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Il rottamato

renzi-berlusconi-patto-del-nazareno-575496La vecchia politica potrebbe prodursi nel maggior miracolo degli ultimi mille anni, oscurando i presunti prodigi di Lourdes, Fatima e Medjugorje messi insieme: quello di far provare un minimo di simpatia per Renzi, oggi vittima sacrificale di un sistema che lo aveva messo sugli altari. La sola possibilità che i Cinque Stelle possano in qualche modo spuntarla nel torneo elettorale getta in tale sconforto i partiti e partitini che si ritengono assunti a tempo indeterminato dalla mangiatoia Italia, da indurli a rottamare  il personaggio catalizzatore di tutto il malumore e la rabbia del Paese. Che il guappo di Rignano fosse stato abbandonato dalla stessa classe padrona che lo aveva portato sugli altari, è apparso chiaro fin dalla sconfitta al referendum costituzionale, ma in queste ultime settimane prima del voto la ripulsa assume aspetti paradossali e grotteschi, mentre nello stesso tempo svela tutta l’artificialità della “democratura” italiana.

Dopo essere stato scaricato alcuni giorni fa da Marchionne cui ha fatto tanti favori e poi da De Benedetti, tessera numero uno del Pd e probabilmente testa pensante della nascita del partito dietro lo schermo offerto da Veltroni, è il turno di Berlusconi di sostenere di essere stato deluso da Renzi: “è stato una promessa in cui molti hanno sperato, a partire dal sottoscritto, che poi però non si è concretizzata”. Sembra niente, è invece questa presa di distanza costituisce una sorta di confessione pubblica del Paese politico: come è possibile che in Renzi sperasse sia la sinistra (si fa per dire ovviamente) rappresentata dal Pd e persino da Sel (oggi scomparsa), sia la destra berlusconiana, sia il capo reale del padronato italiano? Come è possibile questa polivalenza  e questa ambiguità di rappresentanza politica? Semplicemente per il fatto che il rottamatore leopoldesco era nient’altro che una faccia nuova sbattuta in prima pagina per simulare una qualche discontinuità e nello stesso tempo continuare in serena tranquillità con lo scasso dei diritti del lavoro e la svendita di sovranità.

E di certo viste le circostanze che lo hanno portato alla guida del Pd,  dette e ridette in decine di post su questo blog, fanno pensare che la scelta del “palo” neoliberista non sia stata solo un affare interno, ma sia passata attraverso l’imprimatur dei poteri reali, da quelli finanziari ed europei fino alla cresima officiata niente meno che da Tony Blair in un ristorante fiorentino. Si doveva cambiare dopo la stagione montiana e quella dello scialbissimo Letta, ma senza rischiare che davvero qualcosa mutasse davvero. Purtroppo il guappo, irresistibilmente trasportato dalla sua natura ha interpretato l’investitura come uno scambio tra la sua assoluta fedeltà ai diktat europeo – finanziari e la mano libera per lui e la sua banda dentro le opcacità interne del sistema Italia, come direbbero gli ex cortigiani degli Agnelli: l’affare delle banche insegna, ma avrebbero potuto essere didattiche anche le “prodezze” in fatto di spesa compiute durante il mandato come presidente della provincia e di primo cittadino di Firenze o ancora con i comportamenti da padroncino delle ferriere nei confronti dei precarissimi dipendenti al tempo delle aziendine di strillonaggio messe in piedi da babbo Tiziano.

Tutto questo groviglio della peggiore Italia periferica si è rivelato qualche mese fa quando invece di cospargersi il capo di cenere e di liberarsi del suo cerchio magico composto da incompetenti assoluti e maneggioni di ogni tipo, Renzi pur di salvare l’altra metà del cielo piddino, ovvero Maria Elena Boschi, ha trascinato il partito nell’operazione suicida di mettere sotto accusa gli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob per la vicenda di Banca Etruria. Tuttavia non è con il tramonto di Renzi e della sua banda che tutto si sia risolto,  questo è solo ciò che ci vogliono far credere abbattendo la statuetta votiva che avevano eretto al guappo: tutto continua esattamente come prima, anche senza le grida e gli schiamazzi di un ceto dirigente improvvisato e preda di etilismo da potere, rovesciatosi  nei salotti buoni dell’establishment. Le facce nuove e fresche messe a capo di un disegno vecchio e insolente, voluto dagli inesistenti mercati, non si sono rivelate all’altezza: hanno trasformato l’immediatezza in tracotanza, la rottamazione in affari familiari, il nuovo in una presa in giro oltre che in una vuotaggine espressiva, i presunti progetti in caos ruspante e truffaldino. Ma questo pericolo era insito in un’operazione che di politico non aveva nulla, che era solo lo spettacolo della democrazia offerto agli astanti, ma senza idee  e programmi che non fossero scritti dagli amanuensi del neoliberismo. Che poi i protagonisti superficialmente scritturati per questa farsa drammatica non conoscessero proprio bene l’ortografia della subalternità politica e non l’abbiano imparata nemmeno dopo adesso sembra quasi un incidente, qualcosa persino di perdonabile: sono gli impresari di questo spettacolo che andrebbero cancellati.

 

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Pagherete caro, pagherete tutto: parola di Bce

BAIL-IN-prelievo-forzoso-banche-CONTI-CORRENTINel novembre scorso l’oligarchia europea ha gettato la maschera e lo ha fatto tramite  un inquietante documento della Bce in cui in sostanza si sostiene che in caso di crisi bancaria a pagare e a rimediare alle malefatte non dovrebbero essere solo azionisti, obbligazionisti e correntisti per le cifre superiori ai 100 mila euro, ma tutti i depositanti i quali dovrebbero soggiacere a una “disciplina” che impedisce loro di ritirare denaro  e di accedere ai conti se non per cifre determinate. Questo per evitare per quanto possibile sia che i governi possano intervenire nel salvataggio mettendo a rischio i diktat di bilancio, sia per allontanare la possibilità che i clienti ritirino massicciamente i loro depositi e insomma per far pagare a tutti i depositanti, anche quelli con somme modeste errori e le colpe dei banchieri che sono del tutto al di fuori delle responsabilità dei piccoli risparmiatori, anzi dei cittadini comuni.

Questa è la giustizia e la morale del liberismo: proteggere sempre e comunque chi è ricco e chi è potente. Ma ci sono tre cose inquietanti da segnalare riguardo a questo documento uscito ai primi di novembre: la prima  è che le proposte di variazione in tema di bail – in vanno molto oltre la politica e monetaria cui la Banca centrale europea dovrebbe attenersi, mostrando benissimo chi è comanda, non certo quei cazzi buffi che compaiono in Tv a dire castronerie che nemmeno capiscono e che vanno sotto il nome di politici, quando invece sono soltanto impiegati. La seconda è che il riferimento ideale e concreto di queste manipolazioni della Bce è con chiarezza cristallina proprio l’Italia dove le crisi bancarie conclamate non mancano e dove il sistema creditizio è quanto mai debole anche grazie all’opera di una politica a dir poco opaca. La terza è che di solito queste intenzioni e proposte non vengono inserite per ovvi motivi nei documenti ufficiali, ma rimangono ben protette nelle stanze dei bottoni per essere poi attuate a ridosso degli eventi che si vogliono controllare per evitare che esse possano suscitare paure e contromosse, anche con tutte le difficoltà di superare la barriera di silenzio e di contraffazione dell’informazione maistream.

Dunque è piuttosto strano che un provvedimento di tipo cipriota figuri in maniera così chiara tra le linee guida della Bce, a meno che la rivelazione non sia voluta proprio per creare quel tanto di paura e di incertezza che spinga i correntisti a spendere in beni concreti e magari pure a indebitarsi per evitare il pericolo di veder andare in fumo i pochi risparmi per la crisi della propria banca Lo dico subito, è solo un’ipotesi che faccio in proprio e senza alcuna pezza d’appoggio se non qualche vocina incontrollata e incontrollabile, ma tenendo conto del fatto che tutte le organizzazioni finanziarie prevedono una diminuzione rapida della cosiddetta crescita in Europa che infatti già si è annunciata nell’ultimo quadrimestre, che la Banca dei regolamenti internazionali esprima il timore in una nuova tempesta, ancora peggiore di quella del 2008, che persino da Goldman vengono avvertimenti, sia pure ambigui e contraddittori sulle bolle borsistiche e inviti a giocare al ribasso, la Bce abbia rivelato i propri piani per recuperare nuova legna monetaria da buttare nel falò del Pil in maniera da sostenere in qualche modo sia la bolla borsistica che quella politica, proprio quando si avvicina la fine del quantitative easing che non ha avuto altro effetto se non quello di finanziarie le più assurde speculazioni, visto che nessuna regolamentazione è intervenuta dopo il 2008 ad arginare il casinò globale, nonostante le promesse e i giuramenti.

Il sistema insomma comincia a raschiare il fondo del barile alla ricerca di nuovo carburante e di certo l’Europa, ma l’Italia in particolare contengono i maggiori giacimenti residuali di risparmio con i quali controbilanciare almeno per il momento lo stratosferico debito privato degli Usa gran parte del quale è a forte rischio, fake credit tanto per fare il verso alle estensiobi informative dei padroni del denaro. Ad ogni buon conto poiché tutti sanno o possono immaginare che si tratta soltanto di pezze a colore messe per nascondere i buchi di un sistema ingiusto e inefficiente che brucia molte più risorse di quanto non ne crei, come un motore che appare sofisticato, ma è dal punto di vista della termodinamica assolutamente primitivo, si mettono a punto gli strumenti per far pagare tutto ai cittadini e ai poveracci lasciando per quanto possibile indenni le elites di comando sulla loro arca.


Era meglio regalargli il trenino elettrico

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Più affine a un corteo, con relativa ostensione di santo o reliquia locali durante il funerale di un boss, che alla visita pastorale di un notabile democristiano ai tempi di Lauro, il pellegrinaggio del divo pop ormai stonato, ha fatto tappa nella  chiesa paleocristiana di Pompei, all’insaputa peraltro della Curia tratta in inganno da una subdola richiesta di mettere a disposizione la parrocchia in occasione della Borsa mediterranea per il turismo archeologico, celebrazione anche quella inadatta alla location, ma certamente meno inappropriata dell’omelia di Renzi davanti a un prestigioso parterre di fedelissimi – è proprio il caso di dirlo –  guidato da De Luca.

Pochi giorni prima sempre lui si era recato in una scuola di Pescara -invitato da una dirigente beneficata dalla sua riforma? dove si è intrattenuto con un nugolo di ragazzini cui lo accomuna una giocosa e infantile indole alla marachella,  oltre che una scarsa inclinazione allo studio. E  pare che abbia usato con loro le stesse parole impiegate nel dicembre scorso quando minacciò gli italiani di “prenderli per mano per cambiare il futuro”.

Pare sia stato dissuaso dal somministrare parole di speranza ai degenti di qualche nosocomio, magari a Siena dove ai tagli alle prestazioni si è aggiunto proprio ieri il crollo di un controsoffitto in testa ai malati. O forse non ne abbiamo avuto notizia, perché sarà parso troppo perfino per quella corte di devoti leccaculo che lo accompagna per elargirci poi delicati resoconti del suo tour.

Mai avevamo assistito a tale  spudorata esibizione di tracotanza da parte di un perdente, molto fischiato ma incrollabile nel cercare un superstite consenso tra vecchi famigli, tra sciagurati che ancora sperano nell’arrivo di una mancetta,  tra maggiorenti minori. Nemmeno quando altri cinghiali, altri squali  si dibattevano seppur colpiti a morte, menando botte e fendenti.

Macché, l’irriducibile continua a sproloquiare, in un delirio di rinfacci, avvertimenti trasversali e intimidazioni camorriste,  mettendoci la sua faccia di tolla come da copione e la sua ineffabile prosopopea: instancabile produttore di  bugie,  preferibilmente erogate via twitter, deplora chi fa battaglia politica coi fake, timoniere di un equipaggio di impresentabili si mette a impartire lezioni di antimafia elettorale, uscere in livera di banche criminali si atteggia a ombudsman in difesa di risparmiatori truffati.

È ormai una sagoma, soprattutto quando ci invita a schierarci al suo fianco contro gli infami populismi.

Proprio lui che di quella colpa più vergognosa si è macchiato fin dagli esordi: facendo man bassa del disincanto e della sfiducia, del rancore, della smania di risarcimento, della frustrazione sociale per sommergere con la sua retorica da imbonitore televisivo o di venditore di telefonini i superstiti valori democratici, proponendo l’impiego rottamatore della vendetta e della rottura di antichi patti generazionali. Il ragazzotto prodigio un prodigio l’ha compiuto accreditandosi come altro rispetto al grillismo, al lepenismo, al salvinismo: operazione che gli è riuscita perché il suo vuoto poteva essere di volta in volta riempito da tutto e dal contrario di tutto, lui perfetto cliente in fola in attesa del nuovo smartphone, lui  che quando si presenta alle camere si rivolge solo alle telecamere, lui che finge di umiliare la casta per costituire un suo ceto personale che cancelli stati intermedi e rappresentanza, lui, insomma.

Sempre lui, che interpreta il perfetto paradosso di un populismo senza popolo, a cominciare dalle sue origini caratterizzate da opachi addentellati con la politica e l’affarismo locale, dalle sue arrampicate di piccolo arrivista di provincia che aspira a frequentare Ad e manager, broker e banchieri, autori di romanzacci e salumieri di grido, lui che interpreta il Mister Smith a Washington, blandendo tutti i candidati per accaparrarsi un posto a tavola nel prosieguo. Sempre  lui che sogna di trasformare la sua Leopolda in Davos o Cernobbio, lui che a  fronte della totale accondiscendenza ai diktat imperiali, offre al popolo, nemmeno a tutto, una carità di 80 euro.

Sempre lui che non si arrende all’amara sorpresa che al suo “populismo dall’alto” il popolo non crede.

In quel dies irae i giovani hanno votato No all’81% (secondo l’indagine Quorum), condannando i supporter della riforma epocale a tornare nell’ambito della biasimata e detestata egemonia dell’establishment, i poveri hanno dimostrato che non si accontentano della beneficenza una tantum, che la geografia del malessere, sud in testa, non si accontenta dei suoi stilemi sull’equità.

In quel dies irae gli è stato rivelato che abbiamo capito in tanti che la malattia della democrazia non è una patologia senile, di un sistema politico che invecchia senza crescere, malato di troppa partecipazione, affetto dal carico eccessivo di troppi diritti, a cominciare da quello di voto, e dalla schiera di nuovo pretendenti a una cittadinanza  consunta  e limitata, sofferente per la pretesa di controlli dal basso che si esprimono ostacolando libera iniziativa e imprenditorialità spregiudicata,

I fischi e gli sberleffi che hanno accompagnato il suo tragitto che ci si augura si concluda nella gogna e poi nell’oblio, devono dimostrargli che quel dies irae non è un giorno della memoria del riscatto e della collera, ma solo l’inizio.

 

 


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