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Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Milano da mangiare

Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “Milano da bere”, l’era Craxi ha preparato il trionfo della bulimia costruttrice e speculatrice della “Milano da mangiare”, culminata nell’urbanistica negoziata e  depravata della Moratti, di Albertini, di Pisapia, forse il più empio,  e oggi di Sala, del quale si è appreso che ha promosso la svendita per 7 milioni di euro di un’area che si identifica tra le odierne vie Zecca Vecchia, Fosse Ardeatine, Valpetrosa e Piazza San Sepolcro, corrispondente al Foro della antica Mediolanum romana – come testimoniano i resti archeologici nei sotterranei della vicina Biblioteca Ambrosiana e della Chiesa del Santo Sepolcro – l’unica  rimasta di verde pubblico nel cuore storico della città ( e d’altra parte a  Viale Argonne i residenti denunciavano tempo fa «l’inutile abbat­timento di 573 alberi, molti dei quali secolari»)  e che gli speculatori hanno “riproposto” con successo a 90 milioni di euro.

Come al solito l’operazione, grazie all’abituale stravolgimento semantico, che fa diventare un malfattore il rimpianto statista in esilio, viene definita come “riqualificazione” di un sito in vista del prossimo appuntamento mondiale delle Olimpiadi invernali, grazie alla realizzazione di un albergo, dotato di parcheggi pertinenziali a servizio anche delle forze dell’ordine che attualmente occupano piazza San Sepolcro, dalle “dimensioni simili” al tessuto urbano preesistente, a cura   del team di progettazione di Rimond (cito dal Corriere della Sera) “società specializzata nel «design and built» che opera a livello internazionale”, con l’intento, cito ancora, di riempire “l’area di via Zecca Vecchia che oggi è «un vuoto» del tessuto urbano in una zona centralissima di Milano. L’obiettivo è sanare questa ferita. Di contrapporre al gesto violento di demolizione un esercizio paziente di ricostituzione”.

Non ci è dato di sapere, a parte l’indecente garage Sanremo, chi vivesse là, se creativi che preferiscono la “valorizzazione” dei Navigli, stilisti, art decor, indossatrici, finanzieri  oppure nativi meneghini cacciati con ambrosiana  fermezza come d’altra parte cominciò a succedere dopo il 1934 quando furono messi a ferro e fuoco  i quartieri popolari nella zona centrale e con la deportazione degli abitanti di circa 100 mila abitanti, a proposito di vecchio e nuovo fascismo.

E infatti più di tre quarti della città entro i Bastioni ha meno di cent’anni, è sorta in maniera improvvida, irrazionale, disorganica a dimostrazione che ingordigia e avidità sono inestinguibili e che costruttori, immobiliaristi, finanza, banche, amministratori, croupier addetti ai giochi finanziari valutari e borsistici della speculazione fondiaria e edilizia  della Capitale morale, non si accontentano mai, sanno piegare le regole al profitto e il bene comune ai loro interessi convertendo programmazione e pianificazione in una contrattazione dove vincono sempre loro.

Così non basta loro la vergognosa operazione dell’Expo, del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), la riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  i grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, delle città nuove saudite, di Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai  o Rio o Denver, dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri che graffiano il cielo.

Così pensate che abbuffate ancora più voraci di quelle dell’Expo dell’alimentazione si avvicinano grazie alle Olimpiadi invernali (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/09/emergenza-comincia-il-magna-magna-olimpico/) che vedono protagoniste due città emblema della deregulation urbana, del consumo di suolo (Milano in quello ha già meritato la medaglia d’oro), dello sviluppo edilizio a base di variazioni di piano, cambi di destinazione d’uso, assoggettamento supino agli interessi proprietari, in barba a norme, leggi e compatibilità ambientale (Cortina è nota per essere così poco disposta a subirle gli effetti da altalenare tra la secessione dal veneto e il rientro sotto l’ombrello leghista in vista della desiderata autonomia regionale).

Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legge “per le misure per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi invernali Milano-Cortina del 2026 e delle Paralimpiadi. La cosiddetta legge olimpica , formata da 19 articoli (compresi anche quelli per le ATP Finals di tennis a Torino dal 2021 al 2025) istituisce gli organismi per la governance dei giochi: Consiglio Olimpico Congiunto Milano-Cortina 2026 presso il Coni che svolgerà il ruolo di “indirizzo generale e di alta sorveglianza sull’attuazione del programma di realizzazione dei Giochi“, la Fondazione Milano-Cortina 2026 che si occuperà soprattutto di gestione e promozione degli eventi sportivi,  la Infrastrutture Milano-Cortina 2026 SPA che ha funzione di “realizzazione, quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche stipulando convenzioni con le altre amministrazioni aggiudicatrici, delle opere individuate” e si ispira a “necessari” criteri di semplificazione “per riuscire, nel rispetto delle norme, a rendere le procedure piu’ snelle in modo da non rallentare l’operatività'”, come ha dichiarato esultante il presidente di Regione Lombardia. E per finire, aggiungendo al danno la beffa, un Forum per la sostenibilità e l’eredità olimpica durevole, che dovrebbe far pensare a lungimiranti programmi per il dopo.

Da parte di tutti c’è stato l’invito a accelerare, a fare presto, che l’alato carro del tempo incalza, ma è già evidente che come al solito i ritardi saranno invece benedetti, perché sono quelli che permettono di dichiarare il provvidenziale stato di emergenza più utile delle semplificazioni perché autorizza leggi eccezionali, commissari straordinari, smantellamento dell’edificio dei controlli, autorità speciali. Così l’iter e le procedure per la realizzazione  di 25 opere «essenziali», 13 «connesse» e 3 «di contesto» che aspettano di essere realizzate in Lombardia, più le 21 opere definite «principali» dalla Regione Veneto (e alcune decine di opere venete considerate «secondarie») potrà seguire quelle scorciatoie doverose e ineluttabili che hanno fatto e faranno la fortuna di cordate cui erano stati sottratti ossi succulenti tramite tardivi ripensamenti (Olimpiadi di Roma) e grazie a indagini giudiziarie che almeno temporaneamente hanno rallentato o impoverito il banchetto.

E infatti, recita il Sole 24 Ore, “le Olimpiadi invernali, come accaduto per altri grandi eventi (ultimo dei quali l’Expo di Milano del 2015), sono viste come l’occasione per portare a termine lavori utili alle regioni” e quindi vai col cemento, sottraendo fondi e risorse agli investimenti per la difesa e messa in sicurezza del suolo e aggiungendo pressione e inquinamento.

Anche se la maggior parte dei paesi disertano l’accreditamento a ospitare le kermesse, anche se quelli che ne sono stati afflitti in passato pagano ancora i debiti contratti, anche se nessuno restituirà le case di Londra abbattute o svuotate per far posto alle strutture e infrastrutture, anche se pesa sui brasiliani l’oltraggio postumo dei costi e dell’umiliazione di dover nascondere la miseria delle favelas, pare che da noi ci sia ancora qualcuno che crede al linguaggio universale dello sport e alle magnifiche occasioni di sviluppo e occupazione che ne deriverebbero, dimentichi dei buchi in bilancio di Torino, dell’archeologia  miserabile degli impianti, delle stazioni, dei servizi rimasta a marcire a Roma, che ci sia ancora qualcuno che ci vuol persuadere che questa sia l’occasione epr eseguire opere di interesse generale che altrimenti non verrebbero finanziate e alle quali penserebbero munifici sponsor.

E che ci sia qualcuno  così boccalone da credere al valore delle cosiddette compensazioni ambientali e sociali, o che siano opere essenziali a beneficio della comunità il potenziamento del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, l’adeguamento logistico e tecnologico del suo collegamento alla stazione Centrale di Milano; l’acquisizione di 10 treni per il potenziamento dei collegamenti Milano-Sondrio-Tirano, o il collegamento Lecco-Bergamo, la Pedemontana lombarda, il prolungamento della metro 4 di Milano da Linate a Segrate. E anche la variante di Longarone, la Variante di Cortina, il collegamento ferroviario Verona Porta Nuova-aeroporto Catullo, la linea ferroviaria Mestre- Castelfranco.

Quando per realizzare le “nuove Milano” di Pisapia e Sala sono state cancellate linee di bus e tram, quando i nostri aeroporti, per non dire delle nostre alte velocità, sono già ora e più che mai in prospettiva sovradimensionate rispetto al traffico fi oggi e di domani, quando i pendolari che dall’hinterland dove sono sati confinati ci mettono ore per raggiungere i posti di lavoro, quando appartengono alle leggende metropolitane le vicende di autostrade fantasma dove non passa nessuno come la Brebemi o la Pedemontana.

È davvero avvilente che qualcuno di beva la menzogna velenosa di poter trarre giovamento da un nuovo Bal Excelsior dopo il fallimento dell’Expo e voglia affidarsi alle bugie di due regioni, Lombardia e Veneto, assatanate di quattrini con i quali appagare gli appetiti dei privati cui vogliono consegnare a nostre spese la sanità, la scuola, l’università e che rivendicano di poter mettere le mani sul miliardo stanziato per accontentare amici, affiliati, famigli e complici. Tanto che Toscana e Emilia vogliono imitarli al più presto e hanno già parlato di un nuovo duetto olimpico, Nardella-De Micheli perché hanno detto    “se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell’alta formazione universitaria”. Altro che Bonnie e Clyde, altro che Totò e Peppino, siamo andati peggiorando anche coi cialtroni.

 

 

 

 


Gomorra allo zafferano

milano-ndrnagheta-6752Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa si è appreso che l’indagine Ossessione di Gratteri è arrivata a Milano e per la precisione al giro che ruota intorno a un autosalone di Viale Espinasse gestito dalla consorte di Luigi Mendolicchio, l’influente colletto bianco delle succursali milanesi della  ‘ndrangheta  legate alle potenti cosche di San Luca,    imputato in qualità di “rappresentante” nel  capoluogo lombardo di un giro di cocaina con il Sudamerica, gestito dalla cosca Mancuso.

Per una curiosa coincidenza cadeva giusto negli stessi giorni l’anniversario di altri arresti ( 25) compiuti sempre nel corso delle indagini del procuratore e che avevano rivelato la potenza del legame tra la criminalità organizzata calabrese e i “cartelli” mondiali della droga, che avevano scelto Milano e Malpensa come centri di arrivo e smistamento della droga, e che contava su una vasta cerchia di “operatori” sul territorio, compreso un procacciatore di armi che aveva avuto il quarto d’ora di celebrità recitando in Gomorra.

Non stupisce che la notizia di questi giorni abbia avuto lo scarso risalto che si attribuisce ormai al tema, sia che si tratti di dati sulla potenza dell’infiltrazione mafiosa, sia che invece  vengano registrati successi nel contrasto alla criminalità organizzata, argomento poco visitato dall’informazione e della politica. E il riserbo  è ancora più raccomandato quando il teatro di performance delittuose o lo scenario di operazioni di polizia è la Capitale morale operosa e dinamica, insignita dell’onore di organizzare dopo l’Expo sulla nutrizione l’altra mangiatoia universale, quella sportiva, e la cui reputazione deve quindi essere doverosamente inviolata.

E infatti se c’è una materia che sprofonda nelle brevi di cronaca è appunto quella della permeabilità di Milano e in generale del Nord alle mafie, anche se non occorre essere giornalisti investigativi per attrezzarsi di dati e numeri, o mettere a repentaglio la propria sicurezza, come hanno fatto e fanno alcuni promossi loro malgrado a martiri e eroi solitari e sconosciuti,  per citare nomi, situazioni, statistiche:  basterebbe la Dia con le sue relazioni semestrali e i suoi reiterati allarmi, immeritevoli anche quelli, pare,  dei titoli di apertura. E che rivelano la geografia del mondo di mezzo, dove padrini e partner non occasionali, imprenditori, broker, commercialisti, avvocati,  creativi e icone del glamour frequentano e animano l’ambiente del business più fashion e redditizio, tra droga e prostituzione, facchinaggio dell’Ortomercato e sicurezza nella movida, pizzerie, bracerie e i maxi-appalti edilizi in Iraq, con l’aggiunta recente del brand dell’accoglienza, proprio come in Mafia Capitale, che si sviluppa con l’assoldamento di manovalanza e di risorse umane di appoggio a quelli tradizionali.

Si conferma così il giudizio espresso più volte dalla Dia che ha denunciato come “la mancanza di allarme sociale  sia  un fattore che ha favorito lo sviluppo delle mafie al Nord»  che «sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva», incolpando politica e informazione per la sottovalutazione del fenomeno che ha nutrito una microcultura fatta di tolleranza e di mimesi e addirittura di imitazione:  diventa, insomma, uno schema – fondato sulla prepotenza della consorteria illegale – non più rifiutato e osteggiato…. La tentazione è di adottare quel modello perché porta vantaggi. Almeno di condividerlo, sul piano culturale…”.

Anche perché, c’è da aggiungere, se il mafioso con coppola e lupara lo incontriamo ormai solo nelle retrospettive cinematografiche, nel suo aggiornamento anche stilistico  ci imbattiamo quotidianamente e non sempre a nostra insaputa, nelle vesti del broker che ci offre un fondo vantaggioso, del buttafuori della discoteca, del padrone del bistrot ( tre quarti dei proventi della pizza del sabato sera milanese va a qualche cerchia criminale), del vigilante davanti al negozio delle grandi firme, di qualche sgargiante bon vivant che non si capisce che mestiere eserciti e che diventa un format, un modello da copiare per ragazzi venuti su con Suburra o con i telefilm di Netflix e i loro eroi negativi e maledetti da Miami Vice in poi.

La prudente riservatezza adottata nella trattazione dell’argomento è poi  la stessa che viene applicata se si parla di immunità e di impunità dell’Ilva, di appalti truccati, delle macchine di corruzione e malaffare che si chiamano Mose, Terzo Valico, Metro C,   Pedemontana, Expo, Giochi, una palude da cui affiora sempre prima o poi qualche personaggio che si è accreditato e ha agito per via di legami più o meno espliciti col crimine, vantati come referenza per sbrigare faccende sporche, accelerare procedimenti, oliare le ruote del carrozzone, dimostrando a chi vuole starci che sarebbe naturale, fisiologico, incontrastabile  che dove c’è denaro, dove ci sono negoziazioni, incarichi, imprese costruttrici, imprenditorialità si crei e si allarghi quella zona nera,  quella dell’illegalità e dell’illecito, dello sfruttamento e dell’intimidazione,  del ricatto e della colonizzazione di territori, siano vigneti del prosecco o filiere di coltivazioni in mano ai caporali, o dell’occupazione di consigli di amministrazione di istituti bancari o di aziende sofferenti, particolarmente appetibili perché regalano l’etichetta della legalità a operazioni e attività illecite.

E infatti, si è chiesto qualche tempo fa Giuseppe Governale, direttore della Direzione Investigativa Antimafia, “non vi interrogate perché a Milano continuano ad aprire nuovi ristoranti, nonostante rimangano vuoti. Il motivo? Servono a riciclare i soldi della ‘ndrangheta”, citando quella linea della palma, quel  confine ambientale entro il quale la palma vive e prospera, un confine che si sposta a nord man mano che il clima si scalda e che Sciascia nel ’61 applica all’insinuarsi delle mafie su su, verso  Roma e che  è salita a Milano, “dove se la ‘ndrangheta oggi ha 100 milioni di euro da mettere sul piatto, mette in preventivo anche di perderne 50, perché trasforma 100 milioni di euro in nero in 50 milioni di euro che può riuscire a giustificare“.

E d’altra parte sono le Regioni del Nord pingue e laborioso che primeggiano infatti per la quantità di operazioni sospette delle mafie, con il 46,3%, mentre al centro la percentuale è del 18,7 e al Sud del 33,8%, dove sempre più spesso i contesto economico vede la presenza influente di soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”,  “facilitatori”, “artisti del riciclaggio”, capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari, che si presentano trovando buona accoglienza in banche, assessorati, associazioni industriali, think tank alla cui azione contribuiscono con suggerimenti e finanziamenti, collocando il loro serbatoio di “giovani promesse”  negli uffici strategici e nei centri decisionali pubblici e privati.

In questi giorni  è arrivata la notizia ufficiale della chiusura di due ospedali di Milano, il san Carlo e il San Paolo e dei loro 1250 posti letto per deviare sforzi economici e organizzativi alla realizzazione  di una nuova struttura ospedaliera pubblica con una dotazione di 760 posti letto, in attesa della quale un pubblico di 800.000 abitanti resterà senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica.

Niente paura, è possibile che anche in questo caso intervengano le organizzazioni criminali che da anni hanno stretto un sodalizio non solo teorico e ideale con  chi ha promosso la cancellazione del welfare, consolidando la sfiducia nei soggetti dell’assistenza pubblica e  indirizzando chi può permetterselo verso quella privata, un disegno che avrà ancora maggior successo se andrà in porto la richiesta di “secessione” che accomuna le regioni più ricche, che evadono di più, che pretendono di più, nella temporanea ma non casuale né sorprendente associazione di imprese, Lega e Pd, con sullo sfondo i fantasmi di altri malfattori.

 

 


Mazziati & Rassegnati

dosio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio mentre Mattarella, inducendo una incontrastabile sonnolenza che stava per farci perdere il tradizionale brindisi,  ci raccomandava di guardare a noi stessi come guarda a noi la comunità internazionale –  quella che ci immagina e ci dipinge retrogradi, accidiosi, corrotti e mafiosi –  pensando paradossalmente di risvegliare l’orgoglio identitario,  succedeva che  con il 2019 ne evaporasse un altro, quello che è stato chiamato il “paradosso della debolezza”.

Che è quella licenza ancora elargita  che ci permette di criticare quello che ci viene imposto, di denunciarlo in rete, di bofonchiare al bar davanti al cappuccino con cornetto, di cantare l’inno in testa alla hit parade:   siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando,  di accettare i comandi, ma con la licenza di deprecarli, di essere servi, ma lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando, a condizione che non facciamo nulla di concreto per cambiare, per rovesciare il tavolo,  che tanto ci è già stato sottratto da tempo il diritto libero di votare,  per via  di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent e le isole dei famosi.

Pare proprio che anche quell’ultima concessione sia stata tolta, se guardiamo all’ultimo evento significativo dell’anno, l’arresto di una insegnante di 74 anni condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino con l’accusa  di aver “violato” le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta contro la Tav. la sua colpa è dunque quella di protestare contro un’opera intorno alla quale girano interessi opachi e circolano personaggi oscuri, come succede ormai sempre e con “naturalezza” intorno alle “grandi opere”, create per movimentare profitti e aumentarli grazie all’aggiramento delle norme, alla sospensione dei controlli in nome di emergenze fittizie e nel rispetto della religione del decisionismo fattuale del liberismo.

Come è noto a tutti, ma non alla grande stampa e probabilmente neanche alla magistratura che apre e chiude i tornelli girevoli dei tribunali, con la legittimità negata alla Dosio in galera, delle cordate che scavano il Grande Buco  dell’Alta Velocità fanno parte frequentatori abituali della aule giudiziarie, in qualità di vertici di grandi aziende, le stesse del Mose, le stesse delle autostrade su cui nessuno passa come la BreBeMi, delle Varianti, delle Metro C, degli stadi, i soliti noti che godono di prescrizioni che nessuno vuole ragionevolmente cancellare e di altri accorgimenti che, da Tangentopoli in poi, registrano un effetto redentivo sui criminali senza far  patire loro un giorno di galera.

E come tutti sanno tra i promotori e i fan delle Grandi Opere ci sono amministratori e politici che godono di immunità e impunità né più né meno degli assassini passati, presenti e potenziali dell’Ilva, tutt’al più “umiliati” da pene alternative: cantare le canzoni di Becaud in un ospizio, stare confinati malinconicamente in ville acquisite con proventi della corruzione, sopravvivere in dorati esili dai quali inviare agli editori memoriali con le istruzioni per risvegliare la fiducia dei cittadini nella cultura di impresa.

Anche questi ultimi come gli altri cambiano partito, ne fondano uno, promettono di fare come Cincinnato ma rispuntano come funghi velenosi e si affacciano nei talkshow proprio alla stregua dei dirigenti delle imprese e della banche che assumono nomi nuovo, danno una rinfrescata ai consigli di amministrazione  e indossano i giubbotti di salvataggio pubblici.

E infatti sappiamo che la signora Dosio che non è Bossi graziato, non è Dell’Utri martire in vita, va in galera, mentre non ci è dato sapere quanti anni hanno passato o passeranno al gabbio i colpevoli di furto ai danni del patrimonio comune, del paesaggio, del territorio, del bilancio statale, ma siamo invece stati informati dell’applauso riservato dagli amici e soci agli indenni di galera della Thyssen Krupp.

Il fatto che i militanti   della Valsusa e del Terzo Valico, più che per aver opposto striscioni ai manganelli  e putipù e sberleffi agli idranti, siano perseguiti per la pubblicità che danno  alla lotta contro i consorzi malavitosi e alle cupole del malaffare anche dopo la detronizzazione di Salvini, ha fatto calare un silenzio pudico sulla repressione.

Si vede che gli agenti incaricati dell’arresto parlavano un bell’italiano senza inflessioni dialettali, che al posto delle catene recavano tralci di fiori alla moda tahitiana,  che la pantera al posto delle sirene era preceduta da Jingle Bells, fatto sta che non abbiamo visto moti di popolo ittico e sdegnate denunce dei nostri superciliosi columnist.

E si vede che il decreto sicurezza bis, coronamento di un susseguirsi di disposizioni a carico di predecessori più garbati, dotati di abiti acconci e buone lettura, del quale in alcune piazze era stata richiesta l’altrettanto garbata revisione, suscita reazioni tra i benpensanti solo nella parte relative all’accanimento perverso contro gli stranieri, che altro non è che il sigillo su un processo di criminalizzazione e discriminazione partito da lontano e finora mai impugnato né in Parlamento né in via referendaria.

Mentre pare sia accettabile quando mette in pratica la stessa repressione, emarginazione forzata, condanna preventiva, Daspo – proprio come le aveva pensate Minniti –  per i colpevoli di povertà fastidiosa alla vista, di molesta mendicità, di offesa al pubblico decoro, ma soprattutto per quelli rei di ribellione, critica, opposizione, malcontento, anche quando non si manifesti nelle geografie del riottoso populismo, quelle squallide periferie già brutte e quindi destinate a ricevere altre brutture, ma addirittura, e  quindi ancora più incomprensibilmente e illecitamente, tra ceti un tempo privilegiati, sicuri e fisiologicamente “superiori”, che sarebbe meglio stessero a casa o a cantare Bella Ciao senza disturbare i manovratori.

È che il pensiero unico ha spalancato le porte a forme di giustizia già proverbialmente differenti permettendo che convivessero la narrazione di un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto  nelle dichiarazioni e nei pistolotti di fine anno,  e la realtà di un Paese, del suo ceto politico ma anche di una società civile che si era “adeguata”,  che sbertuccia  e oltraggia  ogni regola in nome della prassi economica, del mito dello sviluppo o della necessità.

Così, in nome di misure pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i primi e pure i penultimi,  i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  in virtù di  regole e   principi di legalità confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, poi applicate discrezionalmente grazie al repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, veloci coi deboli, lenti coi forti,

E ormai non c’è bilancia che possa sopportare il peso della giustizia ingiusta e ridotta  a merce a pagamento.


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