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5 marzo, vaghe stelle dell’Orsa….

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo – almeno dalle amministrative e pure da un referendum che aveva promesso svolte epocali ma che è stato risucchiato dal vortice delle ammucchiate di regime culminate in quella legge elettorale che ieri ha dato i suoi frutti perfino suicidi – ho esaurito la mia scorta di soddisfazione nel contemplare seduta sul divano le facce illividite, i ghigni amari e impaurite della sconfitta.

E ho smesso anche quella di essere una navigata cassandra; non mi piace vincere facile e gli esiti erano prevedibili anche per gli avventizi delle profezie. Come non bastasse la inaudita affluenza al voto annunciava i risultati in un paese ancora una volta troppo lungo, nel quale al nord vince la Lega, a sud i pentastellati e al centro si naviga tra i rottami, a dimostrazione che le politiche di governo hanno eroso perfino il patrimonio clientelare.

Mi resta solo quella di essere come al solito tra i gloriosi perdenti, dentro una minoranza onorevole quanto esigua, esiguissima,  che non poteva aspettarsi di più accontentandosi di una prima verifica, un PaP test insomma, dal quale adesso si dovrebbe dimostrare di saper partire per proseguire un lavoro di coagulo di forze sul territorio.

Gli opinionisti sono già all’opera per dimostrarci che dall’età della paura saremmo passati a quella del rancore. Meglio sarebbe stata quella della collera rivoluzionaria e creativa, ma c’è poco da sperare da una paese ricattato, intimidito, umiliato, strozzato da nuove o consolidate miserie. Sono già attivi per riconfermare stantie interpretazioni sul voto, rimpiangendo quell’astensionismo indifferente e accidioso che veniva letto come ragionevole delega, come prova di adulta maturità di popolo, oggi regredito a manifestazione di rumori e rimescolamenti intestinali espressioni della pancia ormai vuota di una marmaglia.

E comincia già l’esercizio rituale, quello delle ardite scommesse sulle alleanze e le associazioni temporanee di impresa, a riconferma – ve  ne fosse mai bisogno –  della distanza siderale della politica alta dalla politica bassa, quella insomma “della  vita”.

Non ho dubbi che i 5 stelle già piuttosto scaltriti vi si presteranno con il loro giovanile impeto. Avrebbero preso più voti se non avessero introiettato le modalità degli usi elettorali, mitigando concetti convinzioni e slogan, addomesticando il no all’Europea e all’euro, – l’hanno fatto perfino i “pazzi “ troppo poco visionari di Potere al Popolo, venendo a patti in sede di designazione dei potenziali ministri con i danni delle “riforme” renziane, proclamando la opportunità della ragionevole “revisione” di buona scuola e jobs act piuttosto della benefica e implacabile cancellazione.

Non hanno capito che il segreto del loro successo almeno all’inizio sarebbe la dimostrazione della volontà di essere il  “governo del disfare” rispetto a quel fare iniquo avido e pusillanime del passato, che la loro fortuna risiede nella capacità di rompere con gli usi e le infami adesioni a ideologhe e azioni fondate sullo sfruttamento di chi sta in basso, come sulle rendite e il privilegio di chi sta in alto, sulla clientela e il familismo, sulla speculazione e la corruzione. Che poi non è mica la rivoluzione,  magari, ma sarebbe il primo segnale dell’inversione di rotta che ci si attendeva a Roma tagliando il nodo gordiano che legava indissolubilmente interessi immobiliari e speculativi, bande di innominabili criminali, famiglie mafiose e diversamente tali e amministrazione e ceto dirigente

Perfino chi come me esige qualità del lavoro e della vita, tutela ambientale, uscita dalla fortezza europea e dai suoi delitti e dall’euro, e poi antifascismo quello vero, istruzione pubblica, fermo alle privatizzazioni, welfare e accorto sistema previdenziale – che  mica è la rivoluzione nemmeno questo! – intanto ricomincerebbe a sperare.

Ma la montagna di queste elezioni . una specie di sondaggio in grande stile ad uso  dell’impero per valutare lo stato di slaute di remote province – largamente inutili rispetto alle nostre esistenze e ai nostri diritti e bisogni, non poteva che partorire un topolino. E in fondo una soddisfazione l’abbiamo avuta i due sorci più ributtanti stavolta sono in trappola.

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Una scuola da ricchi

bull Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Descrivere come un vantaggio l’assenza di stranieri o di studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, viola i principi della Costituzione e travisa completamente il ruolo della scuola”, parola di Valeria Fedeli.

Ecco, penserete voi, finalmente la ministra si è ravveduta e esce allo scoperto contro la Buona Scuola, quel modello di istruzione finalizzata alla distruzione definitiva della scuola pubblica,  esautorata dalla missione di formare esseri umani consapevoli della loro storia e del loro futuro. Ecco, vi sarete detti, se la prende con l’ideologia che ha ispirato una legge che incarica la scuola di promuovere la promozione della “competenza” in sostituzione della conoscenza, dell’insegnamento di nozioni sempre più specialistiche immediatamente spendibili  in un mercato del lavoro servile e precario, come nella distopia “Tempi moderni” dove l’operaio esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone, in modo da “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Ecco, avrete appreso con sollievo, dopo aver esaltato come quelli che sul loro profilo Fb alla voce “studi compiuti”, scrivono : scuola della vita, si è ricreduta e si dispiace di non aver potuto – o voluto – percorrere un cursus studiorum che l’avrebbe risparmiata da colluttazioni coi congiuntivi e dal coronamento di ambizioni legittime solo grazie alla cieca fidelizzazione a un’azienda. E finalmente di è risolta di sollevare i giovani di oggi e di domani dallo stesso umiliante destino.

Macché, in coincidenza pericolosa con una campagna preoccupante per il suo partito che avrebbe via via perso uno dei suoi bacini elettorali di riferimento, gli insegnanti e i genitori ancora vagamente illuminati, la ministra rivolge la sua deplorazione col marcio che salta agli occhi, quella schiuma giallastra sulla superficie di un mare inquinato, condannando con vibrante sdegno l’uso  che qualche scuola di punta ha fatto  di uno degli strumenti più esaltati e rivendicati della riforma che lei si è trovata già fatta, ma eseguita devotamente come Charlot coi bulloni: quei Rav, Rapporti di autovalutazione, opportunamente rivisitati,  che devono  fornire una rappresentazione dell’istituto, attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituire inoltre la base per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento.

Il fatto è che, invece di ricorrere a una delle virtù più apprezzate dal ceto di governo, l’ipocrisia, qualche “dirigente scolastico”  ha fatto proprio lo slogan del sito istituzionale che deve accogliere i rapporti (Scuola in Chiaro) e ha descritto con onestà e trasparenza  stato e obiettivi della sua gestione e finalità della sua pedagogia.

Perfino la Repubblica, il quotidiano de la crème de la crème che a un tempo apprezza la Giannini e celebra in occasioni speciali Don Milani, ma nell’inserto culturale, segnala che il liceo genovese D’Oria di Genova si compiace di essere la scuola di elezione di un’alta borghesia che non deve essere  molestata o rallentata nella sua ascesa al successo  da «poveri e disagiati che costituiscono un problema didattico», mentre l’omogeneità delle caratteristiche sociali in assenza di gruppi di studenti “particolari”   (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituisce “un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia”.  O che al classico parificato Giuliana Falconieri a Roma Parioli,   «Gli studenti dell’istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. La spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilita l’interazione sociale».  Come al Visconti di Roma che può vantarsi di essere  il liceo classico più antico di Roma che gode di fama e    prestigio anche a grazie alla presenza di molti personaggi illustri tra i suoi alunni e che si felicita per lo status sociale delle famiglie che lo scelgono per i loro rampolli, tutti di nazionalità italiana e nessuno diversamente abile, senza dire che la percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente».

Chissà come si è dispiaciuta la ministra di dover sottoporre a severo giudizio quei dirigenti scolastici che hanno assolto con più scrupolo i delicati incarichi  affidati loro dalla riforma: fare marketing per attrarre alunni e investimenti e quindi prestigio commerciale per i loro istituti, che la scuola deve comportarsi con il sapere come con arte e cultura, in modo che possano stare bene tra due fette di pane e portare profitti; che la scuola deve mettere in condizione di non nuocere, a immagine e reputazione, studenti provenienti da ceti disagiati e malmostosi, quindi esposti a rischi per l’ordine e la disciplina, che la scuola come la giustizia tollera e assolve solo le trasgressioni di chi ha e può godere di trattamenti privilegiati; che la scuola deve promuovere la meritocrazia secondo il pensiero unico, applicando i comandi secondo i quali si devono aggiudicare posti e carriere quelli che possono comprarseli con il denaro, l’appartenenza dinastica oppure, in qualche raro caso di self made men, con  l’ubbidienza, l’assoggettamento e la partecipazione ai nuovi crimini sociali, volontariato, corruzione, contratti atipici, in  quell’efferato programma che integra perfettamente gli obiettivi di distruzione del lavoro con quelli di distruzione dell’istruzione.
Ma d’altra parte quanti “comunisti” sia pure realisticmente revisionisti, quanti ferventi riformisti hanno mandato la loro prole in prestigiosi istituti privati con preferenza per scuole americane e tedesche in modo che possano dire e scrivere baggianate bilingue e attrezzati per diventare ignoranti si gran classe, pensando, quel che è peggio, di fare un investimento per il loro futuro. E quanto meglio avrebbero fatto a impegnare le loro risorse morali per salvare diritti, uguale accesso a sapere e conoscenza, a dar retta alle loro vocazioni e telanti piuttosto che ai propri sensi di colpa e alle proprie ambizioni frustrate, a insegnar loro a rispettare se stessi e a non fare agli altri quello che non vogliono sia fatto loro, che basterebbe in fondo questo comandamento a essere uomini migliori.

 

 


Lavorare con Furore

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Furore si chiama la diga in provincia di Agrigento, dove hanno trovato la morte due   operai che stavano effettuando lavori all’interno di una cisterna   precipitando da un’altezza di venti metri all’interno del serbatoio.

Furore, ma dovrebbe chiamarsi Collera .. e Sdegno, perché si muore sempre di più di lavoro criminale, di lavoro senza diritti e senza tutele, di lavoro senza sicurezza e protezione in un paese senza lavoro. Anche un altro lavoratore è morto così, nelle Marche, precipitato in un silos contenente mais. E anche un ragazzino impegnato in una di quelle provvidenziali misure “formative “ e propedeutiche a una occupazione precaria e incerta, per via di un tirocinio la cui pedagogia è quella dell’ubbidienza e della servitù, ha avuto un grave incidente (intervento chirurgico e prognosi di 40 giorni) anche quello passato sotto silenzio per non turbare il buonumore del giocondo  Ministro Poletti, fan della schiavitù cominciare dai banchi delle medie possibilmente in festosa concomitanza col calcetto. si tratta di un diciassettenne impegnato in un progetto di alternanza scuola-lavoro all’interno di una ditta specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali, che si è ribaltato dopo essere salito a bordo del muletto rimanendo schiacciato sotto il carrello elevatore.

Chissà di quante vittime non sappiamo nulla, dimenticate e rimosse nella caligine dell’irregolarità: minori, anziani, donne sottomesse a caporali o che producono in capannoni di un Bangladesh delocalizzato da noi, clandestini sotto il sole o sulla impalcature, che è necessario far sparire in fretta per non avere danni da quegli effetti collaterali che assomigliano ai civili decimati dalle bombe dello stesso impero che muove guerre a popoli, democrazie e diritti.

La fabbrica delle menzogne tratta la materia come se si trattasse infatti di inevitabili conseguenze, che vengono altrettanto fatalmente incrementate in presenza della “ripresa” e dell’aumento dell’occupazione promosso dal Jobs Act.

La fabbrica della verità, quella che si guarda intorno e vede e e capisce e non si fa prendere per i fondelli sa bene che l’avidità frustrata di imprese che producono più, che preferirebbero scommettere in borsa e se la prendono con i lavoratori che non si fanno carico e non collaborano remando a bordo della stessa barca, combinata con la fame nutrita da ricatti e intimidazione ha reso i posti di lavoro sempre più insicuri, sempre meno protetti, e esemplare è il caso dell’Ilva dove ci si ammala e si muore non solo di cancro, ma anche schiacciati da un tubo coem è successo a un giovane dipendente una ventina di giorni fa.

E per una volta dobbiamo compiacerci che in questo paese si sia in una perenne campagna elettorale che ha fatto sì che perfino un ministro di questo governo decide di non potersi rivelare scopertamente correo di politiche industriali feroci e delittuose, che hanno messo i lavoratori e i cittadini di fronte all’alternativa salute o lavoro, per poi togliere di prepotenza tutte e due le opzioni. Anche se c’è poco da credere a certe redenzioni:   il ministro Calenda ha  alteramente accusato il compratore Mittal di non mantenere i patti  stretti con lui e con il governo, che non corrisponderebbero a quelli pattuiti. Offesi dunque per quella oltraggiosa slealtà, quando invece sono d’accordo  sul licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18.

Cancellati i diritti, salvo quello alla fatica, in quella fabbrica e altrove chi ha la buona sorte di restarci dentro continuerà a morire. Come si muore in altre fabbriche, in grandi opere, in piccoli cantieri, dove si pratica una strana uguaglianza geografica e di dimensioni, al Nord e al Sud in multinazionali e in fabbrichette:  nei primi 8 mesi dell’anno  gli infortuni sono stati 421.969 con un aumento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quelli mortali denunciati sono stati 682, contro i 651 dell’analogo periodo dell’anno precedente: l’incremento e’ del 4,7%.

Per non parlare delle morti invisibili:  delle tante vittime, quelle cadute sul posto di lavoro e quelle vittime di incidenti nel tragitto da e verso casa, troppe non hanno diritto al risarcimento o all’indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione). È infatti necessario dimostrare che l’infortunio è legato all’occupazione  e che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Come se il 35-40% di quei morti sparisse,   straniero e dunque irregolare anche in patria.

Furore si chiama quella diga e è ora che un sacrosante furore ci faccia uscire  dalla clandestinità, dal silenzio e  dalla paura.


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