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Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.

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Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


Accolte e sfruttate

ucrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate di essere alle soglie del Duemila, di essere moldava o ucraina o romena. immaginate di avere dei genitori anziani, dei figli piccoli o adolescenti. un marito indolente e depresso da quando ha perso il posto in fabbrica o a scuola e che ha contratto un bel po’ di debiti, immaginate che anche voi non troviate più da svolgere quei lavoretti che facevate quando vi restava tempo dopo aver badato all’orto, raccolto le patate, preparato le conserve per l’inverno, raccolto e tagliato la legna, fatto il bucato. Immaginate che dopo tante discussioni notturne l’unica soluzione sia che partiate per cercar fortuna in Italia, dove si parla una lingua che un po’ assomiglia alla vostra e dove non si rimpiange come da voi l’impero che almeno assicurava cibo e istruzione, poerchè c’è un premier che regala sogni di case e soap e quiz.

Immaginate di  aggiungere un debito a quelli che avevate già, perchè c’è uno che per 5000 dollari cvi assicura la trasferta su un pullmino o un furgone. Ne trovate solo 3000 ma il vostro sponsor vi ha già trovata un’occupazione a Mestre, a Frascati, a Palmi, così da subito si tratterrà il salario per finire di pagarsi il servizio. Lasciate casa, figli, genitori, marito, che vi mette fretta.

Mettete in una borsa due stracci e scoprite di essere fortunate: ai passaggi alle frontiere, scendete un po’ prima, uno degli autisti guida voi e le altre viaggiatrici in mezzo ai campi e passato il posto di blocco, potete risalire, meglio di quelle delle quali avete saputo che hanno evitato i controlli appese sotto il camioncino al telaio del mezzo. Anche al vostro arrivo scoprite di essere fortunate, troppo vecchie o troppo stanche o troppo trascurate per finire a battere, così vi portano in una trattoria dove laverete i piatti, mangerete gli avanzi e dormirete su una  sdraio da spiaggia, aperta in cucina, finito il turno.  Oppure potreste anche fare le faccende a servizio dal vostro contrabbandiere e dalle sue ragazze, purtroppo più giovani e attraenti. E poi, non vi lamentate, potete beneficare di un telefonino e una volta alla settimana sentite casa, vostro marito che si lagna perchè dovete smaltire il debito e non arrivano soldi in patria.

Ma, ripeto, siete fortunate, dopo qualche mese avete “saldato” il conto e potete andare  a fare la badante, la cameriera o la baby sitter in una casa con gli elettrodomestici, l’acqua calda per la doccia. Potete cambiare pannoloni, curare anziani, badare a ragazzini maleducati o malati. Ma attente a non prendervi troppe libertà col nonnino, a cucinare ma per favore con meno cipolle,  a stirare ma facendo attenzione ai colletti delle camicie del dottore che è molto esigente, anche quando si aspetta che diciate di sì a qualche avance. E di domenica potete uscire, ma per favore tornate entro le sette, che lo fate comunque  per la paura di essere fermate per strada, che vi chiedano i documenti in autobus,  che vi investano sulle strisce perchè al pronto soccorso possono scoprire che siete clandestine,  quando  non siete abbastanza invisibili da passarla liscia.

Poi nel 2002 può passare almeno quella di paura: siete state estratte nella lotteria grazie alla generosità del vostro datore di lavoro, di una  Miss Rossella che mostra di beneficarvi facendovi sborsare i contributi di tasca vostra. Non siete più irregolari, abusive, occulte e fuorilegge, potete addirittura sostenere anche voi il sistema contributivo e pensionistico del grande paese che vi ospita, avere la tessera sanitaria e andare in ospedale se state male e non solo per lavare i pavimenti.

Ecco, adesso immaginate che siano passati un bel po’ di anni, che dopo la conquista del permesso di soggiorno, della possibilità di andare a trovare la vostra famiglia, di essere presenti al funerale o al matrimonio di un vostro caro, possiate avere la cittadinanza.

E ricomincia la trafila dei documenti, di quelli da fare in patria e quelli da fare qui: ormai siete più scafate e ci provate a farveli da sole. Ma non è facile, alla prefettura, agli uffici immigrazione le informazioni sono imprecise e contraddittorie, quei pomeriggi di domenica nel bar della stazione dove vi trovate tra connazionali, vi scambiate notizie  come in un tam tam.

E arrivate alla stessa conclusione suggerita anche negli uffici amministrativi: dovete rivolgervi a un patronato che sbrigherà la faccenda assicurandovi la buona riuscita dell’operazione. se seguirete scrupolosamente le sue indicazioni in vista delle nuove prescrizioni del decreto sicurezza bis  e dei suoi illustri precedenti che hanno reso la vita difficile a chi vuole arrivare, ma pure a chi c’è già in questo Paese del quale volete sorprendentemente prendere la cittadinanza.  Così anche  le badanti che sono state regolarizzate nel 2002  dovranno dimostrare con una prova da svolgersi in prefettura la buona conoscenza della lingua italiana, migliore dunque di  quella di un qualsiasi Borghezio e di un follower, padano e non, del Ministro dell’Interno, del vecchietto che lavate e vestite e dell’adolescente svogliato cui preparate i pasti.

Ma non è sicuro che quel test, malgrado i buoni uffici a pagamento del patronato, che ti è diventato indispensabile per il conteggio dei contributi, delle ore lavorate, delle ferie, della liquidazione, tu lo possa superare. Per esserne certa è consigliabile che tu segua un corso   presso un apposito ente  di formazione, indipendente ma raccomandato dal vostro Caf e che ti equipaggerà del certificato di frequenza, viatico indispensabile per essere esaminate.

Adesso sì che sareste veramente pronte per essere cittadine italiane, una volta esercitati tutti i doveri imposti dalla repressione amministrativa inventata e messa in atto per rendere finalmente tutti uguali, immigrati e indigeni, tutti ricattati, intimoriti, assoggettati a regole irrazionali e macchinose incomprensibili e contraddittorie come tanti  Comma 22, pensate per farci diventare come cavi nelle gabbie, che corrono su è giù per le scalette affaccendati a pagare rate, fatture, bollette e consulenze di un ceto diventato indispensabile alla sopravvivenza perchè proprio come i trafficanti che hanno portato qui le badanti, quelli che armano gli scafi, fanno da guide nella giungla che hanno loro stessi creato per riportarci a condizioni ferine.

Una differenza però è tutelata, quello di assicurare agli italiani il loro  ius soli,  con l’unico diritto, quello di sentirsi superiori e poter esercitare  questa prerogativa prendendosela con gli ultimi arrivati, qualcuno dei quali – o i suoi figli – vorrà uscire dal recinto e prendersi delle rivincite, alimentando quelle guerre tra poveri già dichiarate a colpi di posti in graduatoria per l’assegnazione di case, per il piazzamento al pronto soccorso, per  gli asili nido, perfino per la baracca e la casuccia di lamiere delle bidonville che premono sui quartieri del centro abitati da linde coscienze umanitarie.

Ci mancava solo il nuovo consociativismo di chi ha abbandonato la missione della quale era incaricato, quella di rappresentanza degli sfruttati, per dedicarsi al brand dell’assistenza e della consulenza, trasformando i sindacati in patronati addetti al Welfare contrattuale grazie all’offerta e alla gestione di fondi pensionistici   mutue integrative,  in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

E’ nato e si è sviluppato in coincidenza con i governi nazionali e locali di quelli che oggi rivendicano il loro istinto umanitario il business dell’accoglienza e della carità pelosa, ben incarnata dagli Odevaine, dalle cooperative compassionevoli di Buzzi, delle onlus che forniscono manodopera al caporalato della frutta, delle associazioni che distribuiscono badanti per l’assistenza domiciliare su incarichi remunerati regionali o comunali e si fanno dare la stecca dalle lavoratrici, arrivando alle altre associazioni – apertamente per delinquere- che vendono permessi contraffatti o generosamente erogati da qualche addetto non disinteressato.

Che sollievo, eh? che non siete ucraine, moldave, romene, magari nemmeno donne? beh non rallegratevi troppo,  ci vuol poco a diventare  “dannati della terra” in patria.

 

 


Tav-ola imbandita

siAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi ero mai fatta illusioni sulla possibilità, remota, che i 5stelle resistessero agli imperativi della banda del buco transanazionale.

Come sarebbe andata a finire si capiva già quando Di Maio cominciò a renderci partecipi del Grande Ricatto dei sostenitori della Grande Opera, che si declinava nella forma di  macchia indelebile sulla nostra reputazione, condannandoci a europei di serie b incapaci di raccogliere le dinamiche sfide della modernità, in quella ancora più implacabile del volume spropositato di sanzioni e risarcimenti, così spropositato che nessuno è mai riuscito a quantificarlo: milioni di milioni come le stelle del salame.

E d’altra parte in questo contesto di soldi si parla sempre in questa forma epica e  irreale, senza mai mostrare i conti della spesa, i conti dei costi, i conti dei benefici, i conti di chi guadagna dalla tav-ola imbandita, i conti delle previsione e delle ricadute sull’intero sistema dei trasporti e dell’import-export,  i conti di quanto ci mettono e di quanto ci guadagnano i cugini e di quanto ci mettiamo e ci perdiamo noi, di tasca nostra.

Meno che mai è stato fatto un conto, nemmeno dall’avveduto presidente Conte – nomen omen – dell’entità dei danni e delle spese  di un nostro No rispetto ai benefici nel tempo di esserci risparmiati la pressione di un intervento inutile, del suo peso esercitato sull’ambiente, sui bilanci dello Stato e nostri, sulla legalità ancora una volta in ostaggio del malaffare, forse perchè tutto questo fa parte di quei tabù che riguardano il futuro, rimosso almeno quanto il passato, di questo progetto simbolico e della sua trama di bugie, minacce, corruzione, attori che entrano e escono dalle porte girevoli dei tribunali, infiltrazioni malavitose, repressioni brutali.

Non mi ero illusa e non sono una elettrice 5stelle e dunque non parlo di infedeltà – largamente prevedibile- come invece fanno con grande sussiego risentito tutti quelli, a loro dire  contrari all’alta velocità, che si sono distinti per non aver votato  per quelli che incarnavano l’opposizione a questa formidabile allegoria del neoliberismo, dando entusiastico sostegno invece a chi l’alta velocità l’ha brandita come la spada fiammeggiante del progresso, rafforzando gli interpreti del sogno futurista di una rapidità al servizio del trasporto di merci e prodotti, oggetto di un trattamento privilegiato rispetto a quello della merce umana che viaggia su sferraglianti carri come un bestiame indegno di restare umano.

E che adesso sono stizziti che quel peggio rispetto al meno peggio Pd, impersonato da incapaci, inetti, ignoranti, incompetenti cui avevano affidato il delicato incarico di eseguire quello che loro competenti, avveduti, consapevoli, non avevano il coraggio civile di proclamare e fare, che abbia tradito le loro aspettative con una miserabile abiura, nè più nè meno come hanno fatto con  i padroni intoccabili  di Autostrade recuperati come ai vecchi tempi gloriosi prima del ponte, come con l’Ilva ceduta dall’enfant gaté sempre riproposto come interprete dei nuovi corsi riformisti  insieme ai gadget di impunità e immunità e ai trascorsi assassini di un’altra proprietà esentata dalle colpe come quella in essere, e come hanno fatto con altre eredità che non hanno la forza e nemmeno i numeri per rifiutare: Mose, Trivelle, Teap, grandi navi,   tutte cambiali in bianco che i progressisti umanitari hanno dato  loro al posto della scheda elettorale, perchè andassero avanti mentre a loro veniva da ridere.

Eppure quelli che hanno votato per il supposto Mm (male minore in forma di Pd) e che adesso sono infuriati e ingannati dalla diserzione del Mm (inteso come male maggiore, in considerazione della contiguità  con lo zotico all’Interno)  lo dovevano immaginare che ci volevano non quelli che considerano omminicchi, bibitari, steward  – vuoi mettere rispetto alle competenze e esperienze professionali e politiche del pantheon del cosiddetto centro sinistra che anche in fatto di apostasie vanta i record- ma dei superdotati di poteri e potenza per contrastare un simbolo, un simulacro inviolabile, una metafora e pure un format, che concentra gli elementi costitutivi e anche gli obiettivi di un impianto ideologico e di una visione del mondo.

Bisognerebbe poter smentire lo sbalorditivo sistema di bugie e falsificazioni su cui si fonda a cominciare dal castello di panzane contenute in quella “oggettiva” analisi dei costi-benefici elaborata, ma che sorpresa, dalle società interessate e poi fatta propria dal governo Monti che ipotizzava volumi di traffico mostruosi che solo quell’opera avrebbe potuto smaltire e gestire, poi sbugiardati dalla realtà del 2017 di una riduzione del flusso delle merci: 11 milioni sotto il livello del 1994,  5  milioni di tonnellate in meno rispetto al 2004, 35 in meno all’obiettivo del 2035.

Fu allora quando perfino una nuova indagine promossa dal governo Gentiloni dovette fare i conti con i dati, che da necessaria, l’alta velocità divenne inevitabile.

Inevitabile, certo, per evitare appunto che venisse meno un’altra componente irrinunciabile di quel modello: drenare, impegnare e investire i soldi pubblici  per trasferirli in forma di profitti nelle tasche di pochi, secondo quale percorso parallelo alla lotta di classe alla rovescia, ricchi contro sfruttati e ridistribuzione dalla collettività a una scrematura di privati (imprese, ditte appaltatrici, istituti finanziari e banche, cooperative e eserciti di consulenti, progettisti, controllori).

Pensate a che miniera giace in fondo a quel buco a beneficio dell’alleanza affaristica che sta già lucrando della quale fanno parte i soliti noti già visti e vanamente sospettati da Impregilo a Cmc, da Ligresti a Benetton, al Gruppo Gavio, entrati, usciti e rientrati con altre etichette nel circuito delle grandi opere dal Mose, al Terzo Valico, pronti a nuove fiabesche opzioni che se vinceranno anche stavolta, non potranno essere scongiurate, a cominciare dal Ponte sullo Stretto.

Eppure grazie anche all’atteggiamento di una opinione pubblica mantenuta dalla stampa in una beata ignoranza, di un ceto che oggi si straccia le vesti per il tradimento ma ha vezzeggiato gli autori della letteratura sul grande bacino di occupazione dei cantieri e le madamine che ballano intorno alla voragine in attesa che i plichi delle ordinazioni online arrivino prima, c’è ancora chi si fa  incantare dal mito sviluppista nella forma del totem i cui piedi sono già sprofondati rovinosamente, già sconfessato dallo scorrere del tempo  come quello dell’austerità, i due pilastri condannati dalla storia e dalla stessa crisi che hanno generato,  dai loro fallimenti e dalla bancarotta della loro narrazione distopica di una modernità che sta rivelando il suo istinto suicida e omicida.

Il fiasco già previsto di quella rappresentazione dimostra che si tratta di una visione irrazionale e fideistica, che vuole credere in una crescita incontrollata e illimitata, nel paradosso di buchi che vanno a edificare grattacieli,  in quello di corridoi europei cui fanno da contromisura i muri, i blocchi, i confini, le frontiere e i fili spinati  in quello dal fare, del costruire come se potessero compensare la smania distruttiva della avidità e dello sfruttamento.

Per questo la proposta di un pronunciamento popolare, malgrado qualche successo di altri No, suona come una minaccia e una intimidazione, perchè delega a disinformati e interessati, innocenti e correi, indistintamente, la responsabilità del delitto premeditato e compiuto dall’oligarchia, del furto commesso con destrezza e “velocità” dalla cleptocrazia.

 


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