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Tempi d’oro per Al Capone

alca Anna Lombroso per il Simplicissimus

Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali.

Proprio come nelle province dell’attuale impero transazionale, dove  gli evasori non occorre però che prendano la residenza a Montecarlo, è sufficiente che con il favore del grande casinò finanziario spostino la loro moneta concreta o virtuale nelle Cayman o in uno dei siti che potete trovare segnalati con precisione nel sito apposito  che garantisce (cito) Anonimato Garantito 100% Società e Conti Offshore. Supporto chat real time. Consulenza personalizzata. Servizi: Professionalità Sicurezza, Serietà siamo sempre al, tuo fianco per tutelare, I TUOI INTERESSI”, o che si facciano aiutare da uno di quei colletti bianchi del riciclaggio le cui prestazioni part time sono condivise con la mafia, spostando sul tavolo verde le loro fiches, azioni, derivati, future, options, o che intestino le villone sulla Costa Smeralda o gli chalet di Cortina vista Olimpiadi a qualche pensionato ospite di pii istituti. Insomma possiedono tutti i requisiti per sfuggire alle maglie della giustizia ingiusta, proprio come i grandi corruttori delle grandi opere, dei grandi eventi e dei grandi inquinamenti, che godono di un regime eccezionale come i loro reati tra audaci patteggiamenti, modeste restituzioni di parti irrisorie del maltolto e l’altro pio istituto pensato epr loro, la prescrizione.

Per questo l’unico deterrente sarebbe colpirli nel punto debole, i portafoglio, ma quello delle azioni, mentre lo stridor di ferri, manette e catene è un suono remoto e quasi impercettibile per le loro orecchie, perché riguarda altri target che si muovono febbrilmente per sopravvivere con le briciole cosparse dalla manina del sistema che doveva far felice il popolo e il sovrano secondo  Smith, sempre più esigue perchè che ormai è premiata solo l’avidità di quell’ 1% .

E’ probabile che oggi Al Capone morirebbe circondato dall’affetto dei sui cari e nel letto della sua magione a Miami o nell’attico o nell’attico del grattacielo Wof Point Torre Est di Chicago, indisturbato, perché il finanzcapitalismo è confezionato su misura per permettere giuochi di prestigio e illusionismi immateriali, da quando le imprese industriali si sono convertite in enti finanziari, da quando le banche vendono macchine: la Fiat  applicò la trovata di Ford e General Motor  quando nel 2010 aprì una banca in Argentina per fornire il credito a famiglie che volevano acquistare una vettura, oggi le aziende vendono i loro fondi pensione o assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti cui hanno tolto le garanzie e le coperture assistenziali, fornendo i mutui per la prima casa a prezzi di mercato, le quote di ricavi e profitti ottenuti da attività borsistiche vengono destinate a altri giochi delle tre carte invece che a investimenti in capitale fisso o di ricerca. E infatti se Renault o Peugeot o altre industrie europee hanno perdite formidabili nel settore produttivo, le loro finanziarie prosperano condannando i loro dipendenti a restituire le retribuzioni sotto forma di “servizi” e a subire i processi di ristrutturazione imposti dagli analisti per accrescere il valore delle azioni.

Figuriamoci che pacchia per i magnaccia di evasione e corruzione, la sostituzione dell’economia produttiva con il sommerso che ormai ha occupato militarmente tutto l’assetto sociale e che dagli istituti statistici viene diagnosticato e analizzato come un fenomeno che riguarda gli artigiani infedeli che non emettono fattura, le badanti che preferiscono non essere messe in regola, i bar che non ci danno gli scontrini, trascurando gli attori veri, quelli che non hanno mai pagato le tasse su stratosferiche operazioni speculative, su acquisizioni fatte a fini distruttivi, su investimenti a fondo perduto pensati per riciclare denaro proprio come fanno i clan dei padrini, ormai seduti accanto ai padroni “legali” negli stessi consigli di amministrazione di banche e aziende.

Negli anni ’70, ’80, ’90 l’asse del prelievo fiscale venne in parte spostato dagli impieghi militari alle spese sociali, ma lo spauracchio della crisi, il modello imperiale dell’austerità hanno realizzato l’attacco al Welfare – e agli stati sovrani – come progetto politico riportando nello spazio di mercato tutto quello che era stato sottratto in favore della collettività, distribuendo i costi della recessione dall’alto verso il basso, mercatizzando non solo la terra, il denaro, il lavoro, ma la previdenza, i sostegni al reddito, la sanità, la scuola, incrementando la divisione di gerarchie e graduatorie di merito della ricchezza e del benessere.

Il venir meno della sicurezza socioeconomica cui ci stavamo abituando ha accresciuto il malcontento, la frustrazione, il conflitto e il risentimento contro lo Stato, visto come iniquo esattore, che esige senza dare nulla in cambio.

E le manette per i grandi evasori suonano per loro come la sommessa colonna sonora della vendetta dei penultimi e degli ultimi, largamente insoddisfatta, un piatto già freddissimo  perché lo stesso Stato cui vengono sottratte le risorse  promuove attraverso la sua classe politica le misure benevole delle indulgenze, i condoni, le esenzioni, gli  “scudi” che hanno abituato i papponi ma anche il vostro idraulico e voi che pagate meno se non vi fa la fattura, all’idea che il gioco è truccato e che sottrarsi ai “doveri” fiscali sia una forma necessaria di autodifesa.  Dovrebbe far sospettare come questa concessione alla nostra collera legittima si accompagna da altri cerotti sulle piaghe, come l’entusiasmo di Confindustria per il no- cash, segnale inequivocabile della sua adesione all’ideologia bancario-finanziaria,  finalizzato a combattere la mini- evasione fiscale favorita dal contante, che paradossalmente aumenterebbe la domanda di beni e prodotti di consumo, mentre quella maxi continuerebbe a alimentare le speculazioni e l’indebitamento di Stato e cittadini.

Una stretta “giustizialista” senza intervenire sul sistema economico e quello della giustizia appaga il nostro risentimento, ma niente di più, se da anni si sono sempre più ristretti i campi e gli strumenti del controllo, della rintracciabilità bancaria, sulla attività borsistica, se si susseguono le azioni e le misure che favoriscono le privatizzazioni, le rendite, le proprietà e gli appetiti mai soddisfatti di chi ha e vuole avere di più, se la libera circolazione dei capitali continua a ingigantire gli squilibri creando un caos sistemico dove tutto si muove nelle tenebre e nell’opacità.

Anche a noi piacerebbe sentire il cigolio del cancello della galera che si chiude sui malfattori, vederli sfilare con le catene ai piedi verso i lavori forzati  e avremmo parecchi nomi da indicare e in molti settori della società. Ma ci speriamo poco: gli evasori di lusso e in grande stile hanno imparato e sono stati sempre aiutati a evadere prima ancora di essere presi.

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L’Europa che non c’è

La mappa di Ecateo V-VI secolo acOra che il delitto è consumato, che l’oligarchia europea ha gettato la maschera con la sua equiparazione di nazismo e comunismo la cosa più saggia  è capire se l’Europa alla quale ci apprestiamo a sacrificare ciò che resta di questo Paese, esista realmente o sia solo, un mito, una pura costruzione intellettuale, un concetto spurio oppure una semplice aggregazione geografica che nel resto del pianeta lo distingue come il continente della volontà di potenza. In questi anni abbiamo assistito alle liti, spesso artificiali per trovare un senso alla parola e rintracciarne le comuni radici culturali, vuoi che esse debbano essere rintracciate nella religione cristiana ad onta degli scismi che l’hanno divisa  (ma allora il sud america sarebbe europeissimo) o con più consistenza sulle basi illuministiche o in altri vettori culturali. Tutti tentativi destinati a fallire per parzialità o semplicemente perché il piccolo continente ha differenze culturali enormi in uno spazio così piccolo da poter creare l’illusione di un facile assemblaggio.

Di certo qualsiasi sia l’origine etimologica del nome che rimane ancora non chiarita, anche se con tutta probabilità esso deriva dal fenicio “ereb” che vuol dire occidente, è sempre stato un nome geografico che i greci – per i quali il centro del mondo era il mediterraneo come appare evidente dall’opera del primo vero geografo, Ecateo di Mileto   – citavano raramente riferendosi principalmente alle terre a nord del mondo ellenico e in ogni caso mai come termine a se stante, ma solo in rapporto all’Asia: questo già ci mette sulla pista di un concetto sottrattivo e non additivo. I greci stessi che noi riteniamo fondatori della civiltà occidentale, non si consideravano affatto europei. A loro volta anche i romani non si sentivano affatto europei, concetto inesistente nel mondo antico, ma anch’essi si consideravano mediterranei, a casa loro in Egitto, o lungo l’Eufrate o in Nord Africa, ma assai meno nelle terre occidentali: dopo almeno quattro secoli di eurocentrismo non ci rendiamo conto che per i romani la conquista delle Gallie, della Britannia, della stessa penisola iberica nella sue parti centrali, della Pannonia o del Norico derivavano esclusivamente dalla necessità di tenere lontani i barbari ed erano considerate estreme propaggini del mondo. Non è un caso che i romani potenza terrestre, abbiano considerato vitale per la propria espansione lo scontro con Cartagine, potenza marittima per eccellenza.  Anzi se Roma aveva un difetto era proprio quello di essere troppo a occidente tanto che poi la capitale imperiale verrà trasferita a Costantinopoli, mentre una nuova religione di carattere  mediorientale diventava quella di stato.

Tuttavia se esistono rarissime citazioni dell’Europa nel mondo antico, gli europei non esistono affatto e il concetto comincia ad apparire qui e là solo molto dopo la caduta dell’impero d’occidente e l’affermazione degli stati romano – barbarici. Due sono le citazioni native di questo oggetto misterioso: la prima appartiene al sesto secolo dopo Cristo ed è usata da Gregorio Magno in una lettera all’imperatore romano Maurizio (noi lo chiameremmo bizantino, ma al tempo questa distinzione non esisteva) per rivendicare l’universalità del vescovo di Roma, rispetto a quello di Costantinopoli, oltre che per invocare aiuto contro i Longobardi. In quella missiva supplicava l’imperatore:   “Non dimenticatevi dell’europa asservita ai barbari”. In questo senso ciò che orgogliosamente chiamiamo continente era solo la parte di impero Romano non più sotto il controllo imperiale, le terre dei barbari insomma. Dunque ancora una volta un concetto esplicitamente ritagliato in negativo, anche se attualissimo visto che è ancora in mano a barbari politici.  Per un’ altra citazione bisogna attendere ancora tre secoli e questa volta siamo a Poitiers dove intorno al 920 (l’anno esatto non si conosce) l’esercito berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore,ʿAbd al-Raḥmān venne sconfitto dai Franchi di Carlo Martello. Questa vicenda, ignorata molto a lungo, venne invece recuperata a metà del 1800 nell’alveo della nascente cultura del suprematismo bianco per indicare in qualche modo la nascita dell’Europa a cui bisognava pur dare un qualche inizio. Il perché di Poitiers è dovuto al fatto che l’unica cronaca che in qualche modo descrive la battaglia, opera di un autore di cui non conosciamo il nome, spagnolo cristiano, ma abitante sotto il regno mussulmano, marra  al suo inizio l’assalto degli arabi contro le “genti del nord” grandi e grosse, ferme come un muro di ghiaccio. Egli narra anche che il mattino successivo al sanguinoso, ma non decisivo scontro, l’esercito di Carlo Martello si rischierò convinto di dover ricominciare la battaglia, ma gli arabi se ne erano andati nella notte e in questo caso gli uomini del nord diventano “europensis”. Qui assistiamo ancora una volta a un taglio in negativo e questa parte di mondo viene definita non perciò che è, ma in relazione a ciò che non è, ossia la ricca, colta e allora anche più tollerante civiltà araba. C’è da dire che lo scarso ricordo che si ebbe della battaglia per secoli fu che essa non fu né decisiva né folgorante, fu soltanto una vittoria per abbandono e un segnale che l’espansione araba si andava esaurendo dovunque. A questo proposito va detto che un secolo e mezzo prima di Poitiers gli arabi avevano sconfitto i cinesi nella battaglia del fiume Talas oggi in Kazahistan, senza però riuscire a penetrare oltre nella vasta regione: battaglia dunque secondaria importanza se non fosse per il fatto che dai prigionieri cinesi fu appreso il segreto della fabbricazione della carta e della bussola.

Ma vediamo chi erano questo Franchi: erano una popolazione germanica formata. esattamente come gli alamanni  – che hanno dato il nome alla Germania in quasi tutte le lingue romanze ad eccezione dell’italiano e del rumeno –   da gruppi sparsi in prevalenza goti e, probabilmente, da uomini che mal sopportavano il potere tribale e che perciò si riunificavo in accampamenti dandosi il nome di “liberi”, *franco in antico sassone con una radice che fa pensare a Freya e al suo giorno. Friday e Freitag  (ma questa è solo un’ipotesi) . Questi gruppi avevano a lungo combattuto contro i romani sul limes del Reno e in parte del Danubio prima di cominciare ad entrare alla spicciolata  e poi sempre più numerosi nelle gallie nord che si spopolavano. Ora facciamo un passo indietro e andiamo alla fine del IV secolo quando i goti sfondarono il limes del Danubio e si riversarono nei Balcani sconfiggendo in maniera catastrofica i romani nella battaglia di Adrianopoli che costituì il colpo che trascinò nella polvere l’impero. Per fronteggiare la situazione si dovettero prendere legioni dall’Egitto, dal resto del nordafrica e dal medio oriente, ma la situazione non precipitò del tutto, Costantinopoli  il maggior centro di potere dell’impero non venne conquistata dai Goti grazie all’attacco  della cavalleria araba che pure faceva parte delle legioni. E del resto gli arabi, ad eccezione delle tribù più interne erano cristiani, avevano i loro vescovi, i loro funzionari, erano pienamente integrati nel mondo romano ed ebbero persino un imperatore, Filippo l’Arabo, figlio di uno sceicco del deserto  sotto il cui regno si celebrò il primo millennio della città eterna. E anche a lui toccò il destino di combattere i Goti da cui prenderanno origine anche i Franchi. 

Allora come la mettiamo? Inizialmente Europa è ciò che i barbari hanno strappato all’impero, ma l’impero si estendeva su tre continenti ed era un mondo molto più complesso di ciò che noi ora chiamiamo Europa, anzi in qualche modo antitetico ad esso che si riassumeva e ancor oggi in fondo si riassume sotto il nome di sacro romano impero. Però quel nome di recupero che tentava di riproporsi come succedaneo della precedente autorità universale sui territori marginali della medesima, mostrava una chiara natura imitativa e al tempo stesso la prospettiva di voler essere qualcosa di nuovo, identificato con quel “sacro” che però ne mostrava tutti i limiti e l’impossibilità di proporsi come organismo in grado di mediare fra le diverse culture. Ad ogni modo la suddivisione feudale, l’impero, le autonomie comunali e la lotta per le investiture impedirono per secoli che i termini Europa ed europeo venissero usati se non in rare attestazioni: esse cominciano ad apparire sempre più frequentemente dopo la scoperta delle America e l’affermazione sia in termini economici e che antropologici del colonialismo: in questo senso europeo significa non indigeno o aborigeno e man mano acquisisce tutti i caratteri legati all’idea della supremazia bianca che è ancora alla base dell’occidente anche se recentemente si è passati dall’idea di una superiorità genetica a quella di superiorità culturale. Paradossalmente però il vero successo della parola si accompagna allo sviluppo degli stati nazionali avvenuto con la demolizione delle istituzioni feudali residuali ed è in questo contesto che alla fine nasce l’idea  di evitare lo scontro diretto fra le nazioni che detengono il potere su tutto il pianeta, ancorché esso abbia avuto un vero rilievo solo dopo la strage della prima guerra mondiale.

Tuttavia l’idea dell’Europa rimane sostanzialmente un ritaglio e la sua universalità, come possiamo vedere in questi anni, è ancora legata al suo imperialismo, mentre la radicale differenze di cultura che la contraddistinguono vengono elise e rese marginali o addirittura demonizzate dall’economicismo. L’Europa rimane un sacro romano impero che con la tendenza a contrapporsi a ciò che lo circonda, nella sicumera  della propria distintiva sacralità, qualcosa che non unisce e che addirittura è riuscita a riaprire solchi profondi tra le sue culture anche se tenta di nasconderli, qualcosa che ha a che fare con il potere e non con la comprensione e l’amicizia. A mio giudizio l’Italia ha ancor meno a che fare con tutto questo che gli altri: forse è per tale motivo che svedesi, norvegesi e persino finlandesi considerano gli italiani come orientali, ad onta del fatto che la nostra penisola e più a occidente di quella scandinava.


Amiche geniali e tempi cretini

imageFaccio seguito al post di ieri  Siam tre piccoli porcellin  per concluderlo con l’attualità e per tentare un azzardato paragone che comprende due millenni. Nel post si parlava delle manipolazioni culturali, mediatiche e politiche portate avanti durante la guerra fredda e fino ai nostri giorni operate da Washington attraverso tutti i suoi strumenti, Cia in prima fila. Oggi prendo spunto da uno sceneggiato televisivo di questi giorni, mal imbastito sul filo di un  romanzo “L’amica geniale” che è quasi un prototipo di banalità narrativa oltre ad essere zeppo di cliché all’americana. L’autrice Elena Ferrante è, come si sa un nom de plume, dietro cui molto probabilmente non si nasconde un singolo personaggio, ma un pool di editor come è desumibile dallo stile quasi impersonale che esprime, ma qui possiamo cogliere qualche interessante collegamento: la Ferrante “collettiva” è divenuta davvero nota in Italia solo dopo essere stata celebrata in Usa, probabilmente a ragione della sua aderenza ai temi e alle modalità di racconto ormai smaccatamente hollywoodiane,  la sua casa editrice storica, la E/O è nata nel ’79 stampando libri di autori dissidenti dell’Est europeo, anche non di primo piano e continuando a farlo anche dopo la caduta del muro, nonostante la non eccelsa capacità di scrittura, dedicandosi poi ad autori collaterali come Carlotto e finendo per trasferire  il cuore delle sue attività a New York  con il nome di Europa Edition. Infine lo sceneggiato Rai è un acquerello, anzi un presepe come è stato fatto osservare: prodotto dal figlio di Paolo Mieli che è a capo della  Wildside (unita alla Fandango nell’impresa), diretto dal figlio di Maurizio Costanzo, ma di fatto riconducibile alla Freemantle anglo americana alla quale si deve il battage a tappeto che ha preceduto il prodotto, confezionato per il grande pubblico e dunque smussato da ogni residuo aculeo, sia pure artificiale in maniera che possa essere degustato dovunque.

Insomma ci sono tutte le impronte che riconducono a quella intellighenzia atlantica e a quella sinistra liberal che ha fatto da apripista al neoliberismo anche se adesso appare contorta dentro le sue contraddizioni, assertiva più che persuasiva, sonnolenta e allarmata dalla perdita di prestigio. Ma il discorso non può certo riguardare questo singolo caso, va necessariamente  ampliato perché da qualche decina di anni le occasioni di leggere o vedere qualcosa di non dico di memorabile, ma di intelligente, qualcosa che non sia chiosastico o rammemorativo, che esprima speranze che vadano al di là dei destini individuali, insomma qualcosa di forte, di corale e di nuovo, sono diventate più che rare, inesistenti. Il declino in tutti in mezzi espressivi  è stato rapido per non dire drammatico e coincide in pratica con la fine della guerra fredda e la vittoria del pensiero unico dunque di un vero dibattito e di tensioni ideali: non soltanto le persone ne sono banalizzate, ma anche i personaggi e la scrittura che si deve adeguare ai canoni prestabiliti.

Questo mi ha fatto venire in mente un fenomeno del passato che mi ha sempre colpito: il rapidissimo declino della letteratura imperiale romana dopo i tempi d’oro della repubblica e la breve parentesi augustea con l’esorbitante ruolo politico e sociale via via assunto dallo spettacolo, dal panem et circenses: l’epoca di Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Catullo, Tibullo si trasformò rapidamente, in pratica nel corso di mezzo secolo, in un deserto attraversato solo da alcune meteore di letteratura satirica o storiografica oltre che dalle Metamorfosi di Apuleio. Sono il primo a dire che da un punto di vista storico queste comparazioni sono impossibili e in ogni caso forzate e ovviamente anche questa lo è, ma non è detto che i tempi di declino non presentino analogie e che il venire meno della fantasia sostituita dalla fantasy  e della capacità espressiva surrogata dalla performance, vada di pari passo col venir meno delle idee e delle tensioni ideali, delle differenze di ambiente sostituite da emozioni omologate di sapore commerciale oltre che da cliché variamente intrecciati secondo i moduli di un artigiano seriale. Pensiamo solo all’Ottocento e al Novecento e alla loro esplosione e pensiamo all’oggi. Se guardiamo alla formazione dell’impero romano nato di fatto anche se non in termini istituzionali dopo la seconda guerra punica con l’egemonia nel mediterraneo e dunque con l’apertura a culture straordinarie e a quella dell’impero anglosassone nato dopo la guerra dei Sette anni, i tempi grosso modo possono essere sovrapposti: il declino coincide con la massima espansione. E  all’inizio non è un declino della forza, ma della capacità di attrazione.


Il declino e i gattini di Baudelaire

a11Comincio con una domanda vietata ai minori di 50 anni: rifletteteci un  attimo: negli ultimi trent”anni di produzione letteraria, artistica, culturale, narrativa  avete letto, visto, ascoltato qualcosa di memorabile? Non dico buono, gradevole, divertente, curioso e via correndo lungo viale degli aggettivi, dico qualcosa capace di influenzare la vita, di rendere diversi, di costituire un’educazione emotiva, di liberare orizzonti, di diventare insomma linfa vitale? Non credo proprio a parte forse qualche concrezione di eccezionale cattivo gusto,  perché l’arte e la letteratura, la capacità espressiva, la comunicazione al loro più alto livello sono sempre alimentate da una tensione verso un cambiamento e un rinnovamento, sostenute da una visione del mondo, da aspirazioni verso  modelli ideali, qualunque essi siano, da una appercezione tridimensionale del tempo che è anche tempo della storia. Ma quando si vive in un eterno presente nel quale ci si dice che si è raggiunto il massimo e tale massimo si concreta in una gerla piena di cose inutili che diventano il massimo obiettivo, tutto appasisce. Viviamo in una società che ha fatto della competizione il motorino di avviamento del motore che funziona a profitto e sfruttamento e tuttavia viviamo in  una società senza battaglie vere, distesa sull’amaca del neoliberismo, dove anche la rabbia, la sconfitta e la sofferenza non riescono ad attivare una speranza  che non sia solo una fuga individuale.

Non c’è da stupirsi dunque se il mondo dell’immaginario intellettuale appassisce e ne restano solo chiazze dominate dal mercato e dai mercanti, infantilismi conusmistici di infimo livello che stanno al pensiero e alla sensibilità artisca come la peniccilina sta ai germi. Anche al centro del impero che ha risucchiato nella sua decadenza anche tutta la periferia si è formato un vuoto spaventoso: Hemingway, Fitzgerald e Gertrude Stein, sono pura archeologia, Steinbeck, Burroughs,  Ginsberg e Keruac sono mortissimi, perfino John Gardner è seppellito con un paletto di frassino nel petto e James Ellroy è stato trascinato nella serialità televisiva, morto nel suo stesso Grande Nulla. Non rimane nient’altro che artigianato ripetitivo di bassa lega, show e carnevalate da discoteca al posto di qualsiasi altra espressione artistica. Un destino che ha colpito anche quella che una volta era l’altra parte del mondo dove critiche al sistema e speranze in un avvenire più aperto, oltre il comunismo burocratico, avevano portato alla ribalta in vari modi Dudintsev, Grossman, Solzhenitsyn, Platonov. Babel, Erenburg, Achmatova, Evtusensco, Efremov, lasciando poi dopo la dissoluzione dell’Urss un grande vuoto, come se la sensibilità fosse stata aspirata dalle pompe dell’eterno presente e fine della storia predicate dal pensiero unico. Inutile dire che anche il cinema il teatro, quella che siamo abituati a chiamare arte nelle sue avarie forme visise, sonore e tattili ha subito lo stesso destino con l’espansione apocalittica della robaccia anglica nella quale annegano le nostre teste.

Si tratta naturalmente di un quadro appena accennato, ma che restituisce con efficacia e meglio di tanti grafici economici, il senso di un declino globale di cui la grande arte o meglio ancora la sua scomparsa è un sintomo preciso e costante nella storia: lo ritroviamo nella grecia dell’ellenismo dopo la breve, episodica e fatale avventura di  Alessandro Magno, fatti salvi alcuni moduli letterari come il romanzo ricavati dal mondo extraellenico, ma che erano talmente esigui da portare ben presto all’estinzione. O alla letteratura latina che già un secolo dopo Cesare e gli splendori di Virgilio, Orazio, Catullo si era ridotta a moraleggiamenti o alle cronache mondane: la poesia si era ridotta ad ars laudatoria per i potenti, la filosofia a compilazione e commento di opere precedenti. Apuleio fu un unicum nel secondo secolo, come una supernova in cielo opaco. Solo altrove, oltre il limes, fra le pianure da dove i cosidetti barbari venivano spinti contro il confine dalla pressione dell’espansione asiatica, nell’Africa di Sant’Agostino, nel vicino oriente  si andavano addensando nuovi sogni e nuove forme di espressione che poi diedero il loro frutti maturi secoli più tardi, nell’alto medioevo.

Oggi il declino delle forme espressive occidentali è palese se lo si confronta con altri tipi di codici comunicativi di cui possiamo cogliere solo le parti marginali visto il vallo linguistico favorito dall’impero che storna verso un atonoe rozzo  inglese lo studio delle lingue orientali che peraltro non sono affatto così difficili come si favoleggia, se solo riuscissimo a infrangere il diaframma culturale ereditato dal passato. Ma qualche cartone giapponese e la narrativa cinese che funziona per stati d’animo più che per eventi ne sono un esempio. Quella intensità, quella poesia se è ancora possibile usare questo termine, quella danza così esatta di emozioni come un lento rito antico o un ritimico pressante bolero, ci è ormai sconosciuta e forse un Baudelaire oggi non farebbe che mettere foto di gattini inebriati dall’assenzio su Facebook, visto che siamo progionieri in un mondo omologato e assurdamente conformista nel quale domina una sorta di gattorpardismo interiore per cui si vogliono sempre cose nuove perché nulla si puo cambiare o si vuole cambiare, si viaggia per trovare il noioso uguale, dove protesta  e ribellione sono prodotti acquistabili su Amazon. Come lumini per un cimitero di idee.


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