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L’ipocrisia ha sempre la schiena dritta

agr str Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grande e unanime soddisfazione è stata espressa in questi giorni di inizio anno: pare che le misure pre-Salvini e post- Salvini abbiano avuto successo, sarebbe calato il numero dei disperati che arrivano da noi, la chiusura degli Sprar avrebbe sortito l’effetto desiderato, quello cioè di rendere invisibile agli occhi pronti alle lacrime ed alle coscienze più sensibili lo spettacolo inquietante. Quello dei profughi che si spargono nelle città e nei paesi come una diaspora disperata di vite nude che non hanno nulla da perdere e ancora meno da rivendicare, disposte a accreditarsi come manovalanza criminale, schiavi del caporalato o del sesso, costretti a  cercare rifugio in luoghi già brutti e infelici che quindi meriterebbero l’aggiunta di altra vergognosa sconcezza e di altra avvilente pena.

Passata la paura delle invasioni, adesso i benpensanti sono legittimati a esprimere la loro riprovazione nei confronti degli ignoranti buzzurri che non condividono la loro battaglia morale per l’accoglienza e l’aiuto umanitario, accusandoli di xenofobia e razzismo e offrendoli in pasto alle bocche larghe delle destre. E infatti siccome l’ipocrisia è l’asta che tiene dritto il popolo richiamato a inorgoglirsi della sua tradizione e della sua qualità identitaria di grande paese, si guarda agli effetti e non alle cause, ci si compiace che una ritrovata efficienza pragmatica  ci risparmi dalla pressione di indesiderate presenze, così come ci si preoccupa – noi che ci dispiacciamo per i nostri figli del privilegio ridimensionato, costretti a cercar fortuna altrove – che arrivino in massa i profughi, messi in fuga da un protervo colonialismo in armi, provenienti da remote geografie che perdono così i loro talenti e le loro forze giovani  a causa nostra, come sono stati defraudati di risorse e ricchezze.

Tutti hanno preferito non indagare e non interrogarsi su questa fortunata coincidenza, frutto probabile oltre che dell’inverno, degli infami patti stretti “a casa loro” con despoti sanguinari e che consente a chi può far sfoggio di pretesa di innocenza, ai bamboccioni redenti dal canto di Bella Ciao, ai cervelli appartenenti a ceppi e lignaggi che non hanno bisogno di fuggire godendo del welfare familiare e familistico, di opporre alla chiusura identitaria ed all’impermeabilizzazione dei recinti di gruppo un vago umanitarismo che ha l’effetto di  criminalizzare gli ultimi, di condannarli con uno stigma morale feroce e definitivo alla loro marginalità protofascista.

Così è stato reso ancora più profondo il fossato che divide la cultura dominante, quella che professa l’atto di fede europeo e atlantico, che si nutre delle certezze e delle consapevolezze fittizie di una classe piccolo-borghese, urbana, informata equipaggiata di beni e risorse culturali e economiche, che può godere ancora di consumi gratificanti e che si illude di effettuare scelte libere e “creative” appaganti,  dalla “incivile” percezione e dal “disumano” punto di vista dei ceti popolari e disagiati.

Solo segmenti di classi ancora  persuasi di detenere una superiorità sociale e ideale si possono permettere di esibire come etica pubblica il repertorio di luoghi comuni che dovrebbe convincere chi sta male della bontà e delle opportunità offerte  da una immigrazione incontrollata, o degli effetti progressivi della globalizzazione che ci concede la libertà di circolazione di merci, popolazioni, esperienze, cucine, valori, dei quali si può approfittare essendo equi e solidali, mangiando sushi, facendo vincere Sanremo a uno che si chiama Mahmood, perfino dando in perenne concessione le nostre autostrade a dinastie affermatesi  anche grazie a campagne che esibivano  allegri girotondi di bimbi bianchi e ben pasciuti insieme a altri molto colorati, colti nel tempo libero dallo sfruttamento del loro lavoro minorile.

E d’altra parte perché stupirsi, l’Europa ormai impegnata nel contenimento  dei suoi terzi mondi interni  dopo la fase dei muri, dei lager autorizzati in Francia ma bollati in Italia e dei respingimenti tollerati in Germania o in Turchia  ma marcati con il sigillo  dell’infamia da noi, ha già avviato la divulgazione pedagogica dei nuovi orizzonti delle ricette fusion proprio come certe bettole che predicano il meticciato in cucina, non sapendo cucinare né  la matriciana né il curry, in modo da diseducare i palati così come si deve dissuadere dalla pretesa di aspirazioni legittime.

E infatti la nuova interpretazione cordiale e invitante dei fenomeni migratori ha una sua vulgata mitica e  chi ha il  coraggio di contestarla viene immediatamente annoverato nelle cerchie leghista o lepenista dei buzzurri xenofobi.

Si comincia con il mantra della ragionevolezza antropologica: anche se non piace comunque la procreazione affidata in gestione ai soliti habitué  della riproduzione incontrollata serve eccome a ripopolare un continente vecchio e invecchiato, come se non fosse accertato che gli immigrati in Europa mutuano i costumi del paesi ospitanti, non devono mettere al mondo braccia destinate all’agricoltura o alle miniere di diamanti e fanno meno figli.

Segue l’altra narrazione irrinunciabile: chi viene qua non ha preparazione né ambizioni professionali o di carriera, quindi si presta a svolgere le mansioni servili e umilianti cui gli indigeni non vogliono piegarsi.

Come se non fosse vero che i giovani che vengono qua a cercar fortuna o riparo abbiano le stesse aspettative e gli stessi diritti fondamentali dei ragazzi lombardi o lucani, emiliani o calabresi, come se non fosse vero che nei loro paesi erano la meglio gioventù che aveva studiato magari con più profitto della generazione dell’Erasmus.

Come se non fosse vero che se certi lavori fossero remunerati con dignità e equità sottrarrebbero molti italiani ventenni e trentenni da quell’area grigia dei lavori alla spina, del precariato a cottimo, senza scuola e senza occupazione nei bar di paese.  Come se non fosse vero e accertato che  le ricadute   dell’immigrazione sui salari e sulla qualità e le garanzie risultano essere fisiologicamente depressive in quanto determinano un incremento dell’offerta di lavoro a basso prezzo, condizionando tutto il sistema delle remunerazioni e la competitività tra lavoratori.

Come se non fosse vero dunque che l’aggiunta di manodopera straniera se aumenta l’occupazione in termini generali e generici,  produce contemporaneamente l’effetto di ridurre i salari.

E come se l’esigenza di disporre di un esercito industriale di riserva rivendicata dal padronato non prevedesse il desiderabile traguardo di allargare la cerchia dei ricattati locali, aggiungendo l’intimidazione della “concorrenza” sleale da parte di nuovi arrivati ancora più suscettibili di cedere alle minacce e alle coercizioni.

È che come al solito si spostano le responsabilità in capo ai padroni per farle pesare sui lavoratori che continuano a incarnare il mito negativo di una plebe che vuole troppo, che non si accontenta, che non sa raccogliere le sfide della modernità e si merita privazioni di beni e prerogative, condannata a ragione a sopravvivere nei solchi bagnati di servo sudor e costretta a subire la censura dei suoi bisogni e delle sue aspettative  anche per via della gara messa in atto nei nostri colossei con altri schiavi e gladiatori, che se non possiedono un diverso livello di coscienza di classe, vivono la condizione oggettiva di dover accettare qualsiasi  offesa e qualsiasi paga della vergogna.

Non siamo lontani da quando questa generosa apertura alla libera e profittevole circolazione si manifesterà assoldando gli immigrati negli eserciti degli stati ospiti in qualità di difensori dei sacri confini e della civiltà superiore dell’impero globale, mandandoli a esportarne gli ideali nelle patrie lontane in modo che all’abbandono si uniscano oblio e tradimento.


Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


I cassamortari dell’intelligenza

intell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per anni fini polemisti ci hanno detto di stare tranquilli, che non valeva la pena di fare la rivoluzione perché il capitalismo sarebbe imploso dentro alle bolle finanziarie e alla spirale dell’accumulazione che aveva messo in moto.

Il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che condizionava tutto, dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né tanto meno contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta e mette in discussione  la supremazia della sua «civiltà» superiore. Bastava, insomma, aspettare il suo suicidio.

Finora invece assistiamo ai suicidi di massa di nazioni, popoli e realtà produttive, che non resistono alla pressione delle “grandi trasformazioni”,  per lo più aberranti, del sistema totalitario economico e sociale, proprio come  successe agli  Xosa (lo ricorda Canetti Masse e potere)  che si autocondannarono per non essersi adattati al progresso importato da quei primi modelli di guerre umanitarie che furono le  missioni di evangelizzazione, incaricate di cancellare identità, tradizioni, usi, e di annullare valori di responsabilità e libertà personali e collettive.

Basta pensare a un simbolico harakiri nazionale, quello di Alitalia “offerta”, con accompagnamento di opportuno de profundis di Atlantia dei becchini Benetton e del Governo, a Lufthansa in cambio di pochi spicci (150-200 milioni a fronte dei 100-200 di Delta) condizionati all’obbligo di disfarsi dello status di compagnia nazionale per essere retrocessa a compagnia regionale, della presenza nel suo azionariato del Ministero del Tesoro vincolato a cedere le sue quote entro tre anni, di aerei, di costi di gestione  e, infine, di 5000 posti di lavoro, sostituiti da più efficienti esecutori robotici che non protestano, non scioperano e si accontentano.

A conferma del ruolo svolto dall’Europa, quello, direbbero a Roma, di “cassamortara” delle imprese nazionali e partecipate dei paesi di serie B in modo da levare di torno una concorrenza leale a quelle  di serie A più meritevoli, Air France o Lufthansa e perfino British Airways: i molti soldi pubblici profusi  ( un miliardo e 300 milioni negli ultimi 18 mesi) sono serviti a darle un po’ di belletto come si fa nelle agenzie di pompe funebri  per appiopparla quando è ancora tiepida  a poco prezzo a un competitor che la cannibalizzi.

Celebrare il requiem per le aziende pubbliche (e non solo) e per la sovranità economica degli stati nazionali cui sarebbe obbligatorio e doveroso rinunciare per il rafforzamento del superstato la cui appartenenza si è trasformata in un atto di fede continuamente recitato, cieco e assoluto, prevede anche che si solennizzi insieme alla fine delle democrazie,  quella del lavoro diventato fatica e servitù, delle politiche e delle relazioni industriali e sociali,  e dei dei lavoratori – un esercito manovrabile e localizzabile a piacere, ricattato e intimorito dalla minaccia dell’esercito di riserva degli immigrati che in verità non è competitivo per qualità ma perché più ricattato, più intimorito e disposto all’insano agonismo dei sacrifici, delle rinunce e delle umiliazioni.

Niente paura però, tra tante cattive notizia le news che provengono dalla app globale della modernità e del progresso ci fanno  sapere che col lavoro tradizionale è finita anche la fatica, perfino quella dei soldati che potranno sganciare ordigni micidiali stando seduti su una comoda poltrona, grazie alle formidabili opportunità  offerte dall’automazione e dalla robotica.

Inutile dire che ci sono luoghi  del terzo mondo esterno, e anche di quelli interni alle geografie della nostra civiltà superiore, dove l’ipotesi che robot superdotati di intelligenza artificiale  sostituiscano gli esseri umani nei compiti faticosi liberandoci così dalla condanna alla fatica ma pure ai vizi e ai piaceri (il programma informatico Pluribus ha battuto a Texas hold’em, una specialità del poker, cinque giocatori professionisti), è pura fantascienza, trastullo mentale per privilegiati.  Il lavoro manuale, rischioso e usurante esiste ancora eccome ed è per quello che viene localizzato in luoghi brutti o confinati e negletti dalla lotteria naturale,  o riservato a vite di poca rilevanza costrette a spostarsi, a eseguire, a mansioni sporche, umilianti e degradanti, velenose e che avvelenano, ammalano e fanno ammalare, mentre ad altri sarebbe permessa e la pigrizia  e perfino la noia, che ossessivamente neghiamo ai nostri figli costringendoli a una piena occupazione del tempo libero in corsi, balli, flauti, rincorrendo un dinamismo malato.

Ma anche per i beneficati il futuro non sarà certo tutto rose e fiori, e lo sappiamo già grazie alla lenta ma inesorabile infiltrazione nella nostra economia  di una forma di controllo sociale e culturale che impone una ideologia della autonomia distorta che illude di essere indipendenti  perché non  ci si interfaccia col padrone oppressore: oggi una multinazionale remota, domani i suoi intelletti sintetici manovrati da altri sfruttati invisibili.

Il processo è già avanti se annusiamo l’inebriante profumo della  libertà perché ce ne stiamo a casa ascoltando la nostra selezione musicale immettendo dati quando ci pare, programmando funzioni a cottimo, restringendo sempre di più il nostro paesaggio umano e le nostre relazioni con altri omologhi e affini parimenti munti e svuotati. Ma gratificati perché scegliamo gli orari, i percorsi per le consegne in motorino, perché ci fanno credere che i contratti di riders di Uber o Fedora vengono percepiti come autonomi  in quanto consentono la “licenza di gestire il proprio tempo”. mentre  celano rapporti di lavoro subordinato e esposto  a condizioni vessatorie, anche se l’abbiamo negoziato online con interlocutori fantasmatici, i sacerdoti di quello che è stato chiamato con spudorata sfrontatezza il “diritto alla flessibilità”, che viene indicato come una pretesa di generazioni “connesse” che disdegnano il posto fisso, e che altro non è che un espediente semantico per autorizzare l’espropriazione di quelli veri, conquistati a prezzo di lotte, indebolendo la forza contrattuale e i valori del lavoro.

Verrebbe da dire ben venga a una intelligenza artificiale che faccia giustizia di tanti cretini, peccato che si tratti ancora una volta dell’arma dei padroni, che si fidano di automi veri e non di quelli umani, che potrebbero avere ancora un po’ dell’audacia della libertà.


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