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Concorrenza sleale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stata la Stampa – quella dello Specchio dei tempi, che va in sollucchero per certi bozzetti di cronaca cittadina,  comprese qualche anno fa quelle che aggiornavano sul sacrosanti pogrom punitivi contro   cittadini italiani di etnia rom, accusati di stupro da una ragazzina che tentava di coprire così una fuga da casa – a pubblicare con relativa locandina pubblicitaria gratis, la notizia dell’intraprendente proprietario di un bar di Cuneo, che si sta preparando a servire il caffè solo ai “clienti vaccinati”.

 A ben vedere si tratta di un caso evidente di concorrenza sleale, tale da suscitare nel lettore che si illudesse di poter esercitare libera opinione e anche liberi consumi senza dover esibire quel certificato di sana e robusta costituzione interdetto ormai all’Italia, il desiderio bastardo che questa selezione profilattica produca esiti sul suo fatturato talmente dissuasivi da farlo recedere dall’incauta trovata pubblicitaria.

Ma d’altra parte mica ci stupiamo per questo.

In attesa che si materializzi il patentino immaginato da Arcuri  nella hall dei suoi padiglioni, sotto forma di plastica a punti per il  sorteggio di premi e cotillon, già idealizzato da De Luca, in attesa che venga preso in parola il Toti icastico selezionatore di “improduttivi” che ha dichiarato: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?”, in attesa che venga meglio spiegato quell’articolo 5 dell’ultimo Dpcm che configura per “soggetti incapaci” ricoverati  presso  strutture  sanitarie assistite che si rifiutassero di sottoporsi al vaccino il trattamento obbligato, quello fortemente raccomandato dal filosofo Galimberti per disobbedienti e eretici della scienza, assimilati ai matti comuni. E in attesa di una certificazione per andare al cine, salire in aereo, soggiornare in hotel, ma pure lavorare in tutti i settori a contatto con il pubblico come vuole Ichino e anche per gli altri come postula   un vice ministro della Salute, impegnato a combattere le disuguaglianze, ecco, in attesa, possiamo già dire che si può definire concorrenza sleale la campagna per l’esclusiva che ha permesso a Pfizer in regime di monopolio di occupare il mercato italiano con un prodotto non sufficientemente testato. 

E credo si possa definire così la pressione esercitata per battere i competitori con gli strumenti di una lobby prepotente per aggiudicarsi  il consenso incontrastato di governi che hanno rinunciato a qualsiasi forma di sovranità anche in materia di tutela della salute, ormai promossa a unico diritto universale e unico interesse generale, anche grazie al favore di rappresentanti di una cerchia di tecnici e scienziati che ha fatto della neutralità un vizio da combattere coi vaccini della  repressione e della  censura perfino all’interno della corporazione.

Tanto che nessuno si interroga sulla possibilità e opportunità di ricorrere a preparati di altra casa produttrice o di combinare più marchi diversi e, meno che mai, sullo stato dall’arte di eventuali protocolli curativi finora negletti in attesa della panacea.  

E dovevamo aspettarcelo perché la “moral suasion” esercitata dalle autorità è stata così perentoria da produrre effetti più potenti di un obbligo o un comando,  sicchè la vaccinazione con il logo Pfizer come l’LV di Vuitton spopola talmente da assumere la qualità di una dimostrazione di senso civico progressista, illuminato e dunque superiore per censo, cultura e qualità morale, quindi legittimato a esercitare una “doverosa” violenza sanzionatoria e repressiva, quella che richiede Tso, obbligatorietà, licenziamenti , ostracismi, emarginazione per i renitenti, tutti arruolati insieme a Pappalardo, Agamben, Montesano e Montagnier nelle file di Salvini e Meloni.

Perché, come mi è capitato di scrivere (anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/30/sinistra-di-pfizer-e-di-governo/  ) il vaccino e dunque l’accettazione fideistica del parere della scienza e delle “raccomandazioni” che assumono particolare perentorietà in veste di Dpcm, ha assunto la forma di una patente di antifascismo come piace a quella che si definisce “sinistra” a intermittenza, quella light di governo con Bella Ciao sul balcone, senza lotta, senza resistenza, senza coscienza di classe,  che consente di rivendicare  l’appartenenza documentata al  consorzio civile e che si prodiga per emarginare e criminalizzare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo militante contro quel Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e, ma casualmente, la bomba risolutiva su Hiroshima. 

E in effetti è concorrenza sleale contro un pensiero e una idealità “altra” la scelta dei governi di puntare tutto sui vaccini, che permettono di non incidere  sulle cause di fondo che hanno generato il problema, di consolidarsi alternando terrore e poi speranza, oltre che di far fare affari d’oro a cupole che potrebbero restituire il favore con appoggi di vario genere. Affari che in futuro sono destinati a ripetersi e moltiplicarsi poiché se si cerca maldestramente di gestire gli effetti, non sono state rimosse le origini e le fonti, inquinamento, tagli all’assistenza, cessione della ricerca all’industria,  caduta degli standard professionali della classe medica, urbanizzazione, cancellazione delle garanzie del lavoro che espone gli addetti ai rischi dell’insicurezza e della precarietà. 

Non a caso il dibattito pubblico in pieno declino dell’Occidente si è ridotto alla polarizzazione delle posizioni “vaccino si” e “vaccino no”,  a dimostrazione che la civiltà superiore delle libertà le ha consumate all’osso, liberalizzando insieme ai capitali, all’avidità accumulatrice della finanza, alla supremazia degli interessi particolari, il controllo sociale, la gestione amministrativa oltre che giudiziaria e penale dei conflitti di classe, il sopravvento e l’ingerenza delle tecnologie, un governo dell’ordine pubblico impiegato per tutelare i privilegiati, rassicurare i penultimi e marginalizzare e criminalizzare gli ultimi.   

Questa normalità cui vogliono abituarci, mantenendo la provvidenziale confusione, la manipolazione dei dati, l’insensato quadro in continuo divenire di proibizioni, sanzioni, licenze, cromatismi, ha come effetto, ormai decisamente voluto, il permanere dell’eccezionalità sfuggita al controllo di un esecutivo di rissosi partner che litigano come gli ubriachi fuori dall’osteria dove hanno il pieno, limitando il dibattito pubblico, alla contemplazione degli urli, dei rifacci e dei piagnistei degli avvinazzati che si contendono la damigiana che viene da fuori, da dove altri più attrezzati si preparano a approfittare con più profitto di tutte le scorciatoie e di tutte le opportunità decisionali.

È così che si mantiene il consenso obbligatorio alla stregua del trattamento sanitario a un governo che si mantiene grazie all’emergenza e che quindi all’emergenza non può e non vuole rinunciare pena la sua sopravvivenza.

È così che si è determinato uno stato di eccezione pubblica e individuale, grazia al quale ci sentiamo costretti,  per la difesa della sopravvivenza biologica –  l’unica cosa che conta e che  va difesa – a  ripudiare democrazia, diritti, relazioni sociali e affettive. In sostanza, la vita.    


Hic sunt ladrones

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso: uno si immagina che le “anime nere”, i Grandi Intriganti abbiano  fattezze diaboliche, un ghigno maligno, menti labirintiche che rispondono a cuori di tenebra.

Invece qui come ti giri  incappi nel faccione scialbo e nei borbottii di Domenico Arcuri e dell’ente che dirige e che fino a non molto tempo fa veniva considerato come una di quelle scatole vuote nelle quali parcheggiare proverbiali incapaci in attesa di destinazione innocua.

Ormai non si può far nulla senza di lui, non c’è grande affare o affaruccio, torbido o traffico opaco nel quale non sbuchino fuori il suo nome, il suo sguardo inespressivo e spento, moltiplicato per tutti  i suoi conflitti di interesse, la molteplice poliedricità dei suoi incarichi. Quelli svolti o sotto l’egida del ruolo di supercommissario: app, banchi a rotelle e non, mascherine, vaccini, siringhe, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi” o per dare temporaneo ricetto a morti in attesa di conferimento in apposite discariche,  o in qualità di Ad di Invitalia, la società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, autorizzata a entrare, con un tetto fino a 10 milioni dei nostri soldi, nel capitale di grandi imprese per persuaderle a “rischiare” in un Paese inaffidabile e sfigato come il nostro (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/16/onnipresenti-indecenti-boiardi-boia/ ).

Così si materializza un sistema di aiuti di Stato per sovvenzionare multinazionali criminali immuni e impunite come nel caso di Arcelor Mittal, una particolare tipologia di “ristori” per azionariati che si riproducono invece di produrre, grazie a acrobazie e giochi di prestigio finanziari, mentre invece, tanto per fare un esempio,  il Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa del Ministero dello sviluppo economico, che pre a dar credito al susseguirsi di Dpcm,  dovrebbe rivolgersi a tutte le società, indipendentemente dal numero dei dipendenti, che sono in stato di sofferenza a seguito della pandemia, ha una dotazione complessiva di 300 milioni.

E ecco che scopriamo che Invitalia grazie all’alleanza di due menti visionarie e immaginifiche, il suo Ad e il ministro del Mibact Franceschini, si schiude al mondo della cultura e dell’arte, in veste di “Centrale di Committenza” per la progettazione della nuova arena tecnologica del Colosseo, lanciando un bando da 18,5 milioni.

Una volta un sottosegretario ai Beni culturali disse del Colosseo che era “un inutile dente cariato”, definizione icastica e estrema, che non deve stupire, visto che la selezione del personale politico incaricato di combinare valorizzazione e conservazione del nostro patrimonio ondeggia tra quelli che vogliono farci  cassetta, quelli che rimpiangono che non sia salame da poter mettere tra due fette di pane, quelli che pensano sia un peso molesto da sopportare perché condiziona e ostacola la libera iniziativa  che buca il sottosuolo, promuove alta velocità, tira su palazzoni che restano vuoti, e quelli che ci vogliono aggiungere quel pizzico di digitale, per modernizzarla, adattarla alle esigenze di consumatori onnivori e superficiali e ricavarci qualche utile per startup, studi i amici degli amici.

Di esemplari ne abbiamo visti sfilare in questi anni: sindaci con il book dei monumenti da offrire a mecenati dei mocassini, a sponsor del Qatar, vogliosi di fare ostensione della loro generosità in forma di logo, marchio, griffe o di metterci un piede e le mani sui musei dopo aver comprato pezzi di città e squadre di calcio.

Abbiamo visto ministri che si accordavano per lunghi comodati in cambio di valorizzazioni delle quali non abbiamo riscontro, come nel caso di Della Valle o delle Fendi; primi cittadini che concedono siti archeologici per tenere convention, sfilate, cene aziendali e matrimoni.

Abbiamo anche a suo tempo intercettato una di quelle meteore che dovevano riformare il partito riformista indicare come soluzione per Pompei che cadeva a pezzi, di fare una smart city, grazie a “un  progetto che unisce l’innovazione tecnologica con l’innovazione sociale con lo scopo di andare verso uno Smart and Resilience Archaeological Park per poi generare uno Smart@LAND ossia un territorio che comprenda le zone limitrofe a Pompei (Buffer zone) gestito in maniera sostenibile e inclusiva”.  

Va  a sapere perché il Colosseo, anche se si è tentati di dar ragione a quel sottosegretario, sia da sempre oggetto del desiderio di metterci le mani, di guadagnarci sopra, di sfruttarlo, di consumarlo, se non per il fatto che sia rappresentativo di un Paese  dissanguato, lasciato marcire, abbandonato e disgregato, tanto che. come l’anfiteatro Flavio, per svenderlo nell’outlet globale non resta che imbellettarlo con qualche accorgimenti che copra le falle della mancata manutenzione, dalla carente cura e tutela, con le trovate dell’informatica, del virtuale, del digitale, le stesse che  in attesa dell’intelligenza artificiale nascondono l’insufficienza di quella naturale.

Così l’ideona che da anni circolava nella testolina del ministro e che ora, proprio ora, trova realizzazione è quella di creare , cito dall’intervista concessa al quotidiano confindustriale, “una struttura high tech, ma reversibile e non invasiva”, grazie a un “grande intervento tecnologico, che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

L’anfiteatro dovrà tornare ad essere “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”.

Non so a voi ma a me fa agghiacciare il sangue questa fantasia onirica proprio mentre i musei, gli archivi e le biblioteche sono chiuse, quando manca il personale addetto e non viene garantito il turnover delle risorse specializzate, mentre le città d’arte il cui destino unicamente turistico era segnato, tirano giù la serranda delle sedi dei loro tesori, quando i siti archeologici deserti non vengono più sottoposti alla manutenzione che già prima era estemporanea e esclusivamente dedicata alla riparazione di danni rivelati drammaticamente.

E’ che il ministro deve essersi fatto ispirare dai documentari di Focus più che dai testi di storia, per imitare i decisori da Domiziano ai Severi, fino a Berlusconi, che conoscevano bene il potenziale dello spettacolo in qualità di strumento di consenso, così in mancanza di pane e di brioche tenta di crearsi una popolarità con circenses in grado di riprodurre la grandezza del passato grazie a montacarichi azionati da argani usati per far comparire al centro dell’arena , attraverso botole e piani inclinati , gladiatori, animali e macchine sceniche, allagamenti per mettere in scena naumachie e certami.

E’ una grande sfida”, si compiace Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, persuasa che la  ricostruzione offrirà al monumento da sempre più visitato d’Italia “nuove potenzialità”, quella di una visita più suggestiva per i turisti e dello sfruttamento di una così speciale  location per eventi culturali “sempre di alto livello”.

Insomma nel 2021, possiamo allinearci con i fastosi luna park mondiali, con le capacità imitatrici degli hotel di Las Vegas, con la rivisitazione non solo virtuale delle grandi città  del Miniatur Wunderland di Amburgo, con la Venezia rifatta in Cina, con gli acquapark che simulano le onde marine della costa romagnola, con Mirabilandia e pure con i “son e lumière” che infelicitano le visite nella Valle dei Templi, per guadagnarci così la reputazione  macchiata da incuria a Pompei, da abusi a Agrigento, dalla rovina in cui versano i 12 chilometri di mura Aureliane, dall’abbandono della necropoli di Norcia, dall’ammasso di macerie del Castello di Mirandola, dai 74 ettari della struttura fortilizia di Alessandria ridotti a discarica, dallo stato dell’Appia Antica dove gli unici sorveglianti in vista sono i militari di Strade Sicure che fanno la guardia alle ville di prestigiosi residenti.

Eccome che è una grande sfida in neo-Colosseo, anzi è un sogno che si realizza, presto le agenzie di lavoro interinale potranno selezionare una innovativa tipologia di precari, che più precari di così si muore, gladiatori che duellano di accoppano tra loro – e non è una novità – e aspiranti al martirio, senza preclusioni di razza e credo religioso.


Onnipresenti & Indecenti, Boiardi & Boia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi meglio che al dinamico Arcuri potrebbe adattarsi la definizione marinettiana di “simultaneista” , quella più arcaica di “ubiquo”?

Lui, il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, in quanto tale pusher di banchi a rotelle, di app,  di mascherine, di vaccini, di tachipirina, le cui produzioni ha selezionato con quell’ingegnosa lungimiranza che gli deriva dall’incarico di Ad di Invitalia, con principeschi emolumenti, che perfino la scafata Corte dei Conti ha ritenuto esagerati, commisurato all’efficacia degli interventi realizzati dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A.,  società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia.

Una volta li chiamavano boiardi, oggi sbrigativamente potremmo definirli boia, visto che gran parte delle azioni intraprese da enti come Invitalia (o Cassa Depositi e Prestiti)  e gestite da faccendieri (come Arcuri) approfittano della fine ingloriosa di aziende nazionali per favorire l’infiltrazione  a norma di legge di multinazionali e colossi sfrontati e tracotanti che applicano le leggi economiche del colonialismo anche nei Terzi Mondi interni all’Occidente.

E difatti da un po’ anche prima del Covid che ha riportato alla ribalta un vecchio attore del varietà che era stato retrocesso a trovaroba o a cercare polli da spennare per finanziare l’opera dei pupi, gli elzeviristi del Sole 24Ore o del giornale unico della Gedi raccomandano una ripresa ardimentosa degli “investimenti” non solo come   fattore a sostegno della domanda aggregata ma anche “come motore funzionale alla produttività di lungo termine e alla crescita potenziale”, combinando risorse pubbliche e risorse private. E meglio se, queste ultime, sono garantite dai bilanci statali “ospiti” e beneficati, sia pure con forme e diciture che le differenzino dai proibitissimi aiuti di Stato, concessi solo se cambiano nome grazie a stravolgimenti semantici graditi alle cancellerie.

E così anche se la radiosa visione cui guarda l’Esecutivo e la cui concretizzazione è appunto a affidata a questo poliedrico uomo della Provvidenza è quella di un Paese digitalizzato, dello sviluppo di infrastrutture e settori ad alto contenuto innovativo (ad esempio la banda larga ultraveloce) e che sappia “ridurre drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti e migliorare l’efficienza energetica dell’economia”, come annunciò a Villa Pamphili Conte anticipando il suo Programma nazionale di riforma (Pnr), canovaccio del Recovery Plan, da offrire come atto di fede alla Commissione, tocca occuparsi anche di certi vecchiumi lasciati impolverarsi negli anni sotto strati di fuliggine tossica.

Così sia pure a malincuore, la Ministra del Lavoro si è piegata a definire “strategico per la crescita e l’occupazione il settore siderurgico e insieme ai colleghi   Gualtieri e Patuanelli ha dialogato in teleconferenza  con i Sindacati dei metalmeccanici sulle complesse questioni del gruppo Ilva oggi in locazione (propedeutica all’acquisto) ad Arcelor Mittal (riluttante a pagare il fitto dopo gli oltraggi subiti con la messa in discussione delle doverose immunità e impunità )  tramite la sua controllata AmInvestco Italy.

E ecco saltar fuori dal cilindro del prestigiatore come il proverbiale coniglio (il paragone è voluto a vedere l’ardimentosa  baldanza dimostrata nelle sue varie funzioni) proprio l’Arcuri stavolta con la casacca di Invitalia,  che informando sui progressi  ottenuti dalla  trattativa che potrebbe portare la sua società nel capitale di AmInvestco, anche con quote di maggioranza, ha delineato la sua strategia per Taranto che punta a al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e dell’Altoforno n.1, tuttora in esercizio, e con l’acquisizione di 2 forni elettrici per conservare una capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate annue, “in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali”, che non sappiamo se si riferiscano a prima o dopo la dinamica ristrutturazione prevista da Arcelor Mittal: oltre cinquemila licenziamenti (come previsto nel piano industriale a fronte della richiesta di 2 miliardi)   anticipati dai tre di questi giorni e da 250 lettere di sospensione per gli operai che si sono macchiati del reato di “solidarietà”  .

Prende proprio uno stanco scoramento ad assistere alle acrobazie miserabili che compiono gli equilibristi in forza al  padronato imperiale. Si sa che Arcelor Mittal ha deciso di comprarsi quello che aveva definito un ferrovecchio unicamente per isolare e poi far morire un concorrente molesto dei suoi siti in Europa,  Dunkerque e Fos sur mer in Francia, si sa che per questo e grazie all’impunità concessale non intende investire in sicurezza, compatibilità ambientale e bonifiche, si sa che i cordoni della sua borsa sono talmente stretti da non sganciare nemmeno i quattrini del fitto.

Eppure Invitalia munificamente è disposta a entrare nel capitale di Aminvestco Italy, caricandosi della perdite e dei debiti che non ha prodotto senza pretendere che vengano ripianate dai responsabili.

Eppure pur diventando socio di maggioranza, forse per quella modestia che caratterizza il suo vertice o per non scontentare da subito il bizzoso partner, non ha stabilito in capo a chi verrebbe affidata l’effettiva conduzione.  Eppure non ci sarebbe  stata alcuna previsione concreta e fattibile  sui volumi produttivi cui si aspira rispetto a quelli attuali (meno di 4 milioni di tonnellate e con un sanguinoso ricorso  alla cassa integrazione), se l’ipotesi di riportarla ai desiderabili  8 milioni si scontra con gli interessi concorrenti dell’avido socio e non chiarisce quali sarebbero poi le relazioni con gli atri produttori di acciaio italiani.

Eppure se fosse vera la promessa di mantenere i livelli occupazionali, che fine farebbero i fisiologici “esuberi”  estromessi dall’acquisizione dei forni elettrici?

Eppure non avrebbe dovuto essere preliminare alla promozione di negoziati, la predisposizione di una strategia per la messa in sicurezza, la bonifica a carico dei responsabili, il risarcimento, tutte azioni che si dovranno obbligatoriamente perseguire quale che sia il destino della fabbrica e della città martire che ha patito il suo destino?

Devo fare autocritica, per anni ho scritto convintamente che il futuro dell’Ilva non poteva che essere quello della statalizzazione. Ma era davvero un’attesa fideistica e illusoria, non era un’utopia era semmai un tranello acchiappacitrulli nel quale come altre anime belle era caduta con le scarpe, pensando davvero che questi “servitori dello Stato”  dalle loro scrivanie, dai loro uffici con le piante di ficus, dopo aver regalato la pubblica Italsider ai Riva, avergliela tolta per affittarla ai Mittal, diventassero i demiurghi capaci di conciliare profitto, tutela dell’ambiente e garanzie per i lavoratori.

Era davvero una chimera  non ritenere che la soluzione al problema stesse nel far tornare in mano pubblica un’attività strategica così incautamente privatizzata, perché davvero era quella la “soluzione”, ma convincersi che quel processo potesse essere portato avanti da un ceto di lestofanti, di inetti, di criminali in guanti gialli, che praticano l’assistenzialismo a beneficio dei ricchi perché diventino sempre più ricchi e spietati e noi sempre più poveri e umiliati.


L’operazione è riuscita, il paziente è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Scommettiamo che è successo anche a voi e molte volte di rimanere in attesa nell’anticamera del vostro medico di base (quando le Usl sono diventate aziende si è intervenuti anche per aggiornare la dizione : medico di famiglia) a sfogliare rotocalchi di due anni prima con la rivelazione di morti, divorzi e  nascite che erano sfuggite al vostro controllo, o riviste specializzate in reflusso, emorroidi, pruriti.

È che l’indugio era doveroso: a passare saltando la fila era stato l’informatore scientifico, altra spericolata acrobazia linguistica adottata per dare dignità al commesso viaggiatore, al rappresentante di commercio di farmaci, pozioni, unguenti e preparati, molto gradito a molti clinici quindi meritevole di attenzione e rispetto.

In anni passati avevamo saputo il perché ma col tempo ci eravamo assuefatti a quelle rivelazioni che denunciavano la rete di generalizzata corruzione esercitata dalle ditte farmaceutiche, tanto che molti pare godessero  della possibilità di usufruire dei campioni gratuiti generosamente elargiti insieme a gite organizzate, computer e dispositivi medici.

Una inchiesta del 2003 che aveva coinvolto una delle major conclusa  con l’assoluzione dei medici indagati per le regalie ricevute   fu accolta con sollievo perché restituiva la reputazione ai camici bianchi, ma resta ancora aperto il capitolo che racconta della collezione di accuse di corruzione imputate alle grandi aziende distributrici di mazzette, favori, crociere in cambio dell’accreditamento di antiasmatici.

Da anni facevamo finta di non sapere che protocolli e piani terapeutici adottati e applicati in corpore vili, cioè noi, erano preconfezionati e comunque condizionati dalle case produttrici così come avevamo fatto il callo all’eclissi della diagnostica e dunque all’obbligo, se potevamo permettercelo per costi e tempi d’attesa biblici, di effettuare analisi, test, indagini, raggi, tac, risonanze per venire a capo di un disturbo, un’allergia, un dolorino, tutti accertamenti che esercitavano una pressione forte sull’attività delle Asl e degli ospedali, non garantendo la qualità delle prestazioni e la loro tempestività e favorendo così il business dei laboratori privati come unica alternativa.

Ormai c’eravamo abituaui a non scandalizzarci e gli effetti si vedono oggi.

E difatti in questi otto mesi non ci siamo  scandalizzati che non sia stato pensato e adottato nessun provvedimento per rafforzare  il presidio dei medici di base sul territorio mettendoli in grado di intervenire sul nascere di una malattia, invece di aspettare che si sviluppi  per conferire il malato ormai grave a intasare gli ospedali.

Non ci siamo scandalizzati quando ci siamo rivolti al nostro Mmg (medico di medicina generale) che aveva ricevuto indicazione di non visitarci, non venire a domicilio, di venir meno al giuramento di Ippocrate e alle regole deontologiche, indirizzandoci ai numeri verdi, ai centri anticovid delle aziende sanitarie, a interlocutori variamente fantasmatici e inafferrabili.

Non ci siamo scandalizzati quando illustri virologi, infettivologi e clinici hanno colpevolizzato gli il gregge degli impauriti che assediano i pronto soccorso, quando, ormai lo ripetono quotidianamente, la maggior parte dei pazienti potrebbe essere curata e potrebbe guarire stando a casa e quando  delle Usca (le propagandate unità speciali per la continuità assistenziale), definite strategiche e essenziali, non c’è più traccia e che il cortocircuito di competenze e responsabilità rimpallate tra medici di base, pronto soccorso e centri per i tamponi sia ormai in procinto di deflagrare all’arrivo delle influenze stagionali.

Non ci siamo scandalizzati quando una volta stabilito sia pure a mezza bocca che le persone con sintomi non gravi devono essere trattate a domicilio, non si abbia nessuna informazione se ai medici di base siano state dati protocolli sanitari da seguire con le indicazioni dei farmaci da prescrivere, del piano terapeutico da applicare, o se ancora una volta ci si affidi all’arbitraria discrezionalità, ai consigli per gli acquisti degli informatori, alla buona volontà dei singoli che dovrebbero districarsi nella massa rozza e imperscrutabile   di dati offerti in rete.

Non ci siamo scandalizzati che non si sia promosso uno screening a tappeto al momento debito, che i tamponi, dei quali deve essere accertata definitivamente l’efficacia e l’attendibilità, anche senza incaricare i veterinari come vorrebbe Zaia, vengano affidati  all’esercito grazie a un accordo tra Salute e Difesa, che grazie all’impegno dei fratelli De Rege Fontana-Gallera  chi non vuole sottoporsi a frustranti attesa  li paghi oltre 90 euro in una struttura privata e che in Regioni che rivendicano efficienza quelli semigratuiti  in una struttura pubblica comporti almeno mezza giornata di attesa al drive in.

Non ci siamo scandalizzati che – se gli ospedali devono essere riservati alla cura dei soggetti che presentano complicazioni serie e che richiedono assistenza ventilatoria, sia in forma intensiva che sub-intensiva – dei 3500 posti in più promessi dal commissario Arcuri da aggiungere ai 5.179 preesistenti ne siano stati procurati  solo 1.259, ovvero poco più di un terzo, laddove comunque l’Italia sia al di sotto della media europea con una disponibilità dei posti letto in terapia intensiva pari a 12,5 ogni 100.000 abitanti, che è meno della metà della Germania.

Non ci siamo scandalizzati che le Regioni sia pure dotate dei macchinari e dei dispositivi necessari non abbiano organizzato i reparti specializzati  per via della carenza  di personale sanitario originata dai tagli esercitati negli ultimi anni sicché il rapporto in Italia tra anestesisti-rianimatori e posti letto di terapia intensiva era di 2,5 unità, con un rapporto così  basso, da mettere a rischio la gestione, l’assistenza e la cura, come ha ribadito la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva che denuncia come già in condizioni normali  in condizioni normali, manchino all’appello 4000 anestesisti.

E d’altra parte non ci eravamo scandalizzati quando nel 2018 e ancora prima le associazioni di clinici pneumologi avevano lanciato l’allarme in modo da rispondere adeguatamente all’aumento di incidenza e prevalenza delle malattie respiratorie croniche a livello mondiale, per via di fattori legati all’inquinamento e alla trasmissione incontrollabile di patologie, con una più corretta ed adeguata programmazione dei posti letto di Pneumologia negli ospedali e con l’attivazione di Unità di Terapia Semi-Intensiva Respiratoria, “in grado di poter dare le giuste risposte terapeutiche a pazienti affetti da patologie respiratorie acute e/o croniche severe che affollano i Pronto Soccorso, oltre a liberare posti di pazienti meno critici dalle Rianimazioni, soprattutto in presenza del ripetersi di epidemie influenzali”.

Non ci siamo scandalizzati quando alla legittima derisione per un commissario, a suo dire drogato dai burattinai di un oscuro complotto, ha ammesso di non sapere che rientrava sulle sue funzioni la predisposizione di un piano di emergenza regionale, non ha corrisposto la esibizione dei piani accuratamente realizzati da suoi omologhi, nemmeno quando si è saputo che forse ne esisteva uno nazionale troppo inquietante per essere diffuso, mentre al tempo stesso si propalavano messaggi apocalittici e millenaristi, nemmeno quando il format cui riferirsi nel caso di crisi, il  Piano Nazionale per le emergenze di tipo epidemico pare risalga a un bel po’ di anni fa.. e si vede.

Dobbiamo invece cominciare a scandalizzarci quando ancora una volta si risponde agli eretici, quelli che osano criticare l’azione dei governi, nazionale e locali, subito arruolati nell’armata Brancaleone dei Pappalardo e dei terrapiattisti, che in questi mesi, non era possibile riparare i danni fatti in 30 anni:  solo negli ultimi dieci si sono avuti tagli alla sanità per 36 miliardi.

Reazione che sarebbe plausibile se non provenisse da chi non chieda di rinnovare ciecamente l’atto di fede nelle ricette dell’austerità offerte a caro prezzo dall’Europa, da chi non trova di meglio che obbedire ai richiami confindustriali, imponendo lockdown generali, locali quanto basta, soft o light a seconda delle gerarchie dell’essenzialità, da chi prevede gerarchie e graduatorie anche nel rispetto dell’unico diritto garantito quello alla salute, in modo che non si muoia di Covid, ma, come denunciano i cardiologi da un pezzo, di infarti, attribuibili alla mancanza di controlli, o di cancro, come sostiene l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, perché sono sospese o rinviate le chemioterapie e la prevenzione già prima ridotta è diventata un lusso e un capriccio per pochi meritevoli.

Risposta che dopo otto mesi e più diventa una presa per i fondelli quando  la salvezza è affidata ai vaccini sui quali viene indirizzato ogni sforzo, ogni decisione, ogni investimento, mentre è stato disincentivato qualsiasi impegno per l’individuazione di cure efficaci, dopo che erano state proibite le autopsie e delegittimate sperimentazioni sul campo da parte di medici poco avvezzi alla frequenza di studi televisivi.

Come si diceva una volta, quando almeno aveva cittadinanza un po’ di amara ironia, sappiamo che l’operazione è riuscita, ma il Paese è morto.  


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