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Chi semina paura raccoglie tempesta

Coronavirus in Italy: phase 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno provato nei mesi scorsi, ma nessuno tra i lettori dei miei post ha potuto dimostrare che io sia una complottista: non ho mai sospettato, anche se l’ipotesi gotica di pipistrelli e virus fatti circolare per propagare la peste è narrativamente più efficace, né tantomeno adombrato che l’epidemia fosse l’effetto velenoso di una trama oscura. Però ho da subito avuto la consapevolezza del suo uso perverso per giustificare il passato, legittimare il presente e ipotecare il futuro.

Quindi tutti a dare addosso al nemico n.1, responsabile dell’apocalisse anticipata rispetto alle previste sette trombe dei rispettivi sette angeli, sostituite dalle profezie e dalle sentenze di virologi, immunologi, santoni facenti parte del governo di salute pubblica.

A giustificare il passato ci pensa la numerologia pandemica, sotto forma di studio  del “Covid Crisi Lab”  della Bocconi chiamato a pronunciarsi sul caso “Lombardia”, che avrebbe  accertato come “l’epidemia abbia comportato per il Nord Italia i costi umani più alti mai visti dal Dopoguerra”, alla faccia del terremoto del Friuli, dell’alluvione della Valtellina, del disastro del Vajont, e pure del susseguirsi di polmoniti, infezioni ospedaliere, influenza asiatica, asbestosi contratta in fabbrica, tutti incidenti della storia archiviati a posteriori come catastrofi naturali e ineluttabili.

Spiega quindi il Professor Ghislandi, uno degli autori dell’indagine, che le morti  causate dall’ondata epidemica possono essere attribuite  “anche” ai servizi ospedalieri congestionati o a fenomeni come l’aumento degli infarti di cui ha parlato la Società italiana di cardiologia,  “ma, in ogni caso, sono tutti decessi che hanno una relazione con il Covid-19”.

E a questo proposito, aggiunge, incoraggiante, che  una volta finita l’emergenza, quando la mortalità potrà tornare a livelli fisiologici, “la perdita di vita attesa a Bergamo si abbasserebbe a 3,5 anni per gli uomini e a 2,5 per le donne,  perché  molte persone che sarebbero morte nel corso dell’anno lo hanno fatto già nei suoi primi 4 mesi”.

A significare, dati alla mano o forse algoritmi come piace ai bramini della grande fucina della futura classe dirigente, che tutti dobbiamo morire e che per qualcuno, che si è preso avanti,  la falce fissata per sabato è stata anticipata a lunedì.

E che in sostanza,  per anni, avremmo avuto uno stillicidio di decessi diluito nel tempo a causa  di una situazione di crisi già da tempo identificata ma mai contrastata, per via della demolizione dei sistema sanitario pubblico, della sua consegna a malaffare e corruzione, per l’inadeguatezza della dirigenza politica, della consegna della ricerca all’industria farmaceutica, dell’inadeguatezza  del personale ospedaliero, ma che è spettato al coronavirus innescare o forse semplicemente accelerare l’esplosione di una bomba.

Una bomba, che non era sotto controllo a  pensare alle vittime annuali di polmonite, di influenza, di patologie trascurate,  ma che veniva lasciata là come quelle rimaste inesplose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, “normalizzate” dalla mentalità collettiva e dai decisori impossibilitati, per via dei bilanci dissestati e dei costi che comporta l’appartenenza all’impero, a mettere in campo le risorse per disinnescarle.

Quindi non si poteva fare di meglio, l’ordigno è scoppiato, la fase 1 è in realtà ancora in corso e c’è un concorso di soggetti che si sono convinti e cercano di persuaderci che non si poteva fare altrimenti, che sono state praticate le soluzioni possibili, che era necessario anzi doveroso imporre un nuovo ordine sanitario e sociale con le sue inevitabili restrizioni della libertà, con le ineluttabili limitazioni del libero arbitrio, con l’elargizione di una pedagogia severa per vigilare e circoscrivere i comportamenti indocili e insubordinati di un popolaccio immaturo e refrattario al senso di responsabilità, come succede quando il diritto diventa un’arma della repressione e singole norme non dichiaratamente anticostituzionali eccedono rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo.

Era quindi inderogabile il ricorso a autorità supreme svincolate dai lacci e laccioli della democrazia parlamentare, a decretazioni di urgenza (magari pubblicate a distanza di una ventina di giorni in Gazzetta Ufficiale, forse per alimentare quell’aria di mistero che accompagna poteri necessariamente autocratici, quando trasformano le loro misure in leggi naturali che rispondono a esigenze fatali), e altrettanto fatale esigere che venisse messa al bando la  critica all’operato di chi aveva l’oneroso compito di tenere nelle sue mani il processo decisionale, quel governo di salute pubblica  intorno al quale ci si deve stringere a coorte, tutti uniti, malgrado abbia ispirato il suo operato al criterio della divisione della popolazione tra chi poteva salvarsi dal pericolo, isolato tra le pareti domestiche ampie o anguste che fossero, con la apparente sicurezza di garantirsi il posto di lavoro grazie alle magnifiche sorti della tecnologia, approvvigionato di viveri, acqua, luce, rete, gas, telefilm doppiati, cronache fitte dei comandi e delle raccomandazioni dei santoni e dei cerusici in forza all’esecutivo.

Tutti servizi questi garantiti dall’altra parte della cittadinanza cui è stato imposto il “sacrificio” in cambio della pagnotta, martiri sanitari, ma pure eroi forzati  nelle trincee dei supermercati, dei magazzini di Amazon, delle produzioni industriali essenziali, alcune altre convertite dal superfluo all’inutile sotto forma di mascherine delle quali non è stata accertata l’esigenza, pony e facchini, donne delle pulizie mobilitate per il business delle disinfezioni, milioni di persone delle quali abbiamo perso il conto, stipate nelle metro e nei bus, dove il “distanziamento” salvifico aveva carattere “volontario” e discrezionale.

Altrettanto ineluttabile era la cessione definitiva della sovranità all’Europa in cambio della carità pelosa dal suo Piano Marshall,  dell’attivazione del prestito del Mes per fronteggiare le spese sanitarie, con 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni erogati, costretti a  esprimere gratitudine per la concessione a incrementare il debito che ci condanna allo status di cattivi pagatori ricattati sempre di più dalle condizionalità.  Per non parlare della resa festosa alle banche, con la loro beneficenza a rapido risarcimento, definitivamente designate a  potere unico cui affidare  il governo della cosa pubblica, come perorato del prossimo tecnico della Provvidenza pronto a affacciarsi con il plauso plebiscitario di tutti.

E infatti il tempo della concordia è finito, il Dopo incalza, dà la sveglia agli appetiti e anche alla tardiva presa di coscienza di chi si era preso un sabbatico stando sul divano, rinviando la consapevolezza, grazie alla rimozione del futuro, che gli affitti   e le fatture e i mutui accumulati vanno pagati, che alla cassa integrazione non saldata segue la disoccupazione, che miglia di esercizi sono costretti a chiudere, che si è conclusa l’età dell’oro dei B&B, che sono a rischio anche i salari degli statali, che a quelli che sono stati bollati come choosy, parassiti, scansafatiche toccherà andare a fare i braccianti “volontari” in concorrenza sleale  con gli immigrati o gli steward nelle spiagge non più libere, che il cottimo dei lavoretti alla spina è un ricordo di tempi felici, quando la competizione era scarsa e lo smart working una delle baggianate care ai guru della Leopolda.

A mettere le loro ipoteche sul rilancio ci sono già gli Orlando e i Delrio cui non basta l’assoggettamento del Governo Conte ai desiderata di Confindustria, le garanzie offerte agli azionariati imbelli delle imprese criminali, la spregiudicata protervia con la quale la ricostruzione diventa l’occasione per far ripartire i cantieri delle Grandi Opere, perché in empatia ideale con Forza Italia e la Lega sarebbe ora di sanare la frattura con i “ceti produttivi” riportando il paese alla Normalità, quella che perfino il Financial Times descrive come “portatrice di ulteriori e più gravi iniquità” in considerazione della globalizzazione digitale, che cambierà il mondo del lavoro, che favorirà le delocalizzazioni, l’impiego di manodopera precaria, la riduzione del personale della scuola e degli impieghi pubblici, il precariato.

È che hanno bisogno di un governo forte che consolidi le eccezioni ottenute grazie all’emergenza sotto forma del bastone della repressione dei comportamenti e delle opinioni disobbedienti,  a cominciare dagli scioperi e dalle agitazioni dei primi di marzo nelle fabbriche “essenziali”,  e della carota della carità pelosa. Ieri il Corriere dava spazio alla predica di Veltroni che preoccupato dei fermenti che potrebbero provenire dai margini della società, con la solita sfacciata pretesa di innocenza chiede alla politica di portare “rispetto” per il Paese e di “evitare, con azioni veloci e concrete, che la responsabilità diventi rabbia”.

E dal canto suo il Fatto ci prova a mettere in guardia dai “professionisti del disordine” e gli impresari dell’insurrezionalismo aiutati dalla stampa cocchiera, come se ci servisse il Giornale per farci sapere che “C’è il pericolo di una crescente esasperazione sociale basata sull’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su scala senza precedenti”, come se ci fosse bisogno del dossier “choc” di Kelony, agenzia di risk-rating a livello mondiale   o dei sondaggi della Ghisleri che concordano sull’analisi secondo la quale  “il 64 per cento degli italiani  si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nella parte più produttiva del paese”.  E conclude: “Questure e prefetture monitorano attentamente la situazione nelle varie province….. l’attenzione si concentra già sull’autunno, quando il malcontento potrebbe assumere una dimensione diversa, specie se l’iniezione di liquidità nell’economia non dovesse bastare”.

Non c’è da rallegrarsi se alla paura che ci hanno voluto incutere, fa seguito quella che suscitiamo in loro. Non c’è da esserne soddisfatti, ma da usarla come riscatto quello si.

 

 

 

 

 

 

 

 


Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


La malattia del Padrone

groszAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta, quando era ancora permesso nutrire illusioni, proiettarsi radiose visioni e girarsi qualche filmino del futuro ambientato della città del sole, si pensava che la realpolitik fosse un monopolio esclusivo dei governi e dei regimi. Ma adesso che ci costringono a scegliere tra la borsa e la vita, le libertà e la salute (pratica già largamente in atto anche a casa nostra, a Taranto ad esempio), il salario e l’ambiente, il libero arbitrio e le sanzioni, e da quando l’obbedienza è stata legittimata come virtù civile,  non faccio che imbattermi in volontari della servitù e della rinuncia che encomiano l’Esecutivo in qualità di migliore dei governi possibili.

Tutti pronti a infilare volontariamente la testa nel cappio, elogiano quindi le misure inevitabili, i provvedimenti fatali, compresa una inedita e aperta violazione dei diritti costituzionali e della privacy, che ai tempi di Berlusconi avrebbe fatto gridare vendetta, mentre è nel segno della continuità l’indifferenza rivolta a evidenti conflitti di interesse, trascurabili e irrilevanti per un ventennio e dopo, così chiunque voglia sottrarsi al generalizzato e concorde compiacimento viene subito preso per un matto complottista o, peggio, per un runner che vuole promuovere orge, organizzare crapule e pianificare rave party.

E per quel che riguarda quel “dopo” continuamente prorogabile apprendiamo solo che mai dovrebbe essere come il “prima”, il che farebbe supporre che si materializzi la volontà di sottrarsi a vincoli esterni che hanno tolto ogni capacità e ogni competenza ai governi e ai parlamenti in materia economica, come ha voluto il prossimo uomo della Provvidenza. Si, proprio Lui,  Draghi, con il fiscal compact e con le raccomandazioni perentorie contenute nella famosa letterina a doppia firma con la quale ingiungeva all’Italia – per il nostro bene –  come misure ineluttabili, allo scopo  “ripristinare la fiducia degli investitori”,  una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e come se non bastasse, “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Dovremmo quindi sperare che non si farà più ricorso all’alibi dell’impotenza necessaria a conservarsi con la poltroncina nazionale,  il posto al tavolo dei grandi, provvedendo a rovesciarlo, smantellando l’edificio di bugie sul pregi delle privatizzazioni, investendo in quella sanità pubblica, la cui demolizione è stata la causa vera dei decessi che si vogliono attribuire  unicamente al Covid19.

Macché, i magnifici 17 di Colao, le task force, i tecnici, i ministri hanno preso talmente sul serio la loro stessa narrazione, come succede di solito ai mitomani, da credere davvero che siamo in una guerra cui deve seguire una ricostruzione, da prendere alla lettera il termine e dare come unico orizzonte creativo, oltre ai brand epidemici, app, mascherine, guanti, tamponi, e come unico obiettivo concreto la riapertura dei cantieri di Grandi Opere e, paradossalmente a fronte delle restrizioni per la mobilità, e per infrastrutture di trasporto, come annunciato con gran sfarzo dall’apposita garrula ministra, da presidenti di regione, sindaci varie autorità.

Spetterà a questi il calendario declinato territorialmente su evidente suggerimento di Confindustria che ha già da due mesi selezionato i comparti essenziali, quelli in cui è lecito esporsi al virus, anzi obbligatorio, e senza dispositivi di sicurezza, erogati oculatamente in virtù di una protocollo siglato dal padronato con il governo, che impegna in via volontaria e disporre “misure” di tutela temporanee, che non sia mai che poi venga circoscritto l’errore umano a carico degli operai, che li fa cadere da impalcature, precipitare nell’altoforno, avvelenarsi, prendere fuoco, invece di crepare più eroicamente di coronavirus.

Ormai nessuno, salvo qualche arcaico avanzo del pubblico di fan della lotta di classe, si sogna di mettere in dubbio la vulgata secondo la quale abbiamo pari doveri e responsabilità coi governanti e coi padroni, perché siamo sulla stessa barca.

Tanto che non stupisce che quello che è diventato ormai l’house organ del progressismo neoliberista, il Manifesto, pubblichi una fluviale intervista in cui Landini, oltre a ricordarlo almeno quanto non ricorda più il suo passato a remare sottocoperta, esprime compiacimento per l’accordo con Fca, e disegna un futuro collaborativo nel quale spetta al sindacato modernizzarsi, adeguarsi ai comandi anche morali della globalizzazione, della competitività, dell’automazione.

Ci toccava anche l’umiliazione di sentire il segretario della Cgil, che festeggia il Primo maggio in piazza con Confindustria, riempirsi la bocca con l’eroismo dei lavoratori, invece di mostrare la doverosa collera contro chi li ha mandati in trincea, manco fossero volontari e non vittime del ricatto più infame, grazie a un Protocollo che, recita orgogliosamente, dovrà essere la bussola per il futuro. O confidare in una ricostruzione che limiti il “cemento” per esercitare  “più manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco”, quando il suo primo atto da segretario è stato l’atto di fede della Tav.

O vederlo bearsi delle magnifiche sorti e progressive dello smartworking cui è imprescindibile uniformarsi anche da parte sindacale, come se non prevedesse proprio la cancellazione di ogni possibilità di reagire alla sopraffazione dei contratti anomali, del precariato, del part time, grazie all’isolamento e alla solitudine cui condanna gli addetti, quei fenomeni cui proprio le organizzazioni sindacali hanno dato il loro assenso con il si incondizionato  al Jobs Act.

O ipotizzare con entusiasmo le nuove frontiere della rappresentanza, come se non avesse già ceduto alle lusinghe del welfare aziendale, retrocedendo a funzioni di consulenza per l’adesione a fondi, assicurazioni, bolle.

 

Purtroppo il loro “dopo” è già qui, brutto come la peste, peggiore del “prima”.

 

 


I Tuttobenisti

ragg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film in concorso a Berlino, a Venezia, a Cannes, a Ouagadougou, non c’è serie di Netflix o della Rai, nella quale il nostro eroe o la nostra eroina, stringendo a sé una vittima di tsunami, violenza, bombardamento, terremoto, incidente ferroviario, non pronunci la formula magica: va tutto bene. Estesa opportunamente a altro orizzonte temporale in qualità di slogan della pandemia: andrà tutto bene, come leggo in forma di ossimoro su un lenzuolo appeso nel cantiere dei lavori della metro C o come si è visto inalberato sul Campidoglio.

Ragione vorrebbe che se è stata fatto tutto male, il seguito non possa che essere peggio ancora, quando i decessi (conta poco sapere se sono superiori o inferiori a quelli stagionali degli anni scorsi) sono effetto del concorso di tagli alla spesa sanitaria, intesa come strutture, infrastrutture, risorse umane, dispositivi di cura, della demolizione del sistema di assistenza, diagnosi, prevenzione, della gestione criminale dei luoghi adibiti all’accoglienza dei soggetti più vulnerabili e esposti, quando si intraprende la strada del bioterrorismo instaurando un regime inteso a colpevolizzare individui e collettività, divisa in chi deve stare a casa per tutelare è e gli altri e chi invece deve affrontare il rischio, con scarse tutele, elargite discrezionalmente in via volontaria dai datori di lavoro.

Ragione vorrebbe, invece in un contesto politico caratterizzato dall’abituale inclinazione alle scaramucce perlopiù finte come nel teatro dei pupi con le sciabole di legno, che tanto esiste una intesa di fondo a sostegno dell’orrendo status quo, che si vuol perpetuare o cambiare in forma peggiorativa, non c’è voce dell’establishment che non si esprima per riproporre lo stesso format e la stessa commedia  magari solo con un avvicendamento delle parti in commedia e degli attori: li prendi dal Fmi e li metti alla Bei, li prendi alla Bei e li fai premier.

Proprio ieri due bei tomi, due De Rege  dell’ingegneria prestata all’economia e viceversa, immemori di essere un po’ avanti con gli anni e oggetto possibile delle inquietanti attenzioni delle task force che li vorrebbe recludere in casa chissà fino a quando (Colao aspira a restrizioni anche per i sessantenni che la Fornero considererebbe forza lavoro al top delle prestazioni e del rendimento), si sono espressi sul futuro con la loro ricetta che non può che confermarci nell’idea che confinarli davanti alla tv a guardare i telefilm sarebbe salutare per loro e per noi.

Proprio come un Bauman qualunque il tandem pensa che la soluzione sia “liquida”: eh si, “serve liquidità”, dicono,  “per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali”.

Ma dove trovarla? Non certo tassando, non sia mai che patrimoniali o altre imposizioni fiscali penalizzino economia.

Macché, invece ci vuole il Mes, il vero vaccino contro ogni choc,  i quattrini che mette generosamente a disposizione per aiutare le imprese in affanno, affinché “la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista”, insomma i target in prima fila nello sfacelo, tra chi ha scelto coscientemente la strada dell’austerità, del lavoro ai fianchi delle democrazie per esautorare i parlamenti e i governi della sovranità economica, e tra i tecnici retrocessi a santoni e opinionisti, che da mesi ci somministrano diagnosi farlocche, statistiche manipolate, allarmi apocalittici, elisir virtuali, uniti nella funzione di servitori  del regime d’eccezione instauratosi grazie al Coronovirus.

Nessuno pensa seriamente che il Dottor No, che un Victor Frankenstein abbiano liberato il virus, che Madame Lagarde con l’aiuto di una marmittona nostrana abbia confezionato il micidiale filtro ammazzavecchi, per esonerare i bilanci pubblici dall’onere di mantenere segmenti di popolazione parassitaria.

Insomma, non sarà stata ordita una macchinazione per accelerare il configurarsi definitivo dell’egemonia del totalitarismo  economico- finanziario grazie alla felice combinazione di gestione autoritaria e repressiva dell’ordine mondiale e di dispotismo sanitario, ma senza essere complottisti è legittimo sospettare che siamo vittime di una vera e propria cospirazione. Ci vuol poco, anche senza essere stati vomitati dalla fucine bocconiane, per sapere che il ricorso al Mes non è solo a titolo oneroso ma ha come effetto  l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico die Paesi che li ricevono,  e che, di conseguenza, l’enorme mobilitazione di risorse a sostegno delle imprese e le misure rivendicate dal Governo che sommate tra loro arrivano a circa 750 miliardi di euro (il 40% del PIL italiano),   saranno a nostro carico, non oggi, magari non domani, ma certamente nelle successive misure di rientro del debito, che l’impianto europeo prevede.

Proprio come succede nel laboratorio sperimentale di casa nostra, quando la restituzione del  generoso prestito erogato dalle banche a imprese e partite Iva sofferenti sarà reclamata, senza indulgenza, benevolenza, compassione.

La necessaria disubbidienza civile che questi giorni richiedono sarà opportuno che cominci tirando via i cartelli e gli striscioni dell’andrà tutto bene.

Di modo che non possa prendere piede l’inganno del Draghi salvifico, cui dobbiamo il fiscal compact e che promette di replicare l’horror greco di cui ha scritto la sceneggiatura, dalla quale aveva attinto spunti per la famosa letterina in cui intimava al governo italiano di allora, di adottare come disposizioni necessarie e fatali  per ripristinare la fiducia degli investitori,  la profonda revisione della pubblica amministrazione, privatizzazioni su larga scala, compresa quella dei servizi pubblici locali,  la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, anche attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale;   criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità,  nel quadro di riforme costituzionali anche mirate a  inasprire le regole fiscali, e dulcis in fundo interventi drastici sul sistema sanitario pubblico.

Tiriamoli via quei manifesti, in modo da non farci incantare dalle ripartenze di Bonaccini, della De Micheli, di Sala, di Corrado Alberto, quello delle Madamine che spara a piena pagina dalla Stampa: “la Ripartenza sia all’insegna dello “spirito SI-TAV”, col fritto misto di Grandi Opere, Grandi Olimpiadi, Grandi Stadi, Grandi Corruzioni e Grande Malaffare, nel quadro di una ricostruzione post bellica che annovera come caso di successo il nosocomio d’eccezione in Fiera.

Non è ottimismo quello dell’Andrà tutto bene, si tratta invece di quell’uso della menzogna a fin di bene, quella incoraggiante per nascondere  il veleno delle disuguaglianze più inique, della carestia alla quale sono condannati anche quelli che si rassegnano a stare a casa, pensando di rinviare responsabilità e angoscia e incertezza, della psiche e dell’aspettativa segnate di bambini e anziani, di libertà ridotte in nome dei prodigi della scienza e della tecnica che vengono proposti e imposti col ricatto e l’intimidazione.

Proprio Arcuri ha fatto chiarezza sull’app di rintracciamento, comunicando che no, non è obbligatoria, ma se non entra in funzione sarà ineluttabile non alleggerire le misure di contenimento e confinamento.

Si tratta dell’aggiornamento, causa virus, della scelta del male minore, la patologia contagiosa e letale che colpisce chi si dimentica che si tratta di un male e non vuol guarire, perché preferisce la fatica di essere schiavo a quella del pensiero libero.

 

 


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