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La smania della Regione genera mostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tornei, giostre, duelli, tenzoni cavalleresche, non sono mica guerre. In quelle ci mandano a morire i soldati semplici, mentre la recita bellica dei signori e padroni di solito non è cruenta, non sgorga sangue dalle ferite dei paladini del teatro dei pupi e le spadone di latta fanno un gran rumore di ferraglie, ma non feriscono.

Teniamolo a mente in questi giorni nei quali va in onda con gran “tenetemi che l’uccido” e “vile, te la faccio pagare” o “guai ai vinti” la battaglia del governo contro le regioni e delle regioni contro il governo. E la verità è che in questa commedia delle parti tutti abbaiano e menano colpi, attenti però a non farsi male, funzionali come sono gli uni agli altri.  

Non fosse così, un Presidente del Consiglio potrebbe esercitare le facoltà e i poteri per commissariare una regione e un assessore reo di incompetenza, infedeltà alla sua missione, conflitti di interesse.

E’ successo – e inutilmente si è chiesto dopo le prestazioni di Fontana e Gallera – in casi di evidente emergenza, sanitaria, ambientale. Con una certa attenzione riservata alle regioni del Sud – forse antropologicamente  infiltrate o condizionate da poteri opachi a differenza della laboriose omologhe del Nord che, tanto per fare un esempio calzante, i rifiuti tossici e l’inquinamento lo esportano in zone meridionali un tempo fertili e felici? –  come racconta la storia recente. 

Ma a conferma che il teatro della politica copia i talkshow, con i figuranti che inveiscono a beneficio del pubblico non pagante, tutti si prestano a recitare il solito copione che prevede uno scaricabarile reciproco che non faccia danni a nessuno degli attori delle compagnie di giro.

C’è chi suppone che per evitare scomode rivelazioni di antica inettitudine, la Regione Lombardia avrebbe esagerato l’emergenza sanitaria con la complicità delle lobby farmaceutiche, imponendo all’esecutivo di seguire la sua pista. Fatto sta il governo da parte sua ha steso una cortina di nebbia in Val Padana, lasciando correre su colpe passate e contemporanee, approfittando dell’opportunità di imporre uno stato di eccezione che fa rimpiangere la normalità malata di prima.

Che poi se invece si colloca una testa di legno a fare l’amministratore, il parafulmine, il commissario, quando non se ne sceglie uno di prestigio e moralità inattaccabile candidato a rapide dimissioni dopo aver saggiato l’amaro dell’impotenza (c’è da immaginare che sia capitato ultimamente a uno degli avvocati dello Stato chiamato a gestire opere e conti del Mose), allora è meglio che la selezione del personale, se non ha pronto un fedelissimo, ben disposto a eseguire ordini e fare affarucci,  individui un improbabile, un incandidabile per evidente carenza di meriti, uno disposto a essere esibito nelle fiere per il gioco di tre palle un soldo. Come è capitato al povero generale Cotticelli, costretto alla gogna per aver ingenuamente dichiarato di essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato, ignaro che fosse in carico a lui, commissario alla Sanità in Calabria, la predisposizione del Piano per l’emergenza Covid, ora affidata a nuova autorità nota solo per aver dettato le regole in materia di durata profilattica e cautelativa dei baci . 

E figuriamoci se non capitava nelle periferie meridionali. Doveva essere proprio inadeguato il prescelto se non ha pensato di fare copia incolla con il piano d’azione, che ne so, della solerte Lombardia, della scrupolosa Val d’Aosta, del coscienzioso Piemonte o di altre risparmiate dalla lettera scarlatta (dal Veneto, all’Emilia Romagna, alla Campania) che si sono rivelate alla prova dei fatti pasticcione, inidonee, come minimo “arruffone”, dopo anni  nei quali erano state invece “arraffone”, incamerando fondi che non bastavano mai anche perché si spargevano in fiumi sotterranei di malagestione, clientelismi, incapacità, speculazioni, ruberie e generose mance ai privati.

Alcune di queste, per ora tre, incuranti delle loro vergognose performance hanno ripreso a muso duro la loro pretesa di indipendenza in modo da avere più mezzi per demolire con ancora maggiore determinazione la scuola, la sanità, l’università.

Si tratta di una secessione ancora più disonorevole di questi tempi, che  accomuna la Lega e il Pd sotto forma di Bonaccini e pure della sua coraggiosa vice presidente dall’audacia limitata se non ha dichiarato la sua estraneità al progetto, alla quale si stanno accodando  altri federalisti dell’ultima ora.  , grazie a un progetto che ha l’intento preciso di incrementare  le tremende diseguaglianze già in atto nella sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza, grazie al fertile distacco dei ricchi in modo da condannare alla miseria la  zavorra del Sud che di fatto ostacolerebbe il  Nord nell’espressione delle sue potenzialità.

Più che favorire il passaggio ad un  sistema “cooperativo”, utile al Sud e al Nord, sono aumentati i conflitti territoriali  assecondati dallo Stato e dai potentati economici, a volte in condivisione con quelli criminali, alimentando un regionalismo disordinato che ha impedito la crescita sincrona delle due realtà.

Infatti la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali ha prodotto un’espansione del debito pubblico, peggiorando la “qualità” delle politiche sociali, anche grazie a quella Riforma del Titolo V della Costituzione che  rovescia completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime, che non contente  cominciano a pretendere la proprietà indiscussa e il potere di spesa dei residui fiscali, riponendo in soffitta l’attuazione di quei principi inapplicati dal tema della cosiddetta solidarietà territoriale, alla determinazione delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato.

E su quella  ci sarebbe oggi più che mai da ragionare pensando a come è stato svelata dall’emergenza sanitaria, l’emergenza sociale in cui versa il nostro sistema sanitario smantellato dalla  sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici. Basta riflettere  sul danno prodotto dal referendum del 1993 che ha determinato la scissione tra competenze sanitarie e ambientali,  come sanno bene i cittadini di Taranto chiamati a scegliere tra salario e salute o sugli effetti prodotti dalla conversione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende (basterebbe la denominazione di Azienda per capire meglio il fine della “riforma”) Sanitarie (ASL), ispirata non a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio.

Ormai è chiaro a tutti che a fronte di un limitato potere decisionale, le Regioni in Italia sono  centri di potere burocratico e clientelare, che esigono di “trattare” non solo le materie di competenza e i capitoli di spese come Stati autonomi, esprimendo il paradosso di una onnipotenza virtuale in contrasto con una impotenza concreta, proprio di soggetti a un tempo troppo forti nominalmente e troppo deboli giuridicamente, diventando fattori di squilibrio in un contesto dove la pluralità è divergente e centrifuga.

Ma altrettanto paradossalmente questo potenziale destabilizzante fa comodo a  esecutivi inetti, impotenti e gregari, che possono usarlo come alibi per il “non fare”, per la delega dell’incapacità passata ad altri altrettanto condizionati da poteri superiori extranazionali, i cui comandi sono raccolti e eseguiti come atti di fede incontestabili.

Però basterebbe sottrarsi al destino dei vasi di coccio.  


Mezzogiorno di Covid

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel libro di Bruno Vespa ‘Perchè l’Italia amò Mussolini e come ha resistito alla dittatura del virus’,   vengono riportate le risposte di Domenico Arcuri alle domande dell’autore sull’emergenza sanitaria, con la conferma che entro il 31 ottobre saranno consegnati alle scuole tutti i banchi necessari e con i dati che riguardano la riposta delle regioni:  la Valle d’Aosta avrebbe chiesto banchi nuovi per l’8 per cento della popolazione scolastica, il Veneto per il 14 per cento, l’Emilia Romagna per il 15%.  Il Lazio, invece,  per il 52%. La Campania per il 61% e la Sicilia per il 69% per cento.  

E’ chiaro che queste ultime regioni ne approfittano per rifarsi le scuole…” è stata la   conclusione sbrigativa del Commissario.

Subito salterete sulla sedia del semi-lockdown, scandalizzati per le solite accuse al nostro Sud, antropologicamente improduttivo, indolente e parassitario tanto da aver macchiato la reputazione dell’intero Paese che ha finito per essergli assimilato come propaggine africana e  pesomorto al collo dell’Europa, con tanto di pistola sul piatto di bucatini.

Macchè, vi sbagliate, il suo era un brusco elogio invece, riservato alla creatività e allo spirito di iniziativa del Mezzogiorno, grazie ai quali amministrazioni che hanno atteso invano i quattrini dell’Italia sicura-scuola di Renzi, dei fondi per mettere qualche pezza agli edifici lesionati dal terremoto di Messina, da quello dell’Irpinia, da quello di Napoli dell’Ottanta, delle risorse per gli stabili invasi dall’acqua con l’ultimo temporale di Palermo,  hanno deciso di ingegnarsi impiegando in modo più efficace i vergognosi finanziamenti stanziati per far correre i ragazzini giocando all’autoscontro con i banchi a rotelle.

Anzi, io lo vedo come un indiretto suggerimento, una “raccomandazione” come quelle che sono in questi giorni entrate nel vocabolario della giurisprudenza emergenziale.

Quello potrebbe proprio diventare un format di successo da trasferire in altre realtà: indirizzare i soldi dei cantieri delle 130 Grandi Opere che devono far ripartire il paese, completamento del Mose compreso e un domani il Ponte o il Tunnel dello stretto,  per realizzare  gli indilazionabili interventi di manutenzione  idrogeologica del territorio.

O anche dirottare i soldi che Bonomi reclama per un sistema di imprese, quelle sì parassitarie se da anni non investono in ricerca, tecnologie e sicurezza e dignitose retribuzioni per impegnare gli utili nella roulette del casinò finanziario, al fine di promuovere un new deal di difesa del suolo, ridare respiro al comparto agricolo, sostenere le imprese del Sud cannibalizzate dal fisco e dalle multinazionali assistite, tanto per fare un nome tra tanti, dal Invitalia il cui Ad si chiama casualmente Arcuri, o da Cassa Depositi e Prestiti dove potrebbe ricoprire presto una autorevole poltrona, o per mettere fine al martirio di Taranto.  

So già che mi risponderete che la colpa di un’Italia troppo lunga e a due velocità è delle regioni meridionali.

So già che  mi rifarete l’esempio dei forestali in Sicilia,  so già che mi ricorderete che la Calabria si distingue per l’esportazione profittevole della ‘ndrangheta, che perfino la mafia ha abbandonato quei territori inospitali per trovare nuovi mercati, che a Napoli la marmaglia si è fatta ancora una volta riconoscere dando vita a tumulti inoltrati dalla camorra, che gli ospedali ci sono ma spesso sono obsoleti prima di entrare in funzione, come mille altre cattedrali nel deserto, che se la Salerno Reggio Calabria è diventata spunto per il  barzellettiere e caso di studio dei sociologi del familismo amorale, mentre l’Autostrada del Sole resta un fulgido esempio di buon governo delle infrastrutture.

E aggiungerete che  è inevitabile che le grandi crisi siano motori di disuguaglianze, da quella petrolifera a quella iniziata nel 2008, attraversando la deregulation finanziaria e l’integrazione dei mercati, i grandi shock  globali, i conflitti coloniali e i conseguenti fenomeni migratori, e che a risentire da noi siano state in contemporanea non casuale  la crescita nazionale figlia del boom e il riequilibrio tra Nord e Sud del paese.

E che bisogna aggiungere la sottoscrizione del Trattato di Maastricht  e le politiche di austerità inserite nei criteri di convergenza alla moneta unica che obbligano all’abbandono dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno convergente, come una condanna anche semantica, nell’intervento ordinario per le aree depresse. 

Sicché può darsi che le interpretazioni della questione meridionale da Fortunato a Nitti, da Salvemini a Cafagna fossero opinabili, che il ruolo salvifico dello Stato imprenditore come impostato da Pasquale Saraceno e che le azioni della Cassa del Mezzogiorno o quelle delle Partecipazioni Statali fossero destinate  fisiologicamente a patire delle patologie nazionali, ma è innegabile che fino agli anni Settanta e prima dell’adesione all’Ue monetaria, lo sviluppo del Paese era immaginato come il “progresso” di un sistema produttivo unico, duale ma connesso e interdipendente, in modo che il ritardo di uno non comprometta la crescita dell’altro.

E infatti è stato da un certo momento, dalla globalizzazione in poi, dalla presa di potere del totalitarismo economico e finanziario che in ogni Paese si è finito per replicare su scala il modello globale dell’imperialismo, costituito da stati centrali dominanti e da una periferia di Stati subalterni. Così in Italia si è consolidata  una geografia più sviluppata, quella del Nord pingue e opulento e un Terzo mondo interno, il sud, spinto sempre di più ai margini e soggetto a sfruttamento di risorse e merce lavoro a costi inferiori da spostare dove il mercato chiama.

Qualcuno attribuisce quella “rottura” anche morale oltre che economica, politica e sociale, anche al regionalismo, che separa fatalmente i destini delle due “aree” tanto che si comincia a parlare  di una questione “settentrionale” , dell’opportunità di mantenere o convogliare le risorse e gli sforzi al Nord per consentire a poche regioni competitive del paese di reggere la concorrenza internazionale.

E c’è da dargli ragione pensando alla pretesa più che mai paradossale dopo le prestazioni ai tempi della peste, dei tre governatorati che esigono maggiore autonomia con reclami e proclami di marca secessionista, in materie che vanno dalla scuola alla sanità, all’università.  

Il fatto è che invece di guardare a Salvini e alla Lega cattiva come incarnazioni del Male e del separatismo irrazionale e antidemocratico si dovrebbe vigilare su quello in doppiopetto, quello di Sala, di Gori, di Arcuri, appunto, che inseguono  la retorica leghista del prima gli italiani con prima il Nord, con la narrazione della locomotiva dell’operoso Nord costretta a trascinarsi dietro la zavorra del Sud indolente e scansafatiche.

E dire che proprio il commissario all’emergenza – ma non si può cavar sangue dalle rape – dovrebbe sapere che la pandemia ha rivelato i problemi della fertile Pianura padana che in virtù di un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con effetti accertati sulla salute.

Dovrebbe sapere che un altro fenomeno patologico non è effetto del contagio della mafie del Sud, ma della sovrapposizione e integrazione degli interessi  dei mercati legali e di quelli illegali, che ha come teatri le banche, le finanziarie, interi comparti, i servizi, tanto che in alcune aree del Settentrione la criminalità organizzata è diventata il più importante vettore se non l’unico vettore  dello sviluppo locale.

Furono gli arabi a dire che l’Italia è un Paese troppo lungo, difficile da asservire. Avevano torto.


Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


Il banchetto osceno dei governatori

crapulaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non eravamo insorti tutti quando le critiche alla gestione del “contenimento” dell’epidemia rivolte alla Lombardia avevano sconfinato in veri e propri attacchi all’industrioso popolo lombardo, nemmeno avesse, compatto,  votato Lega.

E non era diventato il motivo conduttore della propaganda in favore della riscoperta dei valori più sacri, il richiamo all’unità nazionale ritrovata come motore morale per combattere il Covid?  E non si era detto che con la ricostruzione si sarebbe dovuto riedificare anche l’impianto etico della nazione più forte e coesa?

I nostro progressisti devono proprio essere guariti almeno dalla retorica sciovinista, vedi mai che si trasformi nell’aborrito sovranismo,   a vedere recenti esternazioni: di governatori, sindaci, ex premier “è intrinsecamente sbagliato che un dipendente pubblico a parità di ruolo e funzione guadagni lo stesso stipendio a Milano e al sud“ ( il sindaco di Milano, Sala e l’onorevole Quartapelle), e ancora:  “Gli investimenti per la ripartenza devono concentrarsi sul nord, il sud aspetti ” (Bonaccini) e tanto per sfogliare gli archivi recenti: “molti giovani del Sud invece di rispondere alla chiamata delle aziende balneari della Romagna hanno preferito starsene a casa a godersi in reddito di cittadinanza” (Matteo Renzi, senatore, l’anno scorso).

Ecco qua in poche citazioni riassunti gli ideali e i propositi dei riformisti del Pd, in tema di occupazione, scuola, tutela del territorio, sviluppo organico del Paese, integrazione. Il motore che li muove  è sempre la divisione del nemico,  che non bastava quella attuata dalle misure straordinarie e eccezionali di contrasto al virus che aveva discriminato la popolazione: chi stava a casa risparmiato dal contagio e garantito dal servizio doveroso effettuato da chi si prestava per assicurare i servizi essenziali, costretto a viaggiare su mezzi affollati, a prodigarsi in luoghi nei quali non erano osservate norme elementari di sicurezza, a entrare in contatto con la clientela delle grandi catene di distribuzione, sicché il lavoro, soprattutto quello manuale e esecutivo,  viene occultato in una specie di clandestinità opaca e sregolata.

Pare che non possa esserci rilancio e crescita e neppure rispetto dei diritti fondamentali se non c’è qualcuno che merita e ottiene di più e qualcuno penalizzato per origine, collocazione geografica, appartenenza, etnia, sfortuna. Pare che le remunerazioni debbano essere riconosciute solo in funzione dei consumi che vengono concessi a chi le guadagna.

Pare che le risorse da investire debbano avere la stessa qualità, andare dove danno più profitto, siano la sanità o la scuola privata, siano geografie dove  le cordate del cemento hanno riposto più aspettative, con l’unica consolazione che forse anche il Ponte potrebbe attendere.

Pare che nemmeno lo smartworking possa essere una livella visto che la digitalizzazione così precaria e “differenziata” nelle regioni del Nord, a Sud è penalizzata dalla carenza strutturale e di sistema.

Pare che perfino l’utopia del ministro Franceschini di convertire il nostro Mezzogiorno in un parco tematico proprio come nei desiderata di Farinetti, Briatore e pure del Terzo Reich, che auspicava la trasformazione della colonia Italia  in relais per tedeschi ricchi,   sia messa in pericolo  per la fisiologica indolenza ribellista delle popolazioni mediterranee.

Non voglio nemmeno immaginare quali riforme saranno invocate a garanzie dei prestiti europei e che effetti avranno sull’arto “inferiore” del paese, già considerato una molesta propaggine africana incompatibile con progresso e sviluppo, non voglio nemmeno ipotizzare gli esiti della tracotanza delle tre regioni che pretendono più autonomia perfino in materia sanitaria,, indifferenti alle prestazioni offerte in caso di crisi prevedibile, i sui imprenditori hanno in passato condotto una guerra coloniale di conquista e di trasferimento di corruzione, inquinamento, crimine che di differenzia dalle mafie tradizionali perché agisce di frequente “a norma di legge”.

Mentre è inevitabile guardare a quello che sta accadendo:  aziende che licenziano cancellando i contratti a termine col meccanismo del non rinnovo, che dichiarano l’eliminazione degli ammortizzatori sociali motivandola con l’eccesso di forza lavoro rispetto a ordinativi in calo, manager e economisti che invocano la necessaria e doveroso sostituzione di occupati a tempo indeterminato con precari.

A essere penalizzati come è naturale sono i giovani e le donne soprattutto del Mezzogiorno, che condividono lo stesso precipizio verso instabilità, incertezza e bisogno con quelli che fino a oggi godevano del reddito da lavoro dipendente, oggi messo in discussione anche dallo smartworking, assimilabile a un nuovo cottimo legalizzato e che provocherà riduzioni di personale, con  quei ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai, che hanno legato la loro sopravvivenza a settori abbattuti dal Covid e dalla gestione irrazionale dell’economia post-pandemica.

Come già si intravvedeva con la crisi partita nel 2008, l’unità del paese troppo lungo potrebbe verificarsi grazie a un rovina condivisa, che non viene ammessa da territori, informazione e ceto dirigente che ripete l’atto di fede europeo che dovrebbe assicurare e benedire benessere e lavoro, dimenticando quanto l’adesione al trattato di Maastricht sia stata generata dall’interno per creare un contesto favorevole alle gabbie salariali, alle disuguaglianze da promuovere in termini di trattamento e investimenti, alla realizzazione di quel patto  del 1993, siglato con il protocollo di sindacati e governo,  per i redditi e la competitività che anche grazia alla svalutazione ha segnato il declino delle retribuzioni.

Più di 70 anni fa, nel 1949, Giuseppe Di Vittorio, che non è il protagonista di una soap della Rai, ma il segretario della Cgil di allora, lanciava il suo Piano del Lavoro che doveva riscattare dall’isolamento il movimento operaio nella fabbriche, nelle campagne, dando soluzione al problema della disoccupazione nel paese, delle riduzioni salariali, della miseria che si mangiava il Sud dove Cristo si era fermato a Eboli, con cinque milioni di lavoratori “marginali” e due milioni di disoccupati.

Era la risposta politica e democratica di un sindacato che vuole dare forma a un’alleanza della classe lavoratrice testimoniando e rappresentando le lotte che scuotono il paese nelle fabbriche e nella campagne per aumentare i salari, riprendersi le terre occupate dai latifondisti in combutta con la mafia, contro il cottimo e per la creazione di servizi, infrastrutture, scuole, ospedali. Tre anni prima il Sud era stato teatro del primo sciopero delle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomini a cottimo, che avevano trascinato nelle strade a nelle piazze quelli che raccoglievano le olive e poi quelle degli agrumeti e via via contadine e contadini di tutta la Sicilia in lotta per il salario minimo garantito.

Più di 70 anni dopo, dopo i morti per lavoro di Modena, Reggio Emilia, e poi Avola e Battipaglia, dopo i crimini denominati morti banche, dopo che una città, Taranto, è diventata simbolo del martirio e del sacrificio per il salario, basterebbe tirar fuori dal cassetto il Piano di Di Vittorio.

Ma ci vorrebbe qualcuno che non avesse firmato il più osceno degli armistizi con il padronato. Ci vorrebbe qualcuno che non credesse alle menzogne di Stato e di Governo, quelle che  Ridurre (o far crescere più lentamente) i salari al Sud favorirebbe l’occupazione, quando la competitività in tempi di globalizzazione ha altri terzi mondi esterni e interni di cui approfittare, quelle che le retribuzioni dovrebbero essere disuguali, quando  il settore pubblico, ormai da anni, offre scarsissime opportunità lavorative al Sud, quelle che i salari dei dipendenti del Nord sono penalizzati dal costo della vita superiore a quello del Mezzogiorno, come se non avessimo proprio in questi mesi “consumato” gli stessi prodotti offerti dal “blocco” delle grandi catene di vendite e distribuzione con gli stessi prezzi maggiorati semmai dai servizi di appoggio meno efficienti nelle aree che non possiedono di una rete di trasporti efficiente.

E ci vorrebbe qualcuno che non sia stordito dalla paura e dal ricatto, che vada in strada e in piazza a difendere la proprio dignità e la propria libertà. E altri che escano  di casa, lascino là pc e telefonini, ritrovino parole e canti di lotta e riscatto, perché il vento non ha smesso di fischiare e abbiamo voce dietro la mascherina.

 

 

 

 

 

 


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