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Questione di dignità

cnr precari-2Per giudicare un atto di governo è più importante capire chi è contro che chi è favorevole. Il nuovo decreto del governo che mette un tetto di 24 mesi per i contratti a termine e che rende più difficile sia licenziare che delocalizzare, è immediatamente diventata la bestia nera di Confindustria, del Cavalier Alzheimer, in arte Berlusconi che biascica di comunismo non sapendo mai dire altro e persino immaginate voi, del Pd che protesta con le solite formule da imbecilli perché “irrigidisce il mercato”. Non è che l’incrociatore Aurora abbia aperto il fuoco su Capalbio o che i soviet abbiano occupato le fabbriche, si tratta semplicemente di un aggiustamento nella giungla dei contratti che per la prima volta dopo dopo trent’anni va a favore dei lavoratori.

Si chiama, con un’esagerazione retorica, Decreto Dignità, anche se mette poco più di una pezza alle storture più evidenti e indegne del mercato del lavoro, ma il suo effetto immediato è quello di mostrare in trasparenza quale sia il fronte politico reale che si oppone al governo: Confindustria, Forza Italia e i sedicenti Democratici che questa volta hanno più che mai gettato la maschera rivelando le loro vere affinità e il loro consenso non informato al neo lberismo. Per la verità queste erano già palesi da tempo perché a cominciare dal pacchetto Treu del 1997, passando attraverso la cosiddetta legge Biagi del 2003, poi la riforma Fornero del 2012 e infine il Job Act del prode Renzi, c’è stata una continua aggressione dei diritti del lavoro condotta con spirito assolutamente  bipartisan. Si è cercato in tutti i modi, attraverso l’informazione amica o attizzando polemiche ai margini della politica, ma molto politichesi, di non far emergere con chiarezza le sinergie. Però la cosa è molto difficile con questo decreto appena firmato che spiazza sia i democratici i quali non possono certo essere d’accordo su una dignità del lavoro che hanno sempre umiliato per favorire la razza padrona di cui fanno gli interessi,  sia un’ampia fetta di “sinistra” che non ha perso la tentazione del collateralismo e che adesso è tutta tesa a minimizzare, a dire che si tratta di poca cosa e che in Parlamento ne rimarrà ancora meno.

Può darsi: ma sta di fatto che il primo anche se minimo segnale di inversione di rotta non è certo arrivato dal Pd che anzi lo critica aspramente e questo dovrebbe quanto meno far  scattare un’ “analisi differenziata” dell’avversario. Anche perché la valanga di argomenti e di cachinni che l’area di sinistra ha scatenato sul job act, ma anche sui suoi precedenti, non può finire nei soliti dubbi amletici, nella valanga di distinguo, nella perenne ambiguità quando ci si trova di fronte a qualcosa che rappresenta una discontinuità con il passato recente e anche remoto. Così non si va da nessuna parte e si fa anche la figura degli ipocriti o al più dei parolai senza costrutto. Eppure è semplice: se i Cinque Stelle hanno scelto questa strada per contrastare l’attivismo salviniano (peraltro appositamente enfatizzato dall’informazione padronale) vuol dire che l’argomento fa presa su un’ampia fetta del proprio elettorato, proprio quello che alcuni vorrebbero portare o riportare negli stazzi della sinistra una volta che questa si sia riorganizzata e abbia creato nuovi soggetti politici. Non mi pare che questi atteggiamenti siano funzionali a questa ipotesi, anzi mi sembra che qualcuno non veda l’ora di rimanere col cerino acceso in mano, così che i progetti divengano ancora una volta solo sogni ad occhi aperti buoni per far conversazione.

Per un attimo ho dimenticato che naturalmente al governo ci sono i “fascio leghisti”la formuletta magica usata per fare il malocchio all’esecutivo e che è anche molto apprezzata da Confindustria sempre pronta ad investire fior di quattrini sulla credulità popolare. Sono soltanto espedienti retorici dietro cui si nascondono i fascisti veri.

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Lo spazio elettorale e il nulla politico

miserie-del-tempoStiamo guardando un telefilm, anzi un episodio di quelle serie noiose serie ospedaliere dove la sanità diventa qualcosa di radicalmente diverso da ciò che è in realtà e nelle quali vedremo probabilmente in futuro lo stesso Renzi in crisi da visibilità: c’è una equipe di informatori che dopo i ballottaggi grida “lo stiamo perdendo” e tenta di rianimare un soggetto talmente morto da essere stato sconfitto persino nelle sue cittadelle clientelari: Siena, città del Monte Paschi, valga per tutte. L’accanimento terapeutico di tv e giornali, nel far pensare che un soggetto politico morto come il Pd sia in realtà ancora vivo, seppure malconcio, deriva dal fatto che la razza padrona locale aveva individuato nella creatura di Veltroni l’attore ideale per una fuoriuscita alla chetichella dalla socialdemocrazia e l’approdo verso l’eurismo mercatista mentre ora si ritrova con niente in mano e con una grande incertezza dopo l’esperienza col cialtrone di Rignano.

Per la verità il Pd era nato malissimo, sacrificando nelle doglie del parto e nella fusione fredda fra diessini ed ex democristiani il governo Prodi che in qualche modo, magari in maniera flebile e residuale, conservava certi tratti socialdemocratici. Ma l’atto di morte vero e proprio è arrivato quando il partito ha cambiato le sue regole interne per far partecipare Renzi alle primarie su input di Blair, ministri della Merkel, potentati bancari e di Blair. Quella scelta fu come la confessione di un retro pensiero, una resa alla cialtroneria confusionaria e “nuovista”  che doveva traghettare il partito verso la destra, conservando le etichettature di centro sinistra che avrebbero reso più facile ,o smantellamento. Tuttavia sono stati sbagliati i tempi e i modi, mentre il personaggio chiave chiamato a interpretare il passaggio si è rivelato impari al suo compito.

Il crollo di questo progetto che del resto ha analogie sostanziali quasi ovunque in Europa, apre un grande spazio che l’elite è impreparata a riempire: di qui il tentativo di puntare sulla narrazione di una sconfitta temporanea del Pd che in effetti è ormai inesistente e tenuto insieme da interessi extrapolitici, dal quel sotto capitalismo di relazione che ha disperatamente bisogno di referenti. Tuttavia parliamo di spazio elettorale, non di spazio politico che è ancora occupato dagli ingombranti detriti della seconda repubblica e del suo protagonista assoluto ovvero Berlusconi. Da quella parte non si vede molto di più del cattivismo salviniano che funge da programma, mai così efficace in tempi di palese assalto dai toni euro sorosiani ( e non a caso il banchiere Macron è im prima linea con la sua grondante ipocrisia) o dal confuso centrismo di necessità pentastellato, mentre a sinistra non si vedono molti progressi rispetto alle ambiguità piddine: Marx viene molto citato e invocato, ma in realtà è stato introiettato un pensiero liberal di marca americana e formato in sostanza dal catechismo del capitalismo compassionevole che in Usa fa furore. Lo stesso, per esempio che non vuol sentir parlare di contenimento delll’immigrazione, ma ha accettato come se nulla fosse la separazioni dei genitori – braccia a basso costo – dai loro bambini gestiti peraltro da società private. O ancora si aggira dalle parti di Tsipras che abbandonata la camicia bianca, annuncia in giacca e cravatta di aver salvato la Grecia. A prezzo però di un 35%  della popolazione sulla soglia di povertà, il cui livello è peraltro assai inferiore al resto di altri Paesi europei e in taluni casi implica un livello di reddito da soglia di povertà, che è la metà di quello italiano pur non essendoci una significativa differenza del costo della vita.

Quel salvataggio si riferisce esclusivamente all’adesione  a criteri finanziari, rifiutando i quali probabilmente la situazione non sarebbe differente, ma aprirebbe potenzialità infinitamente maggiori della svendita del Paese per quattro soldi ai potentati economici. E tuttavia molta parte della sinistra italiana bazzica intorno non ai suoi temi propri, ma a quelli dell’umanesimo neoliberista senza nemmeno accorgersene e cercando in tutti i modi di vedere internazionalismo dove c’è solo cosmopolitismo e rapido degrado della democrazia. Si rimane in sostanza nello stesso ambito di sconfitta ideologica che ha preceduto il Pd e che ha posto le basi della sua creazione: si fa poca strada rimanendo fermi e non accorgersi che senza cambiamenti strutturali, si può fare ben poco per cambiare le cose, anzi si finisce per aggravarle. Dunque per ora lo spazio che si è aperto corrisponde ampiamente al nulla, al vuoto da cui la natura rifugge, ad aspirazioni e idee che non riescono a venire da galla, sommerse come sono dai detriti del passato.


Franza o Spagna purché se magna?

mangiafagioliQuanto ci metterà la comunicazione e l’intellighenzia italiana legata al vecchio al Pd e a modalità di progressismo etichettario a saltare sul carro del vincitore? A parte i personaggi direttamente legati a dirette influenze nordatlantiche e/o  gerosolimitane, non credo si tratterà di un processo molto molto lungo perché non ne va soltanto di quell’interesse di bottega per cui “Franza o Spagna purché se magna”, ma soprattutto perché da certe parti è rimasto ben poco da esprimere se non il politicamente corretto e la sua vacuità di sostanza. Del resto già in questi giorni si notano le prime vistose crepe nell’intonaco del discorso pubblico. Ha aperto i giochi uno degli intellettuali di maggior spicco di questo Paese, Claudio Magris che sul Corriere della Sera di qualche giorno fa ha scritto: “L’ intenzione di alcuni esponenti della maggioranza di correggere le recenti leggi riguardanti le coppie gay e altri diritti civili potrebbe anche essere un’abile mossa che porterà al Governo consensi e voti, soprattutto per la probabile cecità della sinistra, che si concentrerà totalmente su questi temi, con proteste ora sacrosante ora discutibili, come è accaduto spesso, trascurando i problemi sociali, le elementari esigenze di vita e di lavoro e quella difesa dell’occupazione dei dipendenti e salariati, quando non disoccupati, che è il suo compito fondamentale. Se molti elettori hanno abbandonato la sinistra e in particolare il Pd è proprio perché si sono sentiti delusi nella tutela e nella rappresentanza delle proprie esigenze. È probabile – e per me è triste e preoccupante – che la sinistra e il Pd, non più comunisti o socialisti ma partito radicale di massa (massa che si sta assottigliando), cadranno in questo tranello e subiranno ulteriori emorragie. Speriamo che Cinque Stelle si ricordi di essere il primo partito”. 

Dal canto suo Carlo Freccero sul Manifesto scrive che la sinistra è ” ridotta a pensiero unico delle elites” e fa sfoggio “di un buonismo caritatevole che si limita all’accoglienza, ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera?” 

Quest’ultimo tema lo propongo personalmente fin dal 2012 da quando cioè si è capito che le primavere arabe avevano un nome più consono ovvero caos di produzione occidentale occidentale e che l’unico modo per evitare la tragedia mediterranea era proprio porre fine a questi giochi al massacro e lo sfruttamento selvaggio piuttosto che pensare a un ‘accoglienza senza condizioni, impossibile nei fatti e ipocrita quanto alle cause. Non lo dico certo per rivendicare una qualche prelazione, ma per mostrare quale fosse la difficoltà dell’establishment intellettuale nel dire cose più che evidenti, rinchiuso com’era dentro un paradigma retorico che si dichiarava a sinistra, ma di fatto ricalcava in tutto e per tutto quello neo liberista, comprese le drammatiche chiusure sociali e la sorda lotta alla democrazia rappresentativa, narrativamente compensata dall’asserzione di libertà esclusivamente individuali che vanno il nome di diritti civili, usati proprio per scardinare la civitas. Intediamoci, vanno benissimo, anzi sono essenziali, purché non siano un volgare baratto. Dice bene Magris: se saranno solo queste le battaglie della pseudo sinistra piddina e non si vede quali altre possano essere all’orizzonte, sono destinate a diminuire drasticamente l’area di consenso.

Nei prossimi mesi ne vedremo molti di questi cambiamenti di rotta che – a parte i clientes per vocazione o per necessità – verranno, come quelli riportati qui, senza necessariamente un appoggio al nuovo governo e alle forze che lo sostengono, alle loro buone o cattive intenzioni. Si tratterà o almeno lo spero, di qualcosa di più circoscritto e al tempo stesso di più importante: della liberazione dalla gabbia di una strumentazione narrativa ingannevole che di per sé potrà favorire la nascita di nuovi soggetti politici finora tenuti in un alveo marginale da due potenti argini, quello della sinistra fiancheggiatrice del pensiero unico, nonché detentrice del potere e quello di un’opposizione essenzialmente fondata su ciò che non si vuole. Un certo mescolamento di acque lo si è avuto con il referendum costituzionale e adesso, dopo le elezioni che hanno sancito la morte del renzusconismo, si fa strada la consapevolezza  che il revanscismo di forme del passato è impossibile e peraltro inutile. Chi pensa, pensa al futuro e al modo di ricreare una speranza.


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