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Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


Colao di cemento

plis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sono incontrati per caso in un localino dove si favoleggia che Allen vada a suonare il clarinetto, hanno bighellonato un po’, ma piove a dirotto così si sono baciati sotto il tendone dell’Hotel Algonquin davanti al portiere gallonato e hanno capito che non possono lasciarsi più. È quello il momento in cui lui pronuncia la fatidica frase di ogni copione d’amore: da te o da me?

E a questo punto del film ve li immaginate mentre corrono per mano diretti nell’attico di Manhattan degli avvocati di Suits, oppure in uno quei loft dei creativi di Bushwick, o nel duplex di qualche emula delle eroine di Sex and the city, pieno di libri, souvenir etnici e scarpe di Manolo Blahink in mostra come quelle di Tristan Tzara.

Macchè. La crisi abitativa nella Grande Mela dominata dalla finanza che ha assunto le proporzioni di una emergenza umanitaria per milioni di sfrattati convertiti in senzatetto (a due anni dalla crisi del 2008 erano oltre 9 milioni), ma ha colpito anche il ceto medio, i professionisti, i Gekko’s boys.

Chiamano studio le stanze diventate case in palazzoni frazionati e fatiscenti, con i magazzini convertiti in dimore grazie allo stile gritty, si lavano i panni in lavanderie e gettone non per fare incontri, ma perché non c’è lo spazio per gli elettrodomestici, e tutti sono costretti a una vita di relazioni coatta dentro casa e all’esterno, dividendo l’appartamento con altri, frequentando bar, locali, spazi pubblici fuori dalle abitazioni anguste e consegnandosi allo sfruttamento delle piattaforma, quello di Airbnb con il suo turismo di transito che ha contribuito largamente alla trasformazione della città in merce.

L’animale metropolitano che aveva scelto di andare  nei quartieri residenziali immersi nel verde dei suburbs, sono tornati per il costo della benzina, gli orari di lavoro schiavistici per raccogliere al sfida della competitività, l’impossibilità di far fronte ai mutui delle villette acquistate durante le bolle immobiliari. E la speculazione sceglie il modello caduto in disuso nel Terzo Mondo esterno, proponendo grattacieli – proprio come a Milano:  nel solo 2019 sei mega-torri si sono aggiunte alle quattro che avevano cambiato lo skyline della città. E si deve al premio Nobel per la pace l’uso del piccone demolitore che ha abbattuto enormi edifici popolari degradati sostituiti da costruzioni nuove nelle quali ha trovato alloggio meno del 10% dei precedenti inquilini.

Il sogno americano si è infranto nelle città, e dire che la proprietà della casa era uno dei pilastri della “cittadinanza”  e lo sapeva bene Roosevelt che quattro anni dopo quella che continuiamo a chiamare ostinatamente la Grande crisi, anche quella cominciata con l’esplosione della bolla immobiliare, ebbe la determinazione di avviare  un programma  grazie a tre leggi,   per lo stanziamento di fondi per l’edilizia e aiuti per l’acquisto della casa pari a quasi 1000 miliardi di oggi, più meno quello che nell’altra Grande Crisi del 2008  è servito per il salvataggio della maggiori banche.

Il fatto è che come ha detto qualcuno lo stile di vita americano è una peste che contagia e colonizza anche l’immaginario, che le  sue bolle immobiliari sono arrivate prima del virus, che il sogno ha rivelato il carattere di un incubo: negli Usa sono oltre 40 milioni gli indigenti, con il tasso di povertà più alto tra i Paesi Ocse, adesso staremo a vedere come il modello di “sviluppo” del nostro irrinunciabile alleato in ogni guerra, combinato con il Covid 19 inciderà su quel diritto inalienabile che è il “tetto”, l’abitare in sicurezza e con dignità.

Intanto sappiamo già che l’atteso Piano Colao, una sorta di cronoprogramma da qui al 2022 che lo stesso Colao ha avuto modo di costruire lavorando alacremente anche con i tecnici del Mef, di palazzo Chigi e dello Sviluppo Economico, così recitano i quotidiani, ha l’ambizione  di “trasformare i costi della crisi in opportunità e quindi in investimenti per modernizzare il Paese e renderlo più efficiente”.

Sarà per quello che lo sforzo creativo ha da subito eliminato le voci scuola, fisco, sanità, servizi dalla mission della task force,  concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture materiali e digitali, ovvero banda larga, con un occhio di riguardo per le donne “penalizzate  dal lockdown” che potranno beneficiare di un prolungamento vantaggioso del precariato da casa, ma anche ponte sullo Stretto, riforma della Pa per renderla più agile, digitalizzazione diffusa che potrà contribuire al consolidamento dello stormworking, motore di licenziamenti, contratti anomali, part time, isolamento e di conseguenza cancellazione preventiva di ogni forma di resistenza collettiva allo sfruttamento.

Se qualcuno ha avuto paura che Pappalardo e Salvini e la Meloni minacciassero la democrazia, vuol proprio dire che sta sottovalutando la potenza golpista di Confindustria, dell’Ance, dell’impotenza e incapacità dei comuni che da anni usano gli oneri di urbanizzazione per coprire i deficit di bilancio invece di dare un tetto, del “costruttivismo” governativo che affida al Piano Choc la rinascita tramite cemento e grandi opere, se qualcuno si è illuso che dopo la catastrofe sociale cominciata prima e poi rivelata dal Virus, si cambiasse il format per la spesa pubblica, adesso dovrà svegliarsi con le trombe dell’apocalisse dei salvati.

Quelli che non hanno lavorato in qualità di eroi al servizio dei resistenti sul sofà, molti di quelli che hanno sopportato il domicilio coatto stipati in case piccole, senza internet e dunque rei di togliere ai figli il diritto all’istruzione, quelli che ancora in attesa della cassa integrazione e che tra poco dovranno far fronte ai fitti rinviati, ai mutui generosamente sospesi, alle bollette di Acea che presto si faranno  minacciose, non avranno il loro new deal.

Ci hanno già fatto capire che se ricostruzione deve essere ricostruzione sarà, in modo da investire in nuove edificazioni, invece di utilizzare i milioni di vani disabitati e fatiscenti prima di essere completati, quelli che ci sono, inutili, dietro le tetre teatrali sulla Cristoforo Colombo, al Giambellino, a Porta Nuova, in modo da appagare la bulimia di mattoni di un mondo di impresa che  sa fare affari solo con l’aiuto dello stato, a spese e contro gli interessi dei suoi cittadini, tirando su palazzoni, ponti, barriere mobili, corsie e viadotti dove nessuno andrà o passera chiuso nella sua personale galera di debiti, umiliazioni, ricatti.

I nuovi apostoli della decrescita dopo il Covid19, in preda a un lirismo arcadico posseduti dal quale ci narrano della bellezza dei piccoli borghi, del ritorno alle radici contadine raccomandiamo un gira di “istruzione” nel cratere del sisma, a chi vuole dimostrarci che è il sistema finanziario e bancario il soggetto ideale per la gestione della spesa pubblica, compresa quella “sociale” ricordiamo che già oggi i comuni sono governati della banche, che esigono, come nella Capitale, di rientrare della loro incauta esposizione: Unicredit deve rifarsi del finanziamento verso il gruppo proponente dello Stadio della Roma (180 milioni) e dell’ex Fiera di Roma (altri 180 milioni), a Milano bisogna rimettere in moto le trasformazioni e le “valorizzazione” a beneficio dei fondi degli emirati.

E finisce che è così che si decidono le priorità da imporre ai cittadini e le politiche urbanistiche “liberalizzate” per appagare gli appetiti viraci della finanzia immobiliare, dei players del commercio e del turismo diventato la principale industria pesante delle città d’arte.

Pare che non riusciremo nemmeno a realizzare la distopia del Terzo Reich che nel processo di germanizzazione del mondo assegnava all’Italia la funzione di relais diffuso, di parco per i divertimenti culturali dei tedeschi ricchi, tale è la rovina dei luogi e quella morale nella quale ci hanno confinati.

 

 


Viva l’amore

meme-conte-il-decretoE’ la classica situazione in cui si dovrebbe dire con Flaiano che la situazione è gravissima ma non seria. Conte, l’uomo che rimane a Palazzo Chigi solo grazie a un virus mediatico, rappresentando egli stesso la vera patologia italiana fatta di barbarie, cinismo e paura, ci prende allegramente in giro con scaltre battute da sacrestia: ora chiede alla banche ” un atto di amore”. Dopo aver annunciato  una valanga di 400 miliardi per soccorrere un’economia distrutta dalle misure in assoluto più severe e peraltro inutili  contro il coronavirus, si è scoperto che ne aveva stanziato in realtà uno e mezzo, che il resto era solo denaro virtuale, una garanzia di firma  dello stato per i prestiti delle banche ai cittadini e alle aziende  in difficoltà. Una volta  fatta l’amara scoperta che non si trattava di denari a fondo perduto, ha fatto credere che almeno i prestiti sarebbero stati praticamente incondizionati e invece le banche non hanno affatto aperto così facilmente i cordoni della borsa, hanno chiesto chiedono garanzie esattamente come prima, anzi forse peggio perché per i nuovi prestiti a persone che hanno avuto delle perdite secche, hanno richiesto il rientro dai prestiti precedenti prima di emettere i nuovi con la garanzia statale. Insomma non hanno poi tanta voglia di mettere denaro in mano ai cittadini sia  perché hanno modi più profittevoli per impiegarlo, sia perché la gran parte dei prestiti al posto di conferimento incondizionato di denaro, non porterà che a fallimenti a catena, soprattutto se si continuerà nella segregazione ad oltrenza per l’influenza.

Così adesso il coronapremier, messo all’angolo dalle sue stesse balle e dai suoi dpcm, dai suoi esperti e dalle sue task force, implora dalle banche un impossibile e ipocrita atto di amore che almeno gli salvi la faccia. E del resto non può allentare davvero la segregazione e la diffusione della paura perché che sono ormai l’unico motivo per cui è ancora in sella: i motivi sanitari passano in secondo piano anche se li fa enfatizzare dai tromboni di cui sempre Flaiano direbbe “comincia il medio-evo degli specialisti. Oggi anche il cretino è specializzato”  anche a costo di sparare orrende bufale come quella sull’aumento dei contagi in Germania, anzi sa benissimo che la gente sottobanco si muove parecchio nelle grandi città, che la segregazione è al tempo stesso una follia e una bugia, un’equilibrio instabile tra paura e necessità che finirà per esplodere, nonostante la falsa conta dei morti quotidiana, un falso di cui prima o poi si dovrà chiedere conto ai responsabili. Del resto anche l’informazione estera, dopo un periodo nel quale l’Italia è stata lodata come “maestra” nelle misure di contenimento del virus si va accorgendo che le misure prese sono eccessive nel numero e nella qualità delle restrizioni, nell’ampiezza territoriale e nel perdurare oltre il ragionevole, così ora sta cominciando a prenderci in giro. Ma Conte chiede amore alle banche, mentre si occupa di distinguere tra fidanzati, trombamici, conoscenti e amicizie “vere” in un trionfo finale di stupidità decretizia e sta lì fin che può, facendo preconizzare ai suoi virologi improvvisati le seconde e le terze ondate finché potrà contare sulla complicità di tutto il milieu politico di maggioranza e opposizione che è stato travolto dalla narrazione pandemica, che fa i suoi affari su app e mascherine e chissà cos’altro nel campo della sanità e delle grandi opere, ma che intanto ha spinto Conte a farsi tiranno per una stagione non impegnando il Parlamento nelle “grida” anti costituzionali emesse dal governo. Del resto lo scopo di legarci al Mes è stato raggiunto e tutti sono contenti.

Certo era difficile immaginare che si arrivasse ad una situazione così ridicola e così drammatica, in una sorta di sospensione costituzionale persino nell’ambito di un movimento generale promosso dalle elite del denaro, teso alla diminuzione della democrazie e al controllo massivo dei cittadini. Ai quali tra breve non resterà che appellarsi ad un atto di amore delle banche, dei miliardari e dei tecnocrati per poter campare. Altro che virus.

 


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