Macrì – macrò il virus argentino è una pandemia

mauricio-macri-presidente-2159337w620Sono passati appena sei mesi da quando l’imprenditore, patron calcistico, reazionario, burattino di Washington oltre che grande evasore fiscale Mauricio Macrì ha vinto le elezioni presidenziali argentine spacciando mirabolanti quanto incredibili promesse come povertà zero e – viene da ridere -lotta alla corruzione che nel caso specifico avrebbe dovuto essere lotta contro se stesso. Adesso la sua popolarità è caduta a zero nonostante il tentativo di far fuori per via giudiziaria e mediatica i suoi avversari: un mese fa dopo aver visitato assieme a Marchionne la fabbrica Fiat di Cordoba dove erano stati appena licenziati 6000 operai , è stato aggredito da una pensionata inviperita, senza che né il servizio d’ordine, né la bella presenza da figlio di papà ricco e azzimato riuscissero a fermarla. E già perché quel giorno agli operai era stata concessa una mezza giornata di libertà per evitare incidenti, probabili visto che non solo Marchionne licenzia e il tasso di disoccupazione sotto Macrì è aumentato dal 5, 3. al 7,5 per cento, anche grazie al licenziamento del 38% degli impiegati federali, ma rimane il fatto che i biglietti del trasporto pubblico sono raddoppiati, i medicinali sono saliti del 156%, la bolletta dell’acqua del 123%, il gas dall’ 80 al 300 per cento a seconda dei contratti, l’energia elettrica dal 124 al 500% e persino i beni alimentari del base sono cresciuti del 50 per cento seguendo le vicende dell’inflazione attestata al 26% l’anno. Questo senza che salari, stipendi e pensioni siano aumentato di un solo peso. Tutto insomma secondo il manuale liberista.

Macrì ha ridevastato l’Argentina ridando ai ricchi libertà di manovra e illudendo i cittadini che meno Stato avrebbe portato a una nuova ventata di benessere: l’unico atto concreto che ha compiuto al posto di racimolare qualche soldo per la povertà in rapida crescita come promesso, è stato un accordo con l’Fmi per ottenere un prestito di 7 miliardi dollari  con il quale pagare ad alcune banche statunitensi i famosi fondi avvoltoio (vedi nota). Ci sono insomma tutti i motivi per comprendere perché in sei mesi sia passato dalle stelle alle stalle, ma ciò che  non si comprende è come una maggioranza sia pure risicata di argentini abbia potuto credere  in promesse che sono l’esatto contrario dell’ideologia sfoggiata da Macrì, specie dopo la drammatica esperienza di Menem che aveva i medesimi burattinai a nord dell’equatore e le stesse idee. Come sempre il segreto è nell’informazione che nel Paese sudamericano è di fatto monopolizzato dal conglomerato Clarin – La Nacion con i suoi giornali riviste e televisioni, ma soprattutto con il monopolio di fatto, diviso con lo Stato, della fornitura di carta che consente di controllare anche tutto il resto, un complesso in grado di offuscare la realtà- E quindi non stupisce che Macrì oltre a fare ponti d’oro a Washington per ripagare l’appoggio elettorale ha anche tagliato il collegamento al satellite di Telesur e la chiusura della TV Senato per essere “mezzi di comunicazione che fanno solo propaganda comunista”.

Si tratta di un provvedimento sudamericano per così dire, ma che rivela una filosofia globale in atto dovunque sia pure con diversi mezzi: concentrazione dell’informazione in poche mani, negazione di realtà attraverso la creazione e ripetizione ossessiva di luoghi comuni speso contraddittori e privi di senso, incardinamento delle notizie dentro una bolla emozionale continua per impedire la formazione di una qualsiasi visione razionale e concreta. Certo le menzogne, le alterazioni, le manipolazioni, spesso la sospetta consistenza delle fonti sono pane quotidiano, ma non è questo il punto: dall’11 settembre, alla Siria, dai Marò a Dacca, dalla campagna per il Brexit alle statistiche economiche, dall’euro al terrorismo ciò che conta non è il fatto o il dato e il loro contesto, ma il substrato emozionale che può suscitare la loro interpretazione, le reazioni istintive che provoca, la dissoluzione della ragione nello strepito e nelle urla. E’ lo stesso metodo della pubblicità che non fornisce alcuna conoscenza, ma solo desideri. Poco importa che i marò, al di fuori di ogni protocollo di azione internazionalmente accettato, abbiano fatto fuori due pescatori in acque dove non si vede un pirata da seicento anni; basta dire che quelle acque sono infestate e riportarlo pure sulla gazzetta ufficiale così da fare una figura da cioccolatai; poco importa che le vittime di Dacca siano state prodotte dall’esasperazione per un ignobile sfruttamento schiavista volto a fare profitti anche del 1000 per cento sulle scarpe made in Italy, questo non ha importanza, anzi è necessario che eventi, circostanze e realtà non vengano mai collegate, che l’idea di mondo rimanga frammentaria.

Dentro questo meccanismo infernale la sindrome argentina fatta di illusioni e rabbiosa disillusione quando è troppo tardi, acquista un suo significato emblematico e possiamo verificarne la presenza in molte circostanze praticamente dovunque sul pianeta, almeno sul pianeta occidentale. Anche gli esempi italiani non mancano e Renzi ne è il più evidente: anche lui è un Macrì e come lui anche un macrò del potere.

Nota Nel 2005 il presidente argentino Nestor Kickner aveva proposto agli investitori di pagare al 75% i titoli di debito del Paese, per evitare terremoti economici che avrebbero potuto anche portare a un incapacità di restituire il 100% del debito. Le banche europee accettarono il compromesso, mentre quelle americane trovarono un giudice a New York che obbligò Buenos Aires non solo a pagare l’intero debito, ma anche multe, interessi, more astronomiche che di fatto portavano il debito a cinque volte tanto.

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