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Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Peccato di vecchiaia

per fido Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come volesse dare attuazione a una “modesta proposta”  di Swift, si direbbe che il coronavirus sia una risposta concreta ai desiderata di Madame Lagarde e delle istituzioni che è stata di volta in volta chiamata a rappresentare autorevolmente, così come alle raccomandazioni di certe sue impari imitatrici seriali (ne ho scritto qui: ).

Secondo loro, convinte che il tempo è una molesta convenzione che non riguarda ceti superiori e intoccati da privazioni, malattie e stenti  “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”, e anche: “Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare….”, così  un  “accorciarmento della vita media favorirebbe aiutarebbe gli investitori professionali a trovare degli asset più affidabili”.

L’ipotesi è suggestiva, ma in realtà tutto era cominciato ben prima del Covid19, con i tagli alla spesa sanitaria statale, la privatizzazione selvaggia dell’assistenza ( invidiata in tutto il mondo che la vuole imitare, poco più di un anno si è formata una triplice alleanza senza precedenti, tra Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan, grazie a  una società indipendente monopolistica,  nella quale JP Morgan promuove i fondi per una prossima bolla sanitaria delle finanziarie del settore, Berkshire Hathaway   copre il comparto assicurativo,  mentre Amazon coprirà la catena dal produttore al consumatore grazie alla sua distribuzione capillare), con la fine della prevenzione, della diagnostica garantita, delle cure dentarie presentate come un lusso in regime esclusivo a beneficio di pochi selezionati per appartenenza sociale o etnica (dobbiamo all’ex presidente Hollande il conio della definizione sans dents), della sostituzione del Welfare pubblico con quello aziendale contrattato dai compiacenti sindacati che, in carenza di rappresentatività, si sono convertiti a fare gli investitori professionali  e i piazzisti di fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund.

E quando tramite ricatti e intimidazioni diventati sistema di governo e intesi a rompere antichi patti generazionali, si sono criminalizzati e poi puniti gli anziani..

Si, i vecchi sono colpevoli, colpevoli di vivere troppo a lungo, di essere in troppi rispetto alla popolazione attiva (è stato Boeri a “denunciare” che per ogni pensionato c’è solo un lavoratore virgola tre, come se fosse da imputare agli empi over 65 la fine del lavoro e dell’economia produttiva, le delocalizzazioni, di godere di “benefici” assistenziali e non di retribuzione e diritti maturati, di aver dissipato risorse, preteso troppo, dilapidato indebitamente ricchezze, consacrando una interpretazione del merito nella fissazione dei requisiti e dei talenti per vincere la gara della competitività, giovinezza, ambizione, arrivismo, affiliazione e fidelizzazione all’ideologia dominante.

Ormai siamo posseduti da un pensiero macabro che toglie ogni possibilità al sopravvento della ragione e alla consolazione che ne potrebbe derivare, vittime tutti di qualcosa descritto come  incontrastabile, imprevedibile e incontrollabile, così i vari approcci ( la sottovalutazione, l’allarmismo terroristico, le restrizioni e perfino la cosiddetta  immunità di gregge) finiscono per rispondere ad una stessa esigenza, quella che non venga rivelato il tracollo  dei sistemi sanitari statali  distrutti da tagli in modo da delegare l’assistenza ai privati. E che venga di conseguenza legittimata una pratica finora applicata senza che venisse apertamente ammessa, effetto dell’egemonia culturale e politica della pragmatica “necessità”.

Lo sapeva già chiunque avesse avuto un congiunto anziano,  chi aveva effettuato un tetro test sulle condizioni di inevitabile trascuratezza cui veniva lasciato in ospedale ma pure nelle case di riposo, chi aveva dovuto subire il mantra del “se ne faccia una ragione, suo padre/ sua madre, ha fatto la sua vita”, chi ha avuto conferma che le graduatorie per cure e diagnostica, per non parlare dei trapianti e di interventi delicati, sono sottoposte a criteri arbitrari, che accudimento e cure in condizione di invalidità sono accessibili solo a chi se le può pagare.

Ma è oggi che la seleziona malthusiana è autorizzata, suggerita se non raccomandata, come esito inevitabile di una scelta fatale che è doveroso accettare e che interessa sia gli anziani che hanno garantito una economia assistenziale domestica al sistema, quelli i cui risparmi  hanno attutito gli effetti della crisi, sia quelli in situazione di bisogno, soli, esposti, tutti ugualmente esclusi dalle terapie intensive e dall’accesso ai dispositivi salvavita per la colpa di possedere “minori aspettative di vita”, dopo essere stati oggetto della propaganda della giovinezza assicurata a ogni età.

Così non deve stupire che  la mortalità sia più alta  nelle regioni di governatori che davano la colpa ai cinesi che mangiano topi vivi e convivono con i pipistrelli, dove la salute è stata un brand propizio per corruzione, speculazioni e consegna della cura e della ricerca ai privati (Bertolaso ha scelto prudentemente di essere ricoverato al San Raffaele),  dove la più elevata concentrazione di industrie e grandi opere a fortissimo inquinamento da polveri sottili, che provoca la morte di  almeno 40.000 persone, elevando il rischio sistemico e abbassando le difese immunitarie di decine di migliaia di soggetti perlopiù anziani che soffrono di broncopatie, insufficienze respiratorie, cardiopatie.

Sono i vecchi di zone dove una volta vigeva il rispetto per i patriarchi, che ai nostri tempi vengono assimilati ai dannati del neoliberismo, tutti condannati come immeritevoli di vivere, insieme ai destinatari di misure di ordine pubblico e di leggi marziali, senzatetto, lavoratori precari e irregolari senza autorizzazioni.

È a quegli anziani che si è riferito con la sua sentenza di morte Giavazzi economista e accademico della Bocconi e già responsabile dal 1992 al 1994, non a caso,  della ricerca economica, gestione del  debito pubblico e delle privatizzazioni al Ministero del Tesoro, quando ha risposto affermativamente e senza esitazioni alla domanda di quel bel tomo di Giuliano Ferrara: “sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus?”.

Il suo si! deve avere avuto un effetto liberatorio per i profeti del liberismo, che hanno fatto tesoro del contenuto del  documento  della Siaarti ( Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/03/11/sotto-il-tendone-del-circo/ )   in cui si affermava  che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva”, che fingono che non occorre fare differenze d’età nella contabilità dei morti, in modo da non essere costretti a distinguere tra “decessi per virus” e “decessi con virus”, in modo da accreditare l’ipotesi che la falce della pestilenza mieta vite giovani e anziane, “sane”  e già toccate da altre malattie, come una livella, in modo che diventi ammissibile per ogni individuo porsi il dilemma di chi ha il diritto naturale di essere salvato, quando dovrebbe essere dovere della società, dello stato, della democrazia secondo gli imperativi della sua Carta costituzionale tutelare la vita e la salute di tutti.

Adesso poi sugli  strati sociali più poveri, sui lavoratori “manuali”, in barba alla magnificenza di uno sviluppo che avrebbe dovuto liberare dalla fatica, sui precari ricattati che hanno difficoltà anche a autocertificare anche l’obbligatorietà del rischio cui sono costretti a sottoporsi,  su quelli più esposti e predisposti, quindi gli invalidi, i portatori di handicap e i disabili, gli anziani ricadono anche gli effetti immediati delle misure governative di “contenimento”, quelle che sarebbero accettabili e attuabili sono in un tessuto sociale corte, coeso e dotato di servizi efficienti, abbandonati, soli, affamati, terrorizzati dalla fine dei risparmi,  dal distacco della corrente, dalle rate inevase, dall’affitto non pagato,  come le loro le badanti irregolari che non possono e hanno paura di assisterli. Come succede sempre quando i più vulnerabili e i più ricattati diventano chi carne da cannone e chi gente a perdere.

Se ne ricordino quelli che ci parlano di orgoglio nazionale, dell’unità solidale di tutti, della  rivoluzione morale che si sta realizzando, della possibilità che quello che abbiamo perso in beni si stia guadagnando in solidarietà e coesione  sociale.

Verrebbe da dire mondo cane, ma cane, si sa, non mangia cane.

 

 

 


Cigni neri e brutti anatroccoli

cinnAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto opinionisti e osservatori scoprono nelle pieghe dei testi sacri una formula che li aiuta a dare autorevolezza ai loro stentati pensierini da somministrare alla plebe. Quella cui si ricorre di più in questi giorni è la teoria del “cigno nero” una specie di “algoritmo” furbo che a suo tempo era piaciuto ai tanti che sostenevano che la crisi del 2008 fosse un incidente della storia, imprevedibile e probabilmente incontrastabile come certi eventi catastrofici, anche grazie al fatto che le regole di mercato erano state promosse a leggi naturali incontrovertibili.

E infatti con “cigno nero” ci si riferisce a una metafora di Nassim Nicholas Taleb, matematico e filosofo libanese, non a caso specializzatosi in interpretazioni economiche basate sulla probabilità e sulla casualità, e che in sostanza  intende definire accadimenti gravidi di effetti sociali , psicologici e morali, difficili da prevedere e molto rari, che esulano da ciò che normalmente ci si attenderebbe in campo storico, finanziario e tecnologico, cercando di consolidare in questo modo la convinzione che sia impossibile calcolare con un approccio “scientifico” l’eventualità che si presentino nel corso della storia e le loro conseguenze.

Se la situazione come al solito non fosse grave ma non seria, verrebbe da sorridere, perché nel caso del coronavirus come in altri che si sono succeduti nel tempo, quelli che sarebbero professionalmente incaricati di osservare, informare e interpretare la realtà, ogni volta si fanno sorprendere appunto da un cigno nero, che fisiologicamente impone misure straordinarie e eccezionali, austere e repressive, limitative di circolazione della gente e delle merci – ma non di capitali –  riduttive  di libertà, intese a contrastare eventi in realtà intuibili, scontati, pronosticabili: esodi provocati dall’ imperialismo, atti di terrorismo di origine opaca ma comunque riconducibili a guerre di conquista e sopraffazione, imprese belliche finanziarie sotto forma di   bolle, cataclismi e crolli di borsa che comportano l’immaginabile e  drastica riduzione di investimenti sociali, legittimata da voragini nei bilanci pubblici, imputate a costumi dissipati della popolazione.

Figuriamoci dunque se davvero giunge inattesa la pandemia, annunciata da istituzioni internazionali in vena di realistiche previsioni più che di profezie, compresa la Banca Mondiale che si prepara emettendo un bond Pandemia, ipotizzata da chi ha indagato sull’effetto dell’Antropocene  sugli ecosistemi planetari, con una pressione che oltre che danneggiare la Terra, finisce per ledere l’esistenza della comunità umana. Per non dire dell’Unep (United Nations Environment Programme) che ha scritto chiaramente nel rapporto “Frontiers 2016” che le zoonosi (malattie trasmesse dagli animali all’uomo) «sono in aumento, mentre le attività antropiche continuano a innescare distruzioni inedite degli habitat selvatici (…) e minacciando lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l’integrità degli ecosistemi ».

A conferma che  non è un caso che i focolai epidemici abbiano trovato terreno fertile in zone molto inquinate, come la provincia di Hubei o la Pianura Padana, è la semplice constatazione che nella fase di espansione umana denominata  The Great Acceleration, alcune condizioni hanno contribuito alla trasformazione delle infezioni un tempo circoscritte in epidemie e pandemie, per via  del sovrappopolamento urbano nelle metropoli, della deforestazione, della grande intensificazione degli allevamenti intensivi, della modifica dell’uso del suolo, del commercio illegale della fauna selvatica che hanno favorito la contaminazione di habitat umani con microrganismi sconosciuti.

Altro che cigno nero dunque!

Qualcuno potrebbe ancora sostenere che non fosse ipotizzabile che una influenza che produce effetti particolari sull’apparato respiratorio, in zone fortemente industrializzate e inquinate, avesse effetti letali su una popolazione anziana, che da anni non gode del diritto alla salute, cancellato dai tagli alla sanità, dallo smantellamento di strutture ospedaliere, dai costi di materiali, dispositivi, diagnostica diventati terreni di scorreria da parte di predoni che appartengono alle cerchie di quelli che rivendicano maggiore autonomia decisionale, in modo da rendere ancora più arbitrari appalti, aggiudicazioni e costi dei materiali grazie a un soggetto di gestione degli acquisti centralizzati  in odor di corruzione e malaffare?

Qualcuno potrebbe ancora ritenere che  non fosse pronosticabile che il servizio sanitario statale  si sarebbe rivelato inadeguato ad affrontare una qualsiasi situazione emergenziale per numero di posti letto (nel 2017, 3.2 ogni mille abitanti), per qualità e quantità di reparti specialistici, per standard di igiene (7000 morti per infezioni ospedaliere ogni anno), che questa crisi altro non sia che un effetto delle politiche di austerità da un lato e della corsa alle privatizzazioni dall’altro, che se ha impoverito di risorse il sistema pubblico, ha invece promosso quello privato con una politica di aiuti e anche con una pressione sociale e culturale, che ha alimentato la sfiducia, ridotto l’accesso alla prevenzione e cura, nutrito forme di copertura assicurativa e assistenza alternativa, perfino grazie ai buoni uffici dei sindacati che concorrono al brand del Welfare aziendale?

Qualcuno potrebbe ancora pensare che non sia calcolabile e fisiologico che una classe politica inadeguata, impreparata e impotente grazie alla comoda accettazione di comandi esterni che hanno sottratto sovranità e capacità di decisione allo Stato e al Parlamento, fosse in grado di  reagire senza ricorrere allo stato di eccezione che viene adottato come inevitabile, sicché l’emergenza elevata a sistema di governo fa diventare politicamente  plausibile ciò che è socialmente inaccettabile?  E così misure di contenimento del contagio rese obbligatorie anche se rivelano un punto di attrito  tra le libertà democratiche e il governo della “salute pubblica e individuale”  sono diventate imperative, tanto da censurare chi ne denuncia  il vulnus giuridico?

Qualcuno ancora potrebbe stupirsi del ricorso non solo al sistema della delazione, ma alla richiesta diffusa e scontata di muscolarità, autorità, repressione e persuasione alla virtù con l’uso della forza manu militari, perfino grazie all’occupazione semantica e retorica sui mezzi di informazione da parte del linguaggio bellico con la  guerra al contagio, l’esercito degli eroi in trincea, la mobilitazione del personale sanitario, l’arruolamento di dottori in pensione?

E chi non avrebbe predetto che questo accidente straordinario incrementasse l’ordinarietà delle disuguaglianze?  quindi delle discriminazioni più inique, tra ceti, generazioni, lavori, cittadini, sicchè quelli che fino a due mesi fa erano parassiti, indolenti profittatori che meritavano spostamenti, licenziamenti, delocalizzazioni, diventassero provvisoriamente ufficiali di stato civile, indispensabili servitori della collettività, eroi dediti al sacrificio, costretti perfino a subire l’oltraggio del protocollo d’intesa sottoscritto da  Confindustria, Confapi, Confartigianato, Cgil,Cisl e Uil, Presidente del Consiglio dei ministri, dal Ministro dell’economia, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, dal Ministro dello sviluppo economico e dal Ministro della salute, che in considerazione della sua natura di documento di convergenza degli interessi delle parti e non di trattato vincolante permette al padronato di venire meno alle condizioni previste e stipulate, oggi e domani.

In un solo caso forse potremmo parlare di cigno nero, a proposito di qualcosa che peraltro era chiaro e calcolabile per le menti più avvedute che non si sono fatte possedere dalla teocrazia europeista. Quelli che hanno sperato che l’apocalisse del 2020 sancisse la vittoria di quello che trova nel molto citato in questi giorni, Carl Schmitt, il rappresentante più emblematico, quello Ius publicum Europaeum, un ordine del mondo eurocentrico, baluardo e confine tra la civiltà e il resto del mondo colonizzato dall’Occidente,  nato dalla morte dello Stato per dare forma e autorità egemonica e sovrastante a un Grande Spazio superiore, sono stati colti contro ogni ragionevolezza dal disfacimento della fortezza, dalla defezione centrifuga delle cancellerie.

Pare che solo i caporali non reagiscano alla schiaffo del soldato, dove perdono sempre,  anche se quello che tira il ceffone è un fantasma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


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