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Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Tempi d’oro per Al Capone

alca Anna Lombroso per il Simplicissimus

Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali.

Proprio come nelle province dell’attuale impero transazionale, dove  gli evasori non occorre però che prendano la residenza a Montecarlo, è sufficiente che con il favore del grande casinò finanziario spostino la loro moneta concreta o virtuale nelle Cayman o in uno dei siti che potete trovare segnalati con precisione nel sito apposito  che garantisce (cito) Anonimato Garantito 100% Società e Conti Offshore. Supporto chat real time. Consulenza personalizzata. Servizi: Professionalità Sicurezza, Serietà siamo sempre al, tuo fianco per tutelare, I TUOI INTERESSI”, o che si facciano aiutare da uno di quei colletti bianchi del riciclaggio le cui prestazioni part time sono condivise con la mafia, spostando sul tavolo verde le loro fiches, azioni, derivati, future, options, o che intestino le villone sulla Costa Smeralda o gli chalet di Cortina vista Olimpiadi a qualche pensionato ospite di pii istituti. Insomma possiedono tutti i requisiti per sfuggire alle maglie della giustizia ingiusta, proprio come i grandi corruttori delle grandi opere, dei grandi eventi e dei grandi inquinamenti, che godono di un regime eccezionale come i loro reati tra audaci patteggiamenti, modeste restituzioni di parti irrisorie del maltolto e l’altro pio istituto pensato epr loro, la prescrizione.

Per questo l’unico deterrente sarebbe colpirli nel punto debole, i portafoglio, ma quello delle azioni, mentre lo stridor di ferri, manette e catene è un suono remoto e quasi impercettibile per le loro orecchie, perché riguarda altri target che si muovono febbrilmente per sopravvivere con le briciole cosparse dalla manina del sistema che doveva far felice il popolo e il sovrano secondo  Smith, sempre più esigue perchè che ormai è premiata solo l’avidità di quell’ 1% .

E’ probabile che oggi Al Capone morirebbe circondato dall’affetto dei sui cari e nel letto della sua magione a Miami o nell’attico o nell’attico del grattacielo Wof Point Torre Est di Chicago, indisturbato, perché il finanzcapitalismo è confezionato su misura per permettere giuochi di prestigio e illusionismi immateriali, da quando le imprese industriali si sono convertite in enti finanziari, da quando le banche vendono macchine: la Fiat  applicò la trovata di Ford e General Motor  quando nel 2010 aprì una banca in Argentina per fornire il credito a famiglie che volevano acquistare una vettura, oggi le aziende vendono i loro fondi pensione o assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti cui hanno tolto le garanzie e le coperture assistenziali, fornendo i mutui per la prima casa a prezzi di mercato, le quote di ricavi e profitti ottenuti da attività borsistiche vengono destinate a altri giochi delle tre carte invece che a investimenti in capitale fisso o di ricerca. E infatti se Renault o Peugeot o altre industrie europee hanno perdite formidabili nel settore produttivo, le loro finanziarie prosperano condannando i loro dipendenti a restituire le retribuzioni sotto forma di “servizi” e a subire i processi di ristrutturazione imposti dagli analisti per accrescere il valore delle azioni.

Figuriamoci che pacchia per i magnaccia di evasione e corruzione, la sostituzione dell’economia produttiva con il sommerso che ormai ha occupato militarmente tutto l’assetto sociale e che dagli istituti statistici viene diagnosticato e analizzato come un fenomeno che riguarda gli artigiani infedeli che non emettono fattura, le badanti che preferiscono non essere messe in regola, i bar che non ci danno gli scontrini, trascurando gli attori veri, quelli che non hanno mai pagato le tasse su stratosferiche operazioni speculative, su acquisizioni fatte a fini distruttivi, su investimenti a fondo perduto pensati per riciclare denaro proprio come fanno i clan dei padrini, ormai seduti accanto ai padroni “legali” negli stessi consigli di amministrazione di banche e aziende.

Negli anni ’70, ’80, ’90 l’asse del prelievo fiscale venne in parte spostato dagli impieghi militari alle spese sociali, ma lo spauracchio della crisi, il modello imperiale dell’austerità hanno realizzato l’attacco al Welfare – e agli stati sovrani – come progetto politico riportando nello spazio di mercato tutto quello che era stato sottratto in favore della collettività, distribuendo i costi della recessione dall’alto verso il basso, mercatizzando non solo la terra, il denaro, il lavoro, ma la previdenza, i sostegni al reddito, la sanità, la scuola, incrementando la divisione di gerarchie e graduatorie di merito della ricchezza e del benessere.

Il venir meno della sicurezza socioeconomica cui ci stavamo abituando ha accresciuto il malcontento, la frustrazione, il conflitto e il risentimento contro lo Stato, visto come iniquo esattore, che esige senza dare nulla in cambio.

E le manette per i grandi evasori suonano per loro come la sommessa colonna sonora della vendetta dei penultimi e degli ultimi, largamente insoddisfatta, un piatto già freddissimo  perché lo stesso Stato cui vengono sottratte le risorse  promuove attraverso la sua classe politica le misure benevole delle indulgenze, i condoni, le esenzioni, gli  “scudi” che hanno abituato i papponi ma anche il vostro idraulico e voi che pagate meno se non vi fa la fattura, all’idea che il gioco è truccato e che sottrarsi ai “doveri” fiscali sia una forma necessaria di autodifesa.  Dovrebbe far sospettare come questa concessione alla nostra collera legittima si accompagna da altri cerotti sulle piaghe, come l’entusiasmo di Confindustria per il no- cash, segnale inequivocabile della sua adesione all’ideologia bancario-finanziaria,  finalizzato a combattere la mini- evasione fiscale favorita dal contante, che paradossalmente aumenterebbe la domanda di beni e prodotti di consumo, mentre quella maxi continuerebbe a alimentare le speculazioni e l’indebitamento di Stato e cittadini.

Una stretta “giustizialista” senza intervenire sul sistema economico e quello della giustizia appaga il nostro risentimento, ma niente di più, se da anni si sono sempre più ristretti i campi e gli strumenti del controllo, della rintracciabilità bancaria, sulla attività borsistica, se si susseguono le azioni e le misure che favoriscono le privatizzazioni, le rendite, le proprietà e gli appetiti mai soddisfatti di chi ha e vuole avere di più, se la libera circolazione dei capitali continua a ingigantire gli squilibri creando un caos sistemico dove tutto si muove nelle tenebre e nell’opacità.

Anche a noi piacerebbe sentire il cigolio del cancello della galera che si chiude sui malfattori, vederli sfilare con le catene ai piedi verso i lavori forzati  e avremmo parecchi nomi da indicare e in molti settori della società. Ma ci speriamo poco: gli evasori di lusso e in grande stile hanno imparato e sono stati sempre aiutati a evadere prima ancora di essere presi.


Ilva, costituzionalmente immune

il   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da ieri è all’esame dei giudici costituzionali l’immunità penale e amministrativa del “commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”, dei vertici passati e presenti, quindi, dell’Ilva, attribuita loro con una legge del 2015.

La questione è stata sollevata dal gip di Taranto che ha rilevato “un contrasto della norma con numerose disposizioni costituzionali, in primis il principio di uguaglianza” introducendo una “irragionevole disparità di trattamento» rispetto alla generalità delle altre imprese.

Ad aprile Di Maio, in visita pastorale a Taranto, si era impegnato con quella determinazione verbale assertiva che gli era cara, promettendo che in base a Dl Crescita l’immunità sarebbe scaduta il 6 settembre. Provvidenzialmente per lui la crisi l’ha risparmiato dall’obbligo di mantenere la parola data e dunque  in base alle disposizioni vigenti assassini trascorsi e quelli che ne hanno raccolto il testimone saranno esentati dalle responsabilità sino al completamento del piano ambientale, ad agosto 2023, in modo che con tutta tranquillità abbiano la licenza di commettere reati penali e amministrativi giustificati dalla necessità di adempiere  “alle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”, che, si vede, senza quel benestare  non potrebbero essere ottemperate.

Come scrissero i giornali allora, e non solo il foglio rosa confindustriale, Arcelor Mittal  reagì legittimamente contestando quella speciosa questione “in punta di diritto”, così la definirono,  che rischiava di  compromettere il rilancio dell’ex Ilva acquisita dal colosso siderurgico che aveva posto come condizione preliminare alla riconversione ambientale dell’acciaieria   il mantenimento delle «tutele legali» previste dal decreto Ilva concepito dall’ esecutivo guidato da Gentiloni.

Così, come ormai avviene di frequente, la politica demanda e delega le scelte che non ha il coraggio di fare, scegliendo la strada della “legalità” percorsa e officiata nei tribunali non sapendo percorrere quella della legittimità e della giustizia.

D’altra parte non c’è da stupirsi, in ogni cessione, privatizzazione e svendita di una impresa è sempre stato allegato alla strenna il gadget dell’impunità, appunto per mettere in condizione l’acquirente di non essere penalizzato neppure per incauto acquisto della roba sottratta a noi, di godere di un regime di placet e autorizzazioni eccezionali dovute per essersi accollato un peso morto, un ramo secco, una cattedrale nel deserto, beni comuni lasciati in stato di abbandono e colpevole trascuratezza proprio per permetterne il conferimento a prezzi stracciati.

L’Ilva ne è un simbolo:   quando acquisì  l’Italsider di Taranto, a Prodi che ne promosse la vendita e che l’aveva definita un gioiello, Riva, rispose di rimando che si accollava un “ferrovecchio” al  prezzo di poco più di 2 mila miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rese noto l’Iri, 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti).

Da vero padrone delle ferriere ha instaurato un regime tirannico (ebbe due condanne per discriminazione), impose turni e condizioni di lavoro inumane, fece di Taranto un città martire contaminando la fabbrica e la città con emissioni, reflui, rifiuti nocivi, seppelliti dentro e sotto al fortezza avvelenata e provocando migliaia di malati e centinaia di morti, traendo profitti miliardari (in lire e poi in euro) che ha indirizzato verso remoti paradisi fiscali, mentre non ha mai investito in tecnologia, sicurezza, sostenibilità,   beneficando degli aiuti dello Stato italiano per farle contribuire alla catastrofe infrastrutturale e ambientale, senza impegnare un quattrino per modernizzare e risanare gli impianti.

Il tutto, illustrato icasticamente nelle indagini della magistratura di Taranto all’atto del sequestro nel 2012  come “disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose”, con la benedizione delle stirpi illuminate dei Dini, dei Ciampi,dei Prodi e di certi loro delfini immeritevoli perfino delle loro nequizie, i Calenda, che hanno  smontato e sfasciato l’Iri,  tolto al governo il controllo sulla Banca centrale, per rinunciare a ogni responsabilità e funzione di gestione del patrimonio comune, industriale, infrastrutturale, dei servizi e culturale, per cederlo ai privati facendoci relegare nei bassifondi sfigati e umilianti dello “sviluppo”, e con il tacito o fragoroso assenso di amministratori locali e regionali, organismi di controllo e vigilanza che pensarono bene di ritoccare il termometro per dire che nessuno aveva la febbre.. o il cancro.

Non ci resta che sperare in un pronunciamento della Corte che stani i ricattatori,  quelli dell’accordo infame: tutti licenziati da riassumere dopo aver fatto fuori i molesti “esuberi”, quelli dell’ambientalizzazione farlocca con la copertura dei parchi minerari in cimiteri perenni e avvelenatori.

Non si resta che sperare che dalle intimidazioni passino ai fatti e che si disfino dell’acquisizione avida e perciò scriteriata, in modo da arrivare naturalmente all’unica soluzione possibile, l’assunzione da parte dello Stato del diritto e del dovere della gestione degli impianti, la mobilitazione di investimenti perché proseguano nell’attività senza inquinare e ammalare avvelenare la città. Se è vero come è vero che l’Italia ha bisogno della siderurgia, se è vero, come è vero, che altri Paesi dimostrano che è sano, profittevole, giusto, salvare i propri gioielli, siano banche o imprese, e tenerseli cari come si deve fare con un bene comune, come la Commerzbank, come la Opel, come la Peugeot, e se è vero come è vero  che è possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da  9 milioni di tonnellate, come a  Duisburg, se si costringono perfino imprese dai trascorsi criminali (in quel caso la Thyssen-Krupp ) a rispettare le regole, che possono perfino rivelarsi  più redditizie dei delitti se uno stato di diritto sa come rendere fertili le pene.


Gli scippatori a Cernobbio e i derubati applaudono

teschio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo dovessimo dar retta alla saggezza popolare, espressa in proverbi più che in comportamenti,  dopo le cronache da Cernobbio del Corriere, toccherebbe correre a voltare 5Stelle. Gli schizzinosi ospiti dello Studio Ambrosetti (ai quali, cito, si offre là l’opportunità di ascoltare alcuni dei principali responsabili europei ed i migliori osservatori al mondo) che coprono gran parte dell’arco oligarchico e cleptocratico non vedono l’ora di liberarsi di questo governo. Interpretando il pensiero del motore d’Italia tramite  un voto digitale anonimo «sull’operato del governo», scrive l’editorialista,  la risposta  di quelli che un anno fa al 53% avevano espresso un giudizio positivo sull’operato del governo Gentiloni,  è stata univoca come di rado capita in questi casi: il giudizio unanime   di  oltre otto top manager e imprenditori su dieci  è che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta lavorando male.

Insomma, conclude articolo, il governo resta popolare fuori da Villa d’Este ma lì dentro l’uno per cento degli italiani quegli “uomini in giacca e cravatta, sono sempre più convinti che stia portando l’Italia in un vicolo cieco. E lo dicono in maniera sempre più aperta”

Ogni giorno abbiamo quindi la dimostrazione che la lotta di classe non è morta, è viva e la conducono i padroni contro gli sfruttati con una tale protervia e violenza che prendono per pericolosi rivoluzionari o almeno insurrezionalisti perfino Conte e Di Maio, perseverando nel volerci persuadere  come dei bravi papà che lo fanno per noi, per il bene di quella marmaglia di ragazzini scapestrati, dissipati e pigri, che hanno troppo voluto e troppo consumato in spese voluttuarie e che adesso si ritrova con le pezze al culo e si affida a incompetenti  guaglioni fotocopie dei loro elettori e dunque altrettanto immaturi e ignoranti.

Gli  imprenditori italiani che delocalizzano, che investono nella roulette finanziaria  invece che in tecnologia, innovazione e sicurezza,  che attentano alla salute e all’ambiente, che usano lo stato come ente assistenziale e gli istituti di credito come bancomat per le loro pretese di azionisti assatanati, sarebbero in pensiero per noi bambocci malcresciuti che vorrebbero le loro pensioni maturate invece di approfittare delle opportunità offerte dai fondi privati spesso promossi e gestiti dagli stessi datori di lavoro, che aspirano a curarsi negli ospedali pubblici invece di investire in assicurazioni o in  quel nuovo brand sindacale, quel “welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale, o. che vorrebbero recarsi al lavoro in qualcosa di meglio e più veloce di un carro bestiame invece di godere delle magnifiche sorti e progressive  dell’alta velocità.

L’aspetto peggiore è che questa oscena narrazione fa presa se guardiamo al risentimento acido e rancoroso con il quale in questi giorni in giro per i social si dà addosso ai risparmiatori truffati dalle banche che non dovrebbero essere risarciti, nella loro qualità di speculatori arrischiati puniti per la loro avidità e, si direbbe, per il loro sconsiderato dilettantismo borsistico, che certi avventurismi vanno lasciati a gente pratica.

Personalmente   conosco l’istituto del risparmio solo per via dei temi che la mia generazione e quelle precedenti erano sollecitate a scrivere annualmente a nome e per conto dell’Ina. Un anno mi aggiudicai il premio che l’Istituto donava ai più meritevoli:  una  polizza, che fu subito negletta dalla mia famiglia appartenente a una dinastia di poco avveduti dissipatori dei guadagni conquistati lavorando,  e  il salvadanaio a forma di casetta,  ambitissimo ma che mi venne subito tolto per darlo, così dissero, a una bambina meno abbiente. E che soldi ci mette dentro se è meno abbiente? Chiesi, meritandomi una reprimenda. Lo ricordo per dire che non voglio fare qui una difesa d’ufficio dei gabbati., ma per dire che da sempre – Berlusconi adottò lo slogan secondo il quale ci potevamo salvare  dalle cravatte europee per via dei fondamenti sani – gli italiani godono della fama di parsimoniosi avveduti, sollecitati a farlo in vista di investimenti in mattone nelle varie Milano 1 e 2 e così via, ma anche in spese in sanità privata, dentisti, chirurghi e clinici anche quelli nel novero del padronato caro allo Studio Ambrosetti.

In tempi di restrizione dei consumi, la roulette – quasi russa – della finanza adotta l’ideologia dell’austerità per raccomandare sobrietà salutista: mangiare meno, farsi l’orto di guerra, stimolare la prole a cogliere le opportunità dell’avvicendamento scuola-lavoro, accontentarsi di qualsiasi lavoro umiliante e precario, ridurre talento, aspettative e desideri alla pura e semplice garanzia di sopravvivenza in nome dalla necessità. Stato dal quale ci hanno persuasi  che si possa uscire recandosi alla Las Vegas globale, partecipando al gioco d’azzardo che promette di sbancare il tavolo verde puntando il poco sottratto ai bisogni in saccoccia.

A ben altri dovremmo dare la colpa, alla cupola che governa il totalitarismo economico e finanziario, ai suoi sacerdoti che officiano le liturgie a Wall Street e pure al cinema indicando nuovi miti e eroi negativi, ai suoi croupier indottrinati nell’arte del ricatto e dell’intimidazione, che contrattano fidi e scoperti in cambio della sottoscrizione di impegni degni dei racket, ai suoi cravattari aguzzini che imboniscono i pensionati per sottrargli la liquidazione e  scommetterla nelle trecarte truccate, mentre  lo Stato e noi tutti siamo chiamati a concorrere al salvataggio dei casinò criminali grazie a provvedimento di emergenza (nel 2017 in una notte il governo  ha stanziato ben 5 miliardi per il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, al tracollo per essersi esposte in favore di una clientela d’alto bordo).

Perché a questo sono ormai ridotti lo Stato senza sovranità, un Parlamento a potere sempre più ridotto malgrado sia stato salvato in extremis da ulteriori espropri di competenze e ruolo che si presta a accontentare i clan compresi quelli famigliari degli speculatori, a farsi camerieri in livrea del capitale privato e degli operatori del mercato azionario,  tenuti sotto schiaffo dalle agenzie di rating, in qualità di estorsori,  costretti a acquisire le parti infette del sistema per scaricarli dalle perdite assorbendole in vista di un futuro migliore.

Sconsiderati e sventati, questo si, golosi e imprudenti, questo sì, irresponsabili e ingordi i piccoli risparmiatori che quando hanno preso non si sono interrogati sulla provenienza di quei soldi infetti. Ma anche plagiati e truffati, loro. E imbecilli noi che ci caschiamo a prestarci a un’altra guerriglia tra poveri invece di ribellarci quando ci vengono a dire che non ci sono i soldi per l’assistenza, per la tutela del territorio, per le case all’Aquila e Amatrice, per le scuole che crollano e l’istruzione pubblica che è sempre più negletta, per la ricerca ridotta a meno della scatola del “Piccolo chimico”, per le bonifiche e il Mezzogiorno, mentre ci sono per le armi, quelle che sparano in guerre imposte dall’impero per offesa e “difesa” dai poveracci peggio di noi, e le altre, quelle mosse dalle bad company, imprese che si spostano per sfruttare eserciti di lavoratori senza garanzie e diritti, istituti creditizi che obbligano la nostra banca, lo Stato attingendo alle nostre tasche, a far fronte alle loro operazioni sporche.

Così i poveracci sono tutti colpevoli, quelli di volerci guadagnare noi di farci sfruttare, che a volte condannarsi a essere vittime è un peccato.


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