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Partono i bastimenti

sir03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vi ricordate, non poi troppo tempo fa, quando dovevamo  essere tutti pronti a raccogliere la formidabile sfida della globalizzazione, dove tutti i paesi sono mondo, dove possono circolare e essere valorizzate intelligenze, creatività, know how e prodotti?

Quando a questa scommessa- erano queste le formule gergali in uso del coglionario liberista: sfida, scommessa, sistema Paese, giacimenti culturali – bisognava preparare i propri virgulti in modo che sapessero l’idioma indispensabile, ben prima della lingua madre considerata un arcaico optional, per mettersi in vetrina nel mercato, a tale fine si dovevano iscrivere alle costosissime scuole private americane e tedesche insieme a altri rampolli scelti nel delfinario del privilegio e della rendita del latifondo e della comunicazione, per quello li dovevate sottoporre a quel tirocinio alla convivenza con altre etnie non a Lampedusa bensì tramite l’Erasmus e i master acchiappacitrulli della Luiss e della Bocconi, vedendoli già – proprio come le mamme ebree di Ovadia, che indicano i due gemellini in passeggino: questo è Davide l’ingegnere e questo è Albert l’avvocato –  nella city o a wall street a buggerare gli avidi ingenui?

E invece adesso tutti a frignare per i  poveri virgulti costretti a andare a cercar fortuna proprio alla stregua di altri poveretti estratti dalla lotteria naturale nel Sud del mondo al quale l’Europa, eufemismo scelto per chiamare in altro modo il più perverso  liberismo, ci ha condannati a essere annessi a Catanzaro come a Milano. Ma con una differenza rispetto a tunisini, libici, nigeriani, che da loro il fenomeno si chiama disperazione e paura e alternativa alla morte certa per una probabile, mentre da noi viene rivendicato come necessaria fuga dei cervelli e legittima aspettativa di esprimere il proprio talento.

C’è da temere che il risultato sia lo stesso, che i ragazzi e i non ragazzi che se ne vanno nelle capitali dell’occidente siano parimenti destinati a un rifiuto e a una emarginazione magari più educata e ce ne vorrà prima che conquistino tutti i diritti, pizzaioli a Londra, informatici a Seattle, interior designer a Berna, dove vigono altri tipi di decreti sicurezza 1 e bis

Giova ricordare che tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4.711.000 italiani, di questi, 3.374.000 dal Sud. Già allora si effettuavano rilevazioni statistiche, c’è da scommettere più attendibili di quelle odierne, che dividevano i “partenti” tra settentrionali, in cerca di “miglior fortuna” e meridionali spinti dalla fame. Così oggi  potremmo sostenere che siamo i settentrionali  a fronte dei meridionali di un Sud ancora  più  esasperato, oppresso e in guerra di quello incarnato allora dagli abruzzesi ai quali si limitava la pratica della   transumanza, dai campani esausti per le espropriazioni effetto dei patti agricoli e per la malaria, dai lucani affamati dell’entroterra montano, proprio quelli  che dettero il più alto contributo all’emigrazione, quando nel 1911 la popolazione della Basilicata si riduce del 3, 58% e i suoi giovani vanno verso le Americhe sul Sirio, non  più sicuro dei barconi di oggi.

Dal 1861 agli anni Settanta del Novecento circo ventisette milioni di italiani si sono trasferiti all’estero. Scriveva Nitti: “… quel capitale circolante che la borghesia ha vanamente richiesto allo Stato mercé sgravi fiscali, opere pubbliche diffusione del credito oggi lo va formando il popolo mercé i risparmi sugli alti salari guadagnati all’estero e inviati in patria“, proprio come Romania, Polonia, Ucraina si sono conquistati l’ingresso in Europa, con i risparmi delle donne delle pulizie, della badanti, dei manovali e dei muratori al nostro servizio.

Ma allora   i governi tentarono di fermare l’esodo alla rovescia di quello di oggi non attraverso misure di sviluppo dell’occupazione o di sostegno all’istruzione o di accesso ai servizi sociali, bensì con la repressione invitando le autorità a contrastare l’emigrazione clandestina e a ostacolare quella regolare, per impedire un fenomeno che riduceva l’esercito di manodopera disponibile nelle campagne. Almeno fino agli  anni ’50 e ’60 quando l’industrializzazione promuove i flussi di emigrazione interna dal Sud al Nord verso il triangolo industriale pari a almeno  5 milioni in venti anni.

Cui corrispondeva – ma era cominciato prima –  un altri tipo di spostamento interno, quello degli intellettuali e degli acculturati del Mezzogiorno che occupano l’amministrazione centrale, lasciando sguarnite le periferie e accentando il distacco tra una dirigenza ministeriale e burocratica a prevalente formazione giuridica e il contesto decisionale economico e industriale, finendo per indebolire il rapporto tra Stato e società al Sud e tra politica e  comparto produttivo al Nord.

Adesso abbiamo solo i frutti avvelenati dello “sviluppismo” iniquo all’occidentale e all’europea e della distopia globalista che pare non siano stati scalfiti dalla crisi, visto che pare sia proibito ormai cimentarsi in una speranza alternativa al sistema, visto che pare sia vietato  ripensare a uno Stato nazionale e unito in grado di reagire all’egemonia del capitale privato transnazionale, alla espansione e occupazione dei mercati riconquistando un ruolo regolatore e autonomo, pena la condanna in quanto ottusi sovranisti.

A questo vogliono persuaderci quelli che spacciano le pillole di globalizzazione come fosse cosmopolitismo, i raffinati neoliberisti progressisti che trattano il tema della demoralizzazione e disperazione come fosse un’ubbia di un popolino retrogrado e passatista, attaccato al campanile e al ragù della domenica, obbligato al suo piccolo mondo ristretto da vizi che farebbero parte dell’autobiografia nazionale: accidia, indolenza, provincialismo, viltà, impermeabile alla cucina fusion della greppia alimentata dalle merci e dai miti trasportati dall’alta velocità e offerta a chi mostra di sapere ubbidire e di fidelizzarsi di buon grado.

Ci vedono e ci vogliono cafoni, straccioni, coscritti a forza e costretti a andarcene, impoveriti e defraudati. Forse allora dovremmo farci briganti.

 

 

 

 

 

 

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Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


Milafrica

mappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Donna sommersa dalle formiche in un ospedale a Napoli. E poi, la presenza del micobatterio Chimera, che si annida nel macchinario che assicura la circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia, è ritenuta all’origine del decesso di un paziente sessantenne morto lo scorso 2 novembre dopo un calvario di sofferenze all’ospedale di Vicenza.

Pare che sia riuscita la recessione, sia riuscito l’impoverimento, sia riuscita la demolizione dello stato sociale ad abbattere il muro che separava il Nord laborioso, opimo, benestante, dal Mezzogiorno indolente, misero, ignorante per dare una fisionomia unitaria di distopica uguaglianza a un Paese troppo lungo, a dimostrazione che è riuscita l’operazione di spingere l’Italia verso sud, propaggine molesta e parassitaria dell’Africa che preme ai confini come una mesta palla al piede della provincia carolingia dell’impero, ormai guarita definitivamente dai complessi di colpa per il passato coloniale.

Qualcuno però non ci sta. Qualcuno si illude con protervia di aver mantenuto prerogative superiori, di possedere qualità che sanciscono la intoccabile appartenenza all’area pallida, pingue e sovrastante dell’Europa, abilitato quindi a censurare gli immeritevoli, le sanguisughe, le genti abituate a stare a ricasco, profittatori che tra l’altro sempre si lagnano, ingannano  oggi l’Inps con le pensioni di invalidità e domani gli sciocchi 5stelle con il reddito di cittadinanza. Come ha avuto occasione di rilevare il primarista Martina o il primo cittadino della capitale morale, che poi, peso el tacòn del sbrego si direbbe a Venezia, ha rettificato dicendo di non aver voluto offendere gli abitanti di Avellino in merito all’apertura domenicale degli esercizi commerciale, ricordando che nella gran Milan se lavura!, anche nei festivi, ma per prendere in giro Di Maio colpevole all’origine per essere un adoratore di San Gennaro e non dell’Expo.

Scomparso da tempo dall’agenda politica dei governi e persino dagli slogan elettorali il “problema Sud” viene risuscitato da loro, che accusano il Mezzogiorno di aver meridionalizzato l’Italia, come succede quando dei ragazzini problematici vengono accusati di abbassare il livello della classe terza B come se i Borboni non stessero di casa a Bruxelles,  e,  aiutati dai loro attachés non siano stati loro a annetterci alla marmaglia dei Pigs  spegnendo aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più soggetti, umiliando insegnanti, chiudendo in casa le donne, avvilendo talento e competenze di   tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, avvelenando campagne un tempo felici, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia.

Si sa che gente così non ci sta a essere terrona, ( ricordano quel giorno di più di 150 anni fa,  quando il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!» ). Perché pensa di essersi definitivamente conquistata la protezione dei padroni, perché hanno contribuito alla crescita  del divario che dimostra il fallimento del “sistema Italia” tutto, nelle sue articolazioni, giudiziarie, istituzionali, politiche, amministrative, perché non è per caso che un’Italia unita ha scelto di mantenere un’area così vasta e strategicamente decisiva  nella semipovertà e in balìa di un «blocco sociale mafioso» rinforzato dalla crisi e dai legami sempre più stretti con la politica, proprio come  l’Europa unita ha permesso che si creasse  una «questione meridionale» europea che abbraccia il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, il sud della Spagna e il Portogallo, accumunate dal destino di diventare le bidonville della regione  come accade per le periferie delle grandi città che accerchiano il loro cuore ricco, pulsante e cosmopolita ma contemporaneamente ne sono escluse dal godimento, ricetto per disperati di passaggio, serbatoio malcontento di forza lavoro precaria.

Eppure si chiamano fuori, il sindaco Sala tra tutti,  pronubo della svendita di Milano, della cacciata dei residenti, della loro segregazione in un hinterland sempre più esteso e marginale. Fingono che la mafia sia un fenomeno estraneo, che quelle della Dia siano profezie millenaristiche quando raccontano che la mano criminale  detiene circa il 25% del valore commerciale milanese e che «sul mercato» operano gruppi di comando potenti quanto e più della vecchia nomenclatura siciliana o calabrese, che i negozi e gli empori di abbigliamento che si  sviluppano lungo gli oltre quattro chilometri da piazzale Loreto fino al Castello   e appaiono e scompaiono  tra cambiamenti di insegna, di marche e di prezzi, sono o posseduti o ricattati dal racket malavitoso, che le probabilità di portar soldi a ‘ndrangheta o mafia cenando in una qualsiasi pizzeria sono almeno del cinquanta per cento.  Dimenticano che sempre la Dia ha reso noto un elenco di comuni lombardi nei quali mafia o ‘ndrangheta rappresentano forze determinanti dell’economia e dei rapporti sociali: Milano, certo, ma ci sono Varese e Como e Lecco e Monza e Busto Arsizio e molta Brianza e comuni popolosi, ben identificabili grazie a una mappa  della Questura che  individua i centri colonizzati. Ma troppo occupati a sgombrare senza tetto, schedare spettatori, respingere immigrati, controllare manifestazioni sgradite e rimuovere dalla vista dei benpensanti panorami viventi indecorosi, hanno contribuito, perfino secondo i vertici delle forze dell’ordine a   spostare i riflettori e dunque la percezione della sicurezza  “sulla microcriminalità collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale”.

Così, i dati sono della stampa locale,  le “risorse specializzate” assegnate ai distretti per combattere la mafia sono insufficienti. quello di Milano, con le altre città infiltrate di media dimensione  conta  poco più di 200 uomini, la Dia che ha competenza su tutta la Lombardia ne ha solo 68.

E se proprio vogliamo credere a una profezia vien buona quella di un comandante dei carabinieri, che, convocato per un caso di cronaca nera comprensivo di delitto, dopo intimidazioni e ricatti, nel milanese, ebbe a dire: ormai quello che non è Calabria, Calabria sta diventando. Con buona pace degli untori che si sono presi la peste.

 

 

 


Milano, cantonate in libertà

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so a cosa dobbiamo l’esserci risparmiati il coretto “Milan l’è on gran Milan”, forse alla loro naturale compostezza, a quella severità laboriosa, a una proba indole al lavoro e al risparmio, in assenza delle quali i napoletani passano la vita a cantare O sole mio,  mangiando indolentemente spaghetti c’a a pummarola ‘ncoppa a spese nostre, come ebbe a osservare acutamente la ministra Fornero.  Per non dire dei romani, sudditi di qualsiasi papa re salga su soglio e trono, inguaribili parassiti, indifferenti e scioperati. Ah, naturalmente i siciliani sono tutti mafiosi, i calabresi schiavi della ‘ndrangheta che hanno cercato di esportare senza riuscirvi per via degli anticorpi e delle poderose difese immunitarie dell’operoso e onesto popolo lumbard. Dimenticavo: i genovesi sono talmente taccagni che non spendono nemmeno per risanare il loro territorio e difendersi dalle bombe d’acqua. Che altro? I vicentini “magnano i gati”, quelli del nord sono polentoni e quelli del Sud terroni.

Si sa che un ceto dirigente a corto di idee e ideali ricorre facilmente alla cassetta degli attrezzi sempre a portata di mano di pregiudizi e stereotipi. In questi ultimi anni la facondia grossolana di Berlusconi e dei suoi alleati, la severità sussiegosa di Monti, l’idiota tracotanza del giovane Ganassa hanno attinto a piene mani, per convincersi della bontà dei loro bocconi velenosi, dal Mezzogiorno in ritardo che deve rimboccarsi le maniche, a Roma ladrona, dall’accusa di essere un popolo dissipato che ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, a quella di essere gli artefici del dissesto del welfare per via di un  dissennato ricorso a Tac e di un impiego scapestrato di farmaci consigliati dalla zia, giù per li rami fino all’esaltazione delle belle famiglie italiane comprese di femminicidio, fino al meglio puttanieri che finocchi (sic), fino a “italiani” mammoni detto da una ministra che aveva appena collocato il core de mamma sua in invidiabile posizione professionale.

Non stupisce quindi l’esternazione odierna dello spaventapasseri anticorruzione, del babau pro legalità, insomma del presidente Cantone, napoletano d’origine,  che, insignito da un succedaneo dell’Ambrogino d’oro, il Sigillo della città, consegnato nelle sue mani dal sindaco, grato e compiaciuto ci ha informati che – si suppone anche grazie a lui, come d’altra parte ha riconosciuto Pisapia – Milano si è finalmente “riappropriata del ruolo di capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere”.

Non voglio nemmeno soffermarmi sul fatto che il motore di una tardiva ricomposizione delle antiche divisioni e differenze tra Nord e Sud, di quella distopica unità d’Italia che non è riuscita né col Risorgimento, né con la Resistenza, né col boom, è rappresentato da una diffusa inosservanza di regole, peraltro promossa per legge dal governo, da forme endemiche di illegalità, da corruzione, evasione, penetrazione della criminalità.

Nemmeno sulla considerazione che la definizione di capitale morale è una rivendicazione, una nomina autoreferenziale che potremmo facilmente smontare pensando appunto alla presenza malavitosa, ai locali nelle mani delle organizzazioni criminali, all’evasione fiscale, al tassista massacrato a botte, ai grilletti facili e alla giustizia fai da te, all’accettazione tramite consenso e annesso voto di principi riconducibili al razzismo e alla xenofobia. O, guardando alla storia recente, all’emarginazione dei meridionali, cui oggi segue a breve distanza un certo disappunto per l’arrivo di disperati che parlano lingue altrettanto indecifrabili per il meneghino, del siciliano o del calabrese.

Ma proprio per non essere come Cantone, è doveroso ricordare che sono mali condivisi, pregiudizi ben spartiti a tutte le latitudini, luoghi appunto comuni, che fanno da attaccapanni per appendere rancore, invidia, diffidenza, paura come abiti dei quali non sappiamo disfarci.

Ma invece sarà d’uopo ricordare presidente dell’Anticorruzione, che era stato appunto chiamato a mettere le mani su un bubbone purulento chiamato Expo, il cui primo commissario, il sindaco Pisapia era scappato dall’incarico a gambe levate per l’inanità dell’impresa, un capriccio comunque immorale, a parte le infiltrazioni criminali di mafie tradizionali o di cordate del cemento già attive in altri scandali, per via dei costi spropositati, della sua indubbia futilità, della scellerata dissipazione del suolo, dell’impatto ambientale di opere che già dal 31 ottobre verranno consegnate alla rovina, alla polvere, a un costoso oblio. O rammentargli che, per sua stessa ammissione, parte rilevante degli appalti opachi è stata “confermata” malgrado le inchieste in corso, per consentire il coronamento dell’opera tanto cara al governo, al suo norcino di fiducia, a speculatori che si sono distribuiti i bocconi succulenti delle grandi opere e anche di quelle più piccole.

Ci piacerebbe sapere che Milano vuole rivendicare un primato morale, grazie a imprese locali che fanno assunzioni trasparenti, artigiani che emettono fatture, contribuenti abbienti che pagano le tasse, enti che fermano il consumo di suolo e, perché no? cittadini che condannano il malaffare che anima scelte e decisioni dentro a quello stabile chiamato Pirellone, che sta proprio nel cuore della capitale morale e dove amministratori che hanno eletto approfittano del dolore di disabili, rubacchiano sulle note spese, parlano alle loro pance  di respingimenti e al tempo stesso le svuotano. Insomma proprio come succede più o meno in tutto il resto dell’immorale Italia.


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