L’Arabia Saudita saluta l’allegra compagnia e strappa la tela degli assetti medio orientali, tessuta negli venticinque anni da Usa e Israele, ma concepita molto prima. Sebbene i sauditi siano irritati dall’Iran, riconoscono che non è lui il vero colpevole del caos in cui versa ora l’intera regione del Golfo e cominciano a vedere che i veri avversari sono proprio gli amici di ieri, quelli che non sono in grado difenderli e che gli hanno esposti alla possibile rovina. Scrive Turki Al Faisal, nipote del fondatore dell’Arabia Saudita, re Abdulaziz, figlio di re Faisal e per molti anni capo dell’intelligence saudita: “Se il piano israeliano di scatenare una guerra tra noi e l’Iran fosse andato a buon fine, la regione sarebbe sprofondata nella rovina e nella distruzione. Migliaia dei nostri figli e delle nostre figlie sarebbero morti in una battaglia in cui non avevamo alcun interesse. Israele sarebbe riuscito a imporre la propria volontà sulla regione e sarebbe rimasto l’unico attore dominante nel nostro territorio.” E sostiene che adesso Riad, assieme al Pakistan si sta adoperando per spegnere le fiamme del conflitto, contribuendo a prevenire un’escalation e offrendo ai fautori della pace la speranza di poter stare tranquilli riguardo alla vita dei propri cari e alla sicurezza dei propri interessi.
Visto il ruolo centrale dell’Arabia Saudita nelle costruzioni geopolitiche di Washington e di Tel Aviv, questo diverso atteggiamento e l’aperta accusa di aver voluto il conflitto, cambia il tavolo di gioco ed è anche significativo il fatto che una sorta di gentlemen agreement tra Iran e Arabia Saudita sia stato favorito dalla Cina, ad onta di tutte le sciocchezze della cosiddetta informazione occidentale. Così, sebbene l’Iran abbia colpito installazioni statunitensi sul territorio del Paese, si è astenuto dall’attaccare i principali interessi petroliferi di Riad Di conseguenza, la Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale, sta realizzando profitti record . Anche questo è uno dei tanti segnali che indicano come gli Stati Uniti abbiano perso il loro ruolo egemonico nel Golfo.
E la consapevolezza di ciò comincia a farsi strada anche in Occidente. In un editoriale su Atlantic, la punta di diamante del bellicismo occidentale, l’ultra-neoconservatore Robert Kagan, uno degli uomini che aveva spinto l’amministrazione Bush/Cheney verso la guerra contro l’Iran, ammette che gli Stati Uniti hanno perso la guerra: “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà alcun ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più aperto, come un tempo. Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; il ruolo degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente. Lungi dal dimostrare la forza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America.”
Gli Usa gli Stati Uniti non hanno via d’uscita da questa situazione: se Trump dovesse mettere in atto la sua minaccia di distruggere la “civiltà” iraniana con ulteriori bombardamenti, l’Iran sarebbe comunque in grado di lanciare molti missili e droni e anche solo pochi attacchi andati a buon fine potrebbero paralizzare le infrastrutture petrolifere e del gas della regione per anni, se non per decenni, gettando il mondo, e gli Stati Uniti, in una prolungata crisi economica. Persino se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – per mostrarsi intransigente e mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Il nuovo status quo nello stretto comporterà anche un sostanziale cambiamento negli equilibri di potere e influenza sia a livello regionale che globale. Nella regione, gli Stati Uniti si sono dimostrati una tigre di carta, costringendo gli stati del Golfo e altri stati arabi ad cambiare atteggiamento con Teheran. Come hanno scritto di recente gli studiosi di Iran, Reuel Gerecht e Ray Takeyh, “Le economie degli stati arabi del Golfo sono state costruite sotto l’egida dell’egemonia americana. Togliete questa egemonia – e la libertà di navigazione che ne consegue – e gli stati del Golfo inevitabilmente imploreranno Teheran”.
È anche finita l’era delle sanzioni senza che Washington se ne sia accorta, infatti non è certo nell’interesse della Cina, né di nessun altro, aiutare gli Stati Uniti a riconquistare la posizione egemonica che hanno perso nel Golfo. Il declino, come spesso accade, è stato lento, ma alla fine vorticoso.


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Scacco matto in Iran
Washington non può né annullare né controllare le conseguenze della sconfitta in questa guerra.
di Robert Kagan
Questo è il link corretto:
https://archive.is/BKZj7
Il link dell’editoriale di Atlantic porta ad un sito di pedopornografia chiuso dalla Polizia Postale 😐
“How did you go bankrupt? Two ways. Gradually, then suddenly.”
Ernest Hemingway, The Sun Also Rises, 1926 – Urca proprio cent’anni e tot guerre fa…
Grazie Alberto, sei sempre umanissimo, prezioso e illuminante:-)
è curioso che tutti questi guerrafondai hanno nomi che li rappresentano: Kagan, Katz
4l p4ri dei nostri c4porioni, h4n perso tutto. Tutto.
Il giorno cheTruff 4pre gli occhi e vede due corn4, subito sp4r4 4llo Specchio..!
Ottimo !@@!!