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Roma postatomica

pian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete qual è l’illustrazione perfetta per la Roma di oggi? Ma è ovvio, è una delle “Antichità Romane” di Piranesi!   delle quali parla lui stesso così: “vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

Come allora la capitale di un impero, un tempo  sontuosa e altera, maestosa ed  possente, luogo di riflessione sulla storia, privilegiato crocevia di stili, luogo d’incontro di intellettuali ed artisti,  mostra oggi al viaggiatore “interno”, al cittadino che nel lungo ponte di giugno non si fosse recato in amene seconde case del Circeo o dell’Argentario, o al ridente paesello dei nonni, strade deserte, serrande tirate giù malinconicamente su negozi vuoti e polverosi, hotel sbarrati, pure quelli di proprietà ecclesiastica orbati di pellegrini, pure l’Hassler disertato dai petrolieri texani e russi, e poi  bar e ristoranti sulle cui porta campeggia la notifica di fallimento del tribunale, come quello dello Zodiaco che affaccia sconsolato  sulla metropoli silenziosa.

Solo la sera carovane di macchine circolano nelle vie della grande greppia fusion, popolando localini abilitati a riservarsi spazi gratuiti su viuzze anguste, dove su tavolini appiccicati in barba al distanziamento si può gustare qualche vivanda cosmopolita, tra kebab e matriciane, pollo coi peperoni e sushi.

Non si può non sospettare che il prolungamento dell’allarme, la denuncia di nuovi focolai che divampano a carico di irresponsabili  dediti a crapule, grigliate e rave, o che il teatrino kabuki sul palcoscenico europeo: Mes offerto benignamente  dai carnefici come l’ultimo pasto del condannato che deve pagare il conto, la pausa di riflessione di Conte come le finte nei tornei dei dilettanti e i moti nello scopone,  nascondano da una parte l’incapacità e l’impotenza a gestire il “dopo” Covid, l’inadeguatezza a governare  il “durante” e invece la sapienza nel rimuovere il “prima”, cui fa da controcanto la sensazione che chi pensa di essere esente dagli effetti secondari (che come sempre si abbattono sui civili più esposti) voglia proseguire in questo strano anno sabbatico, che si adatti alla pandeconomia e ai suoi riti domestici di lavoro e sfruttamento compresi,   con la volontà non del tutto consapevole di ripristinare quella normalità che pure si è capito essere all’origine di morte e distruzione.

Anzi , qualcuno è talmente posseduto dalla nuova ideologia  igienico- sanitaria della sopravvivenza al posto  della vita, da attendere  il ripresentarsi dell’epidemia che avrebbe l’effetto di giustificare la delega, di legittimare lo stato di emergenza e la conseguente eccezionalità, per autorizzare l’affidamento a autorità “superiori”, tecniche e manageriali al posto delle istituzione democratiche fallite o aggirate.

Basta pensare al rinnovarsi degli appelli all’unità e alla coesione, formula aggiornata e altrettanto velenosa e falsa della stantia “siamo sulla stessa barca” convertita nel “rischiamo la stessa terapia intensiva”, che ha permesso che in questi mesi Confindustria indicasse il da farsi e Governo e Regioni scrivessero sotto dettatura, con il valore aggiunto ideale di task force in forza appunto alle ragioni dello sviluppo da rilanciare nei soliti modi, cantieri, appalti opachi ad personam o comparto, mascherine comprese, e grazie al contributo di manager e bancari di fiducia, immobiliaristi accreditatisi con il marchio doc della Cassa depositi e prestiti, innovatori che hanno partecipato al disegnare il volto della nuova Milano all’ombra di emiri, cementieri, speculatori.

Nella Capitale deserta come in un’arcadia post- atomica, come nel resto d’Italia. ci sarà che pensa di essere al sicuro, chi pensa alle ferie come anelito di libertà dopo la reclusione, perché la lenta ripresa, i dubbi, le statistiche farlocche, le minacce e gli avvertimenti di santoni non disinteressati, i sussulti dello Stato risuscitato e i revanchismi della regioni avide di maggiori competenze proseguono nella loro opera di vaccinazione contro consapevolezza e partecipazione democratica, con l’aiuto di una informazione che tace le previsioni  del WTO che avevano già indicato in tempo non sospetto come nel 2020 il commercio mondiale potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% (WTO 2020), o la penalizzazione  dei  flussi  turistici per via delle nuove normative sul distanziamento, tanto che anche i ricchi a volte piangono, se il magnante americano Buffett  ha preferito vendere  le sue partecipazioni nelle quattro principali compagnie aeree americane, o le   valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica che annunciano per l’anno in corso, il 2020, un crollo del Pil dell’8,3% su base annua, causato soprattutto dalla forte contrazione della domanda interna (-7,2 %).

E mentre i cerotti governativi, dal FIS (Fondo per l’Integrazione Salariale) al blocco temporaneo dei licenziamenti (fino al 17 agosto),nascondono le piaghe dolorose, mentre la cassa di “tutti” offre prestiti garantiti dallo Stato alla FCA con sede fiscale  all’estero e nessuno ha pensato di sospendere la misura che   raddoppia i finanziamenti alle scuole private (da 80 a 150 milioni nel 2020), si tace sul fatto che molte aziende impiegano  lo strumento della Cig, approfittando della chiusura forzata per mettere a riposo  parte dei dipendenti e ridurre i costi a scapito dei lavoratori.

E le sirene del padronato invitate agli Stati Generali, Boeri, Gualtieri, Ichino,  son tornate a  cantare la solita nenia, che per smuovere l’economia bloccata dalla crisi e frenare la disoccupazione non c’è che il ricorso a contratti a tempo determinato, a “patti” anomali, a precarietà e mobilità, quando la verità è che le imprese assumono solo se c’è domanda sufficiente per i loro prodotti,  se il mercato gira e c’è un rilancio dei consumi.

La Grande Illusione nutrita dalla narrazione “progressista” di quello che poteva essere il “dopoguerra”  raccontava di una utopia a forza di  recupero dell’economia di prossimità, dei preliminari per una automazione che doveva cancellare la fatica, grazie allo smartworking, a una riscoperta della solidarietà e di una più equa cooperazione e collaborazione  internazionale, a una ristrutturazione dell’economia in funzione di quei beni essenziali per l’esistenza e la pacificazione con l’ambiente.

Ma si sa che lo sviluppo come lo vuole chi è in alto e al sicuro è come Giano bi-fonte, ha dimostrato che i vantaggi del progresso scientifico e tecnologico crollano sotto i colpi di ariete di un virus, e rivela che la maggiore produttività dello smartworking è frutto della superiore  flessibilità dell’orario di lavoro, facendo prevedere un domani segnato  dall’esasperazione dello sfruttamento, che il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale porterà vantaggi alla grande distribuzione, massacrando i dettaglianti, le botteghe sotto casa, le produzioni artigianali di tutti i paesi.

È che il tragitto da Villa Pamphili ai Palazzi o all’aeroporto da dove decollavano gli aerei imperiali, è stato compiuto in limousine dai vetri oscurati e è stata nascosta agli augusti viaggiatori del Gran Tour della ricostruzione la vista delle rovine.

 


I signorotti dell’epidemia

sigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti storici guardano al Risorgimento come al periodo che mise le basi per la costruzione di una nazione mite, di una società migliore più equa e meno lacerata da divisioni e contrasti di classe e campanili.

Qualcuno però si dissocia nel ricordare Nino Bixio e le intemperanze cruente degli eroi garibaldini, qualcun altro rammentando le prestazioni ad Addis Abeba di Graziani, cui in forma bipartisan si sono dedicate celebrazioni marmoree, legittimato a da un telegramma del Duce del ’36:  “Autorizzo V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e della sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”, o la parte da protagonisti recitata dai fascisti nelle “azioni” condotte a Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, la concorrenza sleale  che ha mandato nei lager ebrei denunciati da connazionali feriti nel portafogli, fino ai pogrom a Torino contro i rom, le insurrezioni nel Polesine contro le invasioni di immigrate incinte.

Difficile definirla mite questa Italia del passato e pure quella che dovrebbe risorgere migliore, coesa e solidale dopo la tremenda prova dell’influenza largamente interpretata come scintilla per la riabilitazione e la redenzione.

E infatti il Renzi che di pestilenze se ne intende  quanto di storia patria, ha voluto offrirci una reminiscenza estratta dal sussidiario delle scuole che ha frequentato così svogliatamente da distruggerle per vendetta postuma tramite una riforma,  quella di un Rinascimento nato dalla Morte Nera, dimenticando non solo che l’epidemia si diffuse proprio a causa della miseria, della carestia seguita alla bancarotta provocata da un ceto di banchieri, i Bardi, i Peruzzi,  e di proprietari ferocemente sfruttatori e speculatori, ma che in quell’arcadia per letterati e artisti i poveri restavano poveri, tartassati dal fisco per contribuire a fare Firenze sempre più bella, e i signori sempre più ricchi, come se quella vitalità e quel dinamismo altro non fossero che un brulicare di vermi su un corpaccione malato.

Si sa che la lezione sempre attuale del divide et impera dei Romani, cui qualcuno attribuisce il declino della loro grandezza a causa dell’eccesso di tolleranza e integrazione dei popoli barbari conquistati, mentre per alcuni dipenderebbe dall’eccesso della pressione fiscale su patrizi e plebei, funziona soprattutto se trova terreno fertile nell’indole dei sudditi. E infatti tutti i governi dall’Unità d’Italia si sono preoccupati non fare gli italiani, di far prosperare ceti e territori a spese di altre popolazioni e altre geografie, alimentando lotte di campanili insieme all’illusione secessionista, in modo da premiare chi aveva già e far piangere e fottere chi aveva sempre meno, erogando beneficenza e carità per circoscrivere gli effetti della fame e insieme attuando repressione di briganti e straccioni secondo la politica della carota e del bastone.

Ma certo è che ha trovato terreno fertile. Basta guardare a certi umori e malumori recenti e contemporanei.

L’acqua grande a Venezia viene interpretata come l’esito del malaffare e della corruzione, che apparterrebbero all’autobiografia dei tracotanti indigeni, colpevoli di applicare prezzi esosi al caffè del Florian a Piazza San Marco, come dell’aver votato  i carnefici della Serenissima. C’è una alluvione in Calabria? E cosa vi aspettavate da zone occupate militarmente dalla ‘ndrangheta dove le fiere popolazioni partecipano del brand mafioso prestandosi a fare da manovalanza e pure con il proselitismo e l’infiltrazione di posti altrimenti sani. I terremotati del Centro Italia sono ancora, se fortunati nella riffa in piazza, nelle casette temporanee al terzo inverno? Si vede che se lo meritano, mica sono come i dinamici friulani, che si sono tirati su i paesi come prima e meglio di prima. Si vuol fare la Tav, si scavano tunnel per l’alta velocità perfino sotto Firenze, ma nel Mezzogiorno non ci sono treni né infrastrutture per i i pendolari? Ma tanto quelli mica lavorano, sono dei mangiaufo buoni a fare da comparse per i turisti con la coppola in testa, che è meglio restino a casa invece di andare in giro a sparare con la lupara.

Ovviamente il Covid 19 è diventato un’arena per il combattimento dei galli di tutte le latitudini: anche grazie al fatto che le aule parlamentari sono diventate sedi museali per celebrare la memoria della democrazia rappresentativa, che l’Esecutivo ha ottenuto in virtù dello stato di eccezione ancora più poteri di quelli reclamati con un referendum che credevamo di aver vinto, che le regioni pur avendo dimostrato la loro superfluità in materia di coordinamento e gestione della cosa pubblica, governo del territorio, pur avendo rivelato la loro funzione criminale quando disinvestendo nella sanità  e  spostando risorse sulla presunta più efficiente sanità privata, ottenendo complessivamente un saldo negativo di posti letto, capacità di trattamento, numero di addetti, osano proporsi ancora come i depositari delle mansioni e responsabilità in materia di welfare, rivendicando autonomia di spesa e di legge.

Così a un De Luca che vuol chiudere le frontiere agli untori, corrisponde un Piemonte che si vanta di cavarsela da loro, rifiutando l’apporto di personale sanitarie extraregionale,  l’alta concentrazione di decessi nelle regioni più industrializzate e in particolare in Lombardia consente la rivalsa di maggiori aiuti e superiore considerazione da tradursi in più elevato grado di libertà dalle disposizioni del governo centrale.

Quanto al compiersi in tutta Italia dei delitti perpetrarti nei confronti degli ospiti e del personale delle strutture di accoglienza per anziani e disabili viene motivata come il verificarsi di inspiegabili focolai sfuggiti all’occhiuto controllo delle autorità o invece come l’effetto della presenza di criminali “portatori” venuti dal Nord. Quando si tratta semplicemente della non certo inattesa conversione in emergenza di un costume a carattere nazionale che prevede il conferimento dei soggetti non produttivi, inutili e parassitari per il sistema, in depositi temporanei con caratteristiche al di sotto di qualsiasi standard di civiltà e dignità, quelle riservate anche agli animali degli ex zoo diventati bioparchi.

Ora è vero che se i dati sulla mortalità della Lombardia si fossero registrati  in una qualsiasi regione del Mezzogiorno  sarebbe stato in tempo reale invocato e esercitato il commissariamento, mentre al contrario la Giunta avoca a sé una autorità speciale determinando date e modi dello stato di eccezione, continuando a mascherare  la spinta separatista con l’alibi “oggettivo” dell’emergenza sanitaria,  ma è altrettanto vero che da parte di tutti gli altri governi regionali è in atto una accelerazione alla bio-devoluzione armata in modo da dettare legge su riaperture e chiusure a tempo indefinito, calendario della ripartenza delle attività produttive e della clausura perenne per gli anziani, marketing dei brand della pandemia, mascherine, dispositivi e vaccini.

Intanto il governo scende in campo con lo stato maggiore delle task force, impegnate sul fronte del desiderabile affarismo della ricostruzione, con tanto di test psico-attitudinali per il consolidamento dello status di galeotti nel domicilio coatto nazionale di Oceania, a cura delle  varie task force appendici delle autorità imperiali da Bilderberg, alla famigliola felice, equa e solidale dei Gates, dalle agenzie dell’Onu a quelle di rating, dalle organizzazioni sanitarie a quelle che operano per la salute e il decoro dell’ordoliberismo.

E in mezzo come vasi di coccio ci siamo noi, più colpevoli che vittime, per averli votati, supportati o sopportati. Ormai non più solo vae victis, guai anche ai sani.

 

 


Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


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