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Archivi tag: paradisi fiscali

Melenchon contro l’uomo da 3 milioni di euro

03551F-melenchonL’informazione a cottimo ha scoperto il leader della sinistra Melenchon: dopo averlo ignorato per tutta la campagna elettorale adesso che si è rivelato fortissimo e non è arrivato al ballottaggio per un pelo, lo attacca selvaggiamente dopo che egli ha rifiutato di indicare Macron come salvezza dalla Le Pen. Un assalto incessante a cui partecipano tutti i cocopro dell’oligarchia, più deciso e feroce di quello inscenato contro la candidata del Front national. C’è da chiedersi perché darsi tanto affanno per uno che non partecipa allo scontro finale dovendo già sopportare l’enorme  peso di rendere politicamente credibile l’impiegatuccio di Rothschild, smorzarne le dichiarazioni antioperaie e antipopolari che dimostrano ancora una volta la nullità del personaggio,  presentarlo come un presidente per i francesi e non come come il capo di stato di qualcun altro e last but not least cercare di spacciare per falsa notizia la documentazione apparsa in rete che testimonia di un conto segreto di Macron alle Bahamas: 3 milioni di euro, tondi tondi, i risparmi, si direbbe, di una breve, ma intensa malavita da caveau.

Altro che fake news, qui siamo nel campo dell’ informazione metafisica, in un feuilleton così grottesco che Le Monde, giornale un tempo considerato molto autorevole prima di essere comprato sostanzialmente dalla banca d’affari Lazard, attribuisce la comparsa dei documenti (qui per chi vuole approfondire) ad una sorta di complotto messo in piedi da Trump e Putin insieme. Ma perché la demonizzazione di Melenchon così ossessiva dopo che ha sostenuto il non voto per il signorino di Rothschild? Semplice, perché dietro l’angolo ci sono le elezioni legislative di giugno ed è probabile che il leader della sinistra ottenga un ottimo risultato, mangiandosi i voti socialisti e prefigurando sia un parlamento senza maggioranza, sia un ampio fronte anti Macron. Fino ad ora l’esistenza di un PS rotto ad ogni compromesso aveva fatto da tampone alle varie situazioni di coabitazione, ovvero di contrasto fra l’inquilino dell’Eliseo e il governo espresso dal Parlamento. Ma con un Macron oltre il  20 per cento tutto questo diventa impossibile, anzi prefigura un’assemblea radicalizzata e divisa tra eurobanchisti atlantici e opposizioni popolari certo diverse fra loro, ma comunque in sintonia sul rifiuto dei massacri sociali.

Questo significa che l’oligarchia ha fatto il passo più lungo della gamba, ha costruito Macron dal nulla e lo ha portato alla vittoria, ma per ritrovarsi molto probabilmente con un presidente dimezzato: non hanno pensato che appoggiare con tutta la forza disponibile un candidato di quel tipo significava radicalizzare la battaglia e dunque far cadere il birillo socialista che aveva dato tante soddisfazioni all’elite di comando. E senza considerare il fatto evidente che se il leader della sinistra avesse detto di fare barriera contro la Le Pen anche a costo di votare l’uomo da tre milioni di euro non avrebbe ottenuto altro risultato che palesare la propria impotenza a rappresentare efficacemente un vasto elettorato che si era rivolto a lui e in sostanza avrebbe regalato a Macron una vittoria vera. Per questo la campagna disperatissima anti Melenchon , volta a riportare sulla retta via il qualunquismo di sinistra messo in crisi dall’inaspettata vittoria e dalle possibilità di azione e di futuro che essa apre. Erano già così contenti questi qualunquemente progressisti di festeggiare una ennesima resa, conservando però la coscienza orgogliosa di essersi opposti alla destra, che adesso sono disorientati. Persino il partito comunista ha avuto uno sbandamento iniziale di fronte alla non scelta di Melenchon, ma adesso sembra si stia rendendo conto dell’errore catastrofico a cui stava andando incontro e ha offerto al leader della Francia ribelle un’alleanza elettorale in vista delle legislative che comprende una sorta di patto di desistenza in una trentina di circoscrizioni. Non è mai troppo tardi, si direbbe, anche per chi si rassegna troppo presto.

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Paradisi fiscali liberi: Renzi straccia la Black List

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà bene ricordare quando proviamo un segreto malessere, costretti a votare – ammesso che sia vero – come qualche energumeno di Casa Pound, qualche avanzo di galera di Forza Italia o qualche autista di ruspe, che c’è una bella differenza tra lo schierarsi una tantum con attrezzi coi quali non vorremmo nemmeno consumare un caffè, uniti provvisoriamente per esprimersi contro un fronte che ha dichiaratamente fatto del referendum un pronunciamento plebiscitario a sostegno di un leader e del rafforzamento dell’esecutivo, già sperimentata con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, e invece dire si al consolidamento di maggioranze antidemocratiche, improntate al puro decisionismo, legali magari, ma illegittime come accade spesso quando a contare sono solo i numeri e non le idee, i principi, l’interesse generale.

Lo si fa da anni, ma sempre di più siamo autorizzati a votare contro, a dare un significato costruttivo al no, quando abbiamo  davanti un esercito ostile, che ha mosso guerra a lavoro e stato sociale, a diritti e garanzie, i cui generali   sono talmente e sfrontatamente schierati in difesa di interessi padronali e criminali da dare rinnovato vigore a leggi ad personam  – a protezione di superiori, amici, congiunti anche alla lontana e finanziatori  – attribuendo al governo la facoltà che vogliono ancora più rafforzata di convertire i diritti in privilegi arbitrari e la giustizia in discrezionalità, tanto da infilare surrettiziamente nella legge di stabilità  2016, e tramite apposita circolare dell’Agenzia delle Entrate, una magica formuletta che candeggia la black list dei paradisi fiscali.

Così chi fa affari con le offshore – Cayman, Bahamas, Isole Vergine – non sarà costretto a dichiararlo, con la finalità di creare un contesto favorevole “all’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese”, a cominciare dunque da quelle di riciclaggio e di inquattare in misura industriale appunto proventi in nero. Perché ormai è questa la più moderna applicazione da parte del settore industriale, della ricerca e della tecnologia, la caccia accanita a ogni immaginale angolo della natura, della società e della persona (basta pensare ai fondi pensionistici attivati dalle stesse imprese per sfruttare due volte i dipendenti ) per tradurlo in denaro, moneta o strumenti immateriali dell’azzardo, in produzione di reddito per pochi mediante l’uso di altro denaro, altra moneta, altre giravolte di un tourbillon dove la speculazione è sempre attiva e noi sempre passivi.

E allora  perché  dinastie pallide  e indolenti, viziate fino a diventare viziose,  i cui augusti rampolli possono godere i frutti in qualità di  abulici quanto avidi azionariati, premiati con dividendi d’oro, poltrone ministeriali e influenti cariche associative, dovrebbero investire in innovazione e sicurezza? Che interesse potrebbero avere a farlo i Riva, le aziende di produzione che si sono fatte espellere dalla gara proprio per aver “risparmiato” su ricerca e tecnologia, contando su lavoro a basso costo in Italia e fuori, quando possono gioire delle formidabili opportunità offerte da riforme e leggi dello stato che promuovono una diversificazione dinamica in settori della rendita e dello sfruttamento a rischio zero?

Perché mai si dovrebbero continuare a sfornare maglioncini di lana mortaccina, prodotti in paesi che risultano essere scomodi, sempre meno protetti da multindegne  pubblicità  multietniche, quando si può fare affidamento sulla protezione di governi che assicurano un assistenzialismo dinamico in comparti strategici, equipaggiati di opportuni salvagenti, quando si può lucrare senza incognite e pericoli su beni comuni, servizi, infrastrutture, risorse?

Perché se una casata che promette di essere davvero la narrazione epica di un successo fondato sull’operoso e profittevole parassitismo ai danni dello stato e della collettività e a beneficio della schiatta e dei suoi protettori, particolarmente intraprendente nell’approfittare di occasioni e svendite opache per comprare, fare a pezzi, svotare, svalutare, dare una mano di pittura, per poi rimettere sul mercato, sempre grazie a tutele e soccorsi dall’alto, è proprio la stirpe Benetton.

Signori del casello, fino al 2038 e probabilmente tramite gener0sa proroga fino al 2045, scommettitori ben protetti in scalate, azionisti forti di Aeroporti di Roma, proprietari di alberghi e aziende agricole, di società sportive, partecipazioni  in Mediobanca o in Generali hanno fatto di Venezia il laboratorio per il loro piazzamento sfacciato nel settore immobiliare, quello più “mobile”, quello di chi acquisisce a prezzi stracciati, “valorizza” e rivende sempre sotto l’egida e la copertura di potentati. Ma tanto per estendere il test è possibile che trasferiscano l’esperienza di successo anche, non è difficile da indovinare, a Firenze, dove la società immobiliare  di famiglia, Edizioni Property, si è aggiudicata non sorprendentemente per poco più di 71 milioni il palazzo dell’ex Borsa Merci, 5.600 mq di superficie lorda commerciale in una delle strade centrali più frequentate dai turisti, a un passo dalla piazza della Signoria e dal Ponte Vecchio.

Tremano le vene ai polsi pensando a cosa ne faranno in linea con l’azione di valorizzazione del patrimonio pubblico svolta a Venezia, cominciata nel 1992, al termine del mandato del sindaco Bergamo, che si fa timido sponsor dell’operazione, i Benetton si comprano un intero isolato alle spalle di Piazza San Marco, compreso un teatro storico, il Ridotto, un cinema e negozi ed uffici. Ma se era cauto Bergamo, il suo successore appoggia l’occupazione di Venezia da parte  della casata di Ponzano, offrendo un ruolo influente e prestigioso a una  tosa di casa Benetton,  quello di portavoce del sindaco e responsabile della comunicazione. Non sappiamo se il conflitto di interessi ostacoli i grandi progetti di Edizioni, fatto sta che cinque anni dopo sempre loro diventano padroni dell’intero isolato fino al Canal Grande grazie all’acquisto di  un albergo con l’obiettivo di realizzare un centro polifunzionale. Destinazione  inutilmente contestata dagli abitanti e dagli organismi di quartiere, a fronte di molto propagandate dichiarazioni d’intenti dell’impero dei golf: rimetteremo in funzione il cine, apriremo una libreria, ridaremo ai veneziani il loro teatro.

Quando nel 2004 la ristrutturazione è terminata il Ridotto è diventato un ristorante, nel 2010 la libreria è diventata un negozio di Vuitton, mentre in Laguna la porzione del vecchio manicomio di San Clemente , comprata e trasformata in hotel dalla casata viene rivenduta il giorno dell’inaugurazione, grazie alla libertà d’azione offerta dalle varanti di Piano approvate dal Comune. E vale un post a sé la vicenda del Fontego dei Tedeschi  acquistato per 53 milioni dalle Poste, maltolto alla città per restituirlo sotto forma di “megastore di forte impatto simbolico”, al quale manca solo di inglobare il Ponte di Rialto che gli augusti visitatori possono però sfiorare affacciandosi dalla terrazza mozzafiato.

Si,toglie davvero il respiro il sacco che stanno facendo di quello che è nostro.  Ma forse non è troppo tardi per dire no alla cospirazione.

 

 

 

 

 

 

 

 


Chi di “a casa loro” ferisce, di “a casa loro” perisce

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Elvezia il tuo governo schiavo d’altrui si rende d’un popolo gagliardo le tradizioni offende e insulta la leggenda del tuo Guglielmo Tell. Non ho mai scommesso su un Paese che ha come eroe nazionale uno che tirava frecce alle mele, mettendo a rischio il proprio figlioletto. E non scommetterei sulla nostra gagliardia. Mentre è sicuro che la Svizzera ha un’autobiografia nazionale al servizio del capitalismo, dimostrando una certa virtù profetica nel preferire quello finanziario.

Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di un libro che aveva il sapore di una rivelazione:  “Grazie a un sistema bancario straordinariamente ipertrofico, grazie anche a quelle mirabili istituzioni che sono il segreto bancario e il conto numerato, l’oligarchia svizzera, scriveva Jean Ziegler, con il suo bottino quotidiano finanzia le proprie avventure all’estero. Le sue società multinazionali controllano, oggi, dall’Indonesia al Sudamerica, dal Brasile al Guatemala, intere regioni e popolazioni”.

Altri paesi da allora hanno assunto la funzione del ricettatore e del riciclatore, indispensabili al sistema capitalistico mondiale e alla cupola che lo dirige, favorendo l’espansione del progetto imperiale grazie ai tavoli da gioco e alle roulette truccate del grande casinò, foraggiando imprese belliche, ripulendo malloppi e refurtive.

Tanto che ha assunto ai nostri occhi una parvenza più domestica e bonaria dei paradisi dove prosperano le fortune opache di finanzieri, criminali o diversamente criminali per via di affettuose amicizie e indulgenti protezioni, tanta è la forza dell’abitudine e tanto facilmente i nostri governi e i nostri parlamenti, nazionali ed europei, negli anni hanno mostrato di accontentarsi dei cauti “passi avanti” compiuti dalla Svizzera in materia di segreto bancario, di adeguamento a “nuovi standard” per lo scambio automatico di informazioni fiscali (l’ultimo voto del Consiglio Nazionale e di quello degli Stati è del giugno scorso), di renitente adattamento a leggi internazionali sul riciclaggio. E come potrebbe essere diversamente se famigli e familiari molto cari a svariati premier, onorevoli in carica e a riposo, riformisti in odor di prudente critica hanno sempre potuto contare su un porto sicuro per i loro gruzzoletti, così vicino, così poco avventuroso rispetto a isole, porti e staterelli esotici, da aver perso il connotato di un ricetto illegale.

L’accettata messa al bando della brutta parola “capitalismo” ha completato l’operazione di maquillage che ha fatto cadere gli ultimi tabù, legittimando l’operato dei “cattivi”, soggetti necessari per garantire i fasti del mercato, lo sviluppo, il benessere. Così qualcuno si stupisce, perfino il ministro Gentiloni, che all’insegna di un referendum semplice semplice:  “Prima i nostri” il Ticino  abbia deciso di ancorare alla Costituzione il principio che privilegia in caso di assunzione i lavoratori svizzeri agli altri, ‘Prima i nostri’, appunto, penalizzando soprattutto i lavoratori trasfrontalieri, perfino, paradossalmente, quelli che votano Lega, preoccupati di essere aiutati a casa loro. E anche l’Ue grida allo scandalo, forse per l’indebita e sleale concorrenza tra muri reali e muri virtuali? Minacciando la sospensione dei negoziati tra Bruxelles e Berna per l’adozione di quote di immigrati e ricordando  che l’appartenenza al mercato unico impone alla Svizzera di rispettare le quattro libertà fondamentali tra cui la libertà di circolazione.

Ecco, una bella lezione quella impartita dalla Fortezza Europea: d’altra parte la Turchia mica fa parte del mercato unico, d’altra parte l’Ungheria è ancora una new entry, d’altra parte l’Austria dovrà pur tutelare i suoi confini.

E d’altra parte la libera circolazione dei lavoratori rientra nella tradizione del paese e ne sa qualcosa il manager preferito dal presidente del consiglio, che ha scelto di domiciliarsi nel Canton Zugo  e di abitare nel Canton Vaud. E d’altra parte la globalizzazione è così: se motivi propagandistici raccomandano di far vedere una certa propensione a un felice isolamento difensivo, la ragione poi persuaderà che il futuro è negli scambi, nel commercio dei corpi più che dei talenti, che vengon bene perfino popoli spendaccioni quanto pigri, imbelli quanto sfaccendati, confusionari quanto cialtroni e che hanno permesso la dissipazione di lavoro, diritti, vocazioni, istruzione e ricerca, persuasi da un racket mondiale di ricatti, intimidazioni, usura a entrare in eserciti di schiavi non specializzati da muovere come pedine nella scacchiera del padronato mondiale.

Spiace dire l’avevamo detto, ma l’abbiamo detto e ripetuto che il torto fatto prima o poi ritorna indietro. Oggi tutti i pubblicitari della paura, i propagandisti del respingimento usano le stesse parole di chi ha sostenuto che gli immigrati sono il motore che sviluppa la crescita e la vitalità delle economie locali, che rifiuto e emarginazione creano malcontento e risentimento ben lungi da renderci più sicuri, che le loro competenze e la loro giovinezza restano una garanzia per il futuro di tutti, che contribuiscono già al nostro sistema previdenziale, che rispondono a una domanda di lavoro inevasa, che centinaia di imprese prosperano grazie al loro lavoro. E che se come è vero, tutti abbiamo concorso alla loro disperazione, accettando la partecipazione esportazioni di democrazia o missioni umanitarie secondo quell’indecente eufemismo per definire la guerra, se il nostro benessere ormai dissipato è stato e vogliono che sia frutto del loro sfruttamento, di scorrerie e scorribande, magari definito cooperazione e domani migration compact, allora dovremmo avere l’obbligo di garantire vita, diritti, certezze, pena non veder mai più riconosciuti i nostri che non abbiamo saputo difendere.

 

 

 


Evasione e bolle armi del ricatto globale

banchiere-730x365Le ultime vicende che vedono i colossi del web e dell’informatica, Apple in testa, sotto accusa per i marchingegni fiscali e le gigantesche evasioni, non ci parlano solo del meraviglioso e intricato mondo del business nell’era globalizzata nella quale si produce in Cina, si distribuisce in Irlanda e si pagano le tasse finali a Bermuda, ma di una realtà sempre più evidente: che le multinazionali e i grandi gruppi finanziari stanno sostituendo gli stati e dunque stanno anche spazzando via la democrazia. Il caso della mela morsicata è esemplare: non contenta della tassazione in Irlanda che peraltro è appena del 12,5% nel 2003 riuscì ad imporre a Dublino un’aliquota dell’ 1% e a portarla gradualmente a niente, a una ricarica di telefonino, ovvero lo 0,005% , il 5 per mille per chi non si trova a suo agio con le cifre decimali. Adesso l’Irlanda, dopo una sentenza europea chiede ad Apple 13 miliardi di tasse, per le attività economiche svolte sul proprio territorio, ma succede un fatto stranissimo e surreale: gli Usa dapprima hanno minacciato ritorsioni, poi il ministro del tesoro ha suggerito che forse la multinazionale (che ovviamente paga cifre ridicole anche in America) potrebbe ridurre l’importo dovuto all’Irlanda “se le autorità degli Stati Uniti dovessero imporre ad Apple di versare per il periodo 2003 – 2014, importi maggiori alla società madre statunitense per il finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo”.

E’ chiaro che si tratta di un tentativo di salvataggio in extremis francamente privo di senso visto che non si vede la ragione per cui l’Irlanda dovrebbe cedere parte del suo credito agli Usa in cambio di una fumosa e pelosa promessa su un cambiamento delle regole in terra americana. Ma dall’episodio emergono fin troppo chiaramente due cose: da una parte il totale disconoscimento della sovranità altrui tanto da voler  rubare e lucrare il maltolto quasi si trattasse di una storia di  malavita, dall’altra la subalternità di Washington ai poteri di economici, che la costringe farsi carico non solo dell’evasione ed elusione nazionale, ma di difenderla anche  altrove. Insomma come se fossero ormai una specie di Blackwater globale, di braccio armato del profitto.

Del resto in un sistema liberista non potrebbe essere altrimenti: la nomenklatura capitalista comanda ad onta dell’apparente democrazia; la globalizzazione, la battaglia contro il lavoro, i salari e il welfare hanno fatto crescere i profitti e li hanno finanziarizzati, a fronte di un calo produttivo,  tanto  che nel secondo trimestre di quest’anno i dividendi azionari sono stati di 372 miliardi dollari e questo secondo le stime ufficiali che ovviamente non tengono conto delle sottostime, degli imboscamenti e dei camuffamenti di denaro, dei dividendi non versati o di quelli occulti, delle capitalizzazione borsistiche,  dei guadagni azionari di tantissimi dirigenti dei grandi gruppi, dell’economia criminale o di quella sommersa, della finanza off shore, o delle evasioni fiscali. Bene che vada la gigantesca cifra è solo la punta di un iceberg e tuttavia già così e nemmeno tendendo conto di una stima di crescita del 4% entro il 2016 fatta dalla  Henderson Global Investors, arriviamo su base annua a 1 miliardo e 488 miliardi di Euro, vale a dire una cifra superiore al Pil di quasi tutti i Paesi del mondo e inferiore solo a quello dei primi 9. E’ più, molto di più, di qualsiasi Paese dell’America latina ad eccezione del Brasile, è più di qualsiasi Paese dell’Africa, molto superiore alle tre grandi economie del continente, ovvero Sudafrica, Nigeria ed Egitto e assai di più di qualsiasi stato dell’Asia, fatte salve Cina e India. Sono cifre, anche se solo ufficiali, che determinano il comando perché qualsiasi Paese è sotto ricatto, basta premere un tasto.

E tuttavia i numeri stratosferici non cancellano anzi rafforzano l’idea di trovarsi di fronte ad un mondo illusorio ed estremamente fragile: tornando alla web e sharing economy dalla quale siamo partiti possiamo focalizzarci sulla Airbnb, una società fondata bel 2008 da tre ragazzotti californiani che oggi sono multimilardari  con l’idea di mettere in rete il business fiorente, proprio a causa delle crisi, delle case vacanza. Con solo un’idea nemmeno poi cosìoriginale e di fatto già in qualche modo esistente sia pure a titolo gratuito, con una banalissima struttura informatica, senza alcuna proprietà materiale, nemmeno quella dei server  sono diventati leader mondali di questo interscambio e per tutto questo salvo che negli Usa dove viene  usato il paradiso fiscale de facto del Delaware, la società madre e le consorziate pagano un inezia di tasse in Irlanda. Si tratta allora di un miracolo che conferma la retorica oscena e vacua delle start up?  No si tratta dell’economia di carta: in Italia che è il terzo Paese al mondo dopo Usa e Francia per  numero di contratti, i proprietari hanno guadagnato almeno in chiaro 394 milioni di euro con le case affittate su  Airbnb. Ma solo una commissione del 3% per cento è finito alla società dunque all’incirca 11 milioni, mentre dagli ospiti temporanei arriva una percentuale che va dal 6 al 12% e quindi aggiungiamo altri 23 milioni. A questi sommiamo i “contributi” alla società di un milione e trecentomila italiani che si sono serviti di Airbnb per trovare case vacanza fuori del Paese: qui i conti sono più ardui, ma possiamo ipotizzare un’altra dozzina di milioni per un totale di circa 50 di milioni. Tantissimo per pagare appena 40 mila euro di tasse anche se tutti i contratti vengono  in realtà firmati con la filiale irlandese della società.

Tantissimo ma anche problematico perché se è vero, come afferma la società che finora 60 milioni di persone hanno utilizzato il servizio di cui 2 milioni di proprietari gli incassi globali sebbene alti per un semplice servizio web e altissimo rispetto alla miseria di tasse pagate, si possono ipotizzare in circa 6 miliardi di entrate ( con una media, molto, ma molto generosa e di fatto improbabile di mille euro a contratto), ma allora com’è che i tre fondatori si ritrovano ognuno con un patrimonio personale di circa 3 miliardi e mezzo di dollari?  Si deve andare a tentoni perché i bilanci sono segreti e del resto la Airbnb ha la sua sede principale nello stesso palazzo che ospitò a suo tempo  la Buconero significativa società di Callisto Tanzi. Ora tutto questo per dire che nonostante la Airbnb secondo il Wall street journal non abbia fatto utili nel 2015 a causa delle spese per espandersi e che anzi le perdite operative siano state di 150 milioni, che il settore abbia  comunque dei limiti di crescita e che adesso arriva il difficile con la concorrenza locale in via di contrattacco, la società ha ricevuto un miliardo di dollari  da un gruppo di banche composto da Jp Morgan, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e grazie a questo la sua valutazione è arrivata a 30 miliardi di dollari, una cifra spropositata se ci basiamo sui fondamentali. E tutti riposti in una fede assoluta e generica nella sharing economy che via Irlanda e Bermuda paga un semplice obolo di tasse. Quindi economia di rapina e bolle vanno di pari passo e collaborano insieme a costruire la potenza finanziaria con cui si tiene in vita il ricatto globale.


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