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Oci ciornie

occhAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Occhionero, un nome che in quel contesto rievoca più gli esiti cruenti di una violenta scazzottatura che la struggente melodia russa, l’ultima folgorata dalla weltanschauung boscorenziana, dopo due senatrici, la Conzatti,  di Forza Italia e la Vono, pentastellata.

Il primo interrogativo che viene alla mente, anche in considerazione del fatto che della giovane avvocatessa di Termoli passata da Leu a Italia Viva non si era mai sentito parlare per una qualche iniziativa parlamentare o per una sgargiante performance professionale, mentre con il cambio di divisa è salita all’onore delle cronache, riguarda la selezione del personale politico che nella maggior parte dei casi e nella forma bipartisan che ormai caratterizza l’agone politico e che ricorda i quiz della Settimana Enigmistica: Dov’è la differenza. E che fa sospettare vengano adottati i criteri e premiati i requisiti in passato tanto criticati per l’esercito delle majorette e dei portaordini berlusconiani, che dovevano essere bellocci, ambiziosi, arrivisti, spregiudicati e di volta in volta ubbidienti all’ultimo nella successione di padroni.

Oddio, un sia pur piccolo cambiamento c’è,  se la vispa deputata invece di recitare come si faceva un tempo il mantra delle appena elette a Miss Italia compresa la vocazione a contribuire alla pace nel mondo, sciorina tutto il repertorio del più sgallettato “progressismo” per motivare la sua scelta: “Mi convince, ha dichiarato,  il progetto, ma anche la squadra: giovane, dinamica, vivace, brillante”.

Francamente se quelli erano i valori cui guardava e si ispira poteva pure restare in Leu, che a scorrere la lunga pagina dedicata da Wikipedia alla formazione politica nata dalle macerie del bulldozer con il quale vuole ricongiungersi,  si prestava e accoglie tutto e il contrario di tutto in un altrettanto vivace e dinamico marasma, fuori dal Pd ma integrandone gli “ideali”, accettandone di buon grado le “misure” per essere uguali e liberi di predicare bene e razzolare male, di essere parimenti soddisfatti di subire i comandi padronali pur di assicurarsi poltrona e pensione negati ai meno uguali, combinando con agile poliedricità il mugugno e il sostegno attivo, la critica e la critica all’opposizione.

Si vede che, fatti due conti,  l’Occhionero – che appunto ringrazia  le donne e gli uomini di Leu, ma che è costretta ad ammettere: “non siamo riusciti a vincere la sfida di divenire un gruppo politico realmente unitario e capace di affrontare le sfide dell’oggi e del futuro. Ora è il momento di mettersi in campo superando le differenze e, anzi, considerandole un valore” –  ha scelto consapevolmente di garantirsi un futuro, ovunque, anche in Trentino, e comunque, con chi della slealtà e dell’interesse personale, dell’indole a mettersi al servizio solerte e generoso di ogni padrone in ordine di tempo, Germania o Franza o Spagna purchè se magna,   ha fatto  il segreto del suo successo, Forza Italia o Italia Viva, unite da personalità affini oltre che dall’abuso aberrante di amor patrio nell’etichetta.

E pare che il movimento promosso dalla scrematura del Giglio magico attragga e catalizzi il pubblico femminile, grazie tra l’altro alla sua leader in quota rosa ( e infatti il profilo su Facebook dell’ultima arrivata rivela una cifra politica comune in più con la Maria Elena, la procace ostentazione di un succinto bikini) e quello più assetato di indipendenza e autonomia ( e infatti la 5Stelle proclama: ora finalmente ho la libertà di esprimere le mie idee). Infatti , motiva la sua decisione la ciarliera  paladina della legalità e delle belle forme: “mi è piaciuta la scelta di Maria Elena Boschi come capogruppo. Una donna giovane che riveste un ruolo di guida in Italia Viva. Questa leadership femminile mi piace e mi fa pensare che ci sia uno spazio di maggior agibilità in un progetto che sa apprezzare il valore delle donne”. E ribadendo una specificità e superiorità di genere che dona alla politica una qualità estetica oltre che morale, aggiunge estasiata in risposta  alle domande dell’intervistatore, in vena di ardita provocazione, sulla venustà della dirigenza di Leu: “Boschi è donna, Federico Fornaro (capogruppo Leu alla Camera) è uomo. Eppoi Fornaro sarà un bell’ uomo, ma la bellezza della Boschi non ha eguali”.

Eppoi dicono che le donne sono invidiose delle altre donne. E lo diranno anche di me, perché ormai, pur apprezzando il suo look audace, non sono autorizzata a dichiarare che la Bellanova ha riposto velocemente in un cassetto il suo passato di lavoratrice prima e di sindacalista poi (ma questa è cifra comune delle rappresentanze fedifraghe degli interessi degli sfruttati) per mettersi a disposizione di chi ha smantellato l’edificio di garanzie e conquiste che le ha permesso di arrivare dov’è, oppure di biasimare  il prodigarsi della bella senza uguali, pur condannando le dicerie maligne sulla sua cellulite,  senza essere tacciata di sessismo, maschilismo, virilismo.

E lo credo, piace a maschi ma anche alle donne questa svolta perversa e abusata del femminismo, che rende intoccabili, immuni e impunite le stronze in virtù dell’appartenenza di genere, che si accontenta di imitazioni di ambientalismo o antirazzismo, purché impersonate da icone in quota rosa, che ritiene che il riscatto consista nella aritmetica sostituzione di generali con generalesse,  che pensa sia sufficiente istituire la parità di salario in modo che ogni addetta di un call center, di un campo di pomodori, di una cassa del supermercato possa essere sfruttata parimenti al marito, al padre, al figlio, altrettanto messi sotto ma ai quali si riserva la consolazione di appartenere al sesso superiore. Piace alla gente che piace convincersi che le delicate qualità femminee emancipino dalle tentazioni di rubare o sopraffare, che siano quelle a rendere accettabile anzi gradita la pratica di surrogare i servizi pubblici di assistenza e cura che garantiamo con le nostre tasse, con la muliebre dedizione nei confronti di malati, bambini e anziani rimuovendo talenti e vocazioni non più concesse in nome della necessità.

Non deve essere un granchè quello che è appropriato chiamare il femminismo liberal, se sono queste le sue figure di punta, volontariamente gregarie di un bullo o di un vecchio puttaniere o di leader che si prodigano per  la Casa delle Donne,  ma tagliano i fondi agli ospedali per promuovere l’assistenza privata, che si portano appresso nella scalata cheerleader promosse a costituzionaliste e che sono interpreti dell’aspirazione a  pari opportunità di potere,  per occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, dove imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile, che vuole affrancare un 1% che eccelle e non il 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di cristallo, come lo hanno definito non a caso le post femministe americane, li devono raccogliere  spazzando e pulendo lo sporco di un “progresso”  che si dimentica di uomini e donne colpevoli di non essere abbastanza schiavi.

 

 

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Leopolda, la figlia segreta di Mubarak

novAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono circostanze benedette che regalano squarci di verità. Così quelli che si ostinano a chiamare il Pd e il movimento renziano organizzazioni di centro-sinistra sono avvertiti che potrebbero essere accusati di vilipendio, calunnia, diffamazione, perché ce ne sono se pensiamo che perfino Rossanda intervistata qualche giorno fa in occasione della sua ennesima caduta dal pero si riferisce a quelle forze e a Leu definendole “la sinistra” che, “alleata col movimento 5stelle si candida all’inconsistenza”.

Per fortuna ci pensano loro stessi a mettere un po’ di ordine. Alla Leopolda 10 – peccato non avessero opportune magliette col 10 sul dorso  come Totti, pronti per la hola della curva ultrà – i proclami, gli slogan, le parole d’ordine di quella che potrebbe essere una costituente del nuovo partito, non parevano più i temi cari delle cene del Rotary, manco quelli di un Aspen  Institute de noantri, ma i vecchi e cari comandamenti della maggioranza silenziosa  a una cifra di percentuale ma che ha ritrovato la voce e grossa con toni addirittura eversivi. Cosa non nuova ricordando che si tratta di quelli che volevano accartocciare la Costituzione per farla più moderna, duttile, come vuole l’Europa che le rimprovera di essere nata dalla resistenza con cifre “socialisteggianti” e che offre spazi eccessivi al parlamento degli eletti rispetto a più agili esecutivi, che hanno incitato alla diserzione da referendum molesti, che, sia pure a fasi alterne, hanno demolito la reputazione della magistratura, dopo aver ridotto in macerie la scuola pubblica, la sanità pubblica, il patrimonio culturale e i beni comuni.

Eh si perché in concorrenza con le frange empatiche di Piazza San Giovanni, hanno dato nuova enfasi alla ribellione fiscale dei cumenda con paletot di cammello e delle sciure col visone, interpretando il malessere di un ceto medio borghese senza essersi accorti che non c’è più, che ormai possono prestarsi a ascoltare e dar voce solo al mal di pancia di sbandati usati da quell’1 % di padroni e di ricchi accumulatori coattivi, applauditi da un ceto di impoveriti che non si arrendono al loro ruzzolone in basso, che continuano a sentirsi parte di una élite perché leggono Repubblica, che possiedono il dono dell’ubiquità stando allo stesso tempo con Carola Rackete e Minniti, con Greta e Calenda, con Lucano e Nardella, che adorano i santini di malfattori dei fumetti e dell’economia, insieme a  La Pira e Don Sturzo.

In prima linea oltre alla ex ministra Boschi che si distinse per essere stata nel 2015 la suggeritrice di quel famoso comma 19 bis del decreto fiscale governativo scritto da una “manina” misteriosa per effetto del quale le frodi fiscali inferiori al 3% del reddito dichiarato sarebbero state sanzionate solo per via amministrativa, e non più per via penale, e per effetto del quale si garantiva la decadenza della condanna definitiva inflitta a Berlusconi, quella che dal palco se l’è presa con la casa madre colpevole di essere diventata il partito della tasse, per ricordare che “loro”, la fazione fuggiasca le aveva sempre abbassate proprio come un Robin Hood qualsiasi ma alla rovescia togliendo ai poveri per dare ai ricchi,  si è spesa con vigore l’ex bracciante e ex sindacalista, quella che condusse il negoziato per una legge ad personam che salvasse le banche criminali e i loro manager, ecco la ministra Bellanova, che, forse per un precoce abbandono scolastico e per una altrettanto precoce defezione dalla tutela dei diritti della categoria, non deve aver potuto apprendere la lezione della storia di Portella della Ginestra, della questione agraria e della lotte contadine contro l’alleanza perversa di mafia, rendita, latifondisti, proprietari terrieri e ha gridato dal palco tra applausi scroscianti  del parterre nel quale faceva la sua porca figura Lele Mora “NO tasse!”.

Ora a tutti parve un po’ eccessivo l’elogio del dovere fiscale di Tomaso Padoa Schioppa, a tutti sembra che quello sia un sistema viziato all’origine se tartassa i poveri cristi e esonera i Creso, tanto da offrire loro immunità e impunità amministrativa e perfino penale preventiva e postuma anche nel caso di crimini non solo economici, a tutti vien voglia all’arrivo di una cartella esattoriale di una raccomandata di appiccare il fuoco alla più vicina sede dell’Agenzia delle Entrate, mentre risuona come un grato leit motiv il tintinnar delle manette per i grandi evasori, a non tutti ma a molti viene in mente che bel altro che la galera ci vorrebbe per chi ricicla ruba e corrompe grazie a opere inutili che basterebbe non progettare e realizzare, ma  solo a loro invece e alla destra più feroce inattaccabile perfino dagli ammaestramenti del neo liberismo che agisce per normalizzare fenomeni estremi ed effetti aberranti che potrebbero innescare risvegli e ribellioni incontrollabili, ma la ministra ha davvero sconfinato sui territori che danno la pastura al più vieto  e inveterato leghismo.

E dire che hanno superato la fase della disubbidienza fiscale perfino Salvini, Maroni, Zaja che preferiscono la strada più ragionevole e proficua dell’autonomia che, senza star tanto a guardare a chi le paga o no, delle tasse pagate aspira a trattenere il residuo per spartirselo con amici e affini delle scuole private, delle cliniche, dei diplomifici universitari.

È che alla Leopolda più che l’Italia,  effigiata nello stesso simbolo del prodotto contro il fastidioso prurito intimo, a essere vivo era il Cavaliere, proprio lui che proclamò l’evasione come imperativo morale e legge di natura incontrastabile. E infatti tra le perle inanellate a chiusa della convention di zombi non è mancato  il panegirico di Berlusconi, il tycoon spregiudicato, il puttaniere incorreggibile, il golpista indefesso, il criminale economico datore di lavoro di mafiosi riconosciuti tali, l’utilizzatore finale di ragazzine e parlamentari voltagabbana, lo zio adottivo della nipote di Mubarak, il promotore della  “condono” carcerario per i reati contro al Pubblica Amministrazione, delle detassazioni di Tremonti, della deregulation via etere della legge Maccanico, della riforma del falso in bilancio, dei vari condoni edilizi, dell’abolizione della legge di successione per i patrimoni sopra i 350 milioni di lire, dell’indulto, solo per fare qualche esempio,   ad opera del suo erede che ne ha tessuto le lodi di invidiabile “modello” rappresentante e leader  per un quarto di secolo della “destra europea, popolare e liberale” in Italia.

C’è stato un tempo nel quale si diceva che per essere davvero una sinistra costruttiva, dinamica, moderna serviva una vera destra da contrastare. Ecco, c’è, vegeta se non proprio Viva. Così non abbiamo più giustificazioni per la nostra inazione.


Il sonno della ragione genera mostre

l-uomo-vitruvianoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un segno portentoso dell’eterna vitalità della razza italiana “, a parlare così non sono il sindaco Brugnaro o il Ministro Franceschini, orgogliosi di aver portato a termine l’operazione di esodo sia pure temporaneo di un veneziano speciale, l’Uomo Vitruviano, a Parigi per essere esibito pubblicamente, quando ogni visitatore che ci si sia imbattuto nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe alle Gallerie dell’Accademia veniva informato fino a ieri della sua vulnerabilità che richiedeva particolari misure di tutela e di limitazioni “dell’utenza”.

No, la frase del 1930 è di Mussolini, che fu un iniziatore di quella pratica scriteriata e spregiudicata di usare il patrimonio artistico, che non conosceva e probabilmente disprezzava, a scopo propagandistico, e oggi ancora più abusata, grazie alla conversione della tutela in “valorizzazione”, affidata a una cerchia mercantile che annovera curatori seriali di esposizioni, direttori di musei selezionati in base ai criteri del marketing per dimostrata indole e esperienza manageriale nel settore commerciale, critici che sfornano expertise e prefazioni un tanto al chilo. Tutti al servizio di multinazionali delle assicurazioni, dell’editoria di settore, degli imballaggi e dei trasporti eccezionali,  oltre che di quelle del turismo che movimentano nomadi della cultura prêt-àporter e forzati delle file smaniosi di immortalarsi con un selfie davanti alla ragazza con l’orecchino di perla e che a Venezia evitano come la peste l’Accademia, preferendo location più fast e smart, amministratori locali e assessori alla cultura desiderosi di lasciare un’impronta, oltre a quelle digitali in questura, come un certo sindaco che voleva promuovere la notorietà della sua cittadina, Firenze, anche grazie al disvelamento di un Leonardo scoperto non  a caso dietro alla sua scrivania di primo cittadino, ma anche rappresentanti intenzionati a passare alla storia non per aver tutelato e offerto ai cittadini di tutto il mondo quelle opere che sono i prodotti di una creatività che ha incontrato il suo paesaggio intorno. i suoi borghi, le facce della gente, gli animali, ermellini compresi e che per questo ha diritto di cittadinanza, ma per averli fatti circolare dentro le valigette dei commessi viaggiatori per far cassa e incrementare il turismo di massa in città già abusate e violentate, dalle quali vengono sistematicamente espulsi i residenti, uomo vitruviano compreso.

Il caso del disegno a penna e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci è proprio u i.   na mesta allegoria dell’occupazione del tempio da parte dei mercanti, quando invece dovrebbe essere proprietà e bene comune non solo della comunità dei fedeli dell’arte e della cultura ma anche di quelli che vi si avvicinano e che potrebbero esserne folgorati tanto da volerle difendere e mantenere. La cessione sia pure provvisoria dell’opera fa parte di un memorandum di intesa tra Italia e Francia, voluto dall’asse degli zerbinotti alla Renzi/Conte/Macron per siglare un’amicizia impari, con gli italiani in posizione prona davanti ai carolingi e pronti a venire incontro ai capricci di un Paese che anche ultimamente ha mostrato di non avere particolarmente a cuore la manutenzione e la custodia dei suoi tesori d’arte. Così, appena arrivato, Franceschini è stato ben contento di affratellarsi con l’omologo Franck Riester per  sancire a spese della salute del nostro patrimonio collettivo, in questo caso 23 opere da sottoporre alla trasferta,  il dovere di “costruire cittadinanza comune e perché, nel caso non l’avessimo capito,  la cultura è una grande opportunità di crescita economica“, come impone l’obbedienza a tutto quel coglionario di massime neo liberiste sul nostro petrolio, i musei come juke box, i giacimenti da sfruttare e magari infilare tra due fette di pane.

Infischiandosene della minaccia che sul trasferimento fuori dalla Repubblica italiana di un bene “che fa parte del  fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo” ( comma 2 dell’articolo 66 del Codice dei Beni Culturali) venga chiamato a pronunciarsi il Tar, dell’opposizione  della comunità scientifica che aveva cercato di fermare l’atto dissennato, della quale si erano fatti interpreti in prima linea l’ex direttrice del Museo veneziano e il responsabile del Gabinetto che mise in guardia “sul rischio elevato ed eccessivo non giustificabile e sostenibile per un’opera di tale rilevanza” per compensare il quale le Gallerie dell’Accademia si vedrebbero costrette a non rendere visibile il disegno per molti anni, quello che si riconferma essere con ogni probabilità il peggior ministro del Mibact degli ultimi 150 anni, si è prodigato con zelo e solerzia per il prestito delle opere di Leonardo al Louvre e di quelle di Raffaello alle Scuderie del Quirinale per marzo 2020, battendo il suo discusso predecessore che pure veniva  dalla Naba, l’ Accademia  di Arte, Moda e Design, incarnazione ennesima del primato del privato nel “mercato” culturale.

E d’altra perché stupirci, parliamo del ministro del Very Bello, che permise la trasvolata atlantica di un paio di guglie del Duomo per fare da sfondo alle salsicce e alle mozzarelle del prestinaio di fiducia del governo,  quello che non si diede per inteso quando addetti ai lavori gli chiesero invano di introdurre nella sua riforma una disciplina più severa in materia di movimentazione delle opere, quello che ci rimase male quando quella fastidiosa “solona” della sovrintendente archeologica della Calabria si oppose all’esposizione dei Bronzi di Riace all’Expo, quello che tanto per non sbagliare entrando al Quirinale per il giuramento nel 2014 dichiarò: “Mi sento chiamato a guidare il ministero economico più importante del Paese”, quello che ha ceduto il campo al ministro dello Sviluppo economico, permettendogli di cambiare il codice dei Beni culturali nell’ambito del disegno di legge sulle semplificazioni.

Nel mostrare come le opere d’arte siano pezzi unici, insostituibili, come toglierle da loro habitat costituisca un rischio, vale la lezione che un sindaco di un  piccolo paese diede al grande storico Roberto Longhi – lo ricorda Tomaso Montanari in un suo utile pamphlet “Contro le mostre”- rispondendo alla richiesta di esporre in altra località  un prezioso codice miniato “Spiacenti non poter concedere prestito oggetto in parola perché ne abbiamo uno solo”.

A protestare contro il viaggio periglioso  del bene  ( vale la pena di ricordare che nell’ambito dell’iniziativa del Mibact del 2010 chiamata “Circuitazione di opere icone”, la Velata di Raffaello di Palazzi Pitti viaggiò per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che durante una mostra al Colosseo  è caduta per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio, e è stata danneggiata la Hestia Giustiniani, mentre nella mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si è rotto un  prezioso cratere in marmo), ci saranno domani comitati e associazioni, gruppi attivi in rete, che hanno fatto dell’Uomo Vetruviano il simbolo di chi resiste ogni giorno e combatte l’espulsione forzata e l’esodo dei veneziani (quelli di Terraferma compresi, che devono far posto alle torri di cemento e cristallo del frontline distopico del sindaco) e dello stesso destino imposto agli abitanti delle città d’arte, come dei comuni del cratere del sisma, del Mezzogiorno che si vorrebbe diventasse Sharm el Sheik, dei Sassi ridotti al albergo diffuso, dell’Italia condannata a diventare una imitazione in cartapesta della se stessa del passato, in modo da negarle il futuro.


Masochisti con le ali

dominantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo detto che per fare una diagnosi del confronto politico in corso, del palcoscenico dove è in scena e dei suoi attori ci vorrebbe lo psichiatra, tra delirio di onnipotenza, perversioni sessuali, caratteri distruttivi, paranoia, schizofrenia e doppia personalità e poi altri disturbi e varie sindromi, di Tourette a vedere il turpiloquio impiegato in sostituzione di pacato ragionare, quella di Capgras che porta a ritenere che un proprio ministro o consigliere sia stato sostituito da un impostore, della Mano Aliena, per la quale chi ne è colpito vive nella falsa convinzione che uno sei suoi arti non gli appartenga ma che agisca autonomamente (molto diffusa tra i perseguiti per appropriazione indebita, reati contro il patrimonio, reati tributari), o di Cotard – convinzione illusoria id essere morti – che a volte affligge ex notabili in disgrazia che ultimamente per combatterla si affrettano ad aderire a Italia Viva.

Oggi però vorrei indirizzare l’attenzione sul masochismo, trattato come degenerazione da Krafft Ebing, che in modo semplicistico può essere definito come ricerca dell’appagamento attraverso il dolore o l’umiliazione, di conseguenza come il desiderio d’essere sottomesso e rimanere in balia di qualcuno. Ma qualcuno poi ha ampliato la definizione di masochismo morale di Freud  per descrivere quello sociale,  come un istinto comune, una possibilità presente in tutti gli esseri umani e che può diventare patologico solo superando certi limiti.

Ecco mi viene da pensare che i 5Stelle stiano superando quei certi limiti, sia che a muoverli sia il “piacere” di mantenere le poltrone, sia, non è impossibile, per spirito di servizio, per obbedienza al credo del “non c’è alternativa” che persuade a farsi possedere dal principio di realtà declinato in forma di scienza del compromesso. E che fa pensare che quell’istinto comune esasperato li consegni a qualche padrone da cui farsi soggiogare, oggi il Pd dopo la Lega che li condurrà a fine certa benché si tratti della violenza di un morto che cammina dominato da un morto in marcia.

Basterebbe rifarsi all’ultimo caso  sul quale ci ha informati con sconcerto e indignazione lo storico dell’arte fiorentino Montanari a proposito dell’Aeroporto di Firenze e del ricatto montato da Renzi attraverso la sua cerchia di irriducibili estesa al presidente della Toscana, che pur tra distinguo di schieramento proprio non vuole rinunciare all’affaronissimo, cui si aggiunge il Mibact guidato dal ministro  Franceschini  determinato a impugnare la sentenza del Tar che dichiarava nulla la Valutazione di Impatto ambientale, fermando l’iter di realizzazione della nuova pista.  Abbiamo così saputo che il programma del sindaco Nardella che comprende un’agenda di oltraggi: Aeroporto dunque, Alta Velocità e incremento turistico nella città sotto osservazione dell’Unisco proprio a causa del suo cambio di destinazione, da città d’arte a disneyland, è stata votata anche dai 5stelle.

Racconta Montanari: “I pentastellati del consiglio comunale di Firenze si sono affrettati a votare il programma di mandato di Dario Nardella (clamoroso salto dall’opposizione all’appoggio esterno), che hanno scoperto essere “del tutto in linea con il programma per le elezioni comunali presentato ai cittadini la scorsa primavera in occasione della tornata elettorale”. Dopo che i loro elettori, inferociti, hanno fatto notare che quel programma contiene anche il pacchetto delle Grandi Opere del Giglio Magico, hanno chiarito che non avevano capito su cosa si votasse, e dichiarato che “è diverso il giudizio sul completamento del nodo Alta Velocità (n.d.r. La linea sotterranea di collegamento tra le tratte AV che, da nord e da sud, arrivano a Firenze,  composta da un doppio tunnel di circa sette km e una stazione interrata 25 metri sotto il livello del suolo, compresa la Fortezza Basso), così come concepito che, nella sua natura di opera costosa e inutile, riteniamo sia l’ennesima occasione dell’incredibile sperpero di denaro pubblico che nulla ha a che vedere con il bene collettivo”.

Accidenti pare di stare all’Europarlamento dopo il voto sulla famosa risoluzione che equiparava nazismo e comunismo, sulla quale ci tocca leggere gli autodafè fino ai non sorprendenti  Sassoli o Pisapia, di quelli che se c’erano dormivano, di quelli che si erano distratti, di quelli che non avevano capito bene, di quelli “che nessuno ce l’aveva spiegato di cosa si trattava”.

C’è davvero da domandarsi se ci sono o ci fanno, se dopo essersi associati alle infamie di Salvini, adesso è arrivato il momento di associarsi all’altrettanto indecente comitato d’affari toscano, che ha riconquistato la festosa accondiscendenza della ministra De Micheli, accusata prima  di partigianeria campanilistica dando la priorità agli interventi emiliano-romagnoli.

Per carità se di masochismo si tratta chissà se sono stati soggiogati fino alla sottomissione dall’immagine del grado più elevato delle quote rosa di Italia Viva, in stivali alti (ci ha appena fatto sapere  nei suoi interventi programmatici  che non rinuncerà mai ai tacchi a spillo, il suo marchio) e frustino. In questo caso dopo il dolore e la gradita umiliazione, la ricompensa parlerebbe la lingua del cemento,   della speculazione, dello sfruttamento del territorio e dei profitti che ne derivano.

Le vicende del nuovo aeroporto di Firenze riproiettano il film già visto di Tav, Mose, Expo, quello  dell’aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, di annullamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, delle scelte decise da una cerchia opaca locale ma con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche nazionali e confortate dall’appoggio della stampa, con la sostituzione della necessaria informazione dovuta con le inserzioni a pagamento e con ineffabili offerte di referendum a posteriori e limitati alla cittadinanza locale, dopo che i proponenti: Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge e proprio come ogni tanti si sente riproporre per la Tav.

E infatti la sentenza del Tar – dopo che il Governo Gentiloni aveva tentato per decreto di annacquare gli aspetti più evidentemente “sporchi” della faccenda,  ipotizzando perfino che le decisioni finali fossero attribuite a un Osservatorio dal quale erano estromessi i sindaci interessati all’infuori di Nardella – serviva a ripristinare delle condizioni di legalità, contestando che l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto presentava caratteri di illegittimità, a partire dalla variante del Piano di indirizzo di previsione della nuova pista, dalla presentazione alla Via non di un progetto definitivo come prescrive la legge, bensì di un masterplan.

Ma non basta, come al solito intorno all’opera si sono intrecciate varie leggende e narrazioni fasulle, a cominciare dalle previsioni sul traffico aereo che altro non sono che auspici messi alla prova dalla realtà, da quella sul “volano occupazionale”,  quando  già da tempo negli aeroporti della Toscana si assiste alla riduzione ed alla precarizzazione del lavoro e quando si tratta di mansioni poco qualificate, quella sui costi a carico dei privati che esonererebbero gli investimenti pubblici (che ammontano già 50 milioni a fondo perso), o da quella che attribuisce agli aeroporti un ruolo di motore di  progresso, quando gli esempi degli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle,  Nantes, Frankfurt, Narita, e Shiphol stanno a dimostrare che si tratta di città artificiali dentro alle città.

E che comportano interventi pesanti che determinano un tremendo impatto costruttivo, per via del commercio, della logistica e del terziario   che viene sviluppato per rendere economicamente sostenibile l’investimento, una pressione formidabile sul traffico imponendo la creazione di infrastrutture stradali e ferroviaria di collegamento, un impatto inquinante acustico, atmosferico ma anche in termini di consumo di suolo e trasformazioni territoriali e sociali, quelle che hanno mobilitato l’opposizione degli abitanti a Heathrow e Manchester.

Speriamo che i cittadini non siano masochisti e si ribellino perché proprio come la Tav si tratta di un’opera che corrisponde a una aspirazione più velenosa del cherosene,  quello della definitiva trasformazione delle nostre città e del nostro Paese in una parco tematico, con gli abitanti retrocessi a inservienti, affittacamere, osti, facchini, camerieri. Perché è questo che intendono per Italia Viva.

 

 

 

 

 

 


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