Com’è buono lui: Renzi concede il referendum

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E dire che pensavamo si fosse messo paura, invece tetragono alle sconfitte, infrangibile ai colpi, monolitico rispetto alle critiche, Matteo Renzi si è prodotto oggi nel consiglio di amminis–trazione della sua azienda, in prestazioni inarrivabili di sfrontatezza svergognata, di spudoratezza impudica, a riprova che siamo davanti a una personalità solipsistica e disturbata fino all’autismo. Oppure a uno così ottuso da risultare inaccessibile da ragione, pensiero e sentimento. Oppure tutte e due le cose?

Per carità, nessuno poteva aspettarsi autocritica, istituto caduto in oblio e fortemente osteggiato quanto il comunismo, inviso in forma bipartisan soprattutto alle élite,  che invece ne reclamano il ricorso da parte della plebe, rea di votare male, di agire sotto l’impulso di viscere e appetiti volgari e selvaggi, di restare aggrappata come una cozza a sistemi arcaici e ostili allo sviluppo, come la democrazia attraverso la quale vorrebbe avere accesso e dire la sua in materie delicate sulle quali rivela ogni volta criminale incompetenza, quando improvvidamente le si lascia la licenza di esprimersi.

E infatti l’ometto della provvidenza – palesatasi tra noi nelle sembianze di presidente chiamato anche oggi in causa, malgrado lo status di emerito cui non si arrende,  come un oracolo per via dei suoi moniti e delle sue intimidazioni istituzionali, come un minaccioso santone che lancia avvertimenti trasversali dalla grotta  dove è stato costretto – ha fatto capire che il referendum è una formalità che lui permette, che approva, fino a “promuoverlo”, a condizione che sia sicuro il suo esito favorevole, che lui concede prima di tutto  alla classe politica in modo che si compiaccia di aver scritto “la più bella pagina di autoriforma in Occidente”.

E al popolo non resta che adeguarsi, non rimane che sottoscrivere il contratto stipulato con l’oligarchia, mettendo il suo timbro sull’atto notorio, in modo da contribuire a chiudere “la stagione delle riforme e aprire la stagione del futuro”.

Detta così pare una promessa e verrebbe quasi quasi da votare si, a patto che non ci siano altre aberrazioni sotto forma di riforma, per cancellare lo stato sociale, per esautorarci nelle urne, per depredarci in busta paga quando c’è e espropriarci delle speranza di un’occupazione, per fare della pensione una irraggiungibile meta da pagare due volte, con la retribuzione e con mutui, per rendere sempre più precari e frustrati i nostri figli, condannati ai vaucher, al volontariato non retribuito e, come vorrebbe Poletti, a essere sfruttati in età minore proprio come in Bangladesh.  Se potessimo credergli potremmo sperare in un blocco dello Sblocca Italia, in una scuola meno “buona” e più pubblica, in misure per tutelare territorio e paesaggio con la cancellazione definita di progetti megalomani e distruttivi, in una politica di accoglienza al posto del perverso ritorno a un colonialismo straccione che investe nella disponibilità a essere corrotti e corrompere di tiranni nordafricani.

Ma come al solito, l’uomo mente, quindi è doveroso e anche giusto e bello votare no, prima di tutto per fargli dispetto. Per dimostrare che le sue minacce non ci spaventano. Che non ci preoccupa neppure la schizzinosa riprovazione di quella cerchia di pensatori che continuano a ricordarci che certe decisioni non possono essere prese da tutti, che le scelte devono obbligatoriamente dettate da competenti (come la Boschi?) da gente pratica di mondo (come Verdini?), quelli che temono che beni preziosi finiscano in mano degli ignoranti (come Faraone?).

Il fascistello a caccia di suffragio universale, il “ghe pensi mi” che però si chiama fuori dalla fissazione di una data certa, il burattino che recita l’elenco delle sue sfide internazionali: Onu, G7, relazioni coi despoti africani, tavolo dei  grandi in Europa al quale partecipare da pari, smanettando sul cellulare, chiama a rapporto i suoi manipoli, perché collochino tavolini per il Si in ogni piazza, perché si confrontino coi lavoratori in ogni fabbrica, proprio come fa lui, che è andato, ricorda, a Lampedusa, a Termini Imerese, sul Bisagno, nella Terra dei Fuochi.

Allora riserviamo loro la stessa accoglienza, fischiamoli, facciamoli scappare a gambe levate, mostriamogli che il popolo bue all’occorrenza può dare delle cornate.

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