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Le elezioni proibite

Ci saranno ancora elezioni in Italia? Benché la domanda possa sembrare un esercizio di provocazione si tratta di un’eventualità che sta uscendo via via dall’ambito puramente ipotetico per diventare un possibile incubo reale. La prova del nove la si è avuta proprio in questi giorni quando alcuni sondaggi realizzati dopo i fatti di Washington hanno evidenziato che lo schieramento Salvini -Meloni non solo non ha subito alcun contraccolpo, ma ha anzi ha dato indizi di ulteriore crescita ponendosi come potenziale ed ampia maggioranza. Poiché il Conte 2, questa specie di mostro che si potrebbe definire come un’idra a tre teste, se non fosse evidente che non ne ha nemmeno una, era nato proprio per impedire che  le forze di sicura fedeltà europeista e bancaria venissero clamorosamente sconfitte. E questo lo si poteva evitare solo non andando alle urne anche a costo di creare una situazione assurda attraverso l’innaturale unione fra quelli che erano i nemici per la pelle fino a cinque minuti prima. La crisi alla quale assistiamo in questi giorni non è di natura politica, è stata innescata da una indecorosa e ignobile rissa per la gestione dei soldi che forse arriveranno dall’Europa, che saranno alla fine una semplice partita di giro, che dovranno essere spesi come dice Bruxelles e a fronte di ulteriori macellerie sociali, ma che nell’immediato costituiscono una fonte di potere. Il Pd e Renzi non possono permettere che Conte li utilizzi per creare un proprio partito centrista che renderebbe il Pd un partitino, nemmeno i cinque stelle lo possono permettere anche se in ogni caso il loro scopo è rimanere fortissimamente attaccati alle poltrone e dunque far arrivare la legislatura a termine. Ma in queste condizioni è vietato andare alle urne perché altrimenti il trio Meloni- Salvini e Berlusconi stravincerebbe.

Lasciamo stare la pena che si può provare vedendo l’opposizione in mano a questi personaggi, lasciamo anche perdere la catastrofica gestione dell’emergenza pandemica che ha visto l’Italia assoluta protagonista planetaria di una straordinaria contraddizione con quasi il maggior numero di presunti morti da Covid a fronte delle misure di segregazione e  distanziamento sociale più draconiane e più distruttive del tessuto economico:  fatto sta che in tale condizione qualsiasi crisi politica, di qualunque natura e gravità, si deve svolgere – per ferrea volontà del partito europeo dentro e fuori i confini – senza ricorso alle urne. In questa occasione la scusa viene pronta, c’è il covid e non si può votare e si troverà il modo di sostituire Conte con qualche eminente piddino, Franceschini ad esempio, di cui si mormora anche perché dubito che un personaggio come Draghi voglia rischiare di bruciarsi in questa fase. Tuttavia l’insieme di tali fattori ci dice che le forze pro sistema hanno fallito l’obiettivo di limitare l’ascesa delle opposizioni e se Salvini è un po’ calato, la Meloni ha fatto il pieno così che la somma dei due è ancora maggiore di prima. Ma ciò non è legato a una fase contingente o a errori commessi anche se ce ne sono abizzeffe,  ma deriva da un’irrecuperabile crisi di rappresentatività dei partiti che si riferiscono al sistema e che dunque dalle urne non possono che aspettarsi una sconfitta. D’altro canto anche le opposizioni se pure fossero davvero contro il sistema di potere euro oligarchico ( e non lo credo affatto) pur stravincendo le elezioni sarebbero sottoposte al ricatto della finanza e di Bruxelles e dovrebbero così rinunciare ai loro programmi, anche ammesso che li avessero: in due parole le elezioni sono da una parte inutili e dall’altra fonte di rischio per i piccoli e miserabili asset di potere interni. Servono ormai come rito volto ad impedire che i cittadini possano fingere con se stessi di vivere in democrazia e non in sistema autoritario. E tuttavia la quasi assoluta ubbidienza della popolazione ai diktat più assurdi e incoerenti lascia spazio alla speranza che qualunque cosa possa essere imposta. Quindi è probabile che si farà di tutto per evitare l’appuntamento con le urne  visto che da noi non c’è il voto postale con cui sovvertire qualsiasi risultato.

Così nel 2023 quando in ogni caso si dovrebbe andare a votare  non mi meraviglierei che saltasse fuori una qualsiasi emergenza sanitaria oppure economica ( quella è anzi praticamente certa) grazie alla quale rimandare a data da destinarsi le elezioni. Con la narrazione pandemica e grazie all’entusiastico apporto degli antifascisti da figurine Panini,  è stato sdoganato il concetto che qualunque torsione costituzionale è legittima a fronte di eventi eccezionali reali o anche creati dall’illusionismo mediatico: non si vede perché lo stesso meccanismo non possa essere usato per evitare il voto. E se qualcuno pensa che sia fantascienza rifletta a come avrebbe considerato fantascienza essere chiuso in casa per un’influenza e obbligato a un vaccino per la stessa.


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Leva Salvini, lascia Minniti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno levato Salvini e lasciato Minniti.  E non potevamo certo aspettarci di meglio dal governo che tiene insieme gli ex gregari del Ministro che incarna il Male e il partito del Ministro che ha sdoganato la paura del diverso, dello straniero ma anche dell’indigeno che rovina il decoro con la sua molesta presenza.

Non potevamo aspettarci di meglio nemmeno dal Parlamento che dovrebbe produrre riforme che sviluppino il senso della democrazia e della “cittadinanza”, che aveva approvato a larghissima maggioranza nel parlamento le due leggi volute dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini tra il 2018 e 2019,  recanti misure sull’immigrazione , rendendole addirittura più severe come nella parte relativa alle multe da comminare alle navi delle Ong. E meno che mai da un esecutivo che ha fotocopiato il bieco memorandum sottoscritto dal governo Gentiloni con la Libia.

Licenziando le modifiche ai due decreti pronte da luglio, ma  messe all’ordine del giorno solo dopo le elezioni regionali e il referendum,  la montagna ha partorito il topolino, salutato come un riscatto morale dal giogo razzista e xenofobo.

Per carità meglio di niente, se siete del partito del menopeggio che si accontenta di un camouflage che nasconda le pecche. Per carità meglio di niente, anche se i decreti sicurezza non sono stati cancellati, ma semplicemente addomesticati lasciando intatto l’edificio di regole eretto sul differente trattamento da riservare ai profughi meritevoli del riconoscimento dello status di richiedente asilo e i fuggiaschi per motivi economici, che si vede che fame sete, miseria non costituiscono una valida ragione per lasciare la propria terra, i propri cari, affrontare viaggi perigliosi per recarsi dove nessuno li vuole.

Per carità, è proprio il caso di dirlo, nei confronti di chi era stato escluso dalla regolarizzazione- beffa di quest’estate e pure nei confronti della Bellanova autrice dell’indegna “sanatoria”, è positivo che  si estendano le “opportunità” per convertire una delle forme di protezione rimaste in vigore in permesso “speciale” per motivi di lavoro  “ove ne ricorrano i requisiti”,  quelli concessi per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza minori.

 È prevista una sorta di protezione umanitaria, della durata di due anni, per gli stranieri che presentano seri motivazioni di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

È rimasto invece inalterato l’impianto del decreto Salvini sul soccorso in mare, pur dichiarandone l’obbligatorietà: il ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, informando il presidente del consiglio, può vietare l’ingresso e il transito in acque italiane a navi non militari. E malgrado il principio della criminalizzazione sia stato reso di fatto  inapplicato il procedimento rimane amministrativo, con ammende che vanno da 10 mila a 50mila euro, malgrado la richiesta del presidente Mattarella di diminuirne l’importo,  e penale.

 Lo Sprar  cambia denominazione e diventa Sistema di accoglienza e integrazione, la cui gestione viene di fatto restituita  ai comuni, distinguendo i servizi di primo livello per i richiedenti protezione internazionale: accoglienza materiale, assistenza sanitaria, assistenza sociale e psicologica, corsi di lingua italiana, consulenza legale dai servizi di secondo livello che hanno come obiettivo l’integrazione e includono l’orientamento al lavoro e la formazione professionale.

Insomma non c’è tanto da esultare: sul ravvedimento del Governo che sana l’obbrobrio a norma di legge (in realtà la firma in calce ai decreti era di Conte, 1, è ovvio prima della conversione virtuosa in Conte 2) si stende il velo nero dell’Europa che condizionerà le eventuali elemosine a investimenti punitivi dei diritti degli indigeni e figuriamoci degli ospiti, e che ha bell’e pronta la sua strategia di rifiuto, espulsione, rimpatri forzati generalizzati e sponsorizzati  secondo le regole della “solidarietà obbligatoria” tra i partner dalla quale sono esentate le cancellerie carolinge che godono di minor affaccio sul mare delle Pensioni Rosetta italiana o greca.

Non può che andare così, a riconferma, ve ne fosse bisogno, che anche l’immigrazione deve essere governata con le azioni organizzative e ideologiche del neoliberismo, temperando con i meccanismi di mercato i danni prodotti dal mercato, quello che esporta armi e importa schiavi, che depreda risorse per alimentare i consumi di popolazioni per poco ancora risparmiate dal colonialismo, che pure sta agendo con successo nei Terzi Mondi interni. E adesso che ha perso forza la minaccia dell’invasione, adesso che non occorre una concorrenza esterna disposta a tutto sotto ricatto perché i nostri lavoratori ormai subiscono pressioni talmente potenti dal racket da accettare intimidazioni e riduzione del salario, delle garanzie, dei diritti.

Che poi il problema è sempre lo stesso, circoscrivere i rischi di chi ha, criminalizzare gli ultimi per proteggere i primi e rassicurare i penultimi. E infatti indovinate un po’ come definisce la svolta civile e umanitaria del governo il vice ministro all’Interno del Pd, il primo passo per l’apertura del “cantiere dei diritti”, perfettamente coerente con la decantata ricostruzione post Covid, uno in più rispetto ai 130 individuati nelle slide dei Villa Pamphili che non comprendono scuole, ospedali, università, opere di salvaguardia del territorio.

Eh si, levato Salvini, lasciato Minniti. Verniciata di umanitarismo in offerta la barbarie, resta la gestione della “sicurezza” in capo ai poteri forti, rafforzati con l’arruolamento desiderabile e pienamente adottato dei militari in strada sempre più reclamati per mantenere mascherine, distanziamento sociale, insieme alle polizie locali, da anni incaricate di reprimere e condannare all’invisibilità moleste presenze estranee, colpevoli di promuovere il meticciato tramite kebab e falsi Vuitton,  e con attribuzioni speciali date alle forze dell’ordine in materia di contrasto alla criminalità di chi non si adegua agli standard di rispetto del decoro, e dell’ordine pubblico, siano operai che protestano, donne che respingono l’offensiva dei movimenti per la vita fuori dagli ospedali, gente di tutte le età che manifesta contro gli oltraggi al suo territorio, cittadini che contestano decisioni e misure del governo nazionale e periferico.

Tutto vien buono per zittire, immobilizzare, limitare la circolazione di pensieri “scorretti”, disomogenei, non allineati, ormai genericamente tradotti in assembramenti irresponsabili.

Cosa non si farebbe per rinvigorire le misure di una ingiustizia ingiusta contro i barboni che colpevolmente si stanno moltiplicando, i nuovi matti che dai margini gridano la loro disperazione, i senzatetto che occupano i falansteri tirati su dagli speculatori?

Per non far cadere in disuso il Daspo che dal calcio aveva sconfinato nella società tutta,  dall’assassinio, tramite pestaggio di Willy, si trae una “lezione” per inserire nella riconversione civica dei decreti del barbaro, una norma ad hoc che ne estende l’applicazione all’esercizio della “violenza”, dando il potere ai questori di disporre, anche in presenza di una condanna non definitiva, il divieto di accesso a pubblici esercizi o locali di pubblico trattenimento nei confronti delle persone denunciate, negli ultimi tre anni, per reati commessi in occasione di  disordini, qualora dalla condotta possa derivare un pericolo per la sicurezza.

Si chiama “norma Willy” il minimo sindacale che si sarebbe dovuto pretendere da sempre in occasione di aggressioni, botte, delitti contro le persone con particolare accanimento per i più deboli e indifesi, da parte svariate tipologie di fascisti, in orbace o in divisa, comunque protetti, assolti, legittimati. Ma che, succede quando la cronaca nera diventa strumento di propaganda, diventa l’occasione per assimilare alla violenza cieca e ferina, brutale e bestiale, la collera che potrebbe far scaturire ribellione, opposizione, insomma lotta .. di classe.


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