Mezzogiorno di Covid

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel libro di Bruno Vespa ‘Perchè l’Italia amò Mussolini e come ha resistito alla dittatura del virus’,   vengono riportate le risposte di Domenico Arcuri alle domande dell’autore sull’emergenza sanitaria, con la conferma che entro il 31 ottobre saranno consegnati alle scuole tutti i banchi necessari e con i dati che riguardano la riposta delle regioni:  la Valle d’Aosta avrebbe chiesto banchi nuovi per l’8 per cento della popolazione scolastica, il Veneto per il 14 per cento, l’Emilia Romagna per il 15%.  Il Lazio, invece,  per il 52%. La Campania per il 61% e la Sicilia per il 69% per cento.  

E’ chiaro che queste ultime regioni ne approfittano per rifarsi le scuole…” è stata la   conclusione sbrigativa del Commissario.

Subito salterete sulla sedia del semi-lockdown, scandalizzati per le solite accuse al nostro Sud, antropologicamente improduttivo, indolente e parassitario tanto da aver macchiato la reputazione dell’intero Paese che ha finito per essergli assimilato come propaggine africana e  pesomorto al collo dell’Europa, con tanto di pistola sul piatto di bucatini.

Macchè, vi sbagliate, il suo era un brusco elogio invece, riservato alla creatività e allo spirito di iniziativa del Mezzogiorno, grazie ai quali amministrazioni che hanno atteso invano i quattrini dell’Italia sicura-scuola di Renzi, dei fondi per mettere qualche pezza agli edifici lesionati dal terremoto di Messina, da quello dell’Irpinia, da quello di Napoli dell’Ottanta, delle risorse per gli stabili invasi dall’acqua con l’ultimo temporale di Palermo,  hanno deciso di ingegnarsi impiegando in modo più efficace i vergognosi finanziamenti stanziati per far correre i ragazzini giocando all’autoscontro con i banchi a rotelle.

Anzi, io lo vedo come un indiretto suggerimento, una “raccomandazione” come quelle che sono in questi giorni entrate nel vocabolario della giurisprudenza emergenziale.

Quello potrebbe proprio diventare un format di successo da trasferire in altre realtà: indirizzare i soldi dei cantieri delle 130 Grandi Opere che devono far ripartire il paese, completamento del Mose compreso e un domani il Ponte o il Tunnel dello stretto,  per realizzare  gli indilazionabili interventi di manutenzione  idrogeologica del territorio.

O anche dirottare i soldi che Bonomi reclama per un sistema di imprese, quelle sì parassitarie se da anni non investono in ricerca, tecnologie e sicurezza e dignitose retribuzioni per impegnare gli utili nella roulette del casinò finanziario, al fine di promuovere un new deal di difesa del suolo, ridare respiro al comparto agricolo, sostenere le imprese del Sud cannibalizzate dal fisco e dalle multinazionali assistite, tanto per fare un nome tra tanti, dal Invitalia il cui Ad si chiama casualmente Arcuri, o da Cassa Depositi e Prestiti dove potrebbe ricoprire presto una autorevole poltrona, o per mettere fine al martirio di Taranto.  

So già che mi risponderete che la colpa di un’Italia troppo lunga e a due velocità è delle regioni meridionali.

So già che  mi rifarete l’esempio dei forestali in Sicilia,  so già che mi ricorderete che la Calabria si distingue per l’esportazione profittevole della ‘ndrangheta, che perfino la mafia ha abbandonato quei territori inospitali per trovare nuovi mercati, che a Napoli la marmaglia si è fatta ancora una volta riconoscere dando vita a tumulti inoltrati dalla camorra, che gli ospedali ci sono ma spesso sono obsoleti prima di entrare in funzione, come mille altre cattedrali nel deserto, che se la Salerno Reggio Calabria è diventata spunto per il  barzellettiere e caso di studio dei sociologi del familismo amorale, mentre l’Autostrada del Sole resta un fulgido esempio di buon governo delle infrastrutture.

E aggiungerete che  è inevitabile che le grandi crisi siano motori di disuguaglianze, da quella petrolifera a quella iniziata nel 2008, attraversando la deregulation finanziaria e l’integrazione dei mercati, i grandi shock  globali, i conflitti coloniali e i conseguenti fenomeni migratori, e che a risentire da noi siano state in contemporanea non casuale  la crescita nazionale figlia del boom e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

E che bisogna aggiungere la sottoscrizione del Trattato di Maastricht  e le politiche di austerità inserite nei criteri di convergenza alla moneta unica che obbligano all’abbandono dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno convergente, come una condanna anche semantica, nell’intervento ordinario per le aree depresse. 

Sicché può darsi che le interpretazioni della questione meridionale da Fortunato a Nitti, da Salvemini a Cafagna fossero opinabili, che il ruolo salvifico dello Stato imprenditore come impostato da Pasquale Saraceno e che le azioni della Cassa del Mezzogiorno o quelle delle Partecipazioni Statali fossero destinate  fisiologicamente a patire delle patologie nazionali, ma è innegabile che fino agli anni Settanta e prima dell’adesione all’Ue monetaria, lo sviluppo del Paese era immaginato come il “progresso” di un sistema produttivo unico, duale ma connesso e interdipendente, in modo che il ritardo di uno non comprometta la crescita dell’altro.

E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata  una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

Qualcuno attribuisce quella “rottura” anche morale oltre che economica, politica e sociale, anche al regionalismo, che separa fatalmente i destini delle due “aree” tanto che si comincia a parlare  di una questione “settentrionale” , dell’opportunità di mantenere o convogliare le risorse e gli sforzi al Nord per consentire a poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E c’è da dargli ragione pensando alla pretesa più che mai paradossale dopo le prestazioni ai tempi della peste, dei tre governatorati che esigono maggiore autonomia con reclami e proclami di marca secessionista, in materie che vanno dalla scuola alla sanità, all’università.  

Il fatto è che invece di guardare a Salvini e alla Lega cattiva come incarnazioni del Male e del separatismo irrazionale e antidemocratico si dovrebbe vigilare su quello in doppiopetto, quello di Sala, di Gori, di Arcuri, appunto, che inseguono  la retorica leghista del prima gli italiani con prima il Nord, con la narrazione della locomotiva dell’operoso Nord costretta a trascinarsi dietro la zavorra del Sud indolente e scansafatiche.

E dire che proprio il commissario all’emergenza – ma non si può cavar sangue dalle rape – dovrebbe sapere che la pandemia ha rivelato i problemi della fertile Pianura padana che in virtù di un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con effetti accertati sulla salute.

Dovrebbe sapere che un altro fenomeno patologico non è effetto del contagio della mafie del Sud, ma della sovrapposizione e integrazione degli interessi  dei mercati legali e di quelli illegali, che ha come teatri le banche, le finanziarie, interi comparti, i servizi, tanto che in alcune aree del Settentrione la criminalità organizzata è diventata il più importante vettore se non l’unico vettore  dello sviluppo locale.

Furono gli arabi a dire che l’Italia è un Paese troppo lungo, difficile da asservire. Avevano torto.

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One response to “Mezzogiorno di Covid

  • M Jama Farah

    E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

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