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Barboni e Barboncini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai  qualsiasi fenomeno, incidente o accidente della storia, catastrofe, opera dell’uomo o intervento della natura matrigna diventa problema di ordine pubblico.

Interi paesi in un cratere del sisma sono stati transennati,  a detta delle autorità per impedire sciacallaggi, quando invece era evidente l’intento di occultare la vergogna di gente lasciata senza casa, senza strade occupate dalle macerie, senza lavoro perché non erano state aiutate le piccole aziende e i coltivatori colpiti dal terremoto, costretti a disputarsi i prefabbricati a colpi di riffa in piazza, senza voce e senza ascolto, se i pochi giornalisti che si avventuravano estemporaneamente, al di fuori delle periodiche visite pastorali della autorità, di  venivano sottoposti a controlli polizieschi e i locali venivano invitati a non rilasciare dichiarazioni.

Anche la realizzazione di opere faraoniche, inutili e dannose per l’ambiente e per i bilanci pubblici,  si è ridotta a repressione di sediziosi negazionisti dello sviluppo a colpi di intimidazione e arresti,  censure e manipolazioni dopo che per anni non sono state rese note le analisi costi- benefici, è stato interdetto l’accesso ai documenti ufficiali, il tour nei cantieri di informatori che non dimostrassero l’appartenenza alla stampa in carta rosa, dopo che è stata stesa una cortina di silenzio sulle indicazioni dei soggetti preposti alle valutazioni economiche o di impatto ambiente, perché uno dei modi di  garantire ordine, sicurezza e obbedienza consiste nell’ostacolare la conoscenza e dunque  la partecipazioen al processo decisionale.

Invalidi e portatori di handicap che reclamavano un trattamento assistenziale dignitoso sono stati dispersi se uscivano dalla condizione di invisibili e si facevano vedere nelle piazze contigue ai Palazzi, proprio come altri “diversi”, immigrati delle varie tipologie economiche, lavavetri, vu cumprà, clandestini riconosciuti come tali e conferibili in lager amministrativi, in attesa di rimpatrio forzato, aspiranti profughi cui si nega la difesa in tutti i gradi di giudizio prevista per gli italiani, tutti discriminati e emarginati a norma di legge o tramite la creazione di appositi corner su tram, panchine, giardinetti, periferie.

E d’altra parte anche in questo caso si ha la conferma che il principale reato che esige provvedimenti di ordine pubblico è la povertà, perseguita come  crimine da rimuovere dalla vista perché non macchi decoro e reputazione. Pratiche di sorveglianza e controllo devono provvedere a consolidare la segregazione spaziale e morale impedendo l’accesso in certe aree a gruppi “marginali” rei di comportamenti anti-sociali, che le norme definiscono come “tipici del disordine urbano”, tossici, malati psichiatrici, barboni fini a arrivare alla colpevolizzazione  dell’”eccentricità”. 

Perché come è noto sono considerate eccentriche e insidiose per l’ordine pubblico e il decoro, grazie ai decreti sicurezza non abbastanza purgati dal Conte 2 rispetto al Conte 1 e ai Renzi-Gentiloni che avevano firmato quelli di Minniti, anche le contestazioni e le manifestazioni di lavoratori che commettono il crimine di blocco stradale, di picchetto, di sit in, di corteo, mentre è destinato a cadere quello di travisamento e mascheramento visto che è stata indirettamente introdotta la punibilità per chi non indossa la regolamentare mascherina nel corso di un assembramento sedizioso.

E figuriamoci se grazie allo stato di eccezione alle regole del vivere civile introdotto per contrastare la diffusione del Covid  non venivano incrementate le misure di repressione e condanna, concreta, morale e virtuale di atteggiamenti arbitrariamente considerati trasgressivi.

Lo si è capito da subito quando nei primi giorni di marzo sono state disperse e definitivamente vietate le manifestazioni dei lavoratori nelle zone già rosse indette per reclamare procedure e dispositivi a garanzia della salute, quelli caldamente raccomandati per tutelare i resilienti sui sofà. Manifestazioni sconsigliate da gran parte degli stessi sindacati che si sono piegati senza grande sforzo a sottoscrivere il patto unilaterale di Confindustria con il Governo, temporaneo  e finalizzato a evitare assunzioni di responsabilità a carico delle aziende nel caso i dipendenti venissero contagiati.

Poi via via la precisa volontà repressiva a fini di controllo sociale si è manifestata con un alternarsi di dolci violenze educative e pedagogiche per contenere l’indole disobbediente di un popolo fanciullino, e di multe, sanzioni, ammende anche sotto forma di pubblica gogna, con il ricorso a mezzi e strumenti eccezionali: perfino elicotteri minacciosi sopra le spiagge, e poi mobilitazione di militari, rafforzamento dei compiti in capo alle polizie municipali, ronde interforza, con l’appoggio di parte della popolazione persuasa che si tratti di azioni atte a preservare l’unico diritto concesso, quello alla salute, tanto da accettare di essere trattati non da cittadini che sanno salvaguardarsi da soli, ma da bambini  scemi e irresponsabili.

Così mentre le autorità si assumevano l’onere di vegliare sulle vite degli individui di serie A,    imponevano a quelli di serie B, riconosciuti come “essenziali”,  di viaggiare su mezzi pubblici pieni recandosi al lavoro durante il periodo  più pericoloso per la diffusione del virus, in industrie, fabbriche, imprese rimaste aperte per permettere al profitto di garantirsi e accumularsi sulla loro pelle producendo bombe o patatine fritte.

L’obiettivo esplicito era ed è quello di mantenere la continuità della produzione senza esigere dal padronato (dizione ormai considerata maleducata e arcaica) il rispetto preciso delle norme di sicurezza grazie a una  autoregolamentazione discrezionale dalla quale sono esclusi il commercio, i pubblici esercizi  e la mobilità dei singoli.

Per fortuna abbiamo a che fare con un ceto politico e “tecnico” poco creativo, che dimostra di voler arraffare quello che può: la permanenza sulle poltrone in evidente assenza di concorrenza, trasformarsi in oggetto di culto se si appartiene alla casta sacerdotale degli scienziati, sviluppo di un profittevole brand sanitario,  rimozione della memoria della cause concorrenti allo sviluppo di epidemie, crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale, effetti della globalizzazione sulla circolazione e diffusione rapida di contagi, come delle colpe condivise della demolizione dell’edificio dell’assistenza pubblica, della prevenzione e della cura.  

Per fortuna, perché altrimenti chissà cosa si inventerebbero, che corpi speciali metterebbero in campo per sorvegliare che non ci abbandoniamo ai riti dell’affettività, abbracci, effusioni durante i riti natalizi durante i quali, parole del Presidente del Consiglio, sono invece concessi, forse raccomandati,  acquisti finalizzati all’algido scambio di doni da effettuare in numero inferiore a 6 congiunti di primo grado presenti a sobrie cerimonie che non ipotizzino quella “socialità scatenata”, è sempre Lui che lo dice,  che caratterizza le festività, tombola come i rave, bacio sotto il vischio come le ammucchiate tra scambisti, spaghetti ‘a vongole orgiastici come da Trimalcione.

Ormai viene meno anche la fantasia e la voglia di ridere sia pure amaramente, se un liceo di Torino, per punire alcuni allievi che avevano deciso di collegarsi al pc restando seduti fuori dal plesso, in segno di protesta contro la didattica da remoto, sancisce l’obbligatorietà di seguire la didattica a distanza solo da casa, che sia un attico al Valentino o un tugurio in Pozzo Strada. Non ci si puo’ collegare da un bar o da un parco, la Dad va fatta con lo studente nella propria abitazione“, ha decretato la dirigente scolastica del Gioberti. “Per questa settimana gli studenti che protestano contro la Didattica a distanza non potranno collegarsi e quindi seguire le lezioni“.  

E che vuoi dire se è stato stravolto insieme a quelli di libertà e responsabilità, anche quello di volontarietà. Così mentre Crisanti viene arruolato tra i negazionisti perché ingenuamente ammette che è preferibile sottoporsi ai vaccini quando siano stati testati, mentre la cura del virus è lasciata alla, quella si libera, interpretazione di pochi medici di base che si sono sottratti alla nuova e originale autorizzazione a tradire Ippocrate, si rassicurano terrapiattisti, performer delle evoluzioni di scie chimiche equiparati a Montagnier e a Palù del quale in rete sono cancellate le interviste recenti, che la vaccinazione anti Covid non sarà obbligatoria.

E falla anche essere obbligatoria, se viene ipotizzata la concessione di un patentino da esibire a conferma del proprio senso di responsabilità e spirito di appartenenza, proprio come il microchip del barboncino. Se non possederlo sarà oggetto di ulteriore distanziamento sociale e ostracismo. Se il fallimento di Immuni, l’app più scadente e impraticabile messa sul mercato, si attribuisce ai troppi che si sono astenuti dall’obbligo morale di scaricarla, quando le procedure di tracciamento ancora più dilettantistiche, inappropriate e inefficaci ai fini del contenimento, hanno avuto l’unico effetto di penalizzare i lavoratori e gli studenti, costretti all’isolamento, a perdere lezioni e lavoro, in attesa di tamponi dall’esito incerto e inaffidabile.  

Il timore vero è che siamo troppo distanziati, troppo isolati, troppo espropriati di baci e abbracci, di dignità e rispetto per guarire.


Terremoto, 4 anni di lockdown

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono posti nel nostro paese dove nel silenzio generale si è costretti da anni a subire il ricatto empio di dover scegliere tra salario e salute, come quello posto otto mesi fa a milioni di cittadini e guardato con sovrana e sufficiente superiorità da chi credendo di trovarsi nel mezzo di una apocalisse sanitaria ha pensato di essersi meritati i loro servizi essenziali, per garantirsi la salvezza tra le mura domestiche, mentre  altri meritavano di “rischiare” per essere promossi a martiri.

Ci sono posti nel nostro paese dove gli arresti sanitari erano una pena paradossalmente raddoppiata per chi una casa non l’aveva più. Di questi tempi scrivere sulla ricerca di Google e di siti di pensosi osservatori o organi di informazione online  la parola “terremoto” produce un inventario interminabile di scritti che la usano per definire l’emergenza in corso, per sottolineare come si stia vivendo un cigno nero imprevedibile e ingovernabile come un sisma, un dies irae scatenato da divinità che puniscono alla cieca, incontrastabili se non con la preghiera, qualche sacrificio umano  e molte rinunce.

Ma un senso comune c’è. I terremoti da noi molto più che in altri contesti antropizzati hanno conseguenze disastrose per via di tragici errori costruttivi, della speculazione frutto di una bulimia costruttiva a basso costo, con materiali scadenti e tecniche insicure,  anche perché in anni di trascuratezza, messa in sicurezza e manutenzione sono venute meno per investire risorse e professionalità sulle Grandi Opere invece che sulla salvaguardia e sui controlli che dovrebbero tutelarla.  

Allo stesso modo succede nel caso di un’epidemia i cui effetti sono anche moltiplicati dall’inquinamento, dalla circolazione incessante di persone e cariche patologiche, che diventa presto cruenta perché è stato smantellato l’intero sistema di prevenzione e profilassi, assistenza e cura, facendo venir meno la potenza di contrasto del primo avamposto, quello della medicina di base, e non intervenendo nelle situazioni davvero a rischio, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto.

Quindi chi volesse sapere come stanno le zone colpite dal sisma del Centro Italia, non si fermi a “terremoto”, ma renda più circoscritta l’indagine se vuol vedere cosa succede adesso in quelle geografie e nel verificarsi della coincidenza tra i due “cigni neri”  in uno stagno molto affollato di disastri.

Avrebbe così la conferma di una caratteristica delle crisi, quella di  indurre nuove disuguaglianze che premono pesantemente su quelle antiche: non risultano infatti notizie e dati sulla condizione dei pochi avamposti sanitari presenti nella zona, così, come ha detto una signora intervistata in occasione di un raro servizio giornalistico, i sopravvissuti rimasti là “sono più invisibili del Covid”, sani o “positivi” che siano.

 “Per noi quattro anni di lockdown24.08.2016-24.08.2020”, era la scritta che campeggiava su un lenzuolo appeso fuori  Grisciano, frazione di Accumoli  in occasione del quarto anniversario.  

Altro che distanziamento sociale: una turpe rimozione della tragedia e del lutto, un disonorevole  oblio, sono caduti sui morti e sui vivi che avevano deciso di resistere e che dovrebbero suscitare vergogna i quelli che hanno fatto vanto della loro “resilienza” per essere rimasti a casa a proteggere l’unico diritto concesso, la sopravvivenza, di fronte alla cattiva imitazione di vita permessa a migliaia di persone in 138 comuni, conferiti nei   moduli di poliuretano espanso, le Sae, nelle casette provvisorie il cui numero non è dato sapere, mentre conosciamo le irriguardose modalità con le quali sono state assegnate, beneficati dal  Cas, percepito dalle famiglie a cui il terremoto ha distrutto casa. 

Cas, si chiama con questo acronimo il Contributo di autonoma sistemazione, l’elemosina il cui regime è ora sottoposto all’occhiuta indagine della Protezione Civile, organizzazione vanta   tra i suoi valori fondativi la trasparenza, che vuole sospenderlo o almeno regolarlo per via del sospetto che ne abbia goduto qualche  immeritevole profittatore, che magari ha qualche muro in piedi o sta dai parenti più fortunati.

Andando un po’ indietro nell’indagine si scopre poi che  a differenza delle fabbriche di armi non convertite alla produzione di mascherine,   i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione post sisma 2016 non  sono stati annoverati tra le attività essenziali oggetto del Dpcm di marzo recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID19» che ne ha di fatto stabilito la sospensione superando la direttiva con la quale il neo commissario Giovanni Legnini aveva  illustrato le misure di carattere generale entro le quali le imprese impegnate sul “cratere sismico” del Centro Italia potevano o meno continuare a lavorare.

Mentre una visita ai notiziari di luglio rivela che il cosiddetto “pacchetto sisma”, inserito nel Decreto rilancio e recante le semplificazioni e richieste a sostegno dell’economia dell’Appennino terremotato, viene bocciato. 

Alcuni notabili locali in forza alla maggioranza governativa tranquillizzano la popolazione e a ferragosto viene approvato  un secondo decreto mirante  ad applicare alcune disposizioni contenute nel decreto- legge 16 luglio 2020, n. 76 con Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” e riguardanti le linee guida per  classificazione degli edifici e i controlli in materia affidati a professionisti, le misure delle detrazioni per le spese sostenute per le polizze assicurative, le regole per il credito di imposta, ma che in sostanza eliminano il criterio della premialità.  

Si tratta di adempimenti utili ma marginale, che hanno soprattutto l’intento di far credere che gli ostacoli alla ricostruzione siano quelli frapposti dalla burocrazia o, peggio, dalle caratteristiche antropologiche delle popolazioni parassitarie che si approfittano della situazione. Che a quello di alludeva quando si giustificavano ritardi e inazione, quando le assegnazioni degli alloggi “temporanei” venivano effettuate in piazza con la riffa.

Il governo benevolmente offerto nuove e feconde opportunità grazie all’estensione degli incentivi  di Resto al Sud e prevedendo proprio un anno fa una serie di interventi per accelerare la ricostruzione ed evitare lo spopolamento, attraverso agevolazioni gestite da Invitalia, ente del quale è Ad il Commissario straordinario Arcuri  in favore degli imprenditori under 46, rivolgendole ai giovani che vogliono avviare un’impresa con finanziamenti che arrivino ad un massimo di 200.000 euro e che coprano il 100% delle spese.

Arcuri è impegnato in ben altre faccende pur continuando a percepire il suo gettone nel mirino della Corte dei Conti, e sarà per quello che sul sito dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A., società per azioni italiana partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, non c’è traccia di startup di aspiranti tycoon: con tutte probabilità sono emigrati, sono senza lavoro ma anche senza casa, hanno ridotto le loro aspirazioni mettendole a disposizione delle cooperative e imprese che a distanza di 4 anni aspettano ancora le linee guida per la raccolta delle macerie, tanto che in ritardo è soprattutto quelle dei materiali del patrimonio pubblico.

Si sa solo che in un incontro con associazioni di industriali e imprenditori la sottosegretario al Mise Alessia Morani si sarebbe fatta interprete della volontà del governo di stanziare 5 miliardi per generare uno sviluppo dell’area coprendo “il fabbisogno  di nuove tecnologie, connessioni e infrastrutture”.

Per carità poteva andar peggio. In attesa del digitale post terremoto poteva succedere che fosse ancora sulla poltrona di Commissaria straordinaria la attuale ministra alle Infrastrutture, quella che ha animato le giornate della kermesse di Villa Pamphili con il suo progetto di 130 grandi opere infrastrutturali che non contemplano case, scuole, strutture sanitarie nel cratere del sisma, così come non sarebbero annoverate nel Mes e men che mai nelle risorse del Recovery Found.

E dire che ci siamo riempiti la bocca con la reputazione riconquistata grazie al modello Genova, il caso di successo – tempo un anno – che dovrebbe persuaderci della bontà delle ricette “straordinarie e eccezionali” che devono essere messe in pratica per fronteggiare un’emergenza.  Quando lo stato di avanzamento della ricostruzione pubblica è in forte ritardo, come si legge sul sito del Commissario Straordinario legnini: a fronte di 2,1 miliardi di euro impegnati, le risorse effettivamente erogate ammontano a circa 200 milioni di euro, circa 10% del totale.  E se  in questi quattro anni sono stati ultimati solo 86 lavori sulle opere pubbliche e altri 85 sono in corso (le scuole concluse sono per ora 17 e ci sono 6 cantieri in esecuzione)… mentre in compenso sono state ripristinate 100 Chiese, con altri 45 cantieri aperti, che fanno sperare in un aiuto dal cielo.

È di poche settimane fa il terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente il cui incipit è la denuncia che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Che fa capire che il virus che ha colpito i residenti è la sfiducia, tanto che la richiesta di finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020, ammonta a solo 13.947, sulle 80.340 stimate, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione.  

Ogni tanto si dice che questo Paese avrebbe bisogno di un New Deal per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio la cui manutenzione sarebbe un motore di occupazione qualificata e stabile.

E stiamo freschi: a fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione  con 822 imprese registrate, un dato che dimostrerebbe  “che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”, ma che indica soprattutto che ci sia un “preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”, e fa sospettare un infiltrazione riconoscibile del caporalato e delle organizzazioni criminali, confermata al 28 febbraio 2020 da  78 interdittive antimafia, che riguardano quasi il 10% delle imprese coinvolte.

Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di uno strumento fondamentale a garanzia della trasparenza: il Documento Unico di Regolarità Contributiva, che certifica  l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere.  

Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con un’incidenza di manodopera del 34%, a significare che gran parte dei lavori sono irregolari, un dato confermato anche da numero di domande per gli indennizzi Covid da parte delle aziende,  che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

Il cratere del sisma è una terra abbandonata nelle mani dei predoni, se gli abitanti via via sono stati sempre più incoraggiati a lasciarla trasformandosi nelle comparse pendolari del parto tematico del turismo religioso e nella mangiatoia dei norcini di palazzo, se i loro bisogni vengono accantonati, se ricordare il loro martirio scombina la gerarchia di esposizione al rischio e alle disgrazie disegnata dalla gestione dell’emergenza, come succede per Taranto, dove accade nei posti dove il ricatto e l’indifferenza hanno condannato al silenzio le vittime.  


Aglio, Travaglio, fattura ca nun quaglia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò pedante, andando in controtendenza per combattere, nel mio piccolo, la progressiva infantilizzazione del Paese. Hannah Arendt chiama Vita Activa (l’omonimo libro è del 1958) la facoltà che tutti possediamo di agire politicamente in un mondo pervaso dal totalitarismo e dall’egemonia tecnologica contribuendo alla difesa della libertà e dei diritti della cittadinanza.

Non c’era la rete, non c’erano i social, però c’era qualche profeta perlopiù disarmato. Oggi quelli che si qualificano così, sono invece armati fino ai denti, di consenso, tribune, seguito.

Scorrendo i profili delle mie conoscenze su Facebook appartenenti alle tifoserie che fanno finta di prendersi a randellate come nel teatro dei burattini, ho osservato che la più diffusa e organizzata espressione di “vita activa” e di attività di pensiero condivisa sia il copia-incolla degli editoriali di Marco Travaglio.

Personalmente non ho mai nutrito simpatia per gli arruffapopolo, che si sa che i proletari e anche i sottoproletari di una volta si vestivano in modo acconcio e si pettinavano perché erano consapevoli che stare fuori dal processo di civilizzazione sia pure borghese, li avrebbe per sempre condannati alla marginalità e allo sfruttamento della loro ignoranza. Meno che mai mi piacciono i fustigatori di professione che si agitano come dervisci deliranti, stando bene attenti che malauguratamente non finisca una frustata sulle loro schiene, mai incurvate sul solco bagnato di servo sudor, e nemmeno quelli che si prestano a tradurre i versi di chi sta sotto per convertirli in sputacchi biliosi pensando così di nobilitarli, manco fossero Karl Kraus.

Cattivi soggetti, che però possono di gran lunga peggiorare quando dopo aver menato colpi in giro, mettono il bastone al servizio cieco e ubbidiente di un potente, e si danno un gran daffare per trasformare la critica violenta in idolatria ancora più accanita.

Allora si che diventano pericolosi perché usano gli stessi mezzucci del “peggior soggetto” che ci sia capitato, forse più di quello che spediva futuri grandi direttori a colonizzare terre e stuprare ragazzine, oltre che ammazzare oppositori e mandare poveracci a crepare in guerra facendo crepare altri poveracci, quello insomma contro il quale è doveroso esercitare l’odio conquistandosi il patentino di antifascismo.

Perché si accreditano la facoltà onnipotente di interpretare e rappresentare un sentimento che da populista diventa magicamente popolare, virtuoso, condiviso e fertile di effetti demiurgici per la democrazia. Come? Ma grazie al loro tocco e al loro verbo, che diffonde la lieta novella del buon governo incarnato da una figuretta iconica diventata incontestabile, pena il confinamento, che tanto va di moda, nelle sette impure degli eretici, degli irresponsabili, dei terrapiattisti.

Così incontrano un gran successo di pubblico tra quelli che sentono vivo il bisogno di arruolarsi senza la fatica della trincea, così assetati di qualche bevanda gassata che li metta in condizione di “dire la loro” senza lo sforzo di pensare, che si bevono tutto, un referendum che ratifichi la fiducia a un Parlamento che per un anno aveva cincischiato, che adesso viene richiamato con petizione a fare quello che non ha fatto, presto vivificato dal taglio lineare, o la ricostruzione del Paese tramite digitale e Grandi Cantieri, compresa proprio la Tav, antica madre di tutte le battaglie, e perché no? il Ponte sullo Stretto, come magistralmente disegnato nelle slide di Villa Pamphili, canovaccio della procedura di accattonaggio da avviare a Bruxelles per l’erogazione dei nostri stessi soldi in forma di prestito a rendere.

Ma soprattutto si bevono la qualità del miglior governo possibile come sarebbe dimostrato dalla gestione del Grande Male, sicché i lombardi buoni buoni si sciroppano e probabilmente rivoteranno un vertice regionale che l’Esecutivo si è ben guardato dal commissariare, sicché malgrado sia diventata convinzione corrente che i morti – lasciamo far testo alle statistiche farlocche, contraddittorie, fantasiose – sono dipesi dall’incapacità e impotenza degli ospedali pubblici massacrati a far fronte a qualsiasi epidemia, nessuno apre bocca sulla totale assenza di un piano di investimenti per la sanità pubblica.

E oggi si è toccato il fondo con lo sproloquio quotidiano reverenzialmente riportato sui social e intitolato “Ottobre finalmente”, del quale mi vedo costretta a citare il focoso incipit: “Non so per voi, ma per me l’arrivo di ottobre è un bel sollievo. Per tutto settembre ho temuto il peggio. Era dal lockdown che i profeti di sventura e i professionisti dell’apocalisse vaticinavano con aria voluttuosa e acquolina in bocca un autunno caldo, anzi caldissimo, con decorrenza da settembre: disordini sociali, sommosse popolari, rivolte di piazza, cacce all’uomo, assalti ai forni, barricate, violenze, forconi, machete, jacquerie e grand guignol contro il governo di incapaci che ci affama tutti con la scusa del Covid. Io, per non saper né leggere né scrivere, avevo piazzato cavalli di frisia davanti casa e sacchi di sabbia alle finestre”. 

Che soddisfazione si è potuto prendere contro quella genia della quale ha fatto gloriosamente parte in passato, inanellando successi professionali grazie ai pizzini sottobanco dei cancellieri, grazie alla testimonianza di tutti i borborigmi di varie maggioranze silenziose e no, unite dalla ricerca facilmente soddisfatta di un nemico facile facile, da criminalizzare in qualità di puttaniere più che di golpista, di buzzurro più che di secessionista, in possesso della desiderabile caratteristica di stare ben collocato dentro al “sistema”.

Che soddisfazione dare addosso alla stampa cocchiera, come si diceva una volta dei giornali di regime, che in questa gran confusione non si capisce bene a chi dia retta, visto che il principale azionista del Giornale Unico, grazie allo stesso governo che fa finta di criticare, genera mascherine, si cucca aiuti di stato per oltre 6 miliardi.

Che poi l’attuale versione del Fatto deve il suo momento di gloria più che alla meritata eclissi dei competitor, all’averne mutuata la formula, bastone e carota, consenso in una pagina e critica nell’altra, i blog ospitati ma con riserva per trasmettere l’idea del pluralismo, insomma lo stile Repubblica, che ha donato a tanti l’impressione di comprarsi con il prezzo di un caffè e del taglio dei parlamentari, il diritto a un’opinione e l’appartenenza a un club esclusivo.

E che soddisfazione poter scrivere che nessuno assalta i forni, nessuno occupa le piazze lasciare libere dalle sardine, che gli immigrati verranno presto rimandati al mittente in modo da non turbare l’ordine costituito, che i disoccupati sono così stanchi e umiliati che finchè hanno una casa ci stanno stesi sul divano come Andy Capp, che gli operai i cui scioperi di inizio marzo sono stati repressi non ci provano nemmeno più a manifestare, che tanto il loro destino è segnato, se Confindustria detta i patti per la sicurezza che il Governo scrive, se proprio oggi il Fatto si accinge esultare per l’accordo tra i due partner, esecutivo e industriali cui regalare i quattrini generosamente elargiti dall’Ue.  

Ecco Fatto, appunto, adesso è ristabilita la verità: la terra è una sfera, i vaccini sono indispensabili, l’Europa è mamma, l’Istat conta balle (e dire che ve l’avevamo detto in passato), rivela una indole anarcoinsurrezionalista quando sciorina i dati sulla nuova disoccupazione, gli ospedali assicurano a un tempo la cura degli asintomatici e la manutenzione di tanti malati che avevano visto sospendere le terapie, le scuole sono ridiventate sicure officine del sapere grazie alla presenza del personale chiamato a coprire i posti vacanti, i negozi e gli esercizi riaprono, gli hotel fanno ruotare dai loro portieri gallonati le porte girevoli per accogliere i turisti richiamati dal prestigio dell’esecutivo che ha restituito la reputazione all’Italia grazie a Franceschini e alla Cassa Depositi e Prestiti prossimamente consegnata all’Arcuri di Immuni, banchi girevoli, mascherine farlocche quando indispensabili.

Capisco che ormai l’opinione più che pubblica è privata, al massimo social, che chi ha tempo e voglia di esprimerla condividendo il fervoroso opinionista gode di un culoalcaldo, probabilmente di una comoda casa, di un reddito quasi sicuro, di un lavoro agile che gli fa desiderare che un nuovo lockdown lo ripari dal rischio di responsabilità e doveri sociali.

Ma, duole dirlo, dopo ottobre, di solito, arriva l’inverno dello scontento, anche per loro.  


Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


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