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I cantieri dell’Intanto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intanto, in coda all’esultanza per il ripristino della democrazia e di un nuovo corso più trasparente e  indipendente dalla pressione dei grandi gruppi e delle lobby, sì ma negli Usa, si è appreso che il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, partito “ago della bilancia” per la governabilità,  risulta indagato per associazione a delinquere nell’ambito di una inchiesta sui rapporti fra ndrangheta e politica.

In particolare, nelle carte scritte dal magistrato Nicola Gratteri, si parla di un pranzo imbandito a Roma con intorno al tavolo proprio Cesa, il suo referente in Calabria Talarico e un imprenditore vicino alle cosche, Gallo e  nel corso del quale si sarebbero poste le basi  per una fertile collaborazione con scambio di voti contro appalti pubblici.

Intanto, mentre la traballante ministra dei Trasporti si sottrae al mea culpa per i più di dieci mesi di volontaria inazione nella riorganizzazione dei trasporti pubblici, che a differenza di scuole, teatri, cinema, ristoranti, musei, anche se molto frequentati, non rappresenterebbero rischiosi focolai, e mentre il budget per il potenziamento del settore, raggiunge la cifra ridicola di  200 milioni per il 2021 “al fine di  consentire l’erogazione di servizi aggiuntivi di vettori locali e regionali, destinato anche a studenti”, è stata resa nota la lista degli interventi strategici, secondo il piano di grandi opere predisposto in forma di slide per la convention di Villa Pamphili e definito provvedimento “sblocca cantieri”.

Intanto, mentre, alla faccia della medicalizzazione della società, non si procede con assunzioni di personale medico, paramedico e di professionisti sanitari di tutte le specializzazioni, salvo operatori addetti alla reception dei padiglioni di Arcuri e al servizio di vaccinazione condizionata dal reddito, mentre viene lasciata la delega alle Regioni, anche quelle che si sono distinte per una gestione criminale del passato e del presente,  per la erogazione di fondi e per il rafforzamento dei presidi sanitari che non dovrebbero consistere solo in reparti di terapia intensiva peraltro sguarniti di personale,  ci è stato reso noto che le priorità del costo di 35 miliardi in tre anni,  consistono nell’avvio dei 58 maxi cantieri della “ricostruzione” suddivisi in opere stradali   e ferroviarie, infrastrutture idriche, passando per i porti e i presidi di pubblica sicurezza presenti un po’ in tutto lo Stivale.

Intanto, mentre ogni giorno veniamo aggiornati sulle performance creative dell’autorità suprema Domenico Arcuri, divinità multitasking tra banchi, mascherine, siringhe, padiglioni, apriechiudi aziende decotte, attività dissipata di sperperaquattrini, assistenza a multinazionali intente a far compere nell’outlet Italia, forte della felice esperienza maturata con lui e con l’oltre quindicina  di task force con 450 esperti designate per la gestione della crisi, l’Esecutivo ha nominato i commissari straordinari incaricati della sorveglianza e della realizzazione di quei 58 interventi infrastrutturali “caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico – amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico a livello nazionale, regionale o locale”.

Intanto, mentre migliaia di lavoratori sono espulsi dal mercato, ridotti sul lastrico, costretti all’umiliazione di mancette ingenerose, altri stanno per subire la mannaia dello sblocco dei licenziamenti, mentre attività e pubblici esercizi falliscono altri non seguono la stessa sorte perché vengono acquisiti provvidenzialmente dalla malavita organizzata, le nuove frontiere dell’occupazione si aprono a una forza lavoro sempre più precaria e dequalificata, quella dei cantieri delle grandi opere, promosse da tempo a motore della sviluppo grazie al carburante della corruzione, sulla cui trasparenza sono stati chiamati a vigilare 30 commissari.

Intanto, mentre si stanno allestendo gli uffici nei quali si svolgerà l’alto incarico dei 30 soggetti di controllo e operativi più o meni provenienti tutti dal Mit, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti,  da  ANAS, e da  Rfi (Rete ferroviaria italiana del Gruppo FS), tecnici di elevata statura e professionale messa alla prova sul campo, si può scoprire che dalla lista fa parte Roberto Ferrazza, incaricato della vigilanza e della  ristrutturazione della caserma Ilardi di Genova e di una serie di altre ristrutturazioni di commissariati e caserme a Torino.   attualmente provveditore interregionale per le opere in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, legato a Genova però anche per un’altra questione: figura infatti nell’elenco degli indagati dalla procura per il crollo del ponte Morandi. 

Intanto, mentre il ministro “competente” dei Beni Culturali lancia la sua proposta per il rilancio del turismo, escludendo le visite di studiosi stranieri a musei, archivi e biblioteche, come la Statale di Lucca, stringendo un patto di ferro con Cassa Depositi e Prestiti, già attiva nel sostegno a catene alberghiere multinazionali, in Sardegna nel totale silenzio di stampa e rete, migliaia di cittadini sono costretti a scendere in piazza per battersi contro lo scempio a norma di legge di un provvedimento di carattere regionale in aperto conflitto con la normativa di tutela paesaggistica a carattere nazionale.

Intanto, mentre si segue con giubilo e entusiasmo il nuovo corso americano, gli stessi cittadini sardi, come quelli siciliani, in prima linea nel confronto nucleare tra le grandi potenze, protestano contro l’occupazione di suolo e la presenza dei maggiori poligoni per l’addestramento delle forze militari italiane e NATO, quelli di Salto di Quirra, Capo Teulada, Capo Frasca e Capo San Lorenzo, dove viene impiegato in esercitazioni a fuoco, circa l’80% delle bombe, delle testate missilistiche e dei proiettili impiegati nelle manovre militari dell’alleanza.

Intanto, mentre si fanno i primi conti delle colpe delle regioni, per quanto riguarda il pregresso, oltre al presente, e mentre continua senza nessun ripensamento la pratica di trasmissione di fondi e risorse, senza che venga esercitata nessuna forma di commissariamento ma neppure di controllo più vigile e condizionante, che magari assomigli all’occhiuta sorveglianza che ci riserva il soggetto extranazionale cui abbiamo ceduto la nostra sovranità, ad ogni incontro tra Governo ed Esecutivo le amministrazioni regionali avanzano nuove pretese, di maggiori competenze, di maggiori finanziamenti, di maggiore autonomia che mira  alla penalizzazione ulteriore del Mezzogiorno, allo smantellamento del salario sociale di classe, alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva e alla privatizzazione dei servizi di assistenza, della scuola, dell’Università.

Intanto, mentre si ricorda sobriamente come un caro defunto il famiglia il “povero Pci”, vale anche la pena di ricordare che il suprematismo regionale che in Lombardia, in Veneto, in Emilia  ha prodotto un’escalation dei decessi per le influenze e per il Covid, grazie alla conclamata inadeguatezza dell’assistenza ospedaliera, era stato salutato dal governo di centro sinistra che ne 1999 aveva dato una spallata al sistema sanitario pubblico con una legge che regolava il “federalismo” trasferendo alle regioni il 20% (successivamente 25%) dell’Iva prodotta  nel Paese, attribuendo loro una maggiore compartecipazione all’accisa sulla benzina e un aumento dell’aliquota addizionale regionale, in qualità di risposta al malcontento  dei cittadini oppressi dal centralismo e come riconoscimento della qualità sociale di soggetti politici e amministrativi più vicini agli interessi della collettività.

Spesso vengo stigmatizzata per un eccesso nichilista di critica e un abuso catastrofista di biasimo,  ma sollevando gli occhi dal Pc, dalla tv, dalle fatture, dall’estratto conto, dalla lista di intimidazioni e ricatti che ci arriva ogni giorno, potremmo cominciare a guardare cosa c’è dietro agli “intanto”.


Razzismo vaccinale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ve ne siete accorti, ma anche la verità è disuguale, e dunque possono dirla in regime di monopolio solo i ricchi e potenti, che non temono ripercussioni, censure, ostracismo.

In questo caso poi il soggetto che si è espresso con icastica e incisiva brutalità possiede tutte le caratteristiche per essere protetto e intangibile da critiche che possano ledere il suo stato e ostacolare la sua azione, per nascita, privilegi ereditati, incrementati e arricchiti grazie a vincoli matrimoniali, amicizie e ambizione personale che le ha permesso di intraprendere carriere inarrestabili e insediarsi da inamovibile in vertici impervi per nuovi arrivati. Sono accessori questi che permettono all’élite di proferire frasi e minacce tremende che altri, più in basso, non direbbero mai per non passare da cinici sprezzanti, mentre è certo che le metterebbero, e le mettono, in pratica, saltando agevolmente le parole per passare ai fatti.

Qualcuno ipotizza che l’assessora lombarda tornerà sui suoi passi, che adesso come un Berlusconi, un Renzi, un Conte qualunque dirà di essere stata fraintesa, che quello che ha detto è stato estrapolato e manomesso.

Macchè con l’innocenza dei boia che rivendicano di fare con efficienza il loro mestiere, con quel piglio da praticona sbrigativa, che combina certe specificità attribuite alle donne con i modi spicci e spregiudicati dei maneggioni che ti appioppano fondi, assicurazioni, mutui capestro, la Moratti ha confermato che proseguirà con piglio imprenditoriale e tenacia amministrativa  sulla strada aperta da anni, quella dell’applicazione ad ogni contesto e settore delle leggi inderogabili del mercato, come hanno fatto e fanno altre signore prima di lei, Thatcher, Fornero, Lagarde, von der Leyen, che spesso hanno affogato gli stessi crimini in una palude ipocrita di lacrime e pentimento.

E infatti che cosa ha detto fuori dai denti?   Che i Vaccini anti-Covid devono essere somministrati “più in fretta” nelle regioni con maggior densità abitativa, più mobilità, fortemente colpite dall’epidemia e che contribuiscono in modo significativo al Pil, chiedendo di prendere in considerazione non solo fattori demografici e sanitari, ma anche economici, preponderanti nei territori che costituiscono il “motore del Paese”.  

Qualcosa cioè che ogni dirigente di rito ambrosiano, ogni notabile meneghino, ogni leader padano pensa e cerca di fare, a cominciare dal parlamentare europeo leghista Ciocca che ha affermato che “se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un’altra parte d’Italia”, del sindaco della Capitale morale in campagna elettorale che se la piglia su Instagram con l’assessora:  «Ci sono mattine in cui ti possono cadere le braccia. il tuo Paese in preda a una crisi politica difficile da decifrare e nel momento sbagliato, la tua Regione che chiede l’assegnazione dei vaccini in base al Pil», ma segue scrupolosamente le orme della ex sindaca mettendo al sacco Milano, svendendola a prezzi da outlet a multinazionali immobiliari, emirati compresi.

E qualcosa, vale ricordarlo, che sognano di fare con più energia e pervicacia anche presidenti “diversamente leghisti”, come Bonaccini che pretende, in accordo totale con la Coraggiosa, una maggiore autonomia della sua regione in materie strategiche, scuola, università e appunto sanità, in barba algi scandali delle spese pazze e alle prestazioni fornite in fase pandemica, grazie al moltiplicarsi delle spinte verso una estensione delle prerogative regionali, peraltro prevista dalla riforma costituzionale del 2001, voluta da un Centrosinistra succube del secessionismo bossiano e favorita dall’introduzione del federalismo fiscale, poi disciplinato da una legge del 2009 che porta il nome di Roberto Calderoli e che vige in grazia di Dio, del Pd, dei 5stelle, di Conte 1 e 2 e del popolo italiano che non perde occasioni per rimuovere l’opportunità di farsi giustizia con l’ultimo strumento democratico rimasto e ultimamente “abusato” da un ceto che non vuole riformarsi.

E dunque perché scandalizzarsi per la rivendicazione di essere autorizzata a fare quello che leggi e usi prevedono ampiamente, a realizzare quello già intrapreso, comprese le nefandezze degli immediati predecessori, dimissionari ma non commissariati, intervento di forza che rientra nelle competenze degli esecutivi ma esercitato solo nei confronti di regioni del Sud. A dimostrazione della dichiarata mediocrità politica e civile del Governo, interessato invece a non intervenire per mantenere una ripartizione dei poteri che permetta lo scaricabarile o la manutenzione di rapporti affaristici con interlocutori privilegiati.

Si sa che le competenze regionali in materia sanitaria sono talmente estese da costituire la parte assolutamente preponderante della loro azione, esattamente come i relativi costi rappresentano la principale componente dei loro bilanci incidendo per oltre l’80% della spesa corrente. A questo equilibrio squilibrato si deve la demolizione del sistema assistenziale e di cura pubblico, che ha origine nei tagli decisi in obbedienza ai diktat europeo, eseguiti con la correità delle Regioni nell’organizzazione e nel contrasto ai fenomeni come il virus:  dunque dipende da loro se si è scelto di privilegiare le strutture ospedaliere a scapito della medicina territoriale  di base, così come la penalizzazione del “pubblico” e il sostegno ai “privati”, tanto che i decantati modelli lombardo e anche emiliano si fondano nel primo caso sull’equiparazione meccanica dei soggetti, nel secondo anzi sulla competizione  e la concorrenza grazie alla spietata aziendalizzazione, che trova conferma esemplare nel ruolo dato al cosiddetto ”welfare aziendale” dei dipendenti regionali in materia di prestazioni sanitarie.

D’altra parte non deve stupire che un governo che sta rivelando la sua indole autoritaria, seppure coi guantini di velluto dello zerbinotto, non abbia preso di petto la questione, lasciando campo libero ai caudillos periferici, contribuendo così a alimentare la leggenda che una tragica pandemia si può contrastare solo riducendola a crisi sanitaria e a questione di ordine pubblico, arrivando a sdoganare  le performance del nemico giallo e attribuendo i successi del contenimento della malattia  all’intrinseca antidemocraticità del regime.

Si tratta della assegnazione politica e morale di un ruolo “guida”, che è stata rivelata il 9 marzo quando è stato esteso a tutto il territorio nazionale il lockdown stabilito la sera del 7   per la Lombardia, con un atto drastico e incomprensibile perfino ai tecnici che aveva suggerito una chiusura controllata delle zone a più alta incidenza epidemica. Cui fa da riscontro l’altra scelta, quella grazie alla quale i lavoratori delle aeree più colpite comunque hanno continuato  a viaggiare e esporsi nelle fabbriche, negli uffici, nei supermercati delle catene di distribuzione, senza che venissero adottate strategia di gestione dell’emergenza e piani di sicurezza, a dimostrazione che si voleva salvaguardare l’economia del “motore” del Paese dall’indebita concorrenza di aree più svantaggiate. 

C’è poco da scandalizzarsi per le sconcezze della madre badessa, sta semplicemente celebrando le liturgie della religione di Stato e di Governo, quella del dio profitto.


Pandaffarismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E anche oggi mi tocca parlare di Covid, per ambientare adeguatamente qualche informazione. Allora, c’è una parte dei decisori, trasversale ai partiti della maggioranza, che si industria per mantenere vivi i livelli del terrore sanitario, offrendo dati incerti, confusi, manipolati contro ogni affidabilità e accertamento da quando la scienza è diventata un’opinione.

Poi c’è un’altra  parte, si tratta soprattutto di quelli di recente nomina “speciale”, che si esercita per mettere a frutto l’apocalisse profilattica, quelli dei banchi, delle mascherine, delle siringhe, dei vaccini, che comportano tali e tanti investimenti che non ce n’è per ospedali, bus e metro, assunzione di personale medico  o di insegnanti.

Poi  ci sono quelli scafati che occupano tutti i settori, avendo fatto della morbilità un brand favorevole a profitto, signori del cemento che si attrezzano per proporre fondi, boss dell’elettronica che si specializzano in assicurazioni sanitarie, capoccia della meccanica che obbligano i dipendenti a rifornirsi delle loro pensioni integrative, anche per avere il gusto di sfruttarli due volte, come lavoratori e clienti. 

E infine  ci sono quelli che zitti zitti, con l’aiuto del silenzio stampa – esteso alla rete – su qualsiasi tema che non sia igienico, continuano nella loro solerte e alacre attività affaristica di sempre in favore di una cupola parassitaria, imprenditorial- finanziaria, cordate di costruttori e immobiliaristi, pusher di balle digitale e simili.

Così in tutto questo affaccendarsi stava per sfuggirci la notizia che il fiero Bonaccini che non perde un’occasione per mostrarci il vero volto del riformismo  progressista ha tentato un colpaccio che Berlusconi, si direbbe a Roma, je spiccia casa: nelle maglie  della discussione in corso in assemblea legislativa sulle “Misure urgenti per promuovere la rigenerazione urbana dei centri storici”, all’articolo 33 in materia di  «riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere e la rigenerazione urbana degli ambiti a vocazione turistica», aveva fatto introdurre surrettiziamente un vero e proprio condono  edilizio, sanando gli abusi  e aumentando le volumetrie. È il nuovo “modelle emiliano”, che vuol far dimenticare quando nel1968, quando superando i decreto del governo centrale che stabiliva che ogni cittadino italiano avesse diritto a non meno di 18 metri quadrati di spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, i parcheggi ecc.), l’Emilia-Romagna lo fissò invece a 30 metri quadrati, o il piano Cervellati per le case popolari a Bologna, o il piano paesistico regionale che addirittura tenta di peggiorare la legge regionale del 2004 che consente di sanare gli abusi conformi alle regole vigenti al momento della domanda di condono.

Bonaccini ci prova. Sussulto dei Verdi e di una non precisata “sinistra”. Minaccia di ricorsi. Bisbigli della stampa, mentre tace  la vice distratta dall’impegno costante a essere Coraggiosa, alla fine il Presidente, proprio come il Cavaliere quando c’era lui, incolpa una “manina” insidiosa, la scarica malgrado sia una fedelissima, fa marcia indietro, scontenta i suoi grandi elettori della costa romagnola e  fa stralciare le misure incriminate, quelle che, dichiara, “non sono strettamente legate solo traguardo cui puntiamo: una maggiore semplificazione per favorire il ricorso all’Ecobonus 110%”.

Insomma, questa è andata male, ma altri cantieri sono aperti,  grazie al tandem con la garrula ministra che, pur sognando in grande un altro duetto, quello con Nardella per le Olimpiadi BO-FI,  ha accelerato l’attribuzione delle risorse per “fondamentali”  opere stradali, tra cui Passante, bretella Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. E poi  c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Parma, candidata a città green, che estende la pista di circa 770 metri, con un terminal cargo e un hangar per aerei privati, a meno di 2 km dai quartieri periferici della città e 3 km dal centro  e che dovrebbe ricevere gli aerei più grandi del mondo come il Boeing 747, 450 tonnellate di peso di cui 200 solo di carburante, un terzo del quale viene consumato durante decolli e atterraggi, sopra la città, prevedendo  entro il 2034, 50 movimenti al giorno. A chi si domanda ingenuamente cui prodest un intervento del genere con gli scali ridotti a archeologia aeroportuale: presto detto, Amazon che ha acquistato un lotto di 11 000 mq nelle vicinanze,  si accredita come capofila di un gruppo di aziende che voglio realizzare là, nel cuore della zona più inquinata d’Italia, un immenso polo della logistica di oltre 100000 mq.

Così si capisce meglio cosa intenda Bonaccini per autonomia regionale: la consegna a multinazionali, gruppi privati che intendono occupare militarmente il territorio e tutti i comparti a cominciare dal commercio, alla scuola, alla sanità e infatti per risparmiare al bilancio pubblico i costi di nuove strutture ospedaliere, il furbacchione ha dichiarato a suo tempo che i positivi “stanati dai suoi tracciatore casa per casa”, sono le sue parole,  possono essere ricoverati nei 1.000 posti letto che ha individuato in strutture alberghiere.

Una volta si parlava di questione meridionale, ma pare chiaro a vedere l’assalto a Milano condotto da colossi immobiliari e costruttori esotici, l’ostinazione con la quale si collocano Mose, Tav e Olimpiadi invernali tra le priorità della ricostruzione, tramite la promozione di quelle 130 Grandi opere, che ricorda da vicino la Legge Obiettivo di Berlusconi, anche senza citare l’infiltrazione mafiosa  in probabile non temporanea associazione di impresa con il tessuto economico “legale”, sarà più corretto parlare di questione nazionale, nella quale illegalità, sfruttamento, consumo e abuso del territorio avvengono a norma di legge, grazie a procedure concordate che hanno trasformato programmazione, pianificazione e urbanistica in pratica negoziale tra amministrazioni pubbliche e privati, nella quale sono i secondi ad avere sempre ragione.  

Basta pensare al decreto Semplificazioni orgogliosamente licenziato in luglio mentre eravamo distratti dal “via libera” concesso in modo da poterci subito dopo accusare di licenziose trasgressioni, quelle invece autorizzate ai comuni delegati a decidere misure autonome in materia di condono, alla incertezza che, non a caso, regna in merito alle autorizzazioni paesaggistiche e alle valutazioni di impatto ambientale, perché anche in questo caso la confusione permette lo stravolgimento di regole e buonsenso.

Basta pensare  al maquillage effettuato per modernizzare il testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città,  alterando un edificio, innalzandolo, modificandone il prospetto, in virtù di opportune deroghe discrezionali elargite dall’amministrazione comunale in nome dell’interesse generale.

Basta pensare che il decreto prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro, e che per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, possano essere bandite gare negoziate senza  “evidenza pubblica”. Basta pensare che il provvedimento acclamato  come un colpo alla burocrazia, rafforza il ruolo del Cipe e attribuisce poteri eccezionali alla figura dei commissari, sempre gli stessi intercambiabili,  per l’attuazione delle opere e che potranno dotarsi di uffici tecnici a loro scelta, emarginando e svuotando il ruolo delle strutture di sorveglianza e controllo.

Basta pensare che ha messo le basi per un altro provvedimento che viene da lontano, dal mito della lotta alla burocrazia dei lacci e laccioli alimentato nelle Leopolde, nutrito del dileggio dei parrucconi misoneisti, fossero costituzionalisti, sovrintendenti, storici, officiato come una fede che richiede il sacrificio di armonia, qualità di vita, bellezza del paesaggio urbano e dell’ambiente naturale.

Sarà infatti costituito da 140 articoli e si intitolerà ‘Disciplina delle costruzioni’ il “tanto atteso” nuovo Testo Unico dell’Edilizia messo a punto dal tavolo istituito dal Ministero delle Infrastrutture presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale partecipano Ministeri, Regioni e Professioni Tecniche in materia di  resistenza e stabilità delle costruzioni; sostenibilità delle costruzioni;accessibilità delle costruzioni e che lascia ampia delega alle Regioni, che proprio in questo anno hanno mostrato la loro efficienza,  e ai Comuni, a introdurre proprie norme sulle distanze, altezze massime e densità “per favorire la riqualificazione del patrimonio esistente”, riducendo  a due i “titoli abitativi”, le autorizzazioni cioè,  per realizzare costruzioni e interventi sull’esistente.

Ecco, non diciamo più che lo stato di eccezione ha paralizzato l’azione legislativa. O che ha interrotto una normalità fatta di conflitti di interesse, sacco del territorio, speculazione, abusivismo, sfruttamento di risorse e svendita del bene comune, illegalità resa ancora più lecita e necessaria dalle leggi della “pandeconomia”.    


Abitanti senza case, case senza abitanti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 52 anni dallo sciopero generale e dalle manifestazioni indette in tutta Italia dalle tre confederazioni sindacali per il “diritto alla casa”.

E’ cambiato tutto, i sindacati si sono trasformati in promoter di Welfare aziendale, in patronati e consulenti che procacciano assicurazioni e fondi integrativi, le proteste dei lavoratori sono soffocate dal silenzio e dalla repressione,  i senzatetto sono diventati un problema di ordine pubblico da risolvere con gli sgomberi forzati e siamo chiamati a rinunciare ai diritti per tutelare l’unico messo in cima alla graduatoria, quello al vaccino, che di salute non si può parlare dopo la demolizione del sistema sanitario e l’abiura non sappiamo quanto forzata della comunità medica a curarci in attesa del salvavita erogato in rosei padiglioni.  

Per giunta siamo così addestrati ad accontentarci delle mance e delle strenne elargite coi nostri soldi, proprio come fa l’Europa sovrana, che viene accolta con grato compiacimento la notizia che il Mit, così titola il quotidiano confindustriale, “rimette in pista 219 milioni ex Gescal per progetti di edilizia residenziale pubblica”, scongelando i fondi assegnati nel 1978.

Gescal (Gestione Case per i Lavoratori) è un nome che non dice nulla ai più giovani.  Era il fondo detratto per decenni dalle buste paga in forma di tasse dai redditi da lavoro dei dipendenti e destinato alla  realizzazione di  case popolari. Quando la Gescal è stata soppressa nel 1992 con la riforma delle pensioni Dini, una parte consistente delle risorse era rimasta inutilizzata finita nel ventre oscuro della Cassa Depositi e Prestiti, spesso deviata per destinazioni diverse dalle loro finalità: tamponare la voragine del deficit pubblico, per “sanare il disavanzo della Rai” e per finanziare San Patrignano Moratti regnante, per il camouflage di Napoli  durante il  G7 di Napoli, per il maquillage di Milano e Roma in occasione di visite di premier stranieri, quando si pensava che così si salvava la reputazione di un paese collocato agli  ultimi posti in Europa per qualità e quantità di abitazioni sociali, decurtata, come se non bastasse,  dalla messa a mercato di migliaia  di alloggi di proprietà degli enti previdenziali.

Di denunce per la scomparsa dei nostri quattrini ce ne sono state tante, ogni volta si ripeteva il rito dello stupore e ogni volta variava l’ammontare del “tesoretto” dimenticato. Da una  ricognizione effettuata nel 2016  in Cassa depositi e prestiti figuravano giacenze per 1.017.779.954 di euro e risorse assegnate ma non spese per 1.347.168.302 euro; a queste si aggiungevano i «girofondi» – da acquisire dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti – altri 356 milioni di euro, arrivando  quindi a una cifra impressionante che supera i 2,5 miliardi di euro, accantonata in attesa di essere destinata a fantasiose ripartizioni di spesa tra Ministeri, Regioni e Comuni, tutti zitti zitti e parimente colpevoli, se la gran parte delle risorse giacenti è concentrata al sud in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, al centro nel Lazio e al nord in Piemonte e Lombardia e se nel dettaglio, gli importi riscontrati superano i 255 milioni nella regione Puglia, 202 nel Lazio, 176 in Sicilia, 81 in Lombardia, 68 in Calabria, 51 in Campania, 46 milioni in Piemonte e 39 in Sardegna.

E adesso dovremmo esultare perché 219 milioni vengono distribuiti a coprire 44 programmi, che  potranno essere usati da 17 Regioni con in testa la Lombardia che si appresta a spendere 48 milioni, 35 dei quali a Milano in non sorprendente coincidenza con la ricandidatura di Sala, mentre restano fuori Campania e Umbria che non hanno presentato progetti. Si tratta di interventi   presentati dalle amministrazioni regionali su proposte provenienti, a loro volta, dagli enti locali, che sono stati ritenuti finanziabili dal Ministero che rivendica di aver di aver selezionato  quelle intese a “riqualificare e riorganizzare il patrimonio destinato all’edilizia residenziale sociale, ma anche a rendere maggiormente funzionali aree, spazi e immobili pubblici, e a migliorare l’accessibilità e la sicurezza dei luoghi e delle infrastrutture urbane“.  

A dare una scorsa all’elenco e senza essere sospettosi, si capisce subito quale è la cifra che ha ispirato la scelta, la stessa del Piano Casa 2020 che si è accreditato esplicitamente come  “uno degli strumenti più efficaci per la ripresa del settore edile”.

E infatti al comparto delle costruzioni non piace la valorizzazione e riqualificazione dell’esistente: è il cemento che porta profitti, scavare e tirar su, consumare suolo e risorse, promuovere un’occupazione a termine, quella dei cantieri mordi e fuggi, mentre restauro, risanamento, cura e manutenzione favoriscono attività più qualificate e prolungate,  mostrando indifferenza per la destinazione, visto che il brand che combina gli interessi speculatori di costruttori e immobiliaristi è più fertile se gli stabili, che poi vediamo come scenari e quinte teatrali o come scheletri abbandonati, lungo le strade periferiche, restano vuoti, non finiti e men che mai rifiniti.

L’Unione Inquilini valuta che  la precarietà abitativa coinvolga circa 700 mila famiglie e che ogni anno 60.000 famiglie abbiano finora subito una sentenza di sfratto, al 90% per morosità, un numero destinato a salire per effetto della pandemia e delle “misure” attuate per contrastarla (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/28/sanificati-ma-sfrattati/ ) e nella sola Roma si calcola che siano circa 13.000 le famiglie in attesa di una casa popolare.

Non sorprendentemente mancano i dati ufficiali sul patrimonio edilizio abitativo, quelli utilizzabili con il confronto tra i dati Istat degli ultimi censimenti dimostrerebbero che le abitazioni occupate da persone residenti sono 24,1 milioni, pari al 77,3% del totale, mentre 7 milioni risultano non occupate o occupate da non residenti, che dai calcoli del 2011  il numero di abitazioni occupate è cresciuto di 2.481.889 unità mentre lo stock abitativo non occupato o occupato da non residenti è aumentato di 1.434.279 unità e che quindi il 63,4% della crescita rilevata nel decennio ha contribuito a incrementare il patrimonio abitativo occupato e il restante 36,6% lo stock non occupato.

Significa cioè che da anni si tirano su migliaia di stabili e si realizzano milioni di vani per lasciarli vuoti, mentre l’Ispra denuncia come ogni anno si perdano in media 24 metri quadri per ogni ettaro di area verde, a dimostrazione che se la popolazione continua a decrescere il cemento invece continua ad aumentare sicché quasi la metà della perdita di suolo si concentra nelle aree urbane.

Significa cioè che il susseguirsi di iniziative volte a stabilire l’egemonia incontrastabile dell’interesse privato e delle rendite insieme all’impoverimento del ceto medio, alla precarietà del lavoro   rende pressoché impossibile acquistare una casa o affittarne una dignitosa, facendo moltiplicare baraccopoli, bidonville, baracche che occupano le propaggini delle città.  

Significa che il governo attuale come tutti quelli che si sono susseguiti prosegue nell’azione di demolizione dell’architettura economica, sociale e morale  che aveva dato una prima risposta ai bisogni delle fasce popolari, tanto da far rimpiangere Luzzatti, Zanardelli ma pure  Sullo e  Bucalossi, se dopo la chiusura del sistema Gescal, la legislazione nazionale nel 2008  crea  l’housing sociale  grazie al quale fanno irruzione sulla scena istituti di credito, fondazioni bancarie, finanziarie che si infilano prepotentemente  nella cupola di Cassa Depositi e Prestiti,   delle Assicurazioni Generali, di Unicredit, di Allianz di Intesa San Paolo.

Significa inoltre che grazie al «libero mercato» chi costruisce case e non le vende è esentato dalle tasse che tutti gli altri cittadini pagano, all’infuori dell’altra chiesa potente quanto la speculazione.

Significa che ancora una volta nelle città ci saranno case senza abitanti e abitanti senza casa.


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