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Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 

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Lapilli e fumus

etnaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Poche cose sono nauseanti come i tentativi di accreditamento di  domestica normalità da parte di premier puttanieri sotto l’albero circondato da figli e nipotini, di biechi ministri che si pasturano ghiottamente di panettone o peggio del simbolo strappato al più schizzinoso degli esponenti del cinema militante, come a dire: sono come voi, sono una carogna, potete esserlo anche voi.

Il più  truce di loro, immortalato il giorno di Santo Stefano in una delle sue performance bulimiche  in coincidenza con l’eruzione dell’Etna e un terremoto di 4,8/ 5 di magnitudo, ha suscitato un diffuso sdegno da tastiera con, in prima linea , come d’abitudine, la controparte della compagine governativa impegnata in superciliosi distinguo rispetto all’esecrando buzzurro, a conferma che si può perdonare tutto ma non le barbariche dita nel naso, i disdicevoli rutti a tavola, pulirsi sul maglione le dita con le quali si è rubato dal vaso della marmellata.

D’altra parte succede così ogni giorno, quando il Gran Tanghero  viene meno alle regole del bon ton, e verrebbe da dire anche dell’ipocrisia,  il fuoco amico è pronto a lanciare anatema e scomunica. D’altra parte succede così da che mondo è mondo nei ranghi di chi ha fatto un matrimonio di interesse e si esibisce nel contrasto rissoso  tra, è proprio il caso di dirlo, poliziotto buono e poliziotto cattivo, tra le parti in commedia in modo che dietro ad apparenti disaccordi si consumi una sostanziale convergenza di vedute e obiettivi.

E non è il solo segno di continuità col passato, oltre all’ormai evidente indole a calare le braghe quando il padrone ordina, vituperata prima di accedere a ruoli di prestigio e altrettanto deplorata appena si rientra nel cono d’ombra.

Perché, proprio come è sempre successo, appena si solleva una qualche obiezione ai lavori in corso, perlopiù incoerenti con promesse e proclami, ecco la solita infastidita reprimenda in uso dai tempi di Giolitti, De Gasperi, Fanfani e giù via via, Monti, Renzi, ma probabilmente coniata già nell’età di Pericle: lasciateci lavorare, non disturbate i manovratori. E infatti proprio a proposito di terremoti, guai ricordare a chi si sturba per la provocatoria sfacciataggine di uno che fino a poco fa diceva Forza Etna, che anche   il governo della rottura col passato  in carica da 6 mesi ha fotocopiato il già fatto, anzi il già non-fatto (come mi è capitato di scrivere qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/18/cratere-del-sisma-come-prima-peggio-di-prima/), per il penultimo sisma in ordine di tempo (per quello di Ischia ha mostrato invece un sorprendente spirito di iniziativa), con gli stanziamenti vergognosi già previsti da Gentiloni cui si aggiungerebbero gli 85 milioni frutto del taglio alle spese della Camera, il rinvio delle auspicate misure di semplificazione, i ritardi nell’attribuzione delle risorse alle Regioni, mentre intanto fiocca la neve  fiocca.

In realtà bisogna riconoscere che qualcosa è stato fatto, anzi disfatto. A  luglio il Consiglio dei Ministro ha dato il via libera al riordino di quattro ministeri (Beni e delle attività culturali e del turismo, Politiche agricole alimentari e forestali, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Famiglia e disabilità), redistribuendo le competenze su alcuni temi chiave quali l’antisismica, il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica, in capo al dipartimento Casa Italia e alla struttura di missione Italia Sicura. Casa Italia è stata  declassata da dipartimento a “progetto” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre non è stato  rinnovato il mandato per Italia Sicura, la struttura di missione  per opere di prevenzione ed infrastrutturazione del paese.

Non si può non applaudire alla rottamazione dell’ennesima strenna avvelenata proposta nel corso delle continuative campagne elettorali di Renzi e associati, buona per compiacere i grandi studi di progettazione e le cordate del cemento con un bell’involucro e il solito marchio insinuante per acchiappare i citrulli, cioè noi:  Sviluppo Italia, Buona Scuola, Jobs Act,  Presa per i Fondelli, e che insieme agli stanziamenti, 9 miliardi, nostri, in forma di fake sui social, ridotti a 650 milioni per l’avvio dei cantieri, e solo 110 milioni effettivamente trasmessi alle Regioni, prometteva la vera e propria rivoluzione per prendere il Palazzo d’Inverno della burocrazia e guadagnarci  con la revoca (che doveva fruttare 2,2 miliardi) dei  soldi assegnati a progetti contro il dissesto idrogeologico che, al 30 settembre 2014, non avessero visto pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento dei lavori. Alla fine però si scopre che le revoche riguardano solo 15 progetti su 169 – gli altri possiederebbero tutti i requisiti di efficienza e trasparenza necessari, e che la severa indagine ha fatto guadagnare in tutto 7 milioni.

Alla notizia della cancellazione di Italia Sicura c’è stata la solita gara a chi dava i numeri più fantasiosi, secondo quella contabilità peracottara applicata alla Tav, al Ponte sullo Stretto, alle autostrade dove non transita nessuno, ai ponti lasciati marcire: la diabolica soppressione disperderebbe l’importante mole di lavoro che ha consentito in breve tempo di impiegare 5 dei 10 miliardi a disposizione degli enti territoriali per la messa in sicurezza del territorio e penalizzerebbe un’esperienza positiva della quale hanno beneficiato in primo luogo le popolazioni colpite da eventi calamitosi.  Come al solito sono cifre  dette a caso, mai sostenute da una effettiva rendicontazione, a stare larghi i miliardi stanziati sarebbero 3 (comunque una goccia  rispetto agli 850 che servirebbero) e che non si sa in che rivoli si siano dispersi.

Ha fatto bene  il movimento – sul cui simbolo campeggiano 5stelle a rappresentare la tutela dell’acqua pubblica, della mobilità sostenibile, dello sviluppo, della connettività e dell’ambiente – a smontare il giocattolo, convinto che sarebbe incauto affidare la salvaguardia del territorio e la ricostruzione a amministrazioni, enti e regioni che hanno dimostrato inefficienza o peggio ancora arbitrarietà opaca nell’affidamento di incarichi, nella programmazione della spesa, nella fissazione di priorità.

Ma da quel momento sono passati altri 5 mesi e sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più oltre gli onorevoli cocci: criteri, linee guida e indirizzi pratici a garanzia di efficacia, funzionalità, trasparenza.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si, come si è detto si al Terzo Valico, al Mose, alle Grandi Navi, alla flat tax, alle trivelle, ai sussidi diretti e indiretti ai carburanti fossili.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si alla spostamento dei nostri quattrini da una casella all’altra del Monopoli, mettendoli su quella degli F35, del salvataggio delle banche criminali, della prosecuzione di progetti insensati invece che su quella della salvezza di un Paese nel quale è a rischio il 91% dei Comuni  (88% nel 2015), dove aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%), il cui  16,6% del territorio nazionale rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2), aree nelle quali si trova il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) e abitate da 3 milioni di nuclei familiari mentre oltre 7 milioni le persone risiedono nei territori vulnerabili, oltre 1 milione di persone vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e più di 6 milioni in zone alluvionabili nello scenario medio, secondo i dati Ispra.

Altrimenti si tratta di un altro modo di dire si, come ancora una volta si è detto si ai comandi europei che sanno bene che un paese ricattato, minacciato nella sua stessa tenuta fisica, soffocato dal cemento e annegato nel fango si controlla meglio, si piega senza riscatto alle intimidazioni.

Ancora una volta viene da chiedersi: ma se dicessimo di no? se smettessimo di pagare le nostre quote dovute per l’iscrizione al “casino dei nobili”? se avessimo messo sul tavolo l’appartenenza a un’area altamente sismica, martoriata da terremoti e catastrofi, con morti e senza tetto, industrie e imprese in ginocchio, strade dissestate? Se avessimo preteso e legittimamente  per questo e per le azioni di salvataggio e primo soccorso agli immigrati svolte nel passato un ragionevole trattamento, pari, tanto per fare un esempio, a quello riservato alla Turchia per i suoi efficienti respingimenti oltre confino, nel paese nel quale si è girato il trailer del nostro immediato futuro? Che punizione rischiavamo? Juncker non ci invitava all’apericena, non di facevano accedere agli esosi Fondi strutturali, non ci elargivano quelle quattro monete maledette promesse per le catastrofi, Macron non ci mandava la mignon di champagne per Natale e la Merkel prima di andar via ci faceva stare inginocchiati sui ceci?

Non piace tanto a tutti la disubbidienza, purchè degli altri: gilet gialli, sindaci ribelli, manifestanti a patto che non mettano a rischio l’acquisto dei regali? Non potremmo cominciare a scalare dalle tasse la quota che siamo obbligati a elargire obtorto collo per la sopravvivenza dell’Europa sovrana e destinarla a noi cui non è concesso di regnare nemmeno sotto il nostro tetto?

 

 

 


Piano Boschi, antiviolenza di Natale

boschi giustaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per  una singolare e non inspiegabile coincidenza la sottosegretaria di Stato Maria Elena Boschi si è accorta che esiste un problema “femminile” proprio nel divampare della campagna elettorale e in prossimità della giornata mondiale contro la violenza di genere, tema anche questo ormai meritevole di celebrazioni ad uso di potenti che possono fare copia incolla col vibrante messaggio dell’anno precedente … che tanto hanno provveduto a non cambiare niente.

E infatti, anche con un certo anticipo sulla data fatidica, la vispa forosetta ha dismesso i panni della celebrata statista per infilarsi in quelli della della solidarietà di genere dopo quella bancaria,   ri -sfoderando il piano antiviolenza e la dotazione finanziaria connessa(circa 12 milioni per il 2017)  che aveva propagandato l’anno scorso in altra fatale combinazione con la campagna referendaria. Programma che, a suo dire, non ha poi trovato attuazione per via delle ignave inadempienze delle regioni, Molise in testa, che non ne hanno predisposto le necessarie declinazione  sul territorio.

Peccato che ad oggi la strategia che dovrebbe contrastare l’odioso fenomeno criminale (poco meno di sette milioni di donne hanno subito una qualche forma di accanimento e oltraggio sessuale, dalla molestia allo stupro, 120 nel solo 2016 sono state ammazzare da conviventi, mariti, fidanzati – a dimostrare che l’inasprimento delle leggi non serve e vista anche la depenalizzazione dello stalking. E quest’anno la media è di una vittima ogni tre giorni), il piano resta allo stato embrionale di bozza e di linee guida, concordate nel quadro della Conferenza Stato – Regioni. E peraltro poco gradite a Dire, l’associazione che mette in rete 80 centri antiviolenza, invitata a consulto conclusosi con il sigillo della vice ministra: ascolto tutti ma poi decido io.

Con questi presupposti c’è poco da sperare per l’accoglienza che verrà riservata al contro-piano che “Nonunadimeno” presenterà oggi, 56 pagine di analisi e proposte, che verrà quasi sicuramente assimilato al nobile quanto molesto contributo di sapientoni e disfattisti, proprio come quelli di costituzionalisti, esperti di  ambiente e paesaggio, competenti e cultori di ogni sapere, a motivo di ciò guardati con sospetto e  derisi.

Ma non stupisce, non c’è come quelli che schifano il “culturame”, che al momento debito collocano qualsiasi emergenza sociale a problema “culturale”, da affrontare e risolvere negli stessi contesti che proprio  loro hanno ridotto a macerie: scuola, informazione, amministrazione della giustizia, assistenza, lavoro,

lavoro  in particolare, se come è vero la cancellazione dei valori che dovrebbe generare e mantenere, la precarietà,  il sistema di ricatti  e intimidazione hanno favorito l’espulsione delle donne costrette alla scelta forzata tra posto e casa in sostituzione di un Welfare che non c’è più, e penalizzate dalle disuguaglianze salariali: l’Italia nella classifica che calcola la differenza nelle opportunità occupazionali e nella retribuzione tra i sessi è all’82esima postazione su 144 paesi sotto indagine, rispetto al 2015 quando copriva il 41esimo posto, e se si considera la semplice busta paga, siamo ancora più giù: piazzati al 126esimo posto dopo il Messico e l’Ungheria.

Eh si, è un problema culturale, e pure “morare”, dicono. E infatti a suffragio dell’etica di parte che hanno introiettato e che combina  radici cristiane e culto privatistico i centri antiviolenza che dovrebbero  godere delle provvidenze statali saranno consegnati a soggetti come la Lorenzin che in più occasioni ha ipotizzato l’affidamento della delicata gestione dei presidi sanitari alla rete dei consultori familiari occupati militarmente dal personale religioso.

Eh si, è un problema culturale, e pure antropologico, dicono loro, che va affrontato perché si consolidi il gap con altre tradizioni, retrive, misoneiste e apertamente in contrasto con i principi democratici, che reprimono le donne e le condannano a ruoli servili e a usi  offensivi della dignità, in nome di consuetudini patriarcali.

Sarà per quello che il piano governativo dedica attenzione particolare alle donne migranti e richiedenti asilo, a dimostrazione che sono arrivate nelle geografie della parità, del rispetto, della tolleranza, dell’accoglienza? Manifestata confinandole in centri come lager? Respinte da paesi che non le vogliono nemmeno se assomigliano alle madonne incinte che vengono portate in processione lungo le vie dei borghi, quando sono sfuggite  alla condizione di prigioniere in Libia e non solo, probabilmente schiave, grazie a ignobili accordi siglati con tiranni e despoti sanguinari al servizio di un impero disumano  e volti a fermare i flussi e gli esodi “insopportabili” per la nostra superiore civiltà?

Eh si, è un problema culturale: “tutto ciò che è solido, nel sistema economico e sociale   egemonico, svanisce nell’aria e ogni cosa sacra viene profanata”, a cominciare dalla vita, dalla dignità e dai diritti, dispersi nell’immateriale ma feroce caos nel quale differenze antiche e naturali sconfinano e incrementano tremende disuguaglianze, relazioni e patti millenari amorosi e generazionali si spezzano generando inimicizia, rancore,  risentimento e invidia.

Sicché se non c’è comprensione per i carnefici né indulgenza né sconto di pena in nome di una affettività distorta, bisogna con altrettanta severità condannare chi arma loro la mano, chi offre aberranti motivazioni sentimentali ai loro atti, chi nutre il terreno che cospargono di sangue o di repressine di vocazioni, talenti, aspettative con il concime del bisogno, della rivalsa da stenti e oppressione, grazie a una malintesa superiorità genetica e sociale.

E che non sono solo maschi prevaricatori, brutali, rabbiosi, maneschi, non sono solo uomini frustrati e impotenti in cerca di risarcimento, brutti sporchi e cattivi. Sono spesso arrivati, affermati, celebrati, uomini e donne che si sentono tali solo nella rivendicazione di favori e trattamenti speciali, esponenti tutti di un potere che non ha sesso né genere… quello umano.

 


Il fattore disumano

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ospedale Santa Maria di Nola: sui social network rimbalza la foto di alcuni pazienti assistiti sul pavimento. La Lorenzin manda i carabinieri, De Luca avvia un’indagine interna per indagare sulle inadempienze del personale del pronto soccorso.  E loro: “Ci mancano le barelle, abbiamo preferito curare le persone a terra piuttosto che non dare assistenza”.

Poi la sospensione in attesa dell’esito delle indagini.  Indagini superflue: la maggioranza governativa, il partito unico, i media fiancheggiatori la spiegazione ce l’hanno. È effetto dell’irresponsabile fronte del No che non ha voluto cancellare l’empio disegno di decentramento che ha attribuito alle regioni – compresa quella governata da uno dei suoi esponenti più carismatici, idolatrato dalla stampa cocchiera per le sue esibizioni cabarettistiche, oggetto di bonaria satira e di generose quanto indulgenti interpretazioni delle sue esternazioni – competenze e poteri assoluti in materia di salute pubblica.

Il fumantino governatore da parte sua ha chiesto di avviare subito le procedure di licenziamento dei responsabili del Pronto soccorso e del presidio ospedaliero: per non sbagliare è sempre preferibile attribuire preliminarmente le responsabilità al fattore umano, come quando si scontrano due treni di pendolari su un binario unico, casca un aereo non sottoposto alla doverosa manutenzione, crolla una scuola appena restaurata secondo criteri antisismici, e così via. Gli unici fattori umani innocenti ben oltre le prove contrarie, sono quelli di manager bancari che concedono trattamenti di favore a “risparmiatori” eccellenti, decisori inadeguati a scelte che non siano quelle suggerite da dinastie delle rendite, giocatori d’azzardo finanziari, cordate del cemento, cupole proprietarie, parlamentari che accettano di buon grado un totale assoggettamento ai diktat di esecutivi a loro volta piegati a comandi esterni, sindacati che hanno scelto la via della concordia artificiale officiata sulla “stessa barca”. E mettiamoci pure cittadini che si lasciano imporre figure modeste e discutibili, curricula vergognosi in odor di amicizie controverse e opache, sacco del loro territorio, trasporti inefficienti e alte velocità inutili, dissesto idrogeologico e grandi opere dannose, reiterazione di menzogne e finzioni per  coprire incapacità e traffici, per via del timore di un ignoto, tanto spaventoso per via della novità da fargli preferite il conosciuto indecente, scandaloso, criminale.

Chiunque abbia avuto l’avventura di andare in un pronto soccorso greco o italiano, senza il commento di opinionisti e porta acqua governativi la spiegazione ce l’ha, essendosi dovuto affidare nel migliore dei casi a encomiabile volontarismo, avendo subito attese umilianti e fare ricorso a raccomandazione e perfino a mancette, essendosi rifornito personalmente di bende, farmaci e generi di prima necessità. E d’altro canto è lo stesso trattamento riservato a alunni e genitori della scuola pubblica, chiamati a contribuire con sostegni economici che incrementano disuguaglianze perfino tra i più piccoli, in mensa e perfino nei bagni, dove solo i più abbienti possono godere dei veli e veli di morbidezza. L’effetto è lo stesso: se non ci sta bene siamo invitati a rivolgerci al privato. Che poi privato non è, se pensiamo agli accordi nemmeno tanto sottobanco sottoscritti con i signori delle cliniche, ai fondi elargiti a istituti di istruzione ecclesiastici o a università e accademie che erogano diplomi a pagamento come fossero juke box.

Il fattore umano dei cittadini non è innocente se permette che si mortifichi un malato in nome dell’austerità, che si abbandoni una città in ossequio al pareggio di bilancio, che nemmeno l’acqua sia un bene comune malgrado un plebiscito popolare, soggetta a regole di profitto e discriminazioni, che tutti siano disuguali perfino di fronte alle leggi, ormai promulgate in favore di pochi e contro i molti per consolidare posizioni, rendite, privilegi e per coprire crimini e vergogne.

 

 

 

 

 


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