Archivi tag: Regioni

Misteriosa gara per “lager d’emergenza”

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che affiorano dal lugubre brusio pandemico, si insinuano sotto pelle come una spina che se la sfiori ti punge. Da giorni circola quella  che riguarda l’apertura di una procedura d’appalto avviata dalla Centrale acquisti Consip su incarico della Presidenza del Consiglio- Dipartimento della Protezione civile  per  l’allestimento  di  campi  container  destinati all’assistenza della popolazione in caso di eventi emergenziali,con uno stanziamento di 266.716.544 euro.

Per orientare meglio  i soggetti interessati a concorrere la Consip ha fornito un format con i  requisiti che dovranno possedere le installazioni, grazie alla pianta  di progetto di “un campo standard ad uso abitativo atto ad ospitare un massimo di 42 persone”, di “un campo standard ad uso ufficio atto ad ospitare 25 persone”, e di “strutture particolari destinate agli ambiti rurali”, dove potrebbe essere necessario  mettere in condizione gli allevatori di proseguire nelle loro attività produttive,  anche qualora la loro abitazione originaria fosse.

Le Regioni nelle quali saranno localizzati gli insediamenti provvisori per 8000 persone in ognuna – il capitolato specifica la natura della fornitura  con tutte le tipologie merceologiche e  i servizi da predisporre – sono quelle del Nord, Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna;  del Centro, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise; del Mezzogiorno, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, oltre a Sicilia, Sardegna e isole minori. 

A fronte della lodevole precisione con la quale l’amministrazione committente e aggiudicatrice specifica l’entità dell’appalto,  la sua natura intesa  a concludere un  Accordo Quadro per ciascun lotto  geografico  con  piu’  operatori  economici, senza riapertura del confronto competitivo, l’elenco particolareggiato dei prodotti e dei servizi, resta invece vago e perciò ancora più allarmante la finalità dell’operazione, a cominciare dal nome, l’allestimento di quei  “campi” che dovrebbero accogliere la popolazione in fuga dalle proprie case in seguito al configurarsi di una non meglio identificata emergenza.

E allora non resta che esercitarsi con qualche dietrologia più o meno inquietante.

A cominciare da una benevola, l’unica che possa venire in mente: dopo la disastrosa gestione commissariale della ricostruzione nelle aree interessate dai terremoti dell’Italia Centrale e dell’Emilia Romagna, dopo il fallimento delle disposizioni che avrebbero dovuto promuovere un’azione continuativa per la prevenzione di conseguenze catastrofiche grazie all’adozione di criteri e l’applicazione di tecnologie costruttive antisismiche e durante il demenziale governo della crisi sanitaria, che ha avuto il suo incipit simbolico con la scoperta che il piano di emergenza nazionale in materia risaliva al 2006, come era stato denunciato perfino da Formigoni in occasione di precedenti fenomeni epidemici, si potrebbe ipotizzare che in attesa dell’ormai improbabile erogazione dei fondi europei della partita di giro del Recovery, l’Esecutivo voglia esibire delle referenze di concretezza organizzativa in modo che lo scrupoloso curatore fallimentare possa aggiungere alle sue referenze quella di guardiano del lager diffuso che ci meritiamo per aver troppo sperperato e goduto.

Meglio ancora poi se l’iniziativa prevede di appagare quale appetito, di accontentare un po’ di aziende che non hanno potuto accedere ad altre opportunità pandemiche, padiglioni, mascherine, tamponi, e sulle quali far piovere  come una benefica pioggerellina d’oro quei 266.716.544  euro.

Ma possiamo immaginare altre spiegazioni. Una delle quali consiste di sicuro nella necessità di arricchire di nuovi contenuti la narrazione catastrofista che ha sostituito il confronto politico, il dialogo democratico, la comunicazione istituzionale e l’informazione dei media.

E cosa c’è di meglio che dare nuovo nutrimento alla paura sdoganata come virtù civica con il terrore di una probabile apocalisse, di un  prevedibile  sconquasso, di un possibile finimondo che un ceto politico avveduto dimostra di voler e saper fronteggiare?  e impiegando gli strumenti fisici e normativi già testati in anni di dominio del sistema dell’emergenza  propiziato proprio per imporre autorità straordinarie, leggi speciali, sospensione di regole e garanzie in favore di stati di eccezione, militarizzazione del territorio, imposizione di autorità commissariali.

Succede da anni, grazie all’epica terrifica sui rischi che incombono sul nostro capo per via di empie incursioni di barbari islamici, di pandemie pronte a rinnovarsi in un crescendo di pericolosità attribuibile ai nostri costumi licenziosi, mentre poco interesse viene riservato agli effetti mortali della demolizione del sistema dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, della ricerca ad opera di un ceto criminale di terroristi impegnati nella cancellazione della democrazia, della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, così come nel rafforzamento e nella concentrazione di grandi potentati e lobby.

A forza di non voler credere ai complotti orchestrati da grandi vecchi e potenze imperiali, abbiamo finito per non accorgerci di quelli già passati e di quelli in atto. Mentre non è stravagante o artificioso ipotizzare che il potere oligarchico immagini di prepararsi a quelle probabili guerre a basso potenziale ma a lunga durata che potrebbero avere come teatro le città immiserite, come attori poveri, più poveri e meno poveri scatenati gli uni contro gli altri, disoccupati allo sbando dopo lo sblocco dei licenziamenti sguinzagliati contro precari non abbastanza affamati, frotte di senzatetto incrementati dall’altro sblocco alle porte, quello degli sfratti, e chi più di loro costretti a abbandonare le abitazioni, da conferire tutti in accampamenti  marginali da gestire con leggi marziali, eserciti privati, tecnologie sofisticate in modo da proteggere i Palazzi e i loro impauriti residenti.    


La locomotiva che all’incontrario va

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Perfino il Corriere apre oggi con un compianto: “C’era un’immagine fino a ieri associata alla Lombardia: pratica, solida, efficiente. Non c’è più. La pandemia l’ha sfigurata. Davanti a migliaia di anziani delusi e sofferenti in attesa del vaccino è difficile riconoscere la regione più dinamica d’Italia, la locomotiva che dovrebbe trainare il Paese”.

L’autore dell’epitaffio ci ricasca sulla retorica di rito ambrosiano: a “sfigurare” l’icona del motore d’Italia  che deve trascinarsi dietro un paese corrotto, indolente, parassitario che campa alle sue spalle tanto da costringerla suo malgrado a pretendere una dinamica e operosa autonomia dallo Stato ladrone, non è stata la pandemia ma il suo vertice politico-amministrativo con le sue declinazioni burocratiche e appendici scombiccherate, impegnate in una ignobile gara: Fontana e Moratti, Bertolaso  e Camparini e l’ineffabile Aria più inquinata di quella che respirano i cittadini dei territori più avvelenati d’Europa in competizione con Wuhan, che, ci informano nello stesso articolo, hanno scritto al quotidiano chiedendo “perché la Lombardia non fa più la Lombardia?”.

Magari, verrebbe da rispondere. La verità è che non solo la Regione continua a fare el so mestè come il pasticcere dei proverbi, ma lo fa talmente bene che dopo più di un anno continua a essere il traino se non addirittura un format da replicare come raccomanda Salvini, costituendo “un record di priorità negli ospedali rispetto ai medici locali e all’assistenza primaria, e di promozione della privatizzazione”. Di più, un “modello da imitare”,  proprio come esigeva Giorgetti all’atto di accettare il mandato governativo, per aver adottato politiche “a favore dei produttori piuttosto che delle elemosine” .

Hanno ragione tutti e due e difatti  i consigli per gli acquisti di alleati bendisposti offerti al liquidatore d’Italia e ancor prima al predecessore sono stati accolti con favore.

Guardandoci indietro possiamo andare all’ora X, al 21 febbraio 2020 quando  poco dopo la mezzanotte l’Ansa annuncia “Coronavirus, un contagiato in Lombardia, segue la notizia di altri due casi nel padovano e è allora che Salvini intima al governo: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Bloccare!”. Poi, a raffica, Fontana di autodichiara contagiato mentre Sala e Gori sindaco di Bergamo proclamano che le loro città “restano aperte”, Salvini ci ripensa, Confcommercio lancia una campagna  per approfittare dei saldi,  Confindustria mette in guardia dalla psicosi che minaccia l’economia. 

Nel marasma del momento scompare la notizia che da gennaio i servizi segreti e uno “scenario” (così veniva definito il Piano nazionale Anticovid) annunciavano il rischio accertato di una epidemia e l’ipotesi altrettanto accertata che il focolaio sarebbe stato circoscritto non casualmente nell’area più antropizzata, industrializzata e dunque inquinata del Paese dove la cittadinanza è in alta percentuale affetta da malattie corniche dell’apparato respiratorio e dunque  più vulnerabili, come hanno dimostrato le statistiche relative alle epidemia influenzali  di questi ultimi anni.

E veniva tacitata anche l’altra notizia, che il Piano di emergenza nazionale risaliva al 2006, che perfino Formigoni al tempo dell’Aviaria, ne aveva denunciato l’inadeguatezza, che in assenza di dati certi, anche per via della proibizione di effettuare autopsie, non si procede a dettare protocolli di cura per i medici di base, in una ridda contraddittoria di indicazioni e pareri della selva di tecnici che dettano le linee della gestione politica dell’emergenza.   

È così che la Regione più colpita, quella dove i processi di privatizzazione sono stati più fruttuosi anche per la consegna di una rete di servizi, Rsa comprese,  al sistema confessionale, tra San Raffaele e Cl- Compagnia delle Opere, quella dove la sanità è stata scossa da scandali vergognosi, detta tempi e regole al governo, impegnato a oscurare gli effetti del pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e al  numero del personale sanitario e delle strutture.

E’ così  che la sera del 7 marzo il governo annuncia la chiusura della Lombardia e delle altre aree, ma due giorni dopo, il 9 marzo sera il lockdown viene esteso a tutto il territorio nazionale, anche grazie al consenso del comitato tecnico-scientifico che aveva raccomandato la prima soluzione, ma poi non si è opposto alla seconda, operando una scelta drastica e più severa di quella invocata dagli esperti.

I fatti hanno dato ragione ai sospetti, il pensiero forte che riconferma le virtù e le qualità economiche, sociali e morali di quei territori più sovrani degli altri non avrebbe permesso che fossero penalizzati, producendo una “sleale” concorrenza di aree e settori produttivi fino ad allora più svantaggiati, e dunque era preferibile far colare a picco tutto il Paese.

In cambio della proclamazione “padana” dell’emergenza Covid i “gran lombardi” hanno ottenuto  il confinamento per tutto il resto del Paese,un confinamento relativo che stando ai comandi di Confindustria ha selezionato il capitale umano in produttivi e essenziali, mandati al lavoro senza i necessari requisiti di sicurezza, e quelli invece condannati al fallimento o alla salvezza in via digitale tra le mura di casa. I primi in trincea come carne da cannone, sanitari in testa, dipendenti dei servizi di servizi, catene commerciali, gli altri risparmiati dal contagio ma non dalla rovina

La miseria della loro iniziativa “secessionista” si rivela sempre nel contestare l’efficacia e l’efficienza del potere centrale, salvo approfittarne in forma dichiaratamente parassitaria, reclamando aiuti, esenzioni, assistenza secondo la filosofia dei loro capitani di industria che esigono uno Stato assente per non ostacolarli con lacci e laccioli, ma molto presente in funzione no profit e compassionevole.

Ora, come al solito, è inutile chiedersi come mai i due governi non abbiano pensato di commissariare la Regione, misura ampiamente prevista dal nostro ordinamento, tanto che è stata applicata innumerevoli volte.

Innumerevoli volte, è vero,  e proprio con motivazioni affini, ma in regioni del Mezzogiorno. E questo conferma l’inviolabilità legale e morale delle regioni autoproclamatesi intoccabili, talmente superiori per civiltà e progresso, da risultare incompatibili con elementari regole democratiche e della rappresentanza, ormai superate dallo stato di eccezione imposto dall’emergenza. Si tratta della ormai confermata applicazione locale dei principi dell’imperialismo, che divide su scala le nazioni in aree più ricche abilitate allo sfruttamento predone di aree più svantaggiate.

La Lombardia è quindi davvero un laboratorio nel quale si testa la distruzione creativa del draghismo, nel modo un bel po’ pasticcione e rudimentale dei cumenda meneghini col culto del lavoro e della fatica, degli altri, però. Un posto che vanta primati formidabili, di consumo del suolo, di evasione fiscale, di penetrazione mafiosa nel terziario, di ricorso a contratti anomali, part time e precariato, di industrie delocalizzate e che per questo ci proietta il trailer di quel che sarà, sanità a pagamento, prestazioni erogate su base reddituale, aggiramento dei criteri che regolano la vita democratica con la “chiamata” di personale politico e amministrativo in funzione commissariale, potentati economici e finanziari locali che replicano in fotocopia le gerarchie carolinge europee, puntando a far fuori il piccolo in favore delle concentrazioni dei grandi, interessati a stabilire il primato del privato multinazionale sotto il cui ombrello trovare una nicchia protettiva.

E mica vorrete che i margravi  dell’impero si mettano gli uni contro gli altri come fanno fare a noi.    


Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


I cantieri dell’Intanto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intanto, in coda all’esultanza per il ripristino della democrazia e di un nuovo corso più trasparente e  indipendente dalla pressione dei grandi gruppi e delle lobby, sì ma negli Usa, si è appreso che il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, partito “ago della bilancia” per la governabilità,  risulta indagato per associazione a delinquere nell’ambito di una inchiesta sui rapporti fra ndrangheta e politica.

In particolare, nelle carte scritte dal magistrato Nicola Gratteri, si parla di un pranzo imbandito a Roma con intorno al tavolo proprio Cesa, il suo referente in Calabria Talarico e un imprenditore vicino alle cosche, Gallo e  nel corso del quale si sarebbero poste le basi  per una fertile collaborazione con scambio di voti contro appalti pubblici.

Intanto, mentre la traballante ministra dei Trasporti si sottrae al mea culpa per i più di dieci mesi di volontaria inazione nella riorganizzazione dei trasporti pubblici, che a differenza di scuole, teatri, cinema, ristoranti, musei, anche se molto frequentati, non rappresenterebbero rischiosi focolai, e mentre il budget per il potenziamento del settore, raggiunge la cifra ridicola di  200 milioni per il 2021 “al fine di  consentire l’erogazione di servizi aggiuntivi di vettori locali e regionali, destinato anche a studenti”, è stata resa nota la lista degli interventi strategici, secondo il piano di grandi opere predisposto in forma di slide per la convention di Villa Pamphili e definito provvedimento “sblocca cantieri”.

Intanto, mentre, alla faccia della medicalizzazione della società, non si procede con assunzioni di personale medico, paramedico e di professionisti sanitari di tutte le specializzazioni, salvo operatori addetti alla reception dei padiglioni di Arcuri e al servizio di vaccinazione condizionata dal reddito, mentre viene lasciata la delega alle Regioni, anche quelle che si sono distinte per una gestione criminale del passato e del presente,  per la erogazione di fondi e per il rafforzamento dei presidi sanitari che non dovrebbero consistere solo in reparti di terapia intensiva peraltro sguarniti di personale,  ci è stato reso noto che le priorità del costo di 35 miliardi in tre anni,  consistono nell’avvio dei 58 maxi cantieri della “ricostruzione” suddivisi in opere stradali   e ferroviarie, infrastrutture idriche, passando per i porti e i presidi di pubblica sicurezza presenti un po’ in tutto lo Stivale.

Intanto, mentre ogni giorno veniamo aggiornati sulle performance creative dell’autorità suprema Domenico Arcuri, divinità multitasking tra banchi, mascherine, siringhe, padiglioni, apriechiudi aziende decotte, attività dissipata di sperperaquattrini, assistenza a multinazionali intente a far compere nell’outlet Italia, forte della felice esperienza maturata con lui e con l’oltre quindicina  di task force con 450 esperti designate per la gestione della crisi, l’Esecutivo ha nominato i commissari straordinari incaricati della sorveglianza e della realizzazione di quei 58 interventi infrastrutturali “caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico – amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico a livello nazionale, regionale o locale”.

Intanto, mentre migliaia di lavoratori sono espulsi dal mercato, ridotti sul lastrico, costretti all’umiliazione di mancette ingenerose, altri stanno per subire la mannaia dello sblocco dei licenziamenti, mentre attività e pubblici esercizi falliscono altri non seguono la stessa sorte perché vengono acquisiti provvidenzialmente dalla malavita organizzata, le nuove frontiere dell’occupazione si aprono a una forza lavoro sempre più precaria e dequalificata, quella dei cantieri delle grandi opere, promosse da tempo a motore della sviluppo grazie al carburante della corruzione, sulla cui trasparenza sono stati chiamati a vigilare 30 commissari.

Intanto, mentre si stanno allestendo gli uffici nei quali si svolgerà l’alto incarico dei 30 soggetti di controllo e operativi più o meni provenienti tutti dal Mit, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti,  da  ANAS, e da  Rfi (Rete ferroviaria italiana del Gruppo FS), tecnici di elevata statura e professionale messa alla prova sul campo, si può scoprire che dalla lista fa parte Roberto Ferrazza, incaricato della vigilanza e della  ristrutturazione della caserma Ilardi di Genova e di una serie di altre ristrutturazioni di commissariati e caserme a Torino.   attualmente provveditore interregionale per le opere in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, legato a Genova però anche per un’altra questione: figura infatti nell’elenco degli indagati dalla procura per il crollo del ponte Morandi. 

Intanto, mentre il ministro “competente” dei Beni Culturali lancia la sua proposta per il rilancio del turismo, escludendo le visite di studiosi stranieri a musei, archivi e biblioteche, come la Statale di Lucca, stringendo un patto di ferro con Cassa Depositi e Prestiti, già attiva nel sostegno a catene alberghiere multinazionali, in Sardegna nel totale silenzio di stampa e rete, migliaia di cittadini sono costretti a scendere in piazza per battersi contro lo scempio a norma di legge di un provvedimento di carattere regionale in aperto conflitto con la normativa di tutela paesaggistica a carattere nazionale.

Intanto, mentre si segue con giubilo e entusiasmo il nuovo corso americano, gli stessi cittadini sardi, come quelli siciliani, in prima linea nel confronto nucleare tra le grandi potenze, protestano contro l’occupazione di suolo e la presenza dei maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO, quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo, dove viene impiegato in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari dell’alleanza.

Intanto, mentre si fanno i primi conti delle colpe delle regioni, per quanto riguarda il pregresso, oltre al presente, e mentre continua senza nessun ripensamento la pratica di trasmissione di fondi e risorse, senza che venga esercitata nessuna forma di commissariamento ma neppure di controllo più vigile e condizionante, che magari assomigli all’occhiuta sorveglianza che ci riserva il soggetto extranazionale cui abbiamo ceduto la nostra sovranità, ad ogni incontro tra Governo ed Esecutivo le amministrazioni regionali avanzano nuove pretese, di maggiori competenze, di maggiori finanziamenti, di maggiore autonomia che mira  alla penalizzazione ulteriore del Mezzogiorno, allo smantellamento del salario sociale di classe, alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva e alla privatizzazione dei servizi di assistenza, della scuola, dell’Università.

Intanto, mentre si ricorda sobriamente come un caro defunto il famiglia il “povero Pci”, vale anche la pena di ricordare che il suprematismo regionale che in Lombardia, in Veneto, in Emilia  ha prodotto un’escalation dei decessi per le influenze e per il Covid, grazie alla conclamata inadeguatezza dell’assistenza ospedaliera, era stato salutato dal governo di centro sinistra che ne 1999 aveva dato una spallata al sistema sanitario pubblico con una legge che regolava il “federalismo” trasferendo alle regioni il 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta  nel Paese, attribuendo loro una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale, in qualità di risposta al malcontento  dei cittadini oppressi dal centralismo e come riconoscimento della qualità sociale di soggetti politici e amministrativi più vicini agli interessi della collettività.

Spesso vengo stigmatizzata per un eccesso nichilista di critica e un abuso catastrofista di biasimo,  ma sollevando gli occhi dal Pc, dalla tv, dalle fatture, dall’estratto conto, dalla lista di intimidazioni e ricatti che ci arriva ogni giorno, potremmo cominciare a guardare cosa c’è dietro agli “intanto”.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: