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Mezzogiorno di Covid

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel libro di Bruno Vespa ‘Perchè l’Italia amò Mussolini e come ha resistito alla dittatura del virus’,   vengono riportate le risposte di Domenico Arcuri alle domande dell’autore sull’emergenza sanitaria, con la conferma che entro il 31 ottobre saranno consegnati alle scuole tutti i banchi necessari e con i dati che riguardano la riposta delle regioni:  la Valle d’Aosta avrebbe chiesto banchi nuovi per l’8 per cento della popolazione scolastica, il Veneto per il 14 per cento, l’Emilia Romagna per il 15%.  Il Lazio, invece,  per il 52%. La Campania per il 61% e la Sicilia per il 69% per cento.  

E’ chiaro che queste ultime regioni ne approfittano per rifarsi le scuole…” è stata la   conclusione sbrigativa del Commissario.

Subito salterete sulla sedia del semi-lockdown, scandalizzati per le solite accuse al nostro Sud, antropologicamente improduttivo, indolente e parassitario tanto da aver macchiato la reputazione dell’intero Paese che ha finito per essergli assimilato come propaggine africana e  pesomorto al collo dell’Europa, con tanto di pistola sul piatto di bucatini.

Macchè, vi sbagliate, il suo era un brusco elogio invece, riservato alla creatività e allo spirito di iniziativa del Mezzogiorno, grazie ai quali amministrazioni che hanno atteso invano i quattrini dell’Italia sicura-scuola di Renzi, dei fondi per mettere qualche pezza agli edifici lesionati dal terremoto di Messina, da quello dell’Irpinia, da quello di Napoli dell’Ottanta, delle risorse per gli stabili invasi dall’acqua con l’ultimo temporale di Palermo,  hanno deciso di ingegnarsi impiegando in modo più efficace i vergognosi finanziamenti stanziati per far correre i ragazzini giocando all’autoscontro con i banchi a rotelle.

Anzi, io lo vedo come un indiretto suggerimento, una “raccomandazione” come quelle che sono in questi giorni entrate nel vocabolario della giurisprudenza emergenziale.

Quello potrebbe proprio diventare un format di successo da trasferire in altre realtà: indirizzare i soldi dei cantieri delle 130 Grandi Opere che devono far ripartire il paese, completamento del Mose compreso e un domani il Ponte o il Tunnel dello stretto,  per realizzare  gli indilazionabili interventi di manutenzione  idrogeologica del territorio.

O anche dirottare i soldi che Bonomi reclama per un sistema di imprese, quelle sì parassitarie se da anni non investono in ricerca, tecnologie e sicurezza e dignitose retribuzioni per impegnare gli utili nella roulette del casinò finanziario, al fine di promuovere un new deal di difesa del suolo, ridare respiro al comparto agricolo, sostenere le imprese del Sud cannibalizzate dal fisco e dalle multinazionali assistite, tanto per fare un nome tra tanti, dal Invitalia il cui Ad si chiama casualmente Arcuri, o da Cassa Depositi e Prestiti dove potrebbe ricoprire presto una autorevole poltrona, o per mettere fine al martirio di Taranto.  

So già che mi risponderete che la colpa di un’Italia troppo lunga e a due velocità è delle regioni meridionali.

So già che  mi rifarete l’esempio dei forestali in Sicilia,  so già che mi ricorderete che la Calabria si distingue per l’esportazione profittevole della ‘ndrangheta, che perfino la mafia ha abbandonato quei territori inospitali per trovare nuovi mercati, che a Napoli la marmaglia si è fatta ancora una volta riconoscere dando vita a tumulti inoltrati dalla camorra, che gli ospedali ci sono ma spesso sono obsoleti prima di entrare in funzione, come mille altre cattedrali nel deserto, che se la Salerno Reggio Calabria è diventata spunto per il  barzellettiere e caso di studio dei sociologi del familismo amorale, mentre l’Autostrada del Sole resta un fulgido esempio di buon governo delle infrastrutture.

E aggiungerete che  è inevitabile che le grandi crisi siano motori di disuguaglianze, da quella petrolifera a quella iniziata nel 2008, attraversando la deregulation finanziaria e l’integrazione dei mercati, i grandi shock  globali, i conflitti coloniali e i conseguenti fenomeni migratori, e che a risentire da noi siano state in contemporanea non casuale  la crescita nazionale figlia del boom e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

E che bisogna aggiungere la sottoscrizione del Trattato di Maastricht  e le politiche di austerità inserite nei criteri di convergenza alla moneta unica che obbligano all’abbandono dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno convergente, come una condanna anche semantica, nell’intervento ordinario per le aree depresse. 

Sicché può darsi che le interpretazioni della questione meridionale da Fortunato a Nitti, da Salvemini a Cafagna fossero opinabili, che il ruolo salvifico dello Stato imprenditore come impostato da Pasquale Saraceno e che le azioni della Cassa del Mezzogiorno o quelle delle Partecipazioni Statali fossero destinate  fisiologicamente a patire delle patologie nazionali, ma è innegabile che fino agli anni Settanta e prima dell’adesione all’Ue monetaria, lo sviluppo del Paese era immaginato come il “progresso” di un sistema produttivo unico, duale ma connesso e interdipendente, in modo che il ritardo di uno non comprometta la crescita dell’altro.

E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata  una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

Qualcuno attribuisce quella “rottura” anche morale oltre che economica, politica e sociale, anche al regionalismo, che separa fatalmente i destini delle due “aree” tanto che si comincia a parlare  di una questione “settentrionale” , dell’opportunità di mantenere o convogliare le risorse e gli sforzi al Nord per consentire a poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E c’è da dargli ragione pensando alla pretesa più che mai paradossale dopo le prestazioni ai tempi della peste, dei tre governatorati che esigono maggiore autonomia con reclami e proclami di marca secessionista, in materie che vanno dalla scuola alla sanità, all’università.  

Il fatto è che invece di guardare a Salvini e alla Lega cattiva come incarnazioni del Male e del separatismo irrazionale e antidemocratico si dovrebbe vigilare su quello in doppiopetto, quello di Sala, di Gori, di Arcuri, appunto, che inseguono  la retorica leghista del prima gli italiani con prima il Nord, con la narrazione della locomotiva dell’operoso Nord costretta a trascinarsi dietro la zavorra del Sud indolente e scansafatiche.

E dire che proprio il commissario all’emergenza – ma non si può cavar sangue dalle rape – dovrebbe sapere che la pandemia ha rivelato i problemi della fertile Pianura padana che in virtù di un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con effetti accertati sulla salute.

Dovrebbe sapere che un altro fenomeno patologico non è effetto del contagio della mafie del Sud, ma della sovrapposizione e integrazione degli interessi  dei mercati legali e di quelli illegali, che ha come teatri le banche, le finanziarie, interi comparti, i servizi, tanto che in alcune aree del Settentrione la criminalità organizzata è diventata il più importante vettore se non l’unico vettore  dello sviluppo locale.

Furono gli arabi a dire che l’Italia è un Paese troppo lungo, difficile da asservire. Avevano torto.


Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


E il Presidente inaugurò il crollo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi vien fatto di chiedermi quando ha avuto inizio tutto questo, se c’è un giorno destinato alla damnatio memoriae, nel quale abbiamo cominciato a permettere che dal nostro vocabolario di popolo scomparissero tante parole: dignità, libertà, riscatto, lavoro, diritti, conquiste, garanzie, rispetto. Quando abbiamo consentito che un presidente del Consiglio, molto più sfrontatamente di tanti esempi illustri del passato, Gaspari, Ferrari Aggradi, Viglianesi, Tanassi, Prandini, molto più arrogantemente dei suoi padri putativi, Craxi, Berlusconi,  e senza essere additato al ludibrio e ancora di più al ridicolo, possa  a recarsi in zone del Paese affette da infame marginalità, condannate a miserie antiche e nuove, per percorrere una passerella da soubrette del varietà, “inaugurando” il viadotto sull’autostrada tra Catania e Palermo, “finalmente aperto al traffico”. Recatosi là a tagliare il fatidico nastro, riappeso, come era stato fatto già nel 1975,  sul tratto di strada mai franato e riaperto dopo i controlli di sicurezza, mentre quello clamorosamente crollato l’anno scorso per quella malattia del cemento fatta di corruzione, cattivi materiali, carenza di controlli di sicurezza, appalti opachi, continua ad essere chiuso, con la prospettiva “ottimistica” e remota di una nuova consacrazione nel 2018.

Si dirà che tanta insolente spudoratezza è particolarmente dedicata al Sud, dove il Pd o nemmeno si candida come a Cosenza, o presenta inveterati impresentabili, propaggine molesta cui è uso rinfacciare ritardi e indolenze, fucina di svariate mafie sulla cui attività di export di costumi e di marketing del brand all’operoso Nord o nella pingue Emilia all’ombra della carismatica figura di influenti ministri, si tace, come è avvolto da riserbo la rete di alleanze di una criminalità organizzata nata e allevata nel Mezzogiorno, con un ceto politico di tutte le latitudini. E siccome si tratta di leader, ministri, rappresentanti particolarmente infami e dediti all’accanimento voluttuoso sui più deboli, sarà anche così, ci sarà un piacere aggiuntivo nel prendere per i fondelli i terroni.

In realtà travalica i confini geografici e i muri virtuali su e giù del Po la pervicace attività di sfottere il popolo, di imbambolarlo di bugie, di ingannarlo con maquillage a coprire ferite e rughe, con ripetizione di cerimonie, come in questo caso, con  il camouflage per mascherare ritardi e voragini corruttive dell’Expo. O di raccontare che un referendum era costoso e inutile perché   cinque dei sei quesiti predisposti dalle regioni avevano trovato una risposta positiva da parte del governo, omettendo che se non si fosse manifestata una mobilitazione in grado di modificare l’agenda politica del governo, il misfatto ai danni di ambiente e sicurezza sarebbe stato compiuto. O di voler convertire un altro referendum, destinato a sancire il definitivo passaggio dalla democrazia all’oligarchia, in un plebiscito, un pronunciamento in suo favore e a sigillare, ponendo una artificiosa questione di “fiducia, l’egemonia dell’esecutivo e la cancellazione della rappresentanza e della partecipazione.

Perché è questo l’unico tipo di voto che gli interessa, avendo già  instaurato un regime di controllo totale e dall’alto, del partito e delle istituzioni, mortificando il sindacato, sferzando flebili opposizioni, ricattando il Parlamento, promuovendo una legge elettorale,   Porcellum o Italicum che sia, che consegna nelle sue mani di segretario del partito unico, la selezione dei candidati sulla base di un rapporto di fedeltà personale. Gli altri voti non li vuole e i pronunciamenti li viola con allegra e disinvolta slealtà, come nel caso del referendum sull’acqua grazie a emendamenti opportunamente presentati da parlamentari del Pd, che, abrogando l’articolo della legge,  rimasta per anni a sonnecchiare e che prevedeva modi e tempi per il ritorno alla gestione pubblica di ogni situazione territoriale oggi in mano ai privati,  accoglie lo “spirito” del Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015,  prefiggendosi  di garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati, ottenendo in una volta sola il risultato di fregarsene le parere della maggioranza del paese in merito all’inviolabilità di un bene comune che non deve e non può essere alienato, e di assestare un sonoro schiaffone all’idea stessa di democrazia.

Non so quando sia cominciato, non so quando qualcuno ha pensato di poterci sfidare così, non so quando gli abbiamo concesso di ridere di noi, non so quando gli abbiamo permesso di dimostrare con ogni suo gesto che siamo delle pecore, dei citrulli, delle vittime rassegnate. So però che se lo tolleriamo siamo correi.

 


A Sud di nessun Nord

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come in Bangladesh, peggio che in Lituania o in Ucraina. Il 13 luglio una bracciante agricola della provincia di Taranto è  morta di caldo sotto i tendoni dove “acinellava” l’uva da tavola  per 30 euro al giorno. Si svegliava alle 2 di notte per ritornare a casa alle 17. E il giorno dopo ricominciava,  come altre   40mila donne italiane vittime delle agenzie di lavoro interinale, che così oggi si chiama il caporalato, trasportate con gli autobus come carri bestiame su e giù per tutta la Regione, dalla provincia di Taranto alle campagne del nord della Puglia.

Non ha avuto nemmeno l’onore della cronaca: solo ieri la Cgil ha denunciato l’accaduto. Così come non ha avuto autopsia,  che pare sia “naturale” crepare sotto il solleone per chi svolge il lavoro meno pagato in agricoltura: 27-30 euro a giornata. Non è stata nemmeno riportata a casa, trasferita direttamente dal campo alla cella mortuaria dove l’hanno trovata i familiari.

 

Chissà se parlava anche di lei il premier in missione in Giappone per “riposizionare” il Paese, dopo anni di “decrescita infelice”, quando si è permesso sfrontatamente di esortare la gente del Sud a “rimboccarsi le maniche e a smettere con i piagnistei”. Il giovinastro indifferente perfino al tornado di casa sua, mostra di avere così a cuore la questione meridionale da indire una riunione tematica della direzione del suo partito personale venerdì 7 agosto nella afosa controra, nella quale, per rettificare inopportune sortite verrà sciorinato  il solito repertorio di sfacciate cazzate, quelle buone per tutte le occasioni e tutte le stagioni: faremo un piano Marshall per il Sud, vogliamo una grande Officina per il Meridione, il nostro Mezzogiorno è un giacimento prezioso da sfruttare. Magari ripescheranno anche la raffica sparata un po’ di tempo fa da quel  mitragliatore di infami provocazioni, Fabrizio Rondolino, entusiasticamente convertito alla neo-grullaggine, che per il nostro meridione sognava la profittevole trasformazione in una grande Sharm el Sheikh europea.

E come no?  una cifra di questo ceto dirigente sta nella supponente convinzione di essere esenti, di chiamarsi fuori da un destino comune, di essere risparmiati in quanto cerchia superiore, annessa sia pure provvisoriamente a potentati, per ubbidienza e assoggettamento volontario ai loro comandi, dal destino di retrocessione scritto per noi e per il Paese, quello di una meridionalizzazione dell’Italia, di un processo che fa giustizia, ingiusta,  di una unificazione vissuta come un Anschluss mai veramente accettato da ambo le metà di un Paese molto, troppo, lungo, rendendo omogenei, e al peggio – a pari erosione di diritti, a uguale cessione di beni comuni, a affine cancellazione di Welfare, a analoga svendita di patrimonio pubblico –  Nord e Sud.

Non occorreva un premio Nobel e qualche aspirante tale, per interpretare le spinte verso giù esercitate dall’impero finanziario e dalla sua ancella Europa come una mezzogiornificazione di tutta l’Italia come propaggine africana da colonizzare, sfruttare,  schiavizzare, tutta, compreso quel Nord un tempo dinamico e operoso, sprezzantemente critico dei costumi dissipati dei terroni, tanto da accreditarsi come parte di un contesto eccellente e trainante, come un Belgio interno, pingue e opulento. E che da anni, immiserito e mortificato dalla perdita di certezze, beni, prospettive si rafforza sciaguratamente con gli stereotipi d’un tempo, mai tramontati, generosamente suddivisi tra meridionali e extracomunitari, tutti parimenti parassitari, tutti ugualmente improduttivi,  tutti similmente esposti alle infiltrazioni mafiose e istintivamente o necessariamente trasgressivi, come chiunque non abbia niente da perdere, né futuro né memoria della dignità, un passivo e un fardello insopportabili.

C’è stato un tempo nel quale si credeva  che all’interno di nazioni e aree regionali fosse fisiologico e inesorabile un dualismo tra aree più progredite e aree marginali rispetto allo sviluppo, ovvia ricaduta di quello settoriale tra industrializzazione e agricoltura  e che progresso e benessere fossero la cura naturale. Ma poteva crederci solo chi ha riposto fiducia nella credenza non solo popolare che la manina della provvidenza sotto forma di capitalismo, distribuisse seppure non equanimemente, ricchezza per tutti.

E quello che sta accadendo dimostra che non solo non si sono riparate secolari disuguaglianze, ma, peggio, sono state e saranno incrementate con ricchi sempre meno numerosi e sempre più facoltosi e avidi e poveri sempre più indigenti e umiliati. Così la prepotenza finanziaria che ha preso il posto dell’economia produttiva, ha dato luogo alla desertificazione industriale del Mezzogiorno, la riduzione degli investimenti ha ancor più limitato lo sviluppo e la manutenzione infrastrutturale, il trend del mercato del lavoro registra indici di disoccupazione senza più speranze per giovani, donne, “espulsi”, così che il numero delle famiglie assolutamente povere dal 2007 al 2013 è aumentato nel Meridione di quasi due volte e mezzo. Con la conseguenza  inevitabile che si ripropongano ondate di emigrazione all’estero:  in base alle previsioni Istat in un cinquantennio il Mezzogiorno perderebbe quasi 5 milioni di abitanti.

Un Sud sempre più povero di un Paese sempre più povero ricomincia ad essere presentato come “un morto che afferra e trascina nella fossa un vivo”. In realtà il vivo è un moribondo che condivide con il defunto la vocazione a essere un “paradiso popolato da diavoli”, bello, ricco di memorie e risorse, ma nelle mani di una classe politica corrotta, impreparata, inadeguata, cinicamente spietata, clientelare e familistica, dedita a dissipazioni sgangherate e megalomani, a ladrocini perversi, a oltraggi ingiustificati se non dalla subalternità nei confronti di un padronato internazionale che dal peggio ricava il meglio per sé. E che al Sud come al Nord cavalca risentimenti, revanscismi, istanze di risarcimento,  arricchendo le industrie della protezione e del familismo, come le imprese della paura e della separatezza,  favorendo il predominio di processi di esclusione su quelli di inclusione.

C’è una maledizione che accomuna le due metà d’Italia, che le condanna a incontrarsi senza riconoscersi sotto il peso di rifiuti, veleni, inquinamento, malaffare, disoccupazione, rancore, infelicità.

L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà: ricordavo giorni fa la profezia mazziniana. Non era una predizione, era un anatema e una dannazione.


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