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Il Sole tramonta sulla razza padrona

fate-presto-mattino-sole-Marchionne-258La crisi del Sole 24 ore non è soltanto il fallimento di un giornale, è il fallimento di un intero sistema e della politica che essa ha prodotto. Qui non si tratta solo delle cose che interessano la Consob e la magistratura, non sono principalmente in campo le manovre per accrescere il computo delle copie vendute on line (con contributo dello Stato, ça va sans dire) e quindi aumentare il prezzo della pubblicità, pratiche da cui non credo siano del tutto alieni molti altri quotidiani: qui è in gioco invece il crollo economico di un giornale economico, quello che diceva cosa era giusto e cosa era sbagliato, quello che indicava e sollecitava massacri sociali in favore di Confindustria, che suggeriva le soluzioni e le strade a una politica subalterna, che insomma era il supremo organo dell’ideologia liberista e come tale dettava la linea che veniva dall’Europa.

I 50 milioni di debiti dimostrano in corpore vili che quelle ricette  non sono per nulla magiche e che i metodi con i quali Confindustria, proprietaria del giornale, ha tentato di tamponarli e nasconderli rende perfettamente la misura del cinismo della classe dirigente italiana e dell’ex grande capitale. Insomma né verità, né eticità, ma solo impeccabili tecnicismi che in qualche modo tentavano di alludervi. La crisi  non risale certo alle manovre degli ultimi anni sulle copie digitali, naturalmente perpetrate in combutta con una società inglese specializzata in vuotaggini pneumatiche, nel tentativo principale di apparire più grande e autorevole soprattutto in campo politico, ma ha radici più profonde che riguardano le ambizioni, i provincialismi amorali, gli errori catastrofici della razza padrona. Radici che affondano già nel periodo di ascesa del craxismo, quando da bollettino di economia il Sole viene utilizzato dal padronato italiano per imporre la prima stagione delle svolte neoliberiste: separazione di Bankitalia, referendum sulla scala mobile, inizio del terrorismo sul debito peraltro  esploso proprio in seguito a questi nuovi assetti. Per la bisogna venne congedatonell’83 il direttore Deaglio (marito della Fornero) e chiamato Gianni Locatelli, un non tecnico di area cattolica tanto per cercare l’ennesimo ecumenismo italiano, il quale punta dritto ad allargare gli orizzonti del giornale con un inserto culturale di notevole successo e l’espansione della parte politica e discorsiva della testata.

Crescono le copie e il peso sull’onda dell’egemonia culturale rampante, cresce il fuoco di sbarramento contro lo “stato padrone” mentre il giornale si pone  alla testa della campagna eurista dimostrando come Confindustria non avesse proprio capito nulla e operasse in base ad interessi forti, voraci persino opachi, ma guardando al breve periodo, non avvedendosi per nulla, insieme ai suoi referenti politici, che la forza dell’industria italiana era proprio la lira e per certi versi anche la partecipazione statale. Passa il tempo, l’attenzione culturale si muta in trendismo deteriore, grazie all’amerikano Gianni Riotta,  il giornale diventa uno degli aedi dell’europeismo oligarchico, un cantore della precarietà, un coreuta della legge Biagi e, dopo la crisi inaspettata del 2008, cane da guardia dell’austerità e dei governi a conduzione berlinese. Proprio il Sole titolando a tutta pagina “Fate presto” spinge e dà l’imprimatur degli industriali al governo Monti nel 2011, terminando l’opera nel 2016 con un appoggio a tutto campo per il Si nel referendum costituzionale: sono anni in cui il direttore Napoletano e il presidente Napolitano hanno fatto squadra. E in fondo entrambi a loro modo hanno cercato di nascondere il fallimento chi con i numeri di vendita, chi dando i numeri.

Non c’è dubbio che tutto questo abbia alla fine portato a una crisi dei lettori e a una crescita esponenziale delle perdite che si è tentato di nascondere con dei trucchetti, gli stessi del resto usati dal potere con le sue statistiche addomesticate o presentate in modo improprio per nascondere il disastro.  Il Sole tramonta sulla classe dirigente italiana e sui suoi errori, sulle vulgate ideologiche che li hanno sostenuti e, speriamo, su un progetto di potere entrato in profonda crisi.

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Gentiloni chi?

renzi-gentiloni-770894Lo chiamano amichevolmente “Er fotocopia” per la sua capacità di prendere gestualità e persino fattezze dei suoi mentori del momento, da Rutelli che se lo prese in Campidoglio a fargli addetto stampa a Renzi che lo ha messo agli Esteri per la sua fedeltà assoluta alla Nato. Ma proprio il suo essere così disperatamente anonimo e informe, così voce del padrone, così vacuo e noioso nell’eloquio ha permesso a Gentiloni di scamparla sempre, di essere un’ombra poco notata nella seconda fila, di inanellare errori su errori, dire una cosa e farne un’ altra, senza che gli si badasse molto: può anche parlare per un ora che un minuto dopo ci si chiede, Gentiloni chi?

A causa di questo non riscuote grande stima  al punto che Francesco Nicodemo oggi responsabile della comunicazione del Pd arrivò a dire prima delle elezioni per Roma: ” Se fossi romano e dovessi votare per Gentiloni a sindaco voterei per il M5s” . Però la stima conta poco nel mondo contemporaneo e in questi frangenti egli sale a Palazzo Chigi non in virtù del suo essere, ma del suo non essere: dal punto di vista del ceto politico è un uomo  prezioso perché sarà la sua fotocopia e in quanto tale  ha l’unico incarico di far durare il governo più a lungo possibile in maniera che i deputati attuali possano godere del vitalizio e soprattutto che in qualche modo si riesca a salvare il Pd e con esso la spina dorsale degli assetti di potere. E’ sulla poltrona per far melina mentre Bruxelles detterà la drammatica agenda di un Paese nel mirino, per fare da Lexotan, cosa in cui è talmente bravo che potrebbe essere inserito nella famacopea ufficiale. Se Renzi amava fare il burattino ribelle Gentiloni farà il pelouche animato. Certo sono sempre sorpreso da questo atteggiamento fideistico e grottesco nelle sorti progressive del liberismo inselvaggito e dal fatto che nessuno avverta gli scricchiolii sinistri che provengono da ogni dove: si spera in una sorta di miracolo, di ribaltamento che renda possibile una resurrezione degli attuali assetti politici, che basti rinviare il redde rationem in attesa di non si sa cosa, mentre tutti avvertono che il vero brutto deve ancora arrivare.

In questo senso la scelta di Gentiloni  “er fotocopia”  sembra andare oltre le necessità contingenti e rinviare a buona parte  della storia italiana del Novecento. Fu un avo del premier in pectore, il conte Vincenzo Ottorino, uomo di fiducia di Pio X, che siglò il patto omonimo destinato a imprimere un impronta indelebile e conservatrice nella storia del Paese: nel 1912 con l’introduzione del suffragio universale maschile si temeva una grande ascesa dei socialisti mentre una gran parte dell’elettorato cattolico più tradizionale era legato al non expedit ovvero al concetto papalino secondo cui i cattolici non dovevano partecipare alla vita politica del Regno d’Italia che aveva usurpato lo Stato vaticano. Ma tutto questo di fronte all’avanzata delle formazioni che rivendicavano il progresso sociale venne meno e su incarico del Pontefice, Vincenzo Gentiloni firmò un patto scritto con i liberali: questi avrebbero lasciato un certo numero di seggi sicuri a disposizione dei candidati papalini in cambio della mobilitazione dell’elettorato cattolico. Fu in un certo senso un colpo di mano perché ad onor del vero nel mondo cattolico prevaleva la posizione di Romolo Murri che invece voleva i cattolici in appoggio ai socialisti e anche  perché il patto prevedeva  che i futuri governi liberali si sarebbero impegnati tra l’altro, nell’obbligo di istruzione religiosa nelle scuole pubbliche, nel contrastare ogni idea di divorzio, nell’occhio di riguardo anche fiscale nei confronti di organizzazioni cattoliche.

Dopo questa prima gigantesca fotocopia dello status quo, i Gentiloni si sono specializzati fino all’evoluzione tecnologica rappresentata da Paolo che si è fotocopiato da solo più volte ripercorrendo tutte le tappe dei rampolli della ricca e afferente borghesia italiana: dalle effimere seduzioni giovanili per la sinistra extraparlamentare, alle gioie del poker esaltate dalla possibilità di dover lavorare, dall’avvicinamento al potere assieme a compagni di merende come Chicco Testa ed Ermete Realacci, grazie al bagno riparatore dell’ambientalismo fino a Rutelli, alla Margherita, al Parlamento e agli incarichi ministeriali. Insomma la storia di buona parte di quei rivoluzionari giovanili, divenuti reazionari veri. Sempre però dentro un cono d’ombra che gli ha permesso di non lasciare tracce, di essere dimenticato prima ancora di essere riconosciuto. Chi ricorda che è stato ministro delle Comunicazioni con Prodi e in questo ruolo salvò Rete 4 in combutta con Confalonieri? Chi ricorda che ha tentato di mettere il bavaglio al web cercando poi di giustificarsi sostenendo di non aver letto la legge cosiddetta ammazzablog e solo per questo l’aveva fatta passare? Chi ricorda quante fesserie ha detto alternativamente in un senso o nell’altro  sulla nostra partecipazione in Libia o sul riscatto pagato per la liberazione delle due cooperanti in Siria che egli ha negato mentre le liberate sostengono il contrario o le innumerevoli giravolte sul caso dei marò o su quello Regeni, per non dire dell’esaltazione delle stigmate di democrazia di Erdogan?

Insomma un dilettante di potere che viene da lontano e che  nelle prossime ore sarà turibolato dai media e dai nuovi fan di rete che spuntano come gli shiitake dopo la pioggia nei querceti per il suo presunto understatement che invece è solo il risultato di una personalità anonima che quando non ha direttive precise alle quali attenersi, quando non può immedesimarsi completamente con un padrone, si confonde, fa pasticci, diventa ondivago. Per fortuna non corriamo questo rischio perché nel caso attuale, sebbene non possa identificarsi con nessuno in particolare avrà le precise scalette fornite da Napolitano, Renzi, Commissione Europea, Nato, decise a grecizzare il Paese. Farò da palo di cui non ci si accorge e contro il quale si va a sbattere. E pazienza che sarà costretto a prendere solo le fattezze di se stesso, qualcosa che forse persino lui non riesce a ricordare: Gentiloni chi?


Un McDonald per Renzi e Napolitano

renzi-mcdonald-454x372I risultati del referendum costituiscono una vittoria strategica, perché non hanno solo messo fine al tentativo di manipolare e svuotare la Costituzione, ma hanno anche segnalato i limiti dell’egemonia culturale liberista, quella importata da Craxi, trasmessa via etere da Berlusconi e arrivata al capolinea nella sua versione più corrotta e ambigua con Renzi. Ieri attribuivo proprio al palesarsi di questo limite, in Italia come altrove, l’incredibile livore divisivo messo in mostra dagli sconfitti ( vedi qui) i quali intuiscono di non aver perso soltanto una battaglia, ma di doversi accollare i rischi di una lunga guerra per far trionfare l’oligarchia, invece della passeggiata che si aspettavano. Oggi finalmente possiamo vedere con chiarezza il ribaltarsi della celebre teoria dei Golden Arches, ovvero dei due archi di Mc Donald’s con cui Thomas Friedman popolarizzò una delle illusioni liberiste: ovvero il fatto che due Paesi nei quali vi siano i McDonald non combatteranno poiché ognuno ha ottenuto il suo ristorante, ovvero i suoi beni di consumo.

Detto così sembra una stravagante stronzata americana e ci si potrebbe chiedere come mai – al netto della mitologia Usa – possa essere stata non solo creduta, ma messa al centro di raffinate discussioni. In realtà dietro i mediocri panini grondanti di grassi misteriosi si agita l’idea del capitalismo globalizzatore, la stessa che in definitiva ha sorretto tutte le teorie fondanti dell’unificazione europea, compreso il manifesto di Ventotene. Naturalmente non è accaduto e mai ci sono state tante guerre e stragi sotto come sotto la pax liberista, né mai la democrazia è stata più agonizzante, ma d’altronde l’illusione della pace è un vecchio inganno e fu sfruttata in maniera completamente documentata da Augusto per distruggere i resti della Repubblica romana e trasformarsi in divino dictator . Oggi potremmo tranquillamente dire che nessun Paese con un McDonald può rimanere a lungo una democrazia. Naturalmente non voglio dire che la presenza di una panineria è la causa del declino democratico, né che un hamburger porta direttamente alla dittatura, ma che sotto l’assalto del capitale transnazionale, simboleggiato da McDonald che è stato un pioniere di ciò che va sotto il nome di globalizzazione, la democrazia come sistema vivente appassisce e muore. Certo esistono partiti e parlamenti, continua ad esistere il rito delle elezioni , ma il potere vero è quello dei centri finanziari con la loro enorme capacità di ricatto, i lobbisti, l’Fmi, la Bce, le  multinazionali, i decisori non elettivi come la Commissione Europea, tutti soggetti che di trattato in trattato hanno estromesso  i cittadini dalle decisioni. E questa realtà si è incarnata al suo massimo livello, dunque al suo peggiore livello, in sedicenti trattati commerciali come il Ceta, il Nafta, il congelato Ttip o il trattato Trans pacifico grazie ai quali viene concesso alle multinazionali il potere di interdire le leggi nazionali in materia di ambiente, lavoro, salute diritti e di chiedere risarcimenti attraverso tribunali off shore formati da lobbisti in caso le politiche locali non soddisfacessero i loro interessi.

Ora dalle analisi del voto pare che la vittoria di Trump sia in gran parte dovuta alla promessa (che probabilmente verrà tradita) di smantellare simili trattati. Non perché Trump sia così attento alla democrazia, ma perché in concreto essi stimolano le delocalizzazioni e dunque la disoccupazione in patria creando uno stato di tensione che rischia alla lunga di far saltare la cupola dei ricchi.  Ma l’economista di Harvard, Dani Rodrick, avverte oggi, sulla scorta del più celebre giurista americano, Louis Brandeis  e su quella dell’inventore della legge anti trust, Patman che  democrazia e sovranità sono incompatibili con l’ iper golablizzazione. O per dirla in altro modo con Roosevelt: ” la libertà di una democrazia non è al sicuro se il popolo tollera la crescita del potere privato fino al un punto in cui diventa più forte dello stato democratico stesso”. Ho scelto appositamente pensieri e pareri nati nello stesso Paese dove è incubato il neo liberismo, venduto poi in tutto l’occidente e altrove sotto forma di frasi fatte e miti senza sostanza veicolati da panini. Per quarant’anni è stato fatto uno sforzo gigantesco perché si credesse il contrario, che Stato, sovranità, diritti, tutele. politica, non fossero che catene per la crescita economica, che bisognava lasciar fare al privato, ai soldi, ai clan dei potenti e dei ricchi che sanno ciò che fanno. E tutti i discorsi in un modo o nell’altro cadevano  dentro questi mantra, queste crune dell’ago. Ancora adesso, nonostante la realtà abbia fatto giustizia di tali sciocchezze, si fa fatica a uscire da questo universo concentrazionario.

Bisogna salvare la democrazia dalla dittatura di finanza e multinazionali e il messaggio partito dall’Italia con la difesa della Costituzione e dunque del libero ordinamento, è forse il più chiaro di tutti quelli venuti dal mondo occidentale. Questo è il vero nuovo, altro che bulletti da quattro soldi e fini giuristi di fantasia : da McDonald ci vadano Renzi e Napolitano.


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