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Cellulari e cattiva scuola

cina-laureati-universita-reuters-khFI--835x437@IlSole24Ore-WebIl panorama di dittatura silenziosa e impalpabile descritta nel post di ieri, Orwell 2019 , non rimane  senza conseguenze a lungo termine sul sistema che l’ha creata perché, tra le le varie contraddizioni cui va incontro, innesca una caduta sostanziale dell’istruzione e del sapere che viene generata dalla logica stessa del neo liberismo. La diminuzione sempre più accentuata di fondi alla scuola pubblica, la tendenza a immaginare l’educazione intellettuale come preparazione puramente pragmatica al lavoro, la ricerca da parte delle persone del massimo utile con il minimo sforzo che sconsiglia iter di studio impegnativi, l’iper specializzazione che naviga in un pneumatico vuoto culturale, alla fine portano a una caduta verticale del sapere complessivo proprio quando esso sarebbe necessario per far fronte alla enorme quantità di informazioni che si ricevono. Queste cose erano già state rilevate in Usa negli anni ’90 (per non tornare ancora più indietro nel tempo, a Ecologia dei media, di Postman, risalente al ’79, ma che andrebbe riletto con molta attenzione)  preconizzando una perdita di competitività intellettuale dell’occidente, ma sono state imitate in Europa e più che mai in Italia da ceti politici subalterni alle ideologie neo liberiste e non in grado di pensare al di là del loro naso, assai meno lungo delle tasche.

Ora cominciamo ad arrivare ai primi redde rationem: due giorni fa Ren Zhengfei, amministratore delegato e fondatore di Huawei Technologies, l’azienda di telefonini che l’amministrazione Usa e Google al suo servizio, vogliono affondare nell’ ambito della guerra cinese,  ha presentato il nuovo sistema operativo ( vedi qui)  che sarà usato al posto di Android di cui non ha più la licenza. Esso sarà compatibile con tutte le applicazioni androidiane e anche se non sarà possibile accedere direttamente al play store di Google, è intuitivo che in pochi mesi la situazione si potrà riequilibrare tanto più che vi sono migliaia di app destinate al mercato cinese e asiatico che sarà facile “trasportare” sui telefonini venduti in occidente. Dunque la mossa tentata da Trump e dal suo staff di incompetenti guerrafondai, si è risolto in uno scacco senza precedenti nel quale gli Usa si sono scoperti non più in grado di esercitare fino in fondo un ricatto tecnologico, come se fosse l’arma totale. Faranno danni, anche a se stessi ovviamente, ma non danni letali, anzi la nascita di nuovi sistemi operativi è quanto mai pericolosa per gli Usa che hanno sempre tentato di averne il monopolio. Tra l’altro va detto che già dal 2015 la Huawei stava sviluppando il proprio sistema operativo, Kirin Os (forse sarà ribattezzato come HongMeng), temendo che prima o poi Google avrebbe trasformato Android da sistema aperto a sistema proprietario: probabilmente non si aspettava che questo sarebbe avvenuto ad aziendam e per via geopolitica, ma evidentemente qualche allarme c’era già da tempo. Altra circostanza significativa è che i chip per i telefonini alto di gamma sono quelli a 7 nanometri sviluppati dalla Tsmc di Taiwan che ha battuto sul tempo Intel e Amd:  per realizzarli si serve di macchinari europei, principalmente tedeschi, quindi non sarà costretta ad interrompere la produzione per Huawei. Del resto non ci vorrà molto prima che questi chip vengano prodotti nella Cina continentale.

La cosa  era prima o poi immaginabile se un miliardo e mezzo di persone fatica affinché i propri figli siano ingegneri, medici, scienziati, mentre 800 milioni dall’altra parte del mondo non vedono l’ora che i propri ” magnanimi lombi” facciano dei soldi non importa se come tronisti, chef , affaristi da telefilm  o talentuosi per una sera. Se ne può ridere, ma in realtà si tratta di un abisso nel quale stiamo sprofondando. Ad aggravare il bilancio, anzi a sottolinearlo  Zhengfei  in una intervista ha messo il dito direttamente sulla piaga “l’istruzione di base e l’istruzione professionale dovrebbero essere maggiormente seguite; il problema di fondo del commercio sino-americano risiede nel livello d’istruzione”. D’un tratto ci si spalanca davanti un panorama ben diverso da quello auto narrato in occidente: in Usa è proprio la scuola privatistica ed elitaria che ha prodotto una perdita di competitività, al punto che gli americani sono ormai costretti ad importare ricercatori da ogni dove o a utilizzare in qualche modo quelli di altri Paesi per supplire a una base interna largamente insufficiente a ricoprire il ruolo di egemonia planetaria.  Basta scorrere i nomi sulle riviste scientifiche per rendersene conto. Alla faccia della buona scuola dei servi sciocchi. 

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Lettera alle professoresse

24b4fbd7285efc1eb7db86d4656cfa7b  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo alcune donne ammesse e annesse a vario titolo al sistema di potere hanno smentito le speranze riposte nelle qualità di genere: sensibilità, spirito di servizio e abnegazione, cognizione del valore della dignità e del rispetto che le si deve, conquistato con lacrime e sangue come succede a minoranze non numeriche, ma sottoposte a una pratica millenaria di discriminazione, ed anche l’onestà, che si credeva rientrasse nelle prerogative di quella metà del cielo che era stata dispensata da negoziazioni opache per la conservazione di posti, privilegi, rendite.

Parlo di lady Poggiolini e del suo pouf, di una brillante imprenditrice ai vertici confindustriali nota oltre che per alcune vicende giudiziarie, per aver caldeggiato l’applauso agli assassini della ThyssenKrupp, di una ministra che per salvare il babbo imprudente si prodiga per l’esonero da responsabilità di banche criminali, di un’altra che sostiene la bontà delle guerre come motori di pace e che in questa veste si fa vendere armi taroccate, e in questi giorni anche della potente consigliera di un influente ministro che si sarebbe conquistata fiducia e gratitudine dell’alta personalità grazie all’assunzione del figliastro nell’azienda del fidanzato, che pare siano finiti i tempi dei rolex e i rampolli d’oro esigono quelle garanzie negate ai figli di nessuno.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, non dimenticando la Fornero, l’avvicendamento delle distruttrici della scuola pubblica in forma bipartisan, la burbera sindacalista che ritrovava il sorriso ai meeting castali di fianco ai profeti dell’austerità, Madame Lagarde che raccomanderebbe misure sociali per togliere di mezzo i molesti e dispendiosi anziani, facendoci rimpiangere le scorribande  viriliste del predecessore, e poi qualche zarina dei clan, qualche funzionaria delle Asl addetta alla compravendita di invalidità, qualche “caporala” e pure qualche moglie che denuncia le imprese furfantesche del coniuge solo in odor di corna, o qualche mammà che ha accompagnato la figlia poco più che adolescente fino al portone prestigioso di Palazzo Grazioli.

Perché sarebbe anche ora di dire che se i maschi stanno ben volentieri collocati nel ruolo di pretesa superiorità, assegnato loro dalla cultura patriarcale, facendosi servire anche e, soprattutto, se sono a loro volta servi, dimentichi quindi di ogni elementare forma di solidarietà e coesione di classe, è altrettanto vero che per alcune donne la pretesa inferiorità e subalternità sociale e culturale rappresenta anche quella una cuccia ben riscaldata, nella quale dispensarsi da responsabilità personali e collettive. Soprattutto se quella cuccia è situata nei palazzi, se qualche maschio influente  elargisce buoni bocconcini e gustosi croccantini, talvolta meritati non per preclare virtù e competenze ma per l’indole a scodinzolare, che accomuna peraltro femmine e maschi intenti a scalate ambiziose, dediti a qualsiasi rinuncia, prima di tutto all’orgoglio, pur di non rinunciare all’affermazione di sé e delle proprie vocazioni e pretese.

È una vecchia storia, mentre è recente un fenomeno che permette a una notabile in quota rosa criticata o denunciata per comportamenti inopportuni se non illegittimi, soprusi, prevaricazioni di gusto squisitamente e vigorosamente virili, di rivestire in tempo reale i panni della vittima di arcaici pregiudizi sessisti, di rigurgiti machisti espressione inevitabile della rinascita di un fascismo che interpreta valori reazionari e repressivi.

Succede ormai quasi quotidianamente, sicché censurare motivatamente il comportamento di una donna carogna, rientra in quella sfera di tabù governati e difesi dall’ideologia politicamente corretta. Ma non è sempre così,  perché anche questa regola può essere inficiata dall’appartenenza della vituperata a una cerchia politica, ad una fazione avversa da quella degli abituali collegi di difesa organizzati a seconda della fidelizzazione ai due schieramenti in campo, a quelle due tifoserie che vorrebbero imporre a tutti prove di fedeltà e affiliazione e conseguente arruolamento forzato.

Così anche quelle che doverosamente avevano denunciato l’atteggiamento deplorevole del governo sul revenge porn, avevano omesso l’altrettanto doveroso soccorso a una vittima di fazione opposta, e  pare così che non si sia tenute a mostrare il minimo sindacale di solidarietà a una sindaca che è certamente una iattura per il suo stesso movimento ma  cui sono stati dedicati  titoli oltraggiosi, mentre abbiamo visto sprecarsi la generosa sorellanza per mogli di golpisti affetti da ossessioni turpi, per la cricca di mezzane procuratrici di merce scollacciata per l’utilizzatore seriale, folgorate  tardivamente quando il munificente cavaliere ha stretto i cordoni della borsa,  e perfino per nipoti del despota criminale risparmiate anche quando pretendono severe misure contro i pedofili, all’infuori di quelli di famiglia.

Il fatto è che se si è riservata disapprovazione ai professionisti dell’antimafia, le stesse obiezioni andrebbero rivolte a chi dimentica l’obbligo della laicità e fa professione di pregiudizio anche favorevole, trasformando la militanza in mestiere, l’attivismo in impiego, l’impegno in ricerca di consenso, visibilità personale, addirittura remunerazione. Succede per quell’ambientalismo che si è collocato nella ideologia green e che pretende di contrastare profitto e speculazione con gli strumenti del mercato, succede con l’umanitarismo  che predica accoglienza anche esercitata tramite organizzazioni non del tutto trasparenti e finanziate da ben noti bricconi globali o enti e imprese commerciali, senza mai mettere in discussione l’ imperialismo e le sue guerre di rapina, comprese quella cooperazione fatta di sfruttamento e trasferimento di corruzione e malaffare.

E succede anche quando nell’arcipelago femminista alcune isole scelgono battaglie di emancipazione e riscatto che non mettono in dubbio il modello e il sistema che discrimina, emargina e colpisce le donne non solo in casa e nei rapporti personali ma in quelli di produzione, nel lavoro, nella società.

Qualcuna si è offesa perché ho chiamato queste “aberrazioni” femminismo di mercato (qui:https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/30/oscurantismo-medievale-e-femminismo-di-mercato/ ):  era probabilmente più educato chiamarlo femminismo liberal. Perché non saprei come altro chiamare quella appartenenza, ideale e non solo,  a un’area post tutto, post comunista, post socialista, post radicale che ha abbandonato o mai intrapreso ogni logica di classe, come se fosse  “vecchiume da maschi”,  per sposare valori e principi dell’ideologia dominante, quella che vorrebbe farci intendere che una volta acquisiti e consolidati diritti ormai inalienabili si può passare ad altri “aggiuntivi”, quei diritti civili cari alla cerchia europeista o da grande mela e che non pregiudicherebbero al pieno dispiegarsi del capitalismo. Facendo intendere la più infame delle menzogne e che i bisogni e i diritti siano sottoposti a gerarchi e graduatorie, che una volta conquistati non vengano meno, che sia possibile e forse opportuno toglierne uno per  conservarne altri.

A suo tempo fummo incantate, senza sputare né su Hegel né su Marx, dall’ipotesi che la donna per la sua specificità, una volta liberata  dai gioghi della cultura patriarcale, avrebbe liberato anche il maschio.

Ma è davvero possibile? Davvero pensiamo che la raggiunta parità salariale riscatti tutti da mestieri che ci svalutano, precari e umilianti per vocazione, talento e  aspettative? Davvero pensiamo che più indagini e protezione da violenze e stupri, e che più severità nei percorsi giudiziari ci affranchi da leggi di ordine pubblico e da un sistema di amministrazione della giustizia per persegue i poveri, indigeni e stranieri, criminalizzandoli a priori? Davvero pensiamo che basti cancellare leggi che stabiliscono la proprietà e il dominio maschile sulla femmina della specie, per sopprimere magicamente quelle che a permettono di trattare corpi e ingegno come merci deteriorabili, di commercializzarli e trasferirli dove fa più comodo al padrone? Davvero pensiamo che per combattere la più tradizionale declinazione concreta del capitalismo, il fascismo con la sua triade dio-patria-famiglia, basti estirparne il radicamento dai rapporti di forza uomo -donna- padri, madri-figli- figlie, quando è stata riservata indifferente accettazione alla distruzione delle stato sociale, della scuola e dell’istruzione pubblica e laica, alla abrogazione delle garanzie e dei diritti del lavoro? O che attribuire un valore alla riproduzione e alle attività di cura e assistenza, svolti tradizionalmente dalle donne e oggi imposti nuovamente senza possibilità di scelta, ci riscatti quando invece le reintroduce nei meccanismi della sfruttamento e della mercificazione.

È vero a qualcuna ( e dovremmo pensare così tutte) non bastano il corporativismo, il sindacalismo femminile, lo sciopero con il rifiuto  non solo del lavoro retribuito ma anche quello di cura e perfino di quello dell’attività riproduttiva”. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta un’azione che punti alle “pari opportunità di dominio”, per sostituirci meccanicamente ai maschi nello stesso sistema di potere. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta neppure l’integrazione automatica dei nostri bisogni nella lotta di classe, anche se è necessario e doveroso e irrinunciabile essere in prima linea in quelle battaglie per l’ambiente, la salute, il territorio, la legalità, il sapere.

Non accontentiamoci di poco, non  accontentiamoci di una metà del cielo ciascuno, vogliamolo tutto per tutti.


Soldatini in Lega di piombo

bambi Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vorrà forse la sua reintroduzione nelle scuole perché aspira a essere meglio introdotto in quelle cerchie oscure e influenti dove Il Grembiule è uno dei simboli fondamentali: “abbigliamento principale dei Massoni durante i lavori di Loggia, ha forma rettangolare sormontato da una bavetta triangolare. Quello di Apprendista è di pelle bianca, preferibilmente di agnello, simbolo dell’innocenza e della purezza, doti indispensabili per essere ammessi alla Loggia celeste presieduta dal Grande Architetto dell’Universo”?

Vorrà imporlo in tutti gli ordini e gradi per imitare l’Avvocato  che alla Fiat lo rese obbligatorio più dell’orologio sopra il polsino, così anche le sue potentissime segretarie lo sfoggiavano, nero con collettino di pizzo bianco? Oppure a stimolare la sua fantasia da guardone è stato l’ammaestramento del Cavaliere con le sue cene eleganti? tutti in maschera come in una Histoire d’O a Zagarolo, con le festose forosette bardate in uniformi da infermierine dei film dei Martino o da pompiere  senza allusioni, o, peggio da scolarette da punire con le totò sul culetto?

O avrà trasferito sui bimbi e ragazzi la sua ossessione per le divise che si sta diffondendo ad altri attori in commedia, in attesa di un guardasigilli in tocco toga e ermellino, un ministro della Salute in camice e stetoscopio al collo come una onorificenza, Toninelli col berretto e fischietto da capostazione, la Trenta in mimetico che a galloni sul tailleur in occasione della parata ci aveva già pensato la Pinotti, Moavero Milanese in feluca e polpacci inguainati nella seta bianca sugli scarpino, tanto per farci capire che ormai le istituzioni sono una festosa pagliacciata da non prendere troppo sul serio?

L’interpretazione più fosca che possiamo dare però dell’iniziativa del bravaccio all’interno di reintrodurre l’impiego della divisa scolastica negli istituti italiani è che muova da un intento pedagogico e ugualitario, che praticato da lui suona come una beffa. Lo vede come un’occasione di parità, e, ha detto, “eviterebbe simboli di diversità”,  che per quella bastano colore della pelle, credo religioso e censo. Infatti è probabile che nella Buona Scuola dove i genitori sono invitati a partecipare alle spese di gestione proporzionate ai loro mezzi, e che non è stata “sospesa” malgrado le promesse elettorali nel timore che diventi “buonista”, succederà come con un’altra divisa dell’obbligo, la veste per la prima comunione, che sancisce più che mai differenze tessili, ornamentali: vedremo rampolli griffati, collettini di trina, tombolo e chiacchierino, divise invernali di Loro Piana scendere dai suv nei giorni di pioggia e malinconici virgulti proletari i in tetri panni, addirittura multietnici, dismessi da fratelli maggiori.

Oddio una divisa vale l’altra e non è meno dannosa e inquietante l’ipotesi di rinnovare gli eserciti in erba pronti all’arruolamento in guerra o nel precariato di balilla e piccole italiane dei giorni nostri, delle formazioni di ragazzini resi uguali dai diktat delle grandi firme con magliette con su le principesse di Frozen o i supereroi dei manga, marciare ben calzati con gli irrinunciabili stivaletti Dr.Martens e  Gucci, le  sneackero Nike , di solito fabbricate da coetanei di altro emisfero.

E non è certo una novità che tutti, convertiti da cittadini in consumatori oggi frustrati da nuovi bisogni, siamo stati più o meno messi in divisa, gli uomini con l’uniforme maschile del manager, magari dell’accoglienza o del lievito madre nelle pizzerie della City, magari addomesticata dai jeans, le donne a loro imitazione con la giacca d’ordinanza ingentilita si fa per dire dai rischiosi leggins, con la cravatta evocativa dei nodi scorsoi del racket sovranazionale, l’autoreggente sugli anfibi a consolidare il cliché di una  femminilità ostentata in vendita, e di una seduttività senza piacere riportata alla sfera della guerra dei sessi.

È sospetto  il ripristino forzato di usi e costumi per riconfermare l’efficacia di tradizioni che altro non erano che obblighi, imposizioni, manifestazioni repressive e regressive, o, ma non è meglio, l’ostensione  dell’appartenenza a corporazioni, caste, compagnie e famiglie. Come lo è l’intimazione ad adeguarsi a una somatica di regime, bocche e zigomi gonfiati, riporti e tinture, cerone e lampade per riconfermare l’iscrizione al partito dei vincenti e dei sempregiovani.

E peggio mi sento se  l’aspirazione a valorizzare le proprie radici e ad “abolire le differenze”  nasce così  per cancellare identità, inclinazioni, talenti, fantasia, per ridurci fin dall’infanzia allo status di figurine, di soldatini, di robot in miniatura, in attesa di crescere per metter su la divisa di magazzinieri, pony, piloti di droni al desk, centralinisti di call center, ma pronti anche a indossare quella di milizie addestrate per l’esportazione militare della nostra civiltà superiore e del nostro stile di vita.

 

 


Tasso, piccoli Veltroni crescono

eccoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo aver  letto la “mozione” degli studenti romani che hanno occupato il Liceo Tasso, dichiaro  che non solo ho nostalgia del ’68,  ma pure dell’Ugi e perfino della goliardia e delle “osterie paraponzi ponzi po”. Lascio da parte la critica stilistica. Pare il prodotto di Napolitano ragazzo prima dell’iscrizione ai Guf, ma già anticipatore  del burocratese costruttivo dei dirigenti allevati alle Frattocchie: ricordano energicamente, deplorano vibratamente, solidarizzano vigorosamente e così via.  O, peggio, la sceneggiatura di una zelante ex studentessa della Bocconi che fa il provino per una trasmissione di Santoro con l’inchiesta sulla scuola e sugli studenti di oggi, così carini, così collaborativi, così concreti, così piccoli Veltroni.

Chissà come saranno contenti i papà e le mamme dei rampolli del generone, a parte la preoccupazione perché in questi giorni piove e fa freddo e li avranno accompagnati col Suv a compiere questo rito di passaggio, magari con acconcio sacco a pelo di Loro Piana, compiaciuti perché hanno trasformato un atto illegale: l’interruzione di servizio che a generazioni precedenti costava sgomberi, qualche bussa e sette in condotta, in una scampagnata con i boy scout, alla cui disciplina si è formato il padre della Buona Scuola, della quale i riflessivi giovinetti sembrano non avere contezza, e che verranno premiati presto con un altrettanto educativo Erasmus purtroppo senza Tav, benché abbiano un intelletto da rape.

Perché l’aspetto più malinconico di questo documento fondamentale per capire che non abbiamo più speranza di sottrarci a un destino di servitù e soggezione a una ideologia che ha occupato ormai il mercato, la cultura, la politica  e pure all’immaginario, è la rimozione di quella fisiologica indole alla ribellione visionaria e alla contestazione degli idoli degli adulti che è sempre stata la cifra della giovinezza. I pompieri già da ragazzi del Tasso invece aspettano la benedizione del “corpo docente” per fare l’occupazione delle larghe intese, secondo una piattaforma programmatica messa a punto nel segno delle convergenze parallele: vediamo al contrario quest’occupazione come una piattaforma, appunto,  in cui noi studenti possiamo portare avanti un discorso di contestazione fondata sullo scambio tra di noi e sulla cultura portataci dai docenti.

E volete non avere nostalgia dei tempi nei quali la cultura “portata dai docenti” era oggetto di critica e dissacrazione perchè frutto di un pensiero codino, conservatore, padronale. E volete non rimpiangere lo smascheramento di maestri cattivi, la possibilità di seppellire conformismi e ipocrisia  sotto il ridicolo, con una gran risata.

Certo dalla scrematura gâté  dei ragazzi che esecrano il reddito di cittadinanza, ma non la paghetta oggi e domani i fondi pensione pagati dai nonni, votati alla Luiss, e appartenenti al delfinario del privilegio borghese che si vergogna e nasconde coi debiti la perdita di beni, mentre considera inevitabile e doverosa quella dei diritti pur di farsi classe dirigente, non c’era da aspettarsi la condanna dell’avvicendamento scuola lavoro, la riprovazione per una didattica sempre più protesa a dare l’attrezzatura di base per mansioni esecutive invece dei fondamenti per esprimere inclinazioni e talenti, la disapprovazione per una pedagogia che li vuole fermi a una infanzia protetta e esclusa dalla vita, in modo che ogni sfida e ogni conquista sia inquietante e impervia e che sia augurabile l’abiura della responsabilità e della libertà delle scelte che fanno diventare adulti.

E non c’è da sperare nemmeno in una lettura della Costituzione che non sia solo la retorica feat Benigni o gli stati a colori su Fb, ma la sottoscrizione di un patto con se stessi, la propria dignità e il proprio futuro, come dice la Carta:   ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana’, che parla di ostacoli perché riconosce che ci sono, che li erige l’ordine “asociale”  imposto da un sistema che, allora quando fu scritta e oggi ancora di più, vuole ridurre a merce gli uomini, il loro lavoro, le loro aspirazioni, i loro desideri e i loro bisogni.

Sono un rampo secco e per questo ho sempre sentito in modo non egoistico e non familistico la responsabilità del domani dei figli di tutti. Ma non  condivido la colpa di aver loro spiumato le ali fin da piccoli in modo che rimangano per sempre dei piccoli-borghesi, oggi,  e anche domani, quando sono purtroppo destinati ad essere, impreparati e indifesi, quarti di bue da cannone o da volontariato coatto,  economisti pizzaioli a Londra,  disperati come quei loro coetanei cui  esprimono al solidarietà pelosa a condizione che non facciano loro concorrenza nella gara della sopravvivenza, che restino una emergenza remota, un problema che sfiorano da lontano, una tragedia messa in scena sull’irrinunciabile iphone.


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