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Opere virali

grope Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre aver dato un’occhiata ai risvolti di copertina dei Cicli economici di Schumpeter per sapere che le guerre vengono dichiarate non solo per appagare appetiti espansivi, per depredare interi territori di risorse e beni, per piegare popoli riottosi alla servitù, ma anche per favorire, sulle macerie prodotte fuori dai confini e anche dentro casa per via dei costi economici  e sociali bellici, un nuovo business cycle, quello della “ricostruzione”.

Si potrebbe ipotizzare fantasiosamente addirittura che possa essere quello uno degli scenari della “burrasca di distruzione creativa”, quel processo cioè di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creandone una nuova.

Oddio, poco c’è di nuovo nella “ricostruzione” che si prepara qui da noi dopo la guerra mossa all’assetto sociale, di relazioni ed economico dai generali dell’esercito anti Covid19. Non si è nemmeno detto quando un capitano coraggioso darà il via libera all’apertura delle porte di Gerico, segnando audacemente la fine della narrazione apocalittica e il ritorno molto graduale a uno stato di crisi normalizzato con tanta efficacia da sembrare desiderabile, che già si indovina chi saranno i vittoriosi che trarranno profitto immediato e tangibile dall’emergenza.

A farsene portavoce è stato il  viceministro ai Trasporti, Giancarlo Cancelleri, già capogruppo regionale del M5S in Sicilia, assoldato e passato entusiasticamente nelle file del partito costruttivista di maggioranza “morale” dell’Esecutivo, che ha dettato le linea dello sviluppo “postbellico” – la definizione è sua – durante una conferenza stampa, strumento  rientrato in auge dopo i fasti della comunicazione istituzionale tramite tweet e social, da ieri sottoposti a censura severa in nome della verità.

Disgraziatamente il personaggio non è dotato di grande carisma, si spende, il poveretto, per persuaderci dei benefici che verranno per crescita, occupazione e reputazione internazionale dal grande programma di sviluppo, che poi è l’accelerazione dei progetti  previsti in contratti di programma per il periodo 2016-2020. Purtroppo però ha solo l’effetto di suscitare rimpianto e nostalgia perfino di Toninelli o, peggio mi sento, di prestigiosi malaffaristi del Rolex del passato, con i grafici, le schede, le statistiche bugiarde preparate dai loro boiardi e consulenti.

Chi volesse prendersi la briga, visto che abbiamo  molto tempo libero e di più ne avremo in qualità di superstiti disoccupati, di guardarsi il video, saprebbe che le intendenze sono già all’opera per, nell’ordine, sbloccare la mole di denaro ferma dalla burocrazia, mettere in circolo risorse al fine di realizzare lavoro, produrre Pil e promuovere benefici per le aziende, trasformare le tragedie in opportunità, come è avvenuto per il Ponte Morandi, dalle cui rovine è risorta l’araba fenice di poteri eccezionali e commissari straordinari in grado di semplificare procedure, aggirare molesti ostacoli e mobilitare miliardi.

E infatti il Grande Piano del quale si propone come testimonial di eccellenza si colloca proprio nel quadro normativo disegnato per quella “ricostruzione”, in modo da implementare questa qua “del dopo virus”, all’insegna del culto della semplificazione, che, come abbiamo imparato, significa eleggere qualsiasi oltraggio immaginato per foraggiare cordate opache, a intervento di interesse pubblico, favorire la trasformazione  di ogni ritardo e ogni inefficienza in “emergenza” da risolvere con azioni di forza, leggi speciali, demolizione dei sistemi di controllo e vigilanza, elusione di  precetti e prescrizioni.

Recuperando immagine e considerazione della gatte presciolose, il dinamico viceministro svezzato in patria a suon di sacco di Agrigento, Palermo, Messina anche senza Ponte, ma non è detta l’ultima parola, sgombra il campo dall’inutile retorica della programmazione e pianificazione, dalla bubbole della compatibilità ambientale, dai canoni enfatici della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

E infatti recita che non si deve perdere tempo a elencare priorità, a cercare figure manageriali e organizzative di tipo commissariale, meno che mai si deve imporre il rispetto di regole amministrative considerate doverose e normali in altri contesti e altre situazione. Così si è deciso di mandare avanti i due contratti di programma di Anas e Rfi già avviati e votati, in modo che gli enti siano stazioni appaltanti e il loro Ad svolgano le funzioni commissari straordinari, ricordando il precedente avvelenato di organismi creati in veste di  controllori e  controllati, inquinatori e pulitori,  vigilanti e vigilati, incaricati e consegnatari, il Consorzio Venezia Nuova tanto per fare un nome.

Così si potranno, dice lui, “velocizzare” i lavori per opere che sono già interamente finanziate e inserite nei contratti di programma dell’Anas e della Rete ferroviaria, per un valore complessivo di 109 miliardi:  Passante di Bari o della 106 Jonica in Calabria, l’Alta  velocità in Calabria l’ampliamento del corridoio ferroviario Berlino-Palermo. Come?  È semplice, sempre secondo lui: invece di attendere i soliti 30 giorni per il silenzio-assenso delle prefetture, ne basteranno dieci, e a controllare sarà il prefetto della zona dove viene realizzata l’opera.

E dire che qualcuno pensava che il dopo pandemia non sarebbe cambiato niente, e dire che qualcuno addirittura sospettava che tutto sarebbe andato peggio di prima. Macché, basta prolungare lo stato di eccezione, estenderlo a tutti i settori, sospendere normative arcaiche e improduttive, esonerare la libera iniziativa da lacci e laccioli, andare incontro a quelli che appunto Schumpeter definiva “uomini fuori dal comune”, gli imprenditori, intesi a “realizzare il cambiamento”, l’innovazione, per aumentare il “prodotto sociale”, e che importa se dietro a loro ci sono gli interessi di Atlantia restituita alla legalità e alla legittimità, che importa se ci mangerà qualche cosca non poi troppo differente dai manager ferroviari dei Viareggio, se l’occupazione sarà quella die cantieri a termine nei quali verrà reintrodotta la “sicurezza” della normalità, senza guanti e mascherine, quella degli altoforni di Taranto, delle impalcature traballanti, degli stranieri in nero, del maledetto fattore umano imprevedibile, che lede la rispettabilità dei signori della Tysshen.

In fondo è proprio vero, finchè c’è guerra c’è speranza.

 


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


Erasmus, elogio dell’idiozia

erasmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rimbocchiamoci le pinne!”. Anche solo per questo appello all’ittica attiva, le sardine meriterebbero di essere collocate in un cono d’ombra, la punizione più severa per loro come per il loro nemico n.1, il Male Assoluto, uniti come sono dalla stessa bulimia presenzialista.

Ma a volte parlare di loro è irresistibile e pure doveroso. Grazie a un’attenzione che copre l’arco costituzionale, stando a cuore a poteri forti dei quali sono evidente emanazione, godendo della simpatia di Soros e dei Benetton, ricevuti da ministri, vezzeggiati unanimemente dalla stampa ufficiale, oggetto del delirio passionale di pensatori e intellettuali navigati ridotti al ruolo di Humbert Humbert soggiogati dalla loro “innocenza” che si augurano possa farli galleggiare ancora un po’ seguendo le correnti modaiole, proprio come un movimento politico della contemporaneità dopo l’eclissi della democrazie e della partecipazione, dimostrano il medesimo disinteresse per il consenso e la stessa indifferenza per i bisogni della gente.

Gente, plebe,  massa, che come è noto serviva a portare acqua al loro candidato e al loro partito di riferimento (il Pd  “quello più vicino e affine”) e che adesso può restarsene a casa, lasciare deserte le piazze presidiate dalle forse dell’ordine con la mano di ferro grazie alla permanenza di leggi di sicurezza: vedi mai che ci vada qualche lavoratore incazzato, qualche antagonista anti sistema, qualche insorto anti-Tav settantenne.

È per quello, per la certezza che  è stata loro concessa di essere intangibili, intoccabili come dei santini lavacoscienza dai persuasori del politicamente corretto, che possono sparare cazzate un giorno si e l’altro pure.

L’ultima, una delle più invereconde, consiste nella proposta che hanno recato come viatico ai ministri che li hanno ricevuti con la benevola attenzione che un preside riserva agli alunni leccaculo, rampolli dei papà che pagano di tasca loro quei valori aggiunti che fanno più appetibili gli istituti dove non esiste quella rischiosa mescolanza di ceti sociali, quella, cito, di “ inaugurare una nuova stagione di politica sardina che passa dalla contaminazione tra Nord e Sud, tra giovani e pensionati, tra cittadinanza e politica …. che trasformi il Sud e tutta Italia in un acquario da riempire invece che in un bacino condannato a svuotarsi”.

E come? Ma è facile, ripristinando “fin dall’Università una sorta di Erasmus tra regioni del Sud e del Nord. Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”.

Ora a nessuno sfugge che cosa sia Erasmus, perché abbia avuto tanta presa nell’immaginario di una classe agiata retrocessa per via dell’erosione di sicurezze, garanzie, beni, che si sente impegnata a pagare la colpa insinuata dal pensiero mainstream di aver dissipato, di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, di non avre saputo riservare alle generazioni future il benessere immeritato di cui hanno approfittato. Si sa che è un sacrificio e una condanna, ma anche uno status symbol e un obbligo sociale che si paga in cambio dell’appartenenza a un ceto superiore per conservare intatto il mito dei patti generazionali che la cultura e l’ideologia liberista ha invece fatto rompere per sempre.

Non a caso in occasione della Brexit a sottolineare la barbarie prevedibile nella quale sarebbe precipitata la perfida Albione c’era anche la possibilità che la Gran Bretagna uscisse dalla rete del progetto europeo, che da sempre ha l’obiettivo di consolidare una concezione della collaborazione e cooperazione colturale tarata sugli standard della Nato e della colonia europea dell’impero del male in modo da sostituire l’internazionalismo con il cosmopolitismo turistico. E infatti quanti genitori si sono indebitati (sfido chiunque sia pure sobrio come di volevano Fornero, Monti, Cancellieri a mantenere un figlio in Germania, Francia, Spagna con una borsa mensile di 250 euro) per regalare ai figli il loro sogno di qualche mese di manca, sbronze e sesso esotico, magari secondo il modello sardine:  “Salvini è un erotico tamarro e noi proponiamo un modello erotico romantico”, in collocazioni che ricordano loro l’atmosfera dei college americano dove i delfini del ceto abbiente si godono un parcheggio dorato in attesa di proseguire poi col loro bullismo a Wall Street o in qualche impresa di esportazione di democrazia.

Ecco, deve essere questa la chiave con la quale interpretare la Weltanschauung dei leader delle Sardine, applicare su scala regionale il volonteroso intento di portare e far provare al Mezzogiorno la bellezza dell’export-import di ideologia e pratica della crescita, del dinamismo laborioso di località e popolazioni che vantano primati di evasione fiscale, consumo di suolo, corruzione, speculazione, inquinamento anche sottoforma di conferimento al Sud di veleni. E al tempo stesso di favorire l’incremento della vocazione turistica di posti che non hanno e non meritano altro che diventare parchi tematici e disneyland nostrane, avendo mostrato l’inettitudine perfino a farsi sfruttare dal padronato interno e esterno, sottraendosi come  a Taranto all’obbligo civico di ammalarsi per conservarsi il posto e di essere sottopagati per conquistarsi il salario.

Non stupisce, in fondo le sardine sono state create per dare appoggio a una regione schierata in prima fila a favore dell’autonomia differenziata, alla stregua di Veneto e della Lombardia, legittimandola e rafforzando la retorica della disuguaglianza tra Nord e Sud come effetto incontrastabile di una legge naturale, riportando alle origini la cosiddetta questione meridionale ed il tema del dualismo e delle due velocità di un Paese troppo lungo, con le terre sotto il confine del sacro fiume affette da un ritardo antropologico e che beneficiano del contributo generoso delle ricadute dello sviluppo di quelle del Nord, prospere e dinamiche ormai logorate dall’obbligo di fare l’elemosina  a un Mezzogiorno borbonico, arretrato, indolente e spendaccione.

È in nome del riscatto che ispira secessione dei ricchi che parlano e agiscono la Lega di Bossi,  Maroni, Salvini e Zaia e di Bonaccini e di chi l’ha votato con l’ambivalenza equivoca di interessi sostenuti da un impianto ideologico divisivo e feroce, di un sovranismo regionale che sogna l’annessione alle province carolinge dell’impero, mentre giù in basso altre geografie vengono giustamente spinte verso l’Africa, verso la subalternità che meritano al servizio del turismo e dello sfruttamento coloniale di risorse, paesaggio, beni artistici.

E infatti possiamo immaginarcela questa scrematura della bella gioventù, che conosce il Sud attraverso i film con Bisio, le storie d’amore nei trulli, dove si realizzano le fortune di startup dell’accoglienza, al suono di mandolini, mentre si intrecciano carole e tarantelle, e in grandi cucine industriose si friggono melanzane e si fa la conserva di pummarola.

Peccato che il loro pensiero sia poi lo stesso di quelli che sul piatto di spaghetti vedevano la pistola fumante, condanna morale e sociale perpetua a essere inferiori, poveri e dunque criminali.


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