Annunci

Archivi tag: Croazia

Guerra del gas: la Germania si ribella

frackpenj-e1361915720445-400x250Oggi, prendendo spunto dalla morte di Kohl, mi voglio esercitare in una di quelle decostruzioni delle narrazioni ufficiali che a volte sembrano troppo fantasiose o troppo forzate, ma che comunque contegono un nucleo di verità incontestabile. Parto da una notizia in qualche modo inaspettata che giunge da Berlino: Germania e Austria hanno espresso forti critiche sulle ultime sanzioni statunitensi contro Mosca, dicendo che potrebbero pregiudicare le imprese europee impegnate nella costruzione di gasdotti per portare in centro Europa il gas naturale russo. Impegnate in sostanza a bypassare attraverso il North Stream Ucraina e Polonia, ossia i due Paesi più antirussi per tradizione o per golpe che vi siano sul continente, cosa che come si può immaginare dispiace in maniera eccezionale a Washington.

Ora basta prendere questo fatto, ribaltarlo, tirarne le conseguenze e abbiamo una nuova filigrana di lettura della realtà nella quale l’assalto all’Ucraina, i pasticci in Turchia e successivamente in Iran e Qatar, fanno sì parte della strategia di accerchiamento della Russia per impedire una ripolarizzazione mondiale, ma hanno come importante punto iniziale questioni interne, in pratica il salvataggio delle aziende petrolifere impegnate nel fracking e tutto l’alone di speculazione borsistica attorno ad esse. Com’è noto è stato Bush, petroliere mancato, a promuovere le nuove tecniche estrattive ed è stato Obama a premere sull’acceleratore con la promessa o forse è meglio dire miraggio di far tornare gli Usa fra i maggiori esportatori di greggio, ma soprattutto con l’obiettivo di contenere la crisi con lo svilupppo di una nuova corsa all’oro nero. Disgraziatamente l’estrazione di petrolio con le tecniche del fracking oltre ad essere estremanete pericolosa per l’ambiente, per l’acqua, per l’atmosfera è anche parecchio più costosa rispetto ai normali pozzi, compresi quelli sottomarini  e dunque tutto il settore si è in qualche modo sviluppato in una bolla a metà fra borsa e Stato fino a che non è intervenuto un calo drastico dei prezzi del petrolio che ha messo in grossi guai quelli che si erano buttati sulla nuova frontiera, i grandi investimenti subito accorsi e l’ancor più grande alea speculativa attorno ad essi.

Ora però c’è un ulteriore problema: dai pozzi si estrae sia petrolio che gas, ma quest’ultimo rischia di non costituire un guadagno quanto una perdita soprattutto per gli operatori più piccoli, perché l’utilizzo del gas è meno sviluppato negli Usa rispetto all’Europa e il recupero di esso nelle particolari condizioni della tecnica di fratturazione, ne aumenterebbe ancora i costi a livelli limite. Tanto limite che si è creata una situazione assurda nella quale da una parte esiste una sovrapproduzione gasiera, dall’altra gli Stati Uniti continuano a importare dal Canada. Per reggere la baracca del fraking così vitale per la favoleggiata nuova America saudita era ed è vitale trovare dei mercati a cui vendere questo gas e dove principlamente se non in Europa? Disgraziatamente del continente fa parte anche il maggior produttore mondiale di gas oltre che detentore delle maggiori riserve planetarie ossia la Russia che con i suoi gasdotti, può rifornire l’Europa a prezzi molto più bassi rispetto agli Usa che già estraggono a prezzi superiori, ma poi devono liquefare il gas riempire le navi e mandarle dall’altra parte dell’Atlantico. Certo visti gli sprechi anche un prezzo geopolitico può dare un po’ di respiro, ma i Paesi importatori devono comunque spendere miliardi per gli impianti di degassificazione e di trasporto .

Dunque la maniera per poter attuare il proposito è impedire alla Russia di esportare, di metterla in difficoltà, di isolarla e anche di mandare a gambe all’aria quei Paesi che godono di immense riserve di gas ancora in gran parte inutilizzate, ma a portata di gasdotto per l’Europa: volete qualche nome? Il golfo della Sirte, dunque Libia, il braccio di mare tra Cipro e le coste della Siria, il Qatar e l’Iran che già producono abbastanza, ma che hanno immense riserve e che soprattutto insieme potrebbero rifornire il continente europeo e parte dell’Asia senza bisogno di degassificatori. Ma anche la Grecia e l’Egeo sono miniere già accertate e sia pure in misura minore alcuni tratti di costa turca e dell’Egitto. Ora si dà il caso che tutti questi Paesi, oltre alla Russia stessa, siano entrati nel mirino di Washington e degli ascari di Bruxelles con la guerra, tentati golpe, primavere arabe, distruzione economica, minacce per interposti amici importazione di terrorismo e quant’altro. Certo si tratta di apparenti coincidenze che trovano tutttavia un riscontro temporale visto che le vicende elencate sono ominciate insieme al boom del fracking negli Usa tra la fine del 2010 e il 2011, lo steso periodo in cui improvvisamente tutti noi scoprimmo che dovevamo diversificare le nostre fonti, costruire dagassificatori a più non posso e in sostanza comprare dagli Usa a prezzo maggiorato (vedi nota).

Ovvio che non è possibile spiegare tutto solo alla luce di questo, ma le troppe coincidenze ci dicono che si tratta di un elemento importante nella dinamica dei fatti. L’inattesa anche se serpeggiante ribellione sul North Stream della Germania, del resto già avvertita con l’affaire Wolkswagen tramite l’ennesima “agenzia indipendente”, conferma che la pista non insegue miraggi. E che l’unico miraggio è fidarsi dell’estremo occidente.

Nota E’ curioso a questo proposito notare come sia stata la Croazia  ad ottenere, dopoGas-piantina una battaglia con l’Italia e la Slovenia,  finanziamenti europei per costruzione un degassificatore sull’isola di Veglia. Curioso perché Slovenia e Croazia sono comprese in pieno nel più vasto bacino europeo adatto all’estrazione di olio e gas con la tecnica del fracking e per giunta hanno una situazione antropica di certo più  favorevole di altri aree del continente. In particolare entrambi i Paesi possiedono queste risorse lontano dalla zona turistica costiera. Risultato: devastazione delle coste per comprare gas da fracking dallo zio Sam in maniera da essere compiutamente zio Tom.

Annunci

Caravan Petrol

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta l’imprudente, e finora impunita, impudenza speculatrice del Governo Renzi potrebbe essere fermata. Potrebbero essere scartati i pacchi dono che vuole offrire alle cordate amiche, quelle del cemento, delle scavatrice, delle perforatrici, dei petrolieri dei piazzisti e dei devastatori dei beni comuni. Il 22 settembre potrebbe essere una data da ricordare se, come si può sperare, il consiglio della Conferenza Unificata approverà le deliberazioni presentate da almeno cinque  assemblee regionali  concernenti la richiesta di referendum abrogativo di alcune normative statali relative ai permessi di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in mare e terraferma.

Si, forse potrebbe andarci bene: le trivelle in Adriatico (ne abbiamo parlato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/01/23/devastare-ladriatico-litalia-imita-la-croazia/ ) pare non le voglia quasi nessuno. Non le vogliono nemmeno alcuni governatori di stretta osservanza: quelle delle Puglie, quello delle Marche, non le vuole la Sicilia, non le vuole nemmeno Zaia (la Moretti probabilmente si così come vuole lo scavo di un  canale assassino in Laguna, ma per fortuna è stata trombata), dicono di no le diocesi, i vescovi, le associazioni dei cittadini delle regioni costiere, quelle ambientaliste e quelle dei consumatori, anche per via della considerazione, non marginale, che tanto sforzo, tanta pressione sull’ecosistema, tanti costi porterebbe un risultato ridicolo.

Altro che montagna che partorisce il topolino: le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi annuali nazionali, quelle di gas a circa 6 mesi.  Dicono no perfino alcune compagnie che avevano pensato di mettere al zampa sul bottino: due società petrolifere, l’austriaca OMV e la statunitense Marathon Oil, hanno rinunciato a  7 delle 10  concessione che erano state assegnate loro  per ricercare idrocarburi nell’Adriatico croato, con la motivazione ufficiale che non era stata  ancora risolta la disputa sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro, ma con quella reale che con il prezzo del greggio in discesa e la rivolta montante   contro le trivelle che ormai comprende non solo Croazia e Italia ma anche comunità e cittadini dei Paesi vicini (Austria, Slovenia, Ungheria e Slovacchia),   non se la sentono più di rischiare per due gocce di greggio. A dire si resta a piè fermo il governo e qualche comune incravattato dai vincoli di bilancio, che si è accontentato di una “mancia”: 12 milioni per quello di Ravenna, investiti dall’Eni per pagare i servizi da supporter dell’iniziativa sotto la dicitura di costi per la tutela della costa e per studi di settore.

E così mentre si riduce anche la compagine degli attori interessati, si capisce meglio, se vi fossero ancora dei dubbi, la natura della pervicace volontà del governo nel condurre una battaglia dissennata, approfittando di vuoti normativi che andrebbero colmati (in Italia la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le trivelle considera solo gli effetti secondari, come lo sversamento in mare di qualche metro cubo di idrocarburi,  senza affrontare l’analisi dei rischi per gli incidenti rilevanti, come l’esplosione nel 2010 della Deepwater Horizon in Louisiana che impose la revisione della normativa internazionale), saltando adempimenti cruciali (da noi a differenza che in Croazia, non è mai stata effettuata una Valutazione Ambientale Strategia (VAS) sulle ricerche offshore di idrocarburi, che dovrebbe definire anche in quali aree sensibili queste ricerche non possono essere eseguite), esautorando le autorità locali  che non erano state chiamate a pronunciarsi, mentre la giurisprudenza e la ragione imporrebbero una costante consultazione e una forte intesa bilaterale tra lo Stato e la Regione interessata.

Tutto questo in virtù dell’anomalia sotto forma di legge, dell’illecito in veste di decreto dello Sblocca Italia  che qualifica le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi e la realizzazione degli oleodotti e dei gasdotti come di “interesse strategico”, di “pubblica utilità” e “indifferibili”, limitando, con ciò, le prerogative riconosciute dalla Costituzione agli Enti territoriali circa l’esercizio delle funzioni amministrative, come  nel caso dei piani di gestione e tutela del territorio, dei piani urbanistici ed edilizi e dei piani paesaggistici, nella logica autoritaria, accentratrice e sottomessa agli interessi privatistici e padronali che caratterizza l’azione di governo., si tratti di Senato, legge elettorale, scuola, lavoro. Tanto che   il titolo concessorio unico per effettuare quella gamma di “attività strategiche” contiene il “vincolo preordinato all’esproprio dei beni” già a partire dalla fase della ricerca,   determinando un inammissibile svuotamento del diritto di proprietà dei “piccoli” in favore dei “grandi” e che  “qualora le opere comportino una variazione del piano urbanistico, la relativa autorizzazione ha effetto di variante urbanistica”   espropriando le comunità della prerogativa di scegliere il proprio modello di sviluppo.

Perfino l’ortodosso Emiliano si è lasciato andare ad ammettere che  “se lo scopo è semplicemente accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata, nella speranza che non lo trovi neanche il petrolio, a me sembra un modo non preciso di ragionare”.

E infatti ci vuol poco a capire che si tratta del solito gioco di prestigio pensato per appagare gli appetiti di bestione a molte zampe, di compagnie straniere in vena di anticipare gli effetti delle grandi alleanze commerciali,  spesso interessati alla prima fase, quella degli studi, della progettazione, delle prospezioni preliminari, che è poi quella degli incarichi opachi, degli appalti facili, degli affidamenti disinvolti, resi possibili dall’abitudine alla corruzione e dalla corruzione delle leggi dello Stato da parte di un governo indifferente a un mare già diventato cimitero di disperati e domani sepolcro di natura, specie, vita.


Devastare l’Adriatico, l’Italia imita la Croazia

downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia ormai consolidata prassi incaricare saggi, tecnici, consulenti e esperti perché svolgano indagini, conducano approfondimenti, traggano conclusioni utili a indirizzare governi nazionali e locali in modo che vengano compiute le scelte più opportune per l’interesse generale. Per poi licenziarli, rimuoverli, smentirli e soprattutto gettare nel cestino della carta straccia i loro contributi, per lo più pagati profumatamente.

Deve essere successo così anche con il rapporto redatto per conto della Regione Emilia Romagna da un panel di esperti chiamati a dire se i terremoti che hanno colpito la regione nel 2012 possano aver avuto come concausa le attività estrattive del petrolio (che nella regione si praticano da decenni) e, più in generale, trivellazioni e perforazioni del suolo, se    in barba alla Costituzione si dà licenza di trivella ai petrolieri nazionali e esteri,  dando  concreta operatività alle disposizioni dell’articolo 38 dello “Sblocca Italia”,  che permettono di applicare  procedure semplificate per una serie di   infrastrutture strategiche e per una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via), trasferendo  le competenze ora in capo alle Regioni, al Ministero dell’Ambiente. Un caso di successo dell’attività della lobby delle perforazioni spericolate e degli inopportuni scandagli è senz’altro rappresentato dall’accordo stipulato tra Eni e Comune di Ravenna che prevede il “disinteressato” stanziamento di fondi (12 milioni) per studi sulla subsidenza in cambio dell’impegno a intervenire in Regione per interrompere la moratoria sulle attività estrattive. Se ne vantano sindaco eletto grazie a una lista ecumenica della quale fanno parte  Di Pietro Italia dei Valori,  Pri,  Partito Democratico,  Rifondazione Comunista-comunisti Italiani, Sinistra Ecologia Libertà,  Radicali Laici Socialisti, e il  vice sindaco Mingozzi: la decisione, dice,   rappresenta l’opportunità di riprendere ricerche e utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in Adriatico, garantendo il rispetto delle più avanzate normative di tutela del mare e dell’economia costiera. La  nostra posizione suffragata dall’impegno della Regione può essere determinante affinché il futuro economico delle imprese del settore sia salvaguardato e, in materia di approvvigionamenti l’Italia possa avere più soluzioni per non correre rischi di dipendenza dai Paesi dell’ex Unione sovietica e del Mediterraneo”.

Così in coerenza con lo spirito che anima l’azione di governo e il decreto Sblocca Italia, suo fiore all’occhiello,  nella più totale indifferenza per gli effetti relativi alla subsidenza: “niente paura, tranquillizza il Comune, queste attività non si possono effettuare entro le 12 miglia dalla costa”, per non dire di quelli attribuibili all’inquinamento: “verranno utilizzate alte tecnologie a garanzia dell’equilibrio ecologico”,   le trivellazioni in Adriatico vengono assimilate alle grandi opere che rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili», grazie a quel gioco di prestigio caro agli illusionisti di governo secondo il quale qualsiasi intervento che porti profitti a privati avidi e disinvolti, si converte in azione preminente, improrogabile, improcrastinabile, cui si possono applicare procedure eccezionali, fuori dalle regole e, se serve, dal dettato costituzionale.

D’altra parte avevano già ricevuto la benedizione di uno sponsor autorevole. Era stato Romano Prodi in un diktat sotto forma di editoriale a raccomandare in modo pressante lo sfruttamento intensivo di “quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia”, e delle risorse di idrocarburi presenti in Adriatico, prima che lo faccia qualcun altro, in particolare la Croazia che ha votato l’installazione di 14 piattaforme. Sembra proprio di sentire gli argomenti al limite del “demenziale” che venivano messi in campo per tradire il pronunciamento popolare contro il nucleare: che senso ha non investire sull’atomo quando lo fa la Francia alle porte di casa? Che senso  avrebbe dire no se hanno detto si i nostri vicini, con i quali divideremo rischi senza godere dei benefici? Come se fosse trascurabile l’accumulo di pericolo, soprattutto in un paese che non ha saputo nemmeno mettere in sicurezza le sue scorie e che vanta un curriculum di imprudenze e irresponsabilità, del quale fanno parte Ilva, Eternit, Acna, fabbriche del cancro e opere dalla formidabile pressione ambientale e corruttiva.

E’ che il mantra della competitività a tutti i costi trova sempre nuovi interpreti, anche quando viene ripetuto  a scopo simbolico più che in vista di un reale interesse. Se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, si coprirebbe  circa il fabbisogno di 4 mesi di consumi  di un Paese nel quale la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza. Ma si aprirebbe invece la strada a sempre nuovi appetiti insaziabili dei signori del petrolio, i veri beneficiari dello sfruttamento di quei giacimenti del quale noi cittadini godremmo ben poco, se calcoliamo il valore delle royalties per le estrazioni, le più basse del mondo e per non parlare dei danni accertati che arrecano alla pesca, al turismo, alla qualità ambientale.

Spetta ai cittadini ancora una volta battersi contro il sacco dell’Adriatico, il “mare stretto” secondo Braudel,  il “mare dell’intimità secondo Metvejević,  per indicarne quella dimensione lacustre sulla quale insistono tanti paesi, tutti interessati a preservarlo, a tutelarne ricchezza e qualità. E con forza perché il fronte del profitto privato contro l’interesse generale è ampio e senza scrupoli e ha contagiato  ormai anche quelli che dovrebbero essere chiamati a salvaguardare  quel bene comune supremo che è l’ambiente, quelli che dovrebbero rappresentare il nostro diritto a goderne e quello di chi verrà dopo di noi. A cominciare dal Ministro dell’Ambiente, che ha già annunciato di non essere “né pro, né contro”, rivendicando un suo ruolo notarile: “mi limiterò a applicare le leggi” e richiamando a un ragionevole realismo: “i combustibili fossili ci servono ancora: vanno estratti, ma con le dovute garanzie”, e ribadisce entro le 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette nessuno può trivellare, e già questa è una garanzia assoluta. Poi, vediamo se ci sono le condizioni per estrarre altrove”. Non ci resta che evitare che quell’ “altrove” non sia qui.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: