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Piccolo è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sembrano antichi lo slang e il repertorio di slogan degli anni ’70  e ’80, a vedere come si sono mangiati la Milano da bere, come hanno sistemato per le feste  in malora il “sistema Paese”, cosa è successo dei “distretti” del pingue NordEst e del loro modello di internazionalizzazione regredito per i più dinamici a qualche delocalizzazione infame.

E “piccolo è bello”? Piccolo è bello nella versione aggiornata dal Covid sta diventando “piccolo è morto”. La creatività italiana che aveva trovato applicazione in un tessuto di piccole e medie imprese guidate da imprenditori  intraprendenti era già in sofferenza, modesti segnali di vita erano rappresentati da qualche startup di ragazzi che si erano bevute le leggende di iniziative industriali e tecnologiche nate in garage e cantinette delle villette bifamiliari, selezionati per accreditare la fuffa dell’assistenza pubblica tramite Invitalia.

Per non parlare dei macroscopici interventi in favore delle imprese contenuti nel decreto legge 19 maggio 2020 n.34 (cosiddetto decreto ‘Rilancio’), grazie alla ripresa e il potenziamento di ‘Industria 4.0’ e l’affiancamento di analoghi incentivi per ‘Fintech 4.0’ e all’istituzione del Fondo (che ora ha già una dotazione di 44 miliardi di euro) gestito da Cassa Depositi e Prestiti per il sostegno pubblico alle aziende medio-grandi.

Medio- grandi appunto, perché Cassa Depositi e Prestiti svolge ormai il compito di dare sostegno al capitale di multinazionali presenti in Italia e delle grandi aziende italiane di nome più che di fatto, attraverso investimenti unicamente finanziari che non prevedono condizioni né interferenze e con limiti di tempo lunghi e favorevoli ai debitori.

Come è dimostrato anche del suo recente impegno in aiuto del settore alberghiero che si sta materializzando con l’acquisizione di resort  che vanno a far parte del pacchetto alberghiero di Valtur, con cospicui aiuti al gruppo Forte e con un progetto, che cade proprio a fagiolo di questi tempi, per la conversione di un ex ospedale di Venezia in  Hotel a cura del Club Med.

In realtà da anni che gli scandali bancari, i traffici delle casse di risparmio, i fallimenti e i salvataggi estremi raccontavano di finanziamenti a grandi imprese speculative possedute dagli spiriti animali dell’avidità e dell’accumulazione,  che dovevano coprire spericolati investimenti nel casinò azionario e borsistico,  di concessione di prestiti a fondo perduto a   locali  che vantavano corsie privilegiate in appalti opachi non sempre andati a buon fine, coperture avventate a ancora più sconsiderate operazioni di amministratori locali.

A dimostrazione che i quattrini vanno a chi li ha già o a chi “garantisce” che li farà, grazie a affiliazione, fidelizzazione clientelare, spregiudicatezza e sbrigativa indole trasgressiva.

E da anni sapevamo che questo principio valeva anche per le opportunità offerte dagli aiuti proibiti dall’Ue, principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato, a meno che non cambi nome grazia a uno stravolgimento semantico e legale che permette all’Italia di garantire il prestito alla Fca di 6,3 miliardi e al Mef di approvarlo. E che l’accesso ai programmi di sviluppo europei è stato pensato e realizzato per favorire le cancellerie e gli stati vassalli, ma anche selezionando realtà strutturate, che assicuravano appoggi e crediti “sicuri” da parte dei potentati nazionali.  

E mentre ancora ci si trastulla con la forma che dovranno assumere le elemosine condizionate per essere coerenti con la nuova austerità  la Commissione ha già pensato a un  bilancio e a strategie comuni per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus che dovrebbe mobilitare investimenti soprattutto privati (almeno 1500 miliardi di euro)in un’Europa verde, di­gitale, resiliente e dunque nei settori e nelle tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili.

 E per tornare a quelle belle formule socio-liriche degli anni passati non si capisce se si tratti del libro dei sogni di un ceto visionario o più probabilmente di una presa dei fondelli di una nomenclatura che ha contribuito per anni alla demolizione della ricerca volta all’innovazione, di un indifferenza ai temi ecologici volta a accreditare soluzioni di mercato e commerciali ai problemi prodotti dal mercato, e che adesso si sorprende di essere ridotta a espressione geografica e economica, subalterna a un impero in disfacimento.

Figuriamoci, se non sono pronte a questa sfide le imprese strutturate, le dinastie industriali, le multinazionali cannibali che comprano solo per mandare in rovina e levare dal mercato competitor molesti, tutti soggetti che da anni e anni non mettono un soldo in sperimentazione, cultura industriale, sicurezza, meno che mai possono farlo le piccole e medie imprese, quelle della catena, dei subappalti dell’outsourcing. Quelle che non possono nemmeno assicurarsi quel tanto di corruzione, monopolio dei grandi gruppi, per evitare controlli occhiuti esercitati quasi esclusivamente su scala minore, incravattati come sono dalle tasse senza possibilità di fuga alle Cayman.

Ci si è messo il Covid, o meglio le misure che hanno ovviamente esonerato le major, addette a attività essenziali, come le fabbriche di dispositivi bellici, le catene della grande distribuzione, immediatamente convertitesi al brand sanitario, i supermercati con le consegne online, impiegate ormai da case editrici,  vendite di prodotti cosmetici, abbigliamento (ormai ridotto a tute e biancheria adatta al domicilio coatto, come insegna Intimissimi).

Produzioni minori e vendite al dettaglio sono già finite e condannate e con esse i dipendenti, i lavoratori cui si immagina di elargire oboli diretti invece di pensare a investimenti per salvare l’attività, in contrasto con un altro delle massime del passato, che insegnava che bisogna aiutare i paesi sottosviluppati non regalando il pesce ma dando loro la lenza e l’amo.

Il nostro Terzo Mondo interno, quello dei piccoli, degli isolati,  invece dovrà patire tutte i mali dell’imperialismo, compresi gli usi mutuati dalla criminalità, quella apertamente illegale e quella che agisce a norma di legge.

Perché si sa che le emergenze piacciono alle mafie in coppola o con i colletti bianchi ben addestrati ai mondi di sopra e di mezzo: favoriscono l’allargamento dei pubblici su cui agire in veste di racket e di usura. E poi promuovono l’acquisizione di imprese in crisi, incravattate e pronte a essere fagocitate a basso prezzo nel grande outlet allestito ben prima della pandeconomia.


Loro mangiano topi vivi, noi ci rodiamo il fegato

Non passa giorno che la Cina non sia nel mirino del presunto occidente civilizzato e non venga infilzata dai media mainstream, dai think tank e dagli uffici di propaganda di ogni tipo; in Italia è stata arruolata per la guerra santa persino la vecchia killer del Pds – Pd, ovvero la Gabanelli uno degli esempi di come il giornalismo più teleguidato dalla politica e dal potere possa passare per virtuoso e indipendente. Insomma il mondo fittizio in cui vive il sedicente cittadino occidentale, in realtà mai così suddito, è esposto mattina e sera alle pressioni della disinformazione mediatica, beninteso negli spazi lasciati aperti dalla narrazione pandemica che tuttavia in qualche modo si vorrebbe legare all’ex celeste impero, quando sono 15 anni che filantropi e pensatoi neo liberisti discutono in proprio di pandemia e di vaccini. In effetti questo tipo di propaganda ha radici bipartisan, esprime più che altro le fantasie e lo stato d’animo di chi avverte di star perdendo terreno, mette in campo la rabbia di vedere gli ex colonizzati che non abbassano più lo sguardo di fronte ai vecchi padroni. Una prova lampante che l’ostilità nasce proprio da questo garbuglio che si fa propaganda e non da considerazioni razionali è l’antinomia dei giudizi che si possono leggere: per esempio che la Cina è comunista il che è terrificante e abominevole per il cretino medio che una volta coincideva con l’americano medio, ma che oggi rappresenta anche l’europeo medio: abbiamo tutti sentito tutti da leader votatissimi che i cinesi mangiano i topi vivi o in alternativa e più classicamente i bambini. Da un’altra parte invece si sente dire che la Cina non è affatto comunista, ma che si è convertita al capitalismo, altrimenti non si spiegherebbe la sua ascesa economica. Oppure per rimanere in ambito temporale più attuale, la Cina persegue una politica mercantilistica e dunque sfida gli Usa i quali pretendono di riequilibrare la bilancia commerciale con i diktat, oppure la Cina sta sviluppando il proprio mercato interno e dunque ignora i suoi obblighi come locomotiva economica. Tutto e il contrario di tutto, purché se ne parli male.

Questo coacervo di sciocchezze contrapposte ognuna delle quali ha una parte di verità così minuscola da essere per intero una menzogna è praticamente l’unica cosa che fornisca la pubblicistica, ma d’altronde bisogna capire che per la prima volta dopo dopo secoli l’occidente, nelle sue varie articolazioni, si sente spodestato e vede messa in pericolo la propria centralità, deve fare i conti con una cultura diversa nel bene e nel male che sembra funzionare con maggiore efficienza e verso la quale è sempre più difficile atteggiarsi come impero universale attorno al quale tutto dovrebbe ruotare. Alla fine del secolo scorso e l’inizio di questo Bill Clinton e i geni di Washington avevano scommesso sull’integrazione economica della Cina nella speranza che ciò avrebbe accelerato la sua decomposizione politica. Soggetta alla legge stabilita dalle multinazionali che sventolano la stelle e strisce, la Cina avrebbe dovuto adempiere alla profezia del neoliberismo rimuovendo l’ultimo ostacolo al dominio del capitale globalizzato. Ma è avvenuto il contrario: Pechino ha utilizzato le multinazionali per accelerare la sua trasformazione tecnologica e ha privato Washington della posizione di leader dell’economia mondiale. Gli pseudo-esperti occidentali arzigogolano e i cinesi non li contraddicono, ma in realtà non sono cambiati, hanno mantenuto le loro imprese pubbliche, controllano le fluttuazioni della loro valuta, le banche cinesi obbediscono al governo e quest’ultimo pianifica lo sviluppo dell’economia come ai tempi di Mao. 

La differenza la si è potuta toccare con mano dopo la crisi del 2008  quando di fronte al caos finanziario causato da anni di deregolamentazione neoliberista e avidità del mercato azionario, Washington in primis ma tutti i governi occidentali si sono ritrovati prigionieri dell’oligarchia bancaria e finanziaria, non sono riusciti a regolamentare nulla accontentandosi di salvare le banche private, comprese quelle responsabili della crisi. Pechino ha fatto esattamente il contrario: lo Stato ha sviluppato massicci investimenti nelle infrastrutture pubbliche e in tal modo ha migliorato le condizioni di vita del popolo cinese sostenendo la crescita globale, salvata dal crollo promesso dall’ingordigia di Wall Street. Da noi invece sono stati i poveri e i piccoli a pagare le conseguenze, cosa che accade anche sotto regime di pandemia: dopo tutto, l’oligarchia dominante segue il proprio istinto di classe: che senso avrebbe per essa precipitarsi in aiuto dei “perdenti”?

Un sistema che reagisce alla crisi economica privilegiando le strutture pubbliche, merita molto di più di un diluvio di luoghi comuni e calunnie che comunque servono, come sempre a coprire verità scomode e in definitiva l’assassinio della democrazia e della libertà reale da parte del neoliberismo che è poi la vera causa dell’inarrestabile declino occidentale sotto ogni punto di vista. Ciliegina sulla torta: nelle sue ultime previsioni l’Ocse afferma che la Cina è l’unico Paese industrializzato che farà registrare una crescita nel 2020 (+ 1,8%), con tutti gli altri in rosso, e che avrà un tasso dell’8% nel 2021. Salvare sia l’economia del Paese ed evitare una recessione senza precedenti è come un aggiunta alla Grande Muraglia.


Biospie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


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