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Mezzogiorno di Covid

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel libro di Bruno Vespa ‘Perchè l’Italia amò Mussolini e come ha resistito alla dittatura del virus’,   vengono riportate le risposte di Domenico Arcuri alle domande dell’autore sull’emergenza sanitaria, con la conferma che entro il 31 ottobre saranno consegnati alle scuole tutti i banchi necessari e con i dati che riguardano la riposta delle regioni:  la Valle d’Aosta avrebbe chiesto banchi nuovi per l’8 per cento della popolazione scolastica, il Veneto per il 14 per cento, l’Emilia Romagna per il 15%.  Il Lazio, invece,  per il 52%. La Campania per il 61% e la Sicilia per il 69% per cento.  

E’ chiaro che queste ultime regioni ne approfittano per rifarsi le scuole…” è stata la   conclusione sbrigativa del Commissario.

Subito salterete sulla sedia del semi-lockdown, scandalizzati per le solite accuse al nostro Sud, antropologicamente improduttivo, indolente e parassitario tanto da aver macchiato la reputazione dell’intero Paese che ha finito per essergli assimilato come propaggine africana e  pesomorto al collo dell’Europa, con tanto di pistola sul piatto di bucatini.

Macchè, vi sbagliate, il suo era un brusco elogio invece, riservato alla creatività e allo spirito di iniziativa del Mezzogiorno, grazie ai quali amministrazioni che hanno atteso invano i quattrini dell’Italia sicura-scuola di Renzi, dei fondi per mettere qualche pezza agli edifici lesionati dal terremoto di Messina, da quello dell’Irpinia, da quello di Napoli dell’Ottanta, delle risorse per gli stabili invasi dall’acqua con l’ultimo temporale di Palermo,  hanno deciso di ingegnarsi impiegando in modo più efficace i vergognosi finanziamenti stanziati per far correre i ragazzini giocando all’autoscontro con i banchi a rotelle.

Anzi, io lo vedo come un indiretto suggerimento, una “raccomandazione” come quelle che sono in questi giorni entrate nel vocabolario della giurisprudenza emergenziale.

Quello potrebbe proprio diventare un format di successo da trasferire in altre realtà: indirizzare i soldi dei cantieri delle 130 Grandi Opere che devono far ripartire il paese, completamento del Mose compreso e un domani il Ponte o il Tunnel dello stretto,  per realizzare  gli indilazionabili interventi di manutenzione  idrogeologica del territorio.

O anche dirottare i soldi che Bonomi reclama per un sistema di imprese, quelle sì parassitarie se da anni non investono in ricerca, tecnologie e sicurezza e dignitose retribuzioni per impegnare gli utili nella roulette del casinò finanziario, al fine di promuovere un new deal di difesa del suolo, ridare respiro al comparto agricolo, sostenere le imprese del Sud cannibalizzate dal fisco e dalle multinazionali assistite, tanto per fare un nome tra tanti, dal Invitalia il cui Ad si chiama casualmente Arcuri, o da Cassa Depositi e Prestiti dove potrebbe ricoprire presto una autorevole poltrona, o per mettere fine al martirio di Taranto.  

So già che mi risponderete che la colpa di un’Italia troppo lunga e a due velocità è delle regioni meridionali.

So già che  mi rifarete l’esempio dei forestali in Sicilia,  so già che mi ricorderete che la Calabria si distingue per l’esportazione profittevole della ‘ndrangheta, che perfino la mafia ha abbandonato quei territori inospitali per trovare nuovi mercati, che a Napoli la marmaglia si è fatta ancora una volta riconoscere dando vita a tumulti inoltrati dalla camorra, che gli ospedali ci sono ma spesso sono obsoleti prima di entrare in funzione, come mille altre cattedrali nel deserto, che se la Salerno Reggio Calabria è diventata spunto per il  barzellettiere e caso di studio dei sociologi del familismo amorale, mentre l’Autostrada del Sole resta un fulgido esempio di buon governo delle infrastrutture.

E aggiungerete che  è inevitabile che le grandi crisi siano motori di disuguaglianze, da quella petrolifera a quella iniziata nel 2008, attraversando la deregulation finanziaria e l’integrazione dei mercati, i grandi shock  globali, i conflitti coloniali e i conseguenti fenomeni migratori, e che a risentire da noi siano state in contemporanea non casuale  la crescita nazionale figlia del boom e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

E che bisogna aggiungere la sottoscrizione del Trattato di Maastricht  e le politiche di austerità inserite nei criteri di convergenza alla moneta unica che obbligano all’abbandono dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno convergente, come una condanna anche semantica, nell’intervento ordinario per le aree depresse. 

Sicché può darsi che le interpretazioni della questione meridionale da Fortunato a Nitti, da Salvemini a Cafagna fossero opinabili, che il ruolo salvifico dello Stato imprenditore come impostato da Pasquale Saraceno e che le azioni della Cassa del Mezzogiorno o quelle delle Partecipazioni Statali fossero destinate  fisiologicamente a patire delle patologie nazionali, ma è innegabile che fino agli anni Settanta e prima dell’adesione all’Ue monetaria, lo sviluppo del Paese era immaginato come il “progresso” di un sistema produttivo unico, duale ma connesso e interdipendente, in modo che il ritardo di uno non comprometta la crescita dell’altro.

E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata  una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

Qualcuno attribuisce quella “rottura” anche morale oltre che economica, politica e sociale, anche al regionalismo, che separa fatalmente i destini delle due “aree” tanto che si comincia a parlare  di una questione “settentrionale” , dell’opportunità di mantenere o convogliare le risorse e gli sforzi al Nord per consentire a poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E c’è da dargli ragione pensando alla pretesa più che mai paradossale dopo le prestazioni ai tempi della peste, dei tre governatorati che esigono maggiore autonomia con reclami e proclami di marca secessionista, in materie che vanno dalla scuola alla sanità, all’università.  

Il fatto è che invece di guardare a Salvini e alla Lega cattiva come incarnazioni del Male e del separatismo irrazionale e antidemocratico si dovrebbe vigilare su quello in doppiopetto, quello di Sala, di Gori, di Arcuri, appunto, che inseguono  la retorica leghista del prima gli italiani con prima il Nord, con la narrazione della locomotiva dell’operoso Nord costretta a trascinarsi dietro la zavorra del Sud indolente e scansafatiche.

E dire che proprio il commissario all’emergenza – ma non si può cavar sangue dalle rape – dovrebbe sapere che la pandemia ha rivelato i problemi della fertile Pianura padana che in virtù di un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con effetti accertati sulla salute.

Dovrebbe sapere che un altro fenomeno patologico non è effetto del contagio della mafie del Sud, ma della sovrapposizione e integrazione degli interessi  dei mercati legali e di quelli illegali, che ha come teatri le banche, le finanziarie, interi comparti, i servizi, tanto che in alcune aree del Settentrione la criminalità organizzata è diventata il più importante vettore se non l’unico vettore  dello sviluppo locale.

Furono gli arabi a dire che l’Italia è un Paese troppo lungo, difficile da asservire. Avevano torto.


I diritti del lavoro, morti di Covid

lav  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stampa e rete da una pio di giorni pubblicano a raffica le severe reprimende contro i negazionisti del Covid, i no mask e i revisionisti del vaccino  in Senato, nello studio di Sabino Cassese e nelle spiagge guardate opportunamente a vista da militari con tanto di mitra intimidatorio, sviluppo questo largamente prevedibile della criminalizzazione dei trasgressori rinnovata in occasione del prolungamento dello stato di emergenza.

Come mai? vi direte,  non avevamo assistito a analoga  insurrezione moral-sanitaria quando Gori, promosso poi sindaco martire e modello esemplare di governo delle città vittime della pestilenza, dichiarò con burbanzosa determinazione: Bergamo non chiude!, o quando Sala dal canto suo ribadì: Milano non si ferma!.

Tutti abbiamo la risposta ma pochi hanno il coraggio di darla: prima, durante e dopo, nella cabina di comando a dettare misure e regole c’era il padronato, audace e ardimentoso con le vite dei dipendenti mandati ad esporsi, a norma di legge, anzi di decretazione di urgenza, al contagio per garantire la continuità dei profitti “normali” incrementati da accaparramenti e borsa nera, in vista dei futuri arricchimenti del dopoguerra.

Basta ricordare quella magistrale faccia di tolla di Bonometti, presidente di Confindustria lombarda,  ai primi di marzo, dopo le agitazioni subito deplorate e poi represse  dei lavoratori che chiedevano protezione e tutela nei posti di lavoro e cui si rispose con un patto unilaterale che lasciava alle imprese libertà discrezionale di adottare provvedimenti e di  concedere dispostivi e attrezzature di sicurezza in forma volontaria e arbitraria, quando proclamò: la fabbrica oggi è il posto più sicuro!

E ancora: le fabbriche non possono chiudere!, epico editto accolto con giubilo dai resilienti sul divano davanti alla Casa di Carta, di modo che in Lombardia,  il luogo della catastrofe, il 40% di operai e operaie ha viaggiato sulle metropolitane e sui bus pieni e non ha interrotto le produzioni, anche quando non si trattava di comparti essenziali, grazie alle acrobazie delle nuove frontiere dello spirito di iniziativa che legittima il cambio dei codici Ater per attribuire   carattere di indispensabilità a qualsiasi attività e alla compiacente decisione di Conte che rivendica di aver riaperto le aziende “in nome dell’interesse generale sia pure contro il consiglio degli scienziati”.

Grazie al Covid, che non sarà un complotto, ma che ha messo in piedi una cospirazione contro il lavoro, da quel momento e per legge non è diventato imprescindibile, necessario, “essenziale” quello che si realizza e produce, ma che le macchine girino, la catena non si fermi, il profitto arrivi a destinazione, nelle tasche degli azionariati, degli imprenditori, di quelli che guidano il motore del Paese.

E figuriamoci se non si approvvigionavano anche di un sostegno ideologico-scientifico, materializzato nel corpus roboante del cosiddetto Piano di Rilancio messo a punto dal gruppo di tecnici indipendenti presieduti da Colao, già Ad di Vodafone e consegnato nelle mani di Conte, che ha fatto finta di impiegarlo per reggere una zampa della sua poltrona traballante, ma a ben vedere ne ha tratto spunto e ispirazione della sua programmazione in 137 punti, approvata dagli Stati Generali e sottoposta come una letterina per Babbo Natale all’Ue, densa di cantieri, digitalizzazione, smartworking e didattica a distanza forieri di licenziamenti e contratti atipici, insomma la fuffa abituale degli impotenti.

Ma dietro alla quale si celano le strenne più gradite ai fan della cultura di impresa e della responsabilità sociale, tanto da sembrare scritta sotto dettatura di Confindustria : scudi penali, immunità e impunità, rinnovo e rinvigorimenti della precarietà con i contratti a termine sotto la bandiera della improrogabile deregolamentazione del mercato del lavoro per incentivare l’occupazione, defiscalizzazione di tutta una serie di misure e interventi, il tutto accompagnato dall’opportuno incremento dei fondi pubblici a sostegno delle aziende che vogliono investire  in mecenatismo peloso nei settori della scuola, della ricerca, della formazione e della sanità, offrendo generosamente le loro competenze nello stabilite priorità e finalità.

È ovvio che in questo disegno suggerito caldamente dal padronato e condiviso entusiasticamente dal miglior governo che ci potesse capitare e dagli enti regionali e locali, lo Stato ritorna nelle retrovie, in funzione di erogatore di aiuti a perdere, assistenzialismo a chi ha e punizioni a chi non ha saputo avere e ottenere, per indolenza, codardia, indole parassitaria, subalterno al mercato, esautorato di competenze e poteri, retrocesso a cattivo pagatore ancora prima di ottenere i crediti dal racket europeo.

Nel caso ci fossero dubbi sulla weltanschauung  della nostra élite “industriale” ci aveva pensato subito il presidente Bonomi a fare chiarezza, fresco di nomina alla presidenza di Confindustria in una intervista del 30 maggio calda di passione “civile” e vibrante di sdegno, un j’accuse  contro il governo e tutta la classe politica, accusati di prodigarsi per dare soldi agli immeritevoli miserabili anzichè aiutare le imprese, soprattutto quelle più grandi, che quelle piccole sono comunque destinate a affondare del grande mare della globalizzazione.

E ricordando che se da 25 anni cala la produttività la colpa è dei lavoratori, viziati, accontentati nelle loro richieste irragionevoli, pigri e dissipati, secondo una propaganda smentita dai dati delle organizzazioni internazionali: in Italia si lavora mediamente di più che in Francia, Germania, Austria e Svezia ma di guadagna molto di meno. E siamo in testa nelle classifiche del doppio lavoro e degli straordinari nei giorni festivi insieme, che sorpresa, alla Grecia, a conferma che da noi di fatica molto perché si percepisce poco.

La ricetta quindi è la stessa di sempre, richiamata da Boeri,  da Ichino, dal recuperato in corsa Brunetta e ci manca solo il Sacconi di “siamo sulla stessa barca”: più lavoro, meno salari, più profitto, meno diritti.

E proprio ieri sempre Bonomi alza la voce contro il blocco dei licenziamenti che “più tardi verrà eliminato e peggiore sarà l’impatto” e sghignazza contro gli sgravi per le neo assunzioni: “ Lei vede qualcuno oggi interessato ad assumere se col divieto di licenziamenti non può ristrutturare? Al danno dell’impianto attuale degli ammortizzatori si aggiunge la beffa”.

Proprio vero che l’appetito vien mangiando e alla smania bulimica del nostro ceto produttivo non basta il Jobs Act, la Legge Fornero, gli aiuti dalla qualità anche simbolica promettente di altre diffuse provvidenze alla Fca, la pietra sepolcrale a seppellire i crimini dei Riva, di De Benedetti, gli applausi al management della Thyssen, non è sufficiente l’offerta delle terga ai Benetton, gli esiti di trattative e negoziazioni condotte i suo nome da Calenda o dalla Bellanova, non è sufficiente la licenza di cementificare elargita alle cordate delle opere inutili e corruttive con l’avvio o la ripresa di 130 cantieri, neppure la

deregulation e quindi l’autorizzazione all’abuso e alla speculazione del Decreto Semplificazione, perché vogliono la resa incondizionata dello Stato, delle istituzioni, del Parlamento, dopo aver avuto quella dei governi che si sono succeduti e l’opzione su quelli futuri, dei sindacati che da anni ormai hanno sostituito la pratica negoziale con l’accondiscendenza, la rappresentanza con i servizi di consulenza dei patronati e dei Caf e con la adesione “professionale” al Welfare aziendale e l’offerta di fondi assicurativi e pensionistici, mutue private, bolle pronte a esplodere, sicchè i lavoratori contribuiscano due volte al profitto dei padroni.

E d’altra parte in un Paese dove – per tradizione storica – anche un cavallo diventa senatore, e perfino un asino, a vedere Renzi e tanti altri, le figure di imprenditore che hanno l’onore delle cronache, meritando solo quella nera, sono i dinamici bricconi dei locali notturni grazie a nuove frontiere della colonizzazione interna in Sardegna e esterna in Kenya, il Briatore che ha fatto ballare tutta la sinistra fighetta e quello che l’ha appagata a suon di salsicce e provole, le stesse della socia Coop, maggiorate però in qualità di prodotti scelto dal patron Farinetti esibiti sugli scaffali di Eataly- negli Usa insieme alle guglia del Duomo concesse dal Ministro dei Beni Culturali  –  a uso di citrulli contenti di farsi prendere per i fondelli.

Gente che fallisce ricorrentemente ma viene sempre salvata con qualche salvagente a nostre spese,  come c’è da aspettarsi proprio per l’augusto norcino il cui fiore all’occhiello, Fico, è appassito come merita con  perdite nette di esercizio per il 2019   pari a 3,14 milioni.  Così apprendiamo che si è lamentato il management della Città del cattivo gusto ormai avariato, per il basso indice di fedeltà dei visitatori, il cui numero è calato a picco.

Certo,  hanno la competenza per parlare,  che di tradimenti loro se ne intendono, come se ne intende l’esangue dinastia Fiat, le garrule imprenditrici, Marcegaglia o Todini, il cui mito di zarine implacabili e feroci in quota rosa è minacciato dell’influencer agli Uffizi o dalla Clio Zammatteo che, si legge sul suo prestigioso curriculum, ha insegnato, tramite YouTube, a milioni di donne “a truccarsi, a volersi bene e a prendersi cura di se stesse”. Sanno bene di cosa si tratta i delocalizzatori, che smontano azienda e futuro dei dipendenti in una notte cercando lidi più favorevoli ai brand egli abusi, delle evasioni, del riciclaggio, dell’inquinamento e della corruzione, quelli che stanno nei loro uffici prestigiosi a aspettare gli esiti di borsa da quando i produttori sono diventati azionariati che non investono in innovazione, tecnologia e competitività bensì nella roulette del casinò finanziario. O quelli che se devono spendere preferiscono riversare risorse per comprarsi i giornali,  fonderla in un unico quotidiano in attesa del partito unico, del sindacato unica, che il pensiero unico c’è già e ha vinto.

Povera Costituzione: ha resistito a tanti assalti in forma golpista o referendaria o, spesso,  tutte e due, a Benigni che l’ha trasformata in prodotto agile come i Baci il 14 febbraio, per “scartarla” e mangiarsela, a manomissioni e interventi di plastica per la riduzione dei diritti e delle garanzie. Ma adesso ormai è proprio condannata alla cancellazione, a cominciare dall’articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

 

 


La paccottiglia dei vecchi giovanotti

paAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono uomini che non si arrendono all’età, venerati accademici corteggiano allieve che potrebbero essergli figlie, prestigiosi pensatori si tingono i capelli color nero apache, filosofi attempati indossano il chiodo e gli stivaletti rancheros e volano in sella a una Harley Davidson d’annata. Fin qui niente di male, in fondo sfidano solo il senso del ridicolo. Peggio è quando invece per provocare e vincere la battaglia con il tempo si iniettano forti dosi di ferocia capitalistica e ce la spacciano, convinti della loro funzione terapeutica in qualità di elisir di giovinezza.

Prima ci sono toccate le esternazioni del Gran Parassita Ichino – lo ricordiamo lamentarsi della cruda scoperta della precarietà di chi non viene ricandidato e rieletto – che approfitta del momento per prendersela con la concorrenza sleale di altri meno degni parassiti di serie B, impugnando come un’arma i consolidati pregiudizi contro i furbetti del cartellino che nella maggior parte dei casi  avrebbero goduto di una lunga vacanza retribuita al 100%. E duole dirlo, ma non ha del tutto torto a ritenere che l’improvvisato fervore del lavoro a distanza raffazzonato, rabberciato, affidato a gente impreparata con strumenti tecnici inadeguati,  sortisca l’effetto di aiutare l’incompetenza combinata con la detenzione di informazioni e piccoli poteri prepotenti, scavando ancora di più il distacco dei cittadini dall’apparato statale e dalla sua burocrazia.

Adesso invece ci tocca l’esaltazione scriteriata dello smart working a firma di  De Masi.

Parla chiaro l’ispirato sociologo, anni 82  ma con l’impeto di un nativo digitale: “durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute”.

E continua, “nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile”.E dire”, sostiene, “che grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico”.

Da anni illustri studiosi segnalano come sia impossibile e inane in Italia effettuare una misurazione delle prestazioni – e della loro efficacia –  delle attività della Pubblica Amministrazione, qualcuno ha parlato dell’Italia come di uno Stato senza società proprio perché espropria i cittadini dei diritti di accedere alle informazioni e di tutelarsi da sopraffazioni e arroganza dei burocrati, altri hanno denunciato  come dietro all’inerzia, all’assenza di incentivi, alla scarsa formazione e motivazione, all’invecchiamento di uomini e strutture della macchina amministrativa, si nasconda la volontà di cedere anche questo settore strategico del viver civile e della cittadinanza ai privati,  come si fa già con i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza e come in fondo si è fatto creando organismi come Equitalia che avevano la possibilità di sottrarsi a lacci e laccioli esercitando un potere di vita e di morte assolutistico.

Invece il De Masi che non a caso ha alternato la didattica da vicino con la consulenza da più vicino ancora a imprese “virtuose” e eccellenti,  e fondando la SIT-Società Italiana Telelavoro per la diffusione del telelavoro e la sua regolamentazione sindacale e la scuola  di Management Culturale per la professionalizzazione dei neolaureati in organizzazione di eventi di Ravello, è talmente entusiasta della paccottiglia ideologica di quello che proprio lui ha contribuito a definire come il cosiddetto “paradigma post-industriale, basato  sulla concezione che l’azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica”, da poter offrire numeri e statistiche sull’efficacia del lavoro agile e sulle benefiche e progressive ricadute per tutti.

Grazie al Covid dunque e allo stato di eccezione imposto, lo Stato stesso potrà essere  positivamente rivoluzionato:  e infatti “ se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, illustra coi toni lirici dell’Utopia,  rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare”.

È sicuro che rappresenti, come dice lui, un’occasione rara, che si potrà ancora meglio cogliere se un altro virus si presenterà opportunamente con i primi freddi a favorire esodi, scivoli, pensionamenti punitivi, tagli e licenziamenti, possibili grazie a venti riformisti anche nella Pa, riduzione di emolumenti per impiegati e insegnanti.

Si sta già cominciando a vedere che magnifiche occasioni si presentano per le donne cui viene elargito il part time a uso della custodia dei valori domestici, che opportunità di mettere a frutto la proprio creatività vengono offerte a chi si sta già cercando un secondo lavoretto alla spina per arrotondare un reddito ridotto dalla pandemia, e si possono già registrare i successi di quella selezione operata sulla risorsa umana dalle odierne forme legalizzate di servitù, per eliminare chi non si adegua, chi non è attrezzato per la scommessa della tecnologia, che ha già condannato alla marginalità vergognosa pensionati con non possono interagire con l’Inps, costretti al conto alle Poste e a essere umiliati dal medico curante, dal farmacista, dal bancario per la colpa di non avere introiettato i valori digitali, ma anche ragazzini senza rete in casa e senza pc, considerati tutti nuovi analfabeti secondo un nuovo razzismo tecnologico.

E non c’è da sentirsi rassicurati che il Vangelo digitale di Colao, sia finito a reggere la zampa sbilenca di qualche scrivania a Palazzo Chigi se l’ideologia che lo ispira è forte e attiva, quando il lavoro a distanza è la cornice dentro al quale dare forma e legittimità a precarietà e flessibilità,  se l’era Bonomi in Confindustria esige di mettere  mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato, abolendo il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act e quando Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”.

Già la regolarizzazione ai tempi di Bellanova, già l’ostensione di nuovi valori a uso dei ragazzi: volontariato, avvicendamento scuola-lavoro, già l’avvento del taylorismo digitale, che illude l’esercito della forza lavoro dei lavoretti alla spina con un ideale di libertà concepito come l’autonomia nello scegliersi percorsi e orari per la consegna della pizza avevano disegnato il futuro del cottimo di Stato e di governo, mutuato dall’era Prime Now di Amazon con tanto di recapiti domenicali.

E siccome l’arma più efficace è sempre il ricatto salariale, finalmente si farà giustizia dei preconcetti sui  Travet, inchiodati al desk, in gara coi colleghi in analoghe camere e cucina, soli e isolati in modo che non abbiano la tentazione di confrontarsi con altre vittime e di reagire, persuasi alla rinuncia all’ora d’aria per dimostrare attaccamento al lavoro anche in carenza di straordinari e benefits.

Sull’efficacia del New Deal secondo Colao, secondo De Masi, secondo i golpisti confindustriali che non si accontentano delle concessioni già ottenute e pretendono  i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri, abbiamo avuto delle anticipazioni durante il lockdown: bastava collegarsi all’Inps, ai siti dei Comuni e delle prefetture, al numero verde messo a disposizione di chi lamentava sintomi allarmanti, ai vigili e alle polizie locali, all’Agenzia delle Entrate, per avere conferma della remota distanza di chi è incaricato di rispondere e soddisfare a esigenze e bisogni dei cittadini.

E così viene alla luce il vero intento dello smart working coi fichi secchi, senza banda larga, senza organizzazione, senza formazione, senza garanzie, senza tutele, per chi sta da una parte o dall’altra dello schermo, come in uno specchio che riflette servi contro servi.


Covindustria 19

6eac0f4bee0a6c04b98d2be4050148ab_XLEcco perché l’emergenza continua anche se il coronavirus si è di fatto estinto come ormai attestano, sia pure a malincuore per i mancati guadagni, i laboratori del mondo intero: non solo bisogna smerciare tutta la paccottiglia parasanitaria e informatica su cui si è esercitata la voluttà imprenditoriale dei famigli di ministri e onorevoli, ma bisogna che il microorganismo continui a fare paura fino a che non abbia portato a termine la sua missione,  ovvero dare ai grandi padroni del Paese tutto il potere. Non solo i Benetton sono stati premiati per il crollo del ponte continuando ad avere la concessione autostradale per giunta a condizioni anche migliori, non solo agli Agnellikann sono stati concessi quasi 7 miliardi  nonostante la fuga dall’Italia, ma Confindustria vuole smantellare completamente lo stato sociale addossando agli italiani e ai lavoratori tutte le colpe del basso e opaco  cabotaggio nel quale è vissuta l’imprenditoria italiana delle seconde e terze generazioni, sempre pronta a domandare allo stato, ma a rivendicare la sua indipendenza di profitto  rispetto allo stesso. E ora  è pronta a sostituirsi allo stato.

E’ un po’ quello che accade dappertutto, ma che da noi grazie ad assurde quanto inutili misure di segregazione e di distanziamento sociale che hanno affondato un’economia già debolissima, sta assumendo i caratteri del golpe bianco: il  presidente di Confindustria Bonomi, non a caso uomo del settore farmaceutico, ha lasciato passare pochissimi giorni dalla sua elezione per presentare il conto al governo delle mascherine attraverso un’intervista rilasciata, ma sarebbe meglio dire ordinata a Repubblica nuovo vero giornale degli industriale laddove il Sole 24 ore diventa un bollettino tecnico. Egli ha chiesto che tutte le risorse disponibili vadano alle imprese per le quali si chiede un’altra stagione di drastici tagli fiscali, ha detto che è l’ora di finirla con i contratti nazionali del lavoro, con i diritti,  con i redditi di cittadinanza, con le battaglie sindacali, persino quelle preagoniche e puramente figurative degli ultimi 15 anni. Insomma tutto deve essere ordinato al recupero di produttività facendo intendere come i suoi collegi transalpini che ci potrebbero essere anche aumenti dell’orario di lavoro a salario zero. Vedete se mi fanno incazzare le sciocchezze pandemiche, ancora di più mi fa manda in bestia il tentativo di questi mediocri padroni delle ferriere di prendere per il naso le persone:  chiunque nella sua vita abbia sfiorato da lontano un  testo di economia sa che la produttività industriale è determinata essenzialmente dalle macchine, ossia dalla tecnologia di processo laddove salario e orario di lavoro, non sono che elementi marginali, specie in tempi di così rapida evoluzione tecnologica. Se questi nostri imprenditori hanno investito poco, hanno capito ancor meno i mercati, hanno assunto ruoli marginali nel contesto produttivo internazionale fino ad essere in sostanza niente più di terzisti, la colpa è essenzialmente della loro incapacità, non certo dei lavoratori.

Ma  questo non è mai trapelato nelle articolesse e nei talk show di un’informazione non solo più subalterna, ma ormai direttamente a libro paga e perciò ripetendo fino alla noia queste sciocchezze narrative, i padroni del vapore  pretendono di avere tutti i soldi europei e intendono restituire poco o niente dei profitti, il che fra l’altro configura davvero un golpe sociale: siccome i fondi europei  se e quando arriveranno dovranno essere coperti da tributi nazionali ed eurotasse, chi alla fine dovrebbe pagare secondo l’illuminato parere di Confindustria dovrebbero essere i lavoratori e i ceti popolari per rimpolpare i loro profitti. Chi pensa che la privazione delle libertà e delle modalità sociali della democrazia, sia messa in forse dalle manifestazioni arancioni, non ha compreso proprio nulla: quelli in fondo fanno parte dello spettacolo, costituiscono la parte da esorcizzare per dare l’impressione che ci sia una qualche dialettica nel Paese e per far risaltare la saggezza di chi tutela la nostra vita. Balle, il vero golpe contro la sostanza della democrazia viene da tutt’altra parte e si serve delle narrazioni pandemiche, della paura e delle mascherine.  Spero sia chiaro la ragione per cui  l’emergenza continua in assenza di una reale minaccia e perché 60 milioni di italiani debbano fare come i giapponesi nella giungla.


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