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I nuovi Balilla del fascismo sanitario

C’è un nemico invisibile
che si crede invincibile
ha la corona in testa
e chiunque lo detesta
se tutti ci impegneremo
questo nemico sconfiggeremo…

indossa sempre la mascherina
portala sempre ogni mattina
allarga le braccia dentro la stanza
e la misura della distanza
se queste cose ricorderai
tu al sicuro sereno sarai…

Anche se non siamo a carnevale
indossiamo una mascherina speciale
che non è per nulla spaventosa
ma è anzi una mascherina molto preziosa
ferma le goccioline saliva pericolose
che possono essere davvero dannose
perché contengono un virus malvagio
che ha diffuso un brutto contagio.

Non sappiamo chi sia l’autore di questo capolavoro di indottrinamento infantile, il creatore di inni per nuovi balilla della paura,  fiero l’occhio, svelto il virus, ma di certo non è affatto vero che non siano a carnevale, anzi ci siamo in pieno, perché non può essere che tutto questo nasca per un virus, o meglio un’ipotesi virale, che nel 99,6 per cento dei casi non dà alcun sintomo e la cui effettiva patogenicità non è ancora stata dimostrata, mentre l’unica cosa certa sono le manipolazioni statistiche ed emotive con cui si stanno mettendo nella galera del terrore le popolazioni umiliate e rabbiose nei confronti dei miracoli neoliberisti. E non ci sono solo le filastrocche, ma c’è anche il demenziale diario di Zaia, il raffinato intellettuale dei cinesi che mangiano i topi vivi, nel quale questi imbecilli vengono presentati ai bambini come supereroi. Un carnevale senza fine che dà luogo a perfetti assurdi, a misurazioni della temperatura con strumenti di infimo costo sulla cui taratura non giurerebbe nemmeno il diavolo e peraltro utilizzati da persone che non hanno la minima idea del problema. Per cui basta una misurazione sbagliata di qualche decimo di grado, magari poi inutilmente corretta da altre misurazioni per far scattare misure di allontanamento dalla scuola  e confinamento in quarantena. per arrivare alla chiusura dell’intera classe o della scuola.  E’ davvero un  carnevale quello dei banchi a rotelle e dei distanziamenti o del divieto di parlare a voce alta o di cantare perché diffonde troppe goccioline di saliva perché se anche fosse vero (e non lo è) che la distanza di sicurezza è un metro, in un ambiente chiuso come un’aula o un bus o una metropolitana le correnti d’aria che sono inevitabili non fosse altro che per le differenze termiche tra corpi e ambiente, spostano l’eventuale virus a distanze ben maggiori ed ecco perché la mascherina che per un virus è come la porta girevole del grand hotel o le altre eventuali precauzioni sono del tutto inutili a fermare la diffusione: infatti per l’influenza stagionale nessuno si sogna di usarle a tale scopo. Ma in compenso, siccome le finestre dovranno essere aperte ogni ora, avremo milioni di infreddature. E’ un carnevale che la “società della conoscenza” sia così ignorante, non dico dei problemi che riguardano il riconoscimento di un patogeno, il suo sequenziamento e i problemi posti dai test diagnostici che letteralmente sono privi di senso quando si tratta di microrganismi per così dire “emergenti”, cosa che smonterebbe immediatamente la pandemia, ma anche delle cose più ovvie ed evidenti da essere facilmente messa nel sacco da asini in camice bianco alla ricerca di facile protagonismo o costretti a portare il basto delle bugie o da avvoltoi che dalla pandemia hanno tutto da guadagnare in un modo o nell’altro. Ci vorrebbe molta più scuola per dare alla scuola un futuro.

Ad ogni modo è significativo che proprio la scuola pubblica sia l’epicentro di questo di questo crollo cognitivo essendo stata fin da subito l’obiettivo principale del sistema neo liberista, prima facendola scadere di qualità proprio per evitare che si fosse in grado di decrittare le parole d’ordine del potere, poi sottraendola al naturale compito di dare una cultura a tutti per essere ridotta ad addestramento al lavoro e alle sue nuove logiche schiavistiche e infine trasformata in luogo di volgare indottrinamento. Basta poco: in fondo l’infima filastrocca  dovrà servire per pochi giorni, fino alle elezioni regionali e al referendum, dopo di che si chiuderà di nuovo baracca e burattini per l’impossibilità di andare avanti con regole assurde e con l’assillo di una paura del tutto irragionevole anche dando per buoni  i numeri pur ampiamente manipolati della “pandemia” narrata, ma mai  ufficialmente dichiarata, cosa che viene nascosta come se fosse il quarto segreto di Fatima.  In questi mesi non si è fatto nulla (salvo qualche affare di banchi e mascherine) proprio nella prospettiva di costringere a regole così insensate messe a punto da esperti di prebende e merende pubbliche da rendere di fatto impossibile la continuazione dell’anno scolastico. E se all’inizio della narrazione pandemica si poteva dire che questo valeva per tutti i Paesi occidentali, che tuttavia poi hanno riaperto le aule dopo due mesi , adesso siamo l’unico che farà perdere due anni di scuola alle sue nuove generazioni. Saranno fuori da ogni competizione, ma in compenso sapranno recitare “Anche se non siamo a carnevale…”:  sono belle soddisfazioni.


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


La falsa ripartenza

Stiamo per essere vittime di una ulteriore truffa: in questi giorni sembra che il governo voglia davvero riaprire la scuola ed evitare future segregazioni e come per miracolo i “contagi” sembrano diminuire dopo essere aumentati nelle ultime settimane di agosto: insomma tutto sembra parlare di un allentamento della presa pandemica e di una possibile quanto chimerica ripresa. Ma si tratta di rassicurazioni su un ritorno alla normalità del tutto ingannevoli e fatte solo in vista delle elezioni regionali in calendario fra tre settimane: in realtà le stime più ottimistiche che rassomigliano più a pietose bugie parlano di almeno due anni in condizioni ideali in termini di dinamiche economiche globali – che di certo non sono ipotizzabili – per recuperare i livelli di pil perduti. Questo mentre si assiste a un caos organizzativo senza precedenti nella scuola, dove davvero nulla è ancora pronto nonostante ci siano stati sei mesi per preparare la riapertura: alla fine i distanziamenti non saranno possibili perché non sono arrivati i nuovi banchi, ma soprattutto perché mancano le aule e i prof in più necessari, anzi molti docenti tirano il culo indietro e ogni piano, ogni spesa folle, rischia di finire in mascherina. D’altronde non è nemmeno possibile bestemmiare il culto pandemico e le sue liturgie per quanto possano apparire false e ipocrite: così alla fine molte scuole non funzioneranno affatto  e chiuderanno al primo positivo raccattabile su piazza, al primo raffreddore, al primo starnuto. Non è certo un caso se l’ennesimo “esperto” tale Crisanti sulla base di nulla, ha stabilito che anche con 37,1 non si può entrare a scuola. Il che vuol dire fottersene della scienza per fare un piacere al governo. E se ormai scopertamente si sovrappone l’influenza stagionale al Covid con l’intento di vendere vaccini, ma sopratutto di barare sull’epidemia.

Questo lo capiscono benissimo anche molti genitori che si stanno organizzando in proprio ben sapendo che un secondo anno perso segnerà inevitabilmente il futuro dei figli, ma se tutto va bene il governo è in grado di fingere un funzionamento scolastico fino all’interruzione per la tornata elettorale, tanto che alcune regioni hanno rinviato la “non apertura” a dopo le regionali così da togliersi subito il pensiero. D’altro canto le cose sono semplici nella loro estrema gravità: man mano che arrivano i conti da pagare, che si scopre l’inettitudine del ceto politico occorre far rialzare la testa al Covid in maniera da rinnovare  i la paura e dunque l’acquiescenza nei confronti di chi ci sta distruggendo. Per quanto possa sembrare assurdo la tenuta del sistema potrà essere affidata solo a una recrudescenza narrativa della pandemia, naturalmente servendosi delle già sperimentate manipolazioni. Un gioco facile in assenza di una vera opposizione.  Per ora hanno allentato la stretta per ragioni elettorali, fanno intendere che tutto è pronto per la ripartenza ma sono prontissimi a richiudere il cappio, perché oramai più il Paese soffoca nelle menzogne e più respirano i responsabili.


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