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Alunni “privati”… dell’istruzione

scuolAnna Lombroso per il Simplicissimus

Le scuole paritarie sono una parte importante del sistema scolastico. Rappresentano un patrimonio formativo e culturale dell’intera comunità nazionale e un’opzione di scelta educativa che va assolutamente tutelata”. Con queste premesse – era Delrio che parlava qualche giorno fa non contento dei primi 150 milioni stanziati per la scuola privata – non c’è da stupirsi che di milioni ne siano stati stanziati altri 150, grazie all’impegno profuso dal Pd, da Italia Viva e dalla Lega, insomma da tutta la destra unita nel condiviso “sostegno alla libertà di scelta educativa”.

Pare fosse proprio doveroso garantire fondi aggiuntivi,  “per garantire la continuità e la sopravvivenza di servizi educativi e scolastici fondamentali, messi duramente a rischio dalla pandemia”  e per aiutare “12mila realtà, 900mila famiglie, 180mila dipendenti”. Si compiace Italia Viva attraverso i suoi rappresentanti, in qualità di ossimori in Commissione Cultura: “Dopo questi ulteriori 150 milioni di aumento,100 al percorso dell’infanzia e 50 per le scuole, previsti da un emendamento al Dl Rilancio, arriveranno complessivamente 180 milioni alle scuole dell’infanzia (0-6 anni) e 120 milioni alle scuole paritarie”.

Poveri teneri ragazzini, minacciati su due fronti, quello dell’occupazione confessionale da una parte, grazie all’intreccio del rapporto pubblico/privato/paritario, disegnato dal famigerato decreto 65 del 2017, lo “Zero-sei”, e dall’altra, la possibilità cui lavora tenacemente la responsabile Invalsi – siamo ormai dominati da santoni e guru di tutte le discipline para scientifiche – di adottare e introdurre test per i bambini di 4-5 anni, per diagnosticare (e sorvegliare) comportamenti, inclinazioni e attitudini nelle prime fasi dell’apprendimento.

E poveri anche tutti gli altri, di tutti gli ordini e gradi, e poveri genitori e poveri insegnanti perché – anche grazie alla tempesta perfetta del neoliberismo innescata dalla pandemia – la crisi della scuola è diventata l’auspicata e desiderabile emergenza che condurrà le famiglie che hanno a cuore destino e carriere future dei figli a sobbarcarsi i costi  della pedagogia e della didattica somministrate dalla più repressiva e diseducativa delle combinazioni: mercato e culto. Pensando tra l’altro di far bene a sottrarre la prole a scuole in rovina, sia che si parli di edifici cadenti, che di docenti umiliati e malati di disaffezione.

Perché il maggior successo dell’ideologia che ispira le politiche “sociali” contemporanee consiste proprio nell’affermazione della propaganda intesa a persuadere che la scelta privata sia premiante: nell’assistenza sanitaria, nel sistema previdenziale e pensionistico, nell’erogazione di servizi e nella salvaguardia dei beni comuni e del patrimonio artistico e culturale, nelle attività produttive e nell’istruzione.

E dire che non c’è pubblicità più ingannevole di quella, basterebbe guardare agli innumerevoli “casi di insuccesso” qui e in tutta Europa, dall’Ilva alla sanità dissanguata dai tagli che ha insegnato che per salvarsi dal Covid bastava restare a curarsi a casa, dalle svendite di Alitalia, Autostrade, all’altra forma di privatizzazione  occulta, ma nemmeno troppo, – meglio è chiamarla liberalizzazione – ricordo esangue delle Partecipazioni statali, quella dell’Enel, per fare un esempio, che ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento, o Poste, o le aziende di trasporto o di servizi locali, con l’aggiunta del settore bancario.

Tutti casi di studio caratterizzati dalla perdita di qualità delle prestazioni date, dalla impossibilità di effettuare un controllo sui servizi  offerti e erogati in modo opaco,  (che fa capire il successo del termine Autorità, adottato per molti die soggetti impegnati nelle attività di regolazione e controllo nei settori dell’energia elettrica, del gas naturale, idrico e del ciclo dei rifiuti) e dall’incremento della tariffe e dei prezzi a carico dei consumatori, nel rispetto della regola madre: privatizzare i profitti e socializzare le perdite, anche quelle di vite umane.

E se i  paladini delle scuole per l’infanzia e delle parificate si agitano come api laboriose non solo nell’ala cattolica e tradizionalmente conservatrice, ma anche nell’alveare progressista e riformista della Buona Scuola, è doveroso ricordare che dobbiamo a Luigi Berlinguer la legge 62 del 2000 che ha offerto statuto, finanziamento diretti e possibilità di accesso alle risorse europee a grandi e piccole “imprese” didattiche, quelle che vivono tutta l’ambiguità delle relazioni tra Stato, enti locali e privati nella quale prospera una miriade di posizioni contrattuali differenti monopolizzate e gestite da associazioni e federazioni cattoliche come Agidae, Aninsei, Fism, in prima linea nello sfruttamento dei dipendenti.

L’aggressione condotta contro l’istruzione pubblica ha trovato un campo di battaglia favorevole nella legge 107 del 2015 e nei suoi decreti applicativi, mettendo in moto una macchina farraginosa, confusa dove, e si vede, istituti privati hanno la meglio nell’accaparrarsi risorse anche grazie al declino della scuola pubblica e dove si è dato forma al conflitto tra materie e soggetti concorrenti, che sta sfociando nell’infame pretesa di autonomia aggiuntiva di tre regioni  spudorate che esigono a fronte del loro fallimento politico e organizzativo.

La concorrenza sleale delle “aziende” didattiche private ha segnato altri punti in favore nel corso degli anni, dalla riforma Berlinguer  alla Buona scuola grazie alla svalutazione e alla progressiva mortificazione del ruolo del docente, facendolo entrare nel pubblico impiego, privatizzandone il rapporto di lavoro e subordinandolo a quello del preside – promosso o retrocesso? a “datore di lavoro”, trasformandolo in dirigente e manager. Tanto che spetta a lui la riscossione e la gestione  anche dei “contributi volontari” obbligati grazie ai quali le famiglie assicurano beni di prima necessità, ma si sentono anche autorizzate a intervenire pesantemente nelle scelte didattiche, a garantire trattamenti esclusivi agli alunni secondo criteri di censo, diventando inappropriatamente consumatori, secondo le regole di marketing che vengono esibite per attirare la clientela più esigente, in modo da evitare sgradite forme di meticciato etnico o/e di classe.

E chi non può pagare per preparare la sua successione a farsi strada nella vita grazie a un “percorso di cultura del lavoro” fatto di nozioni che addestrano alla specializzazione della cieca esecuzione di comandi in qualche esclusivo diplomificio, li condanna a quella zona nera dell’abbandono scolastico (secondo l’Ocse siamo i primi in Europa), o a quella grigia degli istituti alberghieri dove si esalta l’ideologia cara al tandem Poletti/Fedeli, quella dell’avvicendamento scuola-lavoro mandando i ragazzi a fare i lavapiatti nei ristoranti, pagando per la formazione sul campo,  o dei corsi di regioni e sindacati pagati coi fondi che noi trasferiamo all’Ue e che la matrigna benevolmente ci concede facendo la cresta per preparare piloti di droni, grafici del web, per i quali non esiste domanda né futuro.

In questi mesi stancamente abbiamo sottolineato, in pochi purtroppo, come a pagare il conto salato dello stato di eccezione siamo tutti, anziani, lavoratori, quelli spediti a sacrificarci in fabbrica, supermercato, vendite online, sui bus e sulla metro, ma pure quelli esentati, che pensavano di salvarsi con lo smartworking e che ne vedranno presto gli effetti con tagli alle garanzie, alle retribuzioni, alla dignità, donne che dovrebbero essere gratificate dal doppio lavoro a domicilio. E bambini e ragazzi, defraudati dell’istruzione e della socialità che deve accompagnare l’accesso al sapere e alla conoscenza. E che ne saranno privati ancora, sempre grazie a una selezione di censo, averi e classe, come d’altra parte è avvenuto con la didattica a distanza che ha rivelato la vocazione a esaltare le disuguaglianze.

A quelli che mettono sul profilo i sindaci disubbidienti e si sentono così dalla parte giusta, che pensano di far bene mandando i figli nelle scuole delle monache, negli istituti parificati e più “sanificati”, bisogna ricordare che è vero che nella scuola pubblica i testi arrivano a stento alla Seconda Guerra mondiale e alla liberazione di Auschwitz grazie agli americani, che Graziani è magari trattato da patriota, che certe rimozioni e certi oblii esercitati sui banchi hanno aiutato razzismo e xenofobia, ma che non è preferibile imparare che le missioni dei gesuiti in America Latina o le Crociate erano missioni d’amore e di pace.

Perché è lo stesso insegnamento di chi chiede alleati per esportare la sua “democrazia” della guerra di chi ha contro chi non ha avuto e non avrà, se non insegniamo la solidarietà, la critica e la ragione, l’uguaglianza e la libertà fin dal giardinetto dell’asilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I signorotti dell’epidemia

sigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti storici guardano al Risorgimento come al periodo che mise le basi per la costruzione di una nazione mite, di una società migliore più equa e meno lacerata da divisioni e contrasti di classe e campanili.

Qualcuno però si dissocia nel ricordare Nino Bixio e le intemperanze cruente degli eroi garibaldini, qualcun altro rammentando le prestazioni ad Addis Abeba di Graziani, cui in forma bipartisan si sono dedicate celebrazioni marmoree, legittimato a da un telegramma del Duce del ’36:  “Autorizzo V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e della sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”, o la parte da protagonisti recitata dai fascisti nelle “azioni” condotte a Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, la concorrenza sleale  che ha mandato nei lager ebrei denunciati da connazionali feriti nel portafogli, fino ai pogrom a Torino contro i rom, le insurrezioni nel Polesine contro le invasioni di immigrate incinte.

Difficile definirla mite questa Italia del passato e pure quella che dovrebbe risorgere migliore, coesa e solidale dopo la tremenda prova dell’influenza largamente interpretata come scintilla per la riabilitazione e la redenzione.

E infatti il Renzi che di pestilenze se ne intende  quanto di storia patria, ha voluto offrirci una reminiscenza estratta dal sussidiario delle scuole che ha frequentato così svogliatamente da distruggerle per vendetta postuma tramite una riforma,  quella di un Rinascimento nato dalla Morte Nera, dimenticando non solo che l’epidemia si diffuse proprio a causa della miseria, della carestia seguita alla bancarotta provocata da un ceto di banchieri, i Bardi, i Peruzzi,  e di proprietari ferocemente sfruttatori e speculatori, ma che in quell’arcadia per letterati e artisti i poveri restavano poveri, tartassati dal fisco per contribuire a fare Firenze sempre più bella, e i signori sempre più ricchi, come se quella vitalità e quel dinamismo altro non fossero che un brulicare di vermi su un corpaccione malato.

Si sa che la lezione sempre attuale del divide et impera dei Romani, cui qualcuno attribuisce il declino della loro grandezza a causa dell’eccesso di tolleranza e integrazione dei popoli barbari conquistati, mentre per alcuni dipenderebbe dall’eccesso della pressione fiscale su patrizi e plebei, funziona soprattutto se trova terreno fertile nell’indole dei sudditi. E infatti tutti i governi dall’Unità d’Italia si sono preoccupati non fare gli italiani, di far prosperare ceti e territori a spese di altre popolazioni e altre geografie, alimentando lotte di campanili insieme all’illusione secessionista, in modo da premiare chi aveva già e far piangere e fottere chi aveva sempre meno, erogando beneficenza e carità per circoscrivere gli effetti della fame e insieme attuando repressione di briganti e straccioni secondo la politica della carota e del bastone.

Ma certo è che ha trovato terreno fertile. Basta guardare a certi umori e malumori recenti e contemporanei.

L’acqua grande a Venezia viene interpretata come l’esito del malaffare e della corruzione, che apparterrebbero all’autobiografia dei tracotanti indigeni, colpevoli di applicare prezzi esosi al caffè del Florian a Piazza San Marco, come dell’aver votato  i carnefici della Serenissima. C’è una alluvione in Calabria? E cosa vi aspettavate da zone occupate militarmente dalla ‘ndrangheta dove le fiere popolazioni partecipano del brand mafioso prestandosi a fare da manovalanza e pure con il proselitismo e l’infiltrazione di posti altrimenti sani. I terremotati del Centro Italia sono ancora, se fortunati nella riffa in piazza, nelle casette temporanee al terzo inverno? Si vede che se lo meritano, mica sono come i dinamici friulani, che si sono tirati su i paesi come prima e meglio di prima. Si vuol fare la Tav, si scavano tunnel per l’alta velocità perfino sotto Firenze, ma nel Mezzogiorno non ci sono treni né infrastrutture per i i pendolari? Ma tanto quelli mica lavorano, sono dei mangiaufo buoni a fare da comparse per i turisti con la coppola in testa, che è meglio restino a casa invece di andare in giro a sparare con la lupara.

Ovviamente il Covid 19 è diventato un’arena per il combattimento dei galli di tutte le latitudini: anche grazie al fatto che le aule parlamentari sono diventate sedi museali per celebrare la memoria della democrazia rappresentativa, che l’Esecutivo ha ottenuto in virtù dello stato di eccezione ancora più poteri di quelli reclamati con un referendum che credevamo di aver vinto, che le regioni pur avendo dimostrato la loro superfluità in materia di coordinamento e gestione della cosa pubblica, governo del territorio, pur avendo rivelato la loro funzione criminale quando disinvestendo nella sanità  e  spostando risorse sulla presunta più efficiente sanità privata, ottenendo complessivamente un saldo negativo di posti letto, capacità di trattamento, numero di addetti, osano proporsi ancora come i depositari delle mansioni e responsabilità in materia di welfare, rivendicando autonomia di spesa e di legge.

Così a un De Luca che vuol chiudere le frontiere agli untori, corrisponde un Piemonte che si vanta di cavarsela da loro, rifiutando l’apporto di personale sanitarie extraregionale,  l’alta concentrazione di decessi nelle regioni più industrializzate e in particolare in Lombardia consente la rivalsa di maggiori aiuti e superiore considerazione da tradursi in più elevato grado di libertà dalle disposizioni del governo centrale.

Quanto al compiersi in tutta Italia dei delitti perpetrarti nei confronti degli ospiti e del personale delle strutture di accoglienza per anziani e disabili viene motivata come il verificarsi di inspiegabili focolai sfuggiti all’occhiuto controllo delle autorità o invece come l’effetto della presenza di criminali “portatori” venuti dal Nord. Quando si tratta semplicemente della non certo inattesa conversione in emergenza di un costume a carattere nazionale che prevede il conferimento dei soggetti non produttivi, inutili e parassitari per il sistema, in depositi temporanei con caratteristiche al di sotto di qualsiasi standard di civiltà e dignità, quelle riservate anche agli animali degli ex zoo diventati bioparchi.

Ora è vero che se i dati sulla mortalità della Lombardia si fossero registrati  in una qualsiasi regione del Mezzogiorno  sarebbe stato in tempo reale invocato e esercitato il commissariamento, mentre al contrario la Giunta avoca a sé una autorità speciale determinando date e modi dello stato di eccezione, continuando a mascherare  la spinta separatista con l’alibi “oggettivo” dell’emergenza sanitaria,  ma è altrettanto vero che da parte di tutti gli altri governi regionali è in atto una accelerazione alla bio-devoluzione armata in modo da dettare legge su riaperture e chiusure a tempo indefinito, calendario della ripartenza delle attività produttive e della clausura perenne per gli anziani, marketing dei brand della pandemia, mascherine, dispositivi e vaccini.

Intanto il governo scende in campo con lo stato maggiore delle task force, impegnate sul fronte del desiderabile affarismo della ricostruzione, con tanto di test psico-attitudinali per il consolidamento dello status di galeotti nel domicilio coatto nazionale di Oceania, a cura delle  varie task force appendici delle autorità imperiali da Bilderberg, alla famigliola felice, equa e solidale dei Gates, dalle agenzie dell’Onu a quelle di rating, dalle organizzazioni sanitarie a quelle che operano per la salute e il decoro dell’ordoliberismo.

E in mezzo come vasi di coccio ci siamo noi, più colpevoli che vittime, per averli votati, supportati o sopportati. Ormai non più solo vae victis, guai anche ai sani.

 

 


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Peccato di vecchiaia

per fido Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come volesse dare attuazione a una “modesta proposta”  di Swift, si direbbe che il coronavirus sia una risposta concreta ai desiderata di Madame Lagarde e delle istituzioni che è stata di volta in volta chiamata a rappresentare autorevolmente, così come alle raccomandazioni di certe sue impari imitatrici seriali (ne ho scritto qui: ).

Secondo loro, convinte che il tempo è una molesta convenzione che non riguarda ceti superiori e intoccati da privazioni, malattie e stenti  “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”, e anche: “Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare….”, così  un  “accorciarmento della vita media favorirebbe aiutarebbe gli investitori professionali a trovare degli asset più affidabili”.

L’ipotesi è suggestiva, ma in realtà tutto era cominciato ben prima del Covid19, con i tagli alla spesa sanitaria statale, la privatizzazione selvaggia dell’assistenza ( invidiata in tutto il mondo che la vuole imitare, poco più di un anno si è formata una triplice alleanza senza precedenti, tra Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan, grazie a  una società indipendente monopolistica,  nella quale JP Morgan promuove i fondi per una prossima bolla sanitaria delle finanziarie del settore, Berkshire Hathaway   copre il comparto assicurativo,  mentre Amazon coprirà la catena dal produttore al consumatore grazie alla sua distribuzione capillare), con la fine della prevenzione, della diagnostica garantita, delle cure dentarie presentate come un lusso in regime esclusivo a beneficio di pochi selezionati per appartenenza sociale o etnica (dobbiamo all’ex presidente Hollande il conio della definizione sans dents), della sostituzione del Welfare pubblico con quello aziendale contrattato dai compiacenti sindacati che, in carenza di rappresentatività, si sono convertiti a fare gli investitori professionali  e i piazzisti di fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund.

E quando tramite ricatti e intimidazioni diventati sistema di governo e intesi a rompere antichi patti generazionali, si sono criminalizzati e poi puniti gli anziani..

Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come  incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta  immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo  dei sistemi sanitari statali  distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi  hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.

Così non deve stupire che  la mortalità sia più alta  nelle regioni di governatori che davano la colpa ai cinesi che mangiano topi vivi e convivono con i pipistrelli, dove la salute è stata un brand propizio per corruzione, speculazioni e consegna della cura e della ricerca ai privati (Bertolaso ha scelto prudentemente di essere ricoverato al San Raffaele),  dove la più elevata concentrazione di industrie e grandi opere a fortissimo inquinamento da polveri sottili, che provoca la morte di  almeno 40.000 persone, elevando il rischio sistemico e abbassando le difese immunitarie di decine di migliaia di soggetti perlopiù anziani che soffrono di broncopatie, insufficienze respiratorie, cardiopatie.

Sono i vecchi di zone dove una volta vigeva il rispetto per i patriarchi, che ai nostri tempi vengono assimilati ai dannati del neoliberismo, tutti condannati come immeritevoli di vivere, insieme ai destinatari di misure di ordine pubblico e di leggi marziali, senzatetto, lavoratori precari e irregolari senza autorizzazioni.

È a quegli anziani che si è riferito con la sua sentenza di morte Giavazzi economista e accademico della Bocconi e già responsabile dal 1992 al 1994, non a caso,  della ricerca economica, gestione del  debito pubblico e delle privatizzazioni al Ministero del Tesoro, quando ha risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda di quel bel tomo di Giuliano Ferrara: “sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus?”.

Il suo si! deve avere avuto un effetto liberatorio per i profeti del liberismo, che hanno fatto tesoro del contenuto del  documento  della Siaarti ( Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/11/sotto-il-tendone-del-circo/ )   in cui si affermava  che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva”, che fingono che non occorre fare differenze d’età nella contabilità dei morti, in modo da non essere costretti a distinguere tra “decessi per virus” e “decessi con virus”, in modo da accreditare l’ipotesi che la falce della pestilenza mieta vite giovani e anziane, “sane”  e già toccate da altre malattie, come una livella, in modo che diventi ammissibile per ogni individuo porsi il dilemma di chi ha il diritto naturale di essere salvato, quando dovrebbe essere dovere della società, dello stato, della democrazia secondo gli imperativi della sua Carta costituzionale tutelare la vita e la salute di tutti.

Adesso poi sugli  strati sociali più poveri, sui lavoratori “manuali”, in barba alla magnificenza di uno sviluppo che avrebbe dovuto liberare dalla fatica, sui precari ricattati che hanno difficoltà anche a autocertificare anche l’obbligatorietà del rischio cui sono costretti a sottoporsi,  su quelli più esposti e predisposti, quindi gli invalidi, i portatori di handicap e i disabili, gli anziani ricadono anche gli effetti immediati delle misure governative di “contenimento”, quelle che sarebbero accettabili e attuabili sono in un tessuto sociale corte, coeso e dotato di servizi efficienti, abbandonati, soli, affamati, terrorizzati dalla fine dei risparmi,  dal distacco della corrente, dalle rate inevase, dall’affitto non pagato,  come le loro le badanti irregolari che non possono e hanno paura di assisterli. Come succede sempre quando i più vulnerabili e i più ricattati diventano chi carne da cannone e chi gente a perdere.

Se ne ricordino quelli che ci parlano di orgoglio nazionale, dell’unità solidale di tutti, della  rivoluzione morale che si sta realizzando, della possibilità che quello che abbiamo perso in beni si stia guadagnando in solidarietà e coesione  sociale.

Verrebbe da dire mondo cane, ma cane, si sa, non mangia cane.

 

 

 


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