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New York Times: è Silvio il nonno della Patria

familyAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto piacciono alla tronfia stampa estera gli stereotipi dell’Italia, paese di indolenti mammoni, pigri parassiti, una repubblichetta fondata sul culto della famiglia patriarcale, capace all’occorrenza di sconfinare nel familismo, nel clientelismo, nella corruzione.

E se i figli so’ piezzi ‘e core, figuriamoci i nipoti e  dipenderà da quello il recupero del mito leggendario deli nonni celebrati in apposite feste, investiti di compiti delicati e strategici: foraggiatori di formazione e di master, erogatori di paghette, elargitori di rate di fondi pensionistici e assicurazioni, accompagnatori e addetti al prelievo di scolaretti e studenti, componenti di ronde per il mantenimento dell’ordine pubblico e del decoro. E , soprattutto icone predilette della domestica pedagogia,  come insegna  l’ostensione di due vecchiette non del tutto innocenti in talkshow elettorali da parte del Kim Jong-Un di Rignano che ha opportunamente deposto la figura paterna un po’ consumata in favore delle care ave, cui potremmo attribuire come unica attenuante per la comparsata un fisiologico rincoglionimento.

Segue l’affettuosa tendenza, l’autorevole New York Times che dedica un gustoso reportage al “nonno della Patria”, l’arzillo leader di Fi che, dopo un passato intemperante e dissipato, dopo essere stato sbertucciato (e noi con lui), viene accreditato come rassicurante custode di valori fondamentali: saggezza, tenacia, esperienza, bonaria indole alla negoziazione e al pragmatico compromesso, come si addice a un generoso patriarca che non si tira indietro e si spende per il bene dalla famiglia, o meglio del clan.

È  che, come tutti i luoghi comuni, anche quello del culto italiano della famiglia, si fonda sulla realtà, grazie alle prestazioni di dinastie imprenditoriali e politiche protagoniste attive della rovina dell’Italia. E pure su abitudini scese giù per li rami e diffuse in tutta la società, tanto che il familismo amorale, la mazzetta e la strenna al funzionario, la letterina di raccomandazione, le dimissioni in bianco a condizione che si venga sostituiti dal virgulto inesperto, sono diventati una pratica difensiva e “necessaria”  nel “sistema” della precarietà, dell’arbitrarietà, della intimidazione e del ricatto.

Ma pensate a che album di famiglia abbiamo sfogliato (qualcuno sui rotocalchi, ma pure sui quotidiani, in Tv e recapitati a casa in periodo elettorale),  adesso che alle case reali e alle diversamente coronate di Torino e ai suoi esangui rampolli e rampollastri, si sono sostituite altre casate, quelle post medicee, con i babbi intriganti e scrocconi che intendono l’amor filiale come assistenza e protezione di malefatte e reati, quelle di governo con mamme apprensive che creano posizioni ben remunerate, istituiscono fondazioni, per una prole delicatamente inetta, che non sa nemmeno legge l’ora esatta se non gli regali un Rolex. E mogli amate o risarcite di antiche distrazioni, ben collocate in collegi sicuri, mariti risparmiati dalla giusta pena e deplorazione per delitti e depravazioni sessuali. E pure quelle allargate a badanti estere assurte a favorite nell’ambito di prestigiosi amori ancillari, fidanzati avidi da riconquistare grazie a operazioni esplicite di lobby, “nipotine” acquisite cui è doveroso offrire un tetto sulla testa, un futuro in tv o in regione, e donare passatempi eleganti.

Eh si, hanno proprio il culto della famiglia, tutelato e officiato anche grazie a un partito ad hoc frutto dell’impegno longanime del pokerista prestato alla politica, celebrato in piazza con l’esibizione di pluri divorziati  e incalliti adulteri e puttanieri dissoluti, di escort beneficate da incarichi elettivi, tutti ben ravviati e legittimati da frettolosi passaggi in parrocchia. O anche da dirigenti politici e ministri che negli anni hanno provveduto a toglierci perfino lo status di proletari, se rendono ardua per non dire impossibile una consapevole procreazione, le garanze di un futuro per i discendenti, l‘esistenza in un mondo inquinato e minacciato da ogni veleno, a cominciare da quello della guerra, la sicurezza di una casa, di cure, di lavoro, di istruzione, di espressione di talenti e vocazioni.

Perché per famiglia intendono la loro, mafiosa come una cupola, stretta intorno al mantenimento di interessi e privilegi, rendite e posizioni. Che  si fonda su sopraffazione, avidità, ambizione, fidelizzazione a poteri che hanno in odio solidarietà, affetto, amicizia, amore, libertà. Guardano con indifferenza antichi vincoli e patti che disfano e sciolgono  perché la solitudine e la paura ci rendano più esposti alle ondate impetuose del Mediterraneo o a nuove schiavitù.

E non può che essere così, all’impero che ci comanda piace rifarsi al passato illustre: difatti “famiglia” procede dal latino famīlia, “gruppo di servi e schiavi patrimonio del capo della casa”. Spetta a noi emanciparci da padri e padroni.

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Il rottamato

renzi-berlusconi-patto-del-nazareno-575496La vecchia politica potrebbe prodursi nel maggior miracolo degli ultimi mille anni, oscurando i presunti prodigi di Lourdes, Fatima e Medjugorje messi insieme: quello di far provare un minimo di simpatia per Renzi, oggi vittima sacrificale di un sistema che lo aveva messo sugli altari. La sola possibilità che i Cinque Stelle possano in qualche modo spuntarla nel torneo elettorale getta in tale sconforto i partiti e partitini che si ritengono assunti a tempo indeterminato dalla mangiatoia Italia, da indurli a rottamare  il personaggio catalizzatore di tutto il malumore e la rabbia del Paese. Che il guappo di Rignano fosse stato abbandonato dalla stessa classe padrona che lo aveva portato sugli altari, è apparso chiaro fin dalla sconfitta al referendum costituzionale, ma in queste ultime settimane prima del voto la ripulsa assume aspetti paradossali e grotteschi, mentre nello stesso tempo svela tutta l’artificialità della “democratura” italiana.

Dopo essere stato scaricato alcuni giorni fa da Marchionne cui ha fatto tanti favori e poi da De Benedetti, tessera numero uno del Pd e probabilmente testa pensante della nascita del partito dietro lo schermo offerto da Veltroni, è il turno di Berlusconi di sostenere di essere stato deluso da Renzi: “è stato una promessa in cui molti hanno sperato, a partire dal sottoscritto, che poi però non si è concretizzata”. Sembra niente, è invece questa presa di distanza costituisce una sorta di confessione pubblica del Paese politico: come è possibile che in Renzi sperasse sia la sinistra (si fa per dire ovviamente) rappresentata dal Pd e persino da Sel (oggi scomparsa), sia la destra berlusconiana, sia il capo reale del padronato italiano? Come è possibile questa polivalenza  e questa ambiguità di rappresentanza politica? Semplicemente per il fatto che il rottamatore leopoldesco era nient’altro che una faccia nuova sbattuta in prima pagina per simulare una qualche discontinuità e nello stesso tempo continuare in serena tranquillità con lo scasso dei diritti del lavoro e la svendita di sovranità.

E di certo viste le circostanze che lo hanno portato alla guida del Pd,  dette e ridette in decine di post su questo blog, fanno pensare che la scelta del “palo” neoliberista non sia stata solo un affare interno, ma sia passata attraverso l’imprimatur dei poteri reali, da quelli finanziari ed europei fino alla cresima officiata niente meno che da Tony Blair in un ristorante fiorentino. Si doveva cambiare dopo la stagione montiana e quella dello scialbissimo Letta, ma senza rischiare che davvero qualcosa mutasse davvero. Purtroppo il guappo, irresistibilmente trasportato dalla sua natura ha interpretato l’investitura come uno scambio tra la sua assoluta fedeltà ai diktat europeo – finanziari e la mano libera per lui e la sua banda dentro le opcacità interne del sistema Italia, come direbbero gli ex cortigiani degli Agnelli: l’affare delle banche insegna, ma avrebbero potuto essere didattiche anche le “prodezze” in fatto di spesa compiute durante il mandato come presidente della provincia e di primo cittadino di Firenze o ancora con i comportamenti da padroncino delle ferriere nei confronti dei precarissimi dipendenti al tempo delle aziendine di strillonaggio messe in piedi da babbo Tiziano.

Tutto questo groviglio della peggiore Italia periferica si è rivelato qualche mese fa quando invece di cospargersi il capo di cenere e di liberarsi del suo cerchio magico composto da incompetenti assoluti e maneggioni di ogni tipo, Renzi pur di salvare l’altra metà del cielo piddino, ovvero Maria Elena Boschi, ha trascinato il partito nell’operazione suicida di mettere sotto accusa gli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob per la vicenda di Banca Etruria. Tuttavia non è con il tramonto di Renzi e della sua banda che tutto si sia risolto,  questo è solo ciò che ci vogliono far credere abbattendo la statuetta votiva che avevano eretto al guappo: tutto continua esattamente come prima, anche senza le grida e gli schiamazzi di un ceto dirigente improvvisato e preda di etilismo da potere, rovesciatosi  nei salotti buoni dell’establishment. Le facce nuove e fresche messe a capo di un disegno vecchio e insolente, voluto dagli inesistenti mercati, non si sono rivelate all’altezza: hanno trasformato l’immediatezza in tracotanza, la rottamazione in affari familiari, il nuovo in una presa in giro oltre che in una vuotaggine espressiva, i presunti progetti in caos ruspante e truffaldino. Ma questo pericolo era insito in un’operazione che di politico non aveva nulla, che era solo lo spettacolo della democrazia offerto agli astanti, ma senza idee  e programmi che non fossero scritti dagli amanuensi del neoliberismo. Che poi i protagonisti superficialmente scritturati per questa farsa drammatica non conoscessero proprio bene l’ortografia della subalternità politica e non l’abbiano imparata nemmeno dopo adesso sembra quasi un incidente, qualcosa persino di perdonabile: sono gli impresari di questo spettacolo che andrebbero cancellati.

 


Privati spiati, politici salvati

veritàAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si conclude oggi un anno nel quale la menzogna ha fatto da padrona, arma potentissima al servizio di chi comanda e di chi accondiscende a farsi comandare per mantenere inalterate rendite e posizioni, contento di sacrificare dignità e rigore morale in cambio di privilegi e cariche.

E  se un tempo le verità inconfessabili di chi stava in alto potevano venir celate negli arcana imperii e coperte dal segreto, oggi la guerra alla realtà incontestabile che minaccia di apparire e mostrarsi, ha bisogno di grandi mezzi che la gente qualunque non possiede, malgrado la narrazione di regime racconti una potenza della rete così formidabile da dover essere contrastata come un pericolo per la sicurezza e l’armonia sociale.

Una guerra nella quale linguaggio e informazione sono diventate terreno di scontro cruciale della lotta di classe all’incontrario  mirata a privare i cittadini della capacità di giudizio preliminare alla facoltà di scelta, per persuaderli di necessità improrogabili e imprescindibili: politiche economiche inique, partecipazione a missioni di guerra, sottomissione a ricatti e intimidazioni sul lavoro fino alla morte in altoforno o per veleni emessi da industrie assistite e foraggiate dallo stato, vendita di beni comuni a privati dei quali è stata provata inefficienza e avidità, accettazione supina dell’implacabile certezza che la via al potere non possa essere virtuosa, tanto che è inevitabile accontentarsi di supposti “meno peggio”.

Non bastano più veli pietosi, non sono più sufficienti riservatezza o segretezza. La verità viene neutralizzata:  mutilandola  secondo le regole dell’ipocrisia eufemisticamente denominata politically correctness,  sicché si allarga il vocabolario delle parole messe al bando per non urtare la delicata sensibilità dei vertici, con acido esteso anche al reflusso, fondi, proibiti come residuo del caffè, da usare solo nel contesto di opportunità offerte a risparmiatori dinamici, costituzione da impiegare solo in riferimento a fisici sani e robusti, voto festosamente sostituito da giudizi emessi nel contesto degli invalsi, democrazia decisamente censurata in favore di governabilità.

O deve essere rimossa e dimenticata. Come nel caso degli eventi del secolo breve mai finito, in modo da non permettere molesti paragoni tra passato e presente che potrebbero indurre risentimento e ribellione, per combinare oblio e pacificazione. O deve essere abbellita secondo le procedure del camouflage impiegato anche in caso di grandi opere, grandi eventi e grandi ricostruzioni, per coprire falle e crepe e le grida di terremotati,  senzatetto, profughi. O deve essere “spettacolarizzata”nei suoi aspetti più  teatrali e cinematografici: bombe come fuochi d’artificio, raid e sbarchi sceneggiati a scopo propagandistico, attentati come fiction, di modo che la violenza del potere sembri sopportabile anzi gradita in forma di colossal a sfondo bellico, da godersi sul divano sgranocchiando pop corn e sorseggiando coca cola dalla lattina.

Però presso popoli meno progrediti, sia pure col talento dei commedianti, resta ineluttabile il ricorso al nascondimento promosso grazie a leggi speciali a tutela dell’ordine pubblico, del decoro e della sicurezza minacciata da terrorismo e eversione. Così a ridosso dello scioglimento, pardon, dell’eutanasia, peggio ancora, diciamo del sobrio disfacimento della legislatura, si è pensato bene di provvedere a concludere quel processo avviato dal Cavaliere, dando forma alla più improrogabile delle riforme, quella delle intercettazioni, tassativa secondo il ministro Orlando per fermare le macchine del fango, per tutelare la privacy di soggetti pubblici, per garantire riservatezza di indagati:  mai più trascrizioni di intercettazioni irrilevanti per le indagini, quindi. Regole per l’utilizzo dei virus-spia come il Trojan. Solo “brani essenziali” e quando “è necessario” nelle ordinanze di custodia cautelare. Un nuovo reato nel codice penale: la “diffusione di riprese e registrazioni di comunicazioni fraudolente”, punito con la reclusione fino a 4 anni. Accesso autorizzato, ma solo tra un anno, dei giornalisti alle ordinanze del gip, una volta che le parti ne hanno avuto copia.

Quando Berlusconi diede il via alla campagna per il bavaglio andò di moda dichiarare sui social la propria disponibilità a farsi intercettare a riconferma dell’uguale diritto dei cittadini tutti alla privacy quanto alla trasparenza di atti e informazioni.

Io no, io allora come oggi ne ho abbastanza di essere sottoposta a invadenza nella mia sfera personale, di controllo di spese e consumi, di comportamenti e attitudini, di preferenze e sentimenti. Ero e sono indignata per l’esistenza di cupole dello spionaggio che si fanno i fatti nostri come la famigerata Prisma, il programma che ha configurato un accordo tra NSA, l’agenzia di intelligence Usa, e numerose major del mondo digitale, come Google, Microsoft, AOL e Skype, molte delle quali in tempi diversi smentirono formalmente il coinvolgimento e la collaborazione. Istituita per raccogliendo dati direttamente dai sistemi e dalle reti per consentire di intercettare comunicazioni ed accumulare una grande mole di informazioni su cittadini statunitensi e non, realizzando così un esteso sistema di sorveglianza approfondita su comunicazioni in tempo reale o dati immagazzinati in email, chat video, foto, file e social network. Mentre è stata via via sempre più limitata l’attività di vigilanza e rintracciabilità delle operazioni economiche a contrasto dei  reati finanziari. E quando i servizi pubblici online sono volutamente inefficienti, producendo una fatale emarginazione di larghe fasce di utenti.

Io no, perché sono un soggetto privato. Mentre altro trattamento deve essere riservato a chi  assolve funzioni pubbliche, obbligato all’atto di assumerle a rendere conto dei suoi atti, sia Cesare, sua moglie, suo padre, un appartenente a un ceto  che oggi ha voluto costruirsi una rete di protezione che lo metta al riparo da una conoscenza diffusa di fatti che potrebbero mettere in evidenza corruzione, conflitti d’interessi, evasione fiscale, prepotenze privatistiche.

Quelli che per il Ministro Orlando sono squallidi gossip, in questi anni si sono dimostrati un necessario anche se sgradito disvelamento di vizi e talenti criminali. Le intercettazioni telefoniche che sono arrivate ai giornali e alle televisioni, quel cinico discorrere che ha fatto irruzione  nel contesto controllato, addomesticato e in ultima analisi falso, del discorso pubblico, sono state e sono “essenziali”. E non a caso oggi sono sottoposte a censura malgrado la ferma opposizione di magistrati e autorità investigative: è perché da un lato si vogliono salvaguardare gli autori di malefatte sospettate ma non accertate, dall’altro screditare i giornali, prima di tutti quelli che sia pure in regime di assoggettamento, hanno reso noti scandali pruriginosi e dialoghi pepati per ragioni di convenienza,  spesso quelli che oggi hanno preso – perfino loro – le distanze dalla cerchia del segretario del Pd, preferendogli una parvenza più educata e prelatizia, infine le poche voci che si riferiscono all’invisa opposizione, e un domani – presto – i blog.

Questa “riforma” è proprio la sublimazione del familismo renziano accolto e perpetuato dal dopo renzi, e dei vari conflitti d’interessi del giglio magico, un salvagente lanciato alla Boschi,al papà Pier Luigi,a Banca Etruria e all’ombra della P3, tra Flavio Carboni e Denis Verdini, un recupero di Marco Carrai, delle sue società di cybersicurezza, una tutela indiretta dei faccendieri locali che sogghignano in caso di terremoto, o di amministratori periferici collusi e correi.

Non la vogliono una casa di vetro, vedi mai che cominciamo davvero a tirare un po’ di sassi, come Davide o come Masaniello.

 

 


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