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Hic sunt ladrones

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso: uno si immagina che le “anime nere”, i Grandi Intriganti abbiano  fattezze diaboliche, un ghigno maligno, menti labirintiche che rispondono a cuori di tenebra.

Invece qui come ti giri  incappi nel faccione scialbo e nei borbottii di Domenico Arcuri e dell’ente che dirige e che fino a non molto tempo fa veniva considerato come una di quelle scatole vuote nelle quali parcheggiare proverbiali incapaci in attesa di destinazione innocua.

Ormai non si può far nulla senza di lui, non c’è grande affare o affaruccio, torbido o traffico opaco nel quale non sbuchino fuori il suo nome, il suo sguardo inespressivo e spento, moltiplicato per tutti  i suoi conflitti di interesse, la molteplice poliedricità dei suoi incarichi. Quelli svolti o sotto l’egida del ruolo di supercommissario: app, banchi a rotelle e non, mascherine, vaccini, siringhe, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi” o per dare temporaneo ricetto a morti in attesa di conferimento in apposite discariche,  o in qualità di Ad di Invitalia, la società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, autorizzata a entrare, con un tetto fino a 10 milioni dei nostri soldi, nel capitale di grandi imprese per persuaderle a “rischiare” in un Paese inaffidabile e sfigato come il nostro (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/16/onnipresenti-indecenti-boiardi-boia/ ).

Così si materializza un sistema di aiuti di Stato per sovvenzionare multinazionali criminali immuni e impunite come nel caso di Arcelor Mittal, una particolare tipologia di “ristori” per azionariati che si riproducono invece di produrre, grazie a acrobazie e giochi di prestigio finanziari, mentre invece, tanto per fare un esempio,  il Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa del Ministero dello sviluppo economico, che pre a dar credito al susseguirsi di Dpcm,  dovrebbe rivolgersi a tutte le società, indipendentemente dal numero dei dipendenti, che sono in stato di sofferenza a seguito della pandemia, ha una dotazione complessiva di 300 milioni.

E ecco che scopriamo che Invitalia grazie all’alleanza di due menti visionarie e immaginifiche, il suo Ad e il ministro del Mibact Franceschini, si schiude al mondo della cultura e dell’arte, in veste di “Centrale di Committenza” per la progettazione della nuova arena tecnologica del Colosseo, lanciando un bando da 18,5 milioni.

Una volta un sottosegretario ai Beni culturali disse del Colosseo che era “un inutile dente cariato”, definizione icastica e estrema, che non deve stupire, visto che la selezione del personale politico incaricato di combinare valorizzazione e conservazione del nostro patrimonio ondeggia tra quelli che vogliono farci  cassetta, quelli che rimpiangono che non sia salame da poter mettere tra due fette di pane, quelli che pensano sia un peso molesto da sopportare perché condiziona e ostacola la libera iniziativa  che buca il sottosuolo, promuove alta velocità, tira su palazzoni che restano vuoti, e quelli che ci vogliono aggiungere quel pizzico di digitale, per modernizzarla, adattarla alle esigenze di consumatori onnivori e superficiali e ricavarci qualche utile per startup, studi i amici degli amici.

Di esemplari ne abbiamo visti sfilare in questi anni: sindaci con il book dei monumenti da offrire a mecenati dei mocassini, a sponsor del Qatar, vogliosi di fare ostensione della loro generosità in forma di logo, marchio, griffe o di metterci un piede e le mani sui musei dopo aver comprato pezzi di città e squadre di calcio.

Abbiamo visto ministri che si accordavano per lunghi comodati in cambio di valorizzazioni delle quali non abbiamo riscontro, come nel caso di Della Valle o delle Fendi; primi cittadini che concedono siti archeologici per tenere convention, sfilate, cene aziendali e matrimoni.

Abbiamo anche a suo tempo intercettato una di quelle meteore che dovevano riformare il partito riformista indicare come soluzione per Pompei che cadeva a pezzi, di fare una smart city, grazie a “un  progetto che unisce l’innovazione tecnologica con l’innovazione sociale con lo scopo di andare verso uno Smart and Resilience Archaeological Park per poi generare uno Smart@LAND ossia un territorio che comprenda le zone limitrofe a Pompei (Buffer zone) gestito in maniera sostenibile e inclusiva”.  

Va  a sapere perché il Colosseo, anche se si è tentati di dar ragione a quel sottosegretario, sia da sempre oggetto del desiderio di metterci le mani, di guadagnarci sopra, di sfruttarlo, di consumarlo, se non per il fatto che sia rappresentativo di un Paese  dissanguato, lasciato marcire, abbandonato e disgregato, tanto che. come l’anfiteatro Flavio, per svenderlo nell’outlet globale non resta che imbellettarlo con qualche accorgimenti che copra le falle della mancata manutenzione, dalla carente cura e tutela, con le trovate dell’informatica, del virtuale, del digitale, le stesse che  in attesa dell’intelligenza artificiale nascondono l’insufficienza di quella naturale.

Così l’ideona che da anni circolava nella testolina del ministro e che ora, proprio ora, trova realizzazione è quella di creare , cito dall’intervista concessa al quotidiano confindustriale, “una struttura high tech, ma reversibile e non invasiva”, grazie a un “grande intervento tecnologico, che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

L’anfiteatro dovrà tornare ad essere “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”.

Non so a voi ma a me fa agghiacciare il sangue questa fantasia onirica proprio mentre i musei, gli archivi e le biblioteche sono chiuse, quando manca il personale addetto e non viene garantito il turnover delle risorse specializzate, mentre le città d’arte il cui destino unicamente turistico era segnato, tirano giù la serranda delle sedi dei loro tesori, quando i siti archeologici deserti non vengono più sottoposti alla manutenzione che già prima era estemporanea e esclusivamente dedicata alla riparazione di danni rivelati drammaticamente.

E’ che il ministro deve essersi fatto ispirare dai documentari di Focus più che dai testi di storia, per imitare i decisori da Domiziano ai Severi, fino a Berlusconi, che conoscevano bene il potenziale dello spettacolo in qualità di strumento di consenso, così in mancanza di pane e di brioche tenta di crearsi una popolarità con circenses in grado di riprodurre la grandezza del passato grazie a montacarichi azionati da argani usati per far comparire al centro dell’arena , attraverso botole e piani inclinati , gladiatori, animali e macchine sceniche, allagamenti per mettere in scena naumachie e certami.

E’ una grande sfida”, si compiace Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, persuasa che la  ricostruzione offrirà al monumento da sempre più visitato d’Italia “nuove potenzialità”, quella di una visita più suggestiva per i turisti e dello sfruttamento di una così speciale  location per eventi culturali “sempre di alto livello”.

Insomma nel 2021, possiamo allinearci con i fastosi luna park mondiali, con le capacità imitatrici degli hotel di Las Vegas, con la rivisitazione non solo virtuale delle grandi città  del Miniatur Wunderland di Amburgo, con la Venezia rifatta in Cina, con gli acquapark che simulano le onde marine della costa romagnola, con Mirabilandia e pure con i “son e lumière” che infelicitano le visite nella Valle dei Templi, per guadagnarci così la reputazione  macchiata da incuria a Pompei, da abusi a Agrigento, dalla rovina in cui versano i 12 chilometri di mura Aureliane, dall’abbandono della necropoli di Norcia, dall’ammasso di macerie del Castello di Mirandola, dai 74 ettari della struttura fortilizia di Alessandria ridotti a discarica, dallo stato dell’Appia Antica dove gli unici sorveglianti in vista sono i militari di Strade Sicure che fanno la guardia alle ville di prestigiosi residenti.

Eccome che è una grande sfida in neo-Colosseo, anzi è un sogno che si realizza, presto le agenzie di lavoro interinale potranno selezionare una innovativa tipologia di precari, che più precari di così si muore, gladiatori che duellano di accoppano tra loro – e non è una novità – e aspiranti al martirio, senza preclusioni di razza e credo religioso.


Onnipresenti & Indecenti, Boiardi & Boia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi meglio che al dinamico Arcuri potrebbe adattarsi la definizione marinettiana di “simultaneista” , quella più arcaica di “ubiquo”?

Lui, il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, in quanto tale pusher di banchi a rotelle, di app,  di mascherine, di vaccini, di tachipirina, le cui produzioni ha selezionato con quell’ingegnosa lungimiranza che gli deriva dall’incarico di Ad di Invitalia, con principeschi emolumenti, che perfino la scafata Corte dei Conti ha ritenuto esagerati, commisurato all’efficacia degli interventi realizzati dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A.,  società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia.

Una volta li chiamavano boiardi, oggi sbrigativamente potremmo definirli boia, visto che gran parte delle azioni intraprese da enti come Invitalia (o Cassa Depositi e Prestiti)  e gestite da faccendieri (come Arcuri) approfittano della fine ingloriosa di aziende nazionali per favorire l’infiltrazione  a norma di legge di multinazionali e colossi sfrontati e tracotanti che applicano le leggi economiche del colonialismo anche nei Terzi Mondi interni all’Occidente.

E difatti da un po’ anche prima del Covid che ha riportato alla ribalta un vecchio attore del varietà che era stato retrocesso a trovaroba o a cercare polli da spennare per finanziare l’opera dei pupi, gli elzeviristi del Sole 24Ore o del giornale unico della Gedi raccomandano una ripresa ardimentosa degli “investimenti” non solo come   fattore a sostegno della domanda aggregata ma anche “come motore funzionale alla produttività di lungo termine e alla crescita potenziale”, combinando risorse pubbliche e risorse private. E meglio se, queste ultime, sono garantite dai bilanci statali “ospiti” e beneficati, sia pure con forme e diciture che le differenzino dai proibitissimi aiuti di Stato, concessi solo se cambiano nome grazie a stravolgimenti semantici graditi alle cancellerie.

E così anche se la radiosa visione cui guarda l’Esecutivo e la cui concretizzazione è appunto a affidata a questo poliedrico uomo della Provvidenza è quella di un Paese digitalizzato, dello sviluppo di infrastrutture e settori ad alto contenuto innovativo (ad esempio la banda larga ultraveloce) e che sappia “ridurre drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti e migliorare l’efficienza energetica dell’economia”, come annunciò a Villa Pamphili Conte anticipando il suo Programma nazionale di riforma (Pnr), canovaccio del Recovery Plan, da offrire come atto di fede alla Commissione, tocca occuparsi anche di certi vecchiumi lasciati impolverarsi negli anni sotto strati di fuliggine tossica.

Così sia pure a malincuore, la Ministra del Lavoro si è piegata a definire “strategico per la crescita e l’occupazione il settore siderurgico e insieme ai colleghi   Gualtieri e Patuanelli ha dialogato in teleconferenza  con i Sindacati dei metalmeccanici sulle complesse questioni del gruppo Ilva oggi in locazione (propedeutica all’acquisto) ad Arcelor Mittal (riluttante a pagare il fitto dopo gli oltraggi subiti con la messa in discussione delle doverose immunità e impunità )  tramite la sua controllata AmInvestco Italy.

E ecco saltar fuori dal cilindro del prestigiatore come il proverbiale coniglio (il paragone è voluto a vedere l’ardimentosa  baldanza dimostrata nelle sue varie funzioni) proprio l’Arcuri stavolta con la casacca di Invitalia,  che informando sui progressi  ottenuti dalla  trattativa che potrebbe portare la sua società nel capitale di AmInvestco, anche con quote di maggioranza, ha delineato la sua strategia per Taranto che punta a al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e dell’Altoforno n.1, tuttora in esercizio, e con l’acquisizione di 2 forni elettrici per conservare una capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate annue, “in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali”, che non sappiamo se si riferiscano a prima o dopo la dinamica ristrutturazione prevista da Arcelor Mittal: oltre cinquemila licenziamenti (come previsto nel piano industriale a fronte della richiesta di 2 miliardi)   anticipati dai tre di questi giorni e da 250 lettere di sospensione per gli operai che si sono macchiati del reato di “solidarietà”  .

Prende proprio uno stanco scoramento ad assistere alle acrobazie miserabili che compiono gli equilibristi in forza al  padronato imperiale. Si sa che Arcelor Mittal ha deciso di comprarsi quello che aveva definito un ferrovecchio unicamente per isolare e poi far morire un concorrente molesto dei suoi siti in Europa,  Dunkerque e Fos sur mer in Francia, si sa che per questo e grazie all’impunità concessale non intende investire in sicurezza, compatibilità ambientale e bonifiche, si sa che i cordoni della sua borsa sono talmente stretti da non sganciare nemmeno i quattrini del fitto.

Eppure Invitalia munificamente è disposta a entrare nel capitale di Aminvestco Italy, caricandosi della perdite e dei debiti che non ha prodotto senza pretendere che vengano ripianate dai responsabili.

Eppure pur diventando socio di maggioranza, forse per quella modestia che caratterizza il suo vertice o per non scontentare da subito il bizzoso partner, non ha stabilito in capo a chi verrebbe affidata l’effettiva conduzione.  Eppure non ci sarebbe  stata alcuna previsione concreta e fattibile  sui volumi produttivi cui si aspira rispetto a quelli attuali (meno di 4 milioni di tonnellate e con un sanguinoso ricorso  alla cassa integrazione), se l’ipotesi di riportarla ai desiderabili  8 milioni si scontra con gli interessi concorrenti dell’avido socio e non chiarisce quali sarebbero poi le relazioni con gli atri produttori di acciaio italiani.

Eppure se fosse vera la promessa di mantenere i livelli occupazionali, che fine farebbero i fisiologici “esuberi”  estromessi dall’acquisizione dei forni elettrici?

Eppure non avrebbe dovuto essere preliminare alla promozione di negoziati, la predisposizione di una strategia per la messa in sicurezza, la bonifica a carico dei responsabili, il risarcimento, tutte azioni che si dovranno obbligatoriamente perseguire quale che sia il destino della fabbrica e della città martire che ha patito il suo destino?

Devo fare autocritica, per anni ho scritto convintamente che il futuro dell’Ilva non poteva che essere quello della statalizzazione. Ma era davvero un’attesa fideistica e illusoria, non era un’utopia era semmai un tranello acchiappacitrulli nel quale come altre anime belle era caduta con le scarpe, pensando davvero che questi “servitori dello Stato”  dalle loro scrivanie, dai loro uffici con le piante di ficus, dopo aver regalato la pubblica Italsider ai Riva, avergliela tolta per affittarla ai Mittal, diventassero i demiurghi capaci di conciliare profitto, tutela dell’ambiente e garanzie per i lavoratori.

Era davvero una chimera  non ritenere che la soluzione al problema stesse nel far tornare in mano pubblica un’attività strategica così incautamente privatizzata, perché davvero era quella la “soluzione”, ma convincersi che quel processo potesse essere portato avanti da un ceto di lestofanti, di inetti, di criminali in guanti gialli, che praticano l’assistenzialismo a beneficio dei ricchi perché diventino sempre più ricchi e spietati e noi sempre più poveri e umiliati.


Piccolo è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sembrano antichi lo slang e il repertorio di slogan degli anni ’70  e ’80, a vedere come si sono mangiati la Milano da bere, come hanno sistemato per le feste  in malora il “sistema Paese”, cosa è successo dei “distretti” del pingue NordEst e del loro modello di internazionalizzazione regredito per i più dinamici a qualche delocalizzazione infame.

E “piccolo è bello”? Piccolo è bello nella versione aggiornata dal Covid sta diventando “piccolo è morto”. La creatività italiana che aveva trovato applicazione in un tessuto di piccole e medie imprese guidate da imprenditori  intraprendenti era già in sofferenza, modesti segnali di vita erano rappresentati da qualche startup di ragazzi che si erano bevute le leggende di iniziative industriali e tecnologiche nate in garage e cantinette delle villette bifamiliari, selezionati per accreditare la fuffa dell’assistenza pubblica tramite Invitalia.

Per non parlare dei macroscopici interventi in favore delle imprese contenuti nel decreto legge 19 maggio 2020 n.34 (cosiddetto decreto ‘Rilancio’), grazie alla ripresa e il potenziamento di ‘Industria 4.0’ e l’affiancamento di analoghi incentivi per ‘Fintech 4.0’ e all’istituzione del Fondo (che ora ha già una dotazione di 44 miliardi di euro) gestito da Cassa Depositi e Prestiti per il sostegno pubblico alle aziende medio-grandi.

Medio- grandi appunto, perché Cassa Depositi e Prestiti svolge ormai il compito di dare sostegno al capitale di multinazionali presenti in Italia e delle grandi aziende italiane di nome più che di fatto, attraverso investimenti unicamente finanziari che non prevedono condizioni né interferenze e con limiti di tempo lunghi e favorevoli ai debitori.

Come è dimostrato anche del suo recente impegno in aiuto del settore alberghiero che si sta materializzando con l’acquisizione di resort  che vanno a far parte del pacchetto alberghiero di Valtur, con cospicui aiuti al gruppo Forte e con un progetto, che cade proprio a fagiolo di questi tempi, per la conversione di un ex ospedale di Venezia in  Hotel a cura del Club Med.

In realtà da anni che gli scandali bancari, i traffici delle casse di risparmio, i fallimenti e i salvataggi estremi raccontavano di finanziamenti a grandi imprese speculative possedute dagli spiriti animali dell’avidità e dell’accumulazione,  che dovevano coprire spericolati investimenti nel casinò azionario e borsistico,  di concessione di prestiti a fondo perduto a   locali  che vantavano corsie privilegiate in appalti opachi non sempre andati a buon fine, coperture avventate a ancora più sconsiderate operazioni di amministratori locali.

A dimostrazione che i quattrini vanno a chi li ha già o a chi “garantisce” che li farà, grazie a affiliazione, fidelizzazione clientelare, spregiudicatezza e sbrigativa indole trasgressiva.

E da anni sapevamo che questo principio valeva anche per le opportunità offerte dagli aiuti proibiti dall’Ue, principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato, a meno che non cambi nome grazia a uno stravolgimento semantico e legale che permette all’Italia di garantire il prestito alla Fca di 6,3 miliardi e al Mef di approvarlo. E che l’accesso ai programmi di sviluppo europei è stato pensato e realizzato per favorire le cancellerie e gli stati vassalli, ma anche selezionando realtà strutturate, che assicuravano appoggi e crediti “sicuri” da parte dei potentati nazionali.  

E mentre ancora ci si trastulla con la forma che dovranno assumere le elemosine condizionate per essere coerenti con la nuova austerità  la Commissione ha già pensato a un  bilancio e a strategie comuni per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus che dovrebbe mobilitare investimenti soprattutto privati (almeno 1500 miliardi di euro)in un’Europa verde, di­gitale, resiliente e dunque nei settori e nelle tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili.

 E per tornare a quelle belle formule socio-liriche degli anni passati non si capisce se si tratti del libro dei sogni di un ceto visionario o più probabilmente di una presa dei fondelli di una nomenclatura che ha contribuito per anni alla demolizione della ricerca volta all’innovazione, di un indifferenza ai temi ecologici volta a accreditare soluzioni di mercato e commerciali ai problemi prodotti dal mercato, e che adesso si sorprende di essere ridotta a espressione geografica e economica, subalterna a un impero in disfacimento.

Figuriamoci, se non sono pronte a questa sfide le imprese strutturate, le dinastie industriali, le multinazionali cannibali che comprano solo per mandare in rovina e levare dal mercato competitor molesti, tutti soggetti che da anni e anni non mettono un soldo in sperimentazione, cultura industriale, sicurezza, meno che mai possono farlo le piccole e medie imprese, quelle della catena, dei subappalti dell’outsourcing. Quelle che non possono nemmeno assicurarsi quel tanto di corruzione, monopolio dei grandi gruppi, per evitare controlli occhiuti esercitati quasi esclusivamente su scala minore, incravattati come sono dalle tasse senza possibilità di fuga alle Cayman.

Ci si è messo il Covid, o meglio le misure che hanno ovviamente esonerato le major, addette a attività essenziali, come le fabbriche di dispositivi bellici, le catene della grande distribuzione, immediatamente convertitesi al brand sanitario, i supermercati con le consegne online, impiegate ormai da case editrici,  vendite di prodotti cosmetici, abbigliamento (ormai ridotto a tute e biancheria adatta al domicilio coatto, come insegna Intimissimi).

Produzioni minori e vendite al dettaglio sono già finite e condannate e con esse i dipendenti, i lavoratori cui si immagina di elargire oboli diretti invece di pensare a investimenti per salvare l’attività, in contrasto con un altro delle massime del passato, che insegnava che bisogna aiutare i paesi sottosviluppati non regalando il pesce ma dando loro la lenza e l’amo.

Il nostro Terzo Mondo interno, quello dei piccoli, degli isolati,  invece dovrà patire tutte i mali dell’imperialismo, compresi gli usi mutuati dalla criminalità, quella apertamente illegale e quella che agisce a norma di legge.

Perché si sa che le emergenze piacciono alle mafie in coppola o con i colletti bianchi ben addestrati ai mondi di sopra e di mezzo: favoriscono l’allargamento dei pubblici su cui agire in veste di racket e di usura. E poi promuovono l’acquisizione di imprese in crisi, incravattate e pronte a essere fagocitate a basso prezzo nel grande outlet allestito ben prima della pandeconomia.


Mezzogiorno di Covid

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel libro di Bruno Vespa ‘Perchè l’Italia amò Mussolini e come ha resistito alla dittatura del virus’,   vengono riportate le risposte di Domenico Arcuri alle domande dell’autore sull’emergenza sanitaria, con la conferma che entro il 31 ottobre saranno consegnati alle scuole tutti i banchi necessari e con i dati che riguardano la riposta delle regioni:  la Valle d’Aosta avrebbe chiesto banchi nuovi per l’8 per cento della popolazione scolastica, il Veneto per il 14 per cento, l’Emilia Romagna per il 15%.  Il Lazio, invece,  per il 52%. La Campania per il 61% e la Sicilia per il 69% per cento.  

E’ chiaro che queste ultime regioni ne approfittano per rifarsi le scuole…” è stata la   conclusione sbrigativa del Commissario.

Subito salterete sulla sedia del semi-lockdown, scandalizzati per le solite accuse al nostro Sud, antropologicamente improduttivo, indolente e parassitario tanto da aver macchiato la reputazione dell’intero Paese che ha finito per essergli assimilato come propaggine africana e  pesomorto al collo dell’Europa, con tanto di pistola sul piatto di bucatini.

Macchè, vi sbagliate, il suo era un brusco elogio invece, riservato alla creatività e allo spirito di iniziativa del Mezzogiorno, grazie ai quali amministrazioni che hanno atteso invano i quattrini dell’Italia sicura-scuola di Renzi, dei fondi per mettere qualche pezza agli edifici lesionati dal terremoto di Messina, da quello dell’Irpinia, da quello di Napoli dell’Ottanta, delle risorse per gli stabili invasi dall’acqua con l’ultimo temporale di Palermo,  hanno deciso di ingegnarsi impiegando in modo più efficace i vergognosi finanziamenti stanziati per far correre i ragazzini giocando all’autoscontro con i banchi a rotelle.

Anzi, io lo vedo come un indiretto suggerimento, una “raccomandazione” come quelle che sono in questi giorni entrate nel vocabolario della giurisprudenza emergenziale.

Quello potrebbe proprio diventare un format di successo da trasferire in altre realtà: indirizzare i soldi dei cantieri delle 130 Grandi Opere che devono far ripartire il paese, completamento del Mose compreso e un domani il Ponte o il Tunnel dello stretto,  per realizzare  gli indilazionabili interventi di manutenzione  idrogeologica del territorio.

O anche dirottare i soldi che Bonomi reclama per un sistema di imprese, quelle sì parassitarie se da anni non investono in ricerca, tecnologie e sicurezza e dignitose retribuzioni per impegnare gli utili nella roulette del casinò finanziario, al fine di promuovere un new deal di difesa del suolo, ridare respiro al comparto agricolo, sostenere le imprese del Sud cannibalizzate dal fisco e dalle multinazionali assistite, tanto per fare un nome tra tanti, dal Invitalia il cui Ad si chiama casualmente Arcuri, o da Cassa Depositi e Prestiti dove potrebbe ricoprire presto una autorevole poltrona, o per mettere fine al martirio di Taranto.  

So già che mi risponderete che la colpa di un’Italia troppo lunga e a due velocità è delle regioni meridionali.

So già che  mi rifarete l’esempio dei forestali in Sicilia,  so già che mi ricorderete che la Calabria si distingue per l’esportazione profittevole della ‘ndrangheta, che perfino la mafia ha abbandonato quei territori inospitali per trovare nuovi mercati, che a Napoli la marmaglia si è fatta ancora una volta riconoscere dando vita a tumulti inoltrati dalla camorra, che gli ospedali ci sono ma spesso sono obsoleti prima di entrare in funzione, come mille altre cattedrali nel deserto, che se la Salerno Reggio Calabria è diventata spunto per il  barzellettiere e caso di studio dei sociologi del familismo amorale, mentre l’Autostrada del Sole resta un fulgido esempio di buon governo delle infrastrutture.

E aggiungerete che  è inevitabile che le grandi crisi siano motori di disuguaglianze, da quella petrolifera a quella iniziata nel 2008, attraversando la deregulation finanziaria e l’integrazione dei mercati, i grandi shock  globali, i conflitti coloniali e i conseguenti fenomeni migratori, e che a risentire da noi siano state in contemporanea non casuale  la crescita nazionale figlia del boom e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

E che bisogna aggiungere la sottoscrizione del Trattato di Maastricht  e le politiche di austerità inserite nei criteri di convergenza alla moneta unica che obbligano all’abbandono dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno convergente, come una condanna anche semantica, nell’intervento ordinario per le aree depresse. 

Sicché può darsi che le interpretazioni della questione meridionale da Fortunato a Nitti, da Salvemini a Cafagna fossero opinabili, che il ruolo salvifico dello Stato imprenditore come impostato da Pasquale Saraceno e che le azioni della Cassa del Mezzogiorno o quelle delle Partecipazioni Statali fossero destinate  fisiologicamente a patire delle patologie nazionali, ma è innegabile che fino agli anni Settanta e prima dell’adesione all’Ue monetaria, lo sviluppo del Paese era immaginato come il “progresso” di un sistema produttivo unico, duale ma connesso e interdipendente, in modo che il ritardo di uno non comprometta la crescita dell’altro.

E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata  una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

Qualcuno attribuisce quella “rottura” anche morale oltre che economica, politica e sociale, anche al regionalismo, che separa fatalmente i destini delle due “aree” tanto che si comincia a parlare  di una questione “settentrionale” , dell’opportunità di mantenere o convogliare le risorse e gli sforzi al Nord per consentire a poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E c’è da dargli ragione pensando alla pretesa più che mai paradossale dopo le prestazioni ai tempi della peste, dei tre governatorati che esigono maggiore autonomia con reclami e proclami di marca secessionista, in materie che vanno dalla scuola alla sanità, all’università.  

Il fatto è che invece di guardare a Salvini e alla Lega cattiva come incarnazioni del Male e del separatismo irrazionale e antidemocratico si dovrebbe vigilare su quello in doppiopetto, quello di Sala, di Gori, di Arcuri, appunto, che inseguono  la retorica leghista del prima gli italiani con prima il Nord, con la narrazione della locomotiva dell’operoso Nord costretta a trascinarsi dietro la zavorra del Sud indolente e scansafatiche.

E dire che proprio il commissario all’emergenza – ma non si può cavar sangue dalle rape – dovrebbe sapere che la pandemia ha rivelato i problemi della fertile Pianura padana che in virtù di un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con effetti accertati sulla salute.

Dovrebbe sapere che un altro fenomeno patologico non è effetto del contagio della mafie del Sud, ma della sovrapposizione e integrazione degli interessi  dei mercati legali e di quelli illegali, che ha come teatri le banche, le finanziarie, interi comparti, i servizi, tanto che in alcune aree del Settentrione la criminalità organizzata è diventata il più importante vettore se non l’unico vettore  dello sviluppo locale.

Furono gli arabi a dire che l’Italia è un Paese troppo lungo, difficile da asservire. Avevano torto.


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