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Smemorati & Svergognati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viviamo in un tempo nel quale chi ha il potere celebra la memoria come valore  una  volta l’anno, mentre negli altri giorni viene concesso l’oblio affinché non reagiamo alle offese  e i torti subiti.

La Bibbia, vien bene il riferimento proprio oggi,  distingue tra non ricordare e dimenticare, tra un atto naturale e uno volontario, e quindi tra ciò che non dimentichiamo, e ciò che decidiamo di ricordare. Ma loro no, a questo servono varie tipologie di “droghe” e anestetici di sistema, paura, ricatto, intimidazione, stato di necessità grazia al quale si rinuncia a diritti e libertà, in modo che chiunque si affacci sulla scena possa approfittare della smemoratezza indotta per accreditare la sua pretesa di innocenza, immune da colpe e impunito, e da essere autorizzato a condannare la memoria come forma di sterile  e vendicativo biasimo che ostacola il ragionevole procedere nella storia.

 E mica possiamo pretendere che onorino la vergogna, emozione  dalla quale sono esenti avendola interamente delegata a chi sta sotto anche nella forma più nuova di fallimento personale rispetto a degli standard sociali, economici e culturali cui saremmo inadeguati per lignaggio, appartenenza sociale, rendita e identificabili grazie ai criteri della meritocrazia, diventata ormai scienza alla pari dell’antropologia, nella mani dell’aristocrazia di chi ce l’ha fatta per benemerenze dinastiche o di affiliazione.

E difatti è al  vuoto, o ai cani, come nel detto popolare, che ci tocca gridare vergogna! quando ricordiamo – ma siamo in pochi – a cosa è successo in questo anno,  allo sfregio che ci viene quotidianamente inferto da coloro che in modo del tutto arbitrario e schizofrenico: si può, non si può, si poteva ma ve ne siete approfittati, non abbiamo mai detto che si potesse, si arrogano la prerogativa di insegnarci tramite algoritmo cromatico qual è il “nostro bene”, dopo che hanno impedito il diritto di imparare, con il piglio di Torquemada combinato con Savonarola e Nostradamus.

O quando i pochi che contestano la gestione dell’emergenza sospettando una volontà nella sospensione di elementari garanzie democratica, sospensione interrotta per permettere un referendum preteso per rimuovere l’inettitudine a legiferare e riformarsi del Parlamento, vengono arruolati nelle file dei neofascisti riconfermando l’obbligatorietà di una maggioranza insostituibile, anche se si sta distinguendo per l’inquietante reiterazione di errori e crimini già commessi o per la coazione a ripetere di colpe del passato, dall’assoggettamento a Confindustria alla sottomissione peracottara all’Europa.

Ma pare non spetti a noi il governo della vergogna, così ripercorrendo qualche tappa, riprendiamoci almeno quello del ricordo tornando a quel 5 gennaio, quando il Ministero della Salute invita alla vigilanza alcuni enti all’ Istituto Superiore di Sanità,all’ Ospedale Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano con una breve nota in merito a una “Polmonite da eziologia sconosciuta”, il cui focolaio è stato individuato in Cina, e senza allertare i clinici ospedalieri e i medici di base rimanda all’osservanza dei contenuti del Piano nazionale  antipandemico, che risale al 2017 in forma di fotocopia di quello del 2006,  derubricando il fenomeno a forma influenzale un po’ più virulenta. Ma fino al primo febbraio quando in apparente contraddizione con quella che a oggi dovrebbe apparire come una colpevole sottovalutazione, il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e stanzia 5 milioni di euro per le prime misure di contrasto, incaricando il Capo della Protezione Civile e task force commissariali in numero destinato ad aumentare.

Cade di venerdì l’inizio della Grande Paura, con la segnalazione del primo contagiato in Lombardia, cui segue uno stillicidio di allarmi sempre più accelerato, si istituiscono le prime zone rosse, si chiudono le scuole in sei regioni, il presidente  Fontana e poi quello del Lazio recatosi sul Navigli per un brindisi con i giovani elettori,  sono “infetti” e si formano due fronti, quello  di chi se la prende con i seminatori di paura che paralizzano  il Paese, da Beppe Sala che riapre i locali chiusi dalla Regione, dopo le 18  e indossa la maglietta con lo slogan #milanononsiferma, si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale al sindaco di Bergamo, a Salvini che si reca da   Mattarella a esigere di “Riaprire tutto e far ripartire l’ Italia”. E quello del blocco totale, del lockdown feroce, salvo una evidente accondiscendenza ai comandi di Confindustria, che si presta a sottoscrivere un accordo unilaterale in tema di temporanea sicurezza nei luoghi di lavoro, che porta alla divisione della cittadinanza in chi, gli essenziali, deve esporsi a quella che non è più una influenza appena un po’ più contagiosa, in fabbrica, al supermercato, in bus e metro, e quelli invece selezionati per salvarsi tra le mura di casa, o meglio per sopravvivere al virus ma non alla perdita del posto, del sapere, e pure della cura di patologie necessariamente trascurate.  

Così si sceglie la strada della paura che omologa tutto, si chiude il Paese ispirandosi alla Cina che in realtà a chiuso una regione, anzi uno sputo nel suo impero, convertita da barbara geografia di magnasorci a modello, si mette in moto una macchina vomita dati contraddittori, mentre gli ospedali vengono retrocessi a lazzaretti per incurabili, si depotenzia la medicina territoriale, si offrono soluzioni demiurgiche sotto forma di app inutilizzabili quando tutto l’impegno è profuso nel prendere tempo in attesa del miracolistico vaccino, mentre non viene neppure individuato e adottato un protocollo per la cura.

E poi si spendono milioni per mascherine (solo ieri il Manifesto ha riportato la denuncia in merito all’inefficacia delle mascherine prodotte da Fca), siringhe avveniristiche, container refrigerati  per morti in attesa di conferimento e vaccini,  padiglioni le somministrazioni, banchi, una panoplia di merci e prodotti dei brand sanitari, il tutto affidato a autorità commissariali accumulatrici di incarichi, competenze, poteri e conflitti di interesse.

Perché c’è delega e delega, potere sostitutivo e potere sostitutivo, così a fronte dell’insensata e opaca amministrazione dell’emergenza a cura delle Regioni, in particolare, per la tutela della memoria storica, per quanto riguarda deleghe ereditate dalle province cancellate da Renzi, in modo da resettare un po’ di partecipazione,  non è stata minimamente presa in considerazione l’ipotesi del commissariamento.

Nemmeno di Fontana e dei suoi famigli, nemmeno di Gallera, men che mai della new entry si fa per dire che ha messo il suo sigillo nobiliare sulla erogazione discrezionale dei farmaci per appartenenza di ceto, dando una personale interpretazione dell’immunità e della conseguente impunità come prerogativa di classe.

E dire che non si sarebbe trattato di una bizzarria istituzionale,  visto che all’articolo 120 della Costituzione si prevede che “...Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni.. quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. ..” e che la legge “definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione. ..”, e che i precedenti si contano  per inadempienze in tema di rifiuti (4), di sanità: famoso il caso della Campania scoppiato nel 2009, e prorogato con vari atti almeno fino al 2015. Senza parlare della facoltà per lo Stato di esercitare potere sostitutivo incaricando autorità commissariali di attuare i piani di rientro  necessari a  assicurare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini.

Bisogna tenere memoria di questo, quando si assiste alla pantomima del rimpallo di colpe, messa in scena per ritrovare unità di intenti nell’attribuire le responsabilità al popolino infantile e riottoso, quando assistiamo alla celebrazione del Presidente insostituibile in quanto, ha scritto una penna intinta nelle lacrime greche, “lontano dai Palazzi”, salvo il Pirellone, Palazzo Barlaymont a Bruxelles, quello di Viale dell’Astronomia a Roma, quando, succederà prima o poi, saremo chiamati a eleggere i nuovi consigli regionali con particolare riguardo per quelli delle regioni che pretendono maggiore autonomia e licenza di uccidere, o quando scopriamo non  a caso che le Regioni soggette a controllo commissariale sono tutte del Sud, o quando esaltano la statura morale e la lezione dei nonni, quelli rimasti dopo la soluzione finale.

O quando quelli che vivono sicuri nelle loro tiepide case, e trovano a sera il cibo caldo e visi amici, esercitano la gretta superiorità degli svergognati immemori.


E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


Morire democristianini

Parliamoci chiaro: in qualsiasi Paese con il maggior numero di morti presunte per Covid  e allo stesso tempo con le più severe misure di contenimento della pandemia narrata e la conseguente distruzione di ampie fette di economia reale, il governo sarebbe stato alla mercé di qualunque crisi. Ed è questo che deve aver pensato Renzi quando ha deciso dare battaglia pensando di avere incastrato Conte, ma non avena tenuto conto di due cose: la completa atonia intellettuale e morale degli italiani ormai rassegnati a sopportare qualunque cosa nella speranza di salvare il proprio orticello mentre passa Attila, tuttora preda di paure raggelanti, illusi dei miliardi europei che in realtà sono poco più di un’elemosina, semmai arriveranno e che dunque non sono in grado di giudicare Conte e il governo nella loro reale e disastrosa dimensione. Oddio non è che Renzi sia la manna caduta dal cielo, anzi è un cancro, ma è stupefacente la credulità popolare che considera Conte un sorta di salvatore, mentre non è che l’azzimato necroforo del Paese. Tuttavia il motivo vero del fallimento renziano non risiede in un’opinione pubblica che ormai conta come il due di coppe quando briscola è a bastoni, ma sta altrove, negli assetti del potere e precisamente nell’appoggio che il Vaticano e più ancora l’entourage del Papa sta dando a Conte.

Il capo del governo, praticamente sconosciuto  fino a due anni fa è stato praticamente allevato in Vaticano: accolto negli anni ’80 a villa Nazareth,  un collegio universitario che fornisce vitto e alloggio per studenti con problemi economici, ma con buoni voti al liceo diventa   intimo del cardinal Silvestrini, fondatore del collegio, che dopo la laurea gli affida parte della gestione della struttura e lo fa entrare nel giro di conoscenze e amicizie che contano dentro il mondo vaticano. Dunque è un uomo estremamente affidabile per l’Oltretevere, anzi uno dei loro. Forse Renzi ha sottovalutato questo aspetto e non si è accorto di cosa è accaduto dopo il Dpcm di fine aprile quando furono vietate anche le funzioni religiose: la Cei, la conferenza dei vescovi italiani cominciò a rumoreggiare accusando il governo di attaccare la libertà di culto. Se il Vaticano come ci si sarebbe potuti aspettare visto che le chiese non sono di certo affollate e c’è tutto lo spazio per i distanziamenti sociali, avesse appoggiato questa rivolta, Conte sarebbe affondato, ma invece il Pontefice ha sconfessato la linea dei vescovi, ansioso di compiacere le nuove oligarchie globali, dando il suo appoggio alla linea di governo e così tutto si è ridotto a nulla. C’è chi parla di una telefonata tra Palazzo Chigi e Santa Marta, residenza del Papa, ma a parte questi particolari romanzati, ancorché estremamente plausibili se non scontati, c’è il fatto che Conte ha chiesto aiuto alla massima autorità vaticana, probabilmente attraverso il segretario di Stato Pietro Parolin, anche lui per quattro anni direttore di Villa Nazareth. E fin troppo chiaro che Renzi non fatto attenzione a queste mosse e non ha messo in conto il forte appoggio vaticano a Conte che avrebbe potuto far fallire la sua manovra, resa già parecchio perigliosa dai naufraghi del titanic a Cinque stelle desiderosi solo di arrivare a fine legislatura e dunque timorosi di ogni cambiamento che possa mettere a rischio il proprio vitalizio.

O forse invece ha capito benissimo ciò che stava maturando e ha giocato il tutto per tutto per evitare che Conte avesse il tempo di fondare il suo partito che certamente sarà una formazione cattolica moderata e di centro, per quel che vale ormai questa toponomastica politica, il quale fatalmente finirà per risucchiare il partitino renziano, estremo spezzone della vecchia Margherita, oltre alle varie scorie catto – qualcosa che esistono in Parlamento, i berlusconiani ormai stanchi della mummia e che hanno già intrapreso la marcia di allontanamento da Forza Italia e truppaglia varia pentastellata. Con il potente appoggio del papa globalista qualcosa che sulla carta sarebbe stato quasi impossibile si può invece realizzare e così gli italiani non solo moriranno democristiani, ma democristianini.


Chiama Conte 3131

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E poi non dite che gli italiani non sono brava gente, quando c’è un evento tragico, un terremoto, una catastrofe eccoli che mettono mano al cellulare e via con gli sms, generosi e indifferenti alla destinazione che prenderà il loro caritatevole contributo.

E difatti abbiamo saggiato ancora una volta la potenza della mobilitazione popolare in caso di disastro proprio  quando in contemporanea con la conferenza stampa di Matteo Renzi e poi dopo, il centralino di Palazzo Chigi è stato “intasato”, riportano i media e i social, dalle telefonate di centinaia di cittadini che volevano trasmettere i loro messaggi di sostegno e incoraggiamento a Conte. Tra queste la più toccante, secondo AdnKronos, è quella di “una signora di Palermo che ha chiamato in lacrime pregando il centralinista di riferire al premier di  non mollare, di non abbandonare gli italiani“.

Peccato che non sia stato istituito un numero verde con numero di CC presso una delle banche amiche per destinare i sia pur modesti contributi alla “ricostruzione” dell’esecutivo e in sostanza della democrazia, secondo nuove regole che modernizzino gli usi della partecipazione e li adeguino al desiderato inizio dell’era digitale.

Altro che piattaforma Casaleggio, altro che preferenza online come all’Isola dei famosi: il futuro anche grazie alla spinta del Covid e all’opportunità di realizzare un distanziamento sociale e pure elettorale che renda ancora più remota la cerchia dei decisori dalla marmaglia accettabile solo quando esprime consenso, dovrà essere così, plebiscitario con un clic, accessibile comodamente e con un’app anche dal divano di casa.  

Ovviamente l’operazione piace molto ai naufraghi del partito maggioritario al Governo, che su Fb si scambiano infervorati aggiornamenti sulla splendida disponibilità dei centralinisti, intenti a far dimenticare le frustranti attese che ogni cittadino subisce a suon di 4 stagioni di Vivaldi, quando cerca di accedere a servizi e call center di aziende di interesse collettivo, all’Inps, a ospedali e numeri verdi istituiti in occasione della pandemia.  

E come è esaltante interagire con una voce umana invece dei burberi risponditori automatici, che rassicura l’interlocutore che il massaggio sarà recapitato. E come è entusiasmante scambiarsi le cifre di qual “movimento spontaneo” che, da “boom delle prime ore”, è diventato uno “tsunami”, come recita qualche testata online.

E dire che il povero Conte aveva dovuto sospendere provvisoriamente lo stato di eccezione per un referendum che doveva avere lo stesso effetto, diventare con un certo investimento e con qualche perplessità sull’efficacia, una specie di plebiscito in favore del suo governo. In quel caso il simpatico zerbinotto non è stato aiutato dal maldestro bulletto, ha dovuto promettere insieme a una coalizione sparpagliata e  poco convinta, grandi riforme istituzionale, che, a virus in ripresa, sono state rimesse nel solito cassetto. Invece in questo caso, probabilmente su suggerimento del suo consulente più addestrato dall’esperienza, ha coronato il sogno di ogni piccolo aspirante golpista a cominciare dal suo competitor, ottenere un consenso ecumenico e unanime fuori dalle  polverose urne, dalle aule grigie e sorde, dalle scuole che toccherebbe riaprire per l’occasione, con un piccolo esiguo costo alla chiamata.

E d’altra parte che cosa meglio di questo potrebbe materializzare l’utopia dell’e-democracy, completare quel processo iniziato mettendo i like alla comunicazione istituzionale trasferita su Twitter e Facebook, alla misurazione dell’efficacia e della popolarità dei leader grazie ai commenti in margine a profili giudiziosamente tenuti da personale mercenario a caro prezzo, in modo che la democrazia diretta si perfezioni tanto da moltiplicare i profitti delle major,  Tim, Vodafone & soci, da sottomettere ogni azione alle regole e al controllo dei signori della app, Colao e Arcuri in testa.

Adesso non ci resta che lavorare intorno ad accorgimenti  capaci di stimolare i comuni cittadini a interessarsi delle questioni monotone e arcaiche di cui è fatta gran parte della politica in modo che il rito  dell’e-voting  diventi elettrizzante: selfie che immortala la celebrazione da condividere, scontrino in diretta della chiamata se pagata con carta di credito e il diritto a premi e cotillon, interazione di app in modo che alla certificazione di avvenuta votazione si aggiunga quella di vaccinazione.

È che a questa cricca di governo e opposizione mancano le buone letture, Non avevano capito che i riferimenti al Grande Fratello riguardavano un libro profetico su una tremenda distopia realizzata e hanno creduto si trattasse del reality.


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