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Alunni “privati”… dell’istruzione

scuolAnna Lombroso per il Simplicissimus

Le scuole paritarie sono una parte importante del sistema scolastico. Rappresentano un patrimonio formativo e culturale dell’intera comunità nazionale e un’opzione di scelta educativa che va assolutamente tutelata”. Con queste premesse – era Delrio che parlava qualche giorno fa non contento dei primi 150 milioni stanziati per la scuola privata – non c’è da stupirsi che di milioni ne siano stati stanziati altri 150, grazie all’impegno profuso dal Pd, da Italia Viva e dalla Lega, insomma da tutta la destra unita nel condiviso “sostegno alla libertà di scelta educativa”.

Pare fosse proprio doveroso garantire fondi aggiuntivi,  “per garantire la continuità e la sopravvivenza di servizi educativi e scolastici fondamentali, messi duramente a rischio dalla pandemia”  e per aiutare “12mila realtà, 900mila famiglie, 180mila dipendenti”. Si compiace Italia Viva attraverso i suoi rappresentanti, in qualità di ossimori in Commissione Cultura: “Dopo questi ulteriori 150 milioni di aumento,100 al percorso dell’infanzia e 50 per le scuole, previsti da un emendamento al Dl Rilancio, arriveranno complessivamente 180 milioni alle scuole dell’infanzia (0-6 anni) e 120 milioni alle scuole paritarie”.

Poveri teneri ragazzini, minacciati su due fronti, quello dell’occupazione confessionale da una parte, grazie all’intreccio del rapporto pubblico/privato/paritario, disegnato dal famigerato decreto 65 del 2017, lo “Zero-sei”, e dall’altra, la possibilità cui lavora tenacemente la responsabile Invalsi – siamo ormai dominati da santoni e guru di tutte le discipline para scientifiche – di adottare e introdurre test per i bambini di 4-5 anni, per diagnosticare (e sorvegliare) comportamenti, inclinazioni e attitudini nelle prime fasi dell’apprendimento.

E poveri anche tutti gli altri, di tutti gli ordini e gradi, e poveri genitori e poveri insegnanti perché – anche grazie alla tempesta perfetta del neoliberismo innescata dalla pandemia – la crisi della scuola è diventata l’auspicata e desiderabile emergenza che condurrà le famiglie che hanno a cuore destino e carriere future dei figli a sobbarcarsi i costi  della pedagogia e della didattica somministrate dalla più repressiva e diseducativa delle combinazioni: mercato e culto. Pensando tra l’altro di far bene a sottrarre la prole a scuole in rovina, sia che si parli di edifici cadenti, che di docenti umiliati e malati di disaffezione.

Perché il maggior successo dell’ideologia che ispira le politiche “sociali” contemporanee consiste proprio nell’affermazione della propaganda intesa a persuadere che la scelta privata sia premiante: nell’assistenza sanitaria, nel sistema previdenziale e pensionistico, nell’erogazione di servizi e nella salvaguardia dei beni comuni e del patrimonio artistico e culturale, nelle attività produttive e nell’istruzione.

E dire che non c’è pubblicità più ingannevole di quella, basterebbe guardare agli innumerevoli “casi di insuccesso” qui e in tutta Europa, dall’Ilva alla sanità dissanguata dai tagli che ha insegnato che per salvarsi dal Covid bastava restare a curarsi a casa, dalle svendite di Alitalia, Autostrade, all’altra forma di privatizzazione  occulta, ma nemmeno troppo, – meglio è chiamarla liberalizzazione – ricordo esangue delle Partecipazioni statali, quella dell’Enel, per fare un esempio, che ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento, o Poste, o le aziende di trasporto o di servizi locali, con l’aggiunta del settore bancario.

Tutti casi di studio caratterizzati dalla perdita di qualità delle prestazioni date, dalla impossibilità di effettuare un controllo sui servizi  offerti e erogati in modo opaco,  (che fa capire il successo del termine Autorità, adottato per molti die soggetti impegnati nelle attività di regolazione e controllo nei settori dell’energia elettrica, del gas naturale, idrico e del ciclo dei rifiuti) e dall’incremento della tariffe e dei prezzi a carico dei consumatori, nel rispetto della regola madre: privatizzare i profitti e socializzare le perdite, anche quelle di vite umane.

E se i  paladini delle scuole per l’infanzia e delle parificate si agitano come api laboriose non solo nell’ala cattolica e tradizionalmente conservatrice, ma anche nell’alveare progressista e riformista della Buona Scuola, è doveroso ricordare che dobbiamo a Luigi Berlinguer la legge 62 del 2000 che ha offerto statuto, finanziamento diretti e possibilità di accesso alle risorse europee a grandi e piccole “imprese” didattiche, quelle che vivono tutta l’ambiguità delle relazioni tra Stato, enti locali e privati nella quale prospera una miriade di posizioni contrattuali differenti monopolizzate e gestite da associazioni e federazioni cattoliche come Agidae, Aninsei, Fism, in prima linea nello sfruttamento dei dipendenti.

L’aggressione condotta contro l’istruzione pubblica ha trovato un campo di battaglia favorevole nella legge 107 del 2015 e nei suoi decreti applicativi, mettendo in moto una macchina farraginosa, confusa dove, e si vede, istituti privati hanno la meglio nell’accaparrarsi risorse anche grazie al declino della scuola pubblica e dove si è dato forma al conflitto tra materie e soggetti concorrenti, che sta sfociando nell’infame pretesa di autonomia aggiuntiva di tre regioni  spudorate che esigono a fronte del loro fallimento politico e organizzativo.

La concorrenza sleale delle “aziende” didattiche private ha segnato altri punti in favore nel corso degli anni, dalla riforma Berlinguer  alla Buona scuola grazie alla svalutazione e alla progressiva mortificazione del ruolo del docente, facendolo entrare nel pubblico impiego, privatizzandone il rapporto di lavoro e subordinandolo a quello del preside – promosso o retrocesso? a “datore di lavoro”, trasformandolo in dirigente e manager. Tanto che spetta a lui la riscossione e la gestione  anche dei “contributi volontari” obbligati grazie ai quali le famiglie assicurano beni di prima necessità, ma si sentono anche autorizzate a intervenire pesantemente nelle scelte didattiche, a garantire trattamenti esclusivi agli alunni secondo criteri di censo, diventando inappropriatamente consumatori, secondo le regole di marketing che vengono esibite per attirare la clientela più esigente, in modo da evitare sgradite forme di meticciato etnico o/e di classe.

E chi non può pagare per preparare la sua successione a farsi strada nella vita grazie a un “percorso di cultura del lavoro” fatto di nozioni che addestrano alla specializzazione della cieca esecuzione di comandi in qualche esclusivo diplomificio, li condanna a quella zona nera dell’abbandono scolastico (secondo l’Ocse siamo i primi in Europa), o a quella grigia degli istituti alberghieri dove si esalta l’ideologia cara al tandem Poletti/Fedeli, quella dell’avvicendamento scuola-lavoro mandando i ragazzi a fare i lavapiatti nei ristoranti, pagando per la formazione sul campo,  o dei corsi di regioni e sindacati pagati coi fondi che noi trasferiamo all’Ue e che la matrigna benevolmente ci concede facendo la cresta per preparare piloti di droni, grafici del web, per i quali non esiste domanda né futuro.

In questi mesi stancamente abbiamo sottolineato, in pochi purtroppo, come a pagare il conto salato dello stato di eccezione siamo tutti, anziani, lavoratori, quelli spediti a sacrificarci in fabbrica, supermercato, vendite online, sui bus e sulla metro, ma pure quelli esentati, che pensavano di salvarsi con lo smartworking e che ne vedranno presto gli effetti con tagli alle garanzie, alle retribuzioni, alla dignità, donne che dovrebbero essere gratificate dal doppio lavoro a domicilio. E bambini e ragazzi, defraudati dell’istruzione e della socialità che deve accompagnare l’accesso al sapere e alla conoscenza. E che ne saranno privati ancora, sempre grazie a una selezione di censo, averi e classe, come d’altra parte è avvenuto con la didattica a distanza che ha rivelato la vocazione a esaltare le disuguaglianze.

A quelli che mettono sul profilo i sindaci disubbidienti e si sentono così dalla parte giusta, che pensano di far bene mandando i figli nelle scuole delle monache, negli istituti parificati e più “sanificati”, bisogna ricordare che è vero che nella scuola pubblica i testi arrivano a stento alla Seconda Guerra mondiale e alla liberazione di Auschwitz grazie agli americani, che Graziani è magari trattato da patriota, che certe rimozioni e certi oblii esercitati sui banchi hanno aiutato razzismo e xenofobia, ma che non è preferibile imparare che le missioni dei gesuiti in America Latina o le Crociate erano missioni d’amore e di pace.

Perché è lo stesso insegnamento di chi chiede alleati per esportare la sua “democrazia” della guerra di chi ha contro chi non ha avuto e non avrà, se non insegniamo la solidarietà, la critica e la ragione, l’uguaglianza e la libertà fin dal giardinetto dell’asilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Scuola delenda est

kinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è accertato: è stato sottoscritto un patto di ferro tra padronato e progressismo neoliberista. Confindustria dice e quelli scrivono sotto dettatura regole, leggi, circolari, strategie dando una parvenza civilmente accettabile, ideologicamente consona alla religione del politicamente corretto, alle aspirazione e bisogni dell’oligarchia.

Anche restasse a impolverarsi in un cassetto, il piano Colao iniseme con gli ammaestramenti di Cottarelli e degli altri profeti dell’austerità combinata con i nuovi miti della digitalizzazione, ne fa testo la strategia per la “scuola che verrà” e che – lo dice la parola stessa – è il coronamento della Buona Scuola dopo il Covid, con l’apoteosi del distanziamento fisico e sociale, l’esaltazione della funzione decisionale dei dirigenti-sceriffi e adesso sanificatori, l’irruzione in gran spolvero dei privati, anche sotto forma di organizzazioni a alto valore simbolico dedicate a ammaestrare i pupi alle magnifiche sorti educative del Terzo Settore, il consolidamento dell’utopia digitale con la “telescuola” che fa rimpiangere il maestro Manzi a uso e consumo di una selezione di alunni favoriti da pc, rete, genitrici disposte a arrendersi al complementare smartworking in modo da assolvere anche al ruolo pedagogico oltre che al tradizionale lavoro di cura, gratuitamente, è ovvio.

Scorrendo le linee guida della ministra Azzolina, apprendiamo che si andrà a scuola di sabato, che la didattica   sarà “in parte in presenza e in parte digitale” per gli studenti delle scuole superiori; che le discipline saranno aggregate in aree e ambiti settoriali e che per fare lezione si useranno anche cortili, teatri, cinema e biblioteche, a patto di   evitare assembramenti e raggruppamenti.

Dovranno inoltre essere previste entrate e uscite diversificate e distanziamenti adeguati,  mense con più turni, tutte misure affidate appunto a presidi e dirigenti scolastici “nel rispetto dell’autonomia scolastica” ma con una feconda apertura a personale educativo esterno responsabile di attività integrative o alternative alla didattica grazie alla sottoscrizione di “patti di comunità”, Onlus, associazionismo  teatrale (mimi? guitti? soubrette?  acrobati e circensi?) e culturale presenti sui territori.

E per i più piccoli esonerati dalle mascherine, si “dovrà prevedere la valorizzazione e l’impiego di tutti gli spazi esterni ed interni”, promuovendo un’organizzazione “dei diversi momenti della giornata che dovrà essere serena e rispettosa delle modalità tipiche dello sviluppo infantile, per cui i bambini dovranno essere messi nelle condizioni di esprimersi con naturalezza e senza costrizioni”, lasciando però a casa il rischioso orsetto di peluche o l’imprudente Barbie proverbialmente promiscua.

In questi anni la  corporazione degli insegnanti non ha avuto buona stampa.  E non li ha aiutati a guadagnare quell’appoggio della cittadinanza, che sarebbe dovuto a chi è incaricato di istruire le generazioni a venire, una certa indole alla sopportazione delle  umiliazioni economiche e morali in cambio di una modesta pagnotta “sicura”, per  la tendenza a assoggettarsi al tacito mandato di trasmissione dei messaggi e dei valori propri dell’establishment quando non del regime,  per l’indifferenza castale mostrata nei confronti delle lotte di altri lavoratori, che è costata loro un’analoga noncuranza in occasione del susseguirsi di contro-  indecenti, di tagli inverecondi che colpiscono i docenti certo, ma tutta la società di oggi e di domani.

È di questi giorni una intervista allo storico Barbero che, richiesto di esprimersi sul “bornout”, quella sindrome di defezione, depressione, insoddisfazione diventata una malattia  professionale dei docenti, dichiara che per combatterla basterebbe che  gli insegnanti fossero assunti regolarmente, pagati bene e lasciati lavorare in pace. “Ma siccome, sostiene,   queste appaiono oggi condizioni da favola, del tutto irrealizzabili, fare l’insegnamento non è più soltanto uno dei lavori più faticosi del mondo, come è sempre stato, ma anche uno dei più frustranti”.

Eppure e non a caso, la loro è una categoria sotto attacco, da quando  l’ideologia unica del profitto, dell’iniziativa imprenditoriale sregolata,  della competizione e del marketing ha convertito i valori della cultura, dell’istruzione e di conseguenza dello spirito critico  in pericoli da neutralizzare.

Basta pensare al consenso per l’alternanza scuola-lavoro che vanifica quella conquista civile che è il diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto, sicchè  passare l’infanzia e l’adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare,   è diventato una sterile perdita di tempo, che allontana dal mondo reale e penalizza i talenti e le ambizioni della futura classe dirigente che dovrà essere costituita di tecnici, esecutori specializzati.

Quelli cioè che anche grazie alla criminalizzazione dei parassiti: : 3 mesi di vacanza!  un mestiere da donne sempre in malattia o in stato interessante! l’ultima opportunità di avere un reddito modesto ma sicuro per matematici, filosofi, economisti, matematici frustrati e neghittosi, e in virtù di tagli all’istruzione pubblica vengono sospinti ragionevolmente a approfittare dei servizi di quella privata, che non è lecito chiamare parificata se gode di trattamento e sostegno economico e superiore, quindi impari.

Eppure oggi credo vada  riconosciuto che, se dopo questi mesi, resiste il “simulacro” dell’istruzione pubblica, lo si deve proprio ai docenti, una volta registrato il fallimento della didattica a distanza non appena sperimentata da insegnanti, personale, famiglie, alunni.

Sono stati loro a cercare di tenere in piedi il sistema, hanno sperimentato e messo in pratica forme spontanee di aggiornamento e di acquisizione di competenze digitali, senza tante piattaforme SOFIA e corsi di formazione fasulli e a pagamento, sono loro che hanno mostrato un inusuale spirito di servizio e una certa creatività, e, non ultimo, forse inconsapevolmente, fatto comunità con alunni e famiglie, come dovrebbe essere, come non è più da tempo e come non sarà se, come c’è da temere, prenderà piede la didattica a distanza, agile come lo smartworking, selettiva già all’origine e che dopo l’esperienza del lockdown è piaciuta non  a caso al governo, alla ministra capitata per caso e all’Anp, l’associazione dei dirigenti scolastici, impegnati unicamente nella gestione amministrativa e burocratica del sapere, con il valore aggiunto di quel po’ marketing e di iniziativa commerciale ormai ineludibili.

Sono questi ultimi che vogliono, unanimemente e grazie al Covid19, imporre drastici tagli alla categoria, proprio quando distanziamento e alternanza imporrebbero di incrementare il numero degli addetti, e retrocederla a compiti di sorveglianza sanitaria, gestione dell’ordine, e, in sottordine, di una pedagogia di varia umanità non umanistica, quella che piace alla scuola della vita frequentata dagli influencer su Facebook, come camouflage decorativo di una formazione indirizzata unicamente a accedere a lavori esecutivi e specialistici, per i quali intelligenza, razionalità, logica, senso critico rappresentano vizi da nascondere nel curriculum, insidiosi ostacoli alla carriera.

Sono loro che  usano l’emergenza per consolidare quel disegno di sottomissione alle dinamiche di mercato che favoriscono la privatizzazione dell’educazione attraverso la dismissione e l’esternalizzazione di interi settori o    l’ingresso del privato nella gestione e nella determinazione degli indirizzi.

Negli anni passati ha suscitato un certo scandalo presto dimenticato l’attività di marketing e commercializzazione del “sapere” svolta da dirigenti scolastici che mutuano dall’aziendalismo gli espedienti e i messaggi pubblicitari per attrarre la clientela delle famiglie che vogliono collocare i delfini in istituti esenti dal meticciato, pronti a questo scopo a contribuire con donazioni e assistenza economica.

Adesso con le linee guida che affidano proprio ai burocrati della scuola il distanziamento, la politica delle inique disuguaglianze perfino sui banche della prima B è legalizzata. E un aiuto in più verrà se a fronte del fallimento accertato del decentramento regionale, passeranno le istanze di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che esigono maggiori e libere competenze su programmi scolastici, investimenti, organizzazione, assunzioni e trasferimenti. Così a decidere come saranno le basi e i fondamenti culturali e educativi dei nostri figli e nipoti sarà Zaia, sarà Fontana ancora al suo posto, irriducibilmente, sarà Bonaccini che, se appartengono a ceti disagiati meritevoli di assistenza pubblica, li manderà a raccogliere pomodori gratis.

Però saremo tutti connessi, grandi e piccini, in un total time (mica si può rinunciare tra lockdown, smartworking, sneeze, droplet, a un supplemenro di gergo imperiale) che comprende impegno professionale, lavori domestici, apprendimento, svago, assistenza (preferibile a domicilio come dimostrano le poche statistiche certe), relazioni umane.

Dimenticando, grazie alle baggianate dei pensatori da talkshow, le perdite che subiamo e  che sono a nostro carico, quei danni irreversibili inflitti alla socialità, che fa parte del bagaglio da mettere nelle mani di bambini e giovani,  con la riduzione dei processi culturali a sistemi rigidi di algoritmi e operazioni messi a punto per  distruggere ciò che resta    del pensiero critico e autonomo,  imballandolo in quel cartone da commercio online dove tutti   sono al tempo stesso produttori e consumatori  di dati e conoscenze.

Ecco pronta la scuola senza scuola, quella dell’Umanesimo digitale come la dipingono i sacerdoti del cambiamento ma in peggio, della gara, dove vince sempre il solito Golia, gigante per nascita, rendita o affiliazione ai cattivi della terra, della meritocrazia che invece di correggere le ingiustizie, le consolida all’origine della lotteria maturale o della selezione di classe. Quella senza aule, senza dispetti e senza risate, senza gesso e senza lavagna. No, quella c’è e noi, come al solito,  siamo dietro, in punizione.


Tengono Famiglia

tengo-famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è sempre un momento nel quale i potenti esibiscono l’album delle foto dell’ultimo Natale, nel quale le zarine più feroci svelano la dolcezza muliebre dell’istinto materno con l’ostensione di ecografie, allattamenti e poi di qualche maneggio familistico per piazzare gli scarrafoni, cui è doveroso riservare  affettuosa tolleranza, e nel quale i padroni più avidi mettono a rischio patrimoni e aziende per appagare le brame capricciose di delfini  poco talentuosi.

Non occorre scomodare Engels, nemmeno Banfield e neppure Longanesi, che adesso tocca rimpiangere pure lui, per diagnosticare il ricorrente recupero dei “valori” della famiglia che si materializza con più vigore nella fase di consolidamento di un totalitarismo, quando serve rimettere in piedi un edificio di principi e ideali riconducibili a Dio (anche con le fattezze del mercato, le cui regole sono promosse a leggi di natura), alla Patria, recentemente tornata in auge in occasione del Covid 19  con inni in poggiolo, glorificazione del sacrificio dei resilienti sul divano e dei martiri in trincea. E, appunto, alla Famiglia, ultimo baluardo della conservazione delle virtù morali, ma anche di beni, risparmi, quelli che Berlusconi chiamava i “fondamenti sani” dell’Italia, tradizioni capaci di opporsi al rischio del meticciato, riaffermazione dei ruoli designati dalla cultura patriarcale, l’uomo che va a caccia e porta a casa le prede, la femmina nella caverna a prendersi cura di cuccioli, anziani, malati, finché non viene una provvidenziale epidemia che se li porta via.

Ci eravamo illusi che si trattasse di convinzioni in regime di esclusiva delle destre più sgangherate, tra manganello e aspersorio, prima che diventassero merce ideologica del “riformismo” e del progressismo neoliberista. Invece, in nome della ritrovata Unità d’Italia, dopo i Family day di Casini, del Priapo di Arcore, dei concubini in attesa fiduciosa di annullamento della Sacra Rota, che rivendicavano per sé la tutela di sentimenti, valori, principi, affetti virtuosi a confronto degli accoppiamenti insani dei “diversi”, dalle viziose inclinazioni degli “altri”, della pedagogia malsana impartita da genitori e insegnanti trinariciuti e bestemmiatori, ecco che con l’abituale ricorso all’esperanto imperiale arriva il Family Action il cui suggeritore nemmeno tanto occulto è un  padre di nove figli,  un’allegoria della obbligatorietà di procreare per far piacere a Dio,  quel Delrio, che non contento della stirpe naturale, ha svolto per un po’ anche la mansione di padre putativo del giovin Matteo.

Ora non voglio sembrarvi semplicistica e sbrigativa, ma la lezione di uno che, peggio di un anziano criminalizzato dalla Lagarde e dalla Fornero, ha pesato sul bilancio statale e sul Welfare con nove gravidanze, nove congedi, nove permessi “paterni”, nove pediatri, nove asili nido e così via, assume il sapore agro dell’ingiustizia, almeno da quando metter su famiglia è un lusso che pochi possono permettersi.

Per carità, la demografia non è una disciplina gradita  e infatti mentre da noi si lancia un allarme per la denatalità favorita tra l’altro da un tenace familismo che ha come effetto un investimento economico e sociale sui figli esorbitante che porta a rinunciare a quello che si avverte come un privilegio, l’ideologia neoliberista  ha sbaragliato ogni resistenza nei confronti dell’equiparazione tra uomo e merce, combattuta tra il bisogno di estendere il pubblico dei consumatori e l’eccesso di prodotti/uomo, imponendo alla fine  l’obbligo di “riduzione” a popolazioni che si sono permesse di insidiare la nostra preminenza con il numero,  colpevoli di spendere poco per i trastulli che produciamo.

E tanto per non sbagliare le forze progressiste, ormai chiamarle sinistra suona come un’eresia, che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia, condotta contro le prerogative acquisite dopo decenni di lotte,  la sanità pubblica, il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nella rivendicazione di altri diritti definiti civili in contrapposizione a quelli primari che sembravano nostri e inalienabili, e concessi al minimo sindacale: matrimoni omosessuali, gite procreative fuori porta, pari opportunità, e solo per chi può permetterseli.

Per gli altri resta solo l’elargizione di una carità pelosa,  delle mance degli 80 euro, dei prestiti a pronta restituzione.

E infatti, in pieno clima di Ricostruzione affidata all’immaginazione creativa di alte autorità competenti in cultura del management e del marketing, intese a promuovere misure immediatamente digitalizzabili e nemmeno lontanamente realizzabili, il neo Commissario Speciale per la Famiglia si è fatto promotore di una proposta per i nuclei prolifici tramite un assegno universale(mensile) che includa tutti gli aiuti per la famiglia, uno per ogni figlio fino alla maggiore età (ma senza limiti d’età per i figli disabili). E poi, detrazioni fiscali per le spese dedicate all’istruzione dei figli, dallo sport alla musica, dai libri alle gite scolastiche, permessi retribuiti per assistere un figlio malato ma anche per partecipare ai colloqui con i professori. E minimo 10 giorni di paternità per i neopapà, «a prescindere dallo stato civile o di famiglia».

La proposta che si è materializzata in forma  di Ddl recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia», immantinente votato con entusiasmo dal Consiglio dei Ministri, è stato caldeggiato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti insider di Italia Viva.

E infatti il suo leader, che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento alle tradizioni dinastiche e alla trasmissione dei loro “valori” in senso lato, iniquamente perseguiti in tribunale,  ha subito tenuto a ricordare  che un analogo progetto di legge “che metteva al centro delle politiche sociali i bambini nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli ed educarli” era stato presentato già alla Leopolda 10.

Ecco, ci vuole proprio una ineffabile faccia di tolla, una impareggiabile e spericolata sfrontatezza da parte del governo e dei suoi bizzosi supporter a intermittenza per parlare di bambini, dopo tre mesi di galera dei minori alla stregua dei figli delle carcerate, dopo un susseguirsi di insensate ipotesi per la gestione futura della scolarità, tra cubicoli e nicchie in plexiglas, dopo il fallimento della didattica a distanza affidata al potere/volontariato sostitutivo di mamme digitali, dopo che è stata sancita la sua qualità discriminatoria adottabile solo in condizioni di “privilegio”: pc, rete, spazi, genitori acculturati, insegnanti formati e competenti anche di informatica.

E dopo i tagli di Stato, Regioni e Comuni a fondi per le scuole, per   l’assistenza ai minori disabili, all’insegnamento di sostegno, dopo la Buona Scuola che ha promosso definitivamente  la conversione dell’istruzione dell’obbligo in pedagogia standardizzata a uso del futuro ceto dirigente oligarchico, dopo la beffa dei finanziamenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che dovrebbero ora trasformarsi in laboratori pilota per la cultura del distanziamento.

E per chi confida nelle quote rosa, nell’applicazione in corpore vili dei quelle squisite qualità femminee di sensibilità, indole alla comprensione e alla solidarietà che saprebbero esprimere le donne in politica, ci hanno pensato la ministra Bonetti, che si compiace: “per la prima volta si investe in umanità, per cambiare in meglio la vita delle famiglie: da qui l’Italia può ripartire, è una scelta di speranza e di coraggio, una riforma che deve vedere il gioco di squadra di tutti” e pure la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che sottolinea la sinergia con le altre ministre messa in atto per “garantire più sostegno alle famiglie e un importante incentivo al lavoro femminile”.

Manca solo il pregevole contributo di Colao, che magari c’è stato, prima che il suo rapporto finisse a reggere le zampe della scrivania traballante di Conte, per  dare maggior piglio futurista e imprenditoriale  alla strategia di  aiuti alle neo mamme, “per incentivare il loro lavoro e l’armonizzazione dei tempi”: quindi detrazioni per babysitter e colf, da aggiungere ai bonus per le rette scolastiche di nidi e asili fino ai 6 anni. Ma soprattutto per valorizzare la forza produttiva degli incentivi a  “forme di lavoro flessibile” per chi ha figli sotto i 14 anni,  con premi anche per i datori di lavoro “che realizzino politiche atte a promuovere una piena armonizzazione tra vita privata e lavoro”.

Avevamo avuto al prova generale con il lockdown, adesso è il momento della messa in scena della commedia all’italiana, con le donne a casa, a alternare l’aggiornamento del cottimo a domicilio alla macchina da maglieria, a cucire guanti e incollare tomaie, sostituito dal Pc, con la cura di figli, compresa di supporto didattico, genitori, malati. Che se poi si riesce a “svoltare” c’è sempre la possibilità di pagare un’altra donna, meglio se straniera in attesa della sanatoria della Bellanova, per tentare la scalata al successo riservata  a una scrematura di talentuose arriviste, selezionate dalla lotteria maturale o per disposizione antropologica all’affiliazione di cerchie di potere.

Altro che Mulino Bianco, gli spot del Rilancio mostreranno la continuazione dell’isolamento – magari in preparazione di seconde, terze quarte ondate pestilenziali. Tutti a casa, alacremente sfruttati e rabbiosamente condannati alla coabitazione coatta, dove la pratica normalmente in uso, preliminare alla riproduzione, potrebbe diventare anche quella una fatica imposta da chi ancora invece ci si diverte e se la gode.

 

 

 

 

 

 


Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


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