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I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


A scuola di smart virus

digi Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi sempre nel passato si è data una ulteriore  legittimazione alle guerre magnificando la necessità delle ricostruzioni che avrebbero la funzione salvifica di rimettere in moto lo sviluppo dopo crisi e recessioni. a guadagnarci era la categoria vasta dei  profittatori, speculatori, produttori di armi e scarponi con la suola di cartone convertitisi al cemento e alla compravendita di beni immobiliari,  in combutta naturale con generali, governi e poteri politici incaricati di mettere a frutto le emergenze per trasformarle in opportunità per la vasta cerchia padronale.

Quindi adesso possiamo aspettarci i benefici effetti  “collaterali” del Grande Sternuto che sta già facendo crollare titoli borsistici, che assesta colpi durissimi al turismo, che mostra i guasti e i limiti della ideologia applicata al governo dell’Occidente,  quella che ha imposto la fine del welfare e dell’assistenza sanitaria pubblica (con il taglio di almeno 28 miliardi in 10 anni), ridotto poteri e competenze degli stati in favore di sovranità sopranazionali,  eroso partecipazione dei cittadini ai processi decisionali sicchè in condizioni di allarme sono sballottati nei vagoncini della galleria degli orrori. Ma che darà nuovo vigore all’industria farmaceutica, a quella solo apparentemente immateriale delle assicurazioni e dei fondi, che valorizza l’azione dei somministratori di panico e dei fornitori di distrazioni di massa, che va in soccorso della concorrenza sleale di chi si propone di contrastare la lunga marcia al successo industriale e commerciale di superpotenze che hanno fatto irruzione sul mercato globale.

E siccome a pagare è sempre chi sta sotto, perché le pestilenze, come le catastrofi non più naturali e anche le malattie non sono una livella ugualitaria, colpiscono i più esposti, i più deboli, quelli che non si tutelano, proprio come nei secoli neri, i sottoalimentati, quelli che non possono fare prevenzione, i sans dents, saranno pochi comunque i risparmiati dalla malattia,  dallo stato di eccezione, dalla  sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro  e  dai danni economici e sociali conseguenti alle serrate di scuole, uffici, stazioni, aeroporti, ditte, banche: Intesa San Paolo in perfetta coincidenza chiude 11 filiali, tanto che possiamo perfino supporre che a fronte della destinazione a lazzaretti di reparti e padiglioni chiusi dalle regioni in gara per il federalismo,  cliniche che fino ad oggi riservavano il loro trattamento de luxe alle malattie sociali del benessere, siano già pronte trasformarsi in relais e chateaux per  isolamenti raffinati ed esclusivi.

Perché va riconosciuto il talento degli sciacalli, che sanno sempre individuare cosa può accrescere profitti, compresa la paccottiglia modernista della fine della fatica grazie alla tecnologia, alla nostra sostituzione con robot efficienti e ubbidienti, allo smart working.

Così è lecito sospettare della determinazione con la quale, nel quadro della militarizzazione dei territori, si sono chiuse scuole e università, bloccata la didattica, per contrastare il contagio, ma anche dell’istruzione, vedi mai che faccia male anche quella alle giovani menti. In favore, lo ha confermato la ministra dell’Istruzione della quale avevamo avuto notizia solo per le sue presunte attività di plagio, nemmeno fosse una Madia o un Saviano qualunque, che ha subito ripescato un po’ di frattaglie del repertorio preelettorale dell’indimenticato leader: diffusione obbligatoria di internet,  graduale abolizione dei libri di scuola stampati, accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie per consolidare la penetrazione delle cosiddette università a distanza, etc.

Bendisposta a incrementare tutta la maligna narrazione progressista della Buona Scuola, eccola pronta a propagandare le nuove frontiere e le illimitate opportunità  del telestudio in modo da preparare le generazioni presenti e future al telelavoro, in linea con i criteri di avvicendamento e di formazione al “successo” di ambiziose nuove leve di esecutori specializzati nel premere un tasto di un pc come di un drone.

Così  ha riunito al Ministero la task force impegnata nella gestione del coronavirus per estendere l’esempio pilota delle scuole di Vo’ il comune del padovano blindato per l’emergenza Coronavirus, che da giovedì faranno lezione attraverso una piattaforma online. “La situazione è in evoluzione, ha rassicurato la ministra, stiamo valutando tutti gli scenari. Il diritto alla salute in questo momento viene prima di tutto, ma non vogliamo farci trovare impreparati. Stiamo studiando soluzioni per la didattica a distanza. Vogliamo garantire un servizio pubblico essenziale ai nostri studenti”.

L’idea forte è quella di adottare una didattica in modalità MOOC, con classi virtuali, FAD, smart working per tutti gli allievi della scuola, secondo il normale orario di lezione della scuola, ad eccezione delle lezioni pomeridiane, che  avverrà regolarmente secondo le indicazioni che i docenti daranno agli allievi utilizzando i servizi di classe virtuale attivi sul registro elettronico e anche grazie a video tutorial per le attività previste. E come non essere incantati dalla sperimentazione del Liceo Bertolucci di Parma, intitolata con un verso del poeta: “assenza più acuta presenza”, che, diciamo, in verità suona un po’ inquietante essendo dedicato a un fratello morto, e che colloca le iniziative della didattica online nella cornice culturale e pedagogica  significativamente riassunta nello slogan «con-finati ma non isolati».

Eh si, li stanno proprio preparando al domani i nostri ragazzi. Pensate che pacchia, via via, dopo che il pericolo sarà passato, si potrà ridurre, insieme al rischio sanitario, quello rappresentato dal numero esuberante del molesto copro insegnante mai contento e smanioso di remunerazioni e privilegi, si rafforzerà la funzione dei dirigenti scolastici, disperdendo la fastidiosa vocazione pedagogica per valorizzare l’indole manageriale, si darà maggiore rilevanza al compito genitoriale come è giusto che sia nel complesso di un ordine sociale ispirato al controllo e alla sorveglianza anche nell’intimità.

Ma soprattutto si rafforza quella concezione della libertà individuale tanto casa ai fautori della fine del lavoro e della ripresa a tutto campo del cottimo, grazie a un tirocinio fin dai banchi che persuaderà scolari e futuri lavoratori a ritenere che l’autonomia si materializzi organizzandosi gli orari delle elezioni come i percorsi stradali per consegnare le pizze, non conoscendo la faccia dei professori  come quella del padroncino, scegliendosi i tempi dello studio proprio come quelli dell’attività part time propagandata per la licenza che ci si può auto concedere della flessibilizzazione organizzativa autonoma, combinata con i facili guadagni che crescono se ti ci dedichi di notte e di giorno, senza tregua e se si vince la gara con  altri addetti alla costruzione di invisibili piramidi, altrettanto soli, isolati, feroci nella difesa della propria fatica.

Grazie al virus, quello dell’avidità e dello sfruttamento, adesso possiamo preparare le nuove generazioni a raccogliere la sfida dello smart working, nuovo accorgimento per rendere invisibile ma non certo meno cruento l’antagonismo di classe, per consolidare la neutralizzazione delle rappresentanze, per normalizzare le anomalie di contratti irregolari, vaucher, volontariato obbligatorio, della precarietà, come predicava, così demonizzata nel civile Occidente, la filosofia Toyota che sulla base di un determinato numero di zeri (zero burocrazia, zero tempi morti) conseguiva il desiderabile obiettivo di “zero conflitti”.

Il fatto è che almeno loro sono in testa alle graduatorie per l’efficienza, l’innovazione, la ricerca applicata e le vendite, mentre la concorrenza della civiltà superiore, mescolando sfruttamento e cupidigia, tracotanza e incompetenza, assistenzialismo e avarizia si colloca in cima alle classifiche dei fallimenti, a dimostrazione che il riformismo che avrebbe dovuto addomesticare il capitale, è stato solo capace di renderlo a un tempo più spietato e più impreparato a fronteggiare gli stessi mali che produce.

 

 

 


Scuole per Squali

etonAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non capisco proprio di cosa si lamentino i genitori delle sardine presenti e prossime, gli insegnanti che hanno accettato di buon grado le riforme che si sono susseguite qualora fossero portatrici di estemporanei e arbitrati benefici per la loro corporazione, i pragmatici opinionisti che decantano da anni i benefici anche quelli presenti e futuri di una scuola che prepari alla vita lavorativa.

Non hanno voluto loro, non avete voluto tutti l’opportunità di scegliere, per i vostri rampolli, per le specie del delfinario del privilegio che rappresenta il domani del liberismo progressista, le occasioni da non perdere nell’offerta di istruzione come si seleziona l’hotel o il ristorante su Tripadvisor, prendendo in considerazione stelle, forchette, presentazione dell’oste e critiche della clientela?

E invece è tutto un fervore di sdegno e disapprovazione  per la rappresentazione non solo simbolica dell’apartheid organizzativa e pedagogica attuata in un  Istituto comprensivo di Roma che nella home del suo sito si presenta con queste referenze: «La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana …….Il plesso sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)».

E invece è tutto uno spendersi in biasimo e deplorazione per la scoperta non nuova che la scuola altro non è che una metafora della società e della città, delle loro divisioni in classi anche ora che si dice che le classi come le ideologie siano state  orgogliosamente spazzate dalla vittoria dei ricchi sugli straccioni, della ripartizione sempre più severa dei territori e delle geografie in ghetti, quelli fortificati e difesi da organizzazioni, personale più o meno militare e leggi ad hoc, e quelli marginali per gli emarginati che premono incutendo timore e diffidenza alle porte delle case comode e calde, tirando su ai confini di centri rubati ai cittadini agglomerati velenosi di miseria e collera, bidonville e favelas.

E invece è tutto uno stupirsi per la incauta rivelazione, perché la scuola, ammettiamolo, dovrebbe anche indottrinare alla virtù nazionale dell’ipocrisia e dunque il ceto che fa opinione deve simulare fieramente di osteggiare l’esibizione esplicita di quello che ha desiderato e apprezzato nel susseguirsi di riforme bipartisan: una istruzione che favorisca la selezione innaturale dei benestanti e una pedagogia al loro servizio, che sia possibile incrementare e valorizzare anche con l’esborso economico individuale e pronta a formare una classe dirigente grazie a valori condivisi.  Per gli altri, magari  multicolori, che la scuola ancora pubblica, ma per poco e sempre meno,  è costretta ad ammettere come in un manifesto dei Benetton di Atlantia, non resta che sperare in uno di quei miracoli che si vedono nei film di Hollywood, incarnati dall’icona demiurgica dell’insegnante capace e caparbio che si trasferisce in periferia e scopre talenti tra marginali creativi che vengono così  donati al consorzio civile in veste di negri da cortile per dirla con Malcom X, di intellettuali organici, di artisti promossi dalla strada alle gallerie di Park Avenue.

Non so se sia davvero positivo questo risveglio dal letargo nel quale si crogiola una categoria sociale che si vuol convincere di essere ancora classe agiata, perché in condizione di godere di consumi e sicurezze sempre più labili, che ritiene siano meritati in virtù di una indiscussa superiorità culturale morale che le permette di esprimere deplorazione per le ingiustizie quando sono talmente appariscenti da rompere la crosta che ancorala protegge dalle brutture della povertà.

In fondo si tratta della stessa reazione che ha davanti al “fenomeno” Salvini, alla punta dell’iceberg brutale, goffa e belluina cui si guarda per non  riservare la stessa attenzione a quel gelo feroce che sta sotto, al razzismo che si esercita nei confronti di tutti i sommersi neri o bianchi, alla trascuratezza volontaria nei confronti dei bisogni legittimi e perfino die desideri e delle aspettative, dell’indifferenza per il bene comune e l’interesse generale ostentata, si tratti di paesaggio, patrimonio artistico e culturale, ambiente, istruzione, o dei diritti, in modo che il conseguimento del minimo sindacale per quel che riguarda inclinazioni, scelte personali e affettive collochi in un cono d’ombra la cancellazione di quelli fondamentali ormai alienati.

Per scrupolo archivistico sono andata a recuperare un mio post di due anni, Fedeli vigente, quella che non sarebbe stata meglio se avesse conseguito una laurea alla Sapienza o alla Luiss, che ormai pari sono, quando la stessa deplorazione diffusa venne sollevata in analoga occasione, quando cioè  un ingenuo dirigente scolastico, ben compreso della mission di manager prevista per lui dalla riforma renziana, rese pubblico quello che il partito alle redini del paese esigeva ma preferiva non venisse esibito con palese orgoglio.

E infatti la ministra ebbe parole di fuoco quando si seppe che alcuni licei avevano talmente fatte proprie le raccomandazioni a investirsi delle funzioni di marketing previste  dalla Buona Scuola, da farne pubblica ostensione in qualità di referenza, invece di  farne uso riservato nei negoziati con la clientela selezionata  delle famiglie propense a contribuire con investimenti personalizzati e finalizzati non solo all’acquisto della carta igienica come ormai si fa diffusamente, ma proprio della valorizzazioni dei principi dello sviluppo di ambizioni e arrivismi più che di talenti e personalità.

Quando   il liceo genovese D’Oria di Genova si compiacque di essere la scuola di elezione di un’alta borghesia che non deve essere  molestata o rallentata nella sua ascesa al successo  da «poveri e disagiati che costituiscono un problema didattico», mentre l’omogeneità delle caratteristiche sociali in assenza di gruppi di studenti “particolari”   (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituisce «un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia». O  quando si seppe che al classico parificato Giuliana Falconieri di Roma Parioli    gli studenti dell’istituto appartevano prevalentemente «alla medio-alta borghesia romana» così la spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilitava l’interazione sociale, proprio come al Visconti di Roma che può vantarsi di essere  il liceo classico più antico di Roma “che gode di fama e  prestigio anche a grazie alla presenza di molti personaggi illustri tra i suoi alunni”,  che si felicitava per lo status sociale delle famiglie che lo scelgono per i loro discendenti dinastici, tutti di nazionalità italiana e nessuno diversamente abile,  aggiungendo che la percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente», ecco anche allora ci fu un’alzata di scudi a cominciare da quelli della ministra.

Fu lei a dire: “Descrivere come un vantaggio l’assenza di stranieri o di studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, viola i principi della Costituzione e travisa completamente il ruolo della scuola”. Dimenticando di essere stata in prima linea nell’appoggio a un referendum che di quella Carta voleva fare carta straccia, ma soprattutto di essersi aggiudicata il ruolo di testimonial di un format  di istruzione finalizzata alla distruzione definitiva della scuola pubblica,  esautorata dalla missione di formare esseri umani consapevoli della loro storia e del loro futuro grazie a un provvedimento che incaricava la scuola di esaltare  la promozione della “competenza” in sostituzione della conoscenza, dell’insegnamento di nozioni sempre più specialistiche immediatamente spendibili  in un mercato del lavoro servile e precario.

Eppure nulla è cambiato, se siamo il paese OCSE che ha colpito più duramente i finanziamenti di Scuola, Università e Ricerca, se tuttora molto del tempo dei dirigenti scolastici che pensavano di essere stai oggetto di una “valorizzazione”  manageriale, è destinato a assolvere mansioni ragionieristiche di rendicontazione e a obblighi burocratici: dalla redazione  di report,  autovalutazioni, curricula, prospetti e resoconti in formato “europeo”, indagini statistiche  per la verifica dell’efficacia come in una perpetua “ammuina”, alla predisposizione di progetti attrattivi per i consumatori  in modo da portare qualche profitto, compresi quei Rav,  Rapporti di autovalutazione,  che devono  “fornire una rappresentazione dell’istituto”, attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituire inoltre la base “per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento”.

Così l’attività didattica diventa marginale rispetto a quella aziendale. E poco interessa sapere se l’articolazione di censo e ceto preveda anche che risorse umane, merchandising, docenti e programmi vengano altrettanto opportunamente declinati. Che tanto si sa che alla pari offerta non corrisponderebbe un pari godimenti delle opportunità, se dai muri meno cadenti, dalle attrezzature informatiche, all’appagamento delle legittime rivendicazioni del personale insegnante, alla possibilità di accedere alle attività ricreative e formative aggiuntive tutto contribuisce a fare la differenza…. e l’ingiustizia.

 

 


Scuola conciata per le feste

b31d2d9ca87d8345821663c0cdd973Probabilmente il governo è felice della dimissioni del ministro Fioramonti che aveva osato chiedere 3 miliardi per la scuola e la ricerca, rischiando mettere in crisi il bilancio dettato da Bruxelles . Insomma un rompicoglioni in meno che chiede soldi per qualcosa di fondamentale, mentre ci sono un sacco di cose inutili da finanziare, la Tav, gli F35, le olimpiadi invernali (già è stato stanziato un miliardo di denaro pubblico per un’impresa che sarebbe dovuto campare solo di investimenti privati e siamo solo all’inizio), finire il Mose perché il fallimento sia ancora più conclamato e anzi si trasformi in una sorta di ricostruzione continua. Non c’è  nulla che possa stupire in tutto questo: il fatto è che la scuola non finanzia la politica mentre tutto il resto più è superfluo più ingrassa le casse del corto circuito politica – affari .

Ma in questo caso la soddisfazione per essersi liberati di un ministro rimasto indietro nella comprensione dei meccanismi europei di governance è doppia perché più soldi si sottraggono alla scuola pubblica, più viene accelerato il processo di privatizzazione dell’istruzione e con quello anche il suo degrado da strumento di formazione culturale e civile a strumento di semplice addestramento al lavoro e alle logiche neo liberiste in cui esso viene concepito, ovvero fare senza sapere e senza preoccuparsi del contesto in cui tale fare si inserisce che bisogna accettare non come problema, ma come dato immutabile di realtà. Il tutto avviene nemmeno in maniera originale, ma pedissequamente imitato dai sistemi anglosassoni che sono ontologicamente volti a un sistema di istruzione di classe (il sistema dei campus serve proprio a separare l’elite di censo  – o di casta nel caso delle università più famose – dall’ambiente sociale) . Il risultato alla fine è pessimo, costringendo ad importare cervelli da fuori per reggere il ritmo e tuttavia in tutti questi anni, nonostante gli allarmi, questo sistema invece di essere corretto si è incancrenito perché più funzionale alla visione neo liberista. E’ rimasto famoso, ma inascoltato, il grido d’allarme lanciato dallo scrittore Chris Hedges sul _New Times nel 2012:, Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema educativo? 

Le ragioni non sono affatto misteriose: un Paese che distrugge il proprio sistema educativo, degrada anche la sua informazione pubblica, manda al macero  le proprie librerie  e trasforma l’insegnamento in veicolo di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico, preferisce l’addestramento meccanico al lavoro, la standardizzazione dei testi e dei test e finisce per apprezzare la singola abilità nel far soldi. Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato e delle imprese.  Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese. Innesca un circolo vizioso dove la meccanicità del sistema allontana gli insegnanti migliori portando ad ulteriore meccanicità e così via.

Tutto questo da noi avviene in maniera completamente e passivamente imitativa, dentro un Paese  fragile che considera tutto ciò che avviene altrove come migliore, soprattutto se avviene nelle vigne del padrone. E per raggiungere lo scopo ci si nasconde dietro problemi di bilancio che vengono imposti altrove, si fanno semplicemente mancare i soldi così da creare disuguaglianza alla radice tra chi può permettersi scuole, magari non buone in sé ma che danno accesso all’elite (queste scuole sono buone per definizione) e altre che costituiscono semplicemente il viatico per il lavoro subordinato. Lo si fa senza dichiararlo, in maniera subdola e democristiana: per questo le dimissioni di un ministro che chiedeva più finanziamenti è un regalo di Natale per il governo, mentre le reti televisive pubbliche non fanno altro che stimolare le donazioni a questo o a quell’altro istituto di ricerca privato che non si sa bene cosa faccia in concreto, ma che comunque spende buona parte di ciò che gli arriva in pubblicità e in auto sostentamento, non diversamente dall’ 8 per mille della chiesa cattolica. Passata la festa gabbato lo santo.


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