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Pagherete caro, pagherete tutto: parola di Bce

BAIL-IN-prelievo-forzoso-banche-CONTI-CORRENTINel novembre scorso l’oligarchia europea ha gettato la maschera e lo ha fatto tramite  un inquietante documento della Bce in cui in sostanza si sostiene che in caso di crisi bancaria a pagare e a rimediare alle malefatte non dovrebbero essere solo azionisti, obbligazionisti e correntisti per le cifre superiori ai 100 mila euro, ma tutti i depositanti i quali dovrebbero soggiacere a una “disciplina” che impedisce loro di ritirare denaro  e di accedere ai conti se non per cifre determinate. Questo per evitare per quanto possibile sia che i governi possano intervenire nel salvataggio mettendo a rischio i diktat di bilancio, sia per allontanare la possibilità che i clienti ritirino massicciamente i loro depositi e insomma per far pagare a tutti i depositanti, anche quelli con somme modeste errori e le colpe dei banchieri che sono del tutto al di fuori delle responsabilità dei piccoli risparmiatori, anzi dei cittadini comuni.

Questa è la giustizia e la morale del liberismo: proteggere sempre e comunque chi è ricco e chi è potente. Ma ci sono tre cose inquietanti da segnalare riguardo a questo documento uscito ai primi di novembre: la prima  è che le proposte di variazione in tema di bail – in vanno molto oltre la politica e monetaria cui la Banca centrale europea dovrebbe attenersi, mostrando benissimo chi è comanda, non certo quei cazzi buffi che compaiono in Tv a dire castronerie che nemmeno capiscono e che vanno sotto il nome di politici, quando invece sono soltanto impiegati. La seconda è che il riferimento ideale e concreto di queste manipolazioni della Bce è con chiarezza cristallina proprio l’Italia dove le crisi bancarie conclamate non mancano e dove il sistema creditizio è quanto mai debole anche grazie all’opera di una politica a dir poco opaca. La terza è che di solito queste intenzioni e proposte non vengono inserite per ovvi motivi nei documenti ufficiali, ma rimangono ben protette nelle stanze dei bottoni per essere poi attuate a ridosso degli eventi che si vogliono controllare per evitare che esse possano suscitare paure e contromosse, anche con tutte le difficoltà di superare la barriera di silenzio e di contraffazione dell’informazione maistream.

Dunque è piuttosto strano che un provvedimento di tipo cipriota figuri in maniera così chiara tra le linee guida della Bce, a meno che la rivelazione non sia voluta proprio per creare quel tanto di paura e di incertezza che spinga i correntisti a spendere in beni concreti e magari pure a indebitarsi per evitare il pericolo di veder andare in fumo i pochi risparmi per la crisi della propria banca Lo dico subito, è solo un’ipotesi che faccio in proprio e senza alcuna pezza d’appoggio se non qualche vocina incontrollata e incontrollabile, ma tenendo conto del fatto che tutte le organizzazioni finanziarie prevedono una diminuzione rapida della cosiddetta crescita in Europa che infatti già si è annunciata nell’ultimo quadrimestre, che la Banca dei regolamenti internazionali esprima il timore in una nuova tempesta, ancora peggiore di quella del 2008, che persino da Goldman vengono avvertimenti, sia pure ambigui e contraddittori sulle bolle borsistiche e inviti a giocare al ribasso, la Bce abbia rivelato i propri piani per recuperare nuova legna monetaria da buttare nel falò del Pil in maniera da sostenere in qualche modo sia la bolla borsistica che quella politica, proprio quando si avvicina la fine del quantitative easing che non ha avuto altro effetto se non quello di finanziarie le più assurde speculazioni, visto che nessuna regolamentazione è intervenuta dopo il 2008 ad arginare il casinò globale, nonostante le promesse e i giuramenti.

Il sistema insomma comincia a raschiare il fondo del barile alla ricerca di nuovo carburante e di certo l’Europa, ma l’Italia in particolare contengono i maggiori giacimenti residuali di risparmio con i quali controbilanciare almeno per il momento lo stratosferico debito privato degli Usa gran parte del quale è a forte rischio, fake credit tanto per fare il verso alle estensiobi informative dei padroni del denaro. Ad ogni buon conto poiché tutti sanno o possono immaginare che si tratta soltanto di pezze a colore messe per nascondere i buchi di un sistema ingiusto e inefficiente che brucia molte più risorse di quanto non ne crei, come un motore che appare sofisticato, ma è dal punto di vista della termodinamica assolutamente primitivo, si mettono a punto gli strumenti per far pagare tutto ai cittadini e ai poveracci lasciando per quanto possibile indenni le elites di comando sulla loro arca.

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Era meglio regalargli il trenino elettrico

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Più affine a un corteo, con relativa ostensione di santo o reliquia locali durante il funerale di un boss, che alla visita pastorale di un notabile democristiano ai tempi di Lauro, il pellegrinaggio del divo pop ormai stonato, ha fatto tappa nella  chiesa paleocristiana di Pompei, all’insaputa peraltro della Curia tratta in inganno da una subdola richiesta di mettere a disposizione la parrocchia in occasione della Borsa mediterranea per il turismo archeologico, celebrazione anche quella inadatta alla location, ma certamente meno inappropriata dell’omelia di Renzi davanti a un prestigioso parterre di fedelissimi – è proprio il caso di dirlo –  guidato da De Luca.

Pochi giorni prima sempre lui si era recato in una scuola di Pescara -invitato da una dirigente beneficata dalla sua riforma? dove si è intrattenuto con un nugolo di ragazzini cui lo accomuna una giocosa e infantile indole alla marachella,  oltre che una scarsa inclinazione allo studio. E  pare che abbia usato con loro le stesse parole impiegate nel dicembre scorso quando minacciò gli italiani di “prenderli per mano per cambiare il futuro”.

Pare sia stato dissuaso dal somministrare parole di speranza ai degenti di qualche nosocomio, magari a Siena dove ai tagli alle prestazioni si è aggiunto proprio ieri il crollo di un controsoffitto in testa ai malati. O forse non ne abbiamo avuto notizia, perché sarà parso troppo perfino per quella corte di devoti leccaculo che lo accompagna per elargirci poi delicati resoconti del suo tour.

Mai avevamo assistito a tale  spudorata esibizione di tracotanza da parte di un perdente, molto fischiato ma incrollabile nel cercare un superstite consenso tra vecchi famigli, tra sciagurati che ancora sperano nell’arrivo di una mancetta,  tra maggiorenti minori. Nemmeno quando altri cinghiali, altri squali  si dibattevano seppur colpiti a morte, menando botte e fendenti.

Macché, l’irriducibile continua a sproloquiare, in un delirio di rinfacci, avvertimenti trasversali e intimidazioni camorriste,  mettendoci la sua faccia di tolla come da copione e la sua ineffabile prosopopea: instancabile produttore di  bugie,  preferibilmente erogate via twitter, deplora chi fa battaglia politica coi fake, timoniere di un equipaggio di impresentabili si mette a impartire lezioni di antimafia elettorale, uscere in livera di banche criminali si atteggia a ombudsman in difesa di risparmiatori truffati.

È ormai una sagoma, soprattutto quando ci invita a schierarci al suo fianco contro gli infami populismi.

Proprio lui che di quella colpa più vergognosa si è macchiato fin dagli esordi: facendo man bassa del disincanto e della sfiducia, del rancore, della smania di risarcimento, della frustrazione sociale per sommergere con la sua retorica da imbonitore televisivo o di venditore di telefonini i superstiti valori democratici, proponendo l’impiego rottamatore della vendetta e della rottura di antichi patti generazionali. Il ragazzotto prodigio un prodigio l’ha compiuto accreditandosi come altro rispetto al grillismo, al lepenismo, al salvinismo: operazione che gli è riuscita perché il suo vuoto poteva essere di volta in volta riempito da tutto e dal contrario di tutto, lui perfetto cliente in fola in attesa del nuovo smartphone, lui  che quando si presenta alle camere si rivolge solo alle telecamere, lui che finge di umiliare la casta per costituire un suo ceto personale che cancelli stati intermedi e rappresentanza, lui, insomma.

Sempre lui, che interpreta il perfetto paradosso di un populismo senza popolo, a cominciare dalle sue origini caratterizzate da opachi addentellati con la politica e l’affarismo locale, dalle sue arrampicate di piccolo arrivista di provincia che aspira a frequentare Ad e manager, broker e banchieri, autori di romanzacci e salumieri di grido, lui che interpreta il Mister Smith a Washington, blandendo tutti i candidati per accaparrarsi un posto a tavola nel prosieguo. Sempre  lui che sogna di trasformare la sua Leopolda in Davos o Cernobbio, lui che a  fronte della totale accondiscendenza ai diktat imperiali, offre al popolo, nemmeno a tutto, una carità di 80 euro.

Sempre lui che non si arrende all’amara sorpresa che al suo “populismo dall’alto” il popolo non crede.

In quel dies irae i giovani hanno votato No all’81% (secondo l’indagine Quorum), condannando i supporter della riforma epocale a tornare nell’ambito della biasimata e detestata egemonia dell’establishment, i poveri hanno dimostrato che non si accontentano della beneficenza una tantum, che la geografia del malessere, sud in testa, non si accontenta dei suoi stilemi sull’equità.

In quel dies irae gli è stato rivelato che abbiamo capito in tanti che la malattia della democrazia non è una patologia senile, di un sistema politico che invecchia senza crescere, malato di troppa partecipazione, affetto dal carico eccessivo di troppi diritti, a cominciare da quello di voto, e dalla schiera di nuovo pretendenti a una cittadinanza  consunta  e limitata, sofferente per la pretesa di controlli dal basso che si esprimono ostacolando libera iniziativa e imprenditorialità spregiudicata,

I fischi e gli sberleffi che hanno accompagnato il suo tragitto che ci si augura si concluda nella gogna e poi nell’oblio, devono dimostrargli che quel dies irae non è un giorno della memoria del riscatto e della collera, ma solo l’inizio.

 

 


Federalismo del mio Stivale (in attesa del peggio)

damiens_tortureNei giorni scorsi non mi sono occupato per niente dei referendum in Lombardia e Veneto, riedizione in fotocopia del vecchio federalismo finito in ruberie, illusione egoistica diffusa a piene mani da un ceto di maneggioni ridotti a giocare col fuoco pur di rimanere in sella, nonostante gestioni opache e poco significative, magari con la speranza di spostarsi a Roma.  Ma oggi ad urne chiuse vale la pena parlarne non tanto a seguito dei risultati che evidenziano un flop in Lombardia e un’ affermazione in Veneto, ma non per le ragioni semplicistiche che esse esprimono sul piano contabile, quanto per  i nodi che loro malgrado mettono allo scoperto e che sono radicalamente differenti rispetto a vicende come quella catalana: soprattutto l’attualità antropologica e sociale di stampo neo liberista che si sottrae alla solidarietà all’interno di un Paese e che viene  rafforzata e sdoganata dallo svilimento delle realtà nazionali, delle piccole patrie e degli stati in vista della magna Europa, propalata dalle elites globaliste e persino dai loro sorprendenti chierichetti di una sinistra beghina che confonde l’internazionalismo d’antan con il globalismo neo liberista. Dall’altro però presenta un carattere diametralmente opposto, ovvero una sorta di patetico gioco di nicchia di classi dirigenti di fronte al delinearsi dello tsunami che va accumulando energia e le cui onde cominciano a scorgesi sulla linea d’orizzonte mentre avanzano da oltre atlantico.

Come forse qualcuno avrà letto Bridgewater Associates, il più grande fondo d’investimento del mondo ha deciso di scommettere contro il “sistema Italia”, mettendo in campo 300 milioni di dollari in una puntata contro i valori azionari dell’Eni e un altro miliardo e passa per scommettere sul crollo del sistema bancario – assicurativo del Paese rappresentato da Generali, Unicredit, Enel, Intesa San Paolo. Secondo alcuni le puntate fatte da Bridgewater in questa delirante e delinquenziale bisca a cielo aperto che è il capitalismo contemporaneo, puntano a una posta ancora più grossa dell’Italia, ovvero alla Ue stessa per scoprirne il bluff: una volta esauritosi il filone di quantitative easing della Bce uno dei Paesi più grandi dell’Unione, ovvero noi, governati da una manica di cialtroni burattinati e disonesti, si troverà a non poter tenere più il passo e ad aver bisogno di enormi prestiti per pagare gli interessi sui debiti a prezzi di mercato, senza il supporto degli acquisti massicci della Banca centrale. Dunque non si potrà fare altro che andare a piatire dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità, mai nome è stato così ipocrita) svendendo non solo qualsiasi sovranità residua, ma anche ogni autonomia di gestione legislativa e amministrativa.

La situazione è potenzialmente drammatica perché la Germania, anche se volesse (e di certo non vuole), non potrebbe comunque salvare la situazione perché si troverebbe a dover sostenere il peso principale dei 254 miliardi di fatture non pagate sul piano settennale Ue,  ad avere il problema di Deutsche Bank che possiede buona parte dei 90 mila miliardi di derivati titolati in euro e la cui rilocalizzazione da Londra al continente potrebbe comportare un consistente aumento di interessi e a dover fare i conti con una situazione nella quale l’economia americana rischia la deflazione e un’altra crisi subprime, visto che la cosiddetta ripresa è stata simulata con un nuovo straordinario indebitamento privato che comincia ad arrivare al pettine. Dunque dovrà in qualche modo sconfessare il senso stesso dell’Europa e usare i trattati come randello esattamente come in Grecia, anzi con maggiore violenza perché in questo caso ne va della sua stessa sopravvivenza finanziaria, vista la dimensione degli eventi.

Ma badate in questo caso per buona pace dei nostri europeisti, l’ obiettivo principale non sarà l’acquisizione degli asset pubblici e bancari del Paese che sono quasi tutti in perdita – le sole banche hanno sofferenze per oltre 350 miliardi di euro – ma dei beni privati che sono ancora rilevanti e che dovranno ripianare quelle perdite, come del resto già fatto intendere da Schauble. Dopodiché, una volta innestato il sistema di risucchio, al parlamentino itinerante fra Bruxelles e Strasburgo comparirà la proposta di una revisione dei trattati che prevede “l’eventuale uscita dall’Euro di un Paese membro dell’Eurozona”. Non me lo sto inventando: è quanto ha dichiarato Christian Lindner che quasi certamente sarà il prossimo ministro delle finanze di Berlino. Insomma asset e beni, industrie e conti correnti saranno presi in euro e una volta spolpato l’osso, si potrà concedere l’uscita dalla moneta unica per fare dello Stivale depredato un’area di lavoro a basso costo.

E’ in quel momento, peraltro è sempre più vicino, che voglio vedere le facce di Maroni e Zaia, espressione alternativa di un Italia mediocre e meschina che non si rende nemmeno conto delle acque in cui naviga. E’ allora che voglio vedere le facce di Renzi e di Padoan, di Mattarella, di Gentiloni, di Salvini, Berlusconi e di tutta la servitù di famiglia.  Ma anche dei troppi italiani che vivono di bufale e di televisione.


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