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Tempi d’oro per Al Capone

alca Anna Lombroso per il Simplicissimus

Alcuni storici attribuiscono la dissoluzione dell’impero romano all’eccessiva pressione fiscale, che costringeva i ricchi a farsi ricattare dai barbari che inquattavano il loro oro nei paradisi fiscali di allora, dove i crapuloni si stabilivano per sfuggire agli esattori, abbandonando Roma nelle mani di governi imperiali sempre più deboli e indebitati dalle spese militari delle imprese coloniali.

Proprio come nelle province dell’attuale impero transazionale, dove  gli evasori non occorre però che prendano la residenza a Montecarlo, è sufficiente che con il favore del grande casinò finanziario spostino la loro moneta concreta o virtuale nelle Cayman o in uno dei siti che potete trovare segnalati con precisione nel sito apposito  che garantisce (cito) Anonimato Garantito 100% Società e Conti Offshore. Supporto chat real time. Consulenza personalizzata. Servizi: Professionalità Sicurezza, Serietà siamo sempre al, tuo fianco per tutelare, I TUOI INTERESSI”, o che si facciano aiutare da uno di quei colletti bianchi del riciclaggio le cui prestazioni part time sono condivise con la mafia, spostando sul tavolo verde le loro fiches, azioni, derivati, future, options, o che intestino le villone sulla Costa Smeralda o gli chalet di Cortina vista Olimpiadi a qualche pensionato ospite di pii istituti. Insomma possiedono tutti i requisiti per sfuggire alle maglie della giustizia ingiusta, proprio come i grandi corruttori delle grandi opere, dei grandi eventi e dei grandi inquinamenti, che godono di un regime eccezionale come i loro reati tra audaci patteggiamenti, modeste restituzioni di parti irrisorie del maltolto e l’altro pio istituto pensato epr loro, la prescrizione.

Per questo l’unico deterrente sarebbe colpirli nel punto debole, i portafoglio, ma quello delle azioni, mentre lo stridor di ferri, manette e catene è un suono remoto e quasi impercettibile per le loro orecchie, perché riguarda altri target che si muovono febbrilmente per sopravvivere con le briciole cosparse dalla manina del sistema che doveva far felice il popolo e il sovrano secondo  Smith, sempre più esigue perchè che ormai è premiata solo l’avidità di quell’ 1% .

E’ probabile che oggi Al Capone morirebbe circondato dall’affetto dei sui cari e nel letto della sua magione a Miami o nell’attico o nell’attico del grattacielo Wof Point Torre Est di Chicago, indisturbato, perché il finanzcapitalismo è confezionato su misura per permettere giuochi di prestigio e illusionismi immateriali, da quando le imprese industriali si sono convertite in enti finanziari, da quando le banche vendono macchine: la Fiat  applicò la trovata di Ford e General Motor  quando nel 2010 aprì una banca in Argentina per fornire il credito a famiglie che volevano acquistare una vettura, oggi le aziende vendono i loro fondi pensione o assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti cui hanno tolto le garanzie e le coperture assistenziali, fornendo i mutui per la prima casa a prezzi di mercato, le quote di ricavi e profitti ottenuti da attività borsistiche vengono destinate a altri giochi delle tre carte invece che a investimenti in capitale fisso o di ricerca. E infatti se Renault o Peugeot o altre industrie europee hanno perdite formidabili nel settore produttivo, le loro finanziarie prosperano condannando i loro dipendenti a restituire le retribuzioni sotto forma di “servizi” e a subire i processi di ristrutturazione imposti dagli analisti per accrescere il valore delle azioni.

Figuriamoci che pacchia per i magnaccia di evasione e corruzione, la sostituzione dell’economia produttiva con il sommerso che ormai ha occupato militarmente tutto l’assetto sociale e che dagli istituti statistici viene diagnosticato e analizzato come un fenomeno che riguarda gli artigiani infedeli che non emettono fattura, le badanti che preferiscono non essere messe in regola, i bar che non ci danno gli scontrini, trascurando gli attori veri, quelli che non hanno mai pagato le tasse su stratosferiche operazioni speculative, su acquisizioni fatte a fini distruttivi, su investimenti a fondo perduto pensati per riciclare denaro proprio come fanno i clan dei padrini, ormai seduti accanto ai padroni “legali” negli stessi consigli di amministrazione di banche e aziende.

Negli anni ’70, ’80, ’90 l’asse del prelievo fiscale venne in parte spostato dagli impieghi militari alle spese sociali, ma lo spauracchio della crisi, il modello imperiale dell’austerità hanno realizzato l’attacco al Welfare – e agli stati sovrani – come progetto politico riportando nello spazio di mercato tutto quello che era stato sottratto in favore della collettività, distribuendo i costi della recessione dall’alto verso il basso, mercatizzando non solo la terra, il denaro, il lavoro, ma la previdenza, i sostegni al reddito, la sanità, la scuola, incrementando la divisione di gerarchie e graduatorie di merito della ricchezza e del benessere.

Il venir meno della sicurezza socioeconomica cui ci stavamo abituando ha accresciuto il malcontento, la frustrazione, il conflitto e il risentimento contro lo Stato, visto come iniquo esattore, che esige senza dare nulla in cambio.

E le manette per i grandi evasori suonano per loro come la sommessa colonna sonora della vendetta dei penultimi e degli ultimi, largamente insoddisfatta, un piatto già freddissimo  perché lo stesso Stato cui vengono sottratte le risorse  promuove attraverso la sua classe politica le misure benevole delle indulgenze, i condoni, le esenzioni, gli  “scudi” che hanno abituato i papponi ma anche il vostro idraulico e voi che pagate meno se non vi fa la fattura, all’idea che il gioco è truccato e che sottrarsi ai “doveri” fiscali sia una forma necessaria di autodifesa.  Dovrebbe far sospettare come questa concessione alla nostra collera legittima si accompagna da altri cerotti sulle piaghe, come l’entusiasmo di Confindustria per il no- cash, segnale inequivocabile della sua adesione all’ideologia bancario-finanziaria,  finalizzato a combattere la mini- evasione fiscale favorita dal contante, che paradossalmente aumenterebbe la domanda di beni e prodotti di consumo, mentre quella maxi continuerebbe a alimentare le speculazioni e l’indebitamento di Stato e cittadini.

Una stretta “giustizialista” senza intervenire sul sistema economico e quello della giustizia appaga il nostro risentimento, ma niente di più, se da anni si sono sempre più ristretti i campi e gli strumenti del controllo, della rintracciabilità bancaria, sulla attività borsistica, se si susseguono le azioni e le misure che favoriscono le privatizzazioni, le rendite, le proprietà e gli appetiti mai soddisfatti di chi ha e vuole avere di più, se la libera circolazione dei capitali continua a ingigantire gli squilibri creando un caos sistemico dove tutto si muove nelle tenebre e nell’opacità.

Anche a noi piacerebbe sentire il cigolio del cancello della galera che si chiude sui malfattori, vederli sfilare con le catene ai piedi verso i lavori forzati  e avremmo parecchi nomi da indicare e in molti settori della società. Ma ci speriamo poco: gli evasori di lusso e in grande stile hanno imparato e sono stati sempre aiutati a evadere prima ancora di essere presi.


La leggenda del Buon Traditore

buscetta il traditore-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ un buon film Il traditore  di Bellocchio sulla figura del boss dei due mondi, in più famoso dei collaboratori di giustizia, Tommaso Buscetta.

Serviva proprio di questi tempi quando la mafia è stata sottoposta a un processo di normalizzazione, che fa da sfondo a altri fenomeni più scottanti, terrorismo, immigrazione e quando rappresentanti delle istituzioni se ne ricordano nelle doverose celebrazioni estive e se ne imputa qualche recrudescenza locale alla presenza della criminalità degli stranieri.

E’ un cattivo film perché dispiega oggi tutti gli stereotipi letterari e sociologici che sono stati ampiamente superati dalla realtà: dalla miseria combinata con i codici genetici della ferocia ferina,  che espone inesorabilmente una cerchia  di “mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquàdi” al rischio implacabile dell’assoldamento e all’affiliazione nei clan al servizio di padri padrini e padroni, alle liturgie di affiliazione e quelle in onore di Santa Rosalia, dai miti virilisti degli sciupafemmine nutriti nel culto della famiglia quella mafiosa e quella domestica, a quei  valori ancestrali di Onore, Rispetto, Fedeltà, Solidarietà e Assistenza.

È un buon film, perché uno di quegli stereotipi, la sicilianità,  lo tratta con ingegno narrativo a cominciare da quel ritratto di interno  delle prime scene: donne ingioiellate e uomini in abito scuro  che danzano armoniosamente nella penombra dei grandi saloni di una dimora opulenta alla festa della riconciliazione  tra Riina, Buscetta, Pippo Calò, Totuccio Contorno,  Badalamenti con mogli e figli e famigli, ricordando il ballo nel Gattopardo più che il Padrino.

È un cattivo film perché   alla sicilianità, sinistramente rammentata come appartenenza irrinunciabile perfino da uno stornellatore sospetto negli States, si lega la potenziale affiliazione mafiosa come un tratto antropologico incontrastabile, insieme alla paccottiglia dell’osservanza di principi patriarcali e di codici d’onore disonorevoli, come quello cui obbedisce Buscetta che vanta di non avere le mani lorde di sangue, ma è costretto per spirito di servizio e fedeltà alla famiglia a compiere l’esecuzione differita di chi si era salvato facendosi scudo del figlio bambino e poi giovinetto.

È un buon film perché ci conduce passo passo in un percorso psicoanalitico che indaga l’uomo ma vuole anche interpretare i miti della fidelizzazione e del tradimento, (ha detto Bellocchio: nella storia tradire non è sempre un’infamia. Può essere una scelta eroica. I rivoluzionari, ribellandosi all’ingiustizia anche a costo della vita, hanno tradito chi li opprimeva e voleva tenerli in schiavitù) che, oggi più che mai, non riguardano soltanto i contesti criminali.

È un cattivo film perché  in una parabola del Cavaliere, la Morte e il Diavolo, il transfert si muove al contrario  con lo strizzacervelli che si innamora e si fa possedere sentimentalmente e moralmente dal paziente, grazie alla fascinazione esercitata da un eroe negativo, che in tutta la narrazione conserva un carattere epico e perfino lirico per via del dolore che procura e che gli viene procurato. Facendone appunto un cavaliere solitario già condannato alla Morte come il suo giudice, in quello strano sodalizio di vizio e virtù,  cui dice in uno dei primi incontri:  «Dottor Falcone, dobbiamo decidere solo una cosa, chi deve morire prima se lei o io» mentre il Diavolo è incarnato dalla icona impersonale remota e enigmatica del potere politico, quell’Andreotti che prende appunto ermetico e intoccabile.

È un buon film perché aggiunge una galleria di ritratti formidabili per il loro valore documentaristico all’inventario della banalità del male, con i ghigni e gli sberleffi delle belve in gabbia nell’aula bunker,  la loro rozza volgarità che fa da scudo a intelligenze limitate ma a furbizie smisurate, quanto l’impudenza e il cinismo sanguinario di bruti che digrignano i denti e fanno versacci per nascondere la loro impotenza di animali provvisoriamente braccati.

È un cattivo film perché non spiega come mai la potenza di   cerchie  così poco plausibili  si sia rivelata invincibile, se si è infiltrata e ha innervato tutta la società ben oltre l’influenza del ceto politico, impersonato da un imperscrutabile Belzebù ieratico, così come avevano voluto far credere anche i professionisti dell’antimafia, per omettere o rimuovere che il totalitarismo economico e finanziario ha imparato a integrare i metodi criminali e a mutuarne abitudini e modalità in nome di interessi, aspirazioni e istinti comuni: avidità, sfruttamento, corruzione, speculazione, crudeltà anche se agli omicidi preferisce i suicidi indotti, fisici e morali con l’annientamento ineluttabile di dignità e speranza.

È un buon film perché ci fa respirare quell’aria avvelenata dicendoci che nessuno è davvero innocente se lasciamo fare, se fingiamo che la mafia sia un incidente della storia che finirà con i mafiosi, quando invece continuerà a essere vivi e vegeti il profitto, la sopraffazione, la cupidigia di accumulazione.

È un cattivo film perché la ribellione al sistema criminale  prende la forma del tradimento legittimo e autorizzato perché, ha dichiarato l’autore, chi ha veramente tradito i principi ‘sacri’ di Cosa Nostra non è stato Tommaso Buscetta, ma Totò Riina e i Corleonesi, suffragando l’ipotesi irrealistica e antistorica di una degenerazione, di una aberrazione della mafia siciliana avviata con l’ingresso nel brand della droga, come se non avesse ragione Falcone cui fa dire nel film, ma se ne trova traccia nei verbali: non esiste la mafia buona, la mafia è crimine e violenza, anche quando non ammazza ma fa la scalata alle aziende pulite, entra nei consigli di amministrazione delle banche, compra le pizzerie di Milano e le vendemmie di prosecco del trevigiano, quando si accorda con i vertici delle imprese costruttrici e diventa soggetto leader nella realizzazione di grandi opere e grandi eventi, occupando il sistema degli appalti e degli incarichi, realizzando i cicli completi di corruzione e riciclaggio, avvelenando territori, coprendoli di pale, scavando e riempiendo tunnel e canali.

È un buon film Il traditore, andatelo a vedere, perché fa pensare. E’ un cattivo film Il traditore, andatelo a vedere perché fa pensare.

 


20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.


Campagna elettorale: la Mafia non esiste

treAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un tema estromesso dalla campagna elettorale, che non rientra nemmeno nella paccottiglia della propaganda bi partisan sulla sicurezza, limitata ormai al contrasto di ben altre impellenze: criminalità straniera, nella quale ormai si annovera anche il femminicidio, diventato esclusiva di fedi e tradizioni oscure, irrispettose della donna  e dei diritti quindi incompatibili con la nostra civiltà superiore. E alla lotta al terrorismo, anche quello di origine forestiera, salvo certe eccezioni (No Tav e no Triv), poiché  non ne farebbero parte  formazioni violente e eversive e pure assassini o aspiranti tali mossi da motivi ideologici e dottrine finora guardate con l’indulgenza riservata a patetiche nostalgia,    in quanto le loro azioni non sono fanno parte di strategie strutturate ancorché  premeditate.

Quelli incaricati di occuparsi del contrasto alle mafie che non godono di altrettanta visibilità nella stampa e ancor meno nelle manifestazioni elettorali, come la Dia, voluta e istituita da Falcone, quando le cupole e Cosa Nostra e le Famiglie   venivano viste come un pericolo e non come un fenomeno sociologico, spunto ideale per serie televisive, sono retrocessi a centri studi i cui rapporti periodici e le cui diagnosi finiscono tra le brevi in cronaca locale, con minore autorità dei dati farlocchi dell’Istat o dei prodotti dei sondaggisti di regime.

È caduto un pudico e compito silenzio anche su Mafia Capitale, indicata dai giornali con la denominazione frutto della creatività dei suoi attori principali: Mondo di mezzo, (ne scrivemmo con amara preveggenza qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/11/07/roma-ancora-tutti-a-dire-che-la-mafia-non-esiste/ ), a ribadire che le tesi di un magistrato coraggioso che aveva scoperchiato il vaso dei veleni che hanno contaminato tutta la capitale, altro non erano che un teorema azzardato. Come se non debba essere denominato mafioso qualsiasi sistema che intride e inquina la società e la condiziona attraverso la violenza, l’intimidazione, il ricatto, l’estorsione, la corruzione, il familismo e il clientelismo, come se non fosse “mafioso” il modello introdotto, a Venezia e non solo, grazie a una legge dello stato in modo che opere e interventi siano solo opportunità e occasione per ruberie e profitti in favore di soliti noti, cordate spregiudicate i cui manager entrano e escono da inchieste giudiziarie e da galere e sempre beneficati da sorprendenti patteggiamenti, non inaspettate lungaggini processuali e restituiti a prestigiosi incarichi.

Eppure basterebbe grattare un po’ sotto la superficie, leggerli quei rapporti della Dia e si scoprirebbe che le Marche colpite dal terremoto sono diventate la geografia scelta per le scorrerie e le rapine delle mafie, come ha denunciato il procuratore generale   mettendo in guardia sul salto di qualità della criminalità organizzata, interessata ai fondi per la ricostruzione post sisma. Si apprenderebbe   che la cupola nigeriana che occupa quei territori si è assicurata sì il brand della tratta delle schiave e della droga, ma su incarico e in stretto collegamento con camorra e ‘ndrangheta,  che usano gli africani come esercito e manovalanza. E a loro sarebbe stato affidato anche il business del gioco d’azzardo e dello spaccio nelle regioni confinanti e a Roma.

Si scoprirebbe – ne è stato dato conto in più audizioni e report trasmessi alla Camera, che resta alto l’allarme per le infiltrazioni mafiose negli istituti creditizi e nella banche,  sofferenti (un crack simbolico anche se poco pubblicizzato è proprio quello di Banca Marche) o in relativa buona salute, in modo da rendere più agevoli passaggi e pulizia di soldi sporchi, anche in vista della non recente riduzione dell’impegno per la rintracciabilità delle transazioni opache.

E si avrebbe conoscenza della vera entità, del volume economico e delle modalità adottate dal protagonismo delle cosche nel settore dell’accoglienza, delle collaborazioni fertili con onlus poco compassionevoli e delle feconde jont venture con cooperative poco solidali.

Chi si stupisce per l’eclissi del tema rimosso perfino dal più reclamizzato degli ex capi della Dia prestato alla politica e pure da icone parentali al Colle, pecca di ingenuità.

Non si sciorinano panni sporchi in odor di impresentabilità e impunità, quando gli interessi coincidono e sono tutelati da manovali adibiti alla riscossione e da cravattari professionisti con armi differenti, ma pari capacità di intimidazione, da manager addetti alla somministrazione in tutte le altitudini di mazzette o – la notizia è di oggi – del depistaggio nell’ambito di indagini fianzniarie. E da studi legali al servizio di multinazionali esplicitamente criminali o sedicentemente legali che producono leggi ad personam, misure e provvedimenti e perfino codici che esonerano da responsabilità e autorizzano evasori, corrotti, riciclatori.

Sulle nostre teste reclinate c’è  un impero   che ha i tratti di  una cupola mondiale che ci comanda e delle sue declinazioni  nazionali, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma di quella classe capitalistica transnazionale che  conserva la sua  egemonia grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato,  che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro   l’80% dei quali è costituita dai nostri risparmi dei lavoratori,    gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali sotto il cntrollo di agenzie di rating e controllati incaricati di controllare.

Se valgono le definizioni di  mafia date da dizionari e enciclopedie:  “Sistema di potere” fondato sul consenso sociale   della popolazione e sul  controllo che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici  e soprattutto nel supporto sociale. Oppure: “Associazione coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e il proprio Stato”,  se facciamo come le tre scimmiette, allora non siamo vittime, siamo omertosi, complici e corrotti, sia pure dalla paura.

 

 

 

 


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