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Tempi d’oro per Al Capone

alca Anna Lombroso per il Simplicissimus

Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali.

Proprio come nelle province dell’attuale impero transazionale, dove  gli evasori non occorre però che prendano la residenza a Montecarlo, è sufficiente che con il favore del grande casinò finanziario spostino la loro moneta concreta o virtuale nelle Cayman o in uno dei siti che potete trovare segnalati con precisione nel sito apposito  che garantisce (cito) Anonimato Garantito 100% Società e Conti Offshore. Supporto chat real time. Consulenza personalizzata. Servizi: Professionalità Sicurezza, Serietà siamo sempre al, tuo fianco per tutelare, I TUOI INTERESSI”, o che si facciano aiutare da uno di quei colletti bianchi del riciclaggio le cui prestazioni part time sono condivise con la mafia, spostando sul tavolo verde le loro fiches, azioni, derivati, future, options, o che intestino le villone sulla Costa Smeralda o gli chalet di Cortina vista Olimpiadi a qualche pensionato ospite di pii istituti. Insomma possiedono tutti i requisiti per sfuggire alle maglie della giustizia ingiusta, proprio come i grandi corruttori delle grandi opere, dei grandi eventi e dei grandi inquinamenti, che godono di un regime eccezionale come i loro reati tra audaci patteggiamenti, modeste restituzioni di parti irrisorie del maltolto e l’altro pio istituto pensato epr loro, la prescrizione.

Per questo l’unico deterrente sarebbe colpirli nel punto debole, i portafoglio, ma quello delle azioni, mentre lo stridor di ferri, manette e catene è un suono remoto e quasi impercettibile per le loro orecchie, perché riguarda altri target che si muovono febbrilmente per sopravvivere con le briciole cosparse dalla manina del sistema che doveva far felice il popolo e il sovrano secondo  Smith, sempre più esigue perchè che ormai è premiata solo l’avidità di quell’ 1% .

E’ probabile che oggi Al Capone morirebbe circondato dall’affetto dei sui cari e nel letto della sua magione a Miami o nell’attico o nell’attico del grattacielo Wof Point Torre Est di Chicago, indisturbato, perché il finanzcapitalismo è confezionato su misura per permettere giuochi di prestigio e illusionismi immateriali, da quando le imprese industriali si sono convertite in enti finanziari, da quando le banche vendono macchine: la Fiat  applicò la trovata di Ford e General Motor  quando nel 2010 aprì una banca in Argentina per fornire il credito a famiglie che volevano acquistare una vettura, oggi le aziende vendono i loro fondi pensione o assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti cui hanno tolto le garanzie e le coperture assistenziali, fornendo i mutui per la prima casa a prezzi di mercato, le quote di ricavi e profitti ottenuti da attività borsistiche vengono destinate a altri giochi delle tre carte invece che a investimenti in capitale fisso o di ricerca. E infatti se Renault o Peugeot o altre industrie europee hanno perdite formidabili nel settore produttivo, le loro finanziarie prosperano condannando i loro dipendenti a restituire le retribuzioni sotto forma di “servizi” e a subire i processi di ristrutturazione imposti dagli analisti per accrescere il valore delle azioni.

Figuriamoci che pacchia per i magnaccia di evasione e corruzione, la sostituzione dell’economia produttiva con il sommerso che ormai ha occupato militarmente tutto l’assetto sociale e che dagli istituti statistici viene diagnosticato e analizzato come un fenomeno che riguarda gli artigiani infedeli che non emettono fattura, le badanti che preferiscono non essere messe in regola, i bar che non ci danno gli scontrini, trascurando gli attori veri, quelli che non hanno mai pagato le tasse su stratosferiche operazioni speculative, su acquisizioni fatte a fini distruttivi, su investimenti a fondo perduto pensati per riciclare denaro proprio come fanno i clan dei padrini, ormai seduti accanto ai padroni “legali” negli stessi consigli di amministrazione di banche e aziende.

Negli anni ’70, ’80, ’90 l’asse del prelievo fiscale venne in parte spostato dagli impieghi militari alle spese sociali, ma lo spauracchio della crisi, il modello imperiale dell’austerità hanno realizzato l’attacco al Welfare – e agli stati sovrani – come progetto politico riportando nello spazio di mercato tutto quello che era stato sottratto in favore della collettività, distribuendo i costi della recessione dall’alto verso il basso, mercatizzando non solo la terra, il denaro, il lavoro, ma la previdenza, i sostegni al reddito, la sanità, la scuola, incrementando la divisione di gerarchie e graduatorie di merito della ricchezza e del benessere.

Il venir meno della sicurezza socioeconomica cui ci stavamo abituando ha accresciuto il malcontento, la frustrazione, il conflitto e il risentimento contro lo Stato, visto come iniquo esattore, che esige senza dare nulla in cambio.

E le manette per i grandi evasori suonano per loro come la sommessa colonna sonora della vendetta dei penultimi e degli ultimi, largamente insoddisfatta, un piatto già freddissimo  perché lo stesso Stato cui vengono sottratte le risorse  promuove attraverso la sua classe politica le misure benevole delle indulgenze, i condoni, le esenzioni, gli  “scudi” che hanno abituato i papponi ma anche il vostro idraulico e voi che pagate meno se non vi fa la fattura, all’idea che il gioco è truccato e che sottrarsi ai “doveri” fiscali sia una forma necessaria di autodifesa.  Dovrebbe far sospettare come questa concessione alla nostra collera legittima si accompagna da altri cerotti sulle piaghe, come l’entusiasmo di Confindustria per il no- cash, segnale inequivocabile della sua adesione all’ideologia bancario-finanziaria,  finalizzato a combattere la mini- evasione fiscale favorita dal contante, che paradossalmente aumenterebbe la domanda di beni e prodotti di consumo, mentre quella maxi continuerebbe a alimentare le speculazioni e l’indebitamento di Stato e cittadini.

Una stretta “giustizialista” senza intervenire sul sistema economico e quello della giustizia appaga il nostro risentimento, ma niente di più, se da anni si sono sempre più ristretti i campi e gli strumenti del controllo, della rintracciabilità bancaria, sulla attività borsistica, se si susseguono le azioni e le misure che favoriscono le privatizzazioni, le rendite, le proprietà e gli appetiti mai soddisfatti di chi ha e vuole avere di più, se la libera circolazione dei capitali continua a ingigantire gli squilibri creando un caos sistemico dove tutto si muove nelle tenebre e nell’opacità.

Anche a noi piacerebbe sentire il cigolio del cancello della galera che si chiude sui malfattori, vederli sfilare con le catene ai piedi verso i lavori forzati  e avremmo parecchi nomi da indicare e in molti settori della società. Ma ci speriamo poco: gli evasori di lusso e in grande stile hanno imparato e sono stati sempre aiutati a evadere prima ancora di essere presi.

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7 responses to “Tempi d’oro per Al Capone

  • Anonimo

    L’avidità volta al Massimo accumulo del capitale è il principio Fondante del capitalismo.

    La concorrenza è un MITO creato dal sistema oligopolista e monopolista del capitalismo costituito dalle grandi corporation, CHE DI CONCORRENZA NON NE VOGLIONO ( si veda come hanno reagito gli USA, patria del capitalismo, contro la concorrenza cinese del 5G)!

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  • jorge

    Nessun dubbio sul fatto che i capitalisti siano avidi, è però utile ricordare quanto osservava marx nella inghilterra del 1800. A quell’epoca vigeva il lavoro minorile, i corpi duttili e non ancora formati dei bambini erano adatti al telaio a mano, o a certe discese in miniera, più degli arti e dei corpi rigidi degli adulti.

    Oltre a fornire questo vantaggio di una maggiore produttività, soprattutto i bambini potevano essere pagati molto meno di un uomo ed anche di una donna adultara

    Non mancavano campagne, ad opera dei riformatori liberali (allora non erano i più retrivi), appunto contro il lavoro minorile, neache tentativi da parte da parte dei primi riformatori sociali (del tipo Owen), e perfino molti industriali si dichiaravano contro il lavoro minorile, cinondimeno l’uso dei bambini nella produzione adirittura aumentava nell’indifferenza delle istituzioni e del potere politico

    Date le campagne molto insistenti, si giunse al punto che gli stessi industriali richiesero una legge al parlamento, che vietasse tassativamente l’uso dei bambini nella produzione. Il loro argomento era che se individualmente avessero fatto a meno del lavoro minorile, la concorrenza avrebbe mantenuto il vantaggio competitivo dell’uso dei bambini, mettendo presto fuori mercato chi vi avesse rinunciato.

    Ma una legge, continuavano gli industriali, avrebbe costretto tutti a rinunciare al vantaggio competitivo del lavoro minorile, per cui nessuno sarebbe finito fuori mercato in conseguenza dell’impiego della sola manodopera adulta ( piu costosa e spesso meno produttiva)

    Questo episodio, ricordato da marx, può chiarire che la concorrenza costringe i capitalisti a tutte le pratiche che noialtri giustamente critichiamo, a tutte quelle pratiche suscettibili di ridurre i costi, pena finire presto o tardi fuori mercato

    Questa necessità sistemica delle peggiori pratiche deve essere pienamente riconosciuta, altrimenti si da spazio alle opzioni ingannatrici del capitale che costantemente si ripropone come di sua sponte capace di eliminare le propri pratiche antisociali. Lo fa tramite le solite tiritere sulla responsabilità sociale dell’ impresa, convolgimento di tutti gli stakeholders, insomma la solita ideologia neoliberista buona a rifiutare il controllo pubblico e statale.

    Se fosse solo una questione di avidità, allora tale ideologia all’insegna del lasseiz faire potrebbe anche funzionare, l’avidità è una carenza morale che come tale i capitalisti potrebbero tranquillamente lasciarsi alle spalle, riconoscendosi nella responsabilità sociale dell’impresa e in acquisizioni culturali del genere.

    L’inganno è che a causa della concorrenza nessuno può lasciare un vantaggio competitivo agli altri capitalisti, per quanto tale vantaggio sia dannoso in termini sociali, è necessaria pertanto la regolazione pubblica dell’economia, come dimostra il caso riportato da marx

    Si può concedere che per i capitalisti, a partire da una necessità sistemica in nessun modo eliminabile nel quadro del capitalismo, la tendenza a non guardare in faccia a nessuno per ridurre i costi ( avidità), diventi una seconda natura, al punto che in genere i captalisti sono i più rozzi ed ignoranti tra gli esseri umani ( al netto di ufficio stampa e pubbliche relazioni)

    Quale compratore, a parità di prodotto, sceglerebbe quello più costoso e non quello più economico ? Si potrebbe anche sviluppare ulteriormente il ragionamento, il capitalista che rinunci un vantaggio competitivo, sia pur il lavoro minorile se non fosse vietato per legge, prima o poi si troverà in difficoltà a reggere alle campagne promozionali dei concorrenti, ad un certo punto a sviluppare gli investimenti necessari per i cambiamenti delle tecnologie, ma non è il caso di addentrarsi oltre

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    • Giuseppe Tarallo

      Jorge, ma Lei è un ultra liberista. Tira in ballo la storiella della concorrenza senza alcun limite. Via libera alla guerra tra i capitalisti e a pagarne le conseguenze i lavoratori.

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      • jorgo

        Scusi, e perchè mai sarei un ultraliberista ? io descrivo la concorrenza per quello che è, senza ammantarla di illusioni o peggio di inganni moralistici, per cui ci potrebbe essere una concorrenza dal “volto umano”,

        E’ l’idea che possa esserci una “concorrenza dal volto umano” che lascia il pallino nelle mani dei capitalisti, che così per bocca dei loro ideologi possono sempre riciclarsi come finalmente “green” o capaci di collaborazione tra capitale e lavoro (es. la famosa concertazione).

        I frutti di questa fiducia nella possibilità che il capitalismo cambi pelle e si faccia guidare da altro che dalla concorrenza senza limiti, li abbiamo visti negli ultimi decenni

        Non sono affatto neoliberista, credo anzi che rispetto al’odierno corso catastrofico delle cose si debba riprendere e portare più avanti la programmazione dell’ economia che si vide sul finire degli anni 70.

        A quell’epoca, a causa della crisi del capitalismo nella sua fase keynesyana, che ricordiamo o di cui leggiamo (stagflazione, inflazione al 19-20% nei paesi capitalistici avanzati, più disoccupazione di oggi), bisognava proseguire sulla via della socializzazione dell’economia.

        Per uscire da quella crisi, la restante alternativa era tornare indietro al capitalismo dei padroni delle ferriere, proprio ciò che avvenne data la sconfitta della classe operaia mondiale

        Sconfitta esmplificabile in italia con la marcia dei 40.000, in inghilterra con lo sciopero dei minatori vinto dalla Tatcher grazie al carbone fornito dalla Polonia “comunista”, il simbolo Usa è losciopero dei controllori di volo schiacciato da Regan.

        Le nuove tecnologie potevano essere usate per l’emancipazione sociale e non per l’interesse del capitale.

        Non in polemica con lei, ma perchè è un argomento ricorrente, è sbagliato negare che vi sia oggi la concorrenza. E’ inesistente, perchè è un inganno ideologico, quella che dovrebbe essere garantita dall’anti-trust, di cui mario monti fu a capo a livello europeo.

        La concorrenza, quella vera, la vediamo nella sparizione di aziende grandi e piccole, nelle concentrazioni industriali restando fuori dalle quali aziende anche grandi da sole non reggono, nella concorrenza tra macro aree economiche che oggi arriva al livello delle guerre commerciali e dei dazi ( è prima o poi sarà scontro militare)

        Affermare che questa concorrenza è un dato reale non significa sostenerla in positivo, ma rendersi conto di quale bestia ci troviamo di fronte, e della necessità di superare il modo di produzione capitalistico

        La concorrenza nel capitalismo ha un solo limite, preservare la riproduzione della forza lavoro. Perchè se per l’eccessivo sfruttamento il lavoratore si ammala muore o non fa figli, il capitalismo perde la sua base materiale e da sfruttare. pagata la mera sopravvivenza fisica.

        Questo fa capire anche perchè a chi lavora viene pagata la mera sopravvivenza fisica (e neanche a chi lavora a 600- 800 euro al mese), Ma nella giornata di lavoro produttivo si supera presto questo infimo limite, il tempo di lavoro ancora svolto finoalle 8 ore contrattuali é appropriato a gratis dal capitale.

        Tale tempo di lavoro non pagato a chi lavora (il famoso plusvalore) è comunque un tempo produttivo di merci, che rivendute dal capitale danno in effetti il profitto, il quale cioè è mero sfruttamento.

        Qalusiasi altro marigine è eroso dalla concorrenza, che è un dato sistemico e si si ferma solo rispetto alla susstenza fisica di chi lavora. O cosa altro dovrebbe significare la continua riduzione del tenore di vita di chi lavora? Un giovane precario non può neanche fare figli tanto poco guadagna

        cordiali saluti

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      • Anonimo

        L’avidità volta al Massimo accumulo del capitale è il principio Fondante del capitalismo.

        La concorrenza è un MITO creato dal sistema oligopolista e monopolista del capitalismo costituito dalle grandi corporation, CHE DI CONCORRENZA NON NE VOGLIONO ( si veda come hanno reagito gli USA, patria del capitalismo, contro la concorrenza cinese del 5G)!

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    • Anne La Rouge Lombroso

      caro Jorge ma lei tratta l’avidità come fosse una passione o un vizietto del comportamento. Mentre si tratta di una componente essenziale del capitalismo ed è il motore dell’accumulazione, asse portante del totalitarismo finanziario che accompagna la fine dell’economia produttiva, trasforma le imprese in azionariati affamati e voraci, usa il totem della competitività e della concorrenza per smantellare l’edificio già in rovina delle conquiste e dei valori del lavoro, mercatizza e mercifica tutto.

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  • Tempi d’oro per Al Capone | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali. […]

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