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La carità del profitto

decreto-salvini-casAnna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da ricordare alla ministra Lamorgese che ha dichiarato a conclusione del vertice di Malta “Adesso l’Italia non è più sola”, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati” o anche “dagli amici mi guardi iddio…” con quel che segue.  Perchè non c’è nulla di più sospetto degli accordi su base volontaria (come quelli che hanno ispirato le intese fallimentari sul clima, tanto per fare un esempio) quando è evidente che le buone intenzioni che lastricano il cammino dei patti sono dettate dalla legge dei soldi.

Italia, Malta, Francia e Germania avrebbero infatti messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell’Unione, uno schema che, si dice, potrebbe essere condiviso da 10 paesi intenzionati a scardinare il principio di base del trattato di Dublino che obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri – all’atto di accoglierli e fino all’eventuale rimpatrio – fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna nel contesto dei Paesi sfigati, avrebbero manifestato il loro appoggio,  altri li seguirebbero per non incorrere in eventuali e paventate sanzioni economiche. Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l’esito nei centri di accoglienza.  Se passasse  l’accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica,  entro quattro settimane dalla identificazione sul nostro suolo.

Nell’intesa di La Valletta è quindi previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e — in caso venga negata l’istanza per il riconoscimento dello status di profugo — anche le pratiche per il rimpatrio, che prevedono un negoziato bilaterale con gli stati (o i regimi? o entità statali farlocche?) di Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, grazie a accordi avviati dal ministro Minniti lo stesso che designò le milizie libiche per l’incarico di Guardie Costiere.

Ancora una volta gli intenti sottoscritti su base volontaria grazie al deterrente delle penalità opera una distinzione tra profughi e emigranti economici, un criterio grazie al quale la gran parte degli italiani che sono andati a cercar fortuna per sfuggire alla miseria nera ( 4.711.000 verso le Americhe solo tra il 1901 e il 1923, di questi, 3.374.000 dal Sud) non sarebbero stati accolti. Perché, come recita il sito della Camera, l’articolo 10, terzo comma della Costituzione prevede che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge, e non coincide dunque con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma che il singolo richiedente abbia subito, o abbia il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione.

Tanto per restare in una comoda arbitrarietà e discrezionalità a seconda del vento umanitario che tira (e del bisogno di braccia) non è mai stata dunque adottata una legge organica che stabilisca criteri, requisiti e corretta interpretazione e attuazione  del  dettato costituzionale, anche se sulla base della Convenzione di Ginevra, è stato introdotto il principio di protezione umanitaria che viene concessa quando si valuta su base individuale, che esistono gravi motivi di carattere umanitario per i quali il rimpatrio forzato potrebbe comportare serie conseguenze per la persona, come nel caso di conflitti e di calamità naturali e climatiche.    In barba alle distinzioni tra “irregolari” e “richiedenti asilo” operate dalla Bossi-Fini e perpetuate dalla Tturco-Napolitano e delle infamie giuridiche a seguire, tutti i cittadini stranieri avrebbero dunque il diritto di chiedere asilo in Italia  presentando una domanda di protezione internazionale alla questura o alla polizia di frontiera, che viene esaminata dal  Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, del ministero dell’interno. Quelle di protezione internazionale vengono analizzate dalle Commissioni Territoriali  composte da un funzionario della prefettura, uno della questura, un rappresentante dell’ente locale e un membro dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

Malgrado il numero delle commissioni sia stato incrementato perfino in vigenza di Salvini, i tempi di attesa sono di almeno un anno, rispetto ad una procedura che, anche secondo l’ipotesi di accordo, non dovrebbero superare  i 35/40 giorni.  E intanto chi è arrivato qui, aggirando i blocchi dei porti, su imbarcazioni delle Ong, su barconi e gommoni, resta in quel mondo in transizione dopo Minniti e Salvini dove è preferibile essere invisibili, che comprende gli hotspot, i centri di prima identificazione e “prima accoglienza”,  il Siproimi  (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati)  e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, così temporanee da diventare perenni, gestite da enti profit e no profit che “mettendo a frutto” i 26 euro pro capite concessi, collocano in lager non solo amministrativi, residence e strutture fatiscenti che ospitano fino a 300 unità e  dalle quale in molti preferiscono scappare per via delle condizioni lesive della dignità, passando dalla condizione di irregolarità a quella di illegalità.

Così adesso possiamo stare tranquilli, dove non arriva la legge,m dove non arriva la carità, dove non arriva la solidarietà arriva il mercato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/09/16/tratta-legale/ ).

Quelli che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle catastrofi climatiche, dalla espropriazione di risorse prodotte dal profitto e dell’avidità del sistema di sfruttamento diventano altre risorse da commercializzare e sfruttare: la distribuzione e la ricollocazione degli “eccedenti” risponderà alle esigenze del mercato del lavoro, i Paesi sottoscrittori li accoglieranno nel numero e nella qualità necessaria a coprire posti non qualificati a compensi inferiori a quelli che le conquiste e le lotte hanno imposto al padronato locale. Così l’immigrazione contemporanea, effetto frutto dello stesso modello di sviluppo capitalistico, della globalizzazione e della finanziarizzazione, delle espulsioni di manodopera dalla produzione tradizionale, dei conflitti bellici, serve ad alimentare un esercito di riserva di salariati che crea condizioni negoziali di compressione verso il basso del valore della forza-lavoro. Se aggiungiamo che si va facendo strada la consapevolezza che solo consistenti flussi migratori possono correggere lo squilibrio  tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri, ecco spiegata la svolta umanitaria dei partner.

Allora non basta dire che bisogna guardarsi dagli abituali xenofobi di destra e pure da quelli riformisti, che si giustificano  con la minaccia secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi, come se si trattasse di un fulmine che cade imprevisto e ineluttabile in geografie non devastate dal Jobs Act, dalle privatizzazioni che hanno abbassato il livello di qualità del lavoro e delle prestazioni ai cittadini, dalle liberalizzazioni dei flussi finanziari che hanno indirizzato investimenti verso il casinò azionario piuttosto che verso la ricerca e l’innovazione. 

E’ adesso, qui e ora che si deve invece combattere per la cittadinanza, di tutti, la nostra, di noi che saremo costretti a chiedere asilo in patria per i nostri diritti, e quella di chi arriva e che non è un nemico ma l’unico alleato, non per restare umani, ma per diventarlo.

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Specchietti per le allodole

falpala  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Era uso comune negli anni ’50 che i partiti  annoverassero nelle loro liste figure simboliche in forma di specchietti per le allodole o di categorie premianti a fini propagandistici.  Non potevano mancare il minatore, il metalmeccanico, la mondina, la casalinga di Voghera e la massaia rurale, queste ultime insieme all’onorevole Angelina, in anticipo  di quelle che poi sarebbero state diventate le quote rosa, che continuano a piacere anche a quelle che invece di scardinare le fortezze del potere si accontentano di darle in gestione a qualche generalessa.

Poi succedeva che questi emblemi dell’album delle figurine non venissero eletti. Ma se capitava finivano presto a ciondolare per il Transatlantico, inascoltati e dimenticati fino a diventare molesti, rappresentando anche senza volerlo patti e promesse mancate.

Nel tempo furono sostituiti da personaggi più sgargianti, architetti, giornalisti, nani e ballerine, cantanti e attricette, finchè un tycoon si prese la passerella del varietà occupandola insieme a veline e giullari, rafforzando le sue file con acquisizioni ardite condotte in altri mercati addirittura antagonisti.

La pratica poi cadde in disuso, le carriere elettive hanno mostrato la corda, non ci sono più le garanzie e le prebende di una volta: lo sanno bene quei promoter che in previsione di scadenze elettorali vanno a caccia di possibili candidati e di firme in calce alle liste, da raccogliere in tutta fretta scomodando gli ospiti di ospizi e anche di qualche cimitero.

E a guardar bene quelle icone messe in lista per acchiappare citrulli più che per assolvere a un orgoglioso incarico di rappresentanza, hanno potuto fare ben poco, a fronte di tanti operai cui non si diede diritto di parola nei processi decisionali, di tanti sindacalisti passati alla politica istituzionale, lo statuto dei lavoratori, tanto per fare un esempio, lo dobbiamo a un severo professore universitario, che venne successivamente eletto solo come risarcimento tardivo e dopo un attentato terroristico che minò la sua salute ma non la sua combattività.

E infatti possiamo star certi che se fosse stato in vita si sarebbe battuto contro la cancellazione dell’articolo 18, contro il Jobs Act, contro le misure di sorveglianza e repressione nei posti di lavoro, contro il caporalato secondo il Pd, ridotto al minimo sindacale quando invece il fenomeno, quello visibile, è aumentato del 25% negli ultimi 10 anni.

Non altrettanto possiamo dire della Ministra all’Agricoltura, gratificata di una  nomina che premia una crescita personale degna di orgoglio e rispetto, da bracciante a sindacalista a parlamentare. Che suscita quindi una grande simpatia  tanto da avere raccolto consenso perfino presso il pubblico degli schizzinosi stilisti  deliziati dai suoi temerari falpalà.

E che con la sua carica umana fa dimenticare la sua adesione a alcune delle misure più indecenti e inique, che hanno promosso la precarietà soprattutto tra le donne, abbattuto l’edificio delle garanzie, della sicurezza e dei diritti, promosse dal partito che ne sventola l’immagine come un vessillo purificatore. O come nuova figura tecnica, secondo quella moda invalsa che impone ragionieri all’Economia, diplomati in computisteria alle Finanze, tranvieri ai Trasporti,  possibilmente guidati con mano ferma da un lacchè dei padroni.

A volte è successo che la carica migliori chi la svolge, non ci resta che sperare che la nuova Ministra dimentichi la fedeltà al partito e alla sua ideologia che ha ispirato misure e azioni antipopolari e ricordi  con autorevolezza e vigore di essere donna e di essere stata sfruttata, bracciante, cittadina.


Istinto arrendista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


Alici nel Paese delle Meraviglie

alice-678x381Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siete meravigliosi: prima sembrava che bastasse rovesciare il bestione perchè tutto si risolvesse magicamente e adesso siete preoccupati, vi guardate intorno come bambini sperduto nel mondo cattivo dei non innocenti.

Avete creduto che fosse sufficiente detronizzarlo dalla sdraio dello stabilimento balneare perchè si aprissero i porti, si desse civile accoglienza e asilo agli immigrati, si potesse manifestare il proprio dissenso per il Jobs Act, la Buona Scuola, si riempissero gli ospedali di solerti clinici pronti a farvi effettuare in tempo reale l’agognata Tac, uscissero lunghe liste di collocamento cui accedere, voi e i vostri figli, per esprimere talenti finora frustrati. E avete pensato che tutto questo sarebbe stato reso pubblico da una stampa incaricata del dovere di informare con obiettività e doverosa imparzialità.

Invece adesso avete la tremenda rivelazione che vi eravate illusi nella vostra beata ingenuità, adesso che avete invece fatti fuori i populisti in veste di ultimi arrivati del deplorevole populismo, rei di non aver mantenute le promesse elettorali e ancora di più di averle mantenute in una sterile lotta contro la lobby più influente, adesso che vi siete scoperti europeisti e adoratori dell’euro in funzione antisovranista ma li avete penalizzati perchè non hanno mostrato i denti e tirato fuori le unghie con il perverso potentato di Bruxelles, cominciate a aver paura di non averci capito niente, che eravate più credibili quando alzavate le spalle scontenti e malmostosi proferendo l’immancabile mantra: tanto sono tutti uguali.

Eravate meglio allora, dimostravate una maggiore lungimiranza di ora, che vi ha sorpreso il patto stretto da Pd con Salvini, che non è certamente né occasionale né estemporaneo perchè rivelatore di una coincidenza affaristica di interessi, ora che la crisi balneare promette un governo balneare come ai cari vecchi tempi di Fanfani, che ora vi appare come uno statista di vaglia, al posto della smargiasso che sembra però rappresentare se non i vantati 60 milioni di italiani, almeno una scrematura potente al servizio dei soliti padroni che stanno da tempo preparando la definitiva eclissi democratica.

Ci sono stati tempi nei quali la sinistra godeva di certi disastri, perchè si augurava il simbolico e persuasivo “tanto peggio tanto meglio“, ma purtroppo anche in quello ha dimostrato di sbagliare, perchè al tanto peggio non c’è mai fine mentre non è stata capace di far vedere come avrebbe potuto essere il meglio, appiattita sul pensiero rinunciatario che ormai non c’è nulla da fare per contrastare lo status quo, tanto che sono state retrocesse a utopie visionarie perfino i programmi di Sanders, di Podemos e Mèlenchon, tanto che chi sostiene che nessun governo attuale potrà mai agire espropriato com’è del potere decisionale in economia, è immediatamente annesso alla marmaglia sovranista e populista, che sarà giustamente messa a posto dal prossimo ometto dell’ex troika che sopravvive allo sfaldamento dell’alleanza carolingia, alla recessione tedesca conclamata, come una funesta potenza di morte e carestia.

Siete meravigliosi, adesso che non sapete fare altro che prendervela con i perdenti, cui attribuite la responsabilità di non aver fermato il fascismo e la sua marcia su Roma. anzi di essersi accordati con lui, come fossero un Pd qualunque o dei berlusconiani che però sapevano riconoscerlo per via della lunga famigliarità, adesso che per sentito dire scoprite certe affinità con la caduta della repubblica di Weimar, che, vi comunico, proprio come il momento attuale, seguì a una lunga preparazione  e vide molti attori e correi in campo, che come quella attuale, di effetto secondario di una crisi nata nello stesso luogo di origine. E che, anche quella, colse tutti di sorpresa, come un fulmine, come un terremoto, come un funesto accadimento del quale ci si trovò ad essere ignari spettatori. Spettatori, vittime e complici.

Perchè succede così quando di declinano responsabilità, soprattutto quelle di non voler vedere. di non voler sapere per non correre il rischio della libertà e dell’autodeterminazione.

 


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