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Zucche piene di acqua e vento

denAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri pomeriggio, quando le previsioni annunciavano un livello di marea intorno ai 140 cm.  i pensionati sentai fora il bacaro di Rio Terà davanti all’ombra,  scuotevano la testa, quel vento non era il solito scirocco che alza l’acqua, no, era più rabbioso, più freddo e non prometteva niente di buono. Quando poi intorno alle nove le sirene hanno cominciato a ululare i 4 squilli sembrava la conferma della previsione. Dopo un po’ ecco un nuovo allarme, anche quello di quattro lamenti. Poi più nulla.

Ma intanto il vento era sempre più rabbioso e scagliava delle ondate potenti e micidiali contro le rive, si vedeva la marea salire incontrastata e violenta, i vaporetti venivano scagliati contro le rive e le gondole parcheggiate in qualche ansa di rio venivano sbattute e si fracassavano. Verso le 23 si capiva che stava consumandosi una catastrofe, l’impeto del mare ricordava quel maledetto novembre, il mese più crudele per Venezia,  del ’66, il Centro maree comunicava che si temeva un livello intorno ai 190 centimetri.

Nel buio cupo, la maggior parte dei sestieri è stata a lungo senza corrente, si intravvedevano affaccendarsi disperate le sagome degli impotenti, negozianti, artigiani, esercenti di caffè e ristoranti che cercavano di salvare qualcosa, che come dei sisifo inermi e svigoriti dalla mala sorte, cercavano di svuotare i vani sulla strada dall’acqua che gli arrivava alla cintura, con dei secchi, tanto per avere l’impressione di non essere inermi e inutili, silenziosi, che non si sentiva volare una mosca, solo, ogni tanto, lo squillare di un telefonino nel mesto dialogare di vittime. Poi verso l’una mentre la luna splendeva limpida e serafica sulla distruzione, l’acqua ha cominciato a scendere velocemente come un esercito che decide di lasciare il campo di battaglia nel quale è stato vincitore.

Un silenzio quello di stanotte che è durato stamattina, rotto  dalle indecenti esternazioni delle autorità, quelle locali cui si deve la magistrale definizione del tipico fenomeno dell’acqua alta a beneficio dei turisti in cerca di folclore che si può leggere sul sito del Comune come di un accadimento che reca un modesto disagio ai veneziani e ai forestieri: si tratta dunque, scrive l’anonimo estensore che ricorda il sindaco filosofo che la prendeva appunto con filosofia consigliando ai concittadini di acquistare gli stivali invece di brontolare, di pazientare, aspettando che cali.

Ecco quindi il sindaco in carica lanciare il suo grido di dolore: ho visto cose che voi umani…, sentenziare sapientemente che l’acqua di mare fa più danni di quella dolce, fortunati dunque i calabresi e quelli del Polesine, esigere con veemenza che i responsabili del Mose diano conto di ritardi e inadeguatezzacui succedono le immancabili richieste di dichiarazione dello stato di emergenza cui devono seguire stanziamenti eccezionali e con tutta probabilità anche il potenziamento di poteri e competenze in carico al sindaco e alla sua giunta..

Oggi chi transitava tra le sacche di resistenza veneziana: i pochi residenti rimasti, quelli che sono stati costretti all’esodo in terraferma ma il lavoro e le attività le conservano ancora nel centro storico condannato a appendice turistica, aveva lo spettacolo tragico dei sopravvissuti, che rabbiosamente combattevano con l’acqua che si era ripresentata, che ancora invadeva botteghe, caffè, librerie, gallerie d’arte, dove si pensava di aver messo al riparo merci e prodotti che invece galleggiavano mestamente.

C’è da temere che siano sconfitti, sì, depredati, defraudati e ormai sconfitti.

Intanto “ghe vol più schei”, si chiede a gran voce, per sanare le ferite e per preparare un fronte unito in previsione del referendum sulla possibile scissione del centro storico dalla terraferma. Adesso, dopo stanotte, c’è un motivo in più per decidere cosa scegliere: il Pd compatto vota No, come in tanti abbiamo fatto in passato prima che il fronte di guerra di speculazione  e sacco del territorio si spostasse a Marghera, Mestre, nell’hinterland che come Venezia è condannata a museo a cielo aperto, sono altrettanto condannati e diventare la localizzazione senza identità e destino per le infrastrutture che devono indirizzare alla fruizione dissipata della Disneyland Serenissima, al parco tematico, compresi i canali per mantenere il passaggio criminale delle grandi navi e il business dei padroni della città, in funzione di attivi scavatori, proprio come quelli della Val Susa.

E c’è da temere allora che i soldi arrivino non per aiutare le vittime, ma per sostenere, come è d’uso dopo le catastrofi spacciate per naturali,  la loro vergognosa visione della città, il loro oltraggio legalizzato e spesato dal denaro pubblico per arricchire le loro tasche private, adesso che i pesci fuor d’acqua sono stati sostituiti al governo da squali navigati che in forma concorde lavorano allo stesso progetto progressista, De Micheli, inb arrivo a constatare i danni con il sindaco,  Franceschini,  quelli delle grandi opere, dei grandi eventi, dei grandi buchi, dei grandi veleni, della grande bruttezza e della grande miseria, la nostra.

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Pecore & Lupi

st-francis-with-the-wolfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma come piace alla stampa raccontarvi l’apologo alla rovescia di posti nei quali un santo convertì alla domestica bontà un lupo, e dove ora un lupo ha convertito alla ferocia i santi. Eh si perché c’è poco da dire, nel nostro paese troppo lungo ci sono regioni che rivendicano una tradizione di civiltà anche grazie alle loro scelte elettorali e altre invece condannate alla pubblica riprovazione, salvo la Lombardia, tanto per dire, o il Veneto che sono indicate come motori di progresso malgrado siano rette da omologhi del lupo, tanto da sentirsi talmente forti e superiori da esigere un riconoscimento di status e di autonomia dal lento e arcaico treno della nazione.

È che da anni l’informazione ufficiale e non solo, con varie modalità ha contribuito alla disgregazione dello spirito democratico, e alla “demoralizzazione”, nei due sensi, quello di generare e alimentare passioni tristi e melanconiche e quello di contribuire alla perdita di senso etico, con narrazioni contraddittorie come quelle di questi giorni: l’Umbria è uno sputo nel mondo, eppure al tempo stesso costituisce un campione rappresentativo, è stata battuta la coalizione di governo che vuole battere i miserabili istinti populisti, eppure in quella intesa ci sono quelli che fino a ieri erano indicati come il “problema”, redento in un batter d’occhio grazie all’abbraccio mortale con il Pd.

E d’altra parte è proprio la stampa che ha fatto la fortuna della Lega, di quel movimento che pareva si affermasse proprio perché inviso a establishment e media. Apparentemente però, perché agli esordi averlo trasformato un domestico e inoffensivo fenomeno folcloristico del quale sorridere per via di elmi con le corna e indigestioni di acqua inquinata del sacro fiume, delle canottiere del boss anticipatrici delle divise e delle felpe odierne, dei picnic mistici con Miglio in veste di officiante, precorrenti le festine del Papetee, ha contribuito alla normalizzazione di fermenti eversivi, razzisti e xenofobi, che invece mostravano la stessa ferina tracotanza dello sfruttamento economico e finanziario legale, non estraneo al suo ceto dirigente a suon di furti, “cooperazione” con la Tasmania, risorse e finanziamenti occulti e altri vari reati accumulati nel tempo, che infine dimostravano la capacità di adeguarsi interamente agli standard della realpolitik.

Da macchiette bonarie, tipi da satira, ben presto i dirigenti della Lega sono diventati una presenza fissa sui giornali e nelle tv che prima li schifavano, accreditati come imprescindibili con il sostegno di quella che ancora veniva chiamata sinistra, come una sua costola, con generosi ascendenti antifascisti e repubblicani, invidiata per il suo poderoso e invincibile radicamento territoriale, ormai dimenticato dai partiti in via di dismissione di sezioni, circoli e cellule.

E oggi ci risiamo, mentre si chiede l’abiura del voto  e la pubblica discolpa agli umbri colpevoli di non aver dato fiducia a un ceto politico che li aveva condannati a subire consenzienti gli effetti di una crisi sociale, l’abbandono dopo il sisma, la penetrazione criminale mafiosa, la cancellazione di una economia produttiva sostituita dallo sfruttamento turistico, la corruzione esemplarmente testimoniata dagli scandali e rivelata dai cambi di casacca dei protagonisti dimostrativa della ripugnanza dei “notabili” per le regole della rappresentanza,   si mette in luce l’ammirevole capacità di penetrazione dell’ideologia leghista  la sua vocazione a nutrire il malcontento  convertendolo in consenso in aperto contrasto con il beota e immotivato ottimismo progressista.

Ormai è palese la volontà di rendere un buon servizio alla Lega e a Salvini, con i patetici tentativi di dimostrare  che si non si tratta della stessa cosa, come se ci fosse una lega buona (quella del passato, o quella di Zaia, di Maroni) e una cattiva, quella di una personalità disturbata istrionica e  impresentabile nel consorzio civile che si guadagna simpatie con versatili sberleffi, rutti, borborigmi e suoni inarticolati presso una plebaglia zotica, ignorante e cattiva, che invece il popolo erede dei valori risorgimentali e resistenziali cha sta con Carola, Greta, Lucano non può che essere fiduciosamente attratta dai buoni del western, Zingaretti, Speranza, e pure Renzi, e perché no? Carfagna e recenti passatori gentili alle file moderniste e riformiste. E con la condanna del populismo che una volta di più è inteso come il deplorevole malumore degli straccioni contro gli oligarchi, dei quali sono entrati a far parte senza gran successo i ribelli di ieri, una volta conosciute la magnifiche sorti e le dolci delizie del potere, scoperte grazie ai vincoli tossici con il partito che più di ogni altro ha rivelato nelle parole e nei fatti l’indole a ridurci a volgo, cancellando la dignità del lavoro ridotto a fatica, la vocazione della scuola ridotta a diplomificio per scaraventare i figli non prediletti sul mercato del precariato e della servitù, la virtù comune del paesaggio e della cultura come motori di coscienza e libertà, i diritti alla cura e all’assistenza.

Dovrebbe fare anche sorridere lo spauracchio del sovranismo ostacolato coraggiosamente dai servitorelli di sempre e dai convertiti recenti alla fede assoluta nell’Europa, incarnato da Salvini che si era prestato a interpretarlo finché non ha assaggiato le sue brioche, comprese quelle sulle invasioni massa, che potrebbero rivelarsi una fortuna se regolate secondo le leggi del mercato in modo da ridurre i totale servitù anche il Terzo Mondo interno, e rimosso prudentemente perfino per quanto riguarda quelle pretese di scala con le richieste di autonomia differenziata già scomparse dell’agenda anche durante il feroce Saladino vigente e che reclamavano da  Roma poteri amministrativi, di pianificazione e gestione, e non solo la riduzione del residuo fiscale.

Insomma il mostro sbattuto in prima pagina, assiso su tutte le poltrone televisivo è diventato una presenza familiare, l’unica voce “critica” che veniva dai palazzi, l’unico che fa vedere un nemico cui attribuire tutti guai, ipotesi accreditata anche da chi gli vorrebbe gettare addosso il discredito, grazie a illuminati pensatori che attribuiscono il suo successo e l’altrui fallimento alle “invasioni massa”, narrazione smentita dai numeri soprattutto in regioni come l’Umbria dove per invasioni si potrebbero intendere i pullman gremiti a Assisi con tanto di parroco in testa, che sarebbero state sottovalutate da una sinistra sussiegosa e indifferente ai bisogni degli indigeni.

E sta qua ancora una volta il padre di tutti gli equivoci, continuare a chiamare questo governo giallorosso, continuare a lagnarsi per i limiti di una “sinistra” chiamando così gli eredi di quel Pds, di quei Ds di quel Pd, che ancora prima della Bolognina avevano effettuato lo stacco senza ritorno da vocazione e mandato già traditi con la conversione all’annacquamento delle riforme strutturali per adeguarle a un capitalismo edulcorato, che avevano applicato anticipatamente proprio nelle loro regioni i modelli liberisti, le privatizzazioni addomesticate dalla presenza delle cooperative garanti, il garbo per non dispiacere a investitori e padroni, la preoccupazione di perdere il consenso dei moderati nei comuni, in chiesa, e pure nei convegni e nei festival aperti a Casa Pound, l’esibizione di un modello securitario imperniato sul decoro e l’ordine e sulla colpevolizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi. E allora perché votare delle inadeguate imitazioni quando puoi dare il voto a Salvini e alla Meloni invece che alle loro fotocopie sbiadite, quando gli uni e gli altri sono lupi?


Castelli di carte

castello-1Sono costretto a ritornare sulle elezioni umbre perché il post di ieri scritto a botta calda va ampliato e approfondito: non si tratta solo del fatto che agitare il feticcio dell’antifascismo come ultima spiaggia per ottenere il voto nonostante tutto, non è più efficace, ma di un cambiamento storico: il collasso dell’alleanza di governo si è avuto in una delle ex regioni rosse, dove finora l’elettorato aveva visto nel Pd e prima ancora nel Pds e nei Democratici di sinistra il successore del Pci e in qualche modo lo votava in automatico turandosi il naso e coprendosi gli occhi. Questo risultato, ottenuto per giunta nel contesto di un vistoso aumento dell’affluenza elettorale, testimonia che ormai questo effetto prolungatosi nel tempo, si va esaurendo  che il Pd comincia ad apparire nelle sue vere dimensioni di formazione neo liberista, anzi creato appositamente per cancellare ciò che di socialismo ancora esisteva. Scrive Carlo Formenti: “Viene un brivido lungo la schiena leggendo sui giornali titoli come il crollo del fortino rosso (?) a commento della disfatta elettorale della coalizione giallo fucsia in Umbria. Rosso a chi? Sono più di vent’anni che l’attribuzione cromatica riferita agli eredi del Pci (non solo il Pd, ma Leu e compagnia cantante) suona come un insulto alla memoria dei movimenti operai del 900”.

Dunque i sentimenti di appartenenza dietro cui si è nascosta una visione di società diametralmente opposta a quella suggerita si stanno diradando lasciando spazio alla realtà di un partito neo liberista, senza alcuna prospettiva da opporre alle ragioni del padrone, anzi in prospettiva quello che si è più attivato nello sfascio dei diritti del lavoro, del welfare, della presenza dello stato  dell’economia, della sovranità del Paese e così invischiato nella retorica bustarellara delle grandi opere  che l’equivoco cromatico di cui parla Formenti appare più che altro un inganno strategico. Una situazione che lo accomuna al destino del Movimento Cinque stelle che tuttavia ha percorso il medesimo tragitto non in vent’anni, ma in venti mesi: presentandosi insieme in Umbria queste due formazioni hanno incarnato sia pure in modo diverso e verrebbe da dire opposto, la delusione totale delle aspettative e hanno spinto l’elettorato verso Salvini & C on foss’altro che per disperazione, per vuoto politico.  Il ceto dirigente pentastellato è stato particolarmente ottuso nel bruciare un movimento su cui molti italiani avevano investito le loro speranze non comprendendo ciò che la sinistra italiana di governo, aveva capito perfettamente: se non hai niente da dire di diverso rispetto all’avversario o se non  hai il retroterra e le palle di fare altro rispetto a ciò che ti impongono, tanto più devi alimentare l’ostilità di facciata, come appunto è avvenuto ai tempi di Berlusconi. Invece di imparare la lezione questi si sono subito aggregati a quelli con cui non avrebbero mai aver nulla a che fare e si sono messi al servizio della più vecchia e repellente classe politica. Questo tradimento dell’elettorato perpetrato in sinergia tra Casaleggio e i parlamentari era maturato ben prima della crisi di agosto  come dimostrano il salvataggio della von der Leyen al Parlamento di Strasburgo o il sussiego euroliberista  che pian piano ha preso campo nel loro discorso pubblico. Da tempo qualcosa covava sotto la brace e adesso è diventato cenere.

E’ possibile che il Pd senza l’alleanza con i “populisti” – un tema centrale per il neo liberismo elitario ed oligarchico – avrebbe preso qualche voto in più dovuto alle deformazioni prospettiche, ma non avrebbe di certo potuto suturare una sconfitta ormai storica che va bene al di là dell’effetto sanitopoli. A questo punto occorre fare di tutto perché la stravittoria di Salvini e Meloni non sia inutile e non finisca nel solito calderone degli allarmi e degli asti di piccolo cabotaggio, ma serva a capire  che l’intera politica in questo Paese, come del resto ovunque, va rifondata su basi diverse rispetto al passato, sgombrando il campo dai troppi relitti arenati sulle spiagge così come dai nerboruti bagnini del neo liberismo: un gramsciano direbbe che bisogna rifondare lo stato e con esso il popolo e viceversa.


Stracciato il Santino di Narni

Elezioni Regionali Umbria - Summit Pd e 5 Stelle a NarniNon so se il risultato delle elezioni umbre provocherà una crisi di governo o se si dovrà attendere quelle in Emilia – Romagna, regione chiave per l’economia italiana, per arrivarci. Non saprei nemmeno dire se l’umbratile Conte, per giunta alle prese con uno scandalo vaticano, potrà resistere con il favore del Palazzo o eventualmente succedere ancora una volta a se stesso, se il suo posto verrà preso da un altro tizio qualunque pescato nelle profonde penombre del Paese  o da Draghi che nel frattempo sarà nominato senatore a vita e non so nemmeno se quest’ultimo ambisca al Quirinale o a Palazzo Chigi.  Ma una cosa è assolutamente certa: la vittoria oltre ogni previsione di Salvini e della Meloni, affondano per sempre l’illusione che basti agitare lo spettro del fascismo per essere ascoltati e per far dimenticare i tradimenti o i magna magna e che dunque l’unione innaturale tra Pd e Cinque Stelle, propiziata, anzi imposta da Bruxelles per fermare Salvini, non serve proprio a niente se non a portare più acqua al mulino del demagogo leghista.  Quella foto di Narni che riuniva gli sconfitti di queste elezioni, non è che l’ingiallito dagherrotipo di un errore.  Un santino stracciato.

Un tempo l’antifascismo si coniugava con il progresso delle politiche sociali, era insomma una cosa seria,  ora è un puro feticcio nominalistico che serve soltanto a coprire il taglio di welfare, la precarietà e la caduta dei diritti  e l’elettorato semplicemente se ne frega. Se ne frega anche se questo supposto fascismo che semmai è patrimonio nella sostanza anche degli avversari, viene espresso da personaggi rozzi, arruffoni e di straordinaria modestia intellettuale come Salvini e la Meloni, perché la voglia di cambiamento  e di togliersi dal groppone il peso delle furbate, delle clientele. degli affari incrociati  e delle politiche antisociali è talmente forte da superare il tabù. In questo caso poi c’è anche un altro elemento di cui tenere conto, ovvero il fatto  che nella coalizione degli sconfitti figura anche il partito che era stato eletto per cambiare questo stato di cose cose e che invece si è lasciato trascinare in una coalizione che più di palazzo non si può. Ciò che mi meraviglia è che i 5 stelle siano riusciti a prendere il 7 per cento, perché in queste condizioni è persino un sontuoso premio al voltafaccia rispetto alla ragion stessa di esistenza del movimento. Né si può dire che il Pd abbia fatto una bella figura: nominalmente è sul 22% che è  già un disastro in una regione governata praticamente da sempre da quella che una volta era la sinistra, ma  in realtà è ben sotto questa cifra limite perché i renziani non si sono presentati con la lista di Italia Viva, formazione neo berlusconica, e dunque è probabile che la cifra reale sia  intorno al 15 per cento o anche meno.

Adesso entrambi gli sconfitti dicono che l’alleanza celebrata e benedetta da don Mattarella, non ha funzionato, anzi è stata un disastro senza precedenti, ma allo stesso tempo dicono di voler andare avanti nell’esperienza di governo, inalberando una sfilza tale di frasi fatte e luoghi comuni nel tentare di fare stare insieme le antinomie, che persino un computer sarebbe schifato da tanta automaticità. Tuttavia l’assurda persistenza di Conte in queste condizioni, facendo finta che l’Umbria non conti un cavolo come l’ingombrante  nessuno di Palazzo Chigi ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di dire, sarebbe la prova del nove del fatto che la coalizione di governo, ormai minoranza nel Paese, è stata sostanzialmente frutto di pressioni del tutto estranee alle dinamiche politiche italiane, che poteri esterni hanno surrogano il ricorso alle urne che nel caso specifico della crisi d’estate sarebbe stato d’obbligo.  Naturalmente non è che adesso cambierà molto, che cambiando le facce cambierà una realtà eterodiretta: ormai non è che esista una vera e propria dialettica politica se non in aspetti del tutto marginali, il vero scontro è tra Palazzo e  popolo

 


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