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E Grecia sia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È vero, è proprio un esercizio da Pulcinella cercare elementi di soddisfazione vendicativa nella  defenestrazione di Azzolina, nel disarcionamento di Arcuri, nella rimozione di Speranza, mai come oggi omen nomen. È un po’ come la gratificazione del condannato che, durante l’avvicendamento dei boia,  può scegliersi  se è meglio l’iniezione letale o la sedia elettrica,

Oggi nei giornali e nella rete ferve quel lavorio che ricorda il dinamismo delle larve su un cadaverone, una foga dietrologica che fino a ieri era stata considerata un vizio da complottisti.

Così c’è chi si interroga su chi muovesse i fili della marionetta  sbruffona, chi si bea del successo della sua personalità distruttiva che a costo di rimetterci le penne avrebbe prodotto un bel po’ di macerie. C’è chi pensa che l’azzimato tenentino sia stato fatto fuori dai generali per una certa indole alla disobbedienza addirittura alla diserzione, a torto a vedere come il suo progetto superi addirittura le condizioni per la pace secondo quelli che vincono sempre, in tema di diritti, aiuti alle imprese, quelle grandi e strutturate, è ovvio, privatizzazioni, riduzione delle garanzie costituzionali e occupazionali.

Giornaloni ripescano gli auspici in corso come moneta corrente da qualche anno, perché l’abbia vinta l’algida determinazione dell’anatomopatologo che finalmente riporta un po’ di efficienza asettica nella sala d’anatomia, in modo regni finalmente un po’ di ordine alla greca dopo tutto il marasma degli inconcludenti dilettanti.

A cominciare dal cognome, che evoca detergenti energici per la pulizia a fondo, water compreso, e dalla fama conquistata sul campo, anzi sulla tolda del Britannia   quando i boss  della cosca bancario-finanziaria italiana, il governatore Ciampi, il ministro del bilancio Andreatta, lui, allora direttore generale del Tesoro, insieme ai vertici dell’Eni, dell’IRI, delle banche pubbliche e delle varie aziende Stato e partecipate, si diedero convegno  al largo di Civitavecchia sul panfilo della regina Elisabetta, con la cupola internazionale, per stringere, proprio un 2 giugno, del 1992, un patto infame volto a liquidare l’azienda Italia, attraverso la privatizzazione e la svendita a prezzi da outlet, del tesoro industriale, consortile e creditizio del Paese.

Poco dopo la firma di Maastricht e in una non sorprendente coincidenza con l’apparente repulisti di Tangentopoli, di preparava così il dominio della vera antipolitica, quella dei potentati del vero establishment, tecnici, manager, economisti passati dalla Bocconi all’università della strada tramite poltrone ministeriali, la riduzione dell’Italia a provincia remota e riottosa da commissariare sarebbe avvenuta grazie alla progressiva espropriazione, alla forzata rinuncia della sovranità, alla  cessione dei poteri e delle facoltà dello Stato ristrette all’unico ruolo di esattore dei poveracci e ong dei ricchi.  

Non è poi molto diverso il sentiment “popolare” che affiora dalla palude dei social, ormai contagiato da una domanda di repressione di comportamenti trasgressivi, da un bisogno di un ordine sociale che si avvalga del distanziamento  e della forza sanzionatrice  per allontanare presenze, e esigenze, moleste e parassitarie.

Ben presto quelli che oggi si dedicano alla celebrazione del martirio di Conte, proprio come in passato, confideranno, ma qualcuno ha già cominciato, a inorgoglirsi per il credito di un nuovo governo in grazia di Dio, dell’Ue, della Goldman & Sachs (Draghi  ne fu Vice Chairman e Managing Director per le strategie europee e in qualità di membro del suo Comitato esecutivo  appioppò prima all’Italia e poi alla  Grecia un bel po’ di derivati tossici), della Nato e del Vaticano.

Qualcuno già rammenta le alate parole al meeting dei Comunione e Liberazione dell’agosto scorso quando il Grande Liquidatore usò tutta la sua faccia tosta, che – notazione fisiognomica – sembra sempre calzata di naylon come quella dei rapinatori,  per denunciare come  l’ingiustizia da sociale di sia convertita  in ingiustizia generazionale, raccogliendo il plauso dei Propaganda Fide, dei volonterosi giovinetti e di tutti i commentatori e opinionisti pronti a giurare sulla sua “redenzione” keynesiana, confermata da quel tanto di esercizio dell’autocritica che serve a dare credito alle più sgangherate abiure:  “l’inadeguatezza di certi assetti era da tempo evidente, e questo lo deve riconoscere chi ai tempi, io per primo, li ha fortemente sostenuti”.

Il fatto è che ci sono due livelli di disperazione nel Paese, quella più profonda di chi non ha parole e meno che mai ascolto, così abissale e vergognosa del suo stato che non ha tempo né modo né voglia di immaginare che da un cambio di governo derivi qualcosa di buono, che vive la sua condizione di vittima condannata alla rassegnazione, che se si muove può farsi male con le sue stesse catene.

E poi c’è l’altra, anche quella immobile perché appartiene a quelli che pensano che con la loro inazione si proteggono, salvando il tetto e le pareti della tana che sono riusciti a conservarsi, che si augurano con l’assoggettamento, di tutelare i miserabili privilegi che sono certi di essersi meritati. Si tratta di una disperazione gretta, che fa della mediocrità e del conformismo le vere virtù della cittadinanza, che deplora chi pensa e vuole immaginare “altro” da tutto questo e si rafforza con l’anatema, la censura e l’autocensura, abituata a non voler sapere, vedere, sentire, che vive il disincanto democratico come la doverosa e ragionevole abiura da qualsiasi forma di resistenza allo sfruttamento e di opposizione alla sopraffazione.  

E siccome pare non ci sia via virtuosa al potere, e nemmeno alla salute, preferisce un noto conosciuto e già provato a un ignoto che potrebbe sorprendere, rimettendo la delega in mano di gente scafata e pratica.

E d’altra parte non è più tempo di democrazia, nemmeno digitale, le elezioni nuocciono alla salute, chi le continua a pretendere è a un tempo velleitario e negazionista, il Parlamento è stato giustamente esautorato in favore di organismi “privati” costituiti da manager e esperti di marketing.  

E Draghi lo è, con i suoi affini e famigli ( si parla di Cartabia per la Giustizia – anche quella divina, di Fabio Panetta, membro italiano dell’esecutivo Bce, che potrebbe andare a guidare il Mef, di  Carlo Cottarelli, il premuroso  e dalla Capua alla Salute), tutti da annoverare nelle cerchie dei competenti e dei quali  sono già state messe alla prova le capacità, tanto da non riservare sorprese.

Difatti basterà fotocopiare la famosa lettera a firme congiunte Draghi-Trichet che intimava agli italiani le obbligatorie misure improrogabili per ripristinare la fiducia degli investitori: “ revisione strutturale della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” , di servizi, Welfare, istruzione,  “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”;   “riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la contrazione dei salari”; “riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale e  criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Difatti basta pensare a lui come gran suggeritore  del “fiscal compact“  quella revisione inferocita del  patto di stabilità, cui le politiche di bilancio nazionali devono uniformarsi   per risultare credibili. Difatti basta guardare al suo ruolo nella guerra condotta contro la Grecia, quando la Bce tagliò i flussi di liquidità d’emergenza alle banche greche come vendetta per aver osato indire un referendum contro i diktat europei.

Il trailer dell’horror che ci aspetta è andato in onda, almeno non avremo sorprese.


Cattivi maestri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è stato facile in questi anni  offrire appoggio “sociale” a una categoria che non godeva di buona stampa. E dire che si trattava di lavoratori cui era affidato l’incarico più sensibile e delicato tra tutti, quello di accompagnare le nuove generazioni nel futuro, equipaggiandole del necessario perché talenti e aspettative potessero esprimersi e realizzarsi.

La letteratura sulla loro indole  parassitaria è stata accuratamente nutrita da un repertorio, ma non del tutto creato ad arte, di stereotipi: troppo mesi di vacanza, troppa gente che interpretava la docenza come   una scelta obbligata dopo che vocazioni e aspettative erano state frustrate, e poi troppe donne che così coniugavano gli obblighi famigliari col posto sicuro inanellando permessi, maternità, allattamenti, malattie dei pargoli, per non parlare del mercato nero delle ripetizioni, della preparazione carente e inadeguata alle nuove sfide della modernità.

Lo scopo evidente era quello di  minarne la reputazione per contribuire così alla demolizione della scuola pubblica. E basta considerare come stia concorrendo all’accreditamento e alla sostituzione della istruzione statale  con  quella privata l’incapacità dimostrata in otto mesi di fronteggiare una emergenza, giustificata dalle scelte del passato, impiegate come alibi da tutto il ceto dirigente  di tutti tempi, con scelte insensate e investimenti che fanno sospettare interessi opachi, con una comunicazione confusa e un rimpallo di colpe e responsabilità che hanno persuaso i genitori a investire in alternative apparentemente più efficienti e gli insegnanti a cercarsi collocazioni più sicure e remunerative.

La stessa cosa  si è verificata per il personale sanitario, oggi temporaneamente promosso al rango  esercito di eroi,  prima penalizzato da remunerazioni indegne, turni massacranti, carriere sottoposte a percorsi arbitrari, disagi legati ai tagli alle risorse destinate al settore, tutti accorgimenti studiati a tavolino per promuovere cliniche e clinici extra moenia e Stato, compresi gli obiettori a intermittenza, baciapile in ospedale e  mercanti in clinica.

Anche di loro si denunciavano, ed era legittimo, l’indifferenza al dolore come agli obblighi deontologici, certi aspetti dichiaratamente mercenari, gli errori dovuti a disattenzione o scarsa competenza, perché è più facile e immediato prendersela con un obiettivo vicino e identificabile piuttosto che con la lenta inesorabile morte delle università, con la consegna di ricerca e sperimentazione a enti  in carico alle case farmaceutiche, con stipendi umilianti e con l’applicazione  feroce  della morigerata austerità.

L’impresa ai difendere certe categorie era stata ardua, quella dei docenti in particolare.

È impervio stare dalla parte di una corporazione in conflitto con i suoi stessi interesse e la propria dignità, che si lascia imporre la “buona scuola” dopo anni di progressivo smantellamento dell’istituzione e del proprio incarico, che si dimostra obbediente all’imperativo di trasmettere valori sempre meno civili e culturali e sempre commerciali, per realizzare la distopia di una istruzione rivolta a formare generazioni di esecutori concentrati in una attività specialistica.

Proprio quella, che nelle attuali circostanze subisce le irrazionali imposizioni che si accaniscono contro docenti, alunni e famiglia, costretti a barcamenarsi nell’autoscontro tra banchi a rotelle di stabili insicuri promossi grazie a estemporanee sanificazioni, dove turnazioni scriteriate sostituiscono le necessarie assunzioni.

Una categoria la loro, autoreferenziale e poco partecipe di lotte comuni per il lavoro, il territorio, per un sapere  e una conoscenza che non sia solo al servizio  del mercato, del profitto e dell’esplicarsi delle qualità necessarie ad affermarsi come “classe dirigente”: competitività, arroganze, ambizione, spregiudicatezza.

A salvare l’immagine è stato qualche buon Maestro, spesso arruolato tra i Cattivi, figure ribelli o solo responsabili in una zona grigia, e molti soldatini che nei mesi della didattica a distanza si sono prodigati con inventiva e spirito di iniziativa e pure sacrificio economico, quando la banda larga e la digitalizzazione sono le radiose visioni delle Leopolde e delle task force di Arcuri e Colao.

Beh adesso è più difficile ancora, da quando gli insegnanti – sociologi, professionisti della percezione, statistici ci hanno fatto sapere essere lo zoccolo duro del riformismo sciacallo che ha devastato scuola e università, Berlinguer peggio della Moratti, Fedeli alla pari con Gelmini,  e lo si riscontra nei social,  interpretano con vigore e determinazione un risentito disappunto, fino all’anatema, nei confronti di altre categorie, cui riservano un altezzoso disprezzo per via dell’inferiorità culturale, accanendosi contro gli osti ma non contro Cracco, di una certa tendenza alla trasgressione in materia fiscale, rimuovendo pudicamente le profittevoli ripetizioni in nero, dell’indole venale, che pare colpisca malignamente quelli che non hanno uno stipendio sicuro.   

E d’altra parte è questo il principale successo degli autori dello stato di eccezione, l’incremento delle differenze, delle disuguaglianze  e delle gerarchie di chi ha diritto di stare al riparo e chi l’obbligo di esporsi, di chi ha doveri e chi si accontenta dell’unico diritto alla salute, retrocesso a sopravvivenza. E anche in quel caso c’è chi si merita la sopravvivenza con il pane garantito e chi invece, per aver omesso la ricevuta fiscale, per non aver fatto lo scontrino, non avere regolarizzato il cameriere bengalese o la commessa filippina, deve tacere e ringraziare il cielo se gli arriva, con comodo, qualche elemosina.

Si è formata così una forte e convinta “opposizione” ai virulenti moti di piazza, ai tumulti e alle indisciplinate sommosse sia pure con mascherina, subito arruolate a forza nelle compagini del Pappalardo, immediatamente catalogati come negazionisti, che solo per l’abuso sconsiderato del termine meriterebbero il licenziamento della scuola dell’obbligo.

Pare che chi non appartiene a ceti culturalmente e socialmente superiori, non possa investirsi dell’autorità morale e civile di difendersi e di farsi così carico di altri che patiscono  gli effetti di politiche scellerate di ieri e di oggi. E che per garantire l’ordine sanitario sia necessario riporre in attesa di tempi migliori anche l’articolo 17 della Costituzione, che sancisce il diritto di manifestare pubblicamente.

Da mesi sarebbe dimostrato che l’obbedienza è una virtù e farsene carico sono perfino quelli che in classe agli alunni avranno letto il priore di Barbiana, che la critica è un vizio che va represso per via dei pericoli di contagio,  che l’opposizione va sospesa ragionevolmente quando non può essere riconosciuta solo a Salvini e Meloni, in modo da ridurla a barzelletta oscena.

E quindi che anche la partecipazione democratica (l’abbiamo potuto esercitare solo per il referendum e le elezioni che avevano magicamente contenuto la drammatica “curva” dei positivi ) va obbligatoriamente interrotta per prodigarsi in favore del governo e dei suoi ministri alle prese con l’apocalisse.

Se è stupido  un governo che spende i soldi in bonus per biciclette e monopattini ma non potenzia i trasporti pubblici, non saranno stupidi i governati che si menano tra loro invece di costituire un blocco sociale forte e unito di sfruttati, umiliati ma non arresi? 


L’ultima sfida degli sceriffi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio vero, per quanto sia una delle tradizioni più consolidate, la pratica dello scaricabarili viene sempre accolta con sorpresa da chi pensava di essere stato esentato dall’onere delle responsabilità individuali e collettive, quelle che solitamente sono risparmiate  a chiunque sia entrato, col voto, per elezione o per protezione, per fidelizzazione o merito dinastico, nella cerchia oligarchica, ricadendo invece, secondo la buona regola incarnata più che da Rousseau o Constant o Hobbes o da Montesquieu, dal Marchese del Grillo, su ultimi e di questi tempi anche sui penultimi.  

Così non sorprende lo sdegno con cui i sindaci hanno accolto le recenti disposizioni che delegano loro scelte  moleste e  sgradite, impopolari anche se   vengono proposte come misure necessarie decise per il nostro bene,  quel bene che un popolino riottoso, indolente e capriccioso non sa perseguire.

A quanto pare proprio non avrebbe funzionato lo stato di eccezione istituito per far fronte all’emergenza sanitaria e attuato con procedimento d’urgenza, scavalcando il Parlamento, che è stato evocato solo in occasione di un referendum che ha avuto la funzione di un atto di fede nella maggioranza dell’esecutivo e pure della cosiddetta opposizione, dando poteri straordinari ad autorità speciali,  e ancora meno quella funzione pedagogica e moralizzatrice dei costumi popolari che si è voluta aggiungere ai compiti dell’esecutivo stabiliti dall’articolo 95 della Costituzione.

E dopo otto mesi di un’azione condotta con modalità accentratrici e autoritarie,   nei quali se le cose sembravano funzionare era merito del governo e se invece le cose andavano male era colpa della gente, articolata in target “criminali”, runners, vacanzieri, frequentatori di grigliate, clienti di locali per scambisti,  habituè di rave e orge, gitanti della sagra della porchetta finalmente proibita, spetterà a renitenti primi cittadini fare i guardiani  grazie a misure malviste quanto robuste quando non addirittura marziali, sanzioni, deterrenti, e magari  con l’aiuto di denunce e delazioni, eufemisticamente chiamate “segnalazioni”.

 Tocca a loro, per via di quell’equivoco secondo il quale sono i più vicini alla gente, i più radicati territorialmente, anche se da anni grazie alla inarrestabile erosione democratica, gli amministratori locali,  come i parlamentari, rappresentano delle entità fantasmatiche, remote, designata sulla base di liste bloccate e decise dalle nomenclature, siano partitiche o economiche e tecniche,  tanto che ormai il loro successo può essere decretato dal fatto che siano nuovi della partita e non ancora sperimentati o felicemente sconosciuti ai più.

Mentre da questa trasmissione di fastidiose deleghe sono graziate ancora una volta le regioni, cui pare spettino solo le frattaglie delle discoteche e il coprifuoco quando tutti dormono, tanto “intoccabili”, da non consentirne il commissariamento nemmeno nel caso accertato di malversazioni, incapacità, inadeguatezza, nemmeno quando pretendono un’autonomia, che sarebbe più corretto chiamare defezione o meglio ancora secessione, per perfezionare la tecnica già largamente adottata di sottrarsi al controllo mantenendo i benefici dello Stato, per favorire i processi di privatizzazione, quelli che in questi mesi hanno portato morte e oltraggio di diritti e prerogative.

A noi resta di fare da spettatori senza pop corn davanti a questo teatro dei pupi che fingono di duellare con gli spadoni di cartone per non farsi male, avendo imparato da tempo che poco importa da che livello decisionale  ci arrivano le bastonate. Così come abbiamo imparato che non fanno meno male se a infliggerle è qualcuno che sta a chilometro 0, al Campidoglio piuttosto che a Palazzo Chigi, a Palazzo Marino piuttosto che al Viminale.

Che affidamento potremmo dare a qualcuno che in nome del bene comune usa il Comune per trasformare l’urbanistica in una contrattazione a perdere con costruttori e immobiliaristi, sicché la tragedia dei senzatetto divento oggetto nel migliore dei casi di una commissione di studio e nella normalità di sgomberi forzati.

Che fiducia potremmo riporre in chi una il patrimonio immobiliare e artistico per compiacere probabili finanziatori di campagne elettorali che organizzano matrimoni sontuosi e convention sibaritiche, o in chi riduce qualsiasi bisogno e istanza dei cittadini in problema di ordine pubblico da risolvere con la polizia municipale cui un susseguirsi di disposizioni bipartisan ha conferito sempre più poteri.

Non a caso primi cittadini progressisti hanno adottato e applicato a tempo di record le norme dei decreti in materia di sicurezza e contrasto all’immigrazione irregolare di Minniti e Salvini, gli stessi o gli eredi ideali degli sceriffi non solo leghisti  della panchine riservate agli indigeni con apposito cartellino e catenella, quelli dei muri per isolare siti a rischio, delle mense dedicate agli abbienti non colorati, dei bus discriminatori come nell’Alabama di prima di Rosa Parks.

Non a caso sono loro a ergersi in difesa di un decoro autoctono oltraggiato dal kebab ma non dai lussuosi locali del sushi, dalle bancarelle dei vu cumprà promoter del   meticciato  commerciale più insidioso delle grandi firme globalizzate con vetrine e prodotti uguali a Venezia come ad Abu Dhabi.

Non a caso la loro impotenza e incapacità a agire è la stessa a tutte le latitudini e a tutti i livelli gerarchici  e decisionali, celata dietro l’alibi dei passivi di bilancio, dell’obbligo di obbedire a diktat sotto forma di fiscal compact e “obblighi” di stabilità, elusi nel caso di incaute sottoscrizioni di bolle, fondi e altri giochi di prestigio a perdere del casinò finanziario.

Non a caso si tratta di quei poteri che declinano le disuguaglianze su scala locale, tagliando i fondi per l’assistenza ai pubblici più vulnerabili, che hanno promosso la privatizzazione delle aziende di servizio, diventate carrozzoni clientelari, che applicano la regola di mercato di annettersi i profitti  e socializzare le perdite, peggiorando le prestazioni e elevando le tariffe.

E sono loro quelli degli stadi, dei ponti, delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi, mentre il Lambro, il Seveso e l’Olona ogni autunno vomitano fuori dagli argini le loro acque inquinate, Venezia si allaga un giorno no e gli altri si, ma tanto è spopolata e i pochi rimasti si comprino gli stivali come ebbe a dire un illuminato primo cittadino, crollano rovinosamente i lungarni, Palermo si sgretola al primo temporale. E che non sottilizzano troppo in tema di amicizie e alleanze come dimostra il numero di comuni sciolti per mafia: 45 nel 2019, gli appalti truccati, gli incarichi e le consulenze a cattivi soggetti.

Ci sono anche loro a badare alle frontiere segnate per separare chi merita di essere tutelato e protetto da chi attenta al decoro e alla decenza, alla sicurezza e alla salute, punendo   il mendicante, non chi organizza i mercati della povertà, la prostituta, non chi gestisce la tratta del sesso, chi non osserva il distanziamento sociale e non chi permette che i bus e le metropolitane siano stipate come i carri diretti al macello.

C’è sempre da sospettare dei teatrini che mettono in scena per noi, dandosi finte mazzate, impreparati dopo otto mesi a fronteggiare l’emergenza da cui pensavano di trarre profitto, inadeguati o riottosi a praticare  le soluzioni più semplici e dirette: contagi nelle scuole? Bastava investire  sull’edilizia scolastica, sulle assunzioni e sul potenziamento dei mezzi pubblici invece di trastullarsi coi banchi a rotelle e con la Dad.

Code ai drive in e congestione dei reparti? Bastava indirizzare risorse immediate sulla sanità pubblica e potenziare la medicina territoriale e di base, invece di giocherellare con le improbabili risorse del Mes e delle elemosine europee.

Interi comparti stanno dichiarando fallimento, quelli che hanno creato e mantenuto il tessuto economico del paese e migliaia di persona vanno a ripopolare l’esercito dei disoccupati? Non sarebbe stata ora di far ringoiare a Bonomi il suo fiele  e i mugugni della Commissione europea contro i sussidi (peraltro ampiamente parziali e insufficienti) ipotizzati a beneficio delle fasce deboli della popolazione, a fronte delle cifre messe a disposizione delle imprese, circa il 50 percento su 110 miliardi delle varie manovre che si sono succedute da marzo ad oggi?

Continuano a sbagliare, continuano a voler sbagliare. Ma noi sbagliamo a sopportarlo.


Attaccatevi al tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immagino la vostra delusione se avevate incautamente pensato che toccasse essere grati al Covid per aver messo in luce antiche magagne, inique disuguaglianze e turpi traffici, con l’auspicio che così nulla tornasse come prima.

Ieri chiamata a rispondere sulla crisi del trasporto pubblico la garrula ministra “competente” ha intrattenuto gli astanti con i suoi capricci rococò: magnifiche sorti delle funivie, e poi “buoni mobilità alternativa”, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini e per l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale, anche con il generoso sostegno di incentivi del welfare aziendale, così apprezzato  a pari merito da imprese e sindacati, i primi che sfruttano due volte i lavoratori i secondi che esprimono la loro nuova vocazione per la consulenza in materia di fondi e assicurazioni e benefits .

Questo esecutivo si sta proprio distinguendo per una formidabile capacità “elusiva” dei problemi, dimostrando un ineguagliato talento nel caricare scelte, responsabilità e  colpe sulle spalle “cittadini” esonerando chi governa a tutti i livelli, centrale e periferico.

E dire che la garrula ministra stavolta avrebbe dovuto fare i conti col fuoco amico, con un target  cresciuto in anni in virtù del processo di consegna del “riformismo”  all’impianto ideologico  neoliberista, con  privatizzazioni camuffate e mutazione delle aziende di servizio pubblico in greppie clientelari,  interessate al profitto da accumulare aumentando le tariffe e abbassando gli standard di qualità delle prestazioni, secondo la regola in vigore che impone di socializzare le perdite e capitalizzare i guadagni.

Tanto che perfino l’ex sindaco di Napoli, pur non abilitato alla “pretesa di innocenza”, ha pubblicato una foto dei bus cittadini strapieni di viaggiatori.

Tanto che Asstra, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano in Italia, sia di proprietà degli enti locali che private,  ha lanciato un grido d’allarme: in previsione di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%)  è impossibile  conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni.

Solo nelle ore di punta mattutine, hanno dichiarato,  si rischierebbe infatti di non poter soddisfare la domanda di circa 550 mila spostamenti ogni giorno (scenario al 50%), arrecando un notevole disservizio quotidiano all’utenza”. Nell’ipotesi di riduzione al 50% della capienza massima consentita, verrebbe impedito a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro“.

È perfino banale sospettare che gli associati dell’Asstra, la crème delle varie Atac, Atm, Anm, così come la ministra, i sindaci in carica  e gli ex a volte traghettati in società, fondazioni, incarichi prestigiosi, non siano stati né siano soliti spostarsi in tram, bus, metropolitana, funicolare, preferendo di gran lunga le auto blu, cui si sono convertiti, necessariamente dicono, perfino quelli il cui  temporaneo successo è stato assicurato dalla guerra ai privilegi. 

E  il caso ormai leggendario della Panda Rossa, dimostra comunque che l’esemplare e dimostrativa rinuncia a certe prerogative non garantisce il buon amministratore.

Non ci viaggiavano prima, tantomeno ci viaggiano adesso, non hanno subito le attese interminabili a Via Labicana senza pensiline, pioggia o solleone, non si sono spintonati sul 56 dal Quartiere Adriano passando per Via Padova, non hanno patito insieme a altri 3600 forzati sulla metropolitana di Scampia. Così era inevitabile che al termine del tavolo sul trasporto pubblico si arrivasse alla determinazione di adeguare il termometro alle esigenze della febbre, confermando che la soglia di riempimento dei mezzi è fissata all’80%.

Che poi, ammettiamolo,  i mezzi pubblici, vista la proverbiale inefficienza, insalubrità, costrizione inevitabile a mescolarsi con il popolaccio, sono monopolio esclusivo di quella plebe che vive ai margini, meritatamente  estromessa dai centri cittadini in quanto lesiva del decoro,  cui si sono aggiunti via via i recenti condannati alla marginalità, gente che non poteva pagare il mutuo, gente che non poteva sostenere affitti elevati, disoccupati e sottoccupati che – non è una leggenda metropolitana – si fanno la guerra con gli immigrati per conquistarsi le borgate. E quelli nuovi di zecca, quelli che stanno pagando il prezzo disperato del governo dell’emergenza (l’ISTAT  segnala che nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-34 anni è sceso al di sotto del 40%, e da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro), quelli estromessi dal mercato, commercianti, esercenti, artigiani.

E  d’altra parte dopo la veloce repressione non solo morale dei primi scioperi all’inizio del lockdown dichiarati dai cittadini/lavoratori di serie B, chiamati a sacrificarsi per quelli di serie A in cambio della definizione di martiri del dovere, le eventuali  proteste sono state catalogate o come virulenza negazionista, oppure come il molesto ma insignificante manifestarsi dell’indole al vittimismo e alla lagna della marmaglia.

Dalla tribuna morale al pulpito di una quarantena civile e politica  durata più di mezzo secolo, un ceto che conserva ancora magri privilegi grazie  ai quali si sente protetto, immune e “esentato” dalla solidarietà  ha potuto officiare i riti del distanziamento, del lavoro agile, della didattica a distanza, sentendosi oggi autorizzato a lanciare l’anatema contro il popolino bizzoso e renitente.

Le facce di tolla che hanno completamente interiorizzato il fatto che “non c’è alternativa”  e che sono state, prima, tra i fan dei tagli alla spesa pubblica, e che poi hanno dottoreggiato, chiamandosi fuori, sui crimini  commessi nel chiudere  presidi sanitari sul territorio, sulle mancate assunzioni di personale sanitario, sull’umiliazione  del personale, oggi si accodano a che incolpa la “gente” della nuova virulenza, effetto del malcostume irresponsabile di chi sentito l’odor di licenza si è dato a bagordi, orge, rave.  

È stato facile convincere che il problema sia il virus e non il sistema che l’ha promosso, ancora più istintivo far credere che gli effetti perversi del mercato: austerità, disuguaglianze, privatizzazioni, espropriazione dei poteri statali, inquinamento, si contrastino con gli strumenti del mercato.  

E infatti le risposte, dopo la manualistica del bon ton sanitario e sessuale, sono sempre le stesse: favorire le soluzioni private e individuali,  rafforzare il marketing dell’elettrico, vedi mai che la Fca dismetta il brand delle mascherine, spingere l’acceleratore sullo smartworking, così estemporaneo disorganico e inefficiente da far capire anche i più riottosi chi ne trae giovamento: contratti anomali, riduzione delle retribuzioni, disponibilità h24,  estromissione delle donne dal mercato del lavoro in favore del part time.  E mobilità, intesa come imposizione di una flessibilità che va a danno dei lavoratori, delle madri di famiglia, dei genitori, degli insegnanti,  degli studenti, costretti a una elasticità di orari che condizionano i tempi dell’esistenza, in modo da impegnarli in prima persona  a tamponare i guasti.

In sostanza a  noi, che saliamo sui mezzi pubblici dopo lunghe attese, ci spintoniamo, diamo un’occhiata a Immuni per monitorare le vicinanze pericolose, stanno dicendo “attaccati al tram”, una delle tante declinazioni del pensiero del Marchese del Grillo.


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