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Lottizza, lottizza… e Lotti restò solo

RAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati tempi nei quali quasi nessuno sapeva chi fosse Luca Lotti, salvo gli addetti ai lavori che di lui avevano appreso che era l’amico del cuore dell’allora presidente del consiglio fin dagli esordi politici del ragazzone di Rignano, proveniente come lui dagli ambienti democristiani di partito, canonica e patronato.

Si raccontava che quel suo stare nell’ombra era generato da un’indole riservata e schiva così lontana dagli usi dei conterranei al governo. E infatti circolavano poche interviste strappate e scarne dichiarazioni, almeno fino a oggi, quando è salito, come si diceva una volta, agli onori della cronaca e ha  rivelato una inedita vena colloquiale e narrativa.

Ma qualcuno che volesse conoscere meglio  il personaggio che nella sua tenebra  ha mestato e maneggiato per orientare  le nomine del Consiglio superiore della magistratura, per collocare ai vertici della Procura di Roma e di Firenze, Torino, Brescia, Salerno, persone “fidate”, così da poter pilotare indagini scomode, in testa quella sulla Consip, la centrale acquisti della Pa, nella quale è coinvolto lui con l’accusa di favoreggiamento, insieme all’imprenditore Romeo e ai capostipiti della dinastia Renzi,  potrebbe trarre qualche gustoso spunto ascoltando, per esempio,  un dialogo con il direttore della Nazione del novembre scorso, nel quale il giornalista con quel piglio indagatore che contraddistingue la nostra informazione ufficiale lo mette alle strette interrogandolo sui destini del Pd intrecciati con quelli della Toscana, del Paese e dell’Europa.  E  lui, con quel bel vernacolo e il volto immoto che lo fa parere un figurante minore in uno spot telefonico di Panariello nel ruolo dell’ebetino che non sa scegliere l’abbonamento migliore, fa sapere che bisogna tornare all’Europa dello Spinelli, del quale fa capire di essere appassionato agiografo,  che la vita di un partito è così, si va e si viene e dunque   al governo del finto cambiamento succederà quello del desiderato riformismo moderato del sua partito. E che il problema di Firenze ben governata da Nardella gli è il trafficohh, proprio come nella Palermo di Lima, problema che però è in via di soluzione grazie ai buchi della sotterranea, così la città del Giglio sarà pronta agli alti destini che le riserva la realizzazione del nuovo aeroporto.

Vale la pena di sopportare quei 10 minuti di giornalismo minore o forse di antropologia in pillole, perché risulta ancora più sconcertante la figura del personaggio che, come nella tradizione toscana inaugurata da Gelli  e senza tirare in ballo il mostro di Firenze – lui è di Empoli – ha compiuto i suoi crimini nell’occulto poco appariscente delle siluette sullo sfondo dell’esibizionismo narcisistico di quella cerchia. E non si capisce se fosse per calcolo, in modo che l’accreditato non sembrasse minaccioso per interessi altri in competizione, o invece per pudore di mostrare a chi erano state affidate mansioni così delicate. Perché se proprio  in seno alla Leopolda c’era bisogno di forgiare un faccendiere intrigante e poliedrico, un trafficone così multitasking: sport, banche, infrastrutture, servizi segreti, allora almeno per accontentare la stampa e il nostro immaginario piuttosto che il Lotti detto “il lampadina” per via dei capelli più che dell’intelligenza luminosa, torpido e scialbo come un impiegato del catasto, eravamo autorizzati a aspettarci un eroe negativo più torvo e mefistofelico.

Oggi che si esprime e parla, parla, parla, si espone e si dimette trincerandosi dietro prestigiosi correi, è ancora più inspiegabile la sua carriera, basata su una personalità accreditata come eclettica e versatile dietro l’apparenza rassicurante di un uomo macchina, come lo definiva il suo più influente datore di lavoro e di fiducia già al suo primo incarico in Provincia di Firenze, disposto a agire senza comparire e mettere in ombra il suo protettore, spregiudicato con l’aggravante sempre rivendicata da quella cerchia: solo chi fa sbaglia, come ha sempre proclamato la divinità più citata del loro pantheon, Blair cui si deve l’emblematico aforisma:  «Il potere senza principi è sterile, ma i principi senza poteri sono inutili».

Grazie al suo atteggiamento di servizievole “numero 2” o 3 o 4 al bisogno, in ossequio al mito del giovanotto che si fa da sé, venuto su dal nulla e ricompensato per la sua generosa fidelizzazione, è stato collocato dove serviva:   sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri con delega all’editoria nel Governo Renzi, quando serviva un po’ di potere di persuasione e ricatto, di blandizia e intimidazione nei confronti della stampa per far accettare il piccolo napoleone, influente segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica, quando occorreva qualcuno che facesse il cagnetto da guardia nel settore delle opere e degli appalti, e della spesa pubblica quando era bene ridurre quella sociale, ministro dello Sport  nel governo Gentiloni, quando la partita i gioco era quella degli stadi da realizzare ( vecchi : Juve (155 milioni), Sassuolo (3,75 milioni) e Udinese (500 mila euro all’anno),e nuovi: Roma   e Fiorentina)non per appagare la voglie di circenses in cambio di pane dei tifosi, ma l’avidità di costruttori e immobiliaristi premiata grazie all’urbanistica contrattata che concede loro aree a prezzi stracciati, deroghe illegittime, cubature per terziario e lottizzazioni spericolate  e riserva alle amministrazioni e a noi l’onere delle infrastrutture necessarie.

Per non dire della sua candidatura continuamente ripresentata alla delega ai  Servizi Segreti, incarico che, lo comprendiamo meglio oggi, era strategico al suo ruolo di mestatore istituzionale e gli avrebbe permesso di comandare in prima persona nella guerra delle intercettazioni e di proteggere dalla poltrona più prestigiosa la figura e l’onorabilità del suo boss, oggetto, Renzi lo scrive in una sua immortale opera letteraria, di un complotto ordito da magistratura sleale e Arma infedele, capitano Ultimo compreso.

Per non dire anche della veste assunta di patron dell’aeroporto di Firenze, quello che, sono parole dell’ex sindaco e oggi di quello in corso, accrediterà la città del Giglio come destinazione turistica, in barba alle preoccupazioni dei residenti e pure dell’Unesco, e simbolo rivendicato del partito del Si, che vuole contrastare quello dei No, compresi ben 20 sindaci dell’area interessata che da un anno si battono contro l’imprudente iniziativa e l’esclusione dal processo decisionale. Ci teneva talmente a quel progetto da farsene pubblicamente testimonial alla faccia delle denunce per la dimostrata incompatibilità ambientale: altera in modo irreversibile l’equilibrio dell’ecosistema della Piana e minaccia la salute di tutte le popolazioni da Firenze a Prato a Pistoia, è inconciliabile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli; gli auspicati 5 milioni di passeggeri/anno si combinano con emissioni, rumori, polveri, rischio idrogeologico e consumo di altri 380 ettari di suolo in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti.

E ci credo che il Pci, il Pds, il Pd non hanno mai voluto cavalcare il destriero vincente della condanna del conflitto di interesse: la loro visione geopolitica della globalizzazione è sempre servita per incastrarci dentro il disbrigo delle loro faccenduole sporche e dei loro affari di famiglia. E, viene da dire, il povero Lotti si occupava, di nome e di fatto, delle lottizzazione, come un collettino bianco  proteiforme e come un manovale premuroso.

A loro piace la fidelizzazione non la fedeltà e  lo doveva sapere che l’avrebbero lasciato colare a picco e da solo, facendolo passare per un genio del male, mentre era solo l’incarnazione di un clan di piccoli marioli alle prese con un golpe più grande di loro.

 

 

 

 

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One response to “Lottizza, lottizza… e Lotti restò solo

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