La sabbia scorre dentro la clessidra e se avessimo delle tacche per misurare il tempo potremmo andare a 9 anni fa al 2017 che è così vicino e al tempo stesso così irrevocabilmente lontano. In quell’anno Trump andò in Cina come capo di una indiscussa potenza planetaria in grado di imporre al resto del mondo le regole commerciali e la sua tecnocrazia. Poi è venuta la pandemia con le sue dense ombre che ancora e ancora aleggiano tra sanità e politica, poi è venuta la guerra in Ucraina dove si è infranta la potenza occidentale, poi Gaza, poi l’Iran dove si sono dissolte quelle regole che venivano proclamate come la magna charta dell’insieme geopolitico. Oggi Trump va in Cina come capo di una potenza assediata dai debiti, quasi sfrontata nell’esigere che il resto del mondo continui a finanziare il suo stile di vita, avido e vuoto, ma irrimediabilmente rivelatasi incapace di dare corpo alle sue ambizioni. Va in Cina dopo il fallimento della guerra a Teheran, l’incapacità di aprire Hormuz, con i suoi arsenali semivuoti, con i suoi dazi falliti, con una Cina in grado di dettare le regole o almeno parte di esse.

Se questo appare evidente dal di fuori, comincia ad apparire anche all’interno, tanto che persino l’American Council on Foreign Relations, un influentissimo think tank legato alla fondazione Rockefeller, è costretto ad ammettere che il presidente va a Pechino in una posizione di debolezza e ci va per chiedere alla Cina di esercitare la sua influenza per la riapertura di Hormuz e probabilmente per togliere il contingentamento delle terre rare, essenziali anche per la macchina militare americana, per stabilire regole comuni: è quasi il riconoscimento di un passaggio epocale. Questo non è facile da riconoscere da parte di analisti immersi nella cultura e nel mito del Paese eccezionale. La conclusione del Council è che, sebbene gli Stati Uniti restino più forti della Cina in termini di potenza militare e finanziaria combinata, hanno già perso la capacità di condurre simultaneamente uno scontro globale su più fronti senza aumentare la propria dipendenza da partner e rivali. La Cina, al contrario, ha imparato a trasformare il peso eccessivo degli Stati Uniti in un vantaggio negoziale e non ha bisogno di guerre, ma solo di aspettare che l’enfatica governance americana, ormai in rotta verso un sistema feudale, perda la capacità di imporsi contemporaneamente in Europa, Medio Oriente e Asia.

In realtà nella clessidra la sabbia scorre veloce e queste considerazioni sono già superate. Lo si può percepire immediatamente in una “torta” che descrive il Pil Ppa, ovvero quello a parità di acquisto, che vedete qui sotto:

Gli Usa dal 2014 hanno cessato di essere la più ampia economia del mondo e in realtà, tenendo conto che gran parte del pil è legato ai servizi e alla stesse dinamiche finanziarie autoreferenti, la loro fetta di torta nell’economia reale, è molto più piccola. E infatti in questa seconda immagine potete vedere la differenza nel commercio globale: Pechino dal 2000 al 2024 ha esteso enormemente la propria “impronta” ovvero il numero di Paesi il cui più importante partner commerciale è la Cina.

Nel 2025, il surplus commerciale globale della Cina ha raggiunto 1.200 miliardi di dollari, con un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024 e nei primi 4 mesi del 2026 le sue esportazioni totali hanno raggiunto 1.340 miliardi di dollari, registrando una crescita del 14,5% rispetto all’anno precedente, pur diminuendo drasticamente l’interscambio con gli Stati Uniti. La crescita accelerata è in parte dovuta all’aggressione di Usa e Israele contro l’Iran, che ha fatto aumentare la domanda mondiale di energia verde e veicoli elettrici, due settori in cui la Cina è leader a livello globale. È chiaro dunque che Trump abbia poche carte in mano: chiederà di poter accedere alle terre rare e ad altri materiali critici di cui la Cina detiene in gran parte il monopolio. In cambio cosa può offrire? Boeing, carne bovina, petrolio e gas che tuttavia Pechino può comprare altrove e a prezzi notevolmente più bassi. Ma il fatto sostanziale è che la Cina, sia nel campo dell’elettronica che in altri come l’aviazione, intende sviluppare il proprio ecosistema e svincolarsi dalla dipendenza tecnologica statunitense che significa anche sottrarsi ai ricatti di Washington. Del resto già Huawei produce il chip Ascend 950 che offre una potenza di calcolo di 1,56 Pflops rispetto a 1 Pflops di Nvidia H200 e una larghezza di banda di interconnessione 2,5 volte superiore a quella dell’H200 per il calcolo distribuito su larga scala. I divieti commerciali trumpiani stanno ottenendo l’effetto opposto a quello sperato.

Sarà molto brutto per Trump andare col cappello in mano. Ma ci sono pochi posti dove mettere quel cappello e alcuni decisamente più imbarazzanti della mano.