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A scuola di smart virus

digi Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi sempre nel passato si è data una ulteriore  legittimazione alle guerre magnificando la necessità delle ricostruzioni che avrebbero la funzione salvifica di rimettere in moto lo sviluppo dopo crisi e recessioni. a guadagnarci era la categoria vasta dei  profittatori, speculatori, produttori di armi e scarponi con la suola di cartone convertitisi al cemento e alla compravendita di beni immobiliari,  in combutta naturale con generali, governi e poteri politici incaricati di mettere a frutto le emergenze per trasformarle in opportunità per la vasta cerchia padronale.

Quindi adesso possiamo aspettarci i benefici effetti  “collaterali” del Grande Sternuto che sta già facendo crollare titoli borsistici, che assesta colpi durissimi al turismo, che mostra i guasti e i limiti della ideologia applicata al governo dell’Occidente,  quella che ha imposto la fine del welfare e dell’assistenza sanitaria pubblica (con il taglio di almeno 28 miliardi in 10 anni), ridotto poteri e competenze degli stati in favore di sovranità sopranazionali,  eroso partecipazione dei cittadini ai processi decisionali sicchè in condizioni di allarme sono sballottati nei vagoncini della galleria degli orrori. Ma che darà nuovo vigore all’industria farmaceutica, a quella solo apparentemente immateriale delle assicurazioni e dei fondi, che valorizza l’azione dei somministratori di panico e dei fornitori di distrazioni di massa, che va in soccorso della concorrenza sleale di chi si propone di contrastare la lunga marcia al successo industriale e commerciale di superpotenze che hanno fatto irruzione sul mercato globale.

E siccome a pagare è sempre chi sta sotto, perché le pestilenze, come le catastrofi non più naturali e anche le malattie non sono una livella ugualitaria, colpiscono i più esposti, i più deboli, quelli che non si tutelano, proprio come nei secoli neri, i sottoalimentati, quelli che non possono fare prevenzione, i sans dents, saranno pochi comunque i risparmiati dalla malattia,  dallo stato di eccezione, dalla  sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro  e  dai danni economici e sociali conseguenti alle serrate di scuole, uffici, stazioni, aeroporti, ditte, banche: Intesa San Paolo in perfetta coincidenza chiude 11 filiali, tanto che possiamo perfino supporre che a fronte della destinazione a lazzaretti di reparti e padiglioni chiusi dalle regioni in gara per il federalismo,  cliniche che fino ad oggi riservavano il loro trattamento de luxe alle malattie sociali del benessere, siano già pronte trasformarsi in relais e chateaux per  isolamenti raffinati ed esclusivi.

Perché va riconosciuto il talento degli sciacalli, che sanno sempre individuare cosa può accrescere profitti, compresa la paccottiglia modernista della fine della fatica grazie alla tecnologia, alla nostra sostituzione con robot efficienti e ubbidienti, allo smart working.

Così è lecito sospettare della determinazione con la quale, nel quadro della militarizzazione dei territori, si sono chiuse scuole e università, bloccata la didattica, per contrastare il contagio, ma anche dell’istruzione, vedi mai che faccia male anche quella alle giovani menti. In favore, lo ha confermato la ministra dell’Istruzione della quale avevamo avuto notizia solo per le sue presunte attività di plagio, nemmeno fosse una Madia o un Saviano qualunque, che ha subito ripescato un po’ di frattaglie del repertorio preelettorale dell’indimenticato leader: diffusione obbligatoria di internet,  graduale abolizione dei libri di scuola stampati, accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie per consolidare la penetrazione delle cosiddette università a distanza, etc.

Bendisposta a incrementare tutta la maligna narrazione progressista della Buona Scuola, eccola pronta a propagandare le nuove frontiere e le illimitate opportunità  del telestudio in modo da preparare le generazioni presenti e future al telelavoro, in linea con i criteri di avvicendamento e di formazione al “successo” di ambiziose nuove leve di esecutori specializzati nel premere un tasto di un pc come di un drone.

Così  ha riunito al Ministero la task force impegnata nella gestione del coronavirus per estendere l’esempio pilota delle scuole di Vo’ il comune del padovano blindato per l’emergenza Coronavirus, che da giovedì faranno lezione attraverso una piattaforma online. “La situazione è in evoluzione, ha rassicurato la ministra, stiamo valutando tutti gli scenari. Il diritto alla salute in questo momento viene prima di tutto, ma non vogliamo farci trovare impreparati. Stiamo studiando soluzioni per la didattica a distanza. Vogliamo garantire un servizio pubblico essenziale ai nostri studenti”.

L’idea forte è quella di adottare una didattica in modalità MOOC, con classi virtuali, FAD, smart working per tutti gli allievi della scuola, secondo il normale orario di lezione della scuola, ad eccezione delle lezioni pomeridiane, che  avverrà regolarmente secondo le indicazioni che i docenti daranno agli allievi utilizzando i servizi di classe virtuale attivi sul registro elettronico e anche grazie a video tutorial per le attività previste. E come non essere incantati dalla sperimentazione del Liceo Bertolucci di Parma, intitolata con un verso del poeta: “assenza più acuta presenza”, che, diciamo, in verità suona un po’ inquietante essendo dedicato a un fratello morto, e che colloca le iniziative della didattica online nella cornice culturale e pedagogica  significativamente riassunta nello slogan «con-finati ma non isolati».

Eh si, li stanno proprio preparando al domani i nostri ragazzi. Pensate che pacchia, via via, dopo che il pericolo sarà passato, si potrà ridurre, insieme al rischio sanitario, quello rappresentato dal numero esuberante del molesto copro insegnante mai contento e smanioso di remunerazioni e privilegi, si rafforzerà la funzione dei dirigenti scolastici, disperdendo la fastidiosa vocazione pedagogica per valorizzare l’indole manageriale, si darà maggiore rilevanza al compito genitoriale come è giusto che sia nel complesso di un ordine sociale ispirato al controllo e alla sorveglianza anche nell’intimità.

Ma soprattutto si rafforza quella concezione della libertà individuale tanto casa ai fautori della fine del lavoro e della ripresa a tutto campo del cottimo, grazie a un tirocinio fin dai banchi che persuaderà scolari e futuri lavoratori a ritenere che l’autonomia si materializzi organizzandosi gli orari delle elezioni come i percorsi stradali per consegnare le pizze, non conoscendo la faccia dei professori  come quella del padroncino, scegliendosi i tempi dello studio proprio come quelli dell’attività part time propagandata per la licenza che ci si può auto concedere della flessibilizzazione organizzativa autonoma, combinata con i facili guadagni che crescono se ti ci dedichi di notte e di giorno, senza tregua e se si vince la gara con  altri addetti alla costruzione di invisibili piramidi, altrettanto soli, isolati, feroci nella difesa della propria fatica.

Grazie al virus, quello dell’avidità e dello sfruttamento, adesso possiamo preparare le nuove generazioni a raccogliere la sfida dello smart working, nuovo accorgimento per rendere invisibile ma non certo meno cruento l’antagonismo di classe, per consolidare la neutralizzazione delle rappresentanze, per normalizzare le anomalie di contratti irregolari, vaucher, volontariato obbligatorio, della precarietà, come predicava, così demonizzata nel civile Occidente, la filosofia Toyota che sulla base di un determinato numero di zeri (zero burocrazia, zero tempi morti) conseguiva il desiderabile obiettivo di “zero conflitti”.

Il fatto è che almeno loro sono in testa alle graduatorie per l’efficienza, l’innovazione, la ricerca applicata e le vendite, mentre la concorrenza della civiltà superiore, mescolando sfruttamento e cupidigia, tracotanza e incompetenza, assistenzialismo e avarizia si colloca in cima alle classifiche dei fallimenti, a dimostrazione che il riformismo che avrebbe dovuto addomesticare il capitale, è stato solo capace di renderlo a un tempo più spietato e più impreparato a fronteggiare gli stessi mali che produce.

 

 

 


Il sindaco bisteccone

nardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ne ha registrati di successi il sindaco Nardella, impegnato nella perenne e tenace rivendicazione di essere il fedele prosecutore dei valori che ispirarono l’amministrazione Renzi e al tempo stesso determinato a dimostrare di poter addirittura far di meglio.

Non si può dimenticare come abbia saputo chiudere con esito favorevole il contenzioso con l’Unesco, che minacciava di dequalificare il centro storico di Firenze classificato tra i suoi patrimoni, a causa della esorbitante pressione turistica e dall’egemonia di immobiliaristi e  speculatori che hanno contribuito all’espulsione dei residenti, degli artigiani e dei piccoli commercianti  sostituiti distruggendo il tessuto sociale, le abitazioni e le attività tradizionali e con esse identità e memoria (tra l’altro ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/28/firenze-presa-a-nardellate/ ).

E lui invece con lungimirante e spavalda risolutezza ha fatto recedere la prestigiosa organizzazione dall’incauto proposito, imponendo la chiusura delle somministrazioni di kebab etnicamente e olfattivamente estranee alla cultura del luogo, con la stessa precisione chirurgica con la quale si è da sempre accanito contro vu’ cumprà e ambulanti, molesti quanto invece sono gradite grandi firme cui offrire locazioni favorevoli e spazi d’arte per eventi e convention.

Ma non basta: a coronare il suo trionfo, appena segnato dall’incidente di carattere “naturale” dello smottamento di un lungarno, vagamente compromesso dalle sterili polemiche dei disfattisti che non vogliono il tunnel dell’alta velocità sotto le pietre millenarie della città, lontanamente offuscato dalla vertenza che oppone progressisti e molesti misoneisti in merito al cosiddetto potenziamento dell’aeroporto cittadino,  il primo cittadino ha conquistato un riconoscimento che da solo dovrebbe bastare a chiudere la bocca ai gufi nichilisti che lamentano l’invasione di oltre 8 milioni di turisti, la cacciata degli abitanti, le strade regalate a una movida irrispettosa, le svendite e trasformazioni del patrimonio immobiliare pubblico, le concessioni di monumenti e siti di pregio culturale, compreso Ponte Vecchio,  ai festini aziendali dei finanziatori di una parte politica, la non ipotetica possibilità che venga chiusa la Biblioteca Nazionale per mancanza di fondi.

E infatti con lodevole intraprendenza  nel corso di una toccante cerimonia ha candidato (cito dal quotidiano la Nazione) “una regina delle nostre tavole, un emblema della gastronomia da export, la ‘fiorentina’ simbolo di un territorio, di un popolo, di una tradizione di beccai e di una filiera che aspira a contesti globali” all’ambito riconoscimento in qualità di patrimonio Unesco dell’umanità alla pari con la pizza, i pistacchi di Bronte, i fagioli di Lamon. E come non bastasse ha lanciato la porposta condivisa ampiamente con l’altra garrula esponente della succursale emiliana del giglio magico delle Olimpiadi Bologna-Firenze (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/).

Ma è la sua ultima performance che aggiunge un tocco epico alla sua carriera di primo cittadino: immortalato dai fotografi con tanto di elmetto in testa, incurante del rischio e con la stessa spericolata fermezza di altri condottieri prima di lui, immortalati a falciare, vangare, attraversare a nuoto tratti di mare o arrampicarsi su sentieri impervi, è stato ripreso mentre è intento all’installazione della millesima telecamera  di sicurezza a Firenze che così diventa “la città più videosorvegliata d’Italia” pronta a spezzare le reni alla criminalità, a combattere il terrorismo e a disincentivare i costumi dissipati dei forosette smaniose arrivate dagli States che con le loro abitudini dissolute “se la vanno a cercare”.

I dispositivi   tutti collegati tra loro con una rete in fibra ottica sono gestiti da un sistema centrale di supervisione quello della “Piattaforma Inquiris”, Unified Security Platform,  un software che permette di gestire e monitorare i diversi sistemi di sicurezza: videosorveglianza, antintrusione, antincendio, controllo accesso, stazioni meteo per rispondere a una sempre maggiore esigenza di sicurezza  e per facilitare le ricerche delle forze dell’ordine che hanno bisogno di visionare immagini delle telecamere e anche capire, in maniera più precisa, il tipo di movimenti di cittadini o oggetti.

Ha un sogno il sindaco Nardella, quello di fare della città che amministra il laboratorio del neoliberismo in salsa renziana, un capitalismo finanziario e speculativo sbruffone, ignorante, sgraziato, con tanto bastone per i poveracci e qualche carota per chi si illude di essere ancora classe agiata. E per carota si intende, alla stregua di un Salvini qualunque, una sicurezza che non comprenda equità, giustizia, rispetto dei diritti, ma repressione, controllo sociale, in modo che anche attraverso l’applicazione di sistemi e tecnologie si affermino le leggi, non quelle dello stato di diritto, ma del mercato, estendendo all’intera società le regole incivili applicate dal Jobs Act ai luoghi di lavoro, braccialetti elettronici, vigilanza sulle pause per la pipì o la mensa, applicando  indiscriminatamente quelle modalità e procedure dell’ordine pubblico urbano  pensate a dottate da molto prima del gorilla all’Interno, con la delega ai sindaci sceriffi di tutte le appartenenze a discriminare e reprimere i poveracci di qualsiasi etnia, in modo da criminalizzare gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Così in un Paese che ha distrutto nel tempo la scuola pubblica non stupisce che si chiuda una Biblioteca per mancanza di risorse per investire di telecamere, proprio come si reperiscono i quattrini per salvare banche criminali o comprare aerei taroccati, mentre si tagliano i viveri alla tutela del territorio, alla ricostruzione nelle aree del terremoto, al welfare.

Così in un Paese che si lava la coscienza con un camouflage antifascista e antirazzista, non stupisce che un sindaco si trastulli sulla gru coi suoi giocattoli in sostituzione moderna e tecnologica dell’Ovra e dello spione di condominio, quando, senza scomodare Betham o Foucault c’è bisogno di sorvegliare per poter punire chi non si arrende ad essere docile e servile.

E’ l’ennesima dimostrazione di come l’esprimersi violento e rozzo di una estrema destra potenzialmente eversiva serva a  legittimare e garantire il mantenimento al potere dell’altra destra fintamente moderata rappresentato dalla vasta cerchia dei riformisti. Per quello non passa giorno senza che qualcuno non alzi l’utile spaventapasseri,  il simulacro che deve incutere paura dell’unico contagio che incute timore al potere, la ribellione.


Scuole per Squali

etonAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non capisco proprio di cosa si lamentino i genitori delle sardine presenti e prossime, gli insegnanti che hanno accettato di buon grado le riforme che si sono susseguite qualora fossero portatrici di estemporanei e arbitrati benefici per la loro corporazione, i pragmatici opinionisti che decantano da anni i benefici anche quelli presenti e futuri di una scuola che prepari alla vita lavorativa.

Non hanno voluto loro, non avete voluto tutti l’opportunità di scegliere, per i vostri rampolli, per le specie del delfinario del privilegio che rappresenta il domani del liberismo progressista, le occasioni da non perdere nell’offerta di istruzione come si seleziona l’hotel o il ristorante su Tripadvisor, prendendo in considerazione stelle, forchette, presentazione dell’oste e critiche della clientela?

E invece è tutto un fervore di sdegno e disapprovazione  per la rappresentazione non solo simbolica dell’apartheid organizzativa e pedagogica attuata in un  Istituto comprensivo di Roma che nella home del suo sito si presenta con queste referenze: «La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana …….Il plesso sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)».

E invece è tutto uno spendersi in biasimo e deplorazione per la scoperta non nuova che la scuola altro non è che una metafora della società e della città, delle loro divisioni in classi anche ora che si dice che le classi come le ideologie siano state  orgogliosamente spazzate dalla vittoria dei ricchi sugli straccioni, della ripartizione sempre più severa dei territori e delle geografie in ghetti, quelli fortificati e difesi da organizzazioni, personale più o meno militare e leggi ad hoc, e quelli marginali per gli emarginati che premono incutendo timore e diffidenza alle porte delle case comode e calde, tirando su ai confini di centri rubati ai cittadini agglomerati velenosi di miseria e collera, bidonville e favelas.

E invece è tutto uno stupirsi per la incauta rivelazione, perché la scuola, ammettiamolo, dovrebbe anche indottrinare alla virtù nazionale dell’ipocrisia e dunque il ceto che fa opinione deve simulare fieramente di osteggiare l’esibizione esplicita di quello che ha desiderato e apprezzato nel susseguirsi di riforme bipartisan: una istruzione che favorisca la selezione innaturale dei benestanti e una pedagogia al loro servizio, che sia possibile incrementare e valorizzare anche con l’esborso economico individuale e pronta a formare una classe dirigente grazie a valori condivisi.  Per gli altri, magari  multicolori, che la scuola ancora pubblica, ma per poco e sempre meno,  è costretta ad ammettere come in un manifesto dei Benetton di Atlantia, non resta che sperare in uno di quei miracoli che si vedono nei film di Hollywood, incarnati dall’icona demiurgica dell’insegnante capace e caparbio che si trasferisce in periferia e scopre talenti tra marginali creativi che vengono così  donati al consorzio civile in veste di negri da cortile per dirla con Malcom X, di intellettuali organici, di artisti promossi dalla strada alle gallerie di Park Avenue.

Non so se sia davvero positivo questo risveglio dal letargo nel quale si crogiola una categoria sociale che si vuol convincere di essere ancora classe agiata, perché in condizione di godere di consumi e sicurezze sempre più labili, che ritiene siano meritati in virtù di una indiscussa superiorità culturale morale che le permette di esprimere deplorazione per le ingiustizie quando sono talmente appariscenti da rompere la crosta che ancorala protegge dalle brutture della povertà.

In fondo si tratta della stessa reazione che ha davanti al “fenomeno” Salvini, alla punta dell’iceberg brutale, goffa e belluina cui si guarda per non  riservare la stessa attenzione a quel gelo feroce che sta sotto, al razzismo che si esercita nei confronti di tutti i sommersi neri o bianchi, alla trascuratezza volontaria nei confronti dei bisogni legittimi e perfino die desideri e delle aspettative, dell’indifferenza per il bene comune e l’interesse generale ostentata, si tratti di paesaggio, patrimonio artistico e culturale, ambiente, istruzione, o dei diritti, in modo che il conseguimento del minimo sindacale per quel che riguarda inclinazioni, scelte personali e affettive collochi in un cono d’ombra la cancellazione di quelli fondamentali ormai alienati.

Per scrupolo archivistico sono andata a recuperare un mio post di due anni, Fedeli vigente, quella che non sarebbe stata meglio se avesse conseguito una laurea alla Sapienza o alla Luiss, che ormai pari sono, quando la stessa deplorazione diffusa venne sollevata in analoga occasione, quando cioè  un ingenuo dirigente scolastico, ben compreso della mission di manager prevista per lui dalla riforma renziana, rese pubblico quello che il partito alle redini del paese esigeva ma preferiva non venisse esibito con palese orgoglio.

E infatti la ministra ebbe parole di fuoco quando si seppe che alcuni licei avevano talmente fatte proprie le raccomandazioni a investirsi delle funzioni di marketing previste  dalla Buona Scuola, da farne pubblica ostensione in qualità di referenza, invece di  farne uso riservato nei negoziati con la clientela selezionata  delle famiglie propense a contribuire con investimenti personalizzati e finalizzati non solo all’acquisto della carta igienica come ormai si fa diffusamente, ma proprio della valorizzazioni dei principi dello sviluppo di ambizioni e arrivismi più che di talenti e personalità.

Quando   il liceo genovese D’Oria di Genova si compiacque di essere la scuola di elezione di un’alta borghesia che non deve essere  molestata o rallentata nella sua ascesa al successo  da «poveri e disagiati che costituiscono un problema didattico», mentre l’omogeneità delle caratteristiche sociali in assenza di gruppi di studenti “particolari”   (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituisce «un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia». O  quando si seppe che al classico parificato Giuliana Falconieri di Roma Parioli    gli studenti dell’istituto appartevano prevalentemente «alla medio-alta borghesia romana» così la spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilitava l’interazione sociale, proprio come al Visconti di Roma che può vantarsi di essere  il liceo classico più antico di Roma “che gode di fama e  prestigio anche a grazie alla presenza di molti personaggi illustri tra i suoi alunni”,  che si felicitava per lo status sociale delle famiglie che lo scelgono per i loro discendenti dinastici, tutti di nazionalità italiana e nessuno diversamente abile,  aggiungendo che la percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente», ecco anche allora ci fu un’alzata di scudi a cominciare da quelli della ministra.

Fu lei a dire: “Descrivere come un vantaggio l’assenza di stranieri o di studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, viola i principi della Costituzione e travisa completamente il ruolo della scuola”. Dimenticando di essere stata in prima linea nell’appoggio a un referendum che di quella Carta voleva fare carta straccia, ma soprattutto di essersi aggiudicata il ruolo di testimonial di un format  di istruzione finalizzata alla distruzione definitiva della scuola pubblica,  esautorata dalla missione di formare esseri umani consapevoli della loro storia e del loro futuro grazie a un provvedimento che incaricava la scuola di esaltare  la promozione della “competenza” in sostituzione della conoscenza, dell’insegnamento di nozioni sempre più specialistiche immediatamente spendibili  in un mercato del lavoro servile e precario.

Eppure nulla è cambiato, se siamo il paese OCSE che ha colpito più duramente i finanziamenti di Scuola, Università e Ricerca, se tuttora molto del tempo dei dirigenti scolastici che pensavano di essere stai oggetto di una “valorizzazione”  manageriale, è destinato a assolvere mansioni ragionieristiche di rendicontazione e a obblighi burocratici: dalla redazione  di report,  autovalutazioni, curricula, prospetti e resoconti in formato “europeo”, indagini statistiche  per la verifica dell’efficacia come in una perpetua “ammuina”, alla predisposizione di progetti attrattivi per i consumatori  in modo da portare qualche profitto, compresi quei Rav,  Rapporti di autovalutazione,  che devono  “fornire una rappresentazione dell’istituto”, attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituire inoltre la base “per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento”.

Così l’attività didattica diventa marginale rispetto a quella aziendale. E poco interessa sapere se l’articolazione di censo e ceto preveda anche che risorse umane, merchandising, docenti e programmi vengano altrettanto opportunamente declinati. Che tanto si sa che alla pari offerta non corrisponderebbe un pari godimenti delle opportunità, se dai muri meno cadenti, dalle attrezzature informatiche, all’appagamento delle legittime rivendicazioni del personale insegnante, alla possibilità di accedere alle attività ricreative e formative aggiuntive tutto contribuisce a fare la differenza…. e l’ingiustizia.

 

 


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


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