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100 anni di lupi in forma di Agnelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ultimo rito monarchico prima della recente incoronazione dell’imperatore bizantino, ieratico e enigmatico tanto quanto serve per mostrare la sua distanza dalla plebaglia, è stato di sicuro il funerale di Gianni Agnelli, l’avvocato (per via di una laurea in giurisprudenza) il cui mito non può essere offuscato da mediocri imitazioni contemporanee.

Cronisti e osservatori raccontarono allora di lunghe e ordinate  file di dolenti silenziosi e attoniti in attesa dell’ultimo omaggio all’uom fatale, di un corteo muto dei “suoi” dipendenti  in abito della domenica, perché il lutto raccomandava di indossare davanti alla salma del monarca i panni dei cortigiani e non la tuta degli sfruttati.  

Troppo facile interpretare lo sfilare dei quei sudditi durante la cerimonia degli addii, come un fenomeno locale, espressione di una Torino identificata e riconosciuta per la sua Fabbrica, città chiusa e provinciale, malgrado avesse dovuto aprirsi a una poderosa immigrazione, anticipatrice del disegno imperialista interno di una industrializzazione estemporanea e occasionale, predatore di risorse, speculativo e parassitario,  ancora condizionata dalla soggezione sabauda e dunque incline al culto fedele di una personalità e di una dinastia “reale” che aveva dato Lavoro alla sua gente.

In realtà il successo di un uomo passato alla storia più per la capacità e la facoltà di fare pubblica ostensione dei suoi vizi, che per le sue qualità di magnate, influencer ante litteram per  l’esibizione di tic, difetti e manie che in altri sarebbero stati ridicolizzati e al contrario replicati e emulati, è quello di una incarnazione della società dello spettacolo, di un caratterista  tagliato per interpretare un creso  elegantemente sprezzante, raffinatamente spietato, geneticamente strutturato per esercitare il diritto a avere il meglio eppure frugale nelle sue tavole imbandite con solo qualche chicco scrocchiante di caviale grigio,  cosmopolita ma con una reggia in ogni capitale, una barca in ogni porto, una donna in ogni letto, eppure vigile nella tutela di prerogative comuni e popolari, come dimostra l’oculato godimento di un assegno di invalidità per via di quella signorile zoppia diventata una sua cifra distintiva e uno spot vivente per stivaletti modaioli.

E difatti la sua leggenda gode della stessa fama sovranazionale di altri protagonisti dello star system, Lady Diana o i Kennedy che sono entrati nell’immaginario collettivo e lo occupano ancora grazie alla memoria inossidabile di eventi epocali,  matrimoni, lutti – anche i ricchi piangono – malattie esotiche, foto rubate e pettegolezzi fatti filtrare a orologeria per alimentare l’epica personale.

Così  la saga  ha messo in ombra la storia, che è quella di una icona del capitalismo rapace e parassitario italiano, le cui malefatte stiamo scontando anche per colpa della legittimazione offerta da ragionieri, capireparto, commessi viaggatori, geometri che hanno intravisto un riscatto sociale nel mettere come Pippononlosa, l’orologio sopra il polsino della camicia,  che si sono promossi socialmente preferendo il magnate assimilato per diafani congiungimenti carnali all’aristocrazia più schizzinosa,  al culto del volgare tycoon fattosi da sè.

Quella storia vera e disonorevole era cominciata proprio prima della nascita dell’augusto rampollo, nel1920 quando il nonno aveva chiuso la porta in faccia alle delegazioni operaie che chiedevano miglioramenti nel contesto delle rivendicazioni e delle richieste della contrattazione nazionale. Dopo aver dichiarato che «per le pesantezze del mercato l’incertezza di un immediato futuro e per i nuovo gravami che i provvedimenti governativi hanno preannunciato, le industrie non sono in grado di accordare un qualsiasi aumento delle mercedi», Giovanni Agnelli chiese e ottenne l’intervento delle forze dell’ordine e dei militari a presidiare le fabbriche.

Al suo atto di forza risposero i lavoratori con le serrate e le occupazioni e a oggi quella protesta resta nell’immaginario oltre che nella storia come una allegoria amara dell’impossibilità di un riscatto senza la guida e la potenza aggregativa e coagulante  di un movimento di lavoratori e cittadini, mosso, come perorava Gramsci, dalla “volontà di fondare uno Stato, di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare”.

La parabola della Fiat prende le mosse da là, opponendo la restaurazione, termine abusato dall’Avvocato, allo statuto dei lavoratori, decidendo la disdetta della scala mobile ancor prima di conoscere l’esito del referendum, dettando più dal trono del monarca che dalla poltrona confindustriale le strategie industriali del Paese, contribuendo alla normalizzazione del conflitto di classe e territoriale con le procedure e le modalità del colonialismo interno.

Se Fiat ha goduto di aiuti, sostegni, leggi ad hoc, impunità, immunità in pieno regime monopolistico, tutto il mondo di impresa privata ha goduto di riflesso dei processi che hanno anticipato l’attuale stato delle cose, anche quando le realtà produttive si sono mutate in esangui azionariati affetti da ludopatia, chiusi nei loro palazzi a aspettare i dividendi e i proventi acrobatici del gioco d’azzardo borsistico.

Fin dalla fine degli anni ’80 hanno potuto avvantaggiarsi del cannibalismo che ha portato allo squartamento delle aziende IRI e delle banche ex IMI grazie all’opera infaticabile dei camerieri del capitale finanziario internazionale, Draghi e Prodi, sono stati autorizzati a norma di legge a demolire le aziende di Stato, a cominciare da  SIP, poi Telecom Italia, finita poi nelle fauci incontentabili di   Tronchetti Provera  e infine svenduta a Vivendi, da  Alitalia,  retrocessa a vettore low cost in perenne stato di fallimento, per non parlare dell’Ilva o dell’Alfa Romeo, ridotta a brand marginale di un  gruppo impegnato in ingegneria societaria e finanziaria e disinteressato a auto e motori.

L’acme della consegna dei nostri patrimoni industriale ai privati è stato raggiunto con l’infame vicenda  della rete autostradale nelle mani dei Benetton, non ancora finita se nel gennaio scorso il gruppo Atlantia ha potuto riconfermare i capisaldi del suo piano industriale con l’incremento  delle attività di manutenzione e degli investimenti nel settore infrastrutturale in vista della ricostruzione a base di cantieri.

Non occorre essere complottisti per sospettare che ci fosse l’Avvocato a guidare i cavalieri dell’Apocalisse scatenati contro i diritti e le garanzie del lavoro conquistate in anni di lotta, per ottenere la demolizione  della legislazione e della contrattualistica a favore dei lavoratori, ben condotta non da inveterati golpisti ma da illuminati progressisti, lettori di Repubblica, abbonati all’Espresso e spettatori di Rai3, tramite vari pacchetti, vi ricordate quello Treu?, riforme, contrattazioni capestro, puntando come è successo sull’egemonia della precarietà, della mobilità, della flessibilità, grazie all’abrogazione dlel art.18, alla legge Biagi, alla giungla di oltre 40 tipologie contrattuali,  e via via al Jobs Act e alla legge Fornero con la revisione degli istituti e degli ammortizzatori sociali.

Il suo è stato un ruolo trainante, quello che lui esigeva e conquistava apriva la porta agli altri, legittimati come avrebbe detto suo nonno, con la sua proverbiale parsimonia, a non sprecare in spese sociali, e quindi a non investire in innovazione tecnologica e sicurezza, mandando avanti le industrie di stato delle quali erano fornitori, in ricerca e sviluppo, appagati dalle commesse estere, facendosi risarcire o garantire dai bilanci pubblici nel caso di fallimenti, per poi scegliere la scorciatoia delle fughe all’estero nottetempo a caccia di merce lavoro a buon mercato, leggi ambientali meno stringenti o quella delle svendite: ultima in ordine di tempo quella di Fiat-Crysler a PSA, che ha fatto strillare ai titolisti della nostra stampa: “Stellantis, parla francese. Agli Agnelli subito il dividendo”.

E dobbiamo sempre a lui l’ineluttabilità fatale che ha condannato lo Stato a erogare negli anni almeno una quarantina di miliardi in agevolazioni, aiuti, aggiustamenti fiscali a imprese squalificate, obsolete, in perenne ritardo tecnologico e in cerca di gruppi muscolari pronti a ingoiarle in un boccone, non fosse altro che per sgombrare il campo dalla concorrenza.

Eppure ieri abbiamo dovuto subire l’oltraggio della intervista all’anemico nipotino a cura di Will, una media startup nata sui social “per parlare del cambiamento” e che, si legge su Repubblica,  “ha voluto raccontare  la Storia tramite la storia quella dell’Avvocato, simbolo di un’Italia che è cambiata con il mondo intorno a sé, simbolo anche per i più giovani, ma a volte sconosciuto oltre il suo mito… da ripercorrere nei 20 minuti di un Podcast”.

Mentre  l’altro più esuberante nipote, lo zerbinotto sciupasoldi, si è azzardato ad affermare che Draghi sarà il nuovo Agnelli:  “Non parlo del carattere e neppure delle abitudini, ovviamente”, ha ammesso, “ma del fatto che, di nuovo, c’è un italiano che tutti conoscono e tutti ci invidiano, mai coinvolto nelle tignose controversie nazionali, con il cuore in Italia e la testa nel mondo“.

Ecco adesso sappiamo con certezza dove andranno a finire, se mai arriveranno, i quattrini del Recovery che poi noi dovremo restituire quando ci avranno già tolto diritti, libertà, dignità: sono già aperti i forzieri con lo stemma nella galleria dei ritratti del monarca con mascherina autoprodotta e che abbiamo già pagato.  


Mafia, si fa ma non si dice

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dieci anni di reclusione per l’ex Nar Massimo Carminati, 12 e mezzo per il patron delle cooperative redentive Salvatore Buzzi: sono queste le condanne comminate dalla Corte d’Appello di Roma nei confronti dei due principali imputati dell’inchiesta “Mondo di Mezzo” al termine del processo d’appello bis.

 A chiedere il ricalcolo della pena era stata la Corte di Cassazione che intendeva così  demolire l’impianto accusatorio degli inquirenti facendo cadere l’accusa di associazione mafiosa per la cerchia del tandem malavitoso,  sostenendo che non si trattava di una cosca ma di una semplice banda del buco di marioli autarchici, senza cupola, Don e boss, con il tandem dei due come capibastone e una manovalanza diffusa nel territorio a tirar su e offrire mazzette ai referenti, poiché l’unico reato  accertato pare sia la corruzione, ormai largamente normalizzato.

Le obiezioni della Cassazione furono accolte con sollievo dal pubblico degli indignati che accusava Pignatone e la sua “retorica forcaiola” di aver imbastito il canovaccio per uno di quei polizieschi anni ’70 con le sparatorie in città, er Monnezza, la giustizia faidate, i mafiosi in coppola che arrivano fino a Milano che spara, Roma risponde, proprio come Totò e Peppino, e che tanto danno avrebbero arrecato alla nostra reputazione internazionale, favorendo la reiterata pubblicazione di copertine con la pistola fumante adagiata sui bucatini.  

Di questi tempi la Treccani non gode di buona fama presso il pubblico femminile, ma sarebbe raccomandabile la consultazione della sua voce “mafia” da parte di magistrati e giornalisti (oggi il Foglio commenta rallegrandosi per la sentenza che restituisce considerazione e stima al nostro Paese condannato, è ovvio, dalla magistratura rossa  al  ludibrio  del mondo).  

Ne cito i passi salienti: termine con cui si designa il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti….; il carattere di associazione a delinquere della mafia (che dai proprî affiliati è denominata «Cosa nostra») si precisa con riferimento alla funzione di mediazione esercitata nell’economia del latifondo da elementi come i gabellotti o i campieri …. nel controllo dei raccolti, nell’esazione dei canoni d’affitto, ecc….; con l’intimidazione e la violenza, il mercato della manodopera e la distribuzione dell’acqua…. Il sistema delle cosche  ormai inseritosi in tutte le situazioni conflittuali del mondo rurale.. si sviluppa ulteriormente in questo secolo nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova, dopo la seconda guerra mondiale, nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità, estende la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga”.

Stupisce che per miserabili questioni di interesse personale i due attori protagonisti del giallo all’italiana che in passato avevano vantato imprese epiche, rivendicando rapine funamboliche e imprese belliche, decantando relazioni impari con autorità e decisori costretti a elemosinare protezione a assistenza, esibendo un’indole da influencer capaci di condizionare scelte politiche cittadine, non si siano sentiti offesi dalla retrocessione agli standard e alle prestazioni di un qualsiasi Mario Chiesa, che il loro esercito sia stato degradato a manovalanza mercenaria offerta alla pubblica derisione non fosse altro che per i soprannomi peraltro significativi delle specializzazioni: spezzapollici,  Bojo, il Biondo, l’Accattone.

Ma anche il Nero e il Rosso, indicativi del carattere bipartisan dell’impresa a carattere “famigliare” secondo i criteri di Cosa Nostra: Carminati, er Cecato, è un ex Nar, ma Buzzi ha fatto carriera con le cooperative,  che gli hanno assicurato la protezione e l’ammirazione  della “sinistra”, dalla Mafai che lo magnifica in edificanti editoriali, a Poletti, capo della Legacoop che si fa immortalare alle su convention, da candidati illustri che chiudono le campagne elettorali alle sue cene, cui fa atto di presenza quel Panzironi manager dell’Ama, famiglio dei Alemanno, il sindaco che  esce dalle  porte girevoli dell’inchiesta è vero. Ma poi uno degli imputati Vip è un consigliere speciale di Veltroni, proprio nel settore della  gestione dell’immigrazione, che diventa il brand più profittevole del Mondo di Mezzo e i bilanci del Comune venivano aggiustati in favore delle cooperative in forza a Carminati, ma li approvavano anche i consiglieri Pd.  

Il fatto è che la mafia, di questo si tratta, non va a rimorchio dei processi economici e dei fenomeni sociali, ma li anticipa per coglierne le ricadute, facendo saltare le regole della concorrenza leale, smantellando quelle del libero mercato tradendo così i capisaldi della destra sociale e poi sfrutta poveri, immigrati, senzatetto, tradendo i principi della sinistra, così rosso e nero scolorano nel verde dei soldi.

Se ci mettete poi i favori reciproci con il Vaticano, si fa presto a capire che i meccanismi che hanno assicurato il dominio della cosca di Mafia Capitale sono gli stessi liberi da qualsiasi “ideologia” salvo quelle del profitto e della speculazione, gli alleati, gli interlocutori, i ricattati e i ricattatori sono le fotocopie degli attori nel teatro dell’economia e della finanza a norma di legge, quella delle Grandi opere, del Mose di Mafia Serenissima, della Tav, dei nuovi brand della “salute”, dei vaccini, delle mascherine, delle cliniche, delle fondazioni che annoverano nei consigli un autorevole politico, delle municipalizzate, delle cordate che godono dei benefici delle semplificazioni applicate agli appalti e agli incarichi.

 “Con questa sentenza il mio assistito è sotto il limite che consente una misura alternativa e quindi potrebbe non tornare più in carcere“, è il commento a caldo di Cesare Placanica difensore di Massimo Carminati, che  ha maturato 5 anni e 7 mesi di carcere preventivo. E si lamenta Buzzi: “È stata una condanna molto più dura di quanto ci aspettassimo perchè la corte ha considerato più grave il reato di associazione a delinquere semplice…. Faremo ricorso nuovamente in Cassazione”.

Ma si, è ragionevole il suo disappunto, perché, se la colpa è quella, dovrebbero essere trattati peggio dei manager che in attesa di giudizio fanno il giro dei consigli di amministrazione delle imprese in odor di mafia della Grandi Opere, degli amministratori che si ripresentano agli elettori, dei dirigenti di banca perdonati dal Bail in, per non dire delle dinastie imprenditoriali e dei corsari che sono arrivati qui equipaggiati e foraggiati degli aiuti di stato di Invitalia, Cassa Depositi e Prestiti, cui è stata concessa immunità e impunità?

A smentire che il duetto con il contorno dei vari associati sia costituito da due malandrini, da due delinquenti che hanno fatto un po’ di carriera emergendo dal fango miserabile della piccola criminalità locale, c’è invece proprio l’aver incarnato il processo di modernizzazione della criminalità organizzata, che magari conserva qualche rito associativo e si dedica a qualche esercizio nostalgico tra rapine e gambe rotte, ma che sa infiltrarsi nel tessuto “legale” e istituzionale, che è talmente radicata e tollerata da potersi permettere livelli elevati di trasparenza, agendo alla luce del sole, trattando nelle sedi e nei luoghi della politica e dell’economia, collocando le sue risorse umane nei consigli delle banche, assorbendo attività in sofferenza, a copertura di business opachi.  

Intorno a quei due c’era un mondo che grazie a questa benevola interpretazione giuridica e antropologica continua ad agire, intimorisce e ricatta, grazie ai clan di Frascati o Ostia, a quelli della Tuscolana e dell’Anagnina dove regnano i Senese e i Casamonica, applica le leggi del racket, incrementa i suoi profitti con la droga, la prostituzione, il gioco, e se ha perso molti dei cespiti dell’immigrazione, si rifà con lo strozzinaggio ridiventato una linea produttiva di successo grazie al Covid.  

Non deve stupire la riabilitazione dalla colpa di essere mafiosi, Resta semmai il reato di megalomania di due banditi che pensano di poter agire come la Commissione Europea, le multinazionali, le banche, la Nato, Biden, e, in sottordine, i loro capibastone, i loro mammasantissima e la loro manovalanza. Eh si, davvero, ma chi si credono di essere?      


Racconti di carta igienica

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi ero sbagliata, non si tratta di un re Taumaturgo capace di curare la scrofola con la semplice imposizione delle mani. In  fondo quelli erano soltanto “uomini”, per quanto nobili, al di sopra dei “semplici” in quanto toccati dalla Grazia divina. Mentre evidentemente siamo al cospetto di un Grande Demiurgo, un dio che nel momento stesso in cui si è assiso nell’alto scranno ci ha restituito reputazione, rispetto e dignità, cifre della sua superiorità che gli fa arruolare banditi di strada, lebbrosi, per guidarli verso un cammino di salvezza e redenzione.

Difatti, ci informa il Corriere della Sera, perfino un prestigioso giornalista inglese, tal Tobias  Jones, sposato con un’italiana, e che, sfuggendo alla Brexit,  vive dal 1999 a Parma, racconta sul Guardian con toni tra il lirico e l’epico che la pandemia ci ha cambiati, confermando la leggenda sempre citata a ogni alluvione, ogni terremoto, ogni catastrofe, ogni bomba mafiosa o fascista, che gli italiani nelle emergenze ritrovano spirito di corpo, amor patrio, coesione sociale e solidarismo. E difatti dopo la «cupa dignità» dell’inizio, «simile, scrive, a quella che c’è durante un funerale a cui si partecipa con grande dolore», si è capito che stava succedendo «qualcosa di straordinario».

Cosa? Presto detto: abbiamo imparato “a stare in fila”, e poi “nessuno, cito, si accaparrava la carta igienica”, segni evidenti di una maturità e civiltà che contraddicono, cito ancora, la nomea di gente che “piega le regole per il proprio tornaconto personale” – e  si vede che la Gazzetta di Parma non l’ha informato delle peripezie del gran commissario.

E se purtroppo il progredire dell’epidemia, insieme alle difficoltà crescentidi coloro che lavorano nei settori più colpiti dagli effetti dell’emergenza sanitaria,  i fallimenti, i divorzi, la violenza domestica crescente, la disoccupazione femminile alle stelle, la spietatezza della criminalità organizzatache si infila nelle crepe della crisi economica, hanno determinato una “stanchezza che ci fa sembrare talvolta troppo pesanti gli sforzi ancora necessari”, adesso possiamo contare sul riscatto e sulla redenzione grazie a “una politica all’altezza della situazione senza precedenti che stiamo vivendo”, dimostrando di essere “un posto sobrio e serio”, aggettivi, esulta il Jones “che si potrebbero usare anche per descrivere il nuovo premier, Mario Draghi”.

Ora non so se faccia peggio al nostro Paese la copertina di Der Spiegel con la pistola accomodata sul piatto di spaghetti o il nuovo stereotipo, ancora più infame della condanna alla pizza e al mandolino, di un popolo indolente e cialtrone che grazie alla pandemia ha acquisito consapevolezza dei suoi vizi e si redime, osservando le convenzioni sociali che garantiscono l’appartenenza al consorzio civile e  consegnandosi  a un supercommissario, curatore della liquidazione di quel che resta della democrazia. 

Non so se sia peggio quell’altra con Bella Ciao e il cavaliere come Alberto Sordi vestito da gondoliere circondato da succinte sirene, o la narrazione di un Paesello debole, debosciato, inefficiente e degenerato che per essere accettato dal  mondo progredito rialzandosi dalla palude, abdica a identità e indipendenza in modo da essere annesso sia pure in condizione di inferiorità a un dominio sovranazionale, proprio come raccomanda il nuovo signorotto, “cedendo sovranità propria al fine di per acquistare sovranità condivisa”.

E difatti che sollucchero quando Biden manda un salutino con la mano alla remota provincia, che gli serve come base, poligono di tiro, laboratorio diffuso per testare le armi che potrebbero compromettere il suo suolo patrio, che orgoglio quando  Ursula ci dà qualche scappellotto, promettendoci la carota condizionata, che fierezza quando emiri e sceicchi accolgono i nostri decisori in carica ed ex  che vanno col cappello in mano pieno di tratti di costa, quartieri urbani, palazzi storici da convertire in resort, squadre di calcio e piste da sci. Come succede da quando ci si compra così l’ammissione a un contesto cosmopolita, sperando che ci assolva per le nostre tare antropologiche, grazie all’Erasmus, alla libera circolazione dei capitali e del low cost, delle realtà parallele di Facebook e Netflix a buon titolo nel “paniere”, dell’onnipotenza che ci fa dialogare da un continente all’altro e l’impotenza che non ci consente di interagire con la Asl e l’Inps.

Gli  scricchiolii della compagine carolingia dell’Unione Europea, la velleitaria riscossa imperialistica di Biden che spingono verso un rafforzamento virtuale del dominio occidentale, proprio adesso che è così in crisi da sognare di coprire con cannoni e bombe le campane a morte e gli squilli di tromba che segnano l’arrivo  dei nuovi protagonisti sullo scenario mondiale, dovrebbe far capire che si sta scommettendo sui numeri sbagliati della roulette globale. E sconcerterebbe l’affidavit e l’atto di fede ai soliti padroni, in cambio di cambiali da scontare a caro prezzo, se non fosse esplicita la funzione subalterna di esecutore testamentario data al notaio e ai suoi cari, con la copertura di una ridicola masnada di gaglioffi chiamati a fare da becchini e scavafosse.

Per quello è venuta bene l’emergenza sanitaria, il laboratorio dove si potevano testare  gli effetti nefasti della globalizzazione, inquinamento e circolazione incontrollata di virus, privatizzazioni che hanno minato lo stato sociale, mentre è stata sperimentata la potenza della manipolazione e imposta la necessità dello stato di eccezione, il fantasma che il Novecento ha lasciato in eredità al presente, e che permette alla “politica” di rendere obbligatorio quello che in democrazia non era concesso e consentito,  creando un discrimine morale e culturale tra mentalità disposte alla semplificazione volontaristica di chi accetta tutto in nome del superiore diritto alla salute e alla sopravvivenza, fino alla rimessa totale a autorità incontrovertibili e mentalità inclini alla complessità raziocinante, e perciò oggetto di ostracismo da parte di un “regime” che ha superato il compromesso per realizzare la contraddizione accettabile.

Parlo di un regime che lavora per farci riconoscere lo stato di protettorato con la cooperazione demenziale di chi chiedeva porti aperti e di chi li chiudeva, di chi esigeva la cancellazione della prescrizione e dell’avvocato del cavaliere e degli zii putativi di Ruby, degli apostoli della questione meridionale insieme alla scrematura dei più anacronistici polentoni in grazia dell’autonomia regionale, di quelli che citavano Brecht sulla criminalità bancaria e di quelli che davano l’immunità ai babbi, di quelli che le banche è meglio rapinarle con quelli che rapinano attraverso le banche, e poi sindacati e i confindustriali come d’altra parte è già successo con il Jobs Act e il Primo Maggio in piazza.

È che grande è la confusione sotto il cielo, ma stavolta la situazione non è eccellente.


La tratta dei bancari

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è primavera nemmeno al tempi del colera nella quale ci sia stata risparmiata la lagna di gestori di stabilimenti balneari, imprese dell’agroalimentare, albergatori che esibiscono i cartelli e le inserzioni per la ricerca di personale, inevasa, a motivo, è questa la tesi imperante, delle richieste insensate di giovani viziati e indolenti che in attesa del reddito di cittadinanza preferiscono sopravvivere con la paghetta di papà e mammà.

Così si capisce la svolta dei sindacati che formano in indegno compromesso sociale con il padronato, il nutrimento dato per alimentare l’incompatibilità tra diritti e salari, la fine della speranza che potesse costituire un blocco sociale che integrasse il ceto medio impoverito, i lavoratori proletarizzati, i precari, i disoccupati, tanto hanno fatto presa i miti aberranti del neoliberismo che impedisce anche di immaginare qualcosa d’altro da questo e una consapevolezza portatrice del riscatto della dignità.

Così si capisce che è arduo disfarsi dei fumi tossici di una austerità ormai infiltrata nelle coscienze che si esprime con la necessaria accondiscendenza al sacrificio e alla rinuncia ad aspettative, vocazioni, talento in cambio di una mediocre sicurezza sia pure effimera e instabile, sicché viene condannata come  fosse una irrealistica pretesa la richiesta di remunerazioni dignitose, di condizioni di lavoro decenti, di trattamenti civili.

È uno dei frutti avvelenati della retorica consumata ogni giorno e a tutti i livelli sul target dei “giovani”, che a intermittenza vengono descritti come  fardello rancoroso di mammoni scontenti, bacino di consumatori da vezzeggiare, potenziale forza lavoro  da parcheggiare in modo da contenere scontento e potenziale utenza dello scontento da manovrare in modo da promuovere quei fermenti die margini che tanto preoccupano i sociologi progressisti.

Se c’è un contesto nel quale colpe e responsabilità collettive e pubbliche vanno di pari passo con quelle individuali e personali, è quello se pensiamo alla demolizione della scuola pubblica e dei suoi valori, ai delitti commessi contro l’università convertita in diplomificio di specialisti inadeguati a fare qualcosa di più che applicare un algoritmo o premere un tasto, ma anche se giudichiamo i comportamenti domestici attribuiti da sociologi e psicologi alla smania di risarcimento di generazioni che avevano patito per abitudini e  consumi severi e sobri, all’egemonia esercitata dalla società dello spettacolo e dei suoi impresari che ha promesso un quarto d’ora di notorietà senza fatica, senza impegno, senza studio.

È proprio una condanna alla banalità addentrarsi su questi temi così percorsi da essere abusati e quindi rimossi. Fin quando si leggono notizie che suonano l’allarme, malgrado innumerevoli trailer abbiano anticipato cosa ci aspetta e cosa stiamo lasciando fare.

E difatti mentre si accavallano i dati tragici sull’espulsione dal mercato del lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, sull’impossibilità di trovare un’occupazione anche precaria per giovani e donne e al tempo stesso si vagheggia della sospensione di istituti fondati sulla tolleranza di nuovi parassitismi, come il reddito di cittadinanza, mentre alle file del collocamento stanno per aggiungersi i Navigator che alla scadenza contrattuale di Marzo dovranno restituire la poderosa attrezzatura di dotazione: uno smartphone, il Sole 24Ore esulta per la singolare coincidenza grazie alla quale all’insediamento del mammasantissima bancario promosso a eroe borghese, corrisponde la lieta novella che i nostri istituti di credito sono in procinto di assumere 10.480  figure professionali, tra neolaureati, profili junior e figure con esperienza.

C’è da ringraziare ancora una volta il Covid che “ha accelerato la rivoluzione digitale” dunque, spingendo le banche a riorganizzarsi velocemente, oltre che con il “fisiologico” ricambio generazionale  con quello “culturale” che esige profili differenti da quelli tradizionali dei laureati in economia andando a attingere nel bacino degli ingegneri, dei software developer, degli informatici e dei fisici, in grado di favorire il trasferimento dell’operatività verso l’online, grazie all’applicazione di programmi informatici per la cyber security, per facilitare il lavoro in remoto e semplificare le operazioni bancarie in rete.

Ben venga, viene da dire, dopo mesi nei quali veniva generosamente concesso su appuntamento un fugace contatto con il funzionario nel corso delle poche ore di orario d’apertura, ben venga dopo che i postulanti che cercavano di accedere ai ristori e alle provvidenze entravano in un girone infernale di Comma 22, ben venga dopo che a fronte di elefantiache lentezze nel disbrigo di pratiche elementari da svolgere col pallottoliere, si sia ritrovata una velocità futurista nel ridare corso all’esazione di mutui, ben venga se pensiamo al prima, alla normalità di lunghe attese per via di blackout informatici che rivelavano l’inadeguatezza del personale a fare due più due.

Restano alcuni interrogativi aperti, quelli che riguardano il distanziamento sociale, che con tutta probabilità renderà ancora più impervio l’accesso dei comuni mortali alle opportunità creditizie, confinando il rapporto clientela e istituto al colloquio da remoto, mentre è legittimo sospettare che quello tra dirigenza e Vip possa svolgersi in sedi e contesti idonei anche dal punto di vista della profilassi, ristoranti aperti a pranzo, campi da golf, club esclusivi e sanificati. Su altri si può soprassedere, perché la soluzione finale in corso ha ormai limitato al minimo il target degli anziani costretti ad aprire il conto per il versamento della pensione, quegli analfabeti informatici condannati all’emarginazione da banche, Inps, uffici comunali, Asl.

Ma è proibito lamentarsi immaginando un futuro popolato di impiegati che avranno difficoltà anche a incontrarsi, amarsi e riprodursi, chiusi in casa davanti al desk o isolati in box disinfettati, impegnati in solipsistiche conversazioni con il desk della Cassa Rurale sognando di essere Gekko a Wall Street o il papà della Boschi all’Etruria, arroccati nel proprio piccolo ego nutrito in uno dei settori a più alta concentrazione di meriti e successi dinastici, inconsapevoli che di là dalla parete di cristallo c’è un altro io sfruttato che ha come unica possibilità di emancipazione l’appioppare fondi avvelenati, come altri più in alto hanno fatto sapientemente, nell’intimorire e ricattare, ma da remoto, né più né meno della manovalanza del racket.

Viene in mente la vignetta del geniale Novello nella quale si vede il giovinetto talentuoso avviato dai genitori alla composizione musicale, che nel segreto della  sua stanza tra spartiti e busti di Beethoven, si dedica invece agli amati studi di ragioneria e computisteria, come forse vorrebbe un sistema di istruzione che esige una formazione che avvii al lavoro, che specializzi nell’esecuzione di una mansione.

Ma si sa il lavoro richiede obbedienza e insieme l’abdicazione e valori sociali e principi morale, in nome della competitività che fa da caposaldo al nuovo cottimo nelle sue declinazioni digitali. C’è da essere ottimisti quindi se Intesa San Paolo  prevede di fare 3.500 assunzioni, in vista dell’acquisizione di UBI Banca, che “dismette”  5.000 dipendenti  grazie all’uscita volontaria per pensionamento o Fondo di Solidarietà, se Unicredit si propone di offrire posti a 2.600 persone, così come Credem che cerca 200 alti profili con lauree  “ Science, Technology, Engineering and Mathematics”,  le uniche che sanno mettere a frutto  le qualità sostitutive per un popolo di navigatori e potei: “dinamismo multidisciplinare, dimestichezza con il phigital, velocità di apprendimento e gusto per la formazione nel continuo, capacità relazionali online”.

Non so voi ma temo che si finirà per rimpiangere i tempi nei quali era diventato un modello da imitare il tycoon spregiudicato, l’intrallazzatore in perenne conflitto di interesse che prendeva per i fondelli le banche facendosi finanziare – proprio come gli impresari di Brodway coi polli da spennare –  le passerelle di Drive In, i suoi successi da cantante di piano bar passato a far ridere i G8 con le sue barzellette scollacciate, il presidente muratore che tirava su New Town come fossero il Lego.

Mentre adesso l’archetipo cui guardare è il capufficio di noi Fantozzi, il direttore di filiale che ci nega il prestito perché siamo improduttivi, il dirigente dell’Agenzia delle Entrate che ci manda gli ufficiali giudiziari, gli unici, come i pony di Amazon, abilitati a venirci a casa in barba al distanziamento.


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