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La trinità contro il Sud

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mettete tre cervelloni, molto compresi dell’incarico attribuito loro da una non meglio identificata divina Provvidenza impegnata a donare la salute tramite pozioni miracolose, mettete un altro amministratore altrettanto concentrato su se stesso e sul suo ruolo dominante costretto malgrado la progressiva erosione della democrazia a tenere nel debito conto le leggi del consenso elettorale, mettete un popolaccio, più incline a farsi comandare che a farsi educare, che vive nell’incertezza grazie a imperiosi quanto confusi  precetti e imposizioni e avrete un’allegoria plastica e esemplare delle complicate relazioni tra governo centrale, regioni e cittadini.

I tre sono Draghi e i fidi Speranza e Figliuolo, e va a sapere chi è lo spirito santo, l’altro è il presidente dalla Campania  che minaccia di non seguire le direttive del governo sulle priorità della campagna vaccinale, annunciando di voler mettere in sicurezza, dopo gli ultra-ottantenni, le attività economiche regionali più esposte come il turismo. E, per un giorno, ci informa la Repubblica, sale la temperatura del conflitto con Palazzo Chigi. La cui risposta roboante arriva dopo un lungo vertice tra i magnifici tre: “il governo non tollererà decisioni da parte delle Regioni che deroghino dai criteri stabiliti dal piano vaccinale nazionale“.

“Non ci saranno eccezioni»,  che possano ostacolare il processo affidato al generale costretto a ridurre le sue immaginifiche previsioni di 500 mila dosi giornaliere al più modesto traguardo di 300 mila somministrate secondo metodi tradizionali, con bandi per arruolare gli specializzando come vaccinatori e non con lo sforzo bellico promesso: sparare le dosi sugli ignari passanti volenti o nolenti. E grazie al quale si capirà “se il nostro Paese riuscirà a raggiungere una quota di vaccinazioni giornaliere in grado di avvicinare o quantomeno rendere distinguibile il traguardo dell’immunità di gregge”. Un obiettivo “garantito” dall’arrivo  tra il 15 e il 22 aprile di  4,2 milioni di dosi, dei quali tre  sono targati Pfizer – in due tranche da 1,5 milioni – circa mezzo milione di AstraZeneca, oltre 400 mila di Moderna e 180 mila di Johnson & Johnson, su cui pende la minaccia di altri casi di accertati effetti collaterali.

Per conseguire questo traguardo l’Esecutivo ha addirittura valutato di inviare personale sanitario e nuovi mezzi in alcune Regioni in difficoltà nella gestione della campagna.

E a voi indovinare quali: Calabria, Basilicata, Sicilia e Campania.

Si proprio i fanalini di coda, quelle geografie che pesano come un fardello sulle spalle di un Nord che si sente volonterosa propaggine del pingue Belgio come si diceva quando l’Europa carolingia faceva l’occhietto alla Lombardia meritevoli di una annessione non solo simbolica,  quelle aree in perenne ritardo economico, sociale e culturale malgrado tanti sforzi siano stati fatti per favorirle e emanciparle con una lungimirante industrializzazione che porta i nomi di Fiat o Riva, e quelle popolazioni che per indole parassitaria, corruzione, familismo e clientelismo hanno legittimato la decisione affidata già in anni lontani all’attuale Presidente del Consiglio di espropriarle, svendendo beni comuni e gioielli di famiglia.

“Non ci saranno eccezioni”, la ferma e vibrante reazione alle intemperanze di De Luca non lascia margine a dubbi: se alcune amministrazioni si renderanno colpevoli di irresponsabile insubordinazione,  le eventuali ordinanze dei governatori verranno impugnate di fronte alla magistratura amministrativa per farne dichiarare la nullità.

Avete visto che non c’era da niente da temere? Non solo il governo in carica agisce nel segno della continuità col predecessore, ma dimostra uno straordinario attaccamento e un lodevole rispetto per la tradizione, quella che sa bene che se al Settentrione spetta la carota, il Meridione merita il bastone.

Non è bastato che la Lombardia abbia trascinato tutto il Paese nel rovinoso baratro del lockdown in modo che la sua pena fosse condivisa e non permettesse il rovesciamento di antiche disuguaglianze, non è bastato che le regioni del Nord, quelle che pretendono spazi secessionisti di autonomia anche in materia sanitaria, abbiano registrato performance criminali combinate con accertati intrallazzi nel contesto dei brand pandemici, non è bastato che proprio là si coltivassero quei principi ideali secondo i quali assistenza e salute devono essere prerogativa di chi produce, guadagna e spende, non è bastato che non sia stato neppure ipotizzato il commissariamento del  vergognoso vertice regionale, macché, perfino le intimidazioni, i ricatti e le minacce diventati   sistema di governo procedono dall’alto in basso, da su in giù.     


6 milioni di affamati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’Istat gli indicatori per definire chi è un povero assoluto, la cui condizione è calcolata sulla base del valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia.

Così oggi sappiamo che gli “assolutamente poveri” sono 5,6 milioni,  individui e famiglie, in particolare quelle in cui lavora un solo componente,  che non possono permettersi quei costi per la casa, per la salute, per il vestiario, per l’istruzione, indispensabili e irrinunciabili per condurre una vita accettabile e dignitosa, toccando il valore più elevato dal 2005. Si tratta di almeno 995 mila nuclei famigliari,  227mila in più rispetto al 2019.

L’incremento maggiore che denuncia ormai l’esistenza di una questione settentrionale, di registra al Nord: 218mila famiglie (7,6% da 5,8% del 2019), per un totale di 720mila individui, ma il Mezzogiorno resta però l’area dove l’indigenza è più diffusa. Avere dei figli minori espone al rischio della bancarotta domestica, come è successo in Grecia dove è aumentato l’abbandono scolastico perché la famiglie nono erano in condizione di far frequentare ai figli la scuola dell’obbligo perché non potevano vestirli adeguatamente, comprare i testi, nutrirli alla mensa: sono condannati a interpretare il ruolo di Oliver Twist nella serie in onda in Italia 1 milione e 346mila bambini e ragazzi, 209mila in più rispetto all’anno precedente.

Malgrado la selezione innaturale del Covid è confermato che avere un anziano in famiglia (per lo più titolare di almeno un reddito da pensione che garantisce entrate regolari) riduce il rischio di rientrare fra le famiglie in povertà assoluta. La percentuale di famiglie con almeno un anziano in condizioni di povertà è pari al 5,6% (sostanzialmente stabile rispetto al 2019 in cui era pari al 5,1%); quelle dove gli anziani non sono presenti hanno visto invece peggiorare l’incidenza dal 7,3% al 9,1%.

Ancora l’Istat ha un modo di definire il capo delle famiglie monoreddito in linea con la fondamentale rivoluzione semantica che ha bandito dai documenti la dizione padre e madre: lo chiama “persona di riferimento”, intendendo che si tratta dell’unico che porta  a casa un salario. L’acrobazia linguistica è inutile, si tratta dell’uomo, visto che il Covid ha fatto un falò del lavoro delle donne, emarginate, licenziate o costrette a ritirarsi in favore del superiore salario del coniuge, o dolcemente persuase dei pregi della precarietà che permette di combinare un part time irrispettoso di aspettative di carriera, di bisogni e gratificazione del talento con le cure della casa e della famiglia. La crisi ha colpito in modo particolare le famiglie in cui la persona di riferimento è nella fase centrale dell’esistenza lavorativa, quelle tra i 35 e i 50 anni, con un incremento intorno al 9,9%, che peggiora se l’occupato è un operaio o un artigiano o un lavoratore in proprio.

«Affama la bestia» è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo. Faceva intendere che la bestia da affamare era lo Stato, cui bisognava togliere la greppia,  ma in realtà era la democrazia, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di partecipare ai processi decisionali e decidere il proprio destino. Il programma:  mettere tutto in mano ai privati, legittimati a assumere su di sè le funzioni di governo per gestirle  con  le leggi del profitto, si è tradotto da noi grazie agli imperativi dell’Ue, il pareggio di bilancio e il fiscal compact. E oggi si realizza compiutamente grazie a una gestione eccezionale, accentratrice  e autoritaria di una crisi sociale accreditata come emergenza sanitaria per uscire dalla quale sono indispensabili rinunce, abiure di diritti, abdicazione di prerogative democratiche.

Hanno vinto, la bestia è affamata.

Informazione di servizio: abbiamo aperto un canale Telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


Le donne secondo Draghi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi aspettavo niente di diverso dall’omelia del papa re  incaricatosi bontà sua di governare la remota provincia scapestrata, con l’inanellarsi di atti di fede nell’Europa, nella Nato, in Dio con delega temporanea a Francesco risparmiato da una strutturale riforma fiscale, nella distruzione creativa, nella transizione green il cui grande traghettatore è un suo fido scudiero alla faccia di Grillo, nei G7, G20 e G30 soprattutto, visto che il suo rapporto è stato tradotto nel più consono riminese già testato al meeting Cl. E nelle tre P, People, Planet, Prosperity, alle quali sarebbe doveroso aggiungere la quarta: Presaperifondelli.

Mi spiace dire ancora una volta l’avevo detto, però avevo pronosticato che – sarà l’aria di casa –   si sarebbe rivelata la fibra vera dell’uomo che in questi giorni è stato a un tempo enigmatica figura demoniaca e salvatore mandato dalla provvidenza che attraverso lui vuole spargere un po’ della prosperità generata dall’Europa dei volonterosi,  e anche  feroce croupier del casinò finanziario e   civil servant, manovale in doppiopetto del racket e tessitore di alleanze demiurgiche, in tutti a casi personalità di altissimo profilo  e statura da statista.

E che ha invece mostrato i vizietti di uno uso fare i conti della serva per stare in sella, scafato nell’arte del compromesso, pronto a negoziare con gli esecrabili cui ha sempre riservato disprezzo. E che, come gli sciupafemmine che seducono le brutte come scorciatoia per conquistare le belle, si tiene in esercizio concedendo all’indegno cucuzzaro qualcosa di irrilevante, per essere incoraggiato e designato a tenere lui le chiavi del forziere.

E’ che siamo caduti così in basso che la prosopopea, l’arroganza per ora in guanto di velluto hanno successo a guardare oltre le nebbie  dell’incenso tributatogli. La  bulimia e il gigantismo autoritario del draghipensiero  vengono addirittura  intesi come il riscatto dalla condanna a essere espressione  geografica, Rio Bo limitato e provinciale, che si emancipa cancellando dallo scenario dello sviluppo le piccole e medie imprese segnate da una vocazione parassitaria, incentivando le grandi concentrazioni, promuovendo un’istruzione che prepari al lavoro specialistico, tutelando un patrimonio nella misura nella quale diventa attrattività e bene di consumo, superando i limiti angusti di diritti e garanzie superati per far posto alle straordinarie opportunità della rivoluzione digitale, della tecnologia applicata alle nostre esistenze grazie alla robotica, alla telemedicina, all’intelligenza artificiale che sostituirà i meno abili, i disfattisti, gli indolenti, gli eretici.

E davvero ci sarebbe da sperare nella sua rapida sostituzione al posto di quella naturale, che quando alberga nelle menti dei tecnici  si è dimostrata inadeguata a risolvere i problemi che la competenza di tecnici, esperti, specialisti hanno creato.

Ma intanto cresce la riconoscenza di quelli che si sentono finalmente oggetto di fiducia, dei quali è stata riconosciuta la maturità di cittadini pronti al sacrificio e alla rinuncia, alla fatica e alla privazione in modo da aggiudicarsi lo status di “capitale umano” su cui investire per recuperare la reputazione necessaria all’annessione controllata e all’ammissione condizionata al sogno europeo sia pure in veste di “mercato” di sbocco e meta di viaggatori dai gusti sofisticati, così come ha sancito l’Eurogruppo nella fotocopia della vecchia letterina di Totò Trichet e Draghi Peppino, nell’impianto del Recovery, nel programmino del G30.

È unanime il consenso alla visione del Presidente anche tra orfani  e vedovi del Conte 2 che esultano per l’esplicito riconoscimento dell’operato dell’Esecutivo in parte licenziato e del quale si mantiene l’impronta a proposito di temi cruciali, alternanza bastoni in forma di lockdown e carote estive, penalizzazione degli immeritevoli parassitari, mesto riconoscimento della incontrovertibilità dei cicli naturali che hanno accorciato l’aspettativa di vita, ideale di giustizia limitato alla semplificazione dei procedimenti amministrativi e di sicurezza con l’esclusione della lotta alla mafia, dimenticata in favore di altre emergenze prioritarie, valorizzazione di talenti penalizzati da un impianto troppo tollerante nei confronti dei rami secchi.

Preoccupato dall’incremento di nuove povertà delle quali siamo costretti a reggere il peso morale nel contesto internazionale, malgrado siano stati beneficati con prebende e elemosine generose, impensierito per i dati sulla disoccupazione giovanile e femminile, con spavaldo coraggio Draghi ha ammesso che l’Italia presenta“oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo”, ha promesso di voler lavorare in questo senso puntando “a un riequilibrio delle differenze remunerative e a un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro” in modo da garantire la più desiderabile delle “parità” quella competitiva, della nobile gara tra femmine e femmine e maschi.

Volete scommettere che ha preso come modello la sua testè nominata alla Comunicazione di palazzo Chigi, Paola Ansuini, un vero e proprio format cui riferirsi, capace di combattere la minaccia del meticciato mettendo al mondo 4 figli, in grado di combinare influenti ruoli professionali  a Palazzo Koch e nella delegazione di Bankitalia a Bruxelles con gli impegni domestici, eppure sempre modesta, semplice, eppure affidabile, riservata e schiva tanto che tra lei e il suo capo vige da sempre il Lei. Una, insomma, capace di spezzare il soffitto di cristallo, con tenace ambizione e volitiva determinazione, qualità indispensabili per sostituirsi con superiore risolutezza a un uomo.

Sono queste le donne cui guarda l’Europa, che detta perfino nel Recovery le condizioni per godere delle pari opportunità offerte dalla modernità, grazie alla tecnologia che ci ha già permesso di approfittare del lavoro agile che consente di produrre e intanto badare a casa, figli, anziani, malati e pure contribuire alla didattica a distanza, benefica sia per le madri incaricate di un alto compito che per le insegnanti spinte e mettere alla prova talenti finora poco valorizzati.

E chissà cosa ci aspetta con la digitalizzazione che abbiamo già testato col microonde, la lavapiatti, la spesa online quando c’erano i soldi per farla, capace di innovare anche il lavoro nero che continuano a svolgere tante donne grazie alle nuove frontiere del caporalato e del cottimo, impegnate a battere la concorrenza di milioni di altre in altre geografie che minacciano di abbassare ancora di più il livello di magri guadagni rispetto all’aumento di ore lavorate.   

Immaginatevi poi cosa sarà di noi se siamo femmine e del Mezzogiorno, se sull’intero territorio nazionale, circa l’80% dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019 è stata cancellata in tre mesi, tra aprile e giugno del 2020 e se nelle regioni meridionali la cancellazione di posti lavoro è stata  pari al doppio dei posti di lavoro creati a partire dal 2008, facendo perdere 200.000 posti   solo al Sud Italia  in quei novanta giorni, grazie alla diffusione generalizzata di forme contrattuali precarie e prive di garanzie, che non rientravano quindi  tra quelle tutelate   dal blocco dei licenziamenti.

Per non parlare di un  cambiamento nella struttura dell’occupazione femminile, accettato prima poi promosso, che vede un decremento del numero di donne impiegate in settori ad alta remunerazione e uno spostamento verso lavori a bassa qualifica e bassi salari, indipendentemente  dal livello di istruzione e formazione delle donne coinvolte nel processo di retrocessione nella scala salariale e professionale, a dispetto delle Cartabia, delle Ansuini, delle Bonetti, delle Messa per non dire delle Carfagna, delle Gelmini, delle Fornero, delle Boschi, tutte a pieno titolo assimilabili alla categoria delle fortunate eccezioni, per merito acquisito o ereditato,  per fidelizzazione o vocazione alla supremazia. E tutte ben collocate in quel sistema che le premia per la facoltà di rispettare  la ‘divisione dei compiti’ all’interno del nucleo familiare, delegando a altre il ‘lavoro di cura’ predestinato alle donne e solitamente svolto senza retribuzione in nome del “sentimento”.

Beh, ma allora bastava Conte, coi 400 milioni destinati al sostegno all’imprenditoria femminile, basta la Bonetti che immagina le pari opportunità sotto forma di task force di tecniche affermate da contrapporre al superuomo Arcuri e pure la Carfagna che almeno è stata promotrice della legge contro lo stalking, una legge della quale dovremmo tutte approfittare per difenderci dalla persecuzione retorica, virtuale e concreta dei marpioni.


La smania della Regione genera mostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tornei, giostre, duelli, tenzoni cavalleresche, non sono mica guerre. In quelle ci mandano a morire i soldati semplici, mentre la recita bellica dei signori e padroni di solito non è cruenta, non sgorga sangue dalle ferite dei paladini del teatro dei pupi e le spadone di latta fanno un gran rumore di ferraglie, ma non feriscono.

Teniamolo a mente in questi giorni nei quali va in onda con gran “tenetemi che l’uccido” e “vile, te la faccio pagare” o “guai ai vinti” la battaglia del governo contro le regioni e delle regioni contro il governo. E la verità è che in questa commedia delle parti tutti abbaiano e menano colpi, attenti però a non farsi male, funzionali come sono gli uni agli altri.  

Non fosse così, un Presidente del Consiglio potrebbe esercitare le facoltà e i poteri per commissariare una regione e un assessore reo di incompetenza, infedeltà alla sua missione, conflitti di interesse.

E’ successo – e inutilmente si è chiesto dopo le prestazioni di Fontana e Gallera – in casi di evidente emergenza, sanitaria, ambientale. Con una certa attenzione riservata alle regioni del Sud – forse antropologicamente  infiltrate o condizionate da poteri opachi a differenza della laboriose omologhe del Nord che, tanto per fare un esempio calzante, i rifiuti tossici e l’inquinamento lo esportano in zone meridionali un tempo fertili e felici? –  come racconta la storia recente. 

Ma a conferma che il teatro della politica copia i talkshow, con i figuranti che inveiscono a beneficio del pubblico non pagante, tutti si prestano a recitare il solito copione che prevede uno scaricabarile reciproco che non faccia danni a nessuno degli attori delle compagnie di giro.

C’è chi suppone che per evitare scomode rivelazioni di antica inettitudine, la Regione Lombardia avrebbe esagerato l’emergenza sanitaria con la complicità delle lobby farmaceutiche, imponendo all’esecutivo di seguire la sua pista. Fatto sta il governo da parte sua ha steso una cortina di nebbia in Val Padana, lasciando correre su colpe passate e contemporanee, approfittando dell’opportunità di imporre uno stato di eccezione che fa rimpiangere la normalità malata di prima.

Che poi se invece si colloca una testa di legno a fare l’amministratore, il parafulmine, il commissario, quando non se ne sceglie uno di prestigio e moralità inattaccabile candidato a rapide dimissioni dopo aver saggiato l’amaro dell’impotenza (c’è da immaginare che sia capitato ultimamente a uno degli avvocati dello Stato chiamato a gestire opere e conti del Mose), allora è meglio che la selezione del personale, se non ha pronto un fedelissimo, ben disposto a eseguire ordini e fare affarucci,  individui un improbabile, un incandidabile per evidente carenza di meriti, uno disposto a essere esibito nelle fiere per il gioco di tre palle un soldo. Come è capitato al povero generale Cotticelli, costretto alla gogna per aver ingenuamente dichiarato di essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato, ignaro che fosse in carico a lui, commissario alla Sanità in Calabria, la predisposizione del Piano per l’emergenza Covid, ora affidata a nuova autorità nota solo per aver dettato le regole in materia di durata profilattica e cautelativa dei baci . 

E figuriamoci se non capitava nelle periferie meridionali. Doveva essere proprio inadeguato il prescelto se non ha pensato di fare copia incolla con il piano d’azione, che ne so, della solerte Lombardia, della scrupolosa Val d’Aosta, del coscienzioso Piemonte o di altre risparmiate dalla lettera scarlatta (dal Veneto, all’Emilia Romagna, alla Campania) che si sono rivelate alla prova dei fatti pasticcione, inidonee, come minimo “arruffone”, dopo anni  nei quali erano state invece “arraffone”, incamerando fondi che non bastavano mai anche perché si spargevano in fiumi sotterranei di malagestione, clientelismi, incapacità, speculazioni, ruberie e generose mance ai privati.

Alcune di queste, per ora tre, incuranti delle loro vergognose performance hanno ripreso a muso duro la loro pretesa di indipendenza in modo da avere più mezzi per demolire con ancora maggiore determinazione la scuola, la sanità, l’università.

Si tratta di una secessione ancora più disonorevole di questi tempi, che  accomuna la Lega e il Pd sotto forma di Bonaccini e pure della sua coraggiosa vice presidente dall’audacia limitata se non ha dichiarato la sua estraneità al progetto, alla quale si stanno accodando  altri federalisti dell’ultima ora.  , grazie a un progetto che ha l’intento preciso di incrementare  le tremende diseguaglianze già in atto nella sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza, grazie al fertile distacco dei ricchi in modo da condannare alla miseria la  zavorra del Sud che di fatto ostacolerebbe il  Nord nell’espressione delle sue potenzialità.

Più che favorire il passaggio ad un  sistema “cooperativo”, utile al Sud e al Nord, sono aumentati i conflitti territoriali  assecondati dallo Stato e dai potentati economici, a volte in condivisione con quelli criminali, alimentando un regionalismo disordinato che ha impedito la crescita sincrona delle due realtà.

Infatti la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali ha prodotto un’espansione del debito pubblico, peggiorando la “qualità” delle politiche sociali, anche grazie a quella Riforma del Titolo V della Costituzione che  rovescia completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime, che non contente  cominciano a pretendere la proprietà indiscussa e il potere di spesa dei residui fiscali, riponendo in soffitta l’attuazione di quei principi inapplicati dal tema della cosiddetta solidarietà territoriale, alla determinazione delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato.

E su quella  ci sarebbe oggi più che mai da ragionare pensando a come è stato svelata dall’emergenza sanitaria, l’emergenza sociale in cui versa il nostro sistema sanitario smantellato dalla  sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici. Basta riflettere  sul danno prodotto dal referendum del 1993 che ha determinato la scissione tra competenze sanitarie e ambientali,  come sanno bene i cittadini di Taranto chiamati a scegliere tra salario e salute o sugli effetti prodotti dalla conversione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende (basterebbe la denominazione di Azienda per capire meglio il fine della “riforma”) Sanitarie (ASL), ispirata non a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio.

Ormai è chiaro a tutti che a fronte di un limitato potere decisionale, le Regioni in Italia sono  centri di potere burocratico e clientelare, che esigono di “trattare” non solo le materie di competenza e i capitoli di spese come Stati autonomi, esprimendo il paradosso di una onnipotenza virtuale in contrasto con una impotenza concreta, proprio di soggetti a un tempo troppo forti nominalmente e troppo deboli giuridicamente, diventando fattori di squilibrio in un contesto dove la pluralità è divergente e centrifuga.

Ma altrettanto paradossalmente questo potenziale destabilizzante fa comodo a  esecutivi inetti, impotenti e gregari, che possono usarlo come alibi per il “non fare”, per la delega dell’incapacità passata ad altri altrettanto condizionati da poteri superiori extranazionali, i cui comandi sono raccolti e eseguiti come atti di fede incontestabili.

Però basterebbe sottrarsi al destino dei vasi di coccio.  


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