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L’Amazoncrazia vince sugli sfruttati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Beati i tedeschi con le loro parole composte che rendono concetti complessi. Si potrebbe lanciare un gruppo su Facebook che in Germania sarebbe Fremdschämen, e da noi qualcosa che voglia dire provare vergogna e disonore per conto terzi.

Invece sul social in versione nostrana ce n’è uno che si chiama Lavoro & Progresso, proprio con la & commerciale, sul quale raccoglie un gran numero di like  uno di quegli “stati” arancioni come l’auspicio delle regioni, che recita: Amazon, il 71% dei lavoratori dice no ai sindacati, evidentemente agli autisti piace fare la pipì in bottiglia.

Il ghigno si riferisce al caso dell’Alabama dove, si legge sulla stampa, “è svanito per ora il sogno del sindacato di avere una presenza organizzata all’interno di un sito Amazon. Sarebbe stata una prima volta negli Usa e avrebbe rappresentato un precedente denso di significato per un gruppo che ha sedi e depositi in tutto il mondo. Nell’azienda dell’uomo più ricco del mondo, invece, il no ha vinto in modo schiacciante, con più del doppio dei voti ottenuti dal sì al sindacato”.

Ve la ricordate la frase conclusiva del Manifesto, proletari di tutto il mondo unitevi? No, non ve la ricordate, se il vero trionfo conquistato dal capitalismo consiste nell’aver diviso con successo gli sfruttati mettendoli gli uni contro gli altri grazie al configurarsi di una lotta di classe che si muove al contrario, ricchi contro poveri, e anche orizzontalmente, lavoro intellettuale contro lavoro manuale, occupati contro precari, disoccupati contro garantiti, secondo categorie più formali e virtuali che reali che permangono come bandiere di eserciti di disperati.

Aggiornata in proletari di tutto il mondo datevi addosso, riscuoterebbe consenso quasi unanime grazie alla manutenzione che viene fatta dalle vittime degli stereotipi del progressismo divulgato dai kapò delle multinazionali, delle grandi imprese, quelle pubbliche comprese, delle associazioni confindustriali e della politica allo loro servizio, che si sta prestando alla valorizzazione dello Stato come investitore e elemosiniere di grandi concentrazioni al fine di operare una selezione con conseguente “soluzione finale”, per cancellare il tessuto di piccole e medie imprese giudicate parassitarie e arcaiche, e per omologare i lavoratori in massa i cui diritti e le cui remunerazioni possano essere appiattite verso il basso in attesa della sospirata sostituzione con automi più o meno intelligenti e obbedienti.

Qualcuno a leggere la notizia, ha giustificato la decisione dei dipendenti di Amazon con l’evidente pressione esercitata dall’azienda, con le minacce di licenziamento e i ricatti espliciti. E d’altra parte siamo un paese civile che ha manifestato la sua solidarietà per i lavoratori di Amazon e della logistica non comprando per un giorno il cacciavite e l’inchiostro per stampante online, rinviando provocatoriamente l’acquisto al giorno dopo lo sciopero indetto il 22 marzo, quando gli italiani avevano mandato i loro auguri ai colleghi americani  che stavano votando per darsi una rappresentanza sindacale (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/21/i-dannati-del-clic-in-sciopero-domani/).

In effetti in alcuni dei centri strategici dell’impero di Amazon in Italia, i sindacati si sono recentemente affacciati, in controtendenza solo apparente con l’indifferenza colpevole esercitata nei confronti di precari, part time, contratti anomali, abbandonati a loro stessi in un isolamento accorato, sena tutele e senza via d’uscita, che verrà incrementato dal ricorso al lavoro agile. E’ che il bacino degli “occupati” nella logistica si allarga sempre di più nelle sue varie declinazioni, facendo aumentare la concorrenza delle organizzazioni di base in aperta competizione con i sindacati della triplice, che si sono accreditati come autorevole parte negoziale al tavolo delle trattative con l’azienda.

Sconcerta che dopo anni di film e serie tv che hanno svelato il lato buio delle rappresentanze sindacali americane, i viluppi opachi con i decisori, le alleanze malavitose con la mafia e le rese dei conti cruente tra corporazioni, le modalità intimidatorie del racket delle tessere, il ceto progressista e riformista nostrano che conosce gli Usa da Netflix e dalla terza fila della sala Gaumont, condanni i lavoratori sottoproletarizzati d’oltreoceano che si sottraggono alla protezione degli eredi di Hoffa, riservando una sobria indulgenza per via di no ipotetici ricatti e intimidazioni ma una netta deplorazione per il loro status di schiavi che si assoggettano perfino alla pipì in bottiglia per conservarsi il posto.

Si vede proprio che pensiamo di avere i numeri necessari per esibire il minimo di compassione e il massimo di biasimo per chi rinuncia alla dignità, non reagisce al sopruso, accondiscende a pratiche lesive della civiltà e dell’umanità, per chi abiura dalla resistenza a indebite pressioni.

O forse eravamo in letargo quando abbiamo acconsentito alla cancellazione dell’articolo 18, una delle tante misure di abdicazione doverose a garantire sviluppo e nuova occupazione come le più di 40 leggi e leggine promosse dal 2000 in poi per promuovere la benefica mobilità. Si vede che fortunati noi eravamo “occupati” altrove quando è passata tra le lacrime dei boia la legge Fornero che nel susseguirsi di governi è rimasta nei “codici” e in tv dove la sua patronessa ne perora tuttora la validità.

Si vede  che l’etichetta abusata di “riforma” appiccicata al Jobs Act ne garantiva le virtù a cominciare dalle procedure di controllo e ai dispositivi di sorveglianza da adottare anche nella pausa “bisogno corporali”, non molto più equa della bottiglia appresso.

E si vede che si era impegnati a prendersela sui social con i tumulti irrazionali di categorie sofferenti, di corporazioni e sette dedite all’evasione da tasse e alla renitenza agli scontrini, perciò fisiologicamente esposte a contagi fascistoidi, da non aver letto le confortanti esternazioni di Landini, investito dal cono di luce dell’audace panoplia di valori del Presidente, che si fa interprete della svolta ecologico-digitale di Confindustria, dando una pennellata green alla gamma minimalista di rivendicazioni, retrocesse a caute e educate raccomandazioni, che guarda di buon occhio all’intesa per la Pubblica Amministrazione incentrata sul potenziamento  della performance contrapponendo vecchi e nuovi assunti, nello spirito della “meritocrazia”, il nome che si dà a arbitrarietà e clientelismo.

O che guarda con entusiasmo a un “rilancio” costruito sul cemento di opere e interventi resi necessari dall’opportunità di rimettere in pista con le cordate dell’edilizia e della rendita, anche la macchina del profitto speculativo all’ombra del sole che dovrebbe sorgere orgoglioso coi soldi improbabili del Recovery.

Così non ci si accorge che la pipì in bottiglia  non è che una delle umiliazioni che ci siamo piegati a sopportare grazie agli uffici di chi si era assunto il dovere e la responsabilità di tutelarci.  


L’Europa contro il Lavoro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come ho ricordato in un mio post di ieri, per capire in che direzione andavano i quasi 50 provvedimenti, alcuni dei quali impropriamente definiti riforme, licenziati da un succedersi vario di governi dalla fine degli anni ’90  in poi, basterebbe guardarsi intorno e verificare se i loro capisaldi hanno prodotto l’effetto promesso di mettere in moto l’occupazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/30/impauriti-ricattati-e-disoccupati/  ).

E per ricordare, ce ne fosse bisogno, che non è lecito imputare  la demolizione dell’edificio dei diritti, delle conquiste e della garanzie del lavoro all’empio ventennio berlusconiano, possiamo cominciare dal cosiddetto Pacchetto Treu, anno 1997, Presidente del Consiglio Romano Prodi, il cui obiettivo, cito, consisteva  nella “modernizzazione del diritto del lavoro novecentesco incapace di svolgere le sue funzioni di tutela e promozionali in un mercato contraddistinto, in quegli anni, dall’avvento della terza rivoluzione industriale e dalla crescente globalizzazione”, perciò concentrato  sulla flessibilità in entrata (fu permesso il lavoro interinale), sul superamento del monopolio pubblico del collocamento, su nuove modalità per la gestione del rapporto di lavoro (part-time) e su una rinnovata attenzione verso la transizione dalla scuola al lavoro (apprendistato e tirocini).

Quei due punti in più registrati dalla quantità di posti di lavoro ma non dalla qualità, misero le basi della Legge Biagi (2003, firmata dal Presidente Berlusconi e dall’allora ministro del Lavoro Maroni)  accreditatasi con un largo appoggio bipartisan, proprio per l’intento di «aumentare […] i tassi di occupazione e promuovere la qualità e la stabilità del lavoro», grazie alla “regolazione di nuove tipologie contrattuali, all’attenzione riservata al rapporto tra formazione e lavoro con il riordino del contratto di apprendistato; ai maggiori spazi concessi alle Agenzie per il lavoro, anche al fine di sviluppare il ruolo degli enti bilaterali”.

Vien proprio da dire che “è l’Europa che ce lo chiede” non è stato solo l’ammonimento inconfutabile dei sacerdoti che invitavano alla devozione e all’atto di fede comunitario, ma un principio irrinunciabile che ha intriso con il veleno della discriminazione, della disuguaglianza, dell’incertezza la produzione normativa del nostro recente passato, con la prima modifica dell’articolo 18 (2012) funzionale all’applicazione della Legge Fornero, durante il primo commissariamento del Paese con il golpe bianco di Napolitano/Monti e poi con il Jobs Act, anticipato dalle disposizioni per la liberalizzazione dei contratti a termine (d.l. 20 marzo 2014, n. 34) e declinato in otto decreti legislativi approvati nel 2015 e seguiti, nel 2016, da un decreto correttivo e, nel 2017, dal c.d. Jobs Act degli autonomi e del lavoro agile dedicati al “riordino” degli ammortizzatori sociali, alla regolazione delle tipologie dei contratti a tempo indeterminato, alla “conciliazione vita professionale e vita privata”, alla semplificazione  e alla videosorveglianza.

Presentato con l’etichetta usurpata di “riforma”, il Jobs Act che già dal nome rivela la natura subalterna e gregaria della sua impostazione attribuì i successi, mai confermati dalla realtà, e nemmeno dai dati Istat e Inps, nella creazione di nuovi posti alla, cito ancora, “generosa decontribuzione concessa a tutti i datori di lavoro che avevano assunto a tempo indeterminato nel corso dell’anno 2015”, un incentivo costato alle casse dello Stato ben 18 miliardi e finito in quelle padronali, visto che ruotava attorno a meccanismi premiali per le imprese senza intervenire minimamente sulla qualità dell’occupazione, sulle retribuzioni, sugli investimenti in sicurezza oltre che innovazione.

Queste ultime normative hanno trovato una ragion d’essere teorica e “morale” e un humus favorevole nell’ideologia dell’austerità, il bastone che ha tenuto dritto il corpaccione del tiranno per anni, e che ha determinato un doppio effetto a  svantaggio delle “classi subalterne”: quello  di autorizzare il taglio diretto della spesa sociale; e quello grazie al quale nel protrarsi della crisi, nell’incrementarsi della disoccupazione di massa, si indebolisce la capacità contrattuale di lavoratori tramite una gamma di ricatti e intimidazioni, dalla sostituibilità tra occupati e disoccupati, dalla pressione virtuale della concorrenza degli immigrati, dalla conflittualità alimentata da arte tra “garantiti” e precari, anche quelli, come gli stranieri, pronti a tutto per la sopravvivenza e funzionali a livellare in basso il livello delle rivendicazioni. E’ indubbio che ci sia anche un contenuto più che morale, moralistico, nella creazione di una falsa coscienza nutrita dai sensi di colpa coltivati grazie all’imputazione di avere voluto troppo a danno delle generazioni a venire, e dunque alla condanna conseguente al sacrificio, all’abdicazione penitenziale e alla rinuncia alla dignità e ai diritti.

È perfino banale ricordare come il Mezzogiorno continentale sia stato da subito identificato come il laboratorio per testare il dominio di una sovranità sovranazionale e la fisiologica riduzione di democrazia che ne consegue. All’Europa piace vincere facile, strafare per sentirsi più forte con noi, che non abbiamo nemmeno tentato un referendum per sottrarci ai suoi diktat, che abbiamo subito senza batter ciglio la cancellazione della scadenza elettorale chissà fino a quando e l’imposizione di una commissario liquidatore che da anni anticipa esplicitamente le sue soluzioni finali cui siamo destinati e che troviamo scritte di sua mano in lettere, programmi globali, interviste, grigie profezie non per questo meno fosche sibilate in Senato.

Si vede che il processo per imporre la gestione da remoto, andava accelerato con un secondo putsch tecnico, si vede che non era sufficiente l’atto di obbedienza alla monarchia sottoscritto col nostro sangue da governi incaricati di scrivere le leggi sotto dettatura.

Ogni tanto il faraone rende merito a quegli scriba. In questi giorni abbiamo appreso che a smentire il  Comitato europeo dei diritti sociali che con il sostegno della Confederazione Europea dei Sindacati, si era espresso denunciando che il Jobs Act  violava il diritto di lavoratrici e lavoratori a ricevere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione in caso di licenziamento illegittimo, ci ha pensato la Corte di Giustizia europea sentenziando la congruità della riforma di Renzi con il diritto comunitario.  

La Corte, istituita con il compito di garantire l’osservanza del diritto comunitario nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione, si è pronunciata in merito al caso di un dipendente della Consulmarketing, licenziato illegittimamente insieme a altri 349 colleghi nel  2017, unico a non essere stato successivamente reintegrato grazie al ricorso accolto dei lavoratori, essendo stato assunto dopo l’entrata in vigore della “riforma” e avendo perciò diritto soltanto a un risarcimento per il comportamento illegale del datore di lavoro.

E non basta la rivendicazione della discriminazione e dell’ingiustizia a norma di legge, i giudici  hanno giustificato la decisione riaffermando che la misura del Jobs Act non solo è legittima e compatibile con il diritto europeo, ma possiede la qualità di  costituire un incentivo per la creazione di nuovi posti di lavoro, secondo il principio proporzionale impiegato anche nelle rappresaglie: per far lavorare qualcuno bisogna licenziare un congruo numero di sfortunati o meglio, di immeritevoli.  


Landraghi o Draghini?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Due giorni fa a Genova erano in piazza i dipendenti di Amazon, una delegazione delle vittime della repressione attuata contro i lavoratori della logistica di Piacenza, insieme ai ristoratori e a un presidio dei camalli che da tempo hanno promosso varie forme di protesta dopo la rottura della trattativa con le imprese del porto. E erano presenti anche studenti dei collettivi e rappresentanti di circoli operai comunisti.

Se soltanto i media facessero il loro lavoro quasi ogni giorno  sapremmo che la piazza di Genova si replica altrove, che non è un caso isolato, che quotidianamente  lavoratori, precari, disoccupati, sfrattati di lunga data e nuove vittime della gestione pandemica, danno forma al loro scontento diventato lotta per la vita, che, così sentono promettere, sarà sana o almeno immunizzata dal Covid ma non da altre malattie, dalla perdita di dignità, dal bisogno che ispira il si a ricatti e intimidazioni.

Vallo a dire a Landini.  «Entro l’estate i lavoratori vanno vaccinati, ha dichiarato roboante in un’intervista a uno degli svariati giornali unici che occupano la nostra informazione, non licenziati».  Lasciando intendere che il vaccino rappresenta l’ultima frontiera della sicurezza sul lavoro e la più audace delle rivendicazioni sindacali. D’altra parte il virus ha talmente occupato lo scenario da scaraventare tra le brevi in cronaca quelle che ci si ostina a chiamare morti bianche ripetutesi senza sosta in questo anno all’insegna del digitale, del lavoro agile,  del confinamento.

E poi il prodigio messo a punto dallo sforzo accelerato della comunità scientifica e offertoci generosamente dal governo sovranazionale che ha a cuore i nostri interessi, fa giustizia del disonorevole e iniquo obbrobrio approvato dai sindacati un anno fa, un patto tra padronato confindustriale e governo per dare immunità e impunità in caso di contagio alle imprese, autorizzate a concedere il minimo possibile di dispositivi e procedure a tutela della salute die dipendenti.

Anche allora gli scioperi e le manifestazioni furono soffocate e censurate, con l’assenso della “trilaterale”,  in piazza il primo maggio con Confidustria, in modo da fare del primo maggio era diventata una gita strapaesana  tra colleghi prima di convertirsi in rischioso assembramento, che ormai ha fatto della formula “siamo tutti sulla stessa barca” il titolo del manuale di navigazione per i rappresentanti degli sfruttati che vogliono stare sempre a galla.

Ora Landini pur compreso della obbligatorietà di partecipare dell’idolatria riservata al presidente del Consiglio,  pur soggiogato dei miti progressisti entrati a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo: europeismo, anche quando espropria  Stato e nazione delle sue competenze e di suoi poteri un tempo sovrani, di riformismo anche quando le riforme di chiamano Jobs Act, Fornero, Buona Scuola, rivoluzione digitale, anche quando promuove prevedibili precarietà, forme contrattuali anomale, riduzione dei diritti a cominciare proprio da quelli sindacali diventati superflui nel caso di una pubblico di lavoratori isolati e disuniti,  qualche timida riserva l’ha esposta.

Non è proprio fame il languorino della Cgil  – ormai convertita al Welfare aziendale, alle funzioni di consulenza per le campagne di acquisto e sottoscrizione di fondi e assicurazioni integrative- ciononostante non è del tutto appagato dal quel decreto che pure “stanzia 11 miliardi per le imprese, e dunque per il lavoro, oltre tre miliardi per la cassa integrazione e aumenta le risorse per il reddito di cittadinanza”, per via dell’accertata maleducazione di aver messo nel ripieno dei cioccolatini qualcosa “che non c’entra con il lavoro, la povertà, l’emergenza”, quel condono fiscale che sgarbatamente potrebbe offendere chi paga le tasse e che, ci assicura lui,  si sarebbe racconsolato a sentire il discorso di insediamento del re travicello agli ordini dell’impero carolingio “dove era forte il richiamo alla dimensione europea e alla volontà di una riforma complessiva del sistema fiscale, fondato sulla lotta all’evasione, sulla rimodulazione dell’Irpef e sul rafforzamento del principio della progressività nella tassazione”.

Come non pensare insieme al segretario della Cgil,  che ci sia stata la solita manina che all’insaputa dell’insonne e taciturno monarca distratto da più alte mansioni, dietro alla decisione di annoverare tra le misure del nuovo esecutivo qualche  fotocopia peggiorativa ma esemplare del pensiero di tutte e due le maggioranze Conte 1 e 2 magnificamente rappresentate nel Draghi 1 e per sempre, incrementandone la portata per far vedere chi comanda secondo i desiderata degli empi di Forza Italia, Lega e 5Stelle?    

Però possiamo stare tranquilli, il sindacato farà la sua parte. E difatti anche se lamenta   “che da luglio, in teoria, le imprese industriali possano ricorrere ai licenziamenti collettivi mentre per gli altri settori di attività continuerà il blocco fino ad ottobre”, è fiducioso che si possa arrivare in autunno, quando “tutti saranno vaccinati… ad una riforma condivisa, grazie al confronto aperto, degli ammortizzatori sociali” e a un regime di aiuti e a misure di sostegno in modo che “le aziende possano ristrutturarsi, se serve, anche senza ricorrere ai licenziamenti. Ci sono strumenti alternativi, la cassa integrazione ordinaria, i contratti di solidarietà, quelli di espansione”.

Oltre alla missione salvifica dei vaccini, Landini deve aver preso sul serio il “distanziamento” quello relazionale, quello morale e quello fisico. E si vede, non solo è riuscito così a chiamarsi fuori rispetto alla progettualità distruttiva del tessuto sociale che ispira il draghipensiero, all’intento dichiarato di dichiarare l’inevitabilità della soluzione finale volta a selezionare solo le imprese “produttive”, quelle grandi, strutturate, robuste da sostenere e aiutare a competere e a vincere sulle piccole, sofferenti, domestiche e non solo famigliari condannate a essere cancellate o assorbite in grandi concentrazioni multinazionali.

Non solo chiuso nel suo ufficio davanti al pc si è fatto turlupinare dai profeti del digitale e dell’automazione, dalle loro nozze coi fichi secchi che proclamano le virtù dello smartworking e della robotica, del telelavoro e della da per non dire della telemedicina, in un paese dove – lo dice il ministro competente –  il 70% dei cittadini è escluso dall’accesso alla rete, dalle loro promesse retoriche di nuove libertà per le donne in part time e i giovani a cottimo.

Ma si vede proprio che non esce da quell’ufficio di Corso d’Italia, non va alle manifestazioni, ma nemmeno esce per strada, non vede le serrande tirate giù, i bar dismessi, gli hotel falliti, i negozi chiusi, non parla con il pendolare sulla metro stracolma oggi come un anno fa, non legge dei più di 70 suicidi di ristoratori registrati, non ha avuto modo di vedere le foto  della lunga fila milanese non davanti agli empori di sneaker o di smart phone ma a “Pane quotidiano”, troppo concentrato sulle illusioni farlocche alimentate dal pallottoliere del Recovery Fund, sull’elemosina coi nostri soldi, con  la carità da restituire con corrispettive in libbre di carne, sangue e lacrime.

Non si è accorto del mondo intorno a lui e per questo non mette in discussione “l’autorevolezza e la competenza del presidente del Consiglio”, del patron del fiscal compact, del sacerdote che nell’ultimo quarto di secolo ha officiato le messe nere della religione privatistico-mercatistica, virtù le sue già verificate in Grecia e prima ancora testate fin dalla gita sul Britannia – anche lì si sarà sentito sulla stessa barca? – quando si è candidato come agente di commercio per svendere i nostri beni di famiglia o quando ci ha tirato il pacco avvelenato di bond e fondi, operazioni largamente preannunciate nella famosa letterina a quattro mani nella quale, giova ricordarglielo, postulava “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”.  

Basterebbe lui a rispondere agli interrogativi sulla eclissi della sinistra, sul successo di una narrazione che ha legittimato l’idea della sostituibilità della democrazia e della politica con l’economia, la tecnica e il “diritto”, quello ordito negli studi internazionali che dettano le leggi che scrivono i governi.

Basterebbe lui a dimostrare come il pensiero unico neoliberista abbia occupato le teste di chi avrebbe dovuto rappresentare gli interessi delle classi subalterne e che invece è un occasionale turista nelle geografie del cambiamento, dichiarando la sua incomprensione e la sua inclinazione a assoggettarsi ai dogmi del totalitarismo economico e finanziario, a convertirsi agli ideali del cosmopolitismo borghese, alla visione irenica dello sviluppo portatore di benessere e prosperità globali.

Beh se questa è la pace sociale, allora non è meglio la guerra di classe?


La Padrona delle ferriere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A quelli che puntualmente a ogni elezione (allora si ripetevano con cadenza addirittura criticabile) lanciavano il tradizionale appello: votate una donna, Arbasino ebbe a rispondere “per essere femministi ci vuole la fica!”.

Con gli anni ci siamo resi conto che non bastava, per via delle prestazioni di innumerevoli  zarine, papesse, marieantoniette e grandicaterine, che una volta sedute sui troni si sono ricordate della loro appartenenza di genere solo in occasione di critiche da rintuzzare con  l’accusa di sessismo e maschismo, virilismo e fallocrazia, particolarmente virulenta se le accuse provenivano da altre donne immediatamente assimilate ai casi umani o patologici dei frustrati e degli invidiosi di successo, venustà, prestigio, grana.

In realtà fanno bene, così hanno conquistato una evidente immunità e impunità più dei padroni dell’Ilva, sul cui comportamento del passato e del presente  non le abbiamo mai sentite spendere una parola, più degli altri candidati o eletti maschi che si accontentano dell’inviolabilità giudiziaria, mentre le arruolate nelle quote rose dichiarate o virtuali ci tengono molto alla reputazione che difendono a suon di querele, commissioni intese alla difesa del loro status di donne e vip, fino alla richiesta di veri e propri tribunali speciali. Perché, come è giusto, a loro non bastano gli strumenti di tutela esistenti e le leggi vigenti, quelli a disposizione perfino delle comuni mortali e dei loro profili su Facebook, meritando invece pubblici anatemi, gogne, ghigliottine consone alla loro statura.

E difatti ve li immaginate gli sguardi fulminanti capaci di incendiare le reprobe, le nuvolette di fumo che escono dalle vibranti narici del nasino all’insù, l’aggrottare di sopracciglia nere più di certe anime, dell’onorevole Boldrini costretta a leggere le sfrontate accuse di ex dipendenti infedeli riportate, come se non bastasse, da un’altra donna dimentica del patto di sorellanza indissolubile che deve unire le influenti?

Eh si perché Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano ha usurpato lo spazio morale di Dagospia per riportare una aneddotica poco edificante sulle prestazioni padronali dell’ex presidente della Camera, ex Sel, ex Leu ora in forza alla maggioranza che appoggia l’esecutivo a fianco di Salvini. Alla collaboratrice domestica che ha dovuto ricorrere all’ufficio legale di un Caf (meglio sarebbe stato un matronato) per farsi riconoscere la liquidazione e a una ex portaborse che  ha lamentato l’uso improprio delle sue prestazioni professionali, l’onorevole Boldrini risponderà dettagliatamente, ha annunciato, lamentando che anziché interagire “da donna a donna?”, parlandole direttamente dei loro problemi, abbiano  fatto ricorso a un metodo “inappropriato”, offrendosi e offrendo un suo ritratto maligno e velenoso in pasto a un giornale.  

Purtroppo dubito che lo scandaletto parasindacale faccia rumore, non solo per la scarsa popolarità che hanno di questi tempi le vertenze sul lavoro: chi non raccomanderebbe ai fortunati che hanno un posto di accontentarsi e obbedire in silenzio?, non solo perché abbiamo talmente introiettati i principi tossici del bon ton da condannare preliminarmente un’accusa rivolta a una donna in vista anche se proviene da altre donne, ma soprattutto perché poco aggiunge alla fenomenologia della dark lady del progressismo neoliberista, dell’antifascismo pret à porter, del contrasto al razzismo e alla xenofobia ad esclusione della propria colf.  

C’è infatti da sospettare che il carisma dell’ex terza carica sia dipeso dalla leggenda dei suoi successi “umanitari” combinati con un piglio tirannico, un tratto dispotico, una comunicazione sprezzante che incontrano il favore di un target masochista, tra femmine in perenne ricerca di una leader che faccia scontare i peccati di tutte e due le metà del cielo e di maschi che si accalorano immaginando di essere comandati da “padrone” severe.

Pur non essendo Google, ricordo abbastanza bene come ho costruito nella mia testa un ritratto e un’opinione dell’onorevole Boldrini che non aveva bisogno di questa aggiunta sconveniente alla sua immagine.

E infatti rammento  una delle sue prime uscite pubbliche, quando presenziando in veste ufficiale al funerale di un suicida vittima della crisi che si protrae da anni nel Paese, si dichiarò sorpresa dalla rivelazione delle nuove povertà che affliggevano l’Italia. Affliggevano anche la Grecia, oggetto di alcune sue pensose comparsate nelle quali descriveva con i toni accorati che avevano favorito il suo successo all’Onu, un paese ridotto alla fame dai diktat europei offrendo come soluzione un bel convegno per proporre un ponte  culturale che rilanciasse “una dimensione europea  basata sulle istanze che vengono dal Mediterraneo”. Del convegno non c’è stato poi bisogno, visto che i crimini commessi oltre l’Adriatico sono oggi più che mai trasferibili e replicabili da noi grazie al commissariamento di cui è incaricato il presidente del Consiglio cui anche lei ha accordato fiducia illimitata. 

E come dimenticarla quando scaricava i fulmini delle sue ire funeste contro gli improvvidi che osavano presentare mozioni e interrogazioni sgradite, o quando vezzosamente accordava il suo consenso a alcune tra le più indecenti misure lesive di diritti e conquiste del lavoro di uomini e donne, particolarmente penalizzanti per le seconde?

O quando mutuando abitudini a dir poco birmane per non dire talebane, ha chiesto la testa seppur solo virtuale  degli impuniti che avevano osato pubblicare una sua immagine svestita, forse un fotomontaggio, in un campo di nudisti,  a fonte invece della sua performance di madonna ginocchioni in un flash mob parlamentare antirazzista proprio nei giorni in cui la ministra Bellanova lanciava la sua regolarizzazione tarocca e “estemporanea ” dei  migranti che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili?

E prima ancora, come non ricordare che appena neo nominata presidente della Camera fece il radioso passacarte delle misure di sospensione dell’emergenza  Africa, considerando unilateralmente chiuso il problema, diminuendo drasticamente i fondi per i migliaia di rifugiati accolti a causa delle primavere arabe e della guerra di Libia e  concedendo ai richiedenti asilo d’allora una mancia di 500 euro una tantum e la cessazione di qualsiasi forma di assistenza? Qualcosa che assomiglia da vicino all’indifferenza con la quale la sua cerchia politica ha approvato la rivisitazione dei decreti sicurezza, in modo che ne restassero intatti i principi discriminatori e repressivi, così come è passata inosservata la fotocopia dell’osceno protocollo d’intesa con la Libia riproposto pari pari dal Governo Conte 2.

D’altra parte siano di fronte a un caso di scuola del professionismo della militanza: non spreco nemmeno un minuto a risollevare il contributo castale e dinastico che ha condotto Laura Boldrini a ricoprire un alto incarico in un’agenzia dell’Onu, ricordo però che non si trattava del prodigarsi di una volontaria ma di una funzione prestigiosa e perciò ottimamente remunerata. Altrettanto non c’è bisogno di dire che in un Paese dove le donne hanno pagato una crisi sociale che ora è diventata una emergenza epocale con licenziamenti, disoccupazione, svalutazione dei loro talenti e aspettative, con il forzato rientro a casa in condizioni di povertà e frustrazione, non estranee all’aggravarsi di fenomeni di violenza privata che accompagna quella pubblica, la battaglia per la liberazione della donna ingrediente cruciale per la liberazione degli sfruttati tutti,  deve avvenire su tutti i fronti, quello culturale contro il patriarcato che come sempre trae nutrimento dal malessere sociale, ma soprattutto in quello che in nome del contrasto alla violenza, è proibito, censurato come eresia, deriso come arcaico, quello della lotta di classe.

Che c’è eccome, se proprio la signora Boldrini ha avuto più volte occasione di incarnarla nella sua forma più moderna, quella alla rovescia: ricchi e potenti contro povere e povere, sfruttati e sfruttate.


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