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A lezione di ignoranza

mioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna fare attenzione a non lamentarsi troppo che un nostro bene comune è trattato come una Cenerentola, trascurato come un corpo estraneo nell’agenda politica  e sociale. Di solito è il primo passo per farne una emergenza da trattare come tale adottando misure eccezionali, incaricando autorità supreme, applicando regole    per poi affidarlo alle cure di gente pratica delle leggi del mercato e della concorrenza.

Così è lecito pensare che lasciare all’incuria un patrimonio altro non sia che un sistema per cederlo a poco prezzo, come sta succedendo proprio con il più prezioso che dovrebbe stare sopra agli altri, l’istruzione affidata alla scuola pubblica.  Tempi di studio ridotti, edifici fatiscenti, insegnati vecchi, o precari, o demotivati o tutte questo cose insieme non sono casualità, non sono incidenti accaduti oggi e prodotti dalla crisi, bensì gli ingredienti della ricetta per avvelenare e far morire la scuola pubblica e fare spazio a quella privata che realizzi la distopia neoliberista di una “formazione” manageriale, commerciale e competitiva per preparare al mondo del lavoro.

Non a caso, come succede con i convertiti che si rivelano più entusiasti esecutori della dottrina appena rivelatasi dei suoi tradizionali sacerdoti,  la riforma che ha dato il via al processo non è tanto quella firmata Moratti o quella della Gelmini che si sono dimostrate ferventi interpreti del progetto messo a punto da Berlinguer, il vero faro nel percorso di aziendalizzazione della scuola e dell’Università, esemplarmente riassunta dalle tre I della Buona Scuola di Renzi &Giannini & Fedeli: Impresa & Inglese & Internet.

E per consegnarla a chi se ne intende e a prezzi stracciati hanno convertito la crisi in emergenza grazie a tagli di risorse (alla Gelmini si deve quello diventato proverbiale di 8 miliardi), alla progressiva demoralizzazione del personale, all’imposizione di un format di sapere utilitaristico, all’esaltazione del merito promosso dall’appartenenza a ceti privilegiati e alla rassegnazione e accettazione delle disuguaglianze, sancite dalla opportunità per chi ha di pagare di tasca propria gli optional più favorevoli per l’affermazione della propria dinastia. Non è andata meglio con il passato governo che nel ridurre perfino con la propaganda l’utilità del titolo di studio, del sapere e della conoscenza, ha voluto accentuare l’aspetto familistico e caritatevole della scuola primaria e secondaria, come di una istituzione che dà asilo ai giovani  e ne protegge l’innocente ignoranza.

Altro che “organo costituzionale” come ebbe a definirla Calamandrei e altro che sede per il riscatto, per la liberazione e l’affrancamento come sognavano quelli persusasi della sua potenza  nell’incidere sulle predestinazioni sociali, illusi che la scuola, frutto di un sistema     divisivo potesse non riprodurre al suo interno le disuguaglianze, le differenze e le sopraffazioni. La speranza più realistica affidava alla conoscenza questa funzione di consapevolezza, di critica e di redenzione, ma si sa che la speranza realistica è sostituita interamente dalla realpolitik che vuole infilare la cultura tra due fette di pane in modo che sia produttivistica, che “si possa mangiare”, più ancora che “dia da mangiare”.

E cosa c’è di meglio che imbandire la tavola dell’istruzione per rispondere all’avidità dei privati in modo che possano giovarsene secondo fame e gusto? E non si tratta solo del governo della scuola, dei finanziamenti per le scuole parificate, ma di affermare una ideologia che vuole  che i suoi luoghi diventino  i laboratori e le fabbriche della  “cultura d’impresa”, fondata sui valori del mercato e della sua rivendicazione  di forgiare le nostre vite coi principi dell’interesse personale, dell’ambizione, dell’egoismo e della competizione.

Come avevamo ampiamente previsto ci pensa l’asse Pd-Lega: «Se ha senso che sia la regione a definire gli assetti sulla scuola e il numero studenti, allora è giusto che sia il presidente della regione a stabilire se una classe deve avere 15 o 25 studenti sulla base delle caratteristiche territoriali, la demografia, su cosa accade nelle valli». La frase che non lascia dubbi, l’ha pronunciata qualche giorno fa il ministro degli affari regionali Francesco Boccia al termine dell’incontro con il governatore della regione Lombardia Attilio Fontana, che ha così riaperto la porta alla “regionalizzazione” della scuola, uno dei fondamenti dell’autonomia dei ricchi che prevede la cessione delle competenze organizzative, didattiche e di gestione anche delle remunerazioni dei docenti dallo Stato alla Lombardia e al Veneto e che era stata ostacolata  nel governo precedente dal movimento 5 Stelle.

Non  a  caso che sulla scia delle più prime tre,  Emilia, Lombardia e Veneto, anche Marche e Umbria avanzano pretese di autonomia differenziata proprio sulle materie dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale, oltre che dell’università ampliando le competenze trasmesse alla  possibilità di intervenire sul curriculum degli studenti e sull’alternanza Scuola-Lavoro, per promuovere quella “sinergia tra istruzione ed impresa, caposaldo irrinunciabile per fare della scuola il luogo dell’addestramento delle giovani generazioni alle competenze richieste dalle aziende del territorio”, come chiedono l’Europa, la Confindustria, i padroni e i progressisti al loro servizio a tempo pieno con più solerzia dei conservatori.

In attesa dei test e degli Invalsi anche all’asilo e alla primina preliminari alla scuola dell’ignoranza, ci vuol poco infatti a capire che questo  disegno replica su scala nazionale quello delle due velocità dell’Europa, il Settentrione evoluto, progressivo, competitivo, che ha i numeri per stare alla pari con il pingue e biondo  Nord, e il Meridione parassitario, indolente indegno di crescere e migliorarsi e che non merita di accedere all’istruzione e a lavori dignitosi. Il primo con un Pil più elevato (e pure un’adeguata evasione) messo in condizione  di disfarsi degli ostacoli frapporti da regole unitarie: contratti collettivi di lavoro, valore legale del titolo di studio, ad esempio, e di impiegare in forma indipendente e arbitraria  parte rilevante del gettito fiscale. Il secondo condannato a corrispondere agli stereotipi di geografie predestinate all’accoglienza di stranieri in forma di profughi, cottimisti soggetti al caporalato, braccianti che non hanno la fortuna o l’abilità di diventare ministri,  o turisti, espropriate di speranze e consegnate alla malavita, che peraltro da tempo ha pensato di occupare profittevolmente altri siti più adatti alle sue pretese e dove trova alleati che dividono le sue stesse consuetudini al ricatto, all’intimidazione e alla sopraffazione.

 

 

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Diplomati in servitù

laurea Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale…. Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita.

Calza a pennello questo scritto di Antonio Gramsci in occasione della tradizionale querelle che si ripresenta puntualmente ad ogni cambio di governo quando a  laureati incompetenti nella materia oggetto di diploma  in qualche università privata o lottizzata dimostrano poca dimestichezza con altri optional: sintassi, grammatica, lingua straniera tabelline,  si contrappongono gli allievi della scuola della strada, come sui profili Facebook, sventolando le insegne di Mattei o Di Vittorio, altrettanto gloriosamente inabili all’esercizio di governo.

Tanto per cambiare l’Ocse ci bacchetta: saremmo gli ultimi negli investimenti statali nella pubblica istruzione e penultimi per numero di laureati, seguiti soltanto dal Messico. Per non parlare della qualità dell’istruzione che già prima della Buona Scuola di Renzi, della Fedeli e della Bellanova solo per citare tre casi di studio interessanti, aveva la vocazione di attrezzare il delfinario del privilegio degli strumenti per attrezzare gli adulti del futuro forgiando le  coscienze secondo dei valori di “civiltà” che avrebbero dovuto rappresentare in qualità di élite, più che di cittadinanza.  E non occorre essere Don Milani per sapere che non tutti gli studenti godevano delle stesse opportunità, che per molti il cammino era impervio per via di un ambiente che non favoriva l’esprimersi di talento e inclinazione. O che la scuola era abitata anche da cattivi maestri, da professoresse sciaguratamente dedite a pensare che la docenza fosse una sine cura per madri di famiglia favorendo così selezioni arbitrarie e discrezionali.

Ciononostante anche se lo scopo principale non era quello di  garantire a tutti i giovani  la trasmissione e la diffusione del sapere, tutti avevano accesso sia pure disuguale a una “bussola” , quella  della conoscenza, per orientarsi nelle scelte e di una attrezzatura per abituarsi alla fatica necessaria quanto gratificante di non smettere mai di studiare e impiegare la ragione e esercitare la libertà. Come spiega bene Gramsci: Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno…. che pare alludere profeticamente alla ormai dimostrata indolenza e accidia del nostro ceto dirigente e politico.

Era per quello che la nostra scuola era indubitabilmente superiore per qualità e attitudine a quella anglosassone e america , quella cui si è ispirata la riforma di Renzi impegnata ad imporre un modello ad uso dei leopoldini, nel quale ignoranza, superficialità e spocchia la fanno da padroni e dovrebbero aiutare irresistibili carriere di  arrivisti cretini,  con la conversione della scuola così come l’avremmo voluta e in parte conosciuta, luogo di formazione civile e spirituale in  una unica, indistinta, scuola professionale e dove la cultura, l’insieme di discipline in cui si declina il sapere del nostro tempo,  sia ridotta unicamente ad apprendistato, un campo indistinto di “competenze” imposto agli studenti per accedere al lavoro. Una scuola di servitù dunque, nella quale  la specializzazione serve a produrre in serie addetti abilitati unicamente  a  premere quel  tasto, magari quello di un pc che sgancia una bomba a n. chilometri di distanza.

Proseguendo su questa strada vedrete che quella disputa sull’importanza degli studi – soprattutto quelli umanistici dei quali perfino gli americano stanno comprendendo in ritardo l’utilità – non avrà ragion d’essere. Perchè l’obbligo della scuola dell’obbligo e oltre è ormai dichiaratamente quello di fabbricare automi sperando che funzionino e ubbidiscano meglio dei robot e che costino meno in manutenzione, sopprimendo ogni capacità creativa, ogni istinto di critica e  libertà, ogni aspirazione a fare  della tecnologia che avanza uno strumento di liberazione umana e non sistema di soggezione.

I fan dell’università della vita, i diplomati in “praticaccia”, quelli che oggi sono incaricati di compiere scelte in nome dell’interesse generale, finiscono con l’anticipare questa insana tendenza, avendo appreso con successo la lezione di chi comanda, di chi gestisce le  scienze e l’informazione, che approfitta della permeabilità di un terreno spoglio di conoscenze e competenze, che vuole emarginare e criminalizzare chi vorrebbe decisioni e atti indipendenti dai comandi superiori. E infatti dimostrano una spericolata ubbidienza, una consolidata fidelizzazione all’organizzazione che ha garantito la loro carriera, a quel sistema che colloca le sue pedine in nome di un rinnovato corporativismo al servizio dei padroni: maestri a dirigere l’istruzione, ingegneri alle opere pubbliche, clinici alla Sanità, annunciando il definitivo trionfo  del conflitto di interessi.

Pare siano lontani i tempi nei quali la meta sognata degli operai era avere un figlio laureato, delle braccianti avere una figlia maestra, se adesso possono aspirare a avere una schiatta di ministri che lavorano contro i loro stessi diritti e i loro stessi bisogni.

 

 


Cellulari e cattiva scuola

cina-laureati-universita-reuters-khFI--835x437@IlSole24Ore-WebIl panorama di dittatura silenziosa e impalpabile descritta nel post di ieri, Orwell 2019 , non rimane  senza conseguenze a lungo termine sul sistema che l’ha creata perché, tra le le varie contraddizioni cui va incontro, innesca una caduta sostanziale dell’istruzione e del sapere che viene generata dalla logica stessa del neo liberismo. La diminuzione sempre più accentuata di fondi alla scuola pubblica, la tendenza a immaginare l’educazione intellettuale come preparazione puramente pragmatica al lavoro, la ricerca da parte delle persone del massimo utile con il minimo sforzo che sconsiglia iter di studio impegnativi, l’iper specializzazione che naviga in un pneumatico vuoto culturale, alla fine portano a una caduta verticale del sapere complessivo proprio quando esso sarebbe necessario per far fronte alla enorme quantità di informazioni che si ricevono. Queste cose erano già state rilevate in Usa negli anni ’90 (per non tornare ancora più indietro nel tempo, a Ecologia dei media, di Postman, risalente al ’79, ma che andrebbe riletto con molta attenzione)  preconizzando una perdita di competitività intellettuale dell’occidente, ma sono state imitate in Europa e più che mai in Italia da ceti politici subalterni alle ideologie neo liberiste e non in grado di pensare al di là del loro naso, assai meno lungo delle tasche.

Ora cominciamo ad arrivare ai primi redde rationem: due giorni fa Ren Zhengfei, amministratore delegato e fondatore di Huawei Technologies, l’azienda di telefonini che l’amministrazione Usa e Google al suo servizio, vogliono affondare nell’ ambito della guerra cinese,  ha presentato il nuovo sistema operativo ( vedi qui)  che sarà usato al posto di Android di cui non ha più la licenza. Esso sarà compatibile con tutte le applicazioni androidiane e anche se non sarà possibile accedere direttamente al play store di Google, è intuitivo che in pochi mesi la situazione si potrà riequilibrare tanto più che vi sono migliaia di app destinate al mercato cinese e asiatico che sarà facile “trasportare” sui telefonini venduti in occidente. Dunque la mossa tentata da Trump e dal suo staff di incompetenti guerrafondai, si è risolto in uno scacco senza precedenti nel quale gli Usa si sono scoperti non più in grado di esercitare fino in fondo un ricatto tecnologico, come se fosse l’arma totale. Faranno danni, anche a se stessi ovviamente, ma non danni letali, anzi la nascita di nuovi sistemi operativi è quanto mai pericolosa per gli Usa che hanno sempre tentato di averne il monopolio. Tra l’altro va detto che già dal 2015 la Huawei stava sviluppando il proprio sistema operativo, Kirin Os (forse sarà ribattezzato come HongMeng), temendo che prima o poi Google avrebbe trasformato Android da sistema aperto a sistema proprietario: probabilmente non si aspettava che questo sarebbe avvenuto ad aziendam e per via geopolitica, ma evidentemente qualche allarme c’era già da tempo. Altra circostanza significativa è che i chip per i telefonini alto di gamma sono quelli a 7 nanometri sviluppati dalla Tsmc di Taiwan che ha battuto sul tempo Intel e Amd:  per realizzarli si serve di macchinari europei, principalmente tedeschi, quindi non sarà costretta ad interrompere la produzione per Huawei. Del resto non ci vorrà molto prima che questi chip vengano prodotti nella Cina continentale.

La cosa  era prima o poi immaginabile se un miliardo e mezzo di persone fatica affinché i propri figli siano ingegneri, medici, scienziati, mentre 800 milioni dall’altra parte del mondo non vedono l’ora che i propri ” magnanimi lombi” facciano dei soldi non importa se come tronisti, chef , affaristi da telefilm  o talentuosi per una sera. Se ne può ridere, ma in realtà si tratta di un abisso nel quale stiamo sprofondando. Ad aggravare il bilancio, anzi a sottolinearlo  Zhengfei  in una intervista ha messo il dito direttamente sulla piaga “l’istruzione di base e l’istruzione professionale dovrebbero essere maggiormente seguite; il problema di fondo del commercio sino-americano risiede nel livello d’istruzione”. D’un tratto ci si spalanca davanti un panorama ben diverso da quello auto narrato in occidente: in Usa è proprio la scuola privatistica ed elitaria che ha prodotto una perdita di competitività, al punto che gli americani sono ormai costretti ad importare ricercatori da ogni dove o a utilizzare in qualche modo quelli di altri Paesi per supplire a una base interna largamente insufficiente a ricoprire il ruolo di egemonia planetaria.  Basta scorrere i nomi sulle riviste scientifiche per rendersene conto. Alla faccia della buona scuola dei servi sciocchi. 


Lettera alle professoresse

24b4fbd7285efc1eb7db86d4656cfa7b  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo alcune donne ammesse e annesse a vario titolo al sistema di potere hanno smentito le speranze riposte nelle qualità di genere: sensibilità, spirito di servizio e abnegazione, cognizione del valore della dignità e del rispetto che le si deve, conquistato con lacrime e sangue come succede a minoranze non numeriche, ma sottoposte a una pratica millenaria di discriminazione, ed anche l’onestà, che si credeva rientrasse nelle prerogative di quella metà del cielo che era stata dispensata da negoziazioni opache per la conservazione di posti, privilegi, rendite.

Parlo di lady Poggiolini e del suo pouf, di una brillante imprenditrice ai vertici confindustriali nota oltre che per alcune vicende giudiziarie, per aver caldeggiato l’applauso agli assassini della ThyssenKrupp, di una ministra che per salvare il babbo imprudente si prodiga per l’esonero da responsabilità di banche criminali, di un’altra che sostiene la bontà delle guerre come motori di pace e che in questa veste si fa vendere armi taroccate, e in questi giorni anche della potente consigliera di un influente ministro che si sarebbe conquistata fiducia e gratitudine dell’alta personalità grazie all’assunzione del figliastro nell’azienda del fidanzato, che pare siano finiti i tempi dei rolex e i rampolli d’oro esigono quelle garanzie negate ai figli di nessuno.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, non dimenticando la Fornero, l’avvicendamento delle distruttrici della scuola pubblica in forma bipartisan, la burbera sindacalista che ritrovava il sorriso ai meeting castali di fianco ai profeti dell’austerità, Madame Lagarde che raccomanderebbe misure sociali per togliere di mezzo i molesti e dispendiosi anziani, facendoci rimpiangere le scorribande  viriliste del predecessore, e poi qualche zarina dei clan, qualche funzionaria delle Asl addetta alla compravendita di invalidità, qualche “caporala” e pure qualche moglie che denuncia le imprese furfantesche del coniuge solo in odor di corna, o qualche mammà che ha accompagnato la figlia poco più che adolescente fino al portone prestigioso di Palazzo Grazioli.

Perché sarebbe anche ora di dire che se i maschi stanno ben volentieri collocati nel ruolo di pretesa superiorità, assegnato loro dalla cultura patriarcale, facendosi servire anche e, soprattutto, se sono a loro volta servi, dimentichi quindi di ogni elementare forma di solidarietà e coesione di classe, è altrettanto vero che per alcune donne la pretesa inferiorità e subalternità sociale e culturale rappresenta anche quella una cuccia ben riscaldata, nella quale dispensarsi da responsabilità personali e collettive. Soprattutto se quella cuccia è situata nei palazzi, se qualche maschio influente  elargisce buoni bocconcini e gustosi croccantini, talvolta meritati non per preclare virtù e competenze ma per l’indole a scodinzolare, che accomuna peraltro femmine e maschi intenti a scalate ambiziose, dediti a qualsiasi rinuncia, prima di tutto all’orgoglio, pur di non rinunciare all’affermazione di sé e delle proprie vocazioni e pretese.

È una vecchia storia, mentre è recente un fenomeno che permette a una notabile in quota rosa criticata o denunciata per comportamenti inopportuni se non illegittimi, soprusi, prevaricazioni di gusto squisitamente e vigorosamente virili, di rivestire in tempo reale i panni della vittima di arcaici pregiudizi sessisti, di rigurgiti machisti espressione inevitabile della rinascita di un fascismo che interpreta valori reazionari e repressivi.

Succede ormai quasi quotidianamente, sicché censurare motivatamente il comportamento di una donna carogna, rientra in quella sfera di tabù governati e difesi dall’ideologia politicamente corretta. Ma non è sempre così,  perché anche questa regola può essere inficiata dall’appartenenza della vituperata a una cerchia politica, ad una fazione avversa da quella degli abituali collegi di difesa organizzati a seconda della fidelizzazione ai due schieramenti in campo, a quelle due tifoserie che vorrebbero imporre a tutti prove di fedeltà e affiliazione e conseguente arruolamento forzato.

Così anche quelle che doverosamente avevano denunciato l’atteggiamento deplorevole del governo sul revenge porn, avevano omesso l’altrettanto doveroso soccorso a una vittima di fazione opposta, e  pare così che non si sia tenute a mostrare il minimo sindacale di solidarietà a una sindaca che è certamente una iattura per il suo stesso movimento ma  cui sono stati dedicati  titoli oltraggiosi, mentre abbiamo visto sprecarsi la generosa sorellanza per mogli di golpisti affetti da ossessioni turpi, per la cricca di mezzane procuratrici di merce scollacciata per l’utilizzatore seriale, folgorate  tardivamente quando il munificente cavaliere ha stretto i cordoni della borsa,  e perfino per nipoti del despota criminale risparmiate anche quando pretendono severe misure contro i pedofili, all’infuori di quelli di famiglia.

Il fatto è che se si è riservata disapprovazione ai professionisti dell’antimafia, le stesse obiezioni andrebbero rivolte a chi dimentica l’obbligo della laicità e fa professione di pregiudizio anche favorevole, trasformando la militanza in mestiere, l’attivismo in impiego, l’impegno in ricerca di consenso, visibilità personale, addirittura remunerazione. Succede per quell’ambientalismo che si è collocato nella ideologia green e che pretende di contrastare profitto e speculazione con gli strumenti del mercato, succede con l’umanitarismo  che predica accoglienza anche esercitata tramite organizzazioni non del tutto trasparenti e finanziate da ben noti bricconi globali o enti e imprese commerciali, senza mai mettere in discussione l’ imperialismo e le sue guerre di rapina, comprese quella cooperazione fatta di sfruttamento e trasferimento di corruzione e malaffare.

E succede anche quando nell’arcipelago femminista alcune isole scelgono battaglie di emancipazione e riscatto che non mettono in dubbio il modello e il sistema che discrimina, emargina e colpisce le donne non solo in casa e nei rapporti personali ma in quelli di produzione, nel lavoro, nella società.

Qualcuna si è offesa perché ho chiamato queste “aberrazioni” femminismo di mercato (qui:https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/30/oscurantismo-medievale-e-femminismo-di-mercato/ ):  era probabilmente più educato chiamarlo femminismo liberal. Perché non saprei come altro chiamare quella appartenenza, ideale e non solo,  a un’area post tutto, post comunista, post socialista, post radicale che ha abbandonato o mai intrapreso ogni logica di classe, come se fosse  “vecchiume da maschi”,  per sposare valori e principi dell’ideologia dominante, quella che vorrebbe farci intendere che una volta acquisiti e consolidati diritti ormai inalienabili si può passare ad altri “aggiuntivi”, quei diritti civili cari alla cerchia europeista o da grande mela e che non pregiudicherebbero al pieno dispiegarsi del capitalismo. Facendo intendere la più infame delle menzogne e che i bisogni e i diritti siano sottoposti a gerarchi e graduatorie, che una volta conquistati non vengano meno, che sia possibile e forse opportuno toglierne uno per  conservarne altri.

A suo tempo fummo incantate, senza sputare né su Hegel né su Marx, dall’ipotesi che la donna per la sua specificità, una volta liberata  dai gioghi della cultura patriarcale, avrebbe liberato anche il maschio.

Ma è davvero possibile? Davvero pensiamo che la raggiunta parità salariale riscatti tutti da mestieri che ci svalutano, precari e umilianti per vocazione, talento e  aspettative? Davvero pensiamo che più indagini e protezione da violenze e stupri, e che più severità nei percorsi giudiziari ci affranchi da leggi di ordine pubblico e da un sistema di amministrazione della giustizia per persegue i poveri, indigeni e stranieri, criminalizzandoli a priori? Davvero pensiamo che basti cancellare leggi che stabiliscono la proprietà e il dominio maschile sulla femmina della specie, per sopprimere magicamente quelle che a permettono di trattare corpi e ingegno come merci deteriorabili, di commercializzarli e trasferirli dove fa più comodo al padrone? Davvero pensiamo che per combattere la più tradizionale declinazione concreta del capitalismo, il fascismo con la sua triade dio-patria-famiglia, basti estirparne il radicamento dai rapporti di forza uomo -donna- padri, madri-figli- figlie, quando è stata riservata indifferente accettazione alla distruzione delle stato sociale, della scuola e dell’istruzione pubblica e laica, alla abrogazione delle garanzie e dei diritti del lavoro? O che attribuire un valore alla riproduzione e alle attività di cura e assistenza, svolti tradizionalmente dalle donne e oggi imposti nuovamente senza possibilità di scelta, ci riscatti quando invece le reintroduce nei meccanismi della sfruttamento e della mercificazione.

È vero a qualcuna ( e dovremmo pensare così tutte) non bastano il corporativismo, il sindacalismo femminile, lo sciopero con il rifiuto  non solo del lavoro retribuito ma anche quello di cura e perfino di quello dell’attività riproduttiva”. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta un’azione che punti alle “pari opportunità di dominio”, per sostituirci meccanicamente ai maschi nello stesso sistema di potere. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta neppure l’integrazione automatica dei nostri bisogni nella lotta di classe, anche se è necessario e doveroso e irrinunciabile essere in prima linea in quelle battaglie per l’ambiente, la salute, il territorio, la legalità, il sapere.

Non accontentiamoci di poco, non  accontentiamoci di una metà del cielo ciascuno, vogliamolo tutto per tutti.


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