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Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


Estinzioni

estinzione-permianoDagli Usa arrivano i primi numeri aggregati sull’ondata di disoccupazione da Covid e… sorpresa uno settori più colpiti oltre a quello del commercio e della ristorazione è il settore sanitario e dell’assistenza dove in tre mesi sono state licenziate poco meno di 3 milioni di addetti. Ma davvero pensiamo che questo possa accadere durante una vera e terribile pandemia? Non so, magari esiste chi riesce con sforzi sovrumani a convincersi anche di questo, però di certo qualcuno comincia a tirare il freno a cominciare dagli Usa stessi dove i ricercatori che stanno sperimentando il Remdesivir della Gilead, con esiti peraltro pessimi, dicono di non poter andare avanti per mancanza di contagiati e lo stesso avviene in Gran Bretagna per la messa a punto del fantomatico vaccino che con tutta probabilità non vedrai mai la luce. Ma anche da noi si comincia a rompere la crosta di consenso forzato alla narrazione epidemica: il professor Zangrillo, primario al San Raffaele ha aperto il fuoco dicendo che ormai il virus è “clinicamente inesistente” : è una cosa che qualsiasi medico onesto e non ricattato potrebbe sottoscrivere, ma la cosa notevole è che queste dichiarazioni sono state fatte di fronte all’Annunziata e su Open il sito sorosiano di Mentana, ovvero nel cuore pulsante della peggiore  covvideria globalista.

Chi ha anche una minima esperienza di come funzioni la televisione e l’informazione in genere sa benissimo come queste dichiarazioni non vengano  a sorpresa o casualmente, ma siano accuratamente preparate: che alcuni tra i maggiori referenti televisivi del Pd inneschino la marcia indietro è un segnale che per Conte suona come l’avvicinarsi di un redde rationem che ha il ritmo degli stivali di Draghi. Naturalmente nessuno ammetterà le proprie colpe per la gestione più assurda, incoerente e disonesta  della crisi  che si possa trovare nell’intero pianeta, per gli immensi danni provocati intenzionalmente all’economia o per il dramma della Lombardia innescato dal panico e dalla mancanza dei presidi sanitari territoriali – secondo il modello dell’eccellenza riservato a chi può permettersela – ma usato in maniera sciacallesca per aumentare la paura e al contempo per imbrogliare sui numeri, arrivando ad impedire le autopsie che in situazioni del genere sarebbero la prima cosa da fare. Tuttavia i luoghi da dove promana quella che fino a ieri sarebbe stata eresia da esorcizzare e condannare ad una grama esistenza tra i dannati di You Tube, fa comprendere che le vittime sacrificali della situazione saranno i Cinque stelle che si estingueranno come il virus e che la macchina piddina sta lavorando in questa direzione.

Purtroppo nessuno chiederà scusa al Paese, nessuno si attribuirà delle colpe. Anzi la massima parte di questi carnefici dell’Italia che hanno approfittato dell’occasione per svenderla, dei giornalai che hanno tenuto loro bordone, dei taskforzaioli inutili che si sono riempiti le tasche in misura proporzionale al vuoto della loro scatola cranica  e dei ladroni sceriffi di Comuni e Regioni che hanno mostrato a pieno il loro valore, cioè meno di zero, troveranno modo di sostenere che loro lo avevano sempre detto che si era esagerato. In realtà chiunque avesse semplicemente fatto caso ai numeri che venivano dalla Cina fin da febbraio si sarebbe potuto rendere conto che vittime e contagiati  rappresentavano percentuali irrisorie e simili a quelli di batteri o virus “banali” come quelli che provocano  le comuni influenze stagionali. Nonostante questo si è subito stabilito un vero e proprio culto pandemico e chiunque non agitasse fino in fondo il turibolo dell’angoscia e della paura è stato considerato un complottista assimilabile ai terrapiattisti, forse perché il virus è rotondo. Ma  insomma c’era modo e modo di interpretare la narrazione imposta e da noi abbiamo trovato la filodrammatica di paese che ha capito molto in ritardo il copione che doveva interpretare e che proprio per questo poi ha esagerato in maniera  catastrofica e ora è prigioniero della pandemia e dell’emergenza di cui ha bisogno per sopravvivere: non appena si allenterà la presa verrà in primo piano la drammatica crisi economica e istituzionale a cui l’esecutivo non potrà più fare fronte perché le chiacchiere sui miliardi gratuiti staranno a zero. D’altronde anche ai successori in pectore di Conte non dispiacerà troppo la militarizzazione del Paese e  gli impedimenti  alla formazione di nuove forze, con la benedizione del Palazzo “orgoglioso dell’Italia” come dice Mattarella che assolve in anticipo proprio per preparare l’ipocrita passaggio del Mar Rosso e avvisare il personale di macchina che la verità non verrà mai fuori.


Chi semina paura raccoglie tempesta

Coronavirus in Italy: phase 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno provato nei mesi scorsi, ma nessuno tra i lettori dei miei post ha potuto dimostrare che io sia una complottista: non ho mai sospettato, anche se l’ipotesi gotica di pipistrelli e virus fatti circolare per propagare la peste è narrativamente più efficace, né tantomeno adombrato che l’epidemia fosse l’effetto velenoso di una trama oscura. Però ho da subito avuto la consapevolezza del suo uso perverso per giustificare il passato, legittimare il presente e ipotecare il futuro.

Quindi tutti a dare addosso al nemico n.1, responsabile dell’apocalisse anticipata rispetto alle previste sette trombe dei rispettivi sette angeli, sostituite dalle profezie e dalle sentenze di virologi, immunologi, santoni facenti parte del governo di salute pubblica.

A giustificare il passato ci pensa la numerologia pandemica, sotto forma di studio  del “Covid Crisi Lab”  della Bocconi chiamato a pronunciarsi sul caso “Lombardia”, che avrebbe  accertato come “l’epidemia abbia comportato per il Nord Italia i costi umani più alti mai visti dal Dopoguerra”, alla faccia del terremoto del Friuli, dell’alluvione della Valtellina, del disastro del Vajont, e pure del susseguirsi di polmoniti, infezioni ospedaliere, influenza asiatica, asbestosi contratta in fabbrica, tutti incidenti della storia archiviati a posteriori come catastrofi naturali e ineluttabili.

Spiega quindi il Professor Ghislandi, uno degli autori dell’indagine, che le morti  causate dall’ondata epidemica possono essere attribuite  “anche” ai servizi ospedalieri congestionati o a fenomeni come l’aumento degli infarti di cui ha parlato la Società italiana di cardiologia,  “ma, in ogni caso, sono tutti decessi che hanno una relazione con il Covid-19”.

E a questo proposito, aggiunge, incoraggiante, che  una volta finita l’emergenza, quando la mortalità potrà tornare a livelli fisiologici, “la perdita di vita attesa a Bergamo si abbasserebbe a 3,5 anni per gli uomini e a 2,5 per le donne,  perché  molte persone che sarebbero morte nel corso dell’anno lo hanno fatto già nei suoi primi 4 mesi”.

A significare, dati alla mano o forse algoritmi come piace ai bramini della grande fucina della futura classe dirigente, che tutti dobbiamo morire e che per qualcuno, che si è preso avanti,  la falce fissata per sabato è stata anticipata a lunedì.

E che in sostanza,  per anni, avremmo avuto uno stillicidio di decessi diluito nel tempo a causa  di una situazione di crisi già da tempo identificata ma mai contrastata, per via della demolizione dei sistema sanitario pubblico, della sua consegna a malaffare e corruzione, per l’inadeguatezza della dirigenza politica, della consegna della ricerca all’industria farmaceutica, dell’inadeguatezza  del personale ospedaliero, ma che è spettato al coronavirus innescare o forse semplicemente accelerare l’esplosione di una bomba.

Una bomba, che non era sotto controllo a  pensare alle vittime annuali di polmonite, di influenza, di patologie trascurate,  ma che veniva lasciata là come quelle rimaste inesplose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, “normalizzate” dalla mentalità collettiva e dai decisori impossibilitati, per via dei bilanci dissestati e dei costi che comporta l’appartenenza all’impero, a mettere in campo le risorse per disinnescarle.

Quindi non si poteva fare di meglio, l’ordigno è scoppiato, la fase 1 è in realtà ancora in corso e c’è un concorso di soggetti che si sono convinti e cercano di persuaderci che non si poteva fare altrimenti, che sono state praticate le soluzioni possibili, che era necessario anzi doveroso imporre un nuovo ordine sanitario e sociale con le sue inevitabili restrizioni della libertà, con le ineluttabili limitazioni del libero arbitrio, con l’elargizione di una pedagogia severa per vigilare e circoscrivere i comportamenti indocili e insubordinati di un popolaccio immaturo e refrattario al senso di responsabilità, come succede quando il diritto diventa un’arma della repressione e singole norme non dichiaratamente anticostituzionali eccedono rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo.

Era quindi inderogabile il ricorso a autorità supreme svincolate dai lacci e laccioli della democrazia parlamentare, a decretazioni di urgenza (magari pubblicate a distanza di una ventina di giorni in Gazzetta Ufficiale, forse per alimentare quell’aria di mistero che accompagna poteri necessariamente autocratici, quando trasformano le loro misure in leggi naturali che rispondono a esigenze fatali), e altrettanto fatale esigere che venisse messa al bando la  critica all’operato di chi aveva l’oneroso compito di tenere nelle sue mani il processo decisionale, quel governo di salute pubblica  intorno al quale ci si deve stringere a coorte, tutti uniti, malgrado abbia ispirato il suo operato al criterio della divisione della popolazione tra chi poteva salvarsi dal pericolo, isolato tra le pareti domestiche ampie o anguste che fossero, con la apparente sicurezza di garantirsi il posto di lavoro grazie alle magnifiche sorti della tecnologia, approvvigionato di viveri, acqua, luce, rete, gas, telefilm doppiati, cronache fitte dei comandi e delle raccomandazioni dei santoni e dei cerusici in forza all’esecutivo.

Tutti servizi questi garantiti dall’altra parte della cittadinanza cui è stato imposto il “sacrificio” in cambio della pagnotta, martiri sanitari, ma pure eroi forzati  nelle trincee dei supermercati, dei magazzini di Amazon, delle produzioni industriali essenziali, alcune altre convertite dal superfluo all’inutile sotto forma di mascherine delle quali non è stata accertata l’esigenza, pony e facchini, donne delle pulizie mobilitate per il business delle disinfezioni, milioni di persone delle quali abbiamo perso il conto, stipate nelle metro e nei bus, dove il “distanziamento” salvifico aveva carattere “volontario” e discrezionale.

Altrettanto ineluttabile era la cessione definitiva della sovranità all’Europa in cambio della carità pelosa dal suo Piano Marshall,  dell’attivazione del prestito del Mes per fronteggiare le spese sanitarie, con 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni erogati, costretti a  esprimere gratitudine per la concessione a incrementare il debito che ci condanna allo status di cattivi pagatori ricattati sempre di più dalle condizionalità.  Per non parlare della resa festosa alle banche, con la loro beneficenza a rapido risarcimento, definitivamente designate a  potere unico cui affidare  il governo della cosa pubblica, come perorato del prossimo tecnico della Provvidenza pronto a affacciarsi con il plauso plebiscitario di tutti.

E infatti il tempo della concordia è finito, il Dopo incalza, dà la sveglia agli appetiti e anche alla tardiva presa di coscienza di chi si era preso un sabbatico stando sul divano, rinviando la consapevolezza, grazie alla rimozione del futuro, che gli affitti   e le fatture e i mutui accumulati vanno pagati, che alla cassa integrazione non saldata segue la disoccupazione, che miglia di esercizi sono costretti a chiudere, che si è conclusa l’età dell’oro dei B&B, che sono a rischio anche i salari degli statali, che a quelli che sono stati bollati come choosy, parassiti, scansafatiche toccherà andare a fare i braccianti “volontari” in concorrenza sleale  con gli immigrati o gli steward nelle spiagge non più libere, che il cottimo dei lavoretti alla spina è un ricordo di tempi felici, quando la competizione era scarsa e lo smart working una delle baggianate care ai guru della Leopolda.

A mettere le loro ipoteche sul rilancio ci sono già gli Orlando e i Delrio cui non basta l’assoggettamento del Governo Conte ai desiderata di Confindustria, le garanzie offerte agli azionariati imbelli delle imprese criminali, la spregiudicata protervia con la quale la ricostruzione diventa l’occasione per far ripartire i cantieri delle Grandi Opere, perché in empatia ideale con Forza Italia e la Lega sarebbe ora di sanare la frattura con i “ceti produttivi” riportando il paese alla Normalità, quella che perfino il Financial Times descrive come “portatrice di ulteriori e più gravi iniquità” in considerazione della globalizzazione digitale, che cambierà il mondo del lavoro, che favorirà le delocalizzazioni, l’impiego di manodopera precaria, la riduzione del personale della scuola e degli impieghi pubblici, il precariato.

È che hanno bisogno di un governo forte che consolidi le eccezioni ottenute grazie all’emergenza sotto forma del bastone della repressione dei comportamenti e delle opinioni disobbedienti,  a cominciare dagli scioperi e dalle agitazioni dei primi di marzo nelle fabbriche “essenziali”,  e della carota della carità pelosa. Ieri il Corriere dava spazio alla predica di Veltroni che preoccupato dei fermenti che potrebbero provenire dai margini della società, con la solita sfacciata pretesa di innocenza chiede alla politica di portare “rispetto” per il Paese e di “evitare, con azioni veloci e concrete, che la responsabilità diventi rabbia”.

E dal canto suo il Fatto ci prova a mettere in guardia dai “professionisti del disordine” e gli impresari dell’insurrezionalismo aiutati dalla stampa cocchiera, come se ci servisse il Giornale per farci sapere che “C’è il pericolo di una crescente esasperazione sociale basata sull’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su scala senza precedenti”, come se ci fosse bisogno del dossier “choc” di Kelony, agenzia di risk-rating a livello mondiale   o dei sondaggi della Ghisleri che concordano sull’analisi secondo la quale  “il 64 per cento degli italiani  si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nella parte più produttiva del paese”.  E conclude: “Questure e prefetture monitorano attentamente la situazione nelle varie province….. l’attenzione si concentra già sull’autunno, quando il malcontento potrebbe assumere una dimensione diversa, specie se l’iniezione di liquidità nell’economia non dovesse bastare”.

Non c’è da rallegrarsi se alla paura che ci hanno voluto incutere, fa seguito quella che suscitiamo in loro. Non c’è da esserne soddisfatti, ma da usarla come riscatto quello si.

 

 

 

 

 

 

 

 


Opere virali

grope Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre aver dato un’occhiata ai risvolti di copertina dei Cicli economici di Schumpeter per sapere che le guerre vengono dichiarate non solo per appagare appetiti espansivi, per depredare interi territori di risorse e beni, per piegare popoli riottosi alla servitù, ma anche per favorire, sulle macerie prodotte fuori dai confini e anche dentro casa per via dei costi economici  e sociali bellici, un nuovo business cycle, quello della “ricostruzione”.

Si potrebbe ipotizzare fantasiosamente addirittura che possa essere quello uno degli scenari della “burrasca di distruzione creativa”, quel processo cioè di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creandone una nuova.

Oddio, poco c’è di nuovo nella “ricostruzione” che si prepara qui da noi dopo la guerra mossa all’assetto sociale, di relazioni ed economico dai generali dell’esercito anti Covid19. Non si è nemmeno detto quando un capitano coraggioso darà il via libera all’apertura delle porte di Gerico, segnando audacemente la fine della narrazione apocalittica e il ritorno molto graduale a uno stato di crisi normalizzato con tanta efficacia da sembrare desiderabile, che già si indovina chi saranno i vittoriosi che trarranno profitto immediato e tangibile dall’emergenza.

A farsene portavoce è stato il  viceministro ai Trasporti, Giancarlo Cancelleri, già capogruppo regionale del M5S in Sicilia, assoldato e passato entusiasticamente nelle file del partito costruttivista di maggioranza “morale” dell’Esecutivo, che ha dettato le linea dello sviluppo “postbellico” – la definizione è sua – durante una conferenza stampa, strumento  rientrato in auge dopo i fasti della comunicazione istituzionale tramite tweet e social, da ieri sottoposti a censura severa in nome della verità.

Disgraziatamente il personaggio non è dotato di grande carisma, si spende, il poveretto, per persuaderci dei benefici che verranno per crescita, occupazione e reputazione internazionale dal grande programma di sviluppo, che poi è l’accelerazione dei progetti  previsti in contratti di programma per il periodo 2016-2020. Purtroppo però ha solo l’effetto di suscitare rimpianto e nostalgia perfino di Toninelli o, peggio mi sento, di prestigiosi malaffaristi del Rolex del passato, con i grafici, le schede, le statistiche bugiarde preparate dai loro boiardi e consulenti.

Chi volesse prendersi la briga, visto che abbiamo  molto tempo libero e di più ne avremo in qualità di superstiti disoccupati, di guardarsi il video, saprebbe che le intendenze sono già all’opera per, nell’ordine, sbloccare la mole di denaro ferma dalla burocrazia, mettere in circolo risorse al fine di realizzare lavoro, produrre Pil e promuovere benefici per le aziende, trasformare le tragedie in opportunità, come è avvenuto per il Ponte Morandi, dalle cui rovine è risorta l’araba fenice di poteri eccezionali e commissari straordinari in grado di semplificare procedure, aggirare molesti ostacoli e mobilitare miliardi.

E infatti il Grande Piano del quale si propone come testimonial di eccellenza si colloca proprio nel quadro normativo disegnato per quella “ricostruzione”, in modo da implementare questa qua “del dopo virus”, all’insegna del culto della semplificazione, che, come abbiamo imparato, significa eleggere qualsiasi oltraggio immaginato per foraggiare cordate opache, a intervento di interesse pubblico, favorire la trasformazione  di ogni ritardo e ogni inefficienza in “emergenza” da risolvere con azioni di forza, leggi speciali, demolizione dei sistemi di controllo e vigilanza, elusione di  precetti e prescrizioni.

Recuperando immagine e considerazione della gatte presciolose, il dinamico viceministro svezzato in patria a suon di sacco di Agrigento, Palermo, Messina anche senza Ponte, ma non è detta l’ultima parola, sgombra il campo dall’inutile retorica della programmazione e pianificazione, dalla bubbole della compatibilità ambientale, dai canoni enfatici della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

E infatti recita che non si deve perdere tempo a elencare priorità, a cercare figure manageriali e organizzative di tipo commissariale, meno che mai si deve imporre il rispetto di regole amministrative considerate doverose e normali in altri contesti e altre situazione. Così si è deciso di mandare avanti i due contratti di programma di Anas e Rfi già avviati e votati, in modo che gli enti siano stazioni appaltanti e il loro Ad svolgano le funzioni commissari straordinari, ricordando il precedente avvelenato di organismi creati in veste di  controllori e  controllati, inquinatori e pulitori,  vigilanti e vigilati, incaricati e consegnatari, il Consorzio Venezia Nuova tanto per fare un nome.

Così si potranno, dice lui, “velocizzare” i lavori per opere che sono già interamente finanziate e inserite nei contratti di programma dell’Anas e della Rete ferroviaria, per un valore complessivo di 109 miliardi:  Passante di Bari o della 106 Jonica in Calabria, l’Alta  velocità in Calabria l’ampliamento del corridoio ferroviario Berlino-Palermo. Come?  È semplice, sempre secondo lui: invece di attendere i soliti 30 giorni per il silenzio-assenso delle prefetture, ne basteranno dieci, e a controllare sarà il prefetto della zona dove viene realizzata l’opera.

E dire che qualcuno pensava che il dopo pandemia non sarebbe cambiato niente, e dire che qualcuno addirittura sospettava che tutto sarebbe andato peggio di prima. Macché, basta prolungare lo stato di eccezione, estenderlo a tutti i settori, sospendere normative arcaiche e improduttive, esonerare la libera iniziativa da lacci e laccioli, andare incontro a quelli che appunto Schumpeter definiva “uomini fuori dal comune”, gli imprenditori, intesi a “realizzare il cambiamento”, l’innovazione, per aumentare il “prodotto sociale”, e che importa se dietro a loro ci sono gli interessi di Atlantia restituita alla legalità e alla legittimità, che importa se ci mangerà qualche cosca non poi troppo differente dai manager ferroviari dei Viareggio, se l’occupazione sarà quella die cantieri a termine nei quali verrà reintrodotta la “sicurezza” della normalità, senza guanti e mascherine, quella degli altoforni di Taranto, delle impalcature traballanti, degli stranieri in nero, del maledetto fattore umano imprevedibile, che lede la rispettabilità dei signori della Tysshen.

In fondo è proprio vero, finchè c’è guerra c’è speranza.

 


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