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Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Anche i commercialisti hanno un cuore

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche i commercialisti hanno un’anima, recitava il titolo di una commedia all’italiana. È talmente vero che da tempo circola sui nostri schermi uno spot della corporazione dei fiscalisti nel quale si vedono gli alacri professionisti prodigarsi generosamente nell’interesse della collettività, niente di meno dei pompieri, delle forze dell’ordine, della protezione civile, dei docenti.

E difatti lo slogan scelto dalla loro pubblicità progresso  comunica con icastica immediatezza la loro filosofia: I commercialisti utili al Paese, e come sottotitolo reca Un vero commercialista fa la differenza, denuncia esplicita per l’occupazione del loro spazio di “servizio” alla collettività esercitata da quella conversione dei sindacati da incaricati della tutela dei bisogni dei lavoratori e custodi dei loro diritti, in patronati, centri di consulenza, piazzisti di fondi e assicurazioni.

Non c’è da stupirsi. L’eclissi degli stati, oltre che dei ceti intermedi, quelli della rappresentanza, dai parlamentari ridotti a esecutori notarili degli atti dell’esecutivo sotto forma di fiducia incondizionata, ai partiti trasformatisi in organizzazioni lobbistiche e aziendalistiche, ai leader commercializzati con le tecniche del marketing, ai soggetti di salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale retrocessi da depositari e conservatori di valori a manager e addetti alle vendite, ha reso necessarie altre figure.

Parlo ovviamente degli avvocati in un sistema sociale nel quale la maggior parte delle relazioni personali o  industriali trova il suo sbocco fisiologico in vertenze giudiziarie, degli psicologi, degli assistenti sociali, di consulenti familiari chiamati a dirimere nodi sentimentali ed emotivi che una volta si scioglievano naturalmente in seno alla tribù, dei filosofi un tanto al metro chiamati dalle multinazionali al posto dei feroci cacciatori di teste  “comprendere il presente e formare il futuro” delle imprese, dei coach personali e aziendali, indispensabili per la formazione di addetti a retrocessioni, licenziamenti e delocalizzazioni, dei peacekeeper per sedare  animi accesi e mediare non solo in caso di terrorismo tradizionale, ma soprattutto per   ridurre alla ragionevolezza secondo i criteri di regime lavoratori incazzati, cittadini espropriati, abitanti defraudati, sollecitati a accettare improbabili “compensazioni” forzate, pena la galera anche all’età nella quale ad altri viene offerta la grazia e o una veloce e indolore redenzione.

E parlo  dei Pr e comunicatori, oggi sempre più obbligatori e versatili nei settori della irrinunciabile netiquette, della fotogenia, del food in vista della dovuta presenza nei social anche in forma di selfie continuamente reiterato. Ormai poi non c’è aspirante scrittore che non si doti di un agente, così come se ne equipaggiano influencer, ex tronisti, giornalisti che vogliono assicurarsi cachet prestigiosi per moderare convegni, o per presenziare a talkshow, soubrette richieste in veste di madrine a battesimi, cresime, matrimoni e perfino in qualità di prefiche illustri a funerali Vip.

Proprio vero che gli Usa ci hanno colonizzato anche l’immaginario:  nessuno che voglia consolidare e mantenere un ruolo nel consorzio civile può rinunciare al suo legale, al suo analista, psico o finanziario, al suo agente, al suo personal trainer, al suo coiffeur, al suo consulente matrimoniale, al suo buyer anche per gli acquisti su Amazon.

Figuriamoci se può farsi la dichiarazione dei redditi da solo quando la proclamata semplificazione viene applicata soltanto per promuovere l’aggiramento delle regole, per favorire licenze e deroghe, mentre la severità si impone per  i poveracci, perseguiti se compiono involontari errori, per le partite Iva dei precari strozzati da contratti anomali, per i pensionati costretti a subire il modesto ma necessario taglieggiamento dei patronati, per chi ha una badante e non sa districarsi nelle pratiche che obbligatoriamente l’Inps assolve in via telematica. Figuriamoci se è stata casuale la realizzazione di un sistema fiscale così rigido da diventare arbitrario e discrezionale, per l’impossibilità di applicarne i criteri, quando si trasforma in un gioco di scatole cinesi pieno di fessure che consentono altri giochi ma di prestigio, sotterfugi, espedienti sotto forma di illeciti, evasioni, elusioni, trasferimenti opachi e riciclaggi.

Eh si anche i commercialisti hanno un cuore e spesso pulsa dalla parte del portafogli e pure della rivoltella, se è vero che si tratta di una delle professioni che con maggior scrupolo  si presta al servizio della criminalità organizzata, in veste di colletti bianchi poliedrici e eclettici in tutta la gamma dei reati economici, scouting di aziende in sofferenza da acquisire nel supermercato dell’illegalità, assoldamento di prestanome tra vecchietti in ospizio, pulizia di denaro sporco e riciclaggio dei proventi di droga, prostituzione, gioco: il poco estraneo alla bisca statale, “accoglienza” umanitaria.

A conferma della gran confusione che regna sotto il cielo, tra attività legali e attività rese legali da leggi e convenzioni, ma illecite e delittuose perché colpiscono interesse generale, beni comuni, incrementano differenze a disuguaglianze, traggono profitto dallo sfruttamento più feroce e avido, umiliano e degradano fino alla servitù e al suicidio. E se è ormai accertato che è più criminoso fondare una banca, o salvarla,  che rapinarla.

 

 


Nostra Signora della Mafia

imma Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che le  gerarchie ecclesiastiche  abbiano  guardato, un decennio fa, con benevola approvazione, all’offerta alla pubblica devozione della statua del santo protettore di Guardavalle Agazio,  da parte dei buoni cristiani della locale famiglia di ‘ndrangheta Gallace.

Non deve stupire: si chiama  punciuta (puntura)  la cerimonia di iniziazione dei membri di Cosa nostra, quando l’affiliato, alla presenza di tutti i componenti del clan, si punge l’indice della mano destra  con uno spillo o con una spina d’arancio, proferendo la formula di rito: «giuro di essere fedele a cosa nostra. Possa la mia carne bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento» e  imbrattando col suo sangue una immaginetta sacra, per poi bruciarla.

È così per la Camorra, per la ‘ndrangheta,  per la sacra corona unita, è così per la yakuza giapponese, le triadi cinesi o l’ms-3 salvadoregno: si “consacra” un locale, che da allora diviene “ luogo sacro, santo e inviolabile”, si attinge a testi popolari, mitologici o religioso e si evocano icone che vanno  dall’arcangelo Michele alla Madonna del soccorso, da Osso, Mastrosso e Calcagnosso, a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma pure a Mazzini, Garibaldi e la Marmora, per chiamarli a testimoniare delle intenzioni dell’adepto a rispettare un codice d’onore davanti a Dio e agli uomini d’onore.

È così anche oggi, che le mafie rappresentano una parte consistente del sistema economico e finanziario, fanno parte dei consigli di amministrazione di banche e istituti di credito,  mandano in malora aziende sane per impadronirsene, occupano settori strategici dello Stato a cominciare dal brand del gioco, si spartiscono con coop e ong il mercato “umanitario” dell’accoglienza, in molto casi usano gli stessi bacini professionali delle gradi aziende, manager, commercialisti, tecnici informatici, si accaparrano comparti merceologici, dalle vendemmie del prosecco alle pizzerie di Milano, dai buttafuori delle discoteche alla protezione delle boutique dei quadrilateri della moda.

Ma non rinunciano a funerali fastosi con i carri funebri impennacchiati e la benedizione dell’alto prelato, comprensivi di lancio dall’aereo di fiori e volantini col testo de De Profundis e il commosso ricordo del caro e autorevole estinto, e a battesimi e matrimoni imponenti officiati in siti di interesse artistico e culturali generosamente concessi per la festosa occasione.

E d’altra parte senza sollevare scandalo alcuno, nel  2008 si scoprirono gli “altarini” della festa di Sant’Agata, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità per il suo valore etno-antropologico, grazie ad un’inchiesta della Procura di Catania  che rivelò come il monopolio delle celebrazioni dal 1999 fosse nelle mani del gotha mafioso, attraverso una influente associazione cattolica,  il Circolo di Sant’Agata, alla quale facevano capo  le famiglie Santapaola e Mangion.

E’ che la collusione tra Chiesa e mafie, per via della combinazione di interessi economici e ricerca di consenso dovuto a tutti i potentati, confermata anche per via semantica dall’uso del termine “pentito”, è sempre stata oggetto di indulgenza  e tolleranza e, malgrado  con la stagione delle stragi  la Chiesa abbia iniziato a “predicare” l’antimafia, a metà strada tra l’attivismo clericale e la religione civile,    per un don Luigi Ciotti  ci sono chissà quanti preti che tacciono o si adeguano per paura, per non rinunciare al radicamento in geografie infiltrate, per non dover rinunciare alla protezione di notabili della politica e del denaro, si pure in odore di mafia, che esigono una legittimazione  e  una conferma “celeste” della loro appartenenza alla cultura  e alla tradizione locale.

Come nel caso della pedofilia, con il reiterato rifiuto di sottoporre i suoi preti al giudizio dei tribunali terreni in attesa di quello di Dio (dopo decenni di scandali solo ora Francesco ha deciso di “abolire” il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti), la Chiesa ha continuano a venir meno   alla sua secolare funzione di indirizzo etico, celebrando per i mafiosi e le loro famiglie battesimi, cresime, matrimoni e funerali in pompa magna, abiurando al dovere di esecrazione aperta, scomunica, emarginazione dalla comunità dei fedeli di quelli che, contravvenendo ai suoi comandamenti e alle leggi terrene, commettono delitti e crimini contro la vita, i beni comuni, i diritti fondamentali, secondo una interpretazione della “coabitazione” nel nostro Stato che permette di non pagare le tasse, di godere di un trattamento privilegiato per le sue proprietà, di imporre una gerarchia di priorità perfino nei finanziamenti per la ricostruzione del post terremoto:  prima le chiese poi le case.

E non sono poi così lontani i tempi nei quali il cardinale Ruffini ripeteva nelle sue pastorali che la mafia era una creazione del comunismo, l’ideologia della “negazione di Dio”.

Se il papa nel 2014 lancia una non meglio definita  “scomunica” per i mafiosi,  se i suoi sacerdoti condannano i delitti delle organizzazioni, non pare abbia altrettanta rilevanza morale l’anatema contro il sistema criminale della corruzione come strumento-chiave per la penetrazione nel tessuto politico e istituzionale dello Stato e per l’acquisizione delle posizioni di potere, e nel quale, attraverso i reati economici, si fondano nuove relazioni asimmetriche intese a snaturare la democrazia, producendo la disuguaglianza sociale.

Da decenni le cronache giudiziarie  denunciano  movimenti di capitali di dubbia provenienza che transitano attraverso le banche vaticane, lungo la scia dei soldi mafiosi si incrociano  potenti interessi politici, ingenti capitali della finanza, opachi accordi con insospettabili soggetti istituzionali per favorire il transito depenalizzante dell’illecito dentro i territori di una “nuova” legalità,  da sempre corrotti e corruttori, peccatori impenitenti e criminali incalliti trovano accoglienza e comprensione benevola, e da qualche tempo poi le pratiche di pubblica devozione si sono arricchite di nuovi testimonial che hanno attualizzato il repertorio iconografico di immaginette e santini e i “luoghi” canonici del loro culto.

E non stupisce perché i poteri forti si assomigliano da sempre nelle loro modalità, nella loro comunicazione, nella loro propaganda, sanno impiegare bene i messaggi dell’intimidazione della paura, dal sequestro della prima casa, all’incendio del bar, dalla minaccia rivolta a un popolo, oggetto di un processo di infantilizzazione, dell’arrivo dell’uomo nero o del diavolo.  E altrettanto bene sanno stringere vincoli e accordi temporanei tra imprese spesso legali ma non legittime, come dimostrano certi episodi: Portella della Ginestra ad esempio, e certi protagonisti: Marcinkus, Sindona, Calvi.

Così non stupisce che il contrasto alla mafia non sia presente nell’agenda dei partiti, neppure nei decaloghi e nel galateo  dei movimenti che piacciono alla gente che piace e che vuol continuare a piacere costi, quel che costi, a conferma che ci sarebbero violenze e tipologie di odio legittime o autorizzate a seconda della direzione che prendono, dall’alto verso il basso.

E non sorprende che il sindaco del Comune di Guardavalle, sciolto negli anni scorsi per infiltrazioni mafiose, sia stato colto mentre confessava: “se tolgo la statua, mi sparano”, riferendosi non solo ai donatori, la ‘ndrina Gallace, ma alla pia e devota popolazione che da sempre è abituata a rivolgersi ai santi in paradiso e pure, in mancanza di altri protettori, ai diavoli in terra.

 

 

 


Riinite acuta

riina-capaci-effCiò che colpisce nella pretesa scarcerazione di Riina, non è certo l’atteggiamento della Cassazione che in un certo senso può essere considerato storico se solo si pensa a Carnevale o alle più recenti difficoltà nel riconoscere la cosiddetta “mafia silente”, tutte vicende senza dubbio particolari, ma che affondano le proprie radici in una cultura complessiva e in un’ambiguità irrisolta di questa istituzione fra gli originari compiti di sorveglianza e quelli invece concreti di giudizio. Mi colpisce invece la rapida conversione di tutto un ambiente di cassazionisti last minute, l’ipocrisia devastante che corrode il Paese assieme alla sua vacua emotività occasionalista e che trova la sua miglior espressione in un sedicente progressimo a scansione automatica, incartapecorito come una crisalide abbandonata, che ancora una volta prova a incartare una realtà miserabile e ambigua più che evidente con la solennità dei principi per realizzare pienamente la disuguaglianza persino nel campo criminale. Certo che tutti hanno diritto a una morte dignitosa anche se questo implica molte cose e non solo o necessariamente il luogo dell’evento, come del resto tutti avrebbero diritto a una carcerazione dignitosa e che tuttavia solo i boss o i grand commis possono permettersi, ma sta di fatto che questo  principio non viene enunciato tutti i giorni, non illumina nessun cammino, ma viene applicato esclusivamente a uno dei più feroci e repellenti criminali, il quale  ha ancora agganci palesi col potere oscuro di questo Paese, unica ragione probabilmente per la quale raccoglie improvvisamente quell’umanità negata a tanti.

Ora alcuni che amano considerarsi civili, probabilmente con stessa facilità svagata di un bambino che si veste da Zorro o tartaruga ninja, si trovano d’accordo con il differimento della pena per malattia, ossia con la scarcerazione per un uomo accusato di molte stragi, compresa quella di Falcone e la sua scorta, una specie di emblema dell’efferratezza del potere mafioso e che certamente è ancora persona che conta dentro Cosa Nostra, tanto da emettere sentenze di morte nei confronti di magistrati e costringerli a una vita blindata. Però diciamo pure che il pricipio è giustissimo anche se è gestito come un’ingiustizia, diciamo che si ha diritto a una fine che non sia dietro le sbarre, anche se è probabile che a Parma il boss riceva cure migliori di quelle che avrebbe nell’isola natia, ma proprio questo rende strumentale e futile la canea umanitaria attorno a Riina: perché ogni anno nelle carceri italiane si suicidano in media una settantina di detenuti e un altro centinaio muore senza che nessuno dica nulla, si ribelli o senta il dovere di alzare la voce per invocare qualche principio di dignità . Dalll’inizio del secolo ad oggi circa 2000 persone sono morte in carcere, senza conteggiare i quasi mille suicidi, senza usufruire del pietismi di questi signori pronti alle umanità ad personam. 44 solo nei primi mesi di quest’anno.

Certo che lo stato non dev’essere vendicativo, ma questo – anche ammesso che non sia un semplice flatus vocis et calamis completamente vuoto – ha senso solo se è vero per tutti e non esclusivamente per qualcuno: proprio la difformità di trattamento ha a che fare con la vendetta o la remissione che dovrebbero essere aliene dalla giurisdizione. Per il resto è così evidente che la scarcerazione umanitaria di Riina fa parte a pieno titolo della trattativa Stato – Mafia alla cui definizione puntuale e precisa si è peraltro sotratto un intero ceto politico a cominciare dal suo orrido decano: probabilmente e volgarmente l’atto di umanità significherà voti per qualcuno, rendendo ancor più grottesco l’appello a principi che vengono invece infangati con queste manovre.

Quando la dura lex è tale per il rubagalline e invece viene considerata indebito giustizialismo per gli assassini e i grandi corruttori, vuol dire  che qualcosa si è definitivamente rotto nel contratto sociale. Posso capire che questo sia comodo per una subalternità politica che ha raggiunto livelli farseschi, ma che qualcuno stia al gioco in nome della civiltà o ci fa o ci è. Non è forse un caso che uno dei più lesti a minimizzare la vicenda prima di rendersi conto di quanto essa sia indigesta al Paese sia stato proprio Luciano Violante, cioè uno che al contrario ha portato al parossismo la repressione contro i No Tav, quello delle “risposte dure ” ai violenti che mettono in discussione le trame anche le più miserabili del potere, ma che si commuovono di fronte agli assassini seriali che con il potere ci giocano a rimpiattino. Riina è risucito a rimanere latitante per ventitrè anni grazie ai legami con la politica locale e nazionale. E adesso ci risiamo.


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