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Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.

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Se la Mecca siamo noi

Qatar Anna Lombroso per il Simplicissimus

Islamofobia è un neologismo che indica pregiudizio e discriminazione verso l’islam come religione e verso i musulmani come credenti (Wikipedia). Ma se è pur vero che molti in Italia guardano con sospetto a una comunità chiusa che condivide la stessa visione del mondo, della società e del rapporto con gli altri, incompatibile quindi con i valori della Repubblica: la laicità, i diritti delle donne, ecc.. , refrattaria alla ragione, inadatta a un contesto democratica,  pare accertato che si tratti di quella parte del popolino che parla a suon di borborigmi e flatulenze, seppur rappresentato da testate e opinionisti impegnati a rafforzare la narrazione dello scontro di civiltà, per concretizzare un nemico/bersaglio di malessere e risentimento e per legittimare misure repressive contro terroristi che invece di prendere comodi airbus e farsi proteggere da servizi e polizie, arriverebbero qui coi barconi annidandosi in tetre periferie da dove ordirebbero intrighi e attentati.

Anche il loro testimonial di punta pare aver rivisitato gran parte della sua paccottiglia propagandistica, limitandosi alla salvaguardia degli attori principali del presepe, del bue e dell’asinello e dei pastorelli ma non dei magi in odor di meticciato, aprendosi al terzo mondo interno al di sotto del sacro fiume. Ma soprattutto abbracciando quella forma di accoglienza già molto praticata dai governi del passato e anche dai papi del presente che consiste nel recarsi ginocchioni a vendersi i gioielli di famiglia, i nostri beni comuni cioè, perché se non patisci la discriminazione contro i neri essendo Cassius Clay, non devi sopportare la xenofobia se sei un emiro o uno sceicco e ti puoi permettere come nel caso del Qatar di farti appioppare una “sòla” prestigiosa comprandoti per 2 miliardi i grattacieli di Porta Nuova a Milano, come sigillo su una serie di investimenti in Italia, quote azionarie di aziende del settore immobiliare, nei grandi alberghi dalla Costa Smeralda,  nel settore del “ lusso” con Valentino e altri marchi, nei trasporti aerei  con Air Italy, ex Meridiana, e pure nella sanità con l’Ospedale ipertecnologico di Olbia, nato all’ombra degli scandali di Don Luigi Verzè, generosamente concesso in cambio di una legge urbanistica regionale confezionata su  misura degli interessi immobiliari dell’emirato in Costa Smeralda, in modo da siglare a un tempo la pace  tra le grandi religioni e l’integrazione tra la privatizzazione completa del servizio sanitario e dell’edilizia.

Pare che le missioni dei nostri governanti di ieri e di oggi, recassero anche un messaggio ad alto contenuto umanitario: la speranza che l’apertura di Doha al mondo contribuisca, con il nostro esempio, a “migliorare le  condizioni dei lavoratori stranieri ridotti in condizione di schiavitù nei lavori per la realizzazione delle infrastrutture del Mondiale 2022” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/11/gli-ultras-dellultimo-stadio/ ),  come non ha mancato di sottolineare il nostro ambasciatore in margine agli ultimi incontri bilaterali in Qatar e a Roma. Una meta quest’ultima che gradisce particolarmente come destinazione turistica, dividendo i suoi interessi con l’altra capitale, quello morale, impegnata nell’acquisizione di hotel di lusso, tra i quali il Saint Regis, l’Excelsior e l’Intercontinental, contendendoli ai fondi del Dubai che si è aggiudicato il Grand Hotel di Via Veneto

Pecunia non olet soprattutto se profuma di petrolio, e pure Salvini ha rimosso con la sua abituale discrezione e compostezza le accuse rivolte in passato all’emirato e pure al suo fondo sovrano, il Qatar Investment Authority, un patrimonio da spendere di 335 miliardi di euro, di avere rapporti continuativi e di fornire quattrini, protezione e aiuto ai Fratelli musulmani, supportando da anni gruppi terroristici in Nord Africa e in Medio Oriente, dalla Libia alla Siria passando per Egitto ed Iraq.  E pure le raccomandazioni contenute in un disegno di legge presentato dal suo partito concernente il finanziamento e la realizzazione di edifici destinati all’esercizio dei culti ammessi, nel quale si invitava a riservare  particolare vigilanza in merito  ai finanziamenti esteri per la costruzione di moschee, dedicando attenzione speciale per quelli della Qatar Charity Foundation, che destina in media al nostro Paese circa sei milioni di euro ogni anno a quello scopo. Si vede che  lo sterco del diavolo rende tutti fratelli, anche di quelli “musulmani”.

Eh si basta non essere molesti beduini che vendono parei sulle spiagge, basta non stare a arrostire kebab mortificando il decoro delle nostre città d’arte, che subito si diventa desiderabili partner. Vale la pena di ricordare i viaggi di Marino per cercare “mecenati” con la brochure dei gioielli di famiglia in valigia, la missione di Letta, molto più sereno dopo aver portato a casa un’alleanza tra Cassa depositi e prestiti  e il Kuwait Investment Authority (Kia) “per dar vita a FSI Investimenti SpA con un patrimonio di  2,185 miliardi di euro”, per facilitare la penetrazione di Q8 che gestisce più di 3.500 distributori in tutta Italia ma soprattutto l’acquisizione di una quota di Poste italiane. Robetta rispetto alla presenza libica nel nostro Paese, barcollante sotto il peso degli eventi ma che conta ancora  Tamoil ma pure quote in Leonardo -Finmeccanica e in Enel, in Ubi Banca, nella Abc Bank e nella Popolare di Milano, mentre il Qatar è presente in Mediobanca e attraverso la casa madre London Stock Exchange, nel controllo (10,3%). di Piazza Affari insieme alla Borsa di Dubai, che possiede il 17,4% del capitale. Non c’è da stupirsi d’altra parte, se anche in questo eseguiamo gli ordini e seguiamo le indicazioni dell’impero in declino, perfino nelle mode, tanto che in ritardo da bravi provinciali colonizzati perfino nell’immaginario, sogniamo un front line di Milano copiato da Dubai, se siamo compiaciuti delle nostre fortune nell’export vendendo le armi di fabbricazione nostrana (abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, e è stata siglata un’intesa da oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento. Aerei che per altro sono stati venduti anche all’Arabia Saudita) o concedendo i nostri siti a chi sperimenta ordigni da adottare nelle guerre mosse contro quelli che cercano rifugio da noi, come in un orrendo uruboro che si morde la coda e si avvelena.

 

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Rubare è il diritto primario della Ue

1513074879072.jpg--il_governatore_della_bundesbank___germania_piu_ricca_grazie_alla_bce_e_a_draghi_Le banche dettano legge. E questa di certo non è una novità e ancor più da quando sono diventate i templi dove si consumano i riti neoliberisti e brucia il futile incenso dei media. Ma l’espressione è ormai uscita fuori dalla metafora per diventare letterale: le banche si ritengono al di là della legge, soggetti di fatto insindacabili e dunque non punibili, anzi aspirano ad essere loro stesse i supremi legislatori. E’ successo in Slovenia dove la Bce è riuscita, grazie ai buoni uffici della Commissione, a trascinare il Paese  davanti alla Corte di giustizia europea, perché la polizia aveva sequestrato alcuni documenti della banca centrale che a quanto pare sono intangibili e al di sopra della legge.

La storia è a suo modo esemplare: nel 2013 nel 2013  Boštjan Jazbec, capo della banca nazionale slovena e in tale qualità anche membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, impose il salvataggio di tre istituti di credito, entrate in crisi a causa dei loro pasticci sul mercato, a totale carico dei contribuenti nonché di coloro che avevano investito su queste banche. Ma l’operazione fu talmente costellata da tali opacità e da tali ruberie che la magistratura fu costretta quasi a furor di popolo ad aprire un inchiesta su Jazbec che si è tradotto successivamente in un’imputazione per abusi d’atti d’ufficio. Vennero sequestrati i computer del banchiere attivate delle intercettazioni telefoniche dalle quali non soltanto si sono appresi alcuni particolari, ma si è sentito Jazbec minacciare gli altri membri della Bce con la classica formula: “se cado io vi trascino con me”. Così Draghi che verso queste genere di cosa deve avere una sensibilità particolare ha chiesto a Juncker, capo della commissione, di fare tutte le pressioni possibili per fermare l’inchiesta che già aveva accertato la presenza di numerosi e gravi reati. E forse avrebbe avuto facile gioco se non fosse per il fatto che l’associazione degli investitori ha pubblicamente denunciato le manovre in atto. rendendo quanto meno inopportuno uno scontro pubblico e a ogni buon conto Jazbec è stato detronizzato dalla banca centrale slovena, perciò anche dal direttivo della Bce e spostato nell’ufficio che si occupa dei salvataggi bancari che non fa parte ufficiale della Bce. Il classico amoveatur ut  salveatur. 

Ma qui viene il bello, in cui si concentra ovvero il succo del discorso: Draghi infatti scrive al procuratore capo della Slovenia mettendo in campo un nuovo argomento “legale”: i documenti informatici sequestrati conterrebbero informazioni della BCE e tali informazioni “sono protette dal diritto primario dell’UE direttamente applicabile“. Dunque il diritto primario europeo consente  il segreto su tutti gli atti della Bce , la loro insindacabilità e dunque ‘impunibilità dei banchieri centrali anche nel caso siano stati accertati gravi reati. Una tesi asseverata dalla commissione che ha appunto deferito la Slovenia davanti alla corte europea dando così corpo a tutto il peggio che si può pensare della Ue e dei suoi strumenti. Evidentemente gli atti compiuti da questi personaggi che peraltro tengono per le palle i loro servetti politici, sono così gravi che si è preferito squadernare la vera natura della Ue piuttosto che rischiare lo scandalo finanziario.

Tanto finché l’informazione mainstream tace o appapocchia qualche miserabile menzogna, pochi si accorgeranno che la Ue considera un diritto primario l’intoccabilità dei banchieri cosa che è degna di una dittatura guatemalteca, non di quella unione venduta come salvifica oltre che democratica all’uomo della strada e all’uomo di salotto. Di fatto siamo in mano a una cosca internazionale dove si passa con estrema facilità dal pubblico al privato, dalle banche centrali ai grandi centri di investimento come Blackrock o Morgan,  operando sempre nella medesima logica di spoliazione e in un contesto simile a quello delle famose agenzie di rating. Questa in definitiva è la legge primaria dell’Unione che bisogna onorare di mattina e di sera inchinandosi verso Bruxelles come garante della democrazia e della libertà. Lasciamolo fare a chi ancora crede a queste fesserie o a chi ci lucra.


Lapilli e fumus

etnaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Poche cose sono nauseanti come i tentativi di accreditamento di  domestica normalità da parte di premier puttanieri sotto l’albero circondato da figli e nipotini, di biechi ministri che si pasturano ghiottamente di panettone o peggio del simbolo strappato al più schizzinoso degli esponenti del cinema militante, come a dire: sono come voi, sono una carogna, potete esserlo anche voi.

Il più  truce di loro, immortalato il giorno di Santo Stefano in una delle sue performance bulimiche  in coincidenza con l’eruzione dell’Etna e un terremoto di 4,8/ 5 di magnitudo, ha suscitato un diffuso sdegno da tastiera con, in prima linea , come d’abitudine, la controparte della compagine governativa impegnata in superciliosi distinguo rispetto all’esecrando buzzurro, a conferma che si può perdonare tutto ma non le barbariche dita nel naso, i disdicevoli rutti a tavola, pulirsi sul maglione le dita con le quali si è rubato dal vaso della marmellata.

D’altra parte succede così ogni giorno, quando il Gran Tanghero  viene meno alle regole del bon ton, e verrebbe da dire anche dell’ipocrisia,  il fuoco amico è pronto a lanciare anatema e scomunica. D’altra parte succede così da che mondo è mondo nei ranghi di chi ha fatto un matrimonio di interesse e si esibisce nel contrasto rissoso  tra, è proprio il caso di dirlo, poliziotto buono e poliziotto cattivo, tra le parti in commedia in modo che dietro ad apparenti disaccordi si consumi una sostanziale convergenza di vedute e obiettivi.

E non è il solo segno di continuità col passato, oltre all’ormai evidente indole a calare le braghe quando il padrone ordina, vituperata prima di accedere a ruoli di prestigio e altrettanto deplorata appena si rientra nel cono d’ombra.

Perché, proprio come è sempre successo, appena si solleva una qualche obiezione ai lavori in corso, perlopiù incoerenti con promesse e proclami, ecco la solita infastidita reprimenda in uso dai tempi di Giolitti, De Gasperi, Fanfani e giù via via, Monti, Renzi, ma probabilmente coniata già nell’età di Pericle: lasciateci lavorare, non disturbate i manovratori. E infatti proprio a proposito di terremoti, guai ricordare a chi si sturba per la provocatoria sfacciataggine di uno che fino a poco fa diceva Forza Etna, che anche   il governo della rottura col passato  in carica da 6 mesi ha fotocopiato il già fatto, anzi il già non-fatto (come mi è capitato di scrivere qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/18/cratere-del-sisma-come-prima-peggio-di-prima/), per il penultimo sisma in ordine di tempo (per quello di Ischia ha mostrato invece un sorprendente spirito di iniziativa), con gli stanziamenti vergognosi già previsti da Gentiloni cui si aggiungerebbero gli 85 milioni frutto del taglio alle spese della Camera, il rinvio delle auspicate misure di semplificazione, i ritardi nell’attribuzione delle risorse alle Regioni, mentre intanto fiocca la neve  fiocca.

In realtà bisogna riconoscere che qualcosa è stato fatto, anzi disfatto. A  luglio il Consiglio dei Ministro ha dato il via libera al riordino di quattro ministeri (Beni e delle attività culturali e del turismo, Politiche agricole alimentari e forestali, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Famiglia e disabilità), redistribuendo le competenze su alcuni temi chiave quali l’antisismica, il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica, in capo al dipartimento Casa Italia e alla struttura di missione Italia Sicura. Casa Italia è stata  declassata da dipartimento a “progetto” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre non è stato  rinnovato il mandato per Italia Sicura, la struttura di missione  per opere di prevenzione ed infrastrutturazione del paese.

Non si può non applaudire alla rottamazione dell’ennesima strenna avvelenata proposta nel corso delle continuative campagne elettorali di Renzi e associati, buona per compiacere i grandi studi di progettazione e le cordate del cemento con un bell’involucro e il solito marchio insinuante per acchiappare i citrulli, cioè noi:  Sviluppo Italia, Buona Scuola, Jobs Act,  Presa per i Fondelli, e che insieme agli stanziamenti, 9 miliardi, nostri, in forma di fake sui social, ridotti a 650 milioni per l’avvio dei cantieri, e solo 110 milioni effettivamente trasmessi alle Regioni, prometteva la vera e propria rivoluzione per prendere il Palazzo d’Inverno della burocrazia e guadagnarci  con la revoca (che doveva fruttare 2,2 miliardi) dei  soldi assegnati a progetti contro il dissesto idrogeologico che, al 30 settembre 2014, non avessero visto pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento dei lavori. Alla fine però si scopre che le revoche riguardano solo 15 progetti su 169 – gli altri possiederebbero tutti i requisiti di efficienza e trasparenza necessari, e che la severa indagine ha fatto guadagnare in tutto 7 milioni.

Alla notizia della cancellazione di Italia Sicura c’è stata la solita gara a chi dava i numeri più fantasiosi, secondo quella contabilità peracottara applicata alla Tav, al Ponte sullo Stretto, alle autostrade dove non transita nessuno, ai ponti lasciati marcire: la diabolica soppressione disperderebbe l’importante mole di lavoro che ha consentito in breve tempo di impiegare 5 dei 10 miliardi a disposizione degli enti territoriali per la messa in sicurezza del territorio e penalizzerebbe un’esperienza positiva della quale hanno beneficiato in primo luogo le popolazioni colpite da eventi calamitosi.  Come al solito sono cifre  dette a caso, mai sostenute da una effettiva rendicontazione, a stare larghi i miliardi stanziati sarebbero 3 (comunque una goccia  rispetto agli 850 che servirebbero) e che non si sa in che rivoli si siano dispersi.

Ha fatto bene  il movimento – sul cui simbolo campeggiano 5stelle a rappresentare la tutela dell’acqua pubblica, della mobilità sostenibile, dello sviluppo, della connettività e dell’ambiente – a smontare il giocattolo, convinto che sarebbe incauto affidare la salvaguardia del territorio e la ricostruzione a amministrazioni, enti e regioni che hanno dimostrato inefficienza o peggio ancora arbitrarietà opaca nell’affidamento di incarichi, nella programmazione della spesa, nella fissazione di priorità.

Ma da quel momento sono passati altri 5 mesi e sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più oltre gli onorevoli cocci: criteri, linee guida e indirizzi pratici a garanzia di efficacia, funzionalità, trasparenza.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si, come si è detto si al Terzo Valico, al Mose, alle Grandi Navi, alla flat tax, alle trivelle, ai sussidi diretti e indiretti ai carburanti fossili.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si alla spostamento dei nostri quattrini da una casella all’altra del Monopoli, mettendoli su quella degli F35, del salvataggio delle banche criminali, della prosecuzione di progetti insensati invece che su quella della salvezza di un Paese nel quale è a rischio il 91% dei Comuni  (88% nel 2015), dove aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%), il cui  16,6% del territorio nazionale rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2), aree nelle quali si trova il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) e abitate da 3 milioni di nuclei familiari mentre oltre 7 milioni le persone risiedono nei territori vulnerabili, oltre 1 milione di persone vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e più di 6 milioni in zone alluvionabili nello scenario medio, secondo i dati Ispra.

Altrimenti si tratta di un altro modo di dire si, come ancora una volta si è detto si ai comandi europei che sanno bene che un paese ricattato, minacciato nella sua stessa tenuta fisica, soffocato dal cemento e annegato nel fango si controlla meglio, si piega senza riscatto alle intimidazioni.

Ancora una volta viene da chiedersi: ma se dicessimo di no? se smettessimo di pagare le nostre quote dovute per l’iscrizione al “casino dei nobili”? se avessimo messo sul tavolo l’appartenenza a un’area altamente sismica, martoriata da terremoti e catastrofi, con morti e senza tetto, industrie e imprese in ginocchio, strade dissestate? Se avessimo preteso e legittimamente  per questo e per le azioni di salvataggio e primo soccorso agli immigrati svolte nel passato un ragionevole trattamento, pari, tanto per fare un esempio, a quello riservato alla Turchia per i suoi efficienti respingimenti oltre confino, nel paese nel quale si è girato il trailer del nostro immediato futuro? Che punizione rischiavamo? Juncker non ci invitava all’apericena, non di facevano accedere agli esosi Fondi strutturali, non ci elargivano quelle quattro monete maledette promesse per le catastrofi, Macron non ci mandava la mignon di champagne per Natale e la Merkel prima di andar via ci faceva stare inginocchiati sui ceci?

Non piace tanto a tutti la disubbidienza, purchè degli altri: gilet gialli, sindaci ribelli, manifestanti a patto che non mettano a rischio l’acquisto dei regali? Non potremmo cominciare a scalare dalle tasse la quota che siamo obbligati a elargire obtorto collo per la sopravvivenza dell’Europa sovrana e destinarla a noi cui non è concesso di regnare nemmeno sotto il nostro tetto?

 

 

 


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