, Eternit, Acna, fabbriche del cancro e opere dalla formidabile pressione ambientale e corruttiva.

E’ che il mantra della competitività a tutti i costi trova sempre nuovi interpreti, anche quando viene ripetuto  a scopo simbolico più che in vista di un reale interesse. Se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, si coprirebbe  circa il fabbisogno di 4 mesi di consumi  di un Paese nel quale la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza. Ma si aprirebbe invece la strada a sempre nuovi appetiti insaziabili dei signori del petrolio, i veri beneficiari dello sfruttamento di quei giacimenti del quale noi cittadini godremmo ben poco, se calcoliamo il valore delle royalties per le estrazioni, le più basse del mondo e per non parlare dei danni accertati che arrecano alla pesca, al turismo, alla qualità ambientale.

Spetta ai cittadini ancora una volta battersi contro il sacco dell’Adriatico, il “mare stretto” secondo Braudel,  il “mare dell’intimità secondo Metvejević,  per indicarne quella dimensione lacustre sulla quale insistono tanti paesi, tutti interessati a preservarlo, a tutelarne ricchezza e qualità. E con forza perché il fronte del profitto privato contro l’interesse generale è ampio e senza scrupoli e ha contagiato  ormai anche quelli che dovrebbero essere chiamati a salvaguardare  quel bene comune supremo che è l’ambiente, quelli che dovrebbero rappresentare il nostro diritto a goderne e quello di chi verrà dopo di noi. A cominciare dal Ministro dell’Ambiente, che ha già annunciato di non essere “né pro, né contro”, rivendicando un suo ruolo notarile: “mi limiterò a applicare le leggi” e richiamando a un ragionevole realismo: “i combustibili fossili ci servono ancora: vanno estratti, ma con le dovute garanzie”, e ribadisce entro le 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette nessuno può trivellare, e già questa è una garanzia assoluta. Poi, vediamo se ci sono le condizioni per estrarre altrove”. Non ci resta che evitare che quell’ “altrove” non sia qui.