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I palinsesti delle bugie

La-mAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche tempo fa una notizia è divampata sulla stampa e sui social accendendo il fuoco dello scandalo: un neomelodico – proprio come un qualsiasi Andreotti a proposito di Ambrosoli  – ha detto la sua  in un salotto del servizio pubblico, senza essere contestato o censurato dal bravo presentatore, sostenendo che  Borsellino (oggi ricorre l’anniversario del suo assassinio) se l’è cercata, ben sapendo a cosa andava incontro con le sue inchieste giudiziarie. Lo scalpore suscitato arriva ai piani alti della Rai e l’Ad Salini apre una inchiesta per risalire ai responsabili, che poi sarebbe lui stesso, che hanno invitato, ospitato e dato visibilità a “uno che scrive canzoni sullo zio ergastolano, boss al carcere duro per mafia” e oltraggia la memoria dei martiri assassinati dalla mafia. Ne avete saputo più niente?

Quello che secondo il suo ideatore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/12/malarealiti/ )  doveva essere il Truman show nostrano dell’informazione   ha continuato a andare in onda (credo che l’ultima puntata risalga all’altro ieri) con ascolti così bassi da giustificare il suo trasloco in seconda serata e la sua fine prematura ben più del clamore creato dallo scivolone e dagli ospiti provocatori e “riprovevoli”. E non si hanno informazioni sulla indagine promossa dai vertici.

Ieri Carola Rackete  è stata ascoltata dai magistrati di Agrigento, e ieri come oggi dei profughi arrivano sulle nostre coste e scompaiono nel silenzio delle nostra “accoglienza”  e dalla scena pubblica come è evaporato l’interesse di media e rete per i contendenti celebri.

Possiamo fiduciosamente aspettare che vengano dolcemente zittite le grida  in cirillico sui rubli di slavini con la stessa rapidità con cui è stato rimosso anche dalle brevi in cronaca il volto del riccioluto putto fiorentino Lotti, o come sono state resettate le gesta della dinastia Renzi.

Si tratta di una delle modalità con le quali l’instancabile fabbrica della menzogna e della manipolazione e i suoi house organ produce e confeziona la sua informazione. Se ne aggiunge un altro ultimamente: una  doverosa e pudica coltre di segretezza è stata stesa dalla magistratura – della quale abbiamo imparato a conoscere una certa indole a dividere i risultati della sua attività anche in fase di cantieri aperti, con amici della stampa, offrendo intercettazioni pruriginose – volta a per tutelare minori e famiglie. adesso però stampa e social sono pieni di allusioni, avvertimenti trasversali nei quali non si fa menzione dell’inchiesta, non si informa sullo stato dell’arte, perchè l’attenzione delle due solite tifoserie è rivolta alla condanna o al plauso ben collocata nella spirale di silenzio nella quale si sono avvitati investigatori, organi di controllo,  commentatori, tutti condannati per aver detto o non detto, sospettato o nascosto, sibilato indiscrezioni per colpire l’avversario, manomesso i fatti per discolparsi.

L’unico effetto certo ad ora è che su quell’orrore è operativa l’autocensura, grazie alla quale – proprio come per altre vittime – non sappiamo nulla della condizione e della sorte che attende i soggetti colpiti, quelli più esposti e vulnerabili, nemmeno di quello che aspetta i sospettati carnefici. E scompare dalla scena anche quella categoria di attori, sostituti dell’azione di  vigilanza e assistenza assegnata allo Stato, e che dallo stato dovrebbe essere regolata e verificata e che non è eccessivo ormai definire una lobby intoccabile di nuovi sacerdoti che officiano le relazioni personali: psicologi, mediatori familiari, consulenti, coach sui quali pare non sia più lecito sollevare dubbi, come accade per il terzo settore, compreso quello di Imperia, ma come avviene ormai anche per collaudatori di ponti, ingegneri idraulici, periti, sismologi e clinici.

Così la vera notizia di questi giorni è la non-notizia, l’informazione che vine offerta al pubblico verte su quello che non si dice, non si fa sapere, non si vuole sapere, in un serrato confronto di avvertimenti trasversali, insinuazioni, sospetti, ammiccamenti e allusioni.

L’industria della menzogna sviluppa i suoi brand in molti modi tradizionali: taglia la verità, mutilandola e conservando solo quello che conviene, la capovolge dando voce solo ad una parte, o estrapolando e esaltando un contenuto (è un’abitudine molto seguita dai nostri giornaloni che sanno bene che il pubblico si sofferma sul titolo e si stanca di leggere tutto l’articolo), la sottopone a benevoli maquillage omettendo particolari molesti, grazie all’esercizio dell’eufemismo perfino in caso di guerre convertite in necessarie azioni di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale e esportazione di democrazia. E poi la elude, quando i tromboni coprono il rumore di fondo dei problemi e dei bisogni, suonando l’allarme per mettere in guardia e chiamare a raccolta per contrastare il nemico appena confezionato o frutto di anni di preparazione, l’immigrato, il terrorista, il diverso, quello che ama, mangia, beve e crede in modo differente da noi. O la addomestica infilandola a forza dentro i canoni della leggerezza consumistica, della moda quando l’aiuto umanitario viene offerto sotto forma di vacanza esotica condita dalla pratica sul campo di tutela di specie che abbiamo provveduto finora e far estinguere, quando l’ambientalismo si realizza raccogliendo bottiglie sulla battigia, indossando la maglietta di uno dei tanti juke box ecologici foraggiati dalle aziende inquinanti, quando si sta nelle proprie comode case a fare il tifo per l’orco o l’eroina.

Ma soprattutto viene rimossa, perchè è scomoda per i potenti che hanno imparato a erogare solo i frammenti di quello che è utile far sapere, assoldando la stampa, creando situazioni di fidelizzazione e affiliazioni che abbiamo imparato a conoscere bene nel ventennio berlusconiano quando venivano denunciate da quelli che ne fruivano: ospitate in tv, pubblicazioni e libri in case editrici padronali,  inviti in luoghi esotici sotto forma di esibizione della trasparenza dei comportamenti, ma anche in un modo più subdolo del quale hanno beneficato penne celebrate, quello dell’elargizione in esclusiva di notizie, gossip, indiscrezioni e intercettazioni.

Tutto questo continua perchè da noi non servono i bavagli. basta un po’ di autocensura e il gioco è fatto. E non solo perchè ormai lo prevedono le regole deontologiche della professione giornalistica, perchè hanno finito per rispettarle anche i trombettieri e gli opinionisti della rete, ma perchè a tutti fa comodo favorire la dimenticanza delle responsabilità e l’aspirazione alla libertà, promuovere con l’oblio del tempo trascorso, il primato dell’immanenza, edulcorata o gridata a seconda del vento che tira, per rimuovere il futuro e contenere l’esercizio della speranza, dell’utopia e della possibile alternativa a quello che subiamo sotto anestesia,

 

 

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Guerra a Primavalle

primav Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un assedio notturno di oltre 200 agenti in tenuta antisommossa, iniziato alle 23.30 e durato tutta la notte, con 18 blindati della polizia, 6 camionette dei carabinieri, 6 defender, 2 camion idranti e un elicottero,  si è concluso  nella mattina di ieri con lo sgombero, programmato da tempo dalla Prefettura, della vecchia scuola di Primavalle, occupata da quasi 20 anni da circa 350 persone per lo più stranieri ma anche famiglie italiane con molti minori.

Il Campidoglio ha reso noto di aver proposto a 199 di loro,  soggetti “in emergenza abitativa”,  supporto e accoglienza alloggiativa all’interno di un progetto personalizzato di inclusione. Ma voi ci credereste se foste stati trattati   come  criminali,  già bollati da irregolari, già dichiarati  fuori legge quando siete entrati in Italia o quando avete occupato, costretti con la minaccia  a  lasciare un tetto precario  che però è l’unico che vi abbia dato riparo? 

E’ passato poco meno di un anno da quando il ministro dell’Intermo si è macchiato di una colpa poco rammentata  e biasimata,  forse perchè non ci sono in ballo intrepide valkirie e nemmeno Buzzi e Odevaine,   ma solo qualche sfigatissimo centro sociale. Parlo di quella circolare, ben puntellata dalla direttiva Minniti dell’anno precedente,  che ha stabilito che le occupazioni abusive di stabili sono non una negligenza e una responsabilità di Stato, governo centrale e amministrazioni locali, incapaci, corrotti e dissipati ma pure incravattati da vincoli esterni, bensì  una emergenza di ordine pubblico da contrastare – per «il miglioramento delle condizioni di vivibilità delle città» e «la prevenzione delle situazioni di degrado e di condotte illecite» – con la doverosa repressione muscolare e con i necessari strumenti di garanzia, delicato eufemismo per definire quello che è capitato ieri a Primavalle.

Come sempre annusando dietro ai dogmi si sente il fetore dello sterco del diavolo e infatti la circolare era la non inattesa reazione alla sentenza di un paio di mesi prima del tribunale di Roma che aveva stabilito che il Viminale risarcisse per 28 milioni la proprietà dell’ex fabbrica Fiorucci a Tor Sapienza, occupata nel 2009 e diventata anche uno spazio espositivo autogestito (il Maam, a conferma di che lana caprina sia l’ideologia del salvinipensiero.  Un susseguirsi di sentenze del giudice civile rendevano sempre più potente la pressione proprietaria:  in Italia secondo l’Istat 7 milioni di alloggi disabitati, togliendo le seconde case sono  quasi tre milioni gli appartamenti sfitti e più di 650 mila famiglie iscritte da anni alle graduatorie per un alloggio di residenza pubblica e per  l’Eurostat, il 9 per cento della popolazione e il 14 per cento dei minori vivono in una condizione di “disagio abitativo grave”.

E se Roma piange con 92 insediamenti abusivi “ufficiali” Milano non ride:  sono diecimila le case popolari non assegnate e 23 mila le famiglie in graduatoria, 42 gli stabili occupati e   la stima degli inquilini fuorilegge è di circa 1300. Basta pensare al Giambellino, quello del Cerutti Gino che oggi sarebbe in graduatoria con migliaia di persone  che aspettano una casa popolare che non viene assegnata: su  2.667 alloggi, più di 900  sono vuoti e più della metà è stata  occupata, tanto che ripetutamente la regione ha chiesto l’invio dell’esercito.

L’azione dell’Aler, l’azienda regionale per l’edilizia in fallimento e commissariata in attesa della attesa autonomia, si è limitata per ora a mettere i chiavistelli alle abitazioni vuote togliendo i sanitari e le tubature e a lasciare nel degrado e nell’abbandono quelle abitate regolarmente e irregolarmente. Ma rivendica che negli anni ha ristrutturato una novantina di alloggi, una novantina su 900 sui quali ha competenza. Il perchè è presto detto, visto che fa parte di un processo in corso in tutta la Capitale morale, rendere invivibile la città per gli abitanti, cacciarli nell’Hinterland e intervenire dopo con investimenti pubblici oltre che privati per allineare i vecchi quartieri popolari agli standard della nuova Gran Milàn, quella degli emiri, dei fondi sovrani, delle Olimpiadi del terziario oligarchico. E infatti nel 2013 arriverà al Giambellino la metro e in attesa alcuni terreni sono stati ceduti all’azienda che la sta realizzando, e della quale il comune è socio di maggioranza,  cui è concesso di farne uso in festosa deroga delle norme urbanistiche.

Indovinate chi nel 1994 coniò lo slogan “padroni in casa nostra!”. Fu lo stesso dei condoni e delle leggi che hanno contribuito a gonfiare il valore immobiliari delle abitazioni come voleva il crescere delle bolle immobiliari soffiate qui da oltre Atlantico facendo della casa, ma solo per chi poteva permettersela, o per chi si illudeva di potersela permettere, il pilastro su cui poggiava la società. E creando la contempo le basi di un permissivismo  nei confronti della cancellazione delle regole di tutela, derubricando corruzione e speculazione come effetti collaterali e inevitabili dello sviluppo.

Nemmeno la crisi dei subprime li ha fermati: nel 2009 sempre Berlusconi annuncia il Piano Casa e da allora Regioni e Enti locali fanno a gara nel mettere a punto un impianto di deroghe e licenze alla pianificazione   per appagare gli appetiti sempre più voraci delle lobby edilizie e immobiliari, ma il record va giustamente attribuito ai governi Monti, Renzi e Gentiloni che producono quei provvedimenti in favore del settore privato che hanno trasformato l’urbanistica in un format per la negoziazione tra amministrazioni e lobby, nella quale sono sempre le prime a rimetterci. I Piani regolatori vigenti contemplano incrementi di cemento illimitati: solo a Roma e a Milano ammontano a 120 milioni di metri cubi, dando a intendere che siano al servizio di un milione di nuovi abitanti in città che perdono popolazione da trent’anni.

Ma basta guardare ai centri storici delle due capitali, a Firenze, a Venezia, a Napoli, a Palermo per immaginare che ricambio hanno in mente gli impresari della rendita parassitaria. Converrebbe stare al fianco dei 350 di Primavalle, può essere che prima o poi sfrattino anche noi.

 

 


Ursula, Matteo ed Elsa

teaserbild-eu-deutsch-italienische-beschaeftigungsinitiativeMa che bello vedere il giubilo per l’elezione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea: finalmente una donna, come donne sono la papessa dell’Fmi nonché prossima capa della Bce e la Merkel,  dunque una grande soddisfazione per quel femminismo piccolo borghese che ha venduto l’anima al mercato. Ma chi è costei, oltre a discendere dalla grande borghesia tedesca, essere pronipote di quel Ludwig Knoop che fu uno dei più grandi imprenditori europei in campo tessile del XIX° secolo, insuperabile sfruttatore di lavoranti russe, e figlia di Ernst Albrecht, recentemente scomparso, ma per 13 anni primo ministro della Bassa Sassonia, distintosi come uno dei maggiori fautori della politica nucleare? Le ascendenze non sono immediatamente percepibili visto che la signora, secondo tradizione sassone e anglosassone, porta il sempre il cognome del marito, come la signora Merkel del resto e tuttavia questa Ursula ha parecchio a che vedere con l’Italia nonostante paia a metà tra i Buddenbrook e la Caduta degli dei, tra il Bilderberg e le armi visto che attualmente è ministro della difesa, impegnata (con scarso successo) ad aumentare del 3% all’anno il bilancio militare  e a quadruplicare gli effettivi delle forze armate.

E’ il febbraio 2012 quando la signora scende in Italia in qualità di ministro del lavoro tedesco per spiegare alla Fornero cosa doveva fare sulle pensioni al fine di ottemperare ai diktat europei ( la famosa letterina del 2011 che diede il via alla sagra dello spread) e suggerire al ministro dell’istruzione Profumo come modificare l’idea di scuola facendone un semplice ponte tra banchi e banconi di lavoro. Tuttavia a Berlino e Bruxelles ci si rende conto che l’operazione Monti è destinata ad avere un successo effimero e che occorre trovare un leader potenziale per sostituire il malaccorto professore e per superare Berlusconi che è ormai inutilizzabile in prima persona. Ma è proprio dagli ambienti del Cavaliere che arriva il suggerimento: c’è in provincia un giovane ambizioso, cattolico, conservatore dentro e nuovista fuori, legato al mondo berlusconiano per via dell’azienda di famiglia, che contesta da destra gli apparati del Pd. E’ un personaggino, ma buca lo schermo, è adatto alla politica fattasi media, è l’uomo giusto per l’Italia mediocre, fatua, opaca creata da vent’anni di berlusconismo. E fa il sindaco a Firenze.

Così alla fine di maggio dello stesso anno, ossia del 2012, in occasione di un convegno appositamente organizzato dalla J.P. Morgan ( sapete quella banca a cui stanno sul cazzo le costituzioni antifasciste), calano su Firenze Tony Blair e la nostra Ursula  come plenipotenziaria della Merkel, i quali mettono in piedi una pantomima di pranzi e dichiarazioni che lanciano Renzi come principale personaggio delle primarie del Pd. Matteo per statuto non potrebbe partecipare alle primarie, ma dopo una colazione  fra Renzi e Blair all’hotel  St. Regis di piazza Ognissanti, l’ex svenditore inglese del Labour dice che si è parlato di primarie e di aver chiesto delucidazioni in merito alla partecipazione del sindaco. In pratica un endorsement che fa capire come a Renzi non sarebbero mancati né gli appoggi, né le risorse e un monito al Pd perché cambi le regole e permetta all’enfant prodige di partecipare. Detto fatto.

Per la cronaca il nome di Renzi era uscito fuori dagli ambienti berlusconiani come dimostra un documento all’esame del Pdl su “come vincere le elezioni del 2013”, pubblicato dall’Espresso subito dopo il vertice fiorentino con Ursula e Blair, nel quale si consiglia di spiazzare tutti candidando un  premier a sorpresa, pescato dalla squadra avversaria, vale a dire il giovane sindaco di Palazzo Vecchio. Insomma c’era concordanza di intenti tra l’Europa e il vecchio sporcaccione consapevole di non poter più scendere in campo senza una controfigura, un kagemusha. Ora domandatevi che cosa ci possiamo aspettare dalla signora Ursula a capo della commissione europea e proprio nel momento in cui la Lagarde, cui non dispiacerebbe l’eutanasia per pareggiare i contI delle pensioni, si appresta a prendere il posto di Draghi alla Bce (con un vice tedesco) . Chi festeggia non è fuori di testa, la testa non l’ha mai proprio avuta.


Lottizza, lottizza… e Lotti restò solo

RAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati tempi nei quali quasi nessuno sapeva chi fosse Luca Lotti, salvo gli addetti ai lavori che di lui avevano appreso che era l’amico del cuore dell’allora presidente del consiglio fin dagli esordi politici del ragazzone di Rignano, proveniente come lui dagli ambienti democristiani di partito, canonica e patronato.

Si raccontava che quel suo stare nell’ombra era generato da un’indole riservata e schiva così lontana dagli usi dei conterranei al governo. E infatti circolavano poche interviste strappate e scarne dichiarazioni, almeno fino a oggi, quando è salito, come si diceva una volta, agli onori della cronaca e ha  rivelato una inedita vena colloquiale e narrativa.

Ma qualcuno che volesse conoscere meglio  il personaggio che nella sua tenebra  ha mestato e maneggiato per orientare  le nomine del Consiglio superiore della magistratura, per collocare ai vertici della Procura di Roma e di Firenze, Torino, Brescia, Salerno, persone “fidate”, così da poter pilotare indagini scomode, in testa quella sulla Consip, la centrale acquisti della Pa, nella quale è coinvolto lui con l’accusa di favoreggiamento, insieme all’imprenditore Romeo e ai capostipiti della dinastia Renzi,  potrebbe trarre qualche gustoso spunto ascoltando, per esempio,  un dialogo con il direttore della Nazione del novembre scorso, nel quale il giornalista con quel piglio indagatore che contraddistingue la nostra informazione ufficiale lo mette alle strette interrogandolo sui destini del Pd intrecciati con quelli della Toscana, del Paese e dell’Europa.  E  lui, con quel bel vernacolo e il volto immoto che lo fa parere un figurante minore in uno spot telefonico di Panariello nel ruolo dell’ebetino che non sa scegliere l’abbonamento migliore, fa sapere che bisogna tornare all’Europa dello Spinelli, del quale fa capire di essere appassionato agiografo,  che la vita di un partito è così, si va e si viene e dunque   al governo del finto cambiamento succederà quello del desiderato riformismo moderato del sua partito. E che il problema di Firenze ben governata da Nardella gli è il trafficohh, proprio come nella Palermo di Lima, problema che però è in via di soluzione grazie ai buchi della sotterranea, così la città del Giglio sarà pronta agli alti destini che le riserva la realizzazione del nuovo aeroporto.

Vale la pena di sopportare quei 10 minuti di giornalismo minore o forse di antropologia in pillole, perché risulta ancora più sconcertante la figura del personaggio che, come nella tradizione toscana inaugurata da Gelli  e senza tirare in ballo il mostro di Firenze – lui è di Empoli – ha compiuto i suoi crimini nell’occulto poco appariscente delle siluette sullo sfondo dell’esibizionismo narcisistico di quella cerchia. E non si capisce se fosse per calcolo, in modo che l’accreditato non sembrasse minaccioso per interessi altri in competizione, o invece per pudore di mostrare a chi erano state affidate mansioni così delicate. Perché se proprio  in seno alla Leopolda c’era bisogno di forgiare un faccendiere intrigante e poliedrico, un trafficone così multitasking: sport, banche, infrastrutture, servizi segreti, allora almeno per accontentare la stampa e il nostro immaginario piuttosto che il Lotti detto “il lampadina” per via dei capelli più che dell’intelligenza luminosa, torpido e scialbo come un impiegato del catasto, eravamo autorizzati a aspettarci un eroe negativo più torvo e mefistofelico.

Oggi che si esprime e parla, parla, parla, si espone e si dimette trincerandosi dietro prestigiosi correi, è ancora più inspiegabile la sua carriera, basata su una personalità accreditata come eclettica e versatile dietro l’apparenza rassicurante di un uomo macchina, come lo definiva il suo più influente datore di lavoro e di fiducia già al suo primo incarico in Provincia di Firenze, disposto a agire senza comparire e mettere in ombra il suo protettore, spregiudicato con l’aggravante sempre rivendicata da quella cerchia: solo chi fa sbaglia, come ha sempre proclamato la divinità più citata del loro pantheon, Blair cui si deve l’emblematico aforisma:  «Il potere senza principi è sterile, ma i principi senza poteri sono inutili».

Grazie al suo atteggiamento di servizievole “numero 2” o 3 o 4 al bisogno, in ossequio al mito del giovanotto che si fa da sé, venuto su dal nulla e ricompensato per la sua generosa fidelizzazione, è stato collocato dove serviva:   sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri con delega all’editoria nel Governo Renzi, quando serviva un po’ di potere di persuasione e ricatto, di blandizia e intimidazione nei confronti della stampa per far accettare il piccolo napoleone, influente segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica, quando occorreva qualcuno che facesse il cagnetto da guardia nel settore delle opere e degli appalti, e della spesa pubblica quando era bene ridurre quella sociale, ministro dello Sport  nel governo Gentiloni, quando la partita i gioco era quella degli stadi da realizzare ( vecchi : Juve (155 milioni), Sassuolo (3,75 milioni) e Udinese (500 mila euro all’anno),e nuovi: Roma   e Fiorentina)non per appagare la voglie di circenses in cambio di pane dei tifosi, ma l’avidità di costruttori e immobiliaristi premiata grazie all’urbanistica contrattata che concede loro aree a prezzi stracciati, deroghe illegittime, cubature per terziario e lottizzazioni spericolate  e riserva alle amministrazioni e a noi l’onere delle infrastrutture necessarie.

Per non dire della sua candidatura continuamente ripresentata alla delega ai  Servizi Segreti, incarico che, lo comprendiamo meglio oggi, era strategico al suo ruolo di mestatore istituzionale e gli avrebbe permesso di comandare in prima persona nella guerra delle intercettazioni e di proteggere dalla poltrona più prestigiosa la figura e l’onorabilità del suo boss, oggetto, Renzi lo scrive in una sua immortale opera letteraria, di un complotto ordito da magistratura sleale e Arma infedele, capitano Ultimo compreso.

Per non dire anche della veste assunta di patron dell’aeroporto di Firenze, quello che, sono parole dell’ex sindaco e oggi di quello in corso, accrediterà la città del Giglio come destinazione turistica, in barba alle preoccupazioni dei residenti e pure dell’Unesco, e simbolo rivendicato del partito del Si, che vuole contrastare quello dei No, compresi ben 20 sindaci dell’area interessata che da un anno si battono contro l’imprudente iniziativa e l’esclusione dal processo decisionale. Ci teneva talmente a quel progetto da farsene pubblicamente testimonial alla faccia delle denunce per la dimostrata incompatibilità ambientale: altera in modo irreversibile l’equilibrio dell’ecosistema della Piana e minaccia la salute di tutte le popolazioni da Firenze a Prato a Pistoia, è inconciliabile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli; gli auspicati 5 milioni di passeggeri/anno si combinano con emissioni, rumori, polveri, rischio idrogeologico e consumo di altri 380 ettari di suolo in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti.

E ci credo che il Pci, il Pds, il Pd non hanno mai voluto cavalcare il destriero vincente della condanna del conflitto di interesse: la loro visione geopolitica della globalizzazione è sempre servita per incastrarci dentro il disbrigo delle loro faccenduole sporche e dei loro affari di famiglia. E, viene da dire, il povero Lotti si occupava, di nome e di fatto, delle lottizzazione, come un collettino bianco  proteiforme e come un manovale premuroso.

A loro piace la fidelizzazione non la fedeltà e  lo doveva sapere che l’avrebbero lasciato colare a picco e da solo, facendolo passare per un genio del male, mentre era solo l’incarnazione di un clan di piccoli marioli alle prese con un golpe più grande di loro.

 

 

 

 


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