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L’Unità e i punitori di se stessi

img_50141_80859-300x205L’ Unità, il giornale che continuando a dichiararsi fondato da Gramsci, costituisce un quotidiano tradimento di storie, speranze, idee, è di nuovo in gravissima crisi e si profilano licenziamenti collettivi senza nemmeno il piccolo paracadute degli ammortizzatori sociali: la riesumazione della gloriosa testata per farla diventare l’house organ del renzismo più integrale tanto da essere spesso più realista del re, è stata un completo fallimento e persino la direzione formale affidata in extremis a Staino, utilizzato come marchio  per rilucidare una vernicetta di sinistra spruzzata su una sostanza reazionaria, non ha allungato di molto la vita a un progetto radicalmente sbagliato se non truffaldino che allineandosi senza imbarazzo al ballismo nostrano e al pensiero unico globale, ha intercettato solo il disprezzo dei suoi vecchi lettori senza tuttavia pescarne di nuovi tra l’analfabetismo rampante dei fan del guappo rignanese.

Già l’anno scorso le vendite erano crollate a 8000 al giorno il che, trattandosi del foglio di riferimento del maggior partito del Paese e non di un giornale locale o di opinione, significa che le copie normalmente acquistate in edicola e non destinate alle “mazzette” dei politici di ogni ordine e grado erano giunte a livello amatoriale e con enormi spese di distribuzione vista la natura nazionale del quotidiano.  Del resto l’impossibilità di trovare in Italia un editore non dico di sinistra, ma almeno non sull’attenti alla presenza del potere, né un editore intelligente,  né un editore scollegato da soffocanti interessi politicanti e probabilmente nemmeno un numero di lettori sufficientemente evoluti, ha reso pressoché  impossibile trovare una formula di respiro che salvasse al tempo stesso la storica testata e la sua dignità. Ma tra questo e la soluzione di far comprare l’80 per cento del giornale al gruppo Pessina implicato in tutti i grandi appalti pubblici  e noto habitué dei conti coperti all’estero, ( vedi Vaduz, affaire Dolfuss, lista Falciani, furbetti di San Marino, citazioni nelle vicende dell’Expo)  significa fondare il tutto su un possibile terreno di scambio molto opaco. Bagatelle per Renzi, il Pd e un Paese ormai insensibile ad ogni cortocircuito.

Nella mia vita ho vissuto almeno tre o quattro volte situazioni comparabili, quindi conosco lo stato d’animo delle assemblee permanenti di redazione, l’arrivo dei politici in forma di avvoltoi, la tracotanza ipocrita degli editori, la paura angosciosa della roulette fra sacrificati e salvati, il dramma della disoccupazione incombente e la prospettiva di dover ricominciare il giro delle sette chiese per ritrovare un lavoro a salario invariabilmente più modesto, quindi evito di invocare la legge del contrappasso per colleghi cui auguro di superare il momentaccio anche se hanno assecondato ancor più di altre testate della destra tradizionale lo scasso delle tutele del lavoro e si sono resi disponibili ad ogni operazione, ad ogni opacità dei numeri per esaltare il job act e bruciare l’articolo 18 sulla pubblica piazza. Tuttavia non posso trattenermi dall’indicare questa vicenda come apologo contemporaneo perché qui si ha la dimostrazione emblematica di come il “sistema” neo liberista e oligarchico finisca per travolgere anche gran parte di quelli che lo appoggiano o che pensano di avere il culo al caldo o che addirittura si illudono di essere in qualche modo avvantaggiati dalla messa in mora dei diritti di tutti in cambio di benevolenze, regalie, rendite ad personam o ad categoriam . Certo in questo caso si tratta di un ambito particolare con logiche tutte proprie, ma il concetto generale riguarda un vastissimo ceto che va dal settore pubblico, facilmente ricattabile e clientelabile al lavoro autonomo, alla piccola se non minima imprenditoria che ancora vive mentalmente gli anni ’80 e solo da poco sta accorgendosi di essere sotto progressivo attacco.

Insomma non basta stare dalla parte dei vincitori, secondarne i piani o giustificarli o propagandarli per evitare il destino di essere tra le vittime.  Molto spesso di finisce per essere heautantimorumenos, ovvero punitori di se stessi.

 

 

 


Al freddo e al gelo, ma senza Re Magi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che la scienza delle previsioni non sia neutrale è risaputo, quando perfino quelle meteorologiche sono soggette a condizionamenti o al timore che certi annunci compromettano attività economiche e rendite.

E c’è da sospettare che il ceto dirigente venga selezionato sulla base dell’indole a farsi prendere di sorpresa, a quel candore infantile o primitivo che rende tutto inatteso, imponderabile, impensato e sbalorditivo. E di conseguenza non governabile e fatale. Ogni fenomeno arriverebbe come un cataclisma indipendente da volontà e responsabilità, come un terremoto. Che in effetti lo è mentre non lo sono invece certi effetti determinati da trascuratezza, volontà criminale di profitto, avidità e cialtroneria. Se il sisma è una catastrofe naturale non lo è la catastrofe politica che, mentre il neo presidente scia in settimana bianca – che anche l’inverno è disuguale – non si prepara alla neve a gennaio in zone che nella tradizione e nella cultura popolare sono legate all’immagine, appunto, di presepi imbiancati, che non prevede che l’abbazia di Sant’Eutizio o la chiesa di San Salvatore a Campi debbano essere puntellate dopo le scosse di agosto per prevenirne il crollo in occasione del ripetersi dei movimenti tellurici, se dopo le prime scosse di Amatrice e Arquata chiunque poteva accorgersi che la situazione per il patrimonio storico artistico era a rischio, che nella zona tra Fabriano e Ascoli Piceno erano centinaia le chiese inagibili, migliaia le opere d’arte in pericolo.  Come si potrebbe altrimenti chiamare se non catastrofe politica e premeditata quella calamità che ci affligge da decenni, quella piaga che ci ha portato alla rovina e che sta condannando all’esilio intere popolazioni del Centro Italia, fatte di agricoltori, allevatori, lavoratori di aziende e piccole industrie,  espulse dai loro luoghi fino a pochi mesi fa opulenti quanto belli, pingui quanto armoniosi?

Turlupinate da quell’infame sodalizio corrotto e corruttore di amministratori sleali e imprenditori assatanati coi suoi lavoro al ribasso, con la polvere nel cemento, abilitati a condurre a un tempo lavori e sorveglianza sugli stessi,  oltraggiate da una strategia della ricostruzione che promette casucce di legno a primavera insieme all’invito a svernare altrove, che tanto quella diaspora di cittadini sradicati, spaventati, che non ha nemmeno più voglia di esprimere collera, non saprebbe dove votare, figuriamoci per chi o contro chi? Offese insieme alle loro bestie che se non sono già morte di paura, fame e sete, adesso crepano di freddo, beffate dalla sconcertante  proibizione a attrezzarsi in proprio con container “inappropriati”, tacciate di criticabili impazienza e  irragionevolezza?

Ma non c’è da stupirsi. In fondo è stata trattata allo stesso modo anche la crisi interpretata come un fenomeno inatteso, ineluttabile e incontrastabile perfino là dove è stata orchestrata e azionata. Per non parlare degli esodi biblici che mandano per il mondo ispirato da civiltà superiore milioni di esseri di serie B, spinti da istinti bestiali: fame, sete, paura, prodotti inaspettatamente da guerre di conquista, razzie e saccheggi, dissipazione di risorse alienate per il nostro benessere.  O del terrorismo frutto della stessa delirante smania di potenza imperiale che ha scelto amici e nemici per giustificare conflitti, stragi, repressioni o sostegno a tiranni e despoti, favore a regimi sanguinari e nutrimento per tremendi scontri razziali, destinati comunque a annientare i più poveri e sommersi.

A dirla tutta sono stati sorpresi anche dalle urne, anche se si è votato con le carte truccate, come è ormai d’uso. Non si aspettavano di essere battuti e hanno reagito  come al solito. Facendo finta di niente, convertendo la disfatta in onorevole vittoria di quella stessa democrazia che volevano cancellare, ricollocandosi o insediando i loro fantocci nei ruoli chiave. E comportandosi come in caso di catastrofe, in modo che il male peggiori: si tratti di lavoro svalutato, territorio disastrato, ambiente manomesso, salute compromessa, banche in fallimento per dichiarata disonestà. Cosicché tutto diventi emergenza da gestire con sbrigativa autorità, con arruffona sfacciataggine, con decisionismo pasticcione, grazie a regimi eccezionali, misure straordinarie, governi di salute pubblica, ducetti criminali, deportazioni, limitazioni di libertà, espropriazione di beni e diritti.

Una volta non è bastata, sorprendiamoli ancora e per sempre, stupiamoli coi nostri No.

 


Media: monopolio delle bugie senza rete

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La stampa scende in campo per proteggere l’informazione veritiera contro manipolazioni e manomissioni. Stupidini, ma cosa avete capito? Mica si parla di autocritica, di applicazione tenace di codici deontologici, di rispetto dei doveri della professione giornalistica, no.  Le reprimende insieme alla manifesta volontà di imporre regole di comportamento vigilate da occhiute autorità di sorveglianza e controllo riguardano l’odiata rete, contesto nel quale di consuma e si sublima il male, la menzogna, la falsificazione e dove la polemica si trasforma in violenza e la critica in odio.

Troppo facile dire che si tratta della reazione comprensibile alla concorrenza sleale in materia di informazione artefatta, di ripetizione e amplificazione di bugie. Il fatto è invece che i media convenzionali sono così autoreferenziali per tradizione da sentirsi davvero investiti di un obbligo morale. Che non consiste nell’informarci, macché, bensì nel formarci, nell’orientare l’opinione pubblica, uniformandola secondo criteri di appartenenza e fidelizzazione all’ideologia e al pensiero corrente, quello del “regime”, assecondando e accreditando bugie, sostituendo la propaganda alla somministrazione di notizie e dati, la persuasione, nemmeno tanto occulta, all’analisi della realtà.

Così oggi il Corriere, nei cui confronti capita ormai di provare una delicata commiserazione che si riserva ai alle statue dei grandi abbattute e ai miti auto-infranti,  fa sua la perorazione del presidente dell’Antitrust per  la indilazionabile necessità di imporre un filtro per contrastare “le notizie false sul web”, gestito da soggetti terzi, istituzioni specializzate e indipendenti, perché il fatto che circolino “informazioni infondate non è un bene per la democrazia”. E non basterebbe “l’autoregolamentazione  come fa Facebook”, occorre proprio un’autorità abilitata a distinguere verità da menzogna e incaricata di “rimuovere” in tempo reale i contenuti falsi e lesivi. Insomma, pare di capire, serve l’ufficializzazione nell’antico istituto mai morto della censura insieme a quell’altro della repressione, e non solo virtuale.

Per una volta viene da essere d’accordo. La vorremmo anche noi una autorità “terza, autonoma e indipendente” contro le bugie e anche, potendo, contro le post verità (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/20/laccademia-delle-post-cazzate/),  quelle che eroga  tutti i giorni  il rubinetto sempre aperto della fabbrica del falso, del raggiro e della mistificazione consumati molto spesso proprio grazie ai ripetitori della rete, abusati perché ritenuti ancora più effimeri di quella carta da giornale la cui traccia durava un giorno, pronta poi per incartare le scarpe quando ancora c‘erano i ciabattini e non imperavano i voucher.

Ci piacerebbe imporre delle sanzioni per chi manipola fatti e eventi, sostenuto proprio dai tradizionali “porta acqua”  dotati di memoria ancora più corta delle gambe delle loro bugie. Per chi dopo aver rivendicato la paternità del più infame degli attrezzi nella cassetta della rottamazione del lavoro, la rinnega che non li ha certo inventati lui, anzi si è assunto il compito di regolarne l’abuso. Vorremmo la gogna e non solo mediatica per chi pensava di turlupinarci  con la dfesa della democrazia tramite chiusura dell’inutile Cnel, meno funzionale dell’altrettanto superfluo Istat, incaricato istituzionale della adulterazione dei numeri  e delle statistiche in modo da dare alla plebe l’illusione che avrà diritto a mezzo pollo. Ci piacerebbero delle frustate e non simboliche per ministre reiterate con onore che si fregiano della loro ignoranza come virtù del politico, riconfermata, come loro d’altra parte, dalle bocciature dell’Alta Corte. O per quella che per difendersi dall’accusa di aver falsificato il curriculum, falsifica e offende il ruolo che si accinge a ricoprire, esaltando proprio come i cultori di Facebook, la scuola della vita rispetto a sapere, conoscenza e istruzione. O per chi soffia sulla paura per far divampare l’incendio della censura, della repressione, della ineluttabile limitazione delle libertà. O per chi si approfitta di credulità indotta da nuove miserie per favorire il gioco d’azzardo, a cominciare da quello bancario di dinastie improvvisate e feudi familiari che gestiscono fondi e azionariati criminali.

E sarebbe gradita una lunga detenzione per quelli che in conferenza stampa, missione pastorale, Twitter, Porta a Porta, comunicano la fine delle emergenze con periodica soddisfazione, annunciando rapide ricostruzioni, l’uscita dalla crisi, ripresa  delle produzioni, posti di lavoro, guarigioni miracolose dal cancro e da malattie altrettanto perniciose come il maturare una opinione libera, esprimere una critica, dare una informazione indipendente, mostrare una verità nascosta.

Speriamo che queste invece siano patologie contagiose e che la rete  le propaghi. Anche se non basta la verità disarmata quando loro possiedono tutte le armi, quelle della propaganda, quelle delle leggi promulgate per demolire la democrazia e immiserire la partecipazione, quelle del profitto dispiegate per legittimare guerra, sopraffazione, ruberia, quelle del mercato per persuadere che tutto e tutti sono merci da comprare e svendere, quelle della religione impugnate per dare copertura morale a sfruttamento, conformismo, oscurantismo.

La verità è come l’onestà, non basta, ma è necessaria. Non è sufficiente, ma senza non saremo mai liberi.

 


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