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L’orologio di mezzanotte

torre4tbStasera il rito di passaggio.dell’anno impone una particolare attenzione all’orologio, sia esso meccanico, al quarzo, smartwatch o un qualunque segnatempo collegato a un  segnale, a una rete che fa dell’assoluta esattezza una banalità. Ma vedendo scorrere le lancette o alternarsi le cifre che portano alla mezzanotte, con il dito sul tappo dello spumante è difficile rendersi conto di come la misurazione del tempo abbia influito e influisca sulla nostra vita e sulla nostra società. No, per carità, non è una pappardella sulla frenesia, la fretta e lo stress, ma è invece un percorso storico che riguarda il connubio fra l’astronomia e l’ingegneria meccanica favorito dai primi vagiti o meglio ruggiti del capitalismo che trovò nell’orologio meccanico il suo primo strumento di affermazione.

La suddivisione della giornata è un lungo percorso che comincia con le civiltà medio orientali, Egitto compreso e con la Cina: il giorno cominciò ad essere diviso in un certo numero di ore che andava dalle 22 e poi 24 sotto i faraoni, alle 12 dei cinesi, alle 16 dei romani. In realtà poichè le prime misurazioni del tempo erano essenzialmente basate sulle meridiane la suddivisione della giornata era abbastanza precisa per il giorno e solitamente più sommaria nelle ore notturne: a Roma per esempio dalle 6 del mattino fino alle 18 del pomeriggio le ore erano calcolate esattamente come le nostre, mentre la notte era divisa in sole quattro parti. Ma nonostante il fatto che già al tempo di Augusto esistessero orologi idraulici di cui i romani era appassionati collezionisti,  fino all’alto medioevo, dalle sponde dell’Atlantico fino al Giappone, le ore erano di lunghezza viariabile: duravano di più o di meno a seconda della stagione. Per esempio d’estate le 12 ore del giorno dei romani duravano di più rispetto all’inverno e così anche le quattro suddivisioni della notte. Clessidre, orologi ad acqua e candele segnatempo si adattavano bene a questa misurazione mutevole, ma nel medioevo si cariucarono ddel difetto imnperdoanbile di non adattarsi altrettanto facilmente ai rigidi tempi della devozione monastica che aborriva i ritardi nella scansione dei momenti religiosi della giornata. Specialmente durante la notte qualcuno rischiava di non svegliarsi e di far perdere ai confratelli il prezioso tempo della preghiera e la stessa cosa poteva accadere al campanaro che scandiva le ore per i fedeli nelle città e nei villaggi: in ogni caso occorreva una ferrea organizzazione perché svegliarsi tardi e perdere un mattinale era un peccato grave se non una dimostrazione dell’effetto di potenze demoniache. E’ in quel tempo che è nato Frere Jacques, Frere Jacques, dormez vous ? dormez vous?

Fu per questo che nei conventi e nelle chiese cominciarono ad essere prodotti dei sistemi meccanici, vere e proprie sveglie, commissionate ad abili artigiani, che per quanto rozze avvertivano dei tempi liturgici. E da lì si arrivò poi alla meccanizzazione completa con la realizzazione dei veri e propri orologi meccanici che dalle istituzioni monastiche si diffusero anche nelle corti dove vi erano schiere di curiosi con molte disponibilità dovute allo sfruttamento delle campagne e dei contadini. Tuttavia se la meraviglia suscitata di queste realizzazioni era indubbia esse avevano un grave difetto oltre alla continua manutenzione di cui avevano bisogno e la scarsa precisione rispetto ai segnatempo ad acqua: non erano in grado di adattarsi alla variabilità stagionale delle ore (solo i giapponesi che io sappia tentarono a partire dal 1600 la costruzione di orologi meccanici con quadrante mobilee adattabile alle stagioni).

Se la tecnologia avesse una propria logica di sviluppo probabilmente si sarebbe scelto di supportare la necessità sempre maggiore di scansione del tempo in un società che si faceva più complessa, collegando sistemi meccanici agli orologi ad acqua, più precisi e più flessibili, come del resto era già stato fatto durante l’epoca ellenistica e come si faceva in Cina con il celebre orologio di Su Song. Invece quello che sembrava un difetto fu un grande opportunità per le borghesie cittadine che nel corso del ‘200 3 del ‘300 erano diventate sempre più ricche e potenti: la trasformazione delle ore da variabili a fisse aumentava a dismisura i tempi di lavoro nella stagione invernale e in buona parte di quelle intermedie perché prima si lavorava più o meno solo nelle ore di luce, mentre adesso si poteva valicare questo limite fissato dalla tradizione.

Infatti è assolutamente stupefacente vedere come un sistema di calcolo del tempo, enormemente costoso per l’epoca, bisognoso di manutenzione specializzata pressocché quotidiana, molto meno preciso dei sistemi precedenti si sia diffuso a macchia d’olio nelle città come sistema di segnalazione pubblica. In realtà già da parecchio era in atto uno scontro sociale tra padroni delle manifatture e i lavoranti (molti dei quali eseguivano il lavoro a casa) perché le campane che segnavano l’inizio e la fine del lavoro erano accusate di barare. Con l’orologio sulla torre e sui palazzi veniva invece stabilito un criterio controllabile da tutti: quindi furono le stesse vittime dell’ora standardizzata a sentire come un miglioramento della loro condizione ciò che da abuso diventava uso legittimo, pensando di aver spodestato in qualche modo i padroni del tempo. Non è certo una novità – non lo era nemmeno per quei tempi – il fatto che i ceti dominanti  riescano a trarre profitto da ciò che apparentemente rappresenta un progresso per quelli subalterni e lo possiamo vedere anche oggi tutti i giorni. Quindi quando guarderemo l’orologio nei pressi della mezzanotte riflettiamo sulle tante nuove macchine di omologazione che ci circondano e che consideriamo un vantaggio.

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Strenne avvelenate

13308221-albero-di-ricchezza-con-il-denaro-e-lingotti-appeso-creare-un-vettoreIn questo ultimo scorcio del 2017, quasi che fosse una premonizione, si parla tanto di denaro. Si parla delle criptomonete e soprattutto del Bitcoin che ha avuto un’impennata epocale simile a quella del bulbo dei tulipani, ma che è sceso drammaticamente del 40 per cento proprio per le feste di Natale di cui avrebbe dovuto essere un motore secondo alcuni illustri acchiappa citrulli, ci si sbrana ferocemente su questo nuovo palcoscenico che a quanto pare ha già i sui futures, si osserva il debito pubblico che ci manderà nel carcere della troika il prossimo anno, ma  di cui qualcuno dice, non senza ragioni, che nemmeno esiste (qui ). Qualcun altro infine, come nel coro di una tragedia di Sofocle, lamenta che il denaro viene creato artamente dalle banche cosa che non è una grande scoperta, anche se suona come improprio e inquietante. Ma tutti questi discorsi fra il tecnico e il faceto, fra il drammatico e l’ignoto dimostrano come 40 anni di neoliberismo  abbiano completamente fatto perdere la bussola facendoci inoltrare in una landa senza sentieri e senza senso: il denaro è ormai diventato una merce che viene determinata dal mercato, ovvero da qualche migliaia di persone fra i sette miliardi di abitanti del pianeta e a sua volta determina il mercato in un circolo vizioso che galleggia sul nulla.

Se qualcuno accusa Bitcoin & C di non  avere nulla alle spalle, Paesi, economie, beni materiali, riserve auree e alimentari,  di essere soltanto composto da segnature elettroniche, gestite non si sa come e non si sa da chi, completamente prive di soggetto e dunque anche di identità giuridica, condite dalla favola che nessuno sia in grado di decriptare il tutto e di fare strage di illusi, ha perfettamente ragione. Peccato che anche le monete normali sono diventate ormai essenzialmente speculative visto che la somma del loro valore nominale è molto superiore a ciò che si produce, nonostante le banche centrali o forse a causa delle stesse e della loro politica di costo zero o quasi del denaro che finiosce poi nelle bolle borsistiche. Sono soldi insomma che in gran parte hanno una copertura puramente ipotetica e non effettiva. Ma l’economista ci dirà che in fondo non conta perché il denaro ha valore solo se ci sono apparati e comunità che glielo attribuiscono e lo accettano in cambio di beni d’uso e servizi di un qualche tipo: i soldi, siano essi mediati e rappresentati da banconote, monete d’oro e argento o leghe metalliche vili o conchiglie intarsiate, fagioli per il lotto o bit, valgono nel momento in cui sono accettati dal vicino, dal negoziante, dall’azienda che a loro volta li scambieranno, secondo una schema di valori e variazioni contabili determinati dal mercato, sia in un sistema anelastico come il gold standard, sia in  uno fin troppo fluido come l’attuale che espande la base monetaria senza alcun freno.

Dentro questo dedalo pare che niente possa fondare un valore reale, che tutto si fermi al livello simbolico o di convenzione che dovrebbe funzionare secondo leggi astratte. Ma in realtà nel bailamme della modernità e della contemporaneità si è dimenticato che il fondamento di qualsiasi possibile valore è solo il lavoro umano sotto qualsiasi forma: non c’è oggetto, bene, servizio, accesso, risorsa che possa valere qualcosa se non vi è incorporato questo elemento. Parrebbe quasi un’ovvietà eppure sembra un concetto talmente scomparso nelle dense nebbie del neo liberismo che si possono facilmente accreditare valori e/o asset assolutamente fittizi, unicamente basati sulla loro scarsità determinata a priori – è il caso delle criptomonete – senza alcun rapporto col mondo reale, ossia degli scambi concreti, dei bisogni e delle speranze. D’altronde ammettere che la radice di ogni valore concepibile è il lavoro significherebbe attribuirgli un valore centrale, cosa che il capitalismo aborre, sia per motivi politici contingenti ( chi lavora è soggetto di istanze e diritti determinati da un contratto sociale e non o comunque non solo dal mercato), sia perché una volta che si sia spostato il centro della società sull’accumulazione di capitale il lavoro stesso diventa una merce.

Così invece di lavoratori, siano essi operai, fruttaroli o scienziati il neoliberismo propone una specie di soggetto contabile e concorrenziale che viene valutato e si autovaluta con criteri di mercato e che per di più spera di vincere senza lavorare davvero, senza fatica studio, sudore, come fosse dentro una lotteria a premi: egli non è più una fonte di valore, ma diventa quasi un oggetto e deve aderire completamente alle regole del gioco nel quale è sempre solo una trascurabile pedina destinata quasi sempre a perdere il valore monetario che rappresenta, dopo aver perduto fin dall’inizio la propria dignità. Ora visto che siamo in un tempo di passaggio che favorisce di per sè l’allungamento della vista, mi avventuro in una profezia: tutto questo farà la fine del bitcoin semplicemente perché questa orrenda antropologia che è anche dogttrina sociale è troppo inefficiente e quindi troppo gravosa da alimentare come un’auto che consumi come un jet: anche al di là di reazioni di massa il pianeta non ha risorse sufficienti per perpetuare un paese dei balocchi dove il 99,9 per cento dei perdenti deve essere saldamente tenuto all’interno della favola stimolando continuamente la sua parte desiderante e infantile affinché non rischi prima o poi di riconoscere se stesso.


Ospizio Italia

grassiAnna Lombroso per il Simplicissimus

A prima vista parrebbe un’opera meritoria quella che svolgono alcune trasmissioni della tv pubblica che denunciano soprusi,  sevizie, violenze fisiche e psicologiche ai danni di anziani e invalidi ricoverati in ospizi e case di cura  private o convenzionate a Massa Carrara, Vasto, Castellammare del Golfo, Forlì, Predappio. Mostrando immagini raccapriccianti di maltrattamenti, angherie, minacce e intimidazioni riprese dalle telecamere delle forze dell’ordine avvisate dai congiunti delle vittime.

Ed è un’opera meritoria, certo, con qualche controindicazione che non risiede solo nella voluttà con la quale viene nutrita la tv del dolore, nell’accanimento col quale si mostrano particolari umilianti, fenomeno non certo nuovo, ma anche nella non troppo velata riprovazione nei confronti di parenti, figli e nipoti  che si sottraggono a doveri imposti da antichi patti generazionali e affidano  vecchi e malati a mercenari di pochi scrupoli.

E così è tutto un rifarsi a tradizioni e culture del rispetto che valgono solo per i poveracci e non per ideologie e sistemi politici che a forza di ridurre gli esseri umani a merce, condanna quelli che non servono più a diventare prodotti scaduto quando non rifiuti molesti da nascondere e confinare fuori dalla vista e dalla coscienza, compresa quella confessionale a intermittenza, in vista degli interessi di pii istituti. Tanto che è tornato in auge il più versatile e convinto sacerdote della distopia di una eterna giovinezza, coi suoi parrucchini, il suo cerone, il suo vampirismo sessuale, la sua somatica di partito imposta grazie a modelli estetici esibiti nelle sue tv tra tronisti palestrati e bellezza scosciate esibiti come quarti di bue nella macelleria dello spettacolo.

C’è da sospettare che ormai l’invecchiamento come la malattia sia una colpa che scontano quelli che ne sono affetti e pure i loro parenti a fronte di riforme epocali che paradossalmente prolungano l’età lavorativa e riducono pensioni e quindi la possibilità di pagarsi un trattamento dignitoso se nell’ultima fase dell’esistenza si perde efficienza, forza, salute, come d’altra parte succederà con sempre maggiore frequenza per via dei tagli alla prevenzione, alle cure, ai medicinali. La soluzione parrebbe essere quella prospettata non solo da Madame Lagarde che più volte lamentando quanto pesino i vecchi sui bilanci statali,  ha indicato la bontà sociale di limiti di vita stabiliti per legge, peccato che da noi anche questa determinazione ad alto contenuto sociale e economico sia ostacolata dall’ostinata avversione per civili scelte personali a tutela della propria dignità e del proprio decoro umiliato da malattia, sofferenze, dolore.

Così senza sorpresa si scopre che il governo ha pensato a una soluzione che si presta anche a dare sbocchi paraprofessionali a donne espulse dal lavoro e a giovani in cerca di occupazione, convertendo talenti, vocazioni, titoli di studio conseguiti in incarichi di assistenza tra le mura domestiche, offrendo a figli, coniugi e genitori aiuti per chi cura i “propri” malati in casa, in nodo da trasformare anche gli affetti in prestazioni mercenarie da svolgere in mancanza d’altro.

In modo da risolvere controversie e conflitti per la  resistenza delle istituzioni e delle imprese private e pubbliche, scuola per prima, a dare corretta applicazione alla legge 104. In modo da dare valore morale all’esclusione delle donne dai posti di lavoro, costringendole a scelte obbligate addomesticate da una mancetta.

E come se non si vorrebbe che per tutti fosse possibile conciliare tempi di lavoro, spostamenti,  obblighi con la volontà e il desiderio di stare accanto a chi si ama quando diventa più vulnerabile, mentre oggi viene inteso come un onere arduo, in impegno impervio e incompatibile con una vita irta di altri doveri.

La china della privatizzazione di tutto è diventata un ruzzolone, nella scuola, nell’assistenza, nella sicurezza, nei servizi, nelle pensioni, i diritti sono sostituiti da magnanime elargizioni, le garanzie da benevole concessioni arbitrarie di mancette ed elemosine.

Pare si debba fare un passo in più: tutelare la persona che vuol morire con dignità e anche quella di chi vuole vivere nel rispetto di sé,  di chi ama e anche di chi non ama. Ma cui deve responsabile considerazione in cambio di quanto ha dato e che viene ogni giorno svalutato dalle vere fake news, quelle fatte circolare per creare avversione e inimicizia tra giovani e vecchi, figli e genitori,  espropriati di speranza e amore.


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