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Sangue, petrolio e dollari

petrolioscistoQualche giorno fa in post dal titolo    avevo ipotizzato che la total ostilità all’Iran e la volontà di tenere tra le grinfie il medio oriente non derivi tanto dalla quantità di petrolio e gas che vi si trova, visto che gli Usa sono ormai autosufficienti e persino esportatoti grazie al fracking quanto dalla necessità che gli scambi continuino ad essere in petrodollari per conservare alla moneta verde lo status di riserva mondiale. Questo obiettivo è abbastanza evidente in ogni mossa fatta da Washington quantomeno nell’ultimo decennio, ma c’è un’altra considerazione da tenere in conto ovvero che il petrolio e il gas di scisto, la nuova terra promessa è a suo modo una bolla e che le previsioni ottimistiche per un  aumento costante della produzione fino al 2050 sono del tutto irrealistiche. Per ottenere questo risultato bisognerebbe scavare oltre 1,5 milioni di nuovi pozzi e investire 11 mila miliardi dollari prosciugando completamente le risorse. In realtà tutto questo è frutto del tipico ottimismo contemporaneo: si era pensato che gli avanzamenti tecnologici in questo campo avrebbero permesso di poter sfruttare meglio i pozzi che oggi diminuiscono in tre anni la loro produzione fra il 75 e il 90% e di poter cavare petrolio anche da quelle aree che oggi non sono sfruttabili, almeno non in maniera economicamente vantaggiosa. Ma in realtà la tecnologia “miracolosa” che sta estraendo petrolio e gas naturale non precedentemente disponibili da terra non è mai stata in grado di rendere l’industria nel suo complesso redditizia e i miglioramenti tecnologici hanno solo portato a un esaurimento più rapido delle riserve e non a una crescita della quantità totale di petrolio e gas che può essere prodotta.

Insomma c’è stata una sorta di bolla dello scisto che recentemente ha ricevuto un duro colpo dallo studio di uno scienziato della terra, David Hughes, condotto sui dati forniti dai 13 principali attori del settore, il quale mostra tutti i limiti di questa risorsa e quella della campagna sull’eden petrolifero che è cominciata con Obama. Tuttavia già da tempo si è diffuso un certo scetticismo nel settore sul reale potenziale dello scisto visto che le società nel loro insieme non hanno fatto altro che distruggere il proprio capitale nell’ultimo decennio, perdendo l’80% del valore di mercato a metà 2019. Il fatto è che i flussi di cassa sono stati costantemente negativi per quasi tutti le principali compagnie che si sono avventate sull’osso sperando che ci fosse molta più carne attaccata e le ha costrette più volte a raccogliere fondi attraverso i mercati obbligazionari e azionari. Sfortunatamente per gli investitori, queste iniezioni  di denaro non hanno stabilizzato il settore e ora questo gioco di continua ricapitalizzazione sembra alla fine perché i rendimenti del capitale non hanno eguagliato nemmeno da vicino la crescita della produzione tanto che  l’industria dello scisto ha bruciato quasi 200 miliardi negli ultimi 10 anni. Il 2019 è stato l’anno nero del fracking perché nel bacino del Permiano, un gigantesco giacimento petrolifero sotto le polverose pianure del Texas occidentale e del Nuovo Messico che è all’origine di oltre un terzo della produzione petrolifera statunitense, la produzione è cresciuta del 17% nell’ultimo anno, rispetto a un aumento di quasi il 40% nei precedenti 12 mesi: il che vuol dire che non sono arrivati i soldi per aprire abbastanza nuovi pozzi e sostituire quelli in esaurimento. Questo senza nemmeno parlare della resistenza sempre più netta delle comunità locali alla devastazione ambientale che questa tecnica comporta e che aumentata con le tecnologie di sfruttamento più intensivo e di cui Greta, assai opportunamente, nemmeno si è accorta. 

Insomma il paradiso può attendere, anzi nemmeno esiste e questo ha un notevole peso, assieme ovviamente agli altri fattori, nel rendere più aggressiva la volontà americana di rimanere in medio oriente e il tentativo di tenere fuori dal mercato petrolifero l’Iran, cosa che  oltretutto contribuisce nell’immediato a tenere alti i prezzi dell’oro nero ed evitare il crollo dell’industria dello scisto. Cosa che assume connotati a volte tragici come nell’assassinio di Soleimani, a volte grotteschi come l’avvertimento a Pechino di non comprare oro nero da Teheran pena un embargo sui farmaci americani, cosa che forse all’uomo della strada, vittima dell’informazione padronale potrà parere una grave intimidazione: nessuno infatti gli ha detto che il gigante asiatico, non solo è presente in maniera massiccia nell’azionariato delle industrie Usa del farmaco, ma fornisce il 40% delle componenti attive presenti nei farmaci americani e l’80% degli ingredienti utilizzati dall’India, primo fornitore globale di farmaci generici: insomma se questo embargo fosse davvero attutato, in tre mesi le farmacie americane sarebbero vuote, mentre quelle cinesi non ne risentirebbero per nulla. Non è una cosa perché già nel 2001 dopo una serie di attacchi all’antrace Washington  ha dovuto acquistare 20 milioni di dosi di doxiciclina proprio in Cina anche se con la mediazione di aziende europee. Ma si cerca di fare scena a favore del pubblico che non ha la minima idea di assistere a un film e che la realtà fuori della sala dove si proietta Matrix è un’altra cosa. 


Le mele avvelenate dei Giardini del re

Giardini-reali-Live-in-Venice-03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ha qualche decennio di ricordi da ripercorrere sa che una delle mete dei ragazzini veneziani, oltre al campo e alle calli sotto casa, erano i giardinetti Reali di San Marco nei quali si poteva addirittura circolare in bicicletta o coi pattini e dove girava con la sua cassettina appesa al collo Caramel Bepi, che vendeva ben prima delle merendine sotto vuoto del fidanzato delle galline, la sontuosa frutta caramellata che gocciolava il suo oro scuro sulle dita dei golosi.

Per anni il sito venne abbandonato all’incuria e oggi sappiamo perchè, dato che non è mai casuale. Come al solito per combattere una crisi prolungata in corso di diventare emergenza, le autorità si rivolgono a benevoli mecenati che con convenzioni speciali, incarichi straordinari e commissariamento extra legem si fanno generoso carico delle soluzioni.

Anche in questo caso grazie a una convenzione stipulata dal comune il recupero e la valorizzazione del complesso è stata affidata ad apposita Fondazione la Venice Gardens Foundation, alla cui presidenza siede maestosa  la signora Adele Re Rebaudengo, che per una coincidenza reca il cognome del più prestigioso   tra i soci fondatori insieme a meno influenti personalità.

Tra loro, si legge sul sito, c’è  un commercialista, l’indispensabile operatore culturale che adesso si chiama Cultural Manager, una “imprenditrice agricola” e giardiniera che dovrebbe richiamare alla mente l’eroina immaginaria del film sui giardini di Versailles, oltre a un manager nel settore ormai prioritario nel mondo dell’arte, quello  della logistica e conservazione del patrimonio creativo, che immaginiamo molto occupato nel dinamico comparto delle mostre e mostricciattole che animano il panorama culturale globale  con vigorosa e instancabile  circolazione di opere delicate, sensibili e indifese, costrette viaggi intercontinentali anche in forma di spot dei salami del norcino di corte, come successe con due guglie del Duomo. E infatti Sattis Arteria, azienda leader nel mercato del trasporto, imballaggio, movimentazione e installazione di opere d’arte, insieme all’azienda  del più autorevole Re Rebaudengo, quell’Asja che produce energia pulita da fonti rinnovabili contribuendo a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatico, a una più inoffensiva fondazione musicale e ad una più preoccupante start up di, cito,  professionisti appassionati in grado di fornire soluzioni ad hoc per il settore del Retail e della Grande distribuzione organizzata sono i soci sostenitori dell’alleanza per  ridare quel polmone verde alla città.

Polmone, di proprietà del Demanio,  che sarà inaugurato a novembre in occasione della Festa della Madonna della Salute, quando al completamento della serra, del ripristino del Padiglione Santi, delle balaustre e del pergolato, si aggiungerà quello della parte botanica.

La spesa finale, in parte finanziata dalle Generali col, cito ancora,  propellente dell’Art Bonus,   informa la presidentessa,   “sarà alla fine più importante dei 4 milioni e 700 mila euro inizialmente previsti, ma credo sia normale, con un intervento di questo tipo…..ma  la passione e la voglia di restituire i Giardini ai cittadini e al mondo era tale che ci ha permesso di superare ogni ostacolo”.

E volete che tanta audace e  filantropica solerzia non venga ricompensata? il premio, ci ha informato uno giornalista locale tra i pochi che non si fanno incantare dalle narrazioni di mecenati e protettori di Venezia con cazzuola e piccone, consiste in due costruzioni che orneranno il quadro naturalista della lussureggiante vegetazione  con il valore aggiunto dell’altro inesauribile filone nazionale, che anche la pancia vuole la sua parte, e mica vorrete farci sedi di raccolte museali, memorie della storia del sito, oppure un bel niente in una città dove si dovrebbe usare particolare cautela,  macché,  invece due ristoranti!

Protestano, invano, Italia Nostra, associazioni cittadine come il Gruppo 25 Aprile, saranno invece contenti i fan del sindaco, il popolo degli osti sia pure in concorrenza, la lobby degli affittacamere, tra i quali, abbiamo saputo da Bechis in un brillante resoconto, spicca inattesa la figura del nostro Ministro dei Beni Culturali che ha convertito la magione avita in celebrato B&B (https://www.iltempo.it/home/2019/09/17/gallery/svolta-di-franceschini-addio-al-suo-b-b-1209773/ ).

E che volete farci? sono queste le leggi del mercato, cui pare si debba doverosamente sottostare se abbiamo ingoiato ogni genere di rospi, da Nerone sul Palatino per l’allestimento di un’opera rock, alle mutande in passerella alla Gipsoteca, dalla zumba tra le mummie di Torino alle gare di canottaggio nella Reggia di Caserta, iniziative guardate con benevola soddisfazione da Franceschini tornato a promuovere quella che chiamano valorizzazione:  il saccheggio delle foreste tropicali per farne parquet, l’offerta a prezzo vantaggioso del nostro patrimonio immobiliare altrimenti destinato all’artata decadenza, il ministro della riforma che gli esperti hanno definito “un regolamento illegittimo per la disarticolazione delle istituzioni di tutela”, e si vede, quello dei direttori di museo manager, incaricati di far cassa, quello con un occhio di riguardo per il turismo, magari grazie alla conversione dei territori siciliani in polo del golf. Si, quello oggetto di un formidabile anagramma di Bartezzaghi: “Dario Francheschini / Dir frasi canoniche”, pensato in occasione del lancio dello slogan ministeriale: “La cultura è il nostro petrolio”.

E via a grattare il fondo del barile, a sfruttare fino all’esaurimento delle risorse, a svendere per far su artdollari da accreditare sui conti dei  “mecenati”.

 

 


Il golpe chiavi in mano

guaido-juanForse qualcuno potrà stupirsi della frequenza con cui parlo del Venezuela e delle sue vicende come se i problemi che ci sovrastano non fossero già abbastanza, il fatto è però che laggiù si giocano i fondamentali di quella stessa governance globale con la quale dobbiamo vedercela ogni giorno, ma in modo più scoperto e più feroce, senza gli infingimenti e le mediazioni tipiche dell’Europa: il Paese sudamericano diventa perciò la chiave di volta per comprendere senza illusioni il mondo in cui viviamo e decrittare  il linguaggio percettivo del’informazione mainstream. Infatti non assistiamo solo al divampare senza ritegno  dell’imperialismo di marca americana che ha fatto carne di porco di qualsiasi diritto internazionale, ma contemporaneamente delle azioni contro i cittadini che dissentono e i pochi giornalisti coraggiosi in una marea di prezzolati compulsivi, alle intercettazioni massicce e illegali che ormai dilagano senza più nemmeno gli argini posti da leggi sempre più lasse. Oggi il watergate sarebbe fuori della norma solo per la carenza di illegalità rispetto a ciò che avviene quotidianamente.

Pur di controllare il petrolio non ci si ferma davanti a nulla in quella che Snowden chiama la “tirannia chiavi in mano”. Il taglio dell’energia elettrica e del rifornimento di cibo e medicine all’ambasciata del Venezuela a Washington per compiacere i golpisti allevati e pagati nelle stie dell’arancionismo, nonché il pestaggio dei giornalisti e degli attivisti per aver osato lanciare pagnotte e patate agli assediati, è davvero un quadro di Bosch che fa il paio con gli accaparramenti alimentari e i sabotaggi contro il governo Maduro: interno ed esterno combaciano perfettamente, soprattutto quando su questa situazione diventa palese la congiura del silenzio messa in atto dall’informazione. Tutto questo ci insegna che non possiamo aspettarci nulla di buono e in nessun caso dalla elite globale e dai suoi alleati palesi o magari nascosti dietro vesti di opposizione retorica, specie oggi che sta incontrando resistenze di forza inaspettata mettendo in crisi alcuni punti fermi dell’agenda globale. Naturalmente le stesse considerazioni valgono per l’infame vicenda Assange o per la repressione spietata e quasi sempre condotta alla luce dell’illegalità dei gilet gialli o anche per il correlato finanziario dell’accaparramento alimentare, ossia le manovre sullo spread,  ma la vicenda venezuelana presenta tutti gli aspetti compositi del neo fascismo contemporaneo di fascia alta.

Soprattutto il tentativo di riportare in mano privata e americana il petrolio di Caracas, rivela meglio di ogni altro dolente capitolo aperto nel mondo, un intento specificamente ideologico che non ha nulla a che vedere con la concretezza perché di certo il governo bolivariano non si farebbe pregare per vendere sul mercato il proprio oro nero. Quello che non va giù all’elite globalista è che una delle maggiori riserve petrolifere mondiali sia in mano pubblica, costituendo un insulto all’oligarchia dominante che ha fatto della privatizzazione totale il suo obiettivo primario. Soprattutto ora, cioè nel momento in cui la distruzione delle forze produttive del lavoro trasferite su “mercati a basso costo” per arricchire gli azionisti, la conseguente finanziarizzazione dell’economia e la creazione di una bolla bolla speculativa sostenuta da tassi sempre più elevati di debito non pagabile e totalmente distaccata dall’economia reale, sta presentando il conto. Che è molto salato a cominciare dall’ascesa senza precedenti della Cina con la sua mega economia, alla rinascita russa, ai dissidi ormai evidenti tra divergenti interessi di oligarchie di vecchio e nuovo conio. In questo contesto lasciar vivere il Venezuela senza condannarlo a un regime torbido e liberticida di marca centroamericana, costituirebbe un pericoloso precedente. Non solo per ciò che rappresenta, ma anche per quello che potrebbe fare: se, ad esempio, trovasse convenienza nel vendere petrolio in altre valute oltre al dollaro? Se volesse far parte di altri sistemi di alleanze?  No l’ostaggio non può essere liberato, anche perché i rapitori hanno agito a volto scoperto e solo riuscendo nell’intento possono fingere innocenza.


Guaidò e il petrolio valgono bene una messa funebre

giocarePiù di due mesi fa scrissi un post dal titolo  Guaidò, il morto che cammina che ha suscitato qualche perplessità tra chi l’ha letto, anche se dopo il fallimento sostanziale dei primi due tentativi di golpe era lampante che il personaggio diventava più utile da morto che da vivo: una sua opportuna uccisione da far ricadere su Maduro, poteva essere il pretesto perfetto per un’operazione militare made in Usa, mentre Guaidò vivo e vegeto sarebbe stato l’immagine stessa della sconfitta e un motivo di imbarazzo per l’amministrazione di Washington. Una supposizione peraltro comparsa sulla stampa latino americana. Devo dire però di essere sempre impreparato di fronte alla stupidità e così non pensavo che avrebbero provato ancora a scardinare il bolivarismo venezuelano servendosi di questo piede di porco arrugginito: avevo sottovalutato  la lontananza delle elites americane dalla realtà  e la loro monocultura dell’arroganza che le ha spinte a pensare che con qualche milione di dollari distribuito tra i militari si potesse risolvere la situazione, e dunque  non immaginavo che ci sarebbe anche stato un grottesco tentativo di innescare una rivolta delle forze armate che è finito come sappiamo.

Però oggi ancora di più di ieri vale la possibilità che qualcuno si sbarazzi del presidente autoproclamato, visto che tra l’altro tutte le sue azioni scomposte e costantemente portate avanti con un dialogo serrato e palese con Washington hanno finito per mettere in piena luce il ruolo dell’amministrazione americana nel tirare i fili della vicenda venezuelana, compresa anche la punizione collettiva contro una popolazione innocente per colpevolizzare il governo Maduro, secondo una tattica che è ormai un classico.   Non lo dico certo solo io, ma ormai in parecchi, compreso  l’ex esperto indipendente dell’ Onu Alfred de Zayas, notissimo esperto di relazioni internazionali, editorialista per parecchie importanti testate giornalistiche nonché docente ad Harvard e a Gottinga: è una possibile via d’uscita dal cul de sac in cui si sono posti gli Usa che ormai appaiono dalla parte del torto persino agli occhi più benevoli. Un’operazione sotto falsa bandiera con l’uccisione di Guaidò sarebbe quanto meno in grado di ribaltare l’imbarazzante posizione morale in cui si trovano gli Usa oltre a fornire un pretesto per altri colpi di mano: Guaidò da accertato coglione in mano a Geppetti usciti dalla fantasia di Tarantino, diventerebbe un martire e i suoi burattinai delle persone per bene. Cosa non si fa per la democrazia.

La ragione per la quale ritorno su questo argomento è che l’informazione mainstream non sta aspettando altro che un “miracolo” per salvare l’amministrazione Usa e la sua stessa  mefitica immagine di megafono di Washington: mi piace ricordare  che la guerra economica dichiarata contro il Venezuela già da due anni è stata  qualificata proprio nell’aprile scorso, come crimine contro l’umanità dal Cepr, Center for economic ad policy research che ha tra i suoi advisor anche economisti nobelati come Robert Solow e Joseph Stiglitz. Confessate che Repubblica non ve lo aveva mai rivelato (comunque qui trovate un testo riassuntivo e se siete proprio curiosi questo è il documento completo)  così come la quasi totalità dei giornaloni occidentali. Prima o poi se non si fa qualcosa, se non si sblocca la situazione tutto questo emergerà dal vaso di Pandora dei silenzi e delle tenaci complicità dei prezzolati. Maduro non ha alcun interesse a far fuori Guaidò che invece è un ottimo testimone vivente dei torti imperiali, è la Casa Bianca invece ad aver bisogno di un martire per mettere un’aureola alla propria ingiustizia.

Del resto la governance americana in tutte le sue articolazioni non può lasciar perdere il Venezuela e soprattutto non può lasciare ai venezuelani la gestione del loro petrolio: senza che si facesse troppo chiasso la bolla dell’oro nero da scisto si sta sgonfiando perché i terreni dove l’estrazione è economicamente accessibile e relativamente facile si stanno esaurendo e le aree rimaste vengono accanitamente difese dalla popolazione contro questo tipo di sfruttamento, mentre notoriamente i pozzi da fracking  hanno rendimenti accettabili solo per il primo anno. A ben pensarci la bolla è stata scientemente gonfiata al tempo di Obama, per simulare un’uscita dalla crisi e richiamare i soldi dei fondi pensione, ma in ogni caso ora diventa ancor più decisivo il controllo delle aree petrolifere e soprattutto di quelle di nuova scoperta che disegnano una geopolitica dell’energia più complessa. Oltretutto la pratica delle sanzioni e della guerriglia energetica nei confronti della Russia e dell’Iran, tra i maggiori produttori mondiali, crea una carenza potenziale che sta sfasciando  il sistema imperiale ( leggi E adesso povero Paese? )  provocando la centrifugazione europea. Per gli strateghi di Washington il Venezuela con le sue immense riserve diventa la chiave dei prossimi dieci anni.

 

 


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