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Gli ultras dell’ultimo stadio

calcio Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che ci meritiamo quello che ci capita, se c’è ancora qualcuno che crede che il calcio sia uno sport popolare e domestico, come nei film dopo Mediterraneo di Salvatores, allegoria di pacificazione  e del riconoscersi in una identità nazionale, come nei campetti delle parrocchie,  se ci stupiamo che gruppi violenti malavitosi e solo apparentemente nostalgici intimoriscano e condizionino società, tifoserie, club, guardati con l’ indulgenza riservata alle inoffensive prodezze di ragazzoni intemperanti, se ancora di più ci stupiamo che il troppo influente Ministro dell’Interno si propone di incontrarli per stabilire relazioni pacificatrici e costruttive di reciproca collaborazione.

Ormai è un gioco da “grandi”, anzi un Grande Gioco, proprio come le Grandi Opere e i Grandi Eventi pensati e realizzati per macinare corruzione, quella fisica e quella morale, che concede tollerante o invidioso interesse per i divi milionari del pallone, persuade che uno stadio sia indispensabile e che i ritardi nella sua realizzazione ne facciano una emergenza da fronteggiare con misure eccezionali,  deroghe, favori e regalie a personaggi pluri indagati, investimenti accreditati come necessari per far accedere ai circenses la plebe anche quella svantaggiata delle periferie marginali e oltraggiate cui si riconosce questo unico diritto, andare a far cagnara dentro e soprattutto fuori dal circo.

Ormai è un gioco da “grandi” e infatti lo stesso energumeno all’Interno è solo uno e non certo l’ultimo dei “grandi” nazionali andato un paio di mesi fa a rendere omaggio col cappello in mano ai potenti del Qatar, stavolta addirittura immortalato col mitra in mano che con tutta evidenza e per fortuna non sa nemmeno come si imbraccia, lui prima e dopo tanti altri a cominciare dalla Pinotti che era corsa a dimostrare stima e riconoscenza per gli acquisti eccellenti di 7 navi di Fincantieri e di   24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, e con l’intento di ammollare agli emiri una patacca all’italiana, la svendita di un immobile dello Stato sede del capo di stato maggiore della Difesa. Da noi  la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, hanno fatto man bassa negli hotel di lusso e nella moda (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), in Costa Smeralda (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori) e a Milano (rilevato al 100 per cento il progetto di sviluppo del quartiere Porta Nuova, un investimento di sicuro superiore al miliardo). Per questo l’emiro è stato ricevuto con gran pompa a Roma per la sua prima visita di Stato con al seguito una delegazione di ministri che hanno firmato con i loro omologhi una serie di accordi nel campo della sanità, dell’agroalimentare, dei giovani, della ricerca, e dello sport.

E come potrebbe essere altrimenti, il  Qatar che ospiterà nel 2022 i Mondiali (nei cantieri in allestimento si sta consumando una strage  sarebbero quasi 2000 gli operai morti per incidenti e infarto su un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, con turni di lavoro di sedici ore, ridotti in condizioni di schiavitù che lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra), da anni ha dimostrato interesse tangibile per questo sport  divenendo (attraverso l’azione del  Qatar Sports Investment,  il braccio operativo in ambito sportivo del Qatar Investment Authority istituito dall’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani per investire i petro-dollari di Doha e che ha acquisito in poco tempo quote di rilievo, tra le altre, in Airbus, Volkswagen, Lagardere, Hsbc, Credit Suisse e Veolia Environnement) il soggetto leader del football finanziario e industrializzato, rivelatosi a  pieno titolo “strumento geopolitico di soft power e   metodo più efficace di legittimazione internazionale”, come recita la stessa stampa che fino a poco tempo fa  descriveva le truci complicità del nemico pubblico n.1 con il terrorismo, raccontando come nel Paese troverebbero generosa ospitalità  almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS.

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

 

 

 

 

 

 

 

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Sceriffi e muratori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai anche la deplorazione e la condanna si declinano ed esprimono  a vari livelli, secondo gerarchie e potenza articolate su scala territoriale. Chi ha manifestato il suo sdegno per il muro contro gli immigrati avviato da Clinton e adottato da Trump, pare sia autorizzato a  chiudere un occhio sui muretti nostrani, accolti come fossero quello di Alassio, quelli di paese su cui stanno appollaiati gli studenti che fanno sega a scuola, addirittura ben visti se vengono “legalmente” tirati su sotto casa a protezione del proprio orticello o dal giardinetto pubblico minacciato dall’invasione, dall’esodo biblico, dalla barbara occupazione di  “illegali” sfaccendati quando non impegnati a offrirsi come manovalanza della criminalità, tollerati purché invisibili e periferici in qualità di affetti alle pulizie, raccoglitori di pomodori, muratori.

Ieri il sindaco di Gorino ha solidarizzato con sindaco Pd di Vitulano che aveva chiuso la strada di accesso al centro di accoglienza con una barriera a suo dire simbolica, a dimostrazione, sostiene, che “il suo paese non ne può più”. Non siamo razzisti, ha rivendicato, però… Però, quell’incipit che prelude a “i rom rubano”, a “i negri puzzano”, a “degli arabi non puoi fidarti”, “gli ebrei sono taccagni”, “terroni sono indolenti” e che anticipava “gli italiani sono fannulloni, mafiosi, imbroglioni”, frase questa presto rimossa dalla memoria di quei cittadini che plaudono il “via di fatto” del sindaco per essere stati, loro e un tempo,  emigranti laboriosi e integrati.

Sul fronte immigrazione questa leva di sindaci che riecheggia l’atteggiamento di quello che si era autoproclamato podestà d’Italia passando da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, interpreta al meglio  e applica la strategia europea disegnata  nell’Agenda europea sulle migrazioni  poi ripresa come ispirazione che ha innervato tutti i provvedimenti che ne sono seguiti: isolamento dei paesi di “frontiera” dal resto dell’Unione, riduzione dei diritti per le persone in cerca di protezione, muri austriaci, tedeschi, ungheresi, francesi per impedire gli spostamenti interni dei richiedenti asilo, la farsa che in 1 meno di un anno ha ricollocato 5.290 persone su 160.000, le sospensioni  dello spazio Schengen, un paese, la Grecia, convertito in una campo dove confinare  senza via di scampo i profughi e oggi l’accordo Ue, Mogherini, e governo italiano, Minniti, per sigillare il Canale di Sicilia, rendendo il Mediterraneo un lago amaro e avvelenato.

Lamentano di essere stati lasciati soli i sindaci e hanno ragione, quelli dei territori sconvolti dal terremoto e pure quelli che si sottraggono all’impegno doveroso, civile e democratico, di contribuire  all’accoglienza di gente che avrebbe scelto di passare di qui, porto insicuro ma meno mortale di altri, che nessuno vuole, che grazie a alleanze frettolose quanto irresponsabili, potrebbe essere rinviata al mittente, terre senza diritti, senza istituzioni, senza vita.

Non è un caso: uno Stato senza più sovranità, provincia remota e poco considerata di un impero e occupato da esecutivi sempre più prepotenti e dirigisti che hanno esautorato non solo il Parlamento ma anche quegli stadi intermedi e mediatori, dai sindacati agli organismi di vigilanza e controllo,  li usa a vario titolo come cuscinetti e come parafulmini, delega loro competenza di negoziazione, con rendite, poteri proprietari e padronali, avendo fatto del territorio terreno di scambio e da depredare, li autorizza a esercitare autorità e autoritarismi, incaricandoli di gestire da imprenditori o propagandisti, e grazie alla vicinanza, più che alla rappresentanza, con la “pancia”, degli umori della paura, dei rigurgiti dei campanili, delle sostanze tossiche del revanscismo.

Proprio in questi giorno sono stati premiati per questa funzione particolare con l’elargizione di competenze potenziate in materia di sicurezza. Perfino con un Daspo per varie tipologie di trasgressione contro proprietà, decoro, ripescato da quelli che hanno vanificato l’omologo sportivo, rimuovendo quelle barriere dello stadio che avevano tanto avvilito società sportive, tifoserie violente e pure i fascisti che hanno fatto dei gruppi ultrà un target per la selezione del loro personale politico.

È proprio l’ufficializzazione dell’arbitrarietà esercitata da vari sindaci sceriffi, quelli che da anni vorrebbero armare i vigili, che delegano polizia private e volontari pelosi come la carità, che applicano ai bus l’emarginazione contro cui si è battuta Rosa Parks, che recintano le panchine perché non diano ricetto agli stranieri, che danno la precedenza negli asili ai locali, che respingono come un pericolo di contagio donne e bambini.

E c’è da tenere che sarà l’autorizzazione a agire tramite repressione e limitazione delle libertà e dei diritti contro tipologie di reati e crimini che diventano tali solo quando sono commessi dai reietti, dagli emarginati. O dagli arrabbiati, dai critici, dagli oppositori: se da tutta Italia si è alzato un coro contro gli empi facinorosi che disonorano cultura e libri, mentre si tace sulla sorte delle nostre biblioteche e si è trattato come una simpatica ragazzata il furto con destrezza  del patrimonio dei Girolamini, per non dire del furto di istruzione pubblica perpetrato ai danni di scuole e università. Se si chiudono piazze a lavoratori che protestano ma le si aprono a occupazioni meno pacifiche di aziende e “mecenati”, a differenza degli ateniesi che hanno detto no alla concessione dell’Acropoli per una sfilata di moda.

Se la svolta proibizionista prende di mira prostitute, facinorosi, violenti, imbrattatori di muri,  per tutelare le «zone di pregio artistico dei centri urbani, quelle più interessate dai grandi flussi turistici», ma anche balordi, mendicanti, poveracci, accattoni molesti, matti che parlano da soli per dar sfogo alla loro disperazione, per salvaguardare decoro e bon ton, allora in molti rischiamo l’esilio dalle loro strade e piazze e campi, proprietà esclusiva e protetta di chi li ha ridotti così, stranieri in patria.


Regime col golf

golfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa vi aspettavate dal salotto Verdurin del neo liberismo, da un ceto provinciale e parvenu che si è fatto colonizzare anche l’immaginario dall’America vista da Hollywood? Ma il coronamento del sogno di  ospitare da noi con tutta la possibile pompa il più prestigioso torneo di golf che si svolge ogni due anni  dal lontano 1927 e che mette a confronto una selezione di giocatori statunitensi e   una di europei.

Così pare siano stati rimossi, salvo un auspicabile atto di giustizia del Presidente Grasso, i molesti ostacoli che avevano bloccato  la concessione di una garanzia da 97 milioni di euro a copertura economica della Ryder Cup, prevista da un emendamento al Decreto Salva-Banche, a suggellare forse l’indissolubile legame tra lo sport più esclusivo e chi può permettersi di coltivarlo, alternando il passeggio agonistico in sterminate distese verdi con l’altrettanto competitivo gioco d’azzardo finanziario.

Sarebbe stato proprio il Ministro dello Sport a esercitare un’autorevole  pressione, magistralmente interpretata dal primo firmatario, il Senatore Turano impegnato personalmente ad agire per “promuovere l’Italia nel mondo e avvicinare i giovani allo sport”. Così possiamo immaginare che abbandonati i campi di calcetto, obsolete le sale parrocchiali, entusiaste moltitudini di ventenni disoccupati vengano invogliati alla frequentazione dell’Olgiata. E ci aspettiamo un’esternazione del ministro Poletti sulle magnifiche prospettive occupazionali del comparto e sulle opportunità del mestiere di  caddy, in applicazione, nel migliore dei casi,  di un destino di portabastoni.

Lo avevamo previsto (e scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/02/03/lotti-lotti-gol/). Non a caso al più vicino e sodale  dei famigli di Renzi è stato affidato l’incarico strategico di realizzare quella combinazione di affarismo e agonismo, di sport e profitto, armonizzando gli interessi di proprietà e rendite fondiarie e immobiliari, costruttori, speculatori, società sportive, criminalità variamente impegnata, tutti variamente delusi dal no alle Olimpiadi, dai rinvii della realizzazione di uno stadio con annesse infrastrutture nella Capitale, dalla caduta di affezione degli ultrà penalizzati dalle barriere, dalla difficoltà di accordarsi sui diritti radiotelevisivi, dall’eclissi del tifo e dei circenses in tempio di magra, quando i giochi più amati dagli italiani sono il gratta e vinci e le slot, peraltro anche quelli ampiamente infiltrati dalla malavita.

Che poi il golf sia una nuova frontiera speculativa e una disciplina che come il prosecchino e gli appetizer risveglia la fame e aguzza l’ingegno dei ghiottoni si doveva capire anche da sconcertanti dichiarazioni d’intento del Ministro Franceschini,  che in Sicilia come a Venezia ne ha esaltato la qualità culturale e sociale, grazie a campi più fertile e fecondi  di ricadute in turismo e guadagni degli indigesti e onerosi siti archeologici.

La Ryder Cup 2022 ha assunto così un valore simbolico, in qualità di manifestazione del regime del valore approssimativo per difetto di 150 milioni (la più cara della storia) e intorno alla quale ruota una rutilante nomenclatura in rappresentanza di varie dinastie da Guido Barilla ad Evelina  Christillin,  dal figlio di Gianni Letta alla moglie di Franco Frattini.

Perfino il computer è stanco di scrivere che ben altre sono le priorità del Paese, che Grandi Opere e Grandi Eventi portano benefici solo a speculatori e malaffare e danni ad ambiente e bilancio statale, che tutte le manifestazioni agonsitche mondiali degli ultimi decenni sono state segnate da un analogo destino di insuccessi e fallimenti, che Roma è ancora bruttata da falansteri megalomani, stazioni in stato di degrado, monumenti di archeologia sportiva megalomane e dissipata, che mentre ancora aspettiamo le destinazioni delle aree dell’Expo e la verità sui sui scandali, a Torino l’ex villaggio olimpico diventato un  tetro e disperato ricetto per immigrati pare essere il mausoleo commemorativo di un  debito insanabile mentre al tempo stesso si snatura la Cavallerizza Reale e si cancella la memoria industriale delle Officine Grandi Motori, che il turismo cui si deve aspirare è sostenibile, pensato e praticato per fare accedere tutti e in armonia con territorio e risorse a bellezza e cultura. E che lo sport doveva essere un linguaggio universale capace di unire, far dialogare, far conoscere, far capire, far vedere.

Mentre pare sia diventato come quelle gare tra cani affamati che si sbranano fino alla morte, come quei duelli tra gladiatori che si abbattono a colpi di accetta, come quegli impari confronti tra gente disarmata e belve feroci, con l’imperatore   che sta a guardare, abbassa il pollice e intanto conta i sesterzi che arrivano nei suoi forzieri.

 

 

 

 


Lotti, Lotti gol

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se aveste pensato che un dicastero  ad hoc confezionato in fretta e furia,  rappresentasse il contentino per uno dei focosi giovanotti della banda dell’ex premier, a dimostrazione che Lui anche da dietro le quinte può tirare i fili, che Lui è ancora un puparo che muove la sua marionetta e gli impone i suoi sodali,  a conferma che a Lui e ai suoi  tutto è concesso nella trafila da opportunismo, inopportunità, illegalità:  Luca Lotti, lo scapigliato amico del cuore  del segretario del Pd  è indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto nell’ambito dell’inchiesta Consip, beh se aveste pensato così vi sareste probabilmente sbagliati.

E ancora di più si è sbagliato chi ha immaginato che la nomina sia una retrocessione necessaria aspettando tempi giudiziari meno tempestosi, dopo un fulminante cursus  honorum cominciato nel 2005, quando, modesto consigliere comunale di Montelupo, Lampadina, è quello il soprannome del Biondino, forse per la chioma incendiaria forse  per la luminosità a incandescenza delle sue visioni, conosce Renzi, cui lo accomuna la passata militanza in Azione Cattolica e la tessera della Margherita.

Da là la strada è tutta in discesa, da semplice membro dello staff ne diventa capo indiscusso, lo segue nell’ascesa come responsabile organizzazione del Pd, capo della segreteria del boss, responsabile degli enti locali del Pd e capo di gabinetto al Comune di Firenze, deputato poi sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’informazione e comunicazione del Governo e all’editoria, segretario del Cipe, ruoli che deve aver assolto con soddisfazione del datore di lavoro e amico se arriva allo strategico incarico di sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri.

E vi pare che una simile risorsa umana potesse essere sacrificata per un inciampo irrilevante. Vi pare che meritasse di essere confinato in una mansione trascurabile. Vi pare si potesse rinunciare a una siffatta competenza,  condannandolo a fare, che ne so,  il centrocampista destro. Si perché il Lotti si è distinto alla Camera non per presenze, interventi o interrogazioni, ma per le sue brillanti performance    nella nazionale parlamentari, anche grazie agli allenamenti che pratica ogni martedì alla Cecchignola,  che gli sono valsi la vittoria in una leggendaria partita, disputata ai margini di una Leopolda, sull’allora premier.

No, se da uomo giusto al posto giusto, è stato collocato al ripescato dicastero dello Sport, oscurato dopo la breve parentesi di Josefa Idem, quella si costretta alle dimissioni,  una ragione c’è, quella di  realizzare quel programma renziano al servizio della cricca padronale del Coni e della strapotente lobby del calcio,  combinata con quella delle emittenti, portando avanti una nuova legge sui diritti tv del campionato di calcio, promuovendo il risanamento degli impianti sportivi nelle periferie italiane, facendo fruttare le relazioni intorno alla Ryder Cup che sarà ospitata da Roma nel 2022 e i  mondiali di sci assegnati a Cortina per il 2021, con un occhio a candidature olimpiche reclamate  da amicizie influenti quanto esigenti.

E infatti, come si direbbe alla Cecchignola, s’è fatto subito riconosce’, decidendo con piglio sicuro la rimozione delle barriere dell’Olimpico, che ha definito una “follia” e che dall’agosto 2015 imponevano i muri divisori all’interno delle curve. A prima vista sembra un gesto di pacificazione, di quelli che piacciono tanto al Pd, per riconciliare laziali e romanisti, Verdini e Cuperlo, Casa Pound e l’Anpi, buonisti e ruspe. Ma a essere contenti sono lobby più influenti: i vertici della Roma e della Lazio – il Lotti ha perfino giocato nella squadra di Certaldo, paese natale di  Spalletti –  che hanno visto disertare gli spalti, i giocatori milionari addict di ammirazione e consenso, in crisi di astinenza da hola e segnati da riti penitenziali umilianti, i clan del bagarinaggio e quelli delle scommesse, i club e le tifoserie cui viene restituito il potere di condizionamento appannato dalla diserzione degli spettatori. Ma anche quelle combinazioni avvelenate tra tifo e malavita,   tifo e mafie, tifo e neofascismo che hanno parimenti scelto periferie, marginalità e organizzazioni ultras come bacino privilegiato, per la selezione di personale addetto a varie  attività criminali.

Confermando quella vocazione alla rimozione che caratterizza il ceto dirigente, per questa trovata è stato scelto il decennale della morte di un ispettore di polizia, omicidio maturato proprio in quel clima di violenza ferina  nel quale uno o più manovali agisce con la complicità  delle società calcistiche, che è uno degli aspetti della degenerazione aberrante dello sport più amato dagli italiani, bottino e preda di interessi finanziari potenti, quelli della cupola proprietaria internazionale che governa sul mercato dei quarti di bue in campo, sulle cerchie che li circondano comprese di pusher, sui diritti di trasmissione, combinandosi con altri centri di influenza e pressione: potentati delle telecomunicazioni, gestori di giochi online, ma anche costruttori scatenati.

Come dimostra proprio il caso di Roma, esempio fulgido di quella ubriacatura che spaccia per intervento prioritario di pubblico interesse una grande opera inutile, pesante, costosa, grazie al ricatto esercitato sugli enti locali da proprietà fondiarie, cordate del cemento e patron megalomani, allegoricamente rappresentato dai partner  dell’operazione, che suona come la fanfara della rivincita  dopo il no alle Olimpiadi: una grande società immobiliare controllata dalla finanziaria Exor (famiglia Agnelli, ancora loro, dei quali abbiamo da poco scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/01/28/vecchie-signore-sotto-la-cupola/),  un esponente della finanza internazionale come James Pallotta, la società   Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi proprietario anche dell’ex ippodromo, cui sarebbe affidata la realizzazione dell’intervento, con la complicità del governo  Renzi 1, cui si deve  un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (147/213, c. 304) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento con voto di fiducia che prevede che il Comune, se d’accordo con il proponente, dichiari “il pubblico interesse della proposta”.

Abbiamo un’occasione in più per dire no anche in questo caso, agli imprenditori della violenza e della paura, ai mercanti in stadio, agli speculatori, ai lottizzatori e pure a Lotti.


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