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Sala dei Raggi

giuseppe-sala-757297_tnRoma e Milano. Da una parte la sindaca a 5 Stelle della capitale, la Raggi, che si è incautamente e superficialmente appoggiata prima alla Muraro  subito “avvisata” dopo un decennio di fasti incontrastati con l’amministrazione cittadina  e poi a Raffaele Marra arrestato oggi per corruzione, entrambi cresciuti a dismisura sotto il regno di Alemanno, confermati, anzi promossi da Marino (Marra è stato suo capo di gabinetto, anche se nessuno adesso lo ricorda esplicitamente) e nei guai per vicende risalenti all’epoca del sindaco nero. E’ un infortunio nel quale si potrebbe persino scorgere lo zampino di una guerra senza quartiere ma di quartierino (olimpico) contro la Raggi, più che contro i personaggi citati che mai prima erano stati toccati in tutti i sensi dalla giustizia. Dall’altra il sindaco della ex capitale  morale che si è autosospeso dopo aver appreso di essere indagato nell’ambito di un’inchiesta che riguarda i lavori principale per l’Expo ( di cui Giuseppe Sala era commissario straordinario e dunque decisore ultimo anche sugli appalti) fatti dalla Mantovani, la stessa del Mose e del terzo valico, dei venti milioni di fondi neri per compensare i politici e corrompere funzionari ( vedi qui), tanto per non farci mancare niente.

Mettendo nell’ordine razionale vediamo più chiaramente le cose:  da un lato un neo sindaco che appare un po’ disorientato, poco accorto e sotto schiaffo che inesplicabilmente ha concesso fiducia ai marpioni allevati dalle precedenti amministrazioni, dall’altro un marpione legato al partito degli affari e della nazione, candidato dal milieu politico del renzismo alla carica di primo cittadino anche grazie ai contorsionismi  giuridici del Tar, che deve rispondere in prima persona di gravi accuse su fatti  corruttivi dentro un Expo verminaio oltre che laboratorio di pratiche sociali schiavistiche, come ad esempio il lavoro gratuito, che egli stesso ha guidato. Ma vediamo – ed è questo il nocciolo della questione – che  il primo fatto porta i media a stracciarsi le vesti e a reclamare la testa della colpevole, mentre sul secondo sono molto restii ad armare labbra o penne e mettono invece in grande risalto le dichiarazioni di stima sperticata dello stesso milieu complice prima e fiducioso ora, Pd in testa ovviamente. Persino sui siti più critici la autosospensione del sindaco di Milano sembra in qualche modo marginale allo scandalo Roma, testimoniando così della forza di trascinamento che ha il mainstream anche nei confronti di chi vi si oppone. A prescindere da qualsiasi considerazione politica, giudizio e pregiudizio si tratta di due eventi molto diversi, ma trattati subdolamente come se fossero sullo stesso piano, come se Marra e Muraro fossero due creature allevate dalla Raggi, mai comparse in Campidoglio prima di allora e come se invece il caso Sala non fosse in tutti i suoi aspetti l’espressione emblematica del mefitico spirito del tempo dove politica e appalti,  cialtroneria e mafie, emergenza e inefficienza, consenso e denaro si legano in un nodo inestricabile.

E’ possibile, è probabile che i cinque stelle abbiano scelto male il loro candidato al comune di Roma, puntando su un personaggio che fin da subito non ha voluto fare il repulisti necessario in Comune, il che mette in luce le difficoltà di un movimento che rimane ancora magmatico, ma è certo che Pd e berlusconiani abbiano invece scelto benissimo il loro sindaco a Palazzo Marino. La differenza morale prima ancora che politica sta nel palese errore dei primi e nel non errore dei secondi.


Truffa ai terremotati, continuità di governo

sisAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si pareva davvero un terremoto quello che si proponeva di sgretolare il sistema politico italiano, sbriciolandone i piani alti e condannando un progetto politico che aveva la finalità manifesta di abbattere l’ultimo argine alla cancellazione della democrazia, quella diga antica ma ancora solida, anche se non pienamente realizzata,  per difenderci da cento milioni di vaucher in aperto contrasto con  l’articolo 36 della Costituzione, secondo il quale la retribuzione del lavoratore dovrebbe essere “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, contro la svalutazione e derisione dell’istruzione pubblica svalutata in aperto contrasto con gli articoli 33 e 34 della Carta, contro la malasanità promossa dall’abolizione del Welfare in aperto contrasto con i principi di assistenza e cura garantiti  dall’impianto costituzionale perfino nel vecchio Titolo V che prevedeva la surroga statale in caso di disuguaglianze e inefficienze delle Regioni.

A dispetto di chi aveva voluto trasformare la consultazione in un plebiscito bonapartista, in un atto notarile a suggello della insostituibilità di un governo e della sua ideologia proprietaria e tirannica, il popolo è entrato nel merito dando un giudizio politico dettato dal suo profondo malcontento e dal rifiuto per lo status quo, nella convinzione che la Costituzione serve ancora, e così com’é anche nella parte  relativa alla distribuzione dei poteri dello Stato,  a difendere giovani e anziani, precari e pensionati, impiegati e operai, partite Iva e soggetti in mobilità, ex cococo e beneficiari di vaucher, meridionali o settentrionali, tutti a vario titolo colpevoli del crimine di non avere ambizioni, disinvolta intraprendenza, spregiudicatezza e arrivismo, tutti a vario titolo Untermenshen, schiavi riottosi talmente ricattati e intimiditi da dover per forza piegarsi in condizione di totale soggezione a un esecutivo finalmente libero da contrappesi, riscattato da regole e leggi, come da istituzioni e tribunali ancora  indipendenti, e a una cultura egemonica, quella degli allegri venditori porta a porta delle balle della Leopolda, quella dei media posseduti dalla narrazione di regime, compresa delle apocalittiche profezie sulla rovinosa vittoria del No, compresa degli spettri della destra  montante,  diversa forse da quella di governo? Come se quella che si stava coagulando intorno alla battaglia per la Costituzione non fosse l’unica vera testimonianza rappresentativa di una opposizione sociale, responsabile e consapevole che quella Carta non è una salma ormai rifiutata perfino da vecchi marpioni e mummie irriducibili, ma una barriera e a motivo di ciò odiata, irrisa, vilipesa da un impero sovranazionale spaventato dalla sua vocazione antiautoritaria, democratica, egualitaria.

Pareva proprio un terremoto mentre avevano sperato fosse lo squillo di tromba della resa definitiva, la bandiera bianca levata tristemente dopo un trentennio di arretramenti, sconfitte, perdita di diritti, salario, stato sociale e  potere contrattuale.

E lo è stato di certo, a dispetto del governo dello Stuntman insediatosi ieri, dei suoi gregari pronti a porgere la borraccia e all’estremo sacrificio di addossarsi la colpa del doping e della sua rivelazione, assuefatti al destino dei numeri due che godono di luce riflessa e soffrono di pene patite per interposta persona. A dispetto dei tentativi patetici delle figurine del presepe, pronto per essere collocato alle spalle del fine dicitore del discorso di fine anno che mima i concetti cari al re mai abbastanza detronizzato e dei suoi suggeritori, per accreditare quel 40 % in qualità di vittoria morale che  legalizza – ma non legittima – il suo ruolo inderogabile di partito di maggioranza relativa, convinti che ci beviamo l’ennesima balla stratosferica di una maggioranza coesa, di una forza inossidabile e inviolabile. E non, come davvero è, una merce scaduta che non  vale più del 26-28%, molto meno cioè della maggioranza relativa, con alleati poco manovrabili, altri troppo avidi, altri improbabili, tra maldipancisti, vecchie turcherie e nuove sinistre un tanto al chilo, sultanati e feudi territoriali, revenants e zombie, figure amletiche con preferenza per romei delusi piuttosto che per principi pensosi.

È stato talmente un terremoto che si comportano come fanno con quelli reali, facendoli sprofondare nell’oblio delle bervi di cronaca, rimuovendoli dalla loro coscienze nere e oscurandoli agli occhi di chi preferisce non vedere, chiedendo la  ribalta per mostrare le affissioni propagandistiche della fabbrica delle menzogne, per far calare l’ombra sui risultati, ricorrendo a un altro cascatore del cine in funzione di imperituro commissario per tutte le stagioni e i sismi, ineguagliabile nello stendere veli impietosi su inefficienze, illegalità, ritardi, soprusi e magagne con l’aiuto del solito spaventapasseri a guardia di appalti e controlli.

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E infatti il governo Renzi Bis- meglio chiamarlo così piuttosto che “diversamente Renzi” – è un dopo sisma come quello di Amatrice e Norcia, dove abbiamo appreso che il primo grande appalto del dopo terremoto è andato a una ditta sotto processo per traffico di rifiuti e truffa, un’azienda che per almeno due anni ha affidato le operazioni di movimento terra a un imprenditore sotto inchiesta per legami con la camorra. Che si chiama Htr Bonifiche è stata incaricata di rimuovere tutte le macerie provocate dal sisma nelle Marche e nel Lazio, un’operazione che implica lo spostamento di migliaia e migliaia di tonnellate di detriti  dai comuni devastati dalle scosse.  Che le centinaia di  persone non hanno  accettato  il trasferimento in strutture alberghiere: anziani, sì, ma soprattutto allevatori che non volevano abbandonare le loro attività, sono ancora in attesa dei moduli abitativi promessi “in attesa della casette di legno promesse per la primavera. Che ai più fortunati è stata elargita una soluzione alternativa, un container di 15 Mq per famiglia. Che i privati che vogliono arrangiarsi sarebbero accusati di violazione dei piani regolatori: i prefabbricati di fortuna  vengono considerati un abuso edilizio, comprese quelle portate là dalla Charitas e quelle offerte dalla Curia, che di solito gode di trattamenti di favore.

La lezione è la stessa: i terremoti non si dimenticano. Abbiamo l’obbligo di ridare dignità e non solo un tetto a chi è stato colpito e ha perso tutto. E abbiamo il dovere di restituirla a noi stessi, quella dignità che abbiamo respirato come un’aria fresca dopo tanto veleno, insieme alla speranza di un riscatto che credevamo irraggiungibile. Se l’abbiamo difesa la Costituzione, adesso sarebbe proprio ora di attuarla.

 


Governo, la fotocopia degli inganni

faccia_culoIl governo che si profila è peggio che una scialba fotocopia di quello del cazzaro Renzi, è un’offesa agli elettori, messo in piedi da un milieu ormai putrescente per sterilizzare il risultato del referendum e ribaltarne il senso politico. E’ una funesta burla tutta costruita attorno al niente, ovvero alla necessità di una nuova legge elettorale per la Camera come se per questo – è in tempi calamitosi – occorressero mesi, quando invece essa c’è già ed è persino garantita dalla stessa Corte Costituzionale: si tratta di quella che va sotto il nome di Consultellum , risultato delle profonde correzioni apportate dalla consulta al Porcellum nel 2014. Basta abrogare l’Italicum, che nessuno più vuole, nemmeno gli autori che temono la vitoria dei cinque stelle, senza aspettare che la corte dia il suo parere e votare secondo le regole che la Corte stessa ha indicato a suo tempo. Ci si metterebbe una mezza giornata.

Si tratta di una legge proporzionale e senza correzioni che snaturino il voto, forse non la migliore del mondo, ma comunque tale da ridare voce agli elettori e soprattutto da uccidere il fenomeno dei parlamentari nominati, ovvero quello che ha permesso  di far passare dopo la crisi ogni genere di cessione di sovranità, di manipolazione del sistema dei diritti, di diminuzione reale di democrazia. Quindi lo scopo della lunga attesa per le elezioni che potrebbe durare anche un anno per consentire ai parlamentari di prima nomina di aggrapparsi al vitalizio,e dell’incoronazione di un uomo di carta copiativa, anonimo per conto proprio e cazzaro per conto terzi,  risponde a due esigenze: la prima è quella di prendere tempo per costruire qualche marchingegno elettorale ad hoc per tentare di sconfiggere il movimento Cinque stelle e tenere ben stretto il potere di quell’informe partito della nazione che si costruisce intorno alla bugia compulsiva e alla corruzione diffusa, la seconda è permettere, per tramite di un governo fantoccio sia delle marcescenti logiche interne, sia dei poteri continentali, che la troika prenda possesso del Paese a seguito della crisi bancaria senza che gli italiani possano minimamente intervenire. Il governo infatti può decidere senza nemmeno consultare il parlamento di rivolgersi al Mes, meccanismo europeo di stabilità, vero governo ombra di Bruxelles, chiedendo un prestito a garanzia del quale verrebbero chiesti, come da statuto, nuovi massacri sociali. Capite adesso quanto è utile un Gentiloni?

Si vede benissimo in questo caso la saldatura tra le vecchie logiche della politica politicante, appartenenti a un’altra epoca e tramutatesi col tempo in malaffare e quelle delle elites di comando europee, interamente gestite dai poteri economici che dovrebbero indicare il nuovo, sebbene siano in effetti una forma di restaurazione dell’ancien regime. Purtroppo sono convinto che questo disegno così perverso e peraltro così evidente rischia di avere un complice fondamentale negli italiani stessi: non parlo nemmeno perché purtroppo è fantascienza di dare espressione politica concreta al No con una formazione nuova della sinistra che non nasca da precari assemblaggi, (formazione che oltretutto aiuterebbe i Cinque stelle unica opposizione al di là delle alleanze tattiche del referendum) a resistere a  pressioni e contagi di Palazzo di cui cominciano ad apparire i sintomi. Parlo della capacità di comprendere che la vittoria del no non è stata la fine di una battaglia, ma l’inizio di una guerra di sopravvivenza della democrazia e in prospettiva del Paese stesso: non più possibile stare alla finestra e concedere assegni in bianco a questo milieu di oligarchi in pectore che oggi con un pretesto senza fondamento vogliono acconciare una legge elettorale congegnata in maniera da eliminare ogni preferenza in maniera che i candidati non abbiano una consistenza propria e siano solo espressione del partito, che istituisca collegi uninominali dove il peso dei clan politici di riferimento e delle relative clientele sia abbastanza forte da sconfiggere le formazioni che non hanno le mani in pasta, con contempli premi di maggioranza non sul piano nazionale, ma collegio per collegio. Insomma un sistema iper maggioritario, ma che non sembri tale e non incorra nelle osservazioni della Corte costituzionale.

Più che mai bisogna incalzarli, rendere loro la vita difficile, far sentire che non siamo proprio degli sprovveduti contro i furbetti di ogni tipo.

 


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