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Scuola delenda est

kinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è accertato: è stato sottoscritto un patto di ferro tra padronato e progressismo neoliberista. Confindustria dice e quelli scrivono sotto dettatura regole, leggi, circolari, strategie dando una parvenza civilmente accettabile, ideologicamente consona alla religione del politicamente corretto, alle aspirazione e bisogni dell’oligarchia.

Anche restasse a impolverarsi in un cassetto, il piano Colao iniseme con gli ammaestramenti di Cottarelli e degli altri profeti dell’austerità combinata con i nuovi miti della digitalizzazione, ne fa testo la strategia per la “scuola che verrà” e che – lo dice la parola stessa – è il coronamento della Buona Scuola dopo il Covid, con l’apoteosi del distanziamento fisico e sociale, l’esaltazione della funzione decisionale dei dirigenti-sceriffi e adesso sanificatori, l’irruzione in gran spolvero dei privati, anche sotto forma di organizzazioni a alto valore simbolico dedicate a ammaestrare i pupi alle magnifiche sorti educative del Terzo Settore, il consolidamento dell’utopia digitale con la “telescuola” che fa rimpiangere il maestro Manzi a uso e consumo di una selezione di alunni favoriti da pc, rete, genitrici disposte a arrendersi al complementare smartworking in modo da assolvere anche al ruolo pedagogico oltre che al tradizionale lavoro di cura, gratuitamente, è ovvio.

Scorrendo le linee guida della ministra Azzolina, apprendiamo che si andrà a scuola di sabato, che la didattica   sarà “in parte in presenza e in parte digitale” per gli studenti delle scuole superiori; che le discipline saranno aggregate in aree e ambiti settoriali e che per fare lezione si useranno anche cortili, teatri, cinema e biblioteche, a patto di   evitare assembramenti e raggruppamenti.

Dovranno inoltre essere previste entrate e uscite diversificate e distanziamenti adeguati,  mense con più turni, tutte misure affidate appunto a presidi e dirigenti scolastici “nel rispetto dell’autonomia scolastica” ma con una feconda apertura a personale educativo esterno responsabile di attività integrative o alternative alla didattica grazie alla sottoscrizione di “patti di comunità”, Onlus, associazionismo  teatrale (mimi? guitti? soubrette?  acrobati e circensi?) e culturale presenti sui territori.

E per i più piccoli esonerati dalle mascherine, si “dovrà prevedere la valorizzazione e l’impiego di tutti gli spazi esterni ed interni”, promuovendo un’organizzazione “dei diversi momenti della giornata che dovrà essere serena e rispettosa delle modalità tipiche dello sviluppo infantile, per cui i bambini dovranno essere messi nelle condizioni di esprimersi con naturalezza e senza costrizioni”, lasciando però a casa il rischioso orsetto di peluche o l’imprudente Barbie proverbialmente promiscua.

In questi anni la  corporazione degli insegnanti non ha avuto buona stampa.  E non li ha aiutati a guadagnare quell’appoggio della cittadinanza, che sarebbe dovuto a chi è incaricato di istruire le generazioni a venire, una certa indole alla sopportazione delle  umiliazioni economiche e morali in cambio di una modesta pagnotta “sicura”, per  la tendenza a assoggettarsi al tacito mandato di trasmissione dei messaggi e dei valori propri dell’establishment quando non del regime,  per l’indifferenza castale mostrata nei confronti delle lotte di altri lavoratori, che è costata loro un’analoga noncuranza in occasione del susseguirsi di contro-  indecenti, di tagli inverecondi che colpiscono i docenti certo, ma tutta la società di oggi e di domani.

È di questi giorni una intervista allo storico Barbero che, richiesto di esprimersi sul “bornout”, quella sindrome di defezione, depressione, insoddisfazione diventata una malattia  professionale dei docenti, dichiara che per combatterla basterebbe che  gli insegnanti fossero assunti regolarmente, pagati bene e lasciati lavorare in pace. “Ma siccome, sostiene,   queste appaiono oggi condizioni da favola, del tutto irrealizzabili, fare l’insegnamento non è più soltanto uno dei lavori più faticosi del mondo, come è sempre stato, ma anche uno dei più frustranti”.

Eppure e non a caso, la loro è una categoria sotto attacco, da quando  l’ideologia unica del profitto, dell’iniziativa imprenditoriale sregolata,  della competizione e del marketing ha convertito i valori della cultura, dell’istruzione e di conseguenza dello spirito critico  in pericoli da neutralizzare.

Basta pensare al consenso per l’alternanza scuola-lavoro che vanifica quella conquista civile che è il diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto, sicchè  passare l’infanzia e l’adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare,   è diventato una sterile perdita di tempo, che allontana dal mondo reale e penalizza i talenti e le ambizioni della futura classe dirigente che dovrà essere costituita di tecnici, esecutori specializzati.

Quelli cioè che anche grazie alla criminalizzazione dei parassiti: : 3 mesi di vacanza!  un mestiere da donne sempre in malattia o in stato interessante! l’ultima opportunità di avere un reddito modesto ma sicuro per matematici, filosofi, economisti, matematici frustrati e neghittosi, e in virtù di tagli all’istruzione pubblica vengono sospinti ragionevolmente a approfittare dei servizi di quella privata, che non è lecito chiamare parificata se gode di trattamento e sostegno economico e superiore, quindi impari.

Eppure oggi credo vada  riconosciuto che, se dopo questi mesi, resiste il “simulacro” dell’istruzione pubblica, lo si deve proprio ai docenti, una volta registrato il fallimento della didattica a distanza non appena sperimentata da insegnanti, personale, famiglie, alunni.

Sono stati loro a cercare di tenere in piedi il sistema, hanno sperimentato e messo in pratica forme spontanee di aggiornamento e di acquisizione di competenze digitali, senza tante piattaforme SOFIA e corsi di formazione fasulli e a pagamento, sono loro che hanno mostrato un inusuale spirito di servizio e una certa creatività, e, non ultimo, forse inconsapevolmente, fatto comunità con alunni e famiglie, come dovrebbe essere, come non è più da tempo e come non sarà se, come c’è da temere, prenderà piede la didattica a distanza, agile come lo smartworking, selettiva già all’origine e che dopo l’esperienza del lockdown è piaciuta non  a caso al governo, alla ministra capitata per caso e all’Anp, l’associazione dei dirigenti scolastici, impegnati unicamente nella gestione amministrativa e burocratica del sapere, con il valore aggiunto di quel po’ marketing e di iniziativa commerciale ormai ineludibili.

Sono questi ultimi che vogliono, unanimemente e grazie al Covid19, imporre drastici tagli alla categoria, proprio quando distanziamento e alternanza imporrebbero di incrementare il numero degli addetti, e retrocederla a compiti di sorveglianza sanitaria, gestione dell’ordine, e, in sottordine, di una pedagogia di varia umanità non umanistica, quella che piace alla scuola della vita frequentata dagli influencer su Facebook, come camouflage decorativo di una formazione indirizzata unicamente a accedere a lavori esecutivi e specialistici, per i quali intelligenza, razionalità, logica, senso critico rappresentano vizi da nascondere nel curriculum, insidiosi ostacoli alla carriera.

Sono loro che  usano l’emergenza per consolidare quel disegno di sottomissione alle dinamiche di mercato che favoriscono la privatizzazione dell’educazione attraverso la dismissione e l’esternalizzazione di interi settori o    l’ingresso del privato nella gestione e nella determinazione degli indirizzi.

Negli anni passati ha suscitato un certo scandalo presto dimenticato l’attività di marketing e commercializzazione del “sapere” svolta da dirigenti scolastici che mutuano dall’aziendalismo gli espedienti e i messaggi pubblicitari per attrarre la clientela delle famiglie che vogliono collocare i delfini in istituti esenti dal meticciato, pronti a questo scopo a contribuire con donazioni e assistenza economica.

Adesso con le linee guida che affidano proprio ai burocrati della scuola il distanziamento, la politica delle inique disuguaglianze perfino sui banche della prima B è legalizzata. E un aiuto in più verrà se a fronte del fallimento accertato del decentramento regionale, passeranno le istanze di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che esigono maggiori e libere competenze su programmi scolastici, investimenti, organizzazione, assunzioni e trasferimenti. Così a decidere come saranno le basi e i fondamenti culturali e educativi dei nostri figli e nipoti sarà Zaia, sarà Fontana ancora al suo posto, irriducibilmente, sarà Bonaccini che, se appartengono a ceti disagiati meritevoli di assistenza pubblica, li manderà a raccogliere pomodori gratis.

Però saremo tutti connessi, grandi e piccini, in un total time (mica si può rinunciare tra lockdown, smartworking, sneeze, droplet, a un supplemenro di gergo imperiale) che comprende impegno professionale, lavori domestici, apprendimento, svago, assistenza (preferibile a domicilio come dimostrano le poche statistiche certe), relazioni umane.

Dimenticando, grazie alle baggianate dei pensatori da talkshow, le perdite che subiamo e  che sono a nostro carico, quei danni irreversibili inflitti alla socialità, che fa parte del bagaglio da mettere nelle mani di bambini e giovani,  con la riduzione dei processi culturali a sistemi rigidi di algoritmi e operazioni messi a punto per  distruggere ciò che resta    del pensiero critico e autonomo,  imballandolo in quel cartone da commercio online dove tutti   sono al tempo stesso produttori e consumatori  di dati e conoscenze.

Ecco pronta la scuola senza scuola, quella dell’Umanesimo digitale come la dipingono i sacerdoti del cambiamento ma in peggio, della gara, dove vince sempre il solito Golia, gigante per nascita, rendita o affiliazione ai cattivi della terra, della meritocrazia che invece di correggere le ingiustizie, le consolida all’origine della lotteria maturale o della selezione di classe. Quella senza aule, senza dispetti e senza risate, senza gesso e senza lavagna. No, quella c’è e noi, come al solito,  siamo dietro, in punizione.


Tutti in galera

bamb Anna Lombroso per il Simplicissimus

I riti penitenziali in margine all’epidemia prevedono obbligatoriamente il periodico atto di contrizione  nei confronti di target maggiormente colpiti, anziani e bambini, ufficio che viene velocemente liquidato dagli sbrigafaccende della persuasione  come inevitabile effetto collaterale delle doverose misure restrittive e cautelative.

E’ che alla compunta osservazione  sui possibili effetti della detenzione, della sospensione di giochi all’aria aperta seppure in anguste aree cittadine,  dell’interruzione di relazioni di amicizia, fa felicemente riscontro la celebrazione di quella che ha sostituito nell’immaginario la radiosa visione della Città del sole, o   dell’isola-repubblica di Raffaele Itlodeo: la tecnoutopia, nella quale confidare fiduciosi  per assicurarsi    un futuro liberato dalla fatica e esente dai rischi del contagio che accompagneranno le prossime e previste pandemie.

Oddio, un po’ di intelligenza artificiale servirebbe già oggi e ancora di più domani, perché a parte gli anziani già a priori esclusi dalle sue magnifiche sorti e  progressive, a parte la considerazione perfino banale che questa  consolatoria prospettiva avrebbe bisogno di infrastrutture, servizi, formazione per il suo impiego, in un posto dove la vera chimera sono la banda larga e la rete accessibile a tutti, per come si configura questo miraggio futuristico,  pare proprio che non abbia l’intento di liberarci dai travagli e dal peso del lavoro servile, né quello manuale, come dimostrano i vergognosi tentativi di assoldamento di braccianti, ma nemmeno quello intellettuale.

Come dimostrano le sperimentazioni in corso da tempo, il deliberato proposito sarebbe  proprio quello di ridurre al minimo la presenza e l’apporto dell’impiegato nelle attività lavorative soprattutto proprio in quelle che si distinguevano per richiedere oltre alle competenze specifiche, capacità di valutazione, giudizio e intervento, grazie a programmi, sistemi, applicazioni informatiche che andrebbero a rimpiazzare le più sofisticate prestazioni umane.

Così dopo aver ristretto quantità e qualità dei prestatori d’opera nelle mansioni burocratiche, si andrà verso l’automatizzazione di funzioni e incombenze  a più elevato contenuto di specializzazione, quelle cui starebbe preparando e  addestrando quella Buona Scuola che rivendica di preparare il management di domani, già condannato invece a incrementare la fascia grigia delle statistiche Ocse sulla disoccupazione nell’Occidente felix.

E la dice lunga sul futuro la sperimentazione in atto con lo smartworking e la “telescuola” che fa rimpiangere i tempi beati del maestro Manzi, se si tratta di test che dimostrano chiaramente la volontà di praticare su larga scala la riduzione del contributo dell’intelligenza umana, della capacità di scelta e decisione, promuovendo isolamento, eclissi delle relazione che favoriscono riconoscimento identitario, di ceto e categoria, in modo da contrastare ogni possibile partecipazione al processo lavorativo, reprimere ogni istanza di interazione spontanea in quello di apprendimento, per non parlare nemmeno delle possibilità di tutelare interessi in forma collettiva.

Così è solo apparentemente paradossale che dopo che per anni pedagoghi, psicologi, moralisti hanno denunciato l’abuso di cellulari, pc, play station, giochi virtuali da parte dei minori, affidati alle varie baby sitter informatiche e elettroniche, adesso nello stato di eccezione, ma sempre più prevedibilmente in un domani, tutto concorra alla diffusione generalizzata dell’istruzione digitale, destinata a ridurre sempre di più il personale insegnante e a sviluppare sempre di più il ruolo dei genitori, senza nonni, chiusi nella propria abitazione per motivi sanitari fin dai 60 anni, come sostegno didattico, educativo e  di sorveglianza.

Sono le nuove frontiere delle privatizzazioni, le famiglie che non possono permettersi le scuole parificate, quelle straniere, hanno davanti a sé un futuro di confinamento, padri e figli, al desk, ammesso che possano permettersi pr, modem, rete, in quella nuova e originale istituzione totale chiamata casa, sempre che ce l’abbiano.

Per tutti con la pena c’è anche la beffa: passata la emergenza in attesa di quella nuova, potrete convincervi di aver conquistato altre libertà, al posto di quelle cui ci fanno rinunciare per il nostro bene. Eh si, vi sarà concesso di scegliervi gli orari, di regalarvi la pausa pasto (le donne quelle dedicate alla cucina o alla lavatrice o alla scopa elettrica, anche quella intelligente, a margine del part time), di stare davanti al pc con la barba lunga e la ricrescita sdoganate dal locktime.

E zitti zitti, potrete usare le piattaforme digitali per fare incontri piccanti, virtuali, come è preferibile per motivi sanitari, potrete visitare città e compiere viaggi avventurosi, virtuali, come è preferibile per motivi sanitari.

Forse verrà ulteriormente ristretta invece la gamma di opzioni per la partecipazione democratica ai processi decisionali, ormai invisa anche ai fautori che temono selezioni ancora più soggette a condizionamenti e manipolazioni di stirpi, dinastie e guru capricciosi e dispotici, mentre sempre più estesa quella  della sorveglianza per monitorare livelli di obbedienza (il consenso è diventato arcaico e inutile in presenza di emergenze che richiedono la sospensione del controllo dal basso come della consultazione di organi rappresentativi), vigilare sul successo del cottimo, che deve diventare una pratica volontaria, quando sarete voi a imporvi turni massacranti per stare al passo coi vostri bisogni.

E a proposito di sistemi sofisticati di controllo, e di pubblici vulnerabili, dopo la ipotesi di dotare gli anziani di apposito dispositivo personale in sostituzione dell’appa Immuni, un dirigente scolastico della provincia di Varese ha equipaggiato il suo moderno istituto di 200 braccialetti   da distribuire agli scolaretti alla ripresa ancora imponderabile delle lezioni. E  che una volta indossati si illuminano e vibrano per “denunciare” la violazione della distanza di sicurezza, pena le orecchie d’asino e lo zero in condotta per i piccoli trasgressori.


Patrizi e plebei

pat2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma mica credevate davvero di conquistarvi meriti presso la casta sacerdotale dello sviluppo, presso i profeti della competizione globale, mandando i vostri figli, con grandi sacrifici, alla Luiss, alla Bocconi, pagando  a caro prezzo quei disonesti parcheggi  sotto forma di master in prestigiose strutture formative gestite da acchiappacitrulli e propedeutici a brillanti carriere nella City?

Ma davvero  credevate che così sarebbe stata assicurata loro la scalata sociale e per voi il riscatto, grazie all’automatica affiliazione in quelle cerchie del privilegio, in quei delfinari dove l’inclusione invece è proibita a chi non vanta appartenenze dinastiche o di censo, proprio come lo è nel vostro ceto per il terzo mondo esterno che si affaccia da noi.

Ma davvero vi credevate che fossimo dentro a un film di Frank Capra, dove la virtù, l’onestà, l’onore vengono premiate, dove Mr Smith  va a Washington, diventa senatore come un qualsiasi  5stelle ma restando integro, innocente, specchiato riesce a far valere i suoi lodevoli propositi, o che i  format Publitalia o Leopolda garantissero che studi, curriculum, che potessero avere lo stesso peso e la stessa influenza delle raccomandazioni  ai tempi di Andreotti. Perché se che è vero che  continuano a declinarsi a vari livelli gerarchici in tutte le geografie del clientelismo e del familismo, ma  è altrettanto verificato che non possono competere con le impari opportunità  elargite a chi nasce da sacri lombi, da casati illustri con azionariati incorporati.

Dopo la irresistibile e irriducibile ascesa del cavaliere, dopo le scalate dei due matteo e di qualche altro esemplare in corso,  di archetipi di homo novus  se ne affacciano pochi,  perché certi cursus honorum richiedono investimenti, protezioni, appartenenze speciali e non bastano più i codici genetici dell’arrivismo,  della spregiudicatezza, che costituiscono la dotazione iniziale dei social climber.

E ormai non si vedono più in giro e sui rotocalchi per famiglie le favole edificanti di Cenerentola che sposa il principe, di Pretty Woman che sposa Gordon Gekko, di un personal trainer, o un attore o un giornalista (professione che ha perso smalto) come in Vacanze Romane, che innamora l’ereditiera o la futura regina: le interazioni di ceto sono evaporate nella polarizzazione tra una minoranza che ha e che accumula e depreda per avere sempre di più, combinandosi con altri che perseguono gli stessi obiettivi, e una larghissima e variegata molteplicità sociale con una classe che un tempo coincideva con l’alta, media e piccola borghesia, ormai impoverite, quelle che impropriamente viene indicata come “signorile”  contando sul mantenimento di margini ampi di sopravvivenza,  e i sommersi.

Tra queste  declinazioni pare non ci sia più scambio, interconnessione e reciprocità, grazie anche all’ideologia del politicamente corretto che congela queste gerarchie e differenze, le normalizza, nel timore che diano luogo all’unico conflitto che spaventa, quello appunto di classe.

Infatti è da un bel po’ che gli investimenti sulle generazioni a venire, pur guardati con generosa benevolenza, soprattutto se indirizzati verso università, scuole private, formazione a pagamento persuasive della bellezza del volontariato e della gratuita prestazione d’opera a scopo pedagogico, sono annoverati tra i consumi dissipati di un popolo che vuole troppo, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ben oltre i propri meriti. Sono questi gli effetti distorti del mito della meritocrazia, che ha saputo convertire perfino la parola uguaglianza in una bestemmia o in un tabù e che ha convinto milioni di lavoratori dipendenti che   fosse doveroso rinunciare a rivendicare diritti e salari, esigibili e erogabili solo in presenza di risultati produttivi.

E figuriamoci cosa succederà da ieri in poi, quando il lento e cauto riavvio del paese dirige milioni di persone versa una accelerazione traumatica dell’impoverimento,  secondo i dati del Def, che parlano di  un incremento del debito a fronte della contrazione dei consumi, una flessione degli investimenti, un peggioramento del tasso di disoccupazione, una caduta dei redditi da lavoro, un crollo del monte ore lavorate.

Se avete pensato come Renzi che la Buona Scuola, la privatizzazione soprattutto morale dell’università grazie ai ministri che si sono susseguiti, in testa quelli dell’area riformista, fossero il prezzo da pagare per mettere i vostri figli in condizione di rispondere alle sfide del mercato globale, di conquistarsi un posto  in prima fila nel grande teatro dello sviluppo e di un lavoro libero dalla fatica grazie all’automazione, all’informatica, se eravate convinti che il progresso fosse una divinità da adorare perché alla faccia cattiva delle disuguaglianze, del colonialismo, dell’oppressione opponeva quella buona delle conquiste scientifiche, della lotta alle malattie, dell’alfabetizzazione, dell’onnipotenza virtuale, temo che stiate per avere un gran brutto risveglio.

E basta pensare non solo alla guerra persa contro il cambiamento climatico, l’inquinamento, le patologie che ne derivano, alla correità nella demolizione della ricerca e dei sistemi presidiati alla cura, all’assistenza alla salvaguardia della salute, ma alla fine del lavoro inteso come valori di emancipazione, conquiste, quelle sì meritate con la lotta, diritti, ormai cancellati come optional cui è doveroso rinunciare in condizioni di “necessità”

Basta pensare  a quali sono e saranno le occupazioni per i vostri figli, se non si piegano all’appello della ministra ex bracciante e del presidente di regione che chiamano a raccolta, obbligatoriamente, quelli che indegnamente percepiscono redditi di cittadinanza e sussidi, perché restituiscano il maltolto, o quelli che dovrebbero gettare alle ortiche da raccogliere per il risotto e la frittata, anni di studio, curriculum e referenze, per tornare ai campi, in quelle funzioni fino a ieri sottratte occupate abusivamente dagli immigrati, ma con emolumenti inferiori perfino ai loro, come è imperativo nell’attuale stato di emergenza.

Governo e Confindustria le hanno individuate e designate con l’aggettivo “essenziali”: pony, facchini, magazzinieri, operai metalmeccanici e nel settore della fabbricazione di strumenti bellici, cassiere, commessi, camionisti, autisti di bus, guidatori di metro e treni con i quali portare in fabbrica, al supermercato, al call center, in uffici con orari flessibili altri inservienti, donne delle pulizie, postini, netturbini.

Perché contrariamente a ogni ipotesi dell’immaginario pandemico, nulla lascia prevedere  che vengono un futuro richieste figure professionali oggi esaltate, virologi, epidemiologi, specialisti pneumologi, cardiologi, perché la sanità già malata andrà verso l’agonia per i costi dell’emergenza, per risarcire scelte sbagliate del passato e del momento, e pure per non scalzare la casta sacerdotale che inebriata dal primato assegnatole non mollerà le poltrone accademiche e televisive.

Invece potete star tranquilli, manovali, operai sulle impalcature, subacquei addetti all’eterna manutenzione della potente opera ingegneristica veneziana occupata dalla cozze e dalla ruggine, talpe dell’alta velocità, quelli sì sono richiesti per mansioni servili e a termine nella lotteria delle grandi opere mai sospese per coronavirus, sempre attive e instancabili come la speculazione, lo sfruttamento, la corruzione che movimentano un una eterna ammuina.


I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


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