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Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


Chi semina paura raccoglie tempesta

Coronavirus in Italy: phase 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno provato nei mesi scorsi, ma nessuno tra i lettori dei miei post ha potuto dimostrare che io sia una complottista: non ho mai sospettato, anche se l’ipotesi gotica di pipistrelli e virus fatti circolare per propagare la peste è narrativamente più efficace, né tantomeno adombrato che l’epidemia fosse l’effetto velenoso di una trama oscura. Però ho da subito avuto la consapevolezza del suo uso perverso per giustificare il passato, legittimare il presente e ipotecare il futuro.

Quindi tutti a dare addosso al nemico n.1, responsabile dell’apocalisse anticipata rispetto alle previste sette trombe dei rispettivi sette angeli, sostituite dalle profezie e dalle sentenze di virologi, immunologi, santoni facenti parte del governo di salute pubblica.

A giustificare il passato ci pensa la numerologia pandemica, sotto forma di studio  del “Covid Crisi Lab”  della Bocconi chiamato a pronunciarsi sul caso “Lombardia”, che avrebbe  accertato come “l’epidemia abbia comportato per il Nord Italia i costi umani più alti mai visti dal Dopoguerra”, alla faccia del terremoto del Friuli, dell’alluvione della Valtellina, del disastro del Vajont, e pure del susseguirsi di polmoniti, infezioni ospedaliere, influenza asiatica, asbestosi contratta in fabbrica, tutti incidenti della storia archiviati a posteriori come catastrofi naturali e ineluttabili.

Spiega quindi il Professor Ghislandi, uno degli autori dell’indagine, che le morti  causate dall’ondata epidemica possono essere attribuite  “anche” ai servizi ospedalieri congestionati o a fenomeni come l’aumento degli infarti di cui ha parlato la Società italiana di cardiologia,  “ma, in ogni caso, sono tutti decessi che hanno una relazione con il Covid-19”.

E a questo proposito, aggiunge, incoraggiante, che  una volta finita l’emergenza, quando la mortalità potrà tornare a livelli fisiologici, “la perdita di vita attesa a Bergamo si abbasserebbe a 3,5 anni per gli uomini e a 2,5 per le donne,  perché  molte persone che sarebbero morte nel corso dell’anno lo hanno fatto già nei suoi primi 4 mesi”.

A significare, dati alla mano o forse algoritmi come piace ai bramini della grande fucina della futura classe dirigente, che tutti dobbiamo morire e che per qualcuno, che si è preso avanti,  la falce fissata per sabato è stata anticipata a lunedì.

E che in sostanza,  per anni, avremmo avuto uno stillicidio di decessi diluito nel tempo a causa  di una situazione di crisi già da tempo identificata ma mai contrastata, per via della demolizione dei sistema sanitario pubblico, della sua consegna a malaffare e corruzione, per l’inadeguatezza della dirigenza politica, della consegna della ricerca all’industria farmaceutica, dell’inadeguatezza  del personale ospedaliero, ma che è spettato al coronavirus innescare o forse semplicemente accelerare l’esplosione di una bomba.

Una bomba, che non era sotto controllo a  pensare alle vittime annuali di polmonite, di influenza, di patologie trascurate,  ma che veniva lasciata là come quelle rimaste inesplose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, “normalizzate” dalla mentalità collettiva e dai decisori impossibilitati, per via dei bilanci dissestati e dei costi che comporta l’appartenenza all’impero, a mettere in campo le risorse per disinnescarle.

Quindi non si poteva fare di meglio, l’ordigno è scoppiato, la fase 1 è in realtà ancora in corso e c’è un concorso di soggetti che si sono convinti e cercano di persuaderci che non si poteva fare altrimenti, che sono state praticate le soluzioni possibili, che era necessario anzi doveroso imporre un nuovo ordine sanitario e sociale con le sue inevitabili restrizioni della libertà, con le ineluttabili limitazioni del libero arbitrio, con l’elargizione di una pedagogia severa per vigilare e circoscrivere i comportamenti indocili e insubordinati di un popolaccio immaturo e refrattario al senso di responsabilità, come succede quando il diritto diventa un’arma della repressione e singole norme non dichiaratamente anticostituzionali eccedono rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo.

Era quindi inderogabile il ricorso a autorità supreme svincolate dai lacci e laccioli della democrazia parlamentare, a decretazioni di urgenza (magari pubblicate a distanza di una ventina di giorni in Gazzetta Ufficiale, forse per alimentare quell’aria di mistero che accompagna poteri necessariamente autocratici, quando trasformano le loro misure in leggi naturali che rispondono a esigenze fatali), e altrettanto fatale esigere che venisse messa al bando la  critica all’operato di chi aveva l’oneroso compito di tenere nelle sue mani il processo decisionale, quel governo di salute pubblica  intorno al quale ci si deve stringere a coorte, tutti uniti, malgrado abbia ispirato il suo operato al criterio della divisione della popolazione tra chi poteva salvarsi dal pericolo, isolato tra le pareti domestiche ampie o anguste che fossero, con la apparente sicurezza di garantirsi il posto di lavoro grazie alle magnifiche sorti della tecnologia, approvvigionato di viveri, acqua, luce, rete, gas, telefilm doppiati, cronache fitte dei comandi e delle raccomandazioni dei santoni e dei cerusici in forza all’esecutivo.

Tutti servizi questi garantiti dall’altra parte della cittadinanza cui è stato imposto il “sacrificio” in cambio della pagnotta, martiri sanitari, ma pure eroi forzati  nelle trincee dei supermercati, dei magazzini di Amazon, delle produzioni industriali essenziali, alcune altre convertite dal superfluo all’inutile sotto forma di mascherine delle quali non è stata accertata l’esigenza, pony e facchini, donne delle pulizie mobilitate per il business delle disinfezioni, milioni di persone delle quali abbiamo perso il conto, stipate nelle metro e nei bus, dove il “distanziamento” salvifico aveva carattere “volontario” e discrezionale.

Altrettanto ineluttabile era la cessione definitiva della sovranità all’Europa in cambio della carità pelosa dal suo Piano Marshall,  dell’attivazione del prestito del Mes per fronteggiare le spese sanitarie, con 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni erogati, costretti a  esprimere gratitudine per la concessione a incrementare il debito che ci condanna allo status di cattivi pagatori ricattati sempre di più dalle condizionalità.  Per non parlare della resa festosa alle banche, con la loro beneficenza a rapido risarcimento, definitivamente designate a  potere unico cui affidare  il governo della cosa pubblica, come perorato del prossimo tecnico della Provvidenza pronto a affacciarsi con il plauso plebiscitario di tutti.

E infatti il tempo della concordia è finito, il Dopo incalza, dà la sveglia agli appetiti e anche alla tardiva presa di coscienza di chi si era preso un sabbatico stando sul divano, rinviando la consapevolezza, grazie alla rimozione del futuro, che gli affitti   e le fatture e i mutui accumulati vanno pagati, che alla cassa integrazione non saldata segue la disoccupazione, che miglia di esercizi sono costretti a chiudere, che si è conclusa l’età dell’oro dei B&B, che sono a rischio anche i salari degli statali, che a quelli che sono stati bollati come choosy, parassiti, scansafatiche toccherà andare a fare i braccianti “volontari” in concorrenza sleale  con gli immigrati o gli steward nelle spiagge non più libere, che il cottimo dei lavoretti alla spina è un ricordo di tempi felici, quando la competizione era scarsa e lo smart working una delle baggianate care ai guru della Leopolda.

A mettere le loro ipoteche sul rilancio ci sono già gli Orlando e i Delrio cui non basta l’assoggettamento del Governo Conte ai desiderata di Confindustria, le garanzie offerte agli azionariati imbelli delle imprese criminali, la spregiudicata protervia con la quale la ricostruzione diventa l’occasione per far ripartire i cantieri delle Grandi Opere, perché in empatia ideale con Forza Italia e la Lega sarebbe ora di sanare la frattura con i “ceti produttivi” riportando il paese alla Normalità, quella che perfino il Financial Times descrive come “portatrice di ulteriori e più gravi iniquità” in considerazione della globalizzazione digitale, che cambierà il mondo del lavoro, che favorirà le delocalizzazioni, l’impiego di manodopera precaria, la riduzione del personale della scuola e degli impieghi pubblici, il precariato.

È che hanno bisogno di un governo forte che consolidi le eccezioni ottenute grazie all’emergenza sotto forma del bastone della repressione dei comportamenti e delle opinioni disobbedienti,  a cominciare dagli scioperi e dalle agitazioni dei primi di marzo nelle fabbriche “essenziali”,  e della carota della carità pelosa. Ieri il Corriere dava spazio alla predica di Veltroni che preoccupato dei fermenti che potrebbero provenire dai margini della società, con la solita sfacciata pretesa di innocenza chiede alla politica di portare “rispetto” per il Paese e di “evitare, con azioni veloci e concrete, che la responsabilità diventi rabbia”.

E dal canto suo il Fatto ci prova a mettere in guardia dai “professionisti del disordine” e gli impresari dell’insurrezionalismo aiutati dalla stampa cocchiera, come se ci servisse il Giornale per farci sapere che “C’è il pericolo di una crescente esasperazione sociale basata sull’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su scala senza precedenti”, come se ci fosse bisogno del dossier “choc” di Kelony, agenzia di risk-rating a livello mondiale   o dei sondaggi della Ghisleri che concordano sull’analisi secondo la quale  “il 64 per cento degli italiani  si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nella parte più produttiva del paese”.  E conclude: “Questure e prefetture monitorano attentamente la situazione nelle varie province….. l’attenzione si concentra già sull’autunno, quando il malcontento potrebbe assumere una dimensione diversa, specie se l’iniezione di liquidità nell’economia non dovesse bastare”.

Non c’è da rallegrarsi se alla paura che ci hanno voluto incutere, fa seguito quella che suscitiamo in loro. Non c’è da esserne soddisfatti, ma da usarla come riscatto quello si.

 

 

 

 

 

 

 

 


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