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Buzzurro buono, buzzurro cattivo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Andrà tutto bene, adesso che questo è tornato a essere il bel paese dove il si suona, anche se proclamato con la potenza roboante di Salvini.

Adesso che possiamo aspettare fiduciosi che lo stesso parlamento che aveva approvato il taglio dei nostri rappresentanti per poi delegarne l’attuazione a un voto referendario calato dall’alto, promuova in tempi rapidi quelle tanto attese riforme pronube di effetti demiurgici sulla partecipazione e la democrazia.

Adesso che finalmente, con la benedizione di Carlassare e Spinelli, ai margini della società è stato riconosciuto il diritto al risentimento e alla collera fino a sabato additato come rozzo populismo.

Adesso che quel numero invariato di parlamentari ripeterà il suo Si a un esecutivo che come era prevedibile rivendica il voto come una fiducia indiscussa, a cominciare dall’obbligatorietà dei vaccini e via via fino a ulteriori restrizioni di libertà e prerogative in nome della governabilità consolidata a colpi di decretazioni d’urgenza.

Andrà tutto bene, e a confermare che la governabilità è assicurata, grazie a una maggioranza trasversale che integra amabilmente la “diversamente opposizione”, si è fatta piazza pulita di tanti orpelli, di infausti istinti divisivi, grazie al  festoso superamento del dualismo destra e sinistra, da quando quest’ultima è stata retrocessa a squallida e arcaica etichetta da riporre, pena lo stesso ostracismo riservato a gruppuscoli e minoranze estranee alla modernità e incompatibili con il progresso, e che ora finalmente non troveranno più posto nelle aule delle camere. Di altri gruppuscoli invece sappiamo che troveranno posto in cella, rei di opporsi allo sviluppo e alla rinascita firmata sul cemento come a Hollywood, in qualità di eretici, complottisti e, infine, negazionisti.

Andrà tutto bene, è nata una nuova era più ragionevole e concreta e a dircelo è una originale interpretazione antropologica di alcuni fenomeni. A rivelarlo è la vittoria di Zaia, salutata con esplicita soddisfazione.

E lo credo, Zaia, quello dei cinesi mangiatori di topi vivi, quello delle mascherine autoprodotte con il Leone di San Marco.

Zaia, quello che ogni giorno ha fatto e disfatto, ha esibito dati farlocchi smentendoli in tempo reale, quello che da anni aveva contribuito a restringere investimenti e impegno per la sanità pubblica contribuendo alla “valorizzazione” di quella privata, azione condotta surrettiziamente anche in materia di natalità, quello del fumetto nel quale di fa effigiare come un Superman in lotta contro il virus, da distribuire in tutte le scuole del suo regno, si, proprio Zia, proprio lui, sarebbe l’incarnazione della Lega buona, moderata, ragionevole con la quale dialogare e collaborare contro la Lega cattiva, quella del buzzurro barbaro, dell’intemperante energumeno.

Vaglielo a dire che il Veneto dove, lo dice lui, sarebbe più estesa la diffusione del volontariato no profit è la regione che ha manifestato maggior propensione alla discriminazione, al rifiuto e al respingimento, perfino delle donne in gravidanza, all’emarginazione applicata su piazze, panchine, scuole, liste per l’assegnazione di case, ospedale.

Vaglielo a dire che la prima dichiarazione del riconfermato presidente verteva sulla pretesa di attuare quella autonomia regionale, alla pari, anzi in posizione di leadership con Fontana e Bonaccini, per conquistare indipendenza a maggiore facoltà di scelta e di spesa in materia sanitaria e scolastica. A riconferma che la spudorata faccia di tolla è caratteristica comune della casta che per dabbenaggine qualcuno ha pensato di penalizzare con il voto di questi giorni, che segna in forma bipartisan i marpioni di tutte le formazioni. E che non sono bastate le prestazioni offerte dalle tre regioni in occasione della ferale epidemia a farli recedere, come d’altra parte è plausibile se dal governo e poi dalle popolazioni locali non è venuta nessuna forma di censura e condanna.  

È che Zaia proprio come certi attrezzi d’antan della Lega, ha saputi impersonare il processo di mutazione del contadino scarpe grosse e cervello fino in manager e amministratore, furbo, cinico, realista tanto da considerare un effetto collaterale incontrastabile la morte degli anziani per malasanità, anticipato rispetto alla falce del Covid chiudendo, tanto per fare un esempio, gran parte dei reparti del nosocomio veneziano. Uno che si ricorda di effetto climatico e ambiente per dare sostegno alle grandi opere addette alla corruzione, Mose, autostrade deserte e mangiasoldi, cave e terreni da concedere generosamente all’import-export criminale dei rifiuti. O che fa il propagandista dei marchi doc, quelli infiltrati come il prosecco dalle mafie dei pascoli e  dell’agroalimentare.

Ma come si è capito il suo pregio e il suo merito è l’essersi accreditato come l’anti-anticristo, più efficace delle sardine, più efficiente dei magistrati, quindi il più antifascista, militanza ormai limitata unicamente al contrasto al bastardo non occasionalmente compagno di strada nel governo, negli schieramenti referendari, nel contenimento della piaga contagiosa dell’immigrazione e nella stipula di patti infami con tiranni, nel ravvedimento operoso e nell’accettazione dei diktat europei.

Ma vedrete, andrà tutto bene, come avete voluto voi.


Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


2 giugno, il giorno prima del 3

andrà (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre si attendono le sentenze europee sul volume reale di “aiuti” a rendere, concessi benevolmente a fronte di  “riforme” che come anticipato dal trailer dell’horror greco e da quella lettera a firma congiunta Trichet- Draghi, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali, scorrerà, nel silenzio rotto solo dal rombo dalle Frecce Tricolori, la festa del 2 giugno.

Niente parata, niente carri armati, niente trionfale marcia dei bersaglieri salutata dagli applausi sempre più flebili di una folla sempre più ridotta negli anni e di un parterre decimato dalle defezioni di autorità con poca dimestichezza con storia e memoria.

Meglio così, dopo mesi di squilli di trombe per la sveglia all’amor patrio da celebrare sul divano di casa, dopo mesi di appelli all’unità nazionale grazie all’omissione di una divisione in due, i salvabili e qualche milione di sommergibili addetti alle attività essenziali, dopo mesi di orgoglio per il test di cittadinanza compiuto con lo scrupoloso uso delle mascherine e con il doveroso atto di fede quotidiano nei confronti dell’intrepido esecutivo e dei suoi consulenti scientifici, officiato con la santa liturgia delle conferenze stampa a reti unificate o quasi, e dopo il passaggio in clandestinità del 25 aprile, liberazione secondaria rispetto a quella di domani con il via libera per il raggiungimento legittimo e autorizzato delle seconde case, c’è  proprio bisogno di guarire dall’epidemia di retorica.

Davanti a casa ci ha pensato anche il vento, che ha arrotolato lo stendardo steso sulla gru dei lavori della metro C riducendo lo slogan della resistenza anno 2020: Andrà tutto bene, allo scarno e sobrio Andrà.

Che è già un risultato di cui compiacersi, tanto siamo abituati a ridurre aspettative e auspici, da invogliarci a sperare nella ripresa della routine, nel ristabilimento di una normalità, che si sa già essere stata l’origine di morte e sofferenze, che ha permesso restrizioni delle libertà e delle relazioni, in modo da costringere tutti nei limiti dell’angusto presente rimuovendo i danni e le colpe del passato e l’attesa del futuro.

A pensarci bene se questa ventata epica fosse stata autentica avrebbe potuto riportare a galla qualcosa di quel 25 aprile e poi di quel 2 giugno, avrebbe potuto dissipare quella coltre di nebbia conformistica che si stende sul concetto di stato, di nazione, di sovranità, parole ormai soggette a anatema, sebbene siano così presenti in quella Costituzione che piace tanto come prodotto letterario, purché sia disposta a farsi accartocciare, mutilare, manomettere e scavalcare in nome delle emergenze ricorrenti, aggirare in virtù di interessi personali e di lobby.

Ma non era più possibile, l’operazione più poderosa condotta dalle oligarchie è consistita proprio nell’istillare la sfiducia nello stato, esattore feroce coi poveracci e benevolo mecenate dei ricchi, creando il mito della  efficienza del “privato” a confronto con la macchina farraginosa dell’assistenzialismo, doveroso nei confronti delle grandi imprese nazionali e non, delle banche e delle assicurazioni, maltollerato se concesso a “bisognosi” da anni retrocessi a parassiti, anziani non profittevoli, giovani indolenti.

Tanto che le prestazioni fallimentari delle regioni, e dei comuni, vengono interpretate come la conferma di una impotenza strutturale, di una negligenza nel controllo e nella gestione della cosa pubblica.

Tanto che addirittura qualcuno si compiace della accertata superiorità di partner tracotanti che dimostrano che lo Stato, e la nazione, si meritano un trattamento disonorevole, esteso al popolo.

Ha proprio avuto successo il tentativo di criminalizzare perfino le parole Stato, Nazione, Repubblica (ormai accoppiata con il casco di frutti esotici) per farli regredire a scontati e miserevoli sottoprodotti ideologici, nazionalismo, sovranismo.

Contro di essi è necessario battersi alla stregua di razzismo o omofobia, con l’effetto di  assimilare le cause nobilissime che un tempo erano quelle dell’antifascismo vero e non solo di superficie, a quella della sopravvivenza dell’ineluttabile contesto europeo, della sovra-nazione nei cui confronti è obbligatorio ripetere l’atto di fede senza condizioni, pena l’espulsione dalla cerchia dei Grandi, che pure sembra sempre più estemporanea e improbabile in un momento nel quale la globalizzazione perde la sua potenza anche culturale e “ideale” e sembra riacceso il contenzioso predatorio e coloniale  fra singoli stati e blocchi di stati per accaparrarsi  risorse e mercati.

Così come succede con l’appartenenza alla Nato, irrinunciabile anche sotto forma di partecipazione a operazioni militari, a campagne di repressione dei diritti e dell’autodeterminazione di intere popolazioni, di acquisti obbligatori di armamenti e di concessione di territori in qualità di poligoni di tiro e di laboratori di sperimentazione di dispositivi bellici.

E infatti basta pensare alla sorte toccata a Nazione, in nome di un preteso legame – assolutamente antistorico – con il fascismo che l’identificava col partito e col regime, così da trascinarla nella catastrofe come succede d’altra parte anche oggi, quando i governi hanno appreso la lezione di privatizzare profitti e vittorie e socializzare perdite e sconfitte.  Così si è raccomandata caldamente la rinuncia all’interesse nazionale, preferendo quello individuale certo, ma soprattutto quello padronale.

Perché se è vero che, come qualche anno fa ha scritto acutamente uno storico, Emilio Gentile: “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno subito le più feroci persecuzioni con l’annientamento della dignità, della libertà e della vita” è altrettanto vero che “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno conquistato un più alto livello di dignità, di libertà e di benessere..”  e che oggi, a un decennio di distanza paghiamo per gli imperativi, i ricatti, le intimidazioni di poteri sovranazionali, sotto i cui talloni sono state mosse crociate, impoverite classi intere, commesse ingiustizie e disuguaglianze insanabili.

C’è proprio voluta una formidabile azione di manomissione storica per far dimenticare che i concetti di  nazione, come quello di patria retrocesso a abusata immaginetta da relegare in una taschina del portafogli ideale, sono stati dei capisaldi della Resistenza, per conseguire la stessa finalità che ha voluto esaltare di quella lotta solo la liberazione dallo straniero e dal regime, omettendo o trascurando l’aspirazione a un modello sociale, politico, culturale libero dallo sfruttamento, quel modello “socialista” che ha suscitato la preoccupazione dell’Europa impegnata a demolire le democrazie nate allora e incompatibili con il suo disegno e la sua ideologia.

Non a caso è stato un presidente della Repubblica “bancario”, che ha incarnato l’ideale europeista e con esso la cessione di sovranità economica a dare vigore alla propaganda muscolare di una nazione che sfila dove passarono i due tiranni, con gran spolvero di carri armati, truppe, alpini e crocerossine, bersaglieri e corpi speciali, tra folla e autorità inneggianti, in una platica raffigurazione epica e eroica di uno Stato convinto che per conseguire la pace occorra armarsi e fare la guerra, che per questo è doveroso arruolarsi in associazione non temporanea con prepotenti partner, investire in campagne di occupazione e esportazione di una democrazia che così perde il suo senso, ridotto a forma di governo in amministrazione controllata.

La Resistenza che si voglia o no, era una lotta di classe, che si vuol cancellare sostituita dalla lotta per la pagnotta, quella contro il virus, quella contro le invasioni,   quella contro l’ignoranza maleducata preferendo quella garbata degli indifferenti che nutrono ancora illusioni sulla loro superiorità di status e morale.

E quel 2 giugno lontanissimo nella storia e nei nostri pensieri, quel riscatto era già insidiato, eppure chi lo aveva interpretato e testimoniato credeva che dopo aver fatto l’Italia si potesse lavorare per fare gli italiani. È doloroso pensare che si sbagliava.


Brutti, sporchi e cattivi

bruttiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una intelligente giornalista del Fatto Quotidiano, che poi è l’unico giornale che si può ancora leggere, benché ottenebrato dal culto della personalità del presidente Conte, ci ha reso partecipe della sua scoperta, sia pure con un certo ritardo su teorie storiche, filosofiche e psicoanalitiche, che le masse avrebbero sete di sangue, che esigono il sacrificio, l’ostensione e il culto dei loro martiri, così come  le società anche le più civili hanno bisogno di eroi.

Tutto vero e accertato, per carità, stupisce solo che se ne sia accorta in occasione delle esternazioni oltraggiose ai  danni di Silvia Romano, che, a suo dire, ma condivido largamente l’ipotesi tristemente suggestiva, avrebbe avuto celebrazioni unanimi se fosse arrivata sullo scudo, oppure macilenta e provata. Mentre pare non sia moralmente sopportabile che al suo arrivo abbia esibito con orgoglio l’abito tradizionale del luogo della sua reclusione e simbolico dell’appartenenza religiosa, che abbi fieramente rivendicato la sua conversione, che fosse sana addirittura più dei detenuti da virus come rivelava il suo sorriso   mostrato  anche nelle immagini della prigionia.

E dire che Daniela Ranieri, di lei si tratta, avrebbe potuto avere la stessa  rivelazione nei mesi scorsi quando il “governo migliore, se non perfetto”, che ci sia stato concesso dalla Provvidenza  per gestire l’emergenza, ha offerto  come in un rito barbarico a una  plebe ignorante, fanciullesca per irresponsabilità e  sventatezza, l’immolazione di alcuni in qualità di vittime del dovere e dell’abnegazione,  costretti a testimoniare del loro spirito di servizio, negli ospedali, nelle fabbriche, negli uffici e nei supermercati, nuove cattedrali della modernità, esponendosi  come agnelli mentre il resto del gregge stava a casa a assistere allo spettacolo online dei gladiatori nell’arena del virus.

Lei se la prende, e ha ragione, con gli odiatori, con le penne sessiste e qualunquiste, che fanno però da altoparlante ai borborigmi di pance oggi più vuote di prima, e che nessuno sta a ascoltare, che si sentono, pensate un po’, autorizzate dalla carestia immanente, dalla chiusura di piccole imprese, dalla sospensione di lavoretti part time, a porsi delle domande meschine sulle destinazioni di milioni concessi alla faccia del no alle trattive coi terroristi vigente per Moro come per i privati sequestrati dalla malavita, come se è domandato per altri, molti di più, elargiti, anche quelli di tasca loro, per il salvataggio di banche criminali, per l’acquisto di armamenti farlocchi, per l’aiuto dato alla sanità privata.

E’ che ormai  è quasi banale osservare che da anni la lotta di classe si consuma alla rovescia: ricchi e superricchi contro sfruttati. E adesso ci tocca anche vedere il populismo alla rovescia mosso dalle élite, che sbrigativamente possiamo definire come espressione del progressismo neoliberista, contro un ceto numeroso, ma appunto senza parola se si escludono esternazioni sui social o nelle Tv del dolore, e senza ascolto, salvo quello delle destre estreme.

Sono quelli cui una minoranza che rivendica superiorità morale, oltre che sociale e culturale, rinfaccia ogni giorno di essere una massa maleducata, ignorante, volgare, razzista, rancorosa, feroce, riottosa e accidiosa. Tutti vizi che una società civile acculturata e razionale, moderna e cosmopolita colloca sotto l’ombrello ideologico del “populismo”, un ombrello che si augurano si rovesci sotto le sferzate del vento della rinascita che dovrebbe seguire il cigno nero, come continuano a chiamare impropriamente  una epidemia, prevedibile e prevista, gonfiata a dismisura perché possa declinarsi secondo le regole di un sistema di governo mondiale, che promuove le crisi a emergenza in modo da dottare leggi speciali, applicare provvedimenti eccezionali, incaricare autorità straordinarie svincolate dal controllo democratico.

Insomma tocca proprio dar ragione a chi ha detto che populista è l’epiteto negativo che la sinistra appioppa per designare il popolo quando quest’ultimo smette di accordarle fiducia.

La verità però è che chi fa questo uso del termine, da anni ha rinnegato l’appartenenza a quel contesto, ha legato la sua sopravvivenza elettorale e culturale a un profondo stravolgimento, se non proprio capovolgimento, dei valori di testimonianza e rappresentanza degli sfruttati, convertendo la solidarietà in carità,  l’internazionalismo in cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, la coesione comunitaria in individualismo, l’autodeterminazione, caposaldo di una identità di popolo e di rispetto costituzionale,  in antistatalismo.

Non poteva essere diversamente se  chi si riconosce e milita per formazioni ridotte a parodia della sinistra,  non condivide e neppure conosce più le condizioni esistenziali: reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, collocazioni e mobilità  sociale, dei ceti disagiati,  disprezzandoli per quello che affiora dai social, dalle interviste dei talkshow: il loro linguaggio e i loro convincimenti politicamente scorretti,  che diventano gli indicatori per la interpretazione dei comportamenti elettorali. Che infatti dimostra come dagli anni Cinquanta a oggi come, mentre in passato i voti degli strati meno abbienti e meno acculturati andavano a sinistra e quelli degli strati medio alti andavano al centro e a destra, oggi  le preferenze di voto si siano capovolte.

Non c’è proprio da stupirsi se abbiamo, per una volta uso il pronome noi, che le preferenze della “gente”, bloccate da leggi che hanno retrocesso le elezioni a sigillo notarile, premino la destra esplicita e rivendicata, quando è stata cancellata la rappresentanza parlamentare dei loro  bisogni da parte di un sedicente “riformismo”  posseduto dall’ideologia liberista che ha abiurato ogni aspirazione anticapitalistica, limitandosi all’impegno nominalistico e al minimo sindacale, per i “diritti civili”, come se quelli fondamentali fossero al sicuro, conquistati e inalienabili.

In tanti sostengono che il capitalismo nella fase attuale sembra pronto al suicidio. È improbabile, vista la sua capacità di risorgere come una fenice con altre ali e altre penne e nuova ferocia, mentre è sicura l’eutanasia, nemmeno tanto dolce di una sinistra che con  la sua dipartita ha prodotto la delegittimazione della democrazia, la demolizione dei principi delle carte costituzionali uscite dalle resistenze nazionali, e quella che è stata chiamata la secessione delle élite, appunto, ripiegate nella conservazione, ormai solo apparente, di beni, privilegi, accesso a carriere e opportunità, istruzione, grazie ai quali vivificano la percezione di un primato sociale e morale.

Ma si tratta di una supremazia labile e effimera, già minacciata dal rinnovarsi dell’austerità che consegna i paesi al sistema bancario e finanziario, aiutata da governi e partiti (o quel che ne resta) interpreti e testimoni di una scrematura beneducata, civica, tollerante, ragionevole e che reclama  un’autorità lontana e indifferente ai bisogni di quella gente incattivita, rancorosa, ignorante, rozza. Quella  che va educata col bastone più che con la carota, per proteggere chi si muove sotto le insegne della civiltà, del realismo e dell’amore per “diritto di nascita”,  confinando e annientando quei fermenti che si agitano ai “margini”, come li definisce qualche sociologo, ostili e inumani, risentiti perché per propria colpa non si sarebbero meritati di conservare o di conquistare lo status di ceto medio.

E come non sospettare che serva a questo l’attuale sospensione di una normalità che già costituiva il “problema”, la minaccia ripetuta ossessivamente che lo stato di emergenza dichiarato e prolungato si possa ripetere diventando forma corrente dell’esercizio del potere, la eventualità che il parlamento  venga sostituito di fatto da un management della crisi permanente con l’inevitabile, spacciata come doverosa,  rimozione dei diritti e dello stato di diritto, per tutti, cittadini italiani e ospiti temporaneamente sottratti alla pena dell’invisibilità e dell’irregolarità.

Come vuole chi, dalle poltrone dei palazzi, dai desk dei giornali, dai divani davanti alle sgargianti serie che ritraggono il declino dell’Occidente, è convinto che l’abbandono del popolo al suo destino antropologico segnato dal regresso a condizioni animali, sia un elemento distintivo morale e marcatore di superiorità, autorizzando i “migliori” a odiare i “peggiori”, poveri, sporchi, brutti, cattivi. Appestati.

 


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