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No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il banchetto osceno dei governatori

crapulaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non eravamo insorti tutti quando le critiche alla gestione del “contenimento” dell’epidemia rivolte alla Lombardia avevano sconfinato in veri e propri attacchi all’industrioso popolo lombardo, nemmeno avesse, compatto,  votato Lega.

E non era diventato il motivo conduttore della propaganda in favore della riscoperta dei valori più sacri, il richiamo all’unità nazionale ritrovata come motore morale per combattere il Covid?  E non si era detto che con la ricostruzione si sarebbe dovuto riedificare anche l’impianto etico della nazione più forte e coesa?

I nostro progressisti devono proprio essere guariti almeno dalla retorica sciovinista, vedi mai che si trasformi nell’aborrito sovranismo,   a vedere recenti esternazioni: di governatori, sindaci, ex premier “è intrinsecamente sbagliato che un dipendente pubblico a parità di ruolo e funzione guadagni lo stesso stipendio a Milano e al sud“ ( il sindaco di Milano, Sala e l’onorevole Quartapelle), e ancora:  “Gli investimenti per la ripartenza devono concentrarsi sul nord, il sud aspetti ” (Bonaccini) e tanto per sfogliare gli archivi recenti: “molti giovani del Sud invece di rispondere alla chiamata delle aziende balneari della Romagna hanno preferito starsene a casa a godersi in reddito di cittadinanza” (Matteo Renzi, senatore, l’anno scorso).

Ecco qua in poche citazioni riassunti gli ideali e i propositi dei riformisti del Pd, in tema di occupazione, scuola, tutela del territorio, sviluppo organico del Paese, integrazione. Il motore che li muove  è sempre la divisione del nemico,  che non bastava quella attuata dalle misure straordinarie e eccezionali di contrasto al virus che aveva discriminato la popolazione: chi stava a casa risparmiato dal contagio e garantito dal servizio doveroso effettuato da chi si prestava per assicurare i servizi essenziali, costretto a viaggiare su mezzi affollati, a prodigarsi in luoghi nei quali non erano osservate norme elementari di sicurezza, a entrare in contatto con la clientela delle grandi catene di distribuzione, sicché il lavoro, soprattutto quello manuale e esecutivo,  viene occultato in una specie di clandestinità opaca e sregolata.

Pare che non possa esserci rilancio e crescita e neppure rispetto dei diritti fondamentali se non c’è qualcuno che merita e ottiene di più e qualcuno penalizzato per origine, collocazione geografica, appartenenza, etnia, sfortuna. Pare che le remunerazioni debbano essere riconosciute solo in funzione dei consumi che vengono concessi a chi le guadagna.

Pare che le risorse da investire debbano avere la stessa qualità, andare dove danno più profitto, siano la sanità o la scuola privata, siano geografie dove  le cordate del cemento hanno riposto più aspettative, con l’unica consolazione che forse anche il Ponte potrebbe attendere.

Pare che nemmeno lo smartworking possa essere una livella visto che la digitalizzazione così precaria e “differenziata” nelle regioni del Nord, a Sud è penalizzata dalla carenza strutturale e di sistema.

Pare che perfino l’utopia del ministro Franceschini di convertire il nostro Mezzogiorno in un parco tematico proprio come nei desiderata di Farinetti, Briatore e pure del Terzo Reich, che auspicava la trasformazione della colonia Italia  in relais per tedeschi ricchi,   sia messa in pericolo  per la fisiologica indolenza ribellista delle popolazioni mediterranee.

Non voglio nemmeno immaginare quali riforme saranno invocate a garanzie dei prestiti europei e che effetti avranno sull’arto “inferiore” del paese, già considerato una molesta propaggine africana incompatibile con progresso e sviluppo, non voglio nemmeno ipotizzare gli esiti della tracotanza delle tre regioni che pretendono più autonomia perfino in materia sanitaria,, indifferenti alle prestazioni offerte in caso di crisi prevedibile, i sui imprenditori hanno in passato condotto una guerra coloniale di conquista e di trasferimento di corruzione, inquinamento, crimine che di differenzia dalle mafie tradizionali perché agisce di frequente “a norma di legge”.

Mentre è inevitabile guardare a quello che sta accadendo:  aziende che licenziano cancellando i contratti a termine col meccanismo del non rinnovo, che dichiarano l’eliminazione degli ammortizzatori sociali motivandola con l’eccesso di forza lavoro rispetto a ordinativi in calo, manager e economisti che invocano la necessaria e doveroso sostituzione di occupati a tempo indeterminato con precari.

A essere penalizzati come è naturale sono i giovani e le donne soprattutto del Mezzogiorno, che condividono lo stesso precipizio verso instabilità, incertezza e bisogno con quelli che fino a oggi godevano del reddito da lavoro dipendente, oggi messo in discussione anche dallo smartworking, assimilabile a un nuovo cottimo legalizzato e che provocherà riduzioni di personale, con  quei ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai, che hanno legato la loro sopravvivenza a settori abbattuti dal Covid e dalla gestione irrazionale dell’economia post-pandemica.

Come già si intravvedeva con la crisi partita nel 2008, l’unità del paese troppo lungo potrebbe verificarsi grazie a un rovina condivisa, che non viene ammessa da territori, informazione e ceto dirigente che ripete l’atto di fede europeo che dovrebbe assicurare e benedire benessere e lavoro, dimenticando quanto l’adesione al trattato di Maastricht sia stata generata dall’interno per creare un contesto favorevole alle gabbie salariali, alle disuguaglianze da promuovere in termini di trattamento e investimenti, alla realizzazione di quel patto  del 1993, siglato con il protocollo di sindacati e governo,  per i redditi e la competitività che anche grazia alla svalutazione ha segnato il declino delle retribuzioni.

Più di 70 anni fa, nel 1949, Giuseppe Di Vittorio, che non è il protagonista di una soap della Rai, ma il segretario della Cgil di allora, lanciava il suo Piano del Lavoro che doveva riscattare dall’isolamento il movimento operaio nella fabbriche, nelle campagne, dando soluzione al problema della disoccupazione nel paese, delle riduzioni salariali, della miseria che si mangiava il Sud dove Cristo si era fermato a Eboli, con cinque milioni di lavoratori “marginali” e due milioni di disoccupati.

Era la risposta politica e democratica di un sindacato che vuole dare forma a un’alleanza della classe lavoratrice testimoniando e rappresentando le lotte che scuotono il paese nelle fabbriche e nella campagne per aumentare i salari, riprendersi le terre occupate dai latifondisti in combutta con la mafia, contro il cottimo e per la creazione di servizi, infrastrutture, scuole, ospedali. Tre anni prima il Sud era stato teatro del primo sciopero delle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomini a cottimo, che avevano trascinato nelle strade a nelle piazze quelli che raccoglievano le olive e poi quelle degli agrumeti e via via contadine e contadini di tutta la Sicilia in lotta per il salario minimo garantito.

Più di 70 anni dopo, dopo i morti per lavoro di Modena, Reggio Emilia, e poi Avola e Battipaglia, dopo i crimini denominati morti banche, dopo che una città, Taranto, è diventata simbolo del martirio e del sacrificio per il salario, basterebbe tirar fuori dal cassetto il Piano di Di Vittorio.

Ma ci vorrebbe qualcuno che non avesse firmato il più osceno degli armistizi con il padronato. Ci vorrebbe qualcuno che non credesse alle menzogne di Stato e di Governo, quelle che  Ridurre (o far crescere più lentamente) i salari al Sud favorirebbe l’occupazione, quando la competitività in tempi di globalizzazione ha altri terzi mondi esterni e interni di cui approfittare, quelle che le retribuzioni dovrebbero essere disuguali, quando  il settore pubblico, ormai da anni, offre scarsissime opportunità lavorative al Sud, quelle che i salari dei dipendenti del Nord sono penalizzati dal costo della vita superiore a quello del Mezzogiorno, come se non avessimo proprio in questi mesi “consumato” gli stessi prodotti offerti dal “blocco” delle grandi catene di vendite e distribuzione con gli stessi prezzi maggiorati semmai dai servizi di appoggio meno efficienti nelle aree che non possiedono di una rete di trasporti efficiente.

E ci vorrebbe qualcuno che non sia stordito dalla paura e dal ricatto, che vada in strada e in piazza a difendere la proprio dignità e la propria libertà. E altri che escano  di casa, lascino là pc e telefonini, ritrovino parole e canti di lotta e riscatto, perché il vento non ha smesso di fischiare e abbiamo voce dietro la mascherina.

 

 

 

 

 

 


Ponti d’oro all’ingiustizia

190823098-ddad8a0a-b534-4f0d-9e8f-bdfe3554d25aE’ straordinario come in questo Paese non si possa avere un minimo di giustizia: il ponte di Genova, ricostruito  torna ai Benetton alla faccia delle vittime provocate dall’incuria della società autostrade e questo proprio quando la stessa società autostrade sta causando un danno ulteriore al turismo ligure e a tutte le attività economiche con una serie di manutenzioni intervenute improvvidamente proprio nel periodo più trafficato e più delicato dell’anno perché così si può risparmiare qualcosa sui lavori.  In altri Paesi basterebbe solo questo per revocare una concessione o comunque sanzionare a suon di milioni una società, mentre da noi per allontanare i grandi donatori della politica non bastano nemmeno i crolli e decine di vittime.

E ora contento come una pasqua per questo bel risultato Renzi dice che  non è possibile togliere ai Benetton la concessione delle autostrade e per dirlo usa una specie di infimo sillogismo da strada, di quelli che gli sono propri, ma che fanno parte di tutto il milieu politico: “Non puoi dire “revoco, lasciando aperta così a lungo la questione”. Come se lui e il suo partito non avessero fatto carte false pur di  non arrivare alla revoca e come se il governo Conte non avesse ignobilmente traccheggiato sulla questione.  Una lode assoluta merita il Movimento Cinque stelle il quale l’estate scorsa affermò per bocca di Di Maio  che erano i leghisti a non volere la revoca della concessione e adesso  incassa la decisione pro Benetton della ministra piddina, come se i pentastellati non fossero ancora maggioranza nel governo: si vede che sono ancora convinti di prendere in giro la gente con i mugugni a cose fatte. Del resto nulla ci è risparmiato nemmeno le parole del guappo di Rignano secondo cui  sarebbe costituzionalmente impossibile togliere la concessione: e dire che sulla questione c’è stata una  sentenza della corte costituzionale la quale ha sostenuto che se l’iniziativa economica privata è libera,  qualsiasi negoziazione, tra privati, o tra privati e pubbliche amministrazioni (come è nel caso delle concessioni), non può avvenire in “contrasto con l’utilità pubblica o svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Insomma l’ovvio che in Italia diventa sempre problematico.

Nemmeno ci sarebbe stato bisogno di questa chiosa visto che la Benetton lasciando che il ponte crollasse non aveva evidentemente adempiuto agli obblighi relativi alla concessione o si era dimostrata inadeguata a farlo: la revoca della concessione dalla quale peraltro lo Stato potrebbe guadagnare circa 2 miliardi l’anno anche triplicando le spese di manutenzione attualmente previste da Autostrade, avrebbe potuto essere automatica per semplice inadempienza contrattuale. Ma è la politica a essere sempre inadempiente col Paese.


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