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Riinite acuta

riina-capaci-effCiò che colpisce nella pretesa scarcerazione di Riina, non è certo l’atteggiamento della Cassazione che in un certo senso può essere considerato storico se solo si pensa a Carnevale o alle più recenti difficoltà nel riconoscere la cosiddetta “mafia silente”, tutte vicende senza dubbio particolari, ma che affondano le proprie radici in una cultura complessiva e in un’ambiguità irrisolta di questa istituzione fra gli originari compiti di sorveglianza e quelli invece concreti di giudizio. Mi colpisce invece la rapida conversione di tutto un ambiente di cassazionisti last minute, l’ipocrisia devastante che corrode il Paese assieme alla sua vacua emotività occasionalista e che trova la sua miglior espressione in un sedicente progressimo a scansione automatica, incartapecorito come una crisalide abbandonata, che ancora una volta prova a incartare una realtà miserabile e ambigua più che evidente con la solennità dei principi per realizzare pienamente la disuguaglianza persino nel campo criminale. Certo che tutti hanno diritto a una morte dignitosa anche se questo implica molte cose e non solo o necessariamente il luogo dell’evento, come del resto tutti avrebbero diritto a una carcerazione dignitosa e che tuttavia solo i boss o i grand commis possono permettersi, ma sta di fatto che questo  principio non viene enunciato tutti i giorni, non illumina nessun cammino, ma viene applicato esclusivamente a uno dei più feroci e repellenti criminali, il quale  ha ancora agganci palesi col potere oscuro di questo Paese, unica ragione probabilmente per la quale raccoglie improvvisamente quell’umanità negata a tanti.

Ora alcuni che amano considerarsi civili, probabilmente con stessa facilità svagata di un bambino che si veste da Zorro o tartaruga ninja, si trovano d’accordo con il differimento della pena per malattia, ossia con la scarcerazione per un uomo accusato di molte stragi, compresa quella di Falcone e la sua scorta, una specie di emblema dell’efferratezza del potere mafioso e che certamente è ancora persona che conta dentro Cosa Nostra, tanto da emettere sentenze di morte nei confronti di magistrati e costringerli a una vita blindata. Però diciamo pure che il pricipio è giustissimo anche se è gestito come un’ingiustizia, diciamo che si ha diritto a una fine che non sia dietro le sbarre, anche se è probabile che a Parma il boss riceva cure migliori di quelle che avrebbe nell’isola natia, ma proprio questo rende strumentale e futile la canea umanitaria attorno a Riina: perché ogni anno nelle carceri italiane si suicidano in media una settantina di detenuti e un altro centinaio muore senza che nessuno dica nulla, si ribelli o senta il dovere di alzare la voce per invocare qualche principio di dignità . Dalll’inizio del secolo ad oggi circa 2000 persone sono morte in carcere, senza conteggiare i quasi mille suicidi, senza usufruire del pietismi di questi signori pronti alle umanità ad personam. 44 solo nei primi mesi di quest’anno.

Certo che lo stato non dev’essere vendicativo, ma questo – anche ammesso che non sia un semplice flatus vocis et calamis completamente vuoto – ha senso solo se è vero per tutti e non esclusivamente per qualcuno: proprio la difformità di trattamento ha a che fare con la vendetta o la remissione che dovrebbero essere aliene dalla giurisdizione. Per il resto è così evidente che la scarcerazione umanitaria di Riina fa parte a pieno titolo della trattativa Stato – Mafia alla cui definizione puntuale e precisa si è peraltro sotratto un intero ceto politico a cominciare dal suo orrido decano: probabilmente e volgarmente l’atto di umanità significherà voti per qualcuno, rendendo ancor più grottesco l’appello a principi che vengono invece infangati con queste manovre.

Quando la dura lex è tale per il rubagalline e invece viene considerata indebito giustizialismo per gli assassini e i grandi corruttori, vuol dire  che qualcosa si è definitivamente rotto nel contratto sociale. Posso capire che questo sia comodo per una subalternità politica che ha raggiunto livelli farseschi, ma che qualcuno stia al gioco in nome della civiltà o ci fa o ci è. Non è forse un caso che uno dei più lesti a minimizzare la vicenda prima di rendersi conto di quanto essa sia indigesta al Paese sia stato proprio Luciano Violante, cioè uno che al contrario ha portato al parossismo la repressione contro i No Tav, quello delle “risposte dure ” ai violenti che mettono in discussione le trame anche le più miserabili del potere, ma che si commuovono di fronte agli assassini seriali che con il potere ci giocano a rimpiattino. Riina è risucito a rimanere latitante per ventitrè anni grazie ai legami con la politica locale e nazionale. E adesso ci risiamo.

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Igor mortis

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Eh si, per fortuna che Igor c’è. E che possiamo riconoscergli di aver portato nuova concordia e coesione sociale a Budrio e dintorni. La gente, hanno osservato sopraffini sociologi, quelle operose popolazioni locali hanno grazie a lui ritrovato il gusto della socialità, sconosciuti si salutano per strada, commentano in piazza, si danno una mano a farci intendere che la paura è un poderoso collante e che la diffidenza per lo straniero cementa le relazioni tra gli indigeni. E poi mai si è stati così tranquilli, si potrebbe perfino non tirare il catenaccio della porta, non occorre nemmeno tenere lo schioppo del bisnonno, né il fucile per le beccacce e neppure il revolver sul comodino pronto se ti entrano in casa a portarti vi ala roba, tanti sono i militari e le forze dell’ordine che sorvegliano il territorio. Mai si erano sentiti così sicuri da quando anche quelle terre laboriose e opime sono state minacciate da troppi, troppi forestieri.

Certo,  la sicurezza costa: almeno 200 mila euro al giorno per 1200 uomini impegnati nelle ricerche infruttuose che producono però il benefico effetto di garantire ordine pubblico e contrasto della criminalità.  Criminalità di un certo tipo però, di quella che fa venir voglia di dire che ci vorrebbe Igor anche a Gaeta dove hanno incendiato l’auto dell’avvocato di una giornalista di Repubblica sotto scorta per aver denunciato infiltrazioni mafiose negli “affari” locali. O a controllare i cantieri della ferrovia del Brennero dove sono morti due lavoratori. E pure nella capitale morale, dove la dinamica impresa che vinceva tutti gli appalti,  quel consorzio Dominus   che ha lavorato “esclusivamente” con Nolostand, la società controllata di Fiera Milano  avrebbe “volontariamente agito con la finalità di agevolare la mafia” e il suo titolare Nastasi, secondo il Gup,  è ritenuto “intraneo all’entourage di Matteo Messina Denaro”.

Ma siamo proprio certi che sia quella la sicurezza che vogliamo? Quella garantita in quartieri videosorvegliati, da recinti e muri, da vigilantes, e che ci persuade che è meglio sparare per difendersi, stare chiusi dentro case ben protette da apparati e sistemi sofisticati, ma pure da inferriate e allarmi, tenendo fuori estranei che potrebbero costituire un pericolo per le nostre donne che giustamente preferiscono un femminicidio domestico o per i nostri beni? Proprio quelli che si sono ridotti sempre di più – e insieme alle nostre garanzie, alle nostre libertà e ai nostri diritti – estorti,  taglieggiati, espropriati da ben altri nemici, da ben altri killer, da ben altri ricattatori che agiscono sempre più potenti in banche, finanziarie,  in quegli uffici degli ultimi piani di grattacieli di cristallo dove si specchia una inumana e algida modernità.  Siamo sicuri che dormiremo tranquilli se rinunceremo a prerogative di libertà e di democrazia, se tra queste ci sarà una giustizia un po’ meno uguale per tutti, anche se non non ci verranno risparmiati gli incubi del licenziamento, della sospensione del contratto a termine, delle rate del mutuo da pagare, delle tasse, delle bollette, quei sogni avvelenati nei quali sembriamo cavie impazzite che si arrampicano su e giù per le scalette impervie delle gabbie nelle quali ci siamo rinchiusi?

Siamo proprio certi che sicurezza voglia dire difesa di questo nostro modello di vita, nel quale siamo ogni giorno defraudati di spazio, bellezza, cultura, lavoro, aria e mari puliti, informazione, istruzione, assistenza, in cambio di uno strano ordine imperniato sul sospetto, sulla repressione, sul timore che ha sostituito l’aspettativa del domani? In città dove gli “altri” minacciosi, torvi, ostili, non sono e non saranno più soltanto musi neri e gialli che parlano altre lingue, adorano altri dei e riempiono vie e scale di odori che ci nauseano più dell’antico e domestico odor di cavolo delle portinerie. Ma sono i vecchi e i nuovi Miserabili, gente che fino a ieri magari incrociavamo sul pianerottolo e fuori dalla scuola dei nostri figli e poi scomparsi misteriosamente e vergognosamente,  conferiti in periferie marginali, quando non in baracche contese coi disperati venuti da fuori, bidonville che sfiorano i centri storici e lambiscono perfino la Casa Bianca, santuario  dell’impero, favelas che Grandi Eventi politici e sportivi saranno costretti a radere pudicamente al suolo.

In fatto è che come quelli che al cine preferiscono palpitare coi “film de paura” piuttosto che con le denunce di Moore o Loach, prediligiamo temere mostri carnali e visibile, amati di pistole e mitra e perfino di arco e frecce, piuttosto che spaventarci per la minaccia di altri pericoli,  incorporei ma cruenti e feroci, impalpabili e apparentemente immateriali come le divinità al servizio delle quali stanno cancellando democrazia, sovranità, diritti, lavoro, cure, ambiente, risparmi, sapere, dignità.

E allora ben venga il Daspo urbano, ben vengano le misure che rivendicano per legge una superiorità etnica sancendo differenze perfino nell’applicazione dei diritti fondamentali, come quello alla difesa, ben vengano i sindaci sceriffi incaricati di tutelare il decoro e proteggerlo dall’infamante spettacolo della miseria e della disperazione, ben vengano le sanzioni per lavavetri, barboni, vucumprà, ladruncoli nei supermercati anche non recidivi, insomma quelli che compromettono la decenza e il buon nome più di corrotti e corruttori, speculatori, finanziari spregiudicati, evasori, banchieri profittatori e esosi ricattatori, esonerati e risparmiati  dall’obbligo del rispetto delle leggi, se o decessi per il mancato rispetto delle regole di sicurezza sul lavoro sono più numerosi di quelli per omicidio commessi da criminali comuni, ma ciononostante… E se le le celle traboccano di delinquentelli, extracomunitari, tossicodipendenti, nomadi, pataccari, contraffattori, molesti, è vero, ma meno dannosi per la collettività dei dirigenti di Banca Etruria, degli imprenditori della Tav, del Mose e del Terzo Valico, ciononostante… E se chi in barba alle leggi delocalizza per sfruttare meglio e inquinare ancora più liberamente, impone contratti anomali, intimorisce e ricatta gli operai e ancor meglio le operaie, condanna i lavoratori alla rinuncia a diritti, garanzie e conquiste in cambio dell’unica certezza della fatica, è un  imprenditore o un cui dovrebbe andare fiducia e riconoscenza, mentre i suoi dipendenti devono anche subire la fama di indolenti parassiti, perfino con le ali.

Grazie agli Igor, allora, a chi ne alimenta la leggenda per dimostrarci  che è meglio sopravvivere di paura e guardarsi alle spalle invece di vivere con consapevolezza e dignità e guardarsi intorno e avanti.

 

 


Nelle tende, come i mohicani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati studiosi che hanno attribuito all’Italia la virtù della mitezza, valore impolitico per eccellenza ma indispensabile a rendere più abitabile la nostra società perché esalterebbe altre disposizioni e “ambizioni” morali, che tendono alla giustizia, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla libertà propria e degli altri intorno a noi. E hanno trattato colonialismo, repressioni, fascismo,  le sue leggi razziali, i suoi crimini, come fatti mostruosi ma quasi incidentali rispetto a un’indole nazionale meno bestiale, meno cruenta anche se troppo accondiscendente.

Oggi sembra proprio che nulla sia rimasta di quella decantata virtù che farebbe parte della nostra autobiografia, non solo in lato dove è stata poco praticata, ma anche più giù sostituita da risentimento perfino per chi sta peggio, abulica indifferenza, consuetudine abitudinaria a concentrarsi sul proprio destino personale, sulle proprie perdite e i propri bisogni indispettiti che altri diversi da noi aspirino agli stessi diritti che riteniamo di aver meritato. E altri non sono solo gli ospiti indesiderati e indesiderabili ovunque nella fortezza difensiva che abbiamo contribuito a erigere col la complicità o il silenzio.

Chissà se tollereremo anche che venga istituita una giornata della memoria del terremoto, rituale irrinunciabile dei regimi per celebrare una volta all’anno criminali inadempienze, ipocrite promesse, interessi opachi, inettitudine scellerata, anticipata in questi giorni dalla liturgia mediatica del ricordo del sisma dell’Aquila a distanza di otto anni, di quello dell’Emilia del 2012, a pochi mesi da quello del Centro Italia i cui abitanti sono scesi in strada a manifestare la loro collera, arrivando fino a Roma, meritando qualche breve di cronaca.

Si, l’Aquila dove i ragazzini vanno ancora a scuola nei container, in Emilia dove la ricostruzione governata dal probo Ermini è sembrata al governo Renzi e diversamente Renzi talmente efficace da essere replicata, commissario compreso, anche in Centro Italia e dove tre procure hanno accertato che il cratere del sisma è occupato militarmente dalle organizzazioni mafiose infiltrate in appalti per togliere le macerie, seppellendo l’amianto sotto pochi centimetri di asfalto, e per realizzare costruzioni provvisorie e non, mettendosi d’accordo tra loro in tempo reale con l’immancabile e ridente telefonata che festeggiava il crollo dei primi capannoni.

E dove non ci sono le cosche, vengono in soccorso del “non fare” o del “far male” altre forme e modelli organizzativi altrettanto criminali, a cominciare dall’inadeguatezza sempre colpevole anche quando non nasconde orrende trame del malaffare sulla pelle dei disgraziati. Sicché dopo aver appreso che le propagandate casette di legno ordinate a imprese del Nord, sorteggiate in piazza per garantire con la riffa la trasparenza delle assegnazioni, non sono arrivate e ancor meno sono arrivate le stalle e gli aiuti promessi per gli agricoltori e allevatori, veniamo a sapere che il villaggio “donato” agli sfollati  con moduli abitativi per 400 persone a Amatrice non si fa, perduto, si dice, nei meandri della burocrazia.  Dando a intendere che è meglio astenersi, meglio affidarsi alla sorte e alle lotterie che prendere decisioni della quali non si vuole essere responsabili, che essere accusati di losche alleanze con cupole e clan, come se lasciare la gente in tenda tutto l’inverno non fosse un delitto. E come se da anni non ci avessero abituato alla impellente necessità di aggirare leggi e controlli per combatterla la burocrazia, ma solo quando blocca le grandi opere portatrici di profitti speculativi e corruzione o penalizza rendite e vantaggi di privati eccellenti.

Hanno avuto ragione i sindaci di quella terra martoriata a denunciarla  quella maledetta burocrazia. Ma bisogna stare attenti, tutti, che non sia peggio il rattoppo del buco, perché deroghe, licenze, regimi e autorità eccezionali sono le armi che le emergenze coltivate e favorite mettono nelle mani di chi trae giovamento da condizioni estreme per foraggiare clan amici, cordate consolidate e contigue a poteri nazionali e locali, quegli stessi soggetti che non si vergognano di creare impalcature giuridiche per promuovere la corruzione, del sistema economico e delle leggi attraverso le leggi stesse, disposizioni e norme sospette.  Come sta accadendo con un decreto legislativo  del quale si è saputo grazie ad uno scarno comunicato stampa di un Consiglio dei Ministri di metà marzo che avrebbe l’intento di  “efficientare le procedure, di innalzare i livelli di tutela ambientale, di contribuire a sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita (ovviamente) sostenibile” allo scopo di armonizzare il nostro ordinamento alla  direttiva 2014/52/UE.

Opere, infrastrutture, impianti: la proposta ora nelle mani delle Commissioni Ambiente, Bilancio e Politiche europee è chiara, si lavora alacremente non per semplificare il contesto che dovrebbe razionalizzare l’attività di ricostruzione. Macché,  l’ennesima  legge “ad personam” offre   opportunità appetitose ai proponenti di una grande opera da sottoporre alla procedura di valutazione di impatto ambientale.  La prima è quella di poter sottoporre alla Commissione ministeriale  elaborati progettuali nella forma di “progetto di fattibilità”, quindi  con un livello informativo e di dettaglio inferiore a quello di un “progetto definitivo”, come vorrebbero il Codice degli Appalti  e i criteri per la compatibilità e la sostenibilità ambientale e finanziaria, oltre che il buonsenso e la legalità. La seconda è quella di attrezzare un contesto negoziale risparmiato dall’indebito controllo di organismi di sorveglianza e dalla vigilanza dei cittadini, per la trattativa “privata” tra autorità competente e soggetti promotori  sui gradi di dettagli e di informazione offerta al pubblico, dei progetti. Così se è anche prevista la necessaria accelerazione dei tempi di approvazione, viene ulteriormente ridotto l’accesso dei cittadini al processo decisionale che riguarda interventi che incidono sulle loro vite e il bilancio statale.

Non c’è proprio niente di mite, niente di generoso, niente di solidale in tutto questo e nemmeno nella nostra sopportazione che pare sempre arrivare al limite ma non sa oltrepassarlo per diventare controllo, opposizione, collera. Quella si,  costruttiva.

 


Ma che gran figli di …

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia.

E siccome siamo moderni,  teniamo famiglie allargate a amici, affini e complici,  e pure “combinatorie” come diceva il Censis nella sua fase più immaginifica, quelle “impegnate  nella moltiplicazione delle attività lavorative e  nell’aggregazione di una pluralità di redditi di lavoro. Tutti cercano di contribuire all’obiettivo di accrescere la capacità complessiva di spesa e di risparmio: si ricorre al doppio lavoro….  ai lavoretti stagionali, a quelli informali e tipici dell’economia del sommerso”.

Invece del Cnel in via di cancellazione come la democrazia, invece del Censis e dell’Istat sempre meno ascoltati e celebrati a meno che non si prestino con rinnovato fervore a soffietti di regime, invece di sociologi del familismo amorale, ormai annoverati tra molesti e arcaici sapientoni, a occuparsene è la cronaca giudiziaria, che ogni tanto rivela a noi, possessori di vincoli di serie B, ben poco riconosciuti e ancora meno tutelati, l’esistenza e la sussistenza di stirpi illustri che, nei vari gradi di parentela e contiguità godono di sostegni, assistenza, sussidiarietà, rendite e privilegi dinastici sempre più ingenti e pingui, ben oltre i modesti e innocenti Rolex d’oro, ormai equiparati alle ingenue medagliette della Cresima elargiti dalle madrine e dai padrini.

Anche se di padrini ce ne sono e sono poi un po’ sempre gli stessi, cordate di imprese multitasking, progettisti visionari di ponti e piramidi, faccendieri dinamici quanto avidi, finanzieri dotati di quella ubiquità necessaria a prodigarsi qui nel supporto a politici rampanti come in ben protetti paradisi, ministri e boiardi di Stato. E a spartirsi il pane poco eucaristico non ci sono solo virgulti della nomenclatura, ma anche patriarchi beneficati dalle carriere di figli che hanno ben appreso la lezione e seguito l’esempio genitoriale e premiati perfino tramite leggi ad personam, salvataggi bancari ad familiam, timide sentenze assolutorie quando proprio era impossibile affidarsi alla compassionevole prescrizione.

Abbiamo saputo di fratelli che in mancanza di un gabinetto di rango ministeriale, vengono omaggiati con opportuni succedanei sotto forma di toilette ad personam, forse inutile vista la scarsa frequentazione della sinecura della quale possono beneficare. Mogli e mariti di sprecano, nelle vesti di guardie del corpo e portaborse, di addetti stampa e sbrigafaccende, di consiglieri e consulenti giudiziosamente previsti nei regimi di fuori busta e indennità irrinunciabili a tutti i livelli territoriali, non dissimili in fondo da igieniste dentali e olgettine avide, della quali almeno si conosce la natura dei servizi prestati.

Ma i figli, beh i figli so’ piezzi ‘e core, cosa non farebbero per i figli i nostri “eletti” e non, in esercizio o in pensione, che hanno provveduto a sistemarli perché non debbano patire in caso di oscuramento di cariche e popolarità. Se avevamo dei dubbi sulla loro competenza, sulla loro onorabilità, non ne abbiamo sul loro attaccamento alla prole, sulla cura dei cuccioli, alla notizia del cursus honorum del giovane Lunardi o di Monorchio jr, come avevamo appreso anche prima a proposito dei successi e dei premi produzione del ragazzo Cancellieri, della piccola Fornero, e tanti altri saliti all’onore delle cronache, ma per poco, per via di prudenti eclissi informative.

Della loro Fertility, benedetta e officiata in vari Family Day, come hanno rivendicato in forma bipartisan da Lupi a Galletti, sappiamo che è l’unica riconosciuta e approvata, che sia istituzionale, legale o criminale o tutte e tre insieme, eventualità non remota ricordando le frasi celebri di Lunardi Senior a proposito nella doverosa convivenza con la mafia. Sono ammesse e tutelate solo le loro dinastie, discendenze, eredi e delfini, parenti di tutti i gradi, patriarchi anche sotto forma di zii esigenti e tirannici: abbiamo notizie oggi dell’ira di un ascendente della stirpe Salini Impregilo molto temuto, anche dal premier che ha dovuto promettere un Ponte alla sua impresa. Dimostrano ogni giorno che le nostre di famiglie sono meno di zero, figuriamoci le progenie di chi arriva della quali è sacrosante non gliene freghi un cazzo, secondo una ideologia discesa per li rami anche a livelli popolari. Al Ministro dell’Ambiente infatti “non frega un cazzo” dei figli degli operai dell’Ilva e manco dei padri, alla first lady poco deve interessare della scuole che crollano sulle teste degli scolari, salvo di quella dove ha ottenuto un sorprendente incarico, visto che il suo prverbiale riserbo la induce al silenzio anche su questo tema così domestico, a Monorchio poco gli cale di cemento colloso messo alla prova da un susseguirsi di terremoti non certo inaspettati.

Dell’ultimo “scandalo” sappiamo che un loro ideologo chiama Amalgama il collante protofamiliare e mafioso che lega interessi opachi  e che “ consente di stare «tutti a coltivare l’orticello»”, come rivela al telefono in una intercettazione, che presto potrebbe diventare fuorilegge, grazie a «un’organizzazione stabile composta da tecnici, imprenditori e professionisti che si sono accordarti per un reciproco scambio di utilità ai danni dei contribuenti», come sostiene l’accusa, e che «apparteneva a una logica illecita che, come abbiamo già visto, non era nuova all’ interno di questi appalti per le Grandi Opere».  Di modo che i loro figli traevano profitto e i nostri che protestavano contro Tav, Mose, Ponte, Muos, trivelle, andavano dentro, perché pare siano i nostri  i soli “figli di…”.

A sentirli non sai se a parlare sia tal Domenico Gallo al servizio del boss De Michelis o Don Vito  “gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, oppure “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo” o “ci vuole spirito unitario, perché se ognuno tira e un altro storce non si va mai avanti».   E c’è da scommettere che come ormai succede di continuo, pietosi istituti vigenti e inclini a perpetuare nel rispetto delle leggi disuguaglianze anche nell’impunità, i rampolli celebri torneranno presto in libertà, onorati in famiglia allargata dopo la cattiva esperienza in collegio e premiati da nuovi incarichi in nuove cordate di nuove e vecchie irrinunciabili grandi opere.

A conferma che a governarci c’è sempre la stessa cupola che combina ormai esplicitamente crimine solo apparentemente legale e  crimine mafioso, boss malavitosi e boss di grandi impresa, Cosa Nostra e Cosa Loro.


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