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Archivi tag: Evasione

Leopolda, la figlia segreta di Mubarak

novAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono circostanze benedette che regalano squarci di verità. Così quelli che si ostinano a chiamare il Pd e il movimento renziano organizzazioni di centro-sinistra sono avvertiti che potrebbero essere accusati di vilipendio, calunnia, diffamazione, perché ce ne sono se pensiamo che perfino Rossanda intervistata qualche giorno fa in occasione della sua ennesima caduta dal pero si riferisce a quelle forze e a Leu definendole “la sinistra” che, “alleata col movimento 5stelle si candida all’inconsistenza”.

Per fortuna ci pensano loro stessi a mettere un po’ di ordine. Alla Leopolda 10 – peccato non avessero opportune magliette col 10 sul dorso  come Totti, pronti per la hola della curva ultrà – i proclami, gli slogan, le parole d’ordine di quella che potrebbe essere una costituente del nuovo partito, non parevano più i temi cari delle cene del Rotary, manco quelli di un Aspen  Institute de noantri, ma i vecchi e cari comandamenti della maggioranza silenziosa  a una cifra di percentuale ma che ha ritrovato la voce e grossa con toni addirittura eversivi. Cosa non nuova ricordando che si tratta di quelli che volevano accartocciare la Costituzione per farla più moderna, duttile, come vuole l’Europa che le rimprovera di essere nata dalla resistenza con cifre “socialisteggianti” e che offre spazi eccessivi al parlamento degli eletti rispetto a più agili esecutivi, che hanno incitato alla diserzione da referendum molesti, che, sia pure a fasi alterne, hanno demolito la reputazione della magistratura, dopo aver ridotto in macerie la scuola pubblica, la sanità pubblica, il patrimonio culturale e i beni comuni.

Eh si perché in concorrenza con le frange empatiche di Piazza San Giovanni, hanno dato nuova enfasi alla ribellione fiscale dei cumenda con paletot di cammello e delle sciure col visone, interpretando il malessere di un ceto medio borghese senza essersi accorti che non c’è più, che ormai possono prestarsi a ascoltare e dar voce solo al mal di pancia di sbandati usati da quell’1 % di padroni e di ricchi accumulatori coattivi, applauditi da un ceto di impoveriti che non si arrendono al loro ruzzolone in basso, che continuano a sentirsi parte di una élite perché leggono Repubblica, che possiedono il dono dell’ubiquità stando allo stesso tempo con Carola Rackete e Minniti, con Greta e Calenda, con Lucano e Nardella, che adorano i santini di malfattori dei fumetti e dell’economia, insieme a  La Pira e Don Sturzo.

In prima linea oltre alla ex ministra Boschi che si distinse per essere stata nel 2015 la suggeritrice di quel famoso comma 19 bis del decreto fiscale governativo scritto da una “manina” misteriosa per effetto del quale le frodi fiscali inferiori al 3% del reddito dichiarato sarebbero state sanzionate solo per via amministrativa, e non più per via penale, e per effetto del quale si garantiva la decadenza della condanna definitiva inflitta a Berlusconi, quella che dal palco se l’è presa con la casa madre colpevole di essere diventata il partito della tasse, per ricordare che “loro”, la fazione fuggiasca le aveva sempre abbassate proprio come un Robin Hood qualsiasi ma alla rovescia togliendo ai poveri per dare ai ricchi,  si è spesa con vigore l’ex bracciante e ex sindacalista, quella che condusse il negoziato per una legge ad personam che salvasse le banche criminali e i loro manager, ecco la ministra Bellanova, che, forse per un precoce abbandono scolastico e per una altrettanto precoce defezione dalla tutela dei diritti della categoria, non deve aver potuto apprendere la lezione della storia di Portella della Ginestra, della questione agraria e della lotte contadine contro l’alleanza perversa di mafia, rendita, latifondisti, proprietari terrieri e ha gridato dal palco tra applausi scroscianti  del parterre nel quale faceva la sua porca figura Lele Mora “NO tasse!”.

Ora a tutti parve un po’ eccessivo l’elogio del dovere fiscale di Tomaso Padoa Schioppa, a tutti sembra che quello sia un sistema viziato all’origine se tartassa i poveri cristi e esonera i Creso, tanto da offrire loro immunità e impunità amministrativa e perfino penale preventiva e postuma anche nel caso di crimini non solo economici, a tutti vien voglia all’arrivo di una cartella esattoriale di una raccomandata di appiccare il fuoco alla più vicina sede dell’Agenzia delle Entrate, mentre risuona come un grato leit motiv il tintinnar delle manette per i grandi evasori, a non tutti ma a molti viene in mente che bel altro che la galera ci vorrebbe per chi ricicla ruba e corrompe grazie a opere inutili che basterebbe non progettare e realizzare, ma  solo a loro invece e alla destra più feroce inattaccabile perfino dagli ammaestramenti del neo liberismo che agisce per normalizzare fenomeni estremi ed effetti aberranti che potrebbero innescare risvegli e ribellioni incontrollabili, ma la ministra ha davvero sconfinato sui territori che danno la pastura al più vieto  e inveterato leghismo.

E dire che hanno superato la fase della disubbidienza fiscale perfino Salvini, Maroni, Zaja che preferiscono la strada più ragionevole e proficua dell’autonomia che, senza star tanto a guardare a chi le paga o no, delle tasse pagate aspira a trattenere il residuo per spartirselo con amici e affini delle scuole private, delle cliniche, dei diplomifici universitari.

È che alla Leopolda più che l’Italia,  effigiata nello stesso simbolo del prodotto contro il fastidioso prurito intimo, a essere vivo era il Cavaliere, proprio lui che proclamò l’evasione come imperativo morale e legge di natura incontrastabile. E infatti tra le perle inanellate a chiusa della convention di zombi non è mancato  il panegirico di Berlusconi, il tycoon spregiudicato, il puttaniere incorreggibile, il golpista indefesso, il criminale economico datore di lavoro di mafiosi riconosciuti tali, l’utilizzatore finale di ragazzine e parlamentari voltagabbana, lo zio adottivo della nipote di Mubarak, il promotore della  “condono” carcerario per i reati contro al Pubblica Amministrazione, delle detassazioni di Tremonti, della deregulation via etere della legge Maccanico, della riforma del falso in bilancio, dei vari condoni edilizi, dell’abolizione della legge di successione per i patrimoni sopra i 350 milioni di lire, dell’indulto, solo per fare qualche esempio,   ad opera del suo erede che ne ha tessuto le lodi di invidiabile “modello” rappresentante e leader  per un quarto di secolo della “destra europea, popolare e liberale” in Italia.

C’è stato un tempo nel quale si diceva che per essere davvero una sinistra costruttiva, dinamica, moderna serviva una vera destra da contrastare. Ecco, c’è, vegeta se non proprio Viva. Così non abbiamo più giustificazioni per la nostra inazione.

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Tempi d’oro per Al Capone

alca Anna Lombroso per il Simplicissimus

Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali.

Proprio come nelle province dell’attuale impero transazionale, dove  gli evasori non occorre però che prendano la residenza a Montecarlo, è sufficiente che con il favore del grande casinò finanziario spostino la loro moneta concreta o virtuale nelle Cayman o in uno dei siti che potete trovare segnalati con precisione nel sito apposito  che garantisce (cito) Anonimato Garantito 100% Società e Conti Offshore. Supporto chat real time. Consulenza personalizzata. Servizi: Professionalità Sicurezza, Serietà siamo sempre al, tuo fianco per tutelare, I TUOI INTERESSI”, o che si facciano aiutare da uno di quei colletti bianchi del riciclaggio le cui prestazioni part time sono condivise con la mafia, spostando sul tavolo verde le loro fiches, azioni, derivati, future, options, o che intestino le villone sulla Costa Smeralda o gli chalet di Cortina vista Olimpiadi a qualche pensionato ospite di pii istituti. Insomma possiedono tutti i requisiti per sfuggire alle maglie della giustizia ingiusta, proprio come i grandi corruttori delle grandi opere, dei grandi eventi e dei grandi inquinamenti, che godono di un regime eccezionale come i loro reati tra audaci patteggiamenti, modeste restituzioni di parti irrisorie del maltolto e l’altro pio istituto pensato epr loro, la prescrizione.

Per questo l’unico deterrente sarebbe colpirli nel punto debole, i portafoglio, ma quello delle azioni, mentre lo stridor di ferri, manette e catene è un suono remoto e quasi impercettibile per le loro orecchie, perché riguarda altri target che si muovono febbrilmente per sopravvivere con le briciole cosparse dalla manina del sistema che doveva far felice il popolo e il sovrano secondo  Smith, sempre più esigue perchè che ormai è premiata solo l’avidità di quell’ 1% .

E’ probabile che oggi Al Capone morirebbe circondato dall’affetto dei sui cari e nel letto della sua magione a Miami o nell’attico o nell’attico del grattacielo Wof Point Torre Est di Chicago, indisturbato, perché il finanzcapitalismo è confezionato su misura per permettere giuochi di prestigio e illusionismi immateriali, da quando le imprese industriali si sono convertite in enti finanziari, da quando le banche vendono macchine: la Fiat  applicò la trovata di Ford e General Motor  quando nel 2010 aprì una banca in Argentina per fornire il credito a famiglie che volevano acquistare una vettura, oggi le aziende vendono i loro fondi pensione o assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti cui hanno tolto le garanzie e le coperture assistenziali, fornendo i mutui per la prima casa a prezzi di mercato, le quote di ricavi e profitti ottenuti da attività borsistiche vengono destinate a altri giochi delle tre carte invece che a investimenti in capitale fisso o di ricerca. E infatti se Renault o Peugeot o altre industrie europee hanno perdite formidabili nel settore produttivo, le loro finanziarie prosperano condannando i loro dipendenti a restituire le retribuzioni sotto forma di “servizi” e a subire i processi di ristrutturazione imposti dagli analisti per accrescere il valore delle azioni.

Figuriamoci che pacchia per i magnaccia di evasione e corruzione, la sostituzione dell’economia produttiva con il sommerso che ormai ha occupato militarmente tutto l’assetto sociale e che dagli istituti statistici viene diagnosticato e analizzato come un fenomeno che riguarda gli artigiani infedeli che non emettono fattura, le badanti che preferiscono non essere messe in regola, i bar che non ci danno gli scontrini, trascurando gli attori veri, quelli che non hanno mai pagato le tasse su stratosferiche operazioni speculative, su acquisizioni fatte a fini distruttivi, su investimenti a fondo perduto pensati per riciclare denaro proprio come fanno i clan dei padrini, ormai seduti accanto ai padroni “legali” negli stessi consigli di amministrazione di banche e aziende.

Negli anni ’70, ’80, ’90 l’asse del prelievo fiscale venne in parte spostato dagli impieghi militari alle spese sociali, ma lo spauracchio della crisi, il modello imperiale dell’austerità hanno realizzato l’attacco al Welfare – e agli stati sovrani – come progetto politico riportando nello spazio di mercato tutto quello che era stato sottratto in favore della collettività, distribuendo i costi della recessione dall’alto verso il basso, mercatizzando non solo la terra, il denaro, il lavoro, ma la previdenza, i sostegni al reddito, la sanità, la scuola, incrementando la divisione di gerarchie e graduatorie di merito della ricchezza e del benessere.

Il venir meno della sicurezza socioeconomica cui ci stavamo abituando ha accresciuto il malcontento, la frustrazione, il conflitto e il risentimento contro lo Stato, visto come iniquo esattore, che esige senza dare nulla in cambio.

E le manette per i grandi evasori suonano per loro come la sommessa colonna sonora della vendetta dei penultimi e degli ultimi, largamente insoddisfatta, un piatto già freddissimo  perché lo stesso Stato cui vengono sottratte le risorse  promuove attraverso la sua classe politica le misure benevole delle indulgenze, i condoni, le esenzioni, gli  “scudi” che hanno abituato i papponi ma anche il vostro idraulico e voi che pagate meno se non vi fa la fattura, all’idea che il gioco è truccato e che sottrarsi ai “doveri” fiscali sia una forma necessaria di autodifesa.  Dovrebbe far sospettare come questa concessione alla nostra collera legittima si accompagna da altri cerotti sulle piaghe, come l’entusiasmo di Confindustria per il no- cash, segnale inequivocabile della sua adesione all’ideologia bancario-finanziaria,  finalizzato a combattere la mini- evasione fiscale favorita dal contante, che paradossalmente aumenterebbe la domanda di beni e prodotti di consumo, mentre quella maxi continuerebbe a alimentare le speculazioni e l’indebitamento di Stato e cittadini.

Una stretta “giustizialista” senza intervenire sul sistema economico e quello della giustizia appaga il nostro risentimento, ma niente di più, se da anni si sono sempre più ristretti i campi e gli strumenti del controllo, della rintracciabilità bancaria, sulla attività borsistica, se si susseguono le azioni e le misure che favoriscono le privatizzazioni, le rendite, le proprietà e gli appetiti mai soddisfatti di chi ha e vuole avere di più, se la libera circolazione dei capitali continua a ingigantire gli squilibri creando un caos sistemico dove tutto si muove nelle tenebre e nell’opacità.

Anche a noi piacerebbe sentire il cigolio del cancello della galera che si chiude sui malfattori, vederli sfilare con le catene ai piedi verso i lavori forzati  e avremmo parecchi nomi da indicare e in molti settori della società. Ma ci speriamo poco: gli evasori di lusso e in grande stile hanno imparato e sono stati sempre aiutati a evadere prima ancora di essere presi.


20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.


I duellanti e gli ipocriti

iduellanti02Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è chi auspica  un Daspo elettorale che riduca violenze delle tifoserie , punisca le esuberanze verbali e non, limiti lo stalking dei cottimisti. C’è chi si lagna che opposti estremismi abbiano diviso in due il Paese, dimentico che a metà o per lungo, per via di campanili o feudi,  a causa di lotte tra guelfi o ghibellini, interisti o milanisti, carnivori o vegani, melodici o rock, non ha mai mostrato un’indole allo spirito unitario.

O meglio pare serpeggi un sentiment comune, poco edificante e poco  incoraggiante, quello che riunifica intorno alla stanchezza svogliata, allo sfinimento accidioso perché del referendum si sarebbe parlato troppo. Social network, interviste ai passanti autorevoli e oggettive quanto le rilevazioni statistiche di Mannheimer e Piepoli, denunciano una malmostosa astenia dalla partecipazione.

Di chi sia la colpa del disincanto democratico dei militanti di gattini e versi della Merini come di Bukowski su Fb, è presto detto e perfino per ammissione degli stessi responsabili: un piccolo Napoleone in piena fregola plebiscitaria, una cerchia   ispirata da una ideologia proprietaria che esige la riconferma dei suoi possessi e delle sue rendite grazie al rafforzamento non dello Stato,  delle istituzioni e della sua amministrazione, ma dell’esecutivo e del partito che lo occupa, un sistema economico, ormai unicamente finanziario, che ha bisogno di ribadire la sua esistenza in vita e la sua potenza  compromessa da scandali e insuccessi, mostrando la inattaccabile forza dell’osceno sodalizio stretto con un ceto  politico che perpetua la sua illecita supremazia grazie perfino alla corruzione delle leggi, una imprenditoria largamente parassitaria che gode di privilegi, licenze, aiuti, regimi eccezionali volti a nutrire appetiti insaziabili.

Sono loro che hanno scelto la strada del conflitto, del match, con la speranza di  applicare anche in questo contesto il loro sistema di governo fondato su molti bastoni e miserabili 80 carote, di intimidazioni e ricatti, di promesse ridicole e menzogne sfrontate per portarsi a casa una parvenza di superstite imitazione della  democrazia da mostrare in pubblica ostensione per mettere le basi della definitiva cancellazione di diritti e partecipazione grazie alla prossima promulgazione di una legge elettorale che faccia una carneficina dei principi della rappresentanza.

Sono sempre loro ad aver favorito quel provvidenziale marasma morale tra liceità, opportunità, appropriatezza e convenienza, così che tutto è bigio:  atti opachi e illegittimi vengono sdoganati come esuberanze appassionate e lodevoli, aggiramento di regole si spacciano per sacrosante liberatorie da ostacoli a iniziativa e giovanile eccedenza di vis polemica, compresa quella di De Luca,  reiterate menzogne vengono autorizzate e riconfermate grazie alla credibilità  conquistata per le molte repliche, come insegna uno dei loro riferimenti del gotha della propaganda. Eh si tutto è lecito, compresa la molestia, compresa l’opacità su costi dell’advertising e sulla presenza di ingombranti finanziatori di modo che si possa far finta che i rimborsi elettorali non siano di “origine pubblica”, o che i quattrini messi in campo da disinvolti affaristi con base in paradisi fiscali non emanino la puzza dell’evasione, dell’elusione, del riciclaggio. Compresa l’artata fuga di notizie sul suffragio all’estero favorita da un ministro socio alla pari nel consiglio di amministrazione, che se non fa sospettare di brogli, indispone per gli innegabili effetti manipolatori.

Se il paese è diviso l’hanno diviso loro. Ma a guardar bene la frattura ha un risvolto positivo, da una parte ci sono loro, dall’altra la gente che vuol contare, quella che vuole essere ancora artefice del suo destino e delle sue scelte, da un lato i padroni, dall’altra chi vuol essere padrone di se stesso, della sua libertà e dei suoi diritti, compatibili con quelli degli altri, uguali. Da una parte ci sono loro che vogliono possedere tutto e farsi mantenere da tutti, dall’altra chi vuole conservare memoria, lealtà, rispetto, onore e solidarietà. Domani bisogna mostrare loro come siamo, quanti siamo col nostro No.

 

 

 

 


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