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L’Europa contro il Lavoro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come ho ricordato in un mio post di ieri, per capire in che direzione andavano i quasi 50 provvedimenti, alcuni dei quali impropriamente definiti riforme, licenziati da un succedersi vario di governi dalla fine degli anni ’90  in poi, basterebbe guardarsi intorno e verificare se i loro capisaldi hanno prodotto l’effetto promesso di mettere in moto l’occupazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/30/impauriti-ricattati-e-disoccupati/  ).

E per ricordare, ce ne fosse bisogno, che non è lecito imputare  la demolizione dell’edificio dei diritti, delle conquiste e della garanzie del lavoro all’empio ventennio berlusconiano, possiamo cominciare dal cosiddetto Pacchetto Treu, anno 1997, Presidente del Consiglio Romano Prodi, il cui obiettivo, cito, consisteva  nella “modernizzazione del diritto del lavoro novecentesco incapace di svolgere le sue funzioni di tutela e promozionali in un mercato contraddistinto, in quegli anni, dall’avvento della terza rivoluzione industriale e dalla crescente globalizzazione”, perciò concentrato  sulla flessibilità in entrata (fu permesso il lavoro interinale), sul superamento del monopolio pubblico del collocamento, su nuove modalità per la gestione del rapporto di lavoro (part-time) e su una rinnovata attenzione verso la transizione dalla scuola al lavoro (apprendistato e tirocini).

Quei due punti in più registrati dalla quantità di posti di lavoro ma non dalla qualità, misero le basi della Legge Biagi (2003, firmata dal Presidente Berlusconi e dall’allora ministro del Lavoro Maroni)  accreditatasi con un largo appoggio bipartisan, proprio per l’intento di «aumentare […] i tassi di occupazione e promuovere la qualità e la stabilità del lavoro», grazie alla “regolazione di nuove tipologie contrattuali, all’attenzione riservata al rapporto tra formazione e lavoro con il riordino del contratto di apprendistato; ai maggiori spazi concessi alle Agenzie per il lavoro, anche al fine di sviluppare il ruolo degli enti bilaterali”.

Vien proprio da dire che “è l’Europa che ce lo chiede” non è stato solo l’ammonimento inconfutabile dei sacerdoti che invitavano alla devozione e all’atto di fede comunitario, ma un principio irrinunciabile che ha intriso con il veleno della discriminazione, della disuguaglianza, dell’incertezza la produzione normativa del nostro recente passato, con la prima modifica dell’articolo 18 (2012) funzionale all’applicazione della Legge Fornero, durante il primo commissariamento del Paese con il golpe bianco di Napolitano/Monti e poi con il Jobs Act, anticipato dalle disposizioni per la liberalizzazione dei contratti a termine (d.l. 20 marzo 2014, n. 34) e declinato in otto decreti legislativi approvati nel 2015 e seguiti, nel 2016, da un decreto correttivo e, nel 2017, dal c.d. Jobs Act degli autonomi e del lavoro agile dedicati al “riordino” degli ammortizzatori sociali, alla regolazione delle tipologie dei contratti a tempo indeterminato, alla “conciliazione vita professionale e vita privata”, alla semplificazione  e alla videosorveglianza.

Presentato con l’etichetta usurpata di “riforma”, il Jobs Act che già dal nome rivela la natura subalterna e gregaria della sua impostazione attribuì i successi, mai confermati dalla realtà, e nemmeno dai dati Istat e Inps, nella creazione di nuovi posti alla, cito ancora, “generosa decontribuzione concessa a tutti i datori di lavoro che avevano assunto a tempo indeterminato nel corso dell’anno 2015”, un incentivo costato alle casse dello Stato ben 18 miliardi e finito in quelle padronali, visto che ruotava attorno a meccanismi premiali per le imprese senza intervenire minimamente sulla qualità dell’occupazione, sulle retribuzioni, sugli investimenti in sicurezza oltre che innovazione.

Queste ultime normative hanno trovato una ragion d’essere teorica e “morale” e un humus favorevole nell’ideologia dell’austerità, il bastone che ha tenuto dritto il corpaccione del tiranno per anni, e che ha determinato un doppio effetto a  svantaggio delle “classi subalterne”: quello  di autorizzare il taglio diretto della spesa sociale; e quello grazie al quale nel protrarsi della crisi, nell’incrementarsi della disoccupazione di massa, si indebolisce la capacità contrattuale di lavoratori tramite una gamma di ricatti e intimidazioni, dalla sostituibilità tra occupati e disoccupati, dalla pressione virtuale della concorrenza degli immigrati, dalla conflittualità alimentata da arte tra “garantiti” e precari, anche quelli, come gli stranieri, pronti a tutto per la sopravvivenza e funzionali a livellare in basso il livello delle rivendicazioni. E’ indubbio che ci sia anche un contenuto più che morale, moralistico, nella creazione di una falsa coscienza nutrita dai sensi di colpa coltivati grazie all’imputazione di avere voluto troppo a danno delle generazioni a venire, e dunque alla condanna conseguente al sacrificio, all’abdicazione penitenziale e alla rinuncia alla dignità e ai diritti.

È perfino banale ricordare come il Mezzogiorno continentale sia stato da subito identificato come il laboratorio per testare il dominio di una sovranità sovranazionale e la fisiologica riduzione di democrazia che ne consegue. All’Europa piace vincere facile, strafare per sentirsi più forte con noi, che non abbiamo nemmeno tentato un referendum per sottrarci ai suoi diktat, che abbiamo subito senza batter ciglio la cancellazione della scadenza elettorale chissà fino a quando e l’imposizione di una commissario liquidatore che da anni anticipa esplicitamente le sue soluzioni finali cui siamo destinati e che troviamo scritte di sua mano in lettere, programmi globali, interviste, grigie profezie non per questo meno fosche sibilate in Senato.

Si vede che il processo per imporre la gestione da remoto, andava accelerato con un secondo putsch tecnico, si vede che non era sufficiente l’atto di obbedienza alla monarchia sottoscritto col nostro sangue da governi incaricati di scrivere le leggi sotto dettatura.

Ogni tanto il faraone rende merito a quegli scriba. In questi giorni abbiamo appreso che a smentire il  Comitato europeo dei diritti sociali che con il sostegno della Confederazione Europea dei Sindacati, si era espresso denunciando che il Jobs Act  violava il diritto di lavoratrici e lavoratori a ricevere un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione in caso di licenziamento illegittimo, ci ha pensato la Corte di Giustizia europea sentenziando la congruità della riforma di Renzi con il diritto comunitario.  

La Corte, istituita con il compito di garantire l’osservanza del diritto comunitario nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione, si è pronunciata in merito al caso di un dipendente della Consulmarketing, licenziato illegittimamente insieme a altri 349 colleghi nel  2017, unico a non essere stato successivamente reintegrato grazie al ricorso accolto dei lavoratori, essendo stato assunto dopo l’entrata in vigore della “riforma” e avendo perciò diritto soltanto a un risarcimento per il comportamento illegale del datore di lavoro.

E non basta la rivendicazione della discriminazione e dell’ingiustizia a norma di legge, i giudici  hanno giustificato la decisione riaffermando che la misura del Jobs Act non solo è legittima e compatibile con il diritto europeo, ma possiede la qualità di  costituire un incentivo per la creazione di nuovi posti di lavoro, secondo il principio proporzionale impiegato anche nelle rappresaglie: per far lavorare qualcuno bisogna licenziare un congruo numero di sfortunati o meglio, di immeritevoli.  


La Giostra degli insostituibili

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«Non siamo insostituibili perché siamo i migliori. Al contrario, siamo i migliori in quanto insostituibili»

La frase viene attribuita a un anonimo “mandarino”, un capo di gabinetto che un anno fa ha affidato la sua lunga confessione a Giuseppe Salvaggiuolo che l’ha trasformata in un libro: “Io sono il potere”, che non è diventato un “caso” perché probabilmente era una troppo perfetta raffigurazione plastica di quello è stato definito il nucleo cesareo del potere. Quel nocciolo duro nel quale la burocrazia dei vertici si politicizza in qualità di potere sostitutivo per ovviare  alle insufficienze e all’impreparazione della politica.

Possiamo star certi che lo staff del neo presidente del Consiglio  si senta investito di quel “potere” imprescindibile per la missione di convertire in “fatti” le promesse e le minacce perfino di un esecutivo di “tecnici”, sulla cui perizia organizzativa e fattuale è lecito nutrire dubbi (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/14/i-competenti-e-se-fossero-stupidi/ ).                 .   

Si deve ritenere sia fiero della definzione di “boiardo” che deriva dallo slavo antico per indicare una casta nobiliare quella di latifondisti che via via acquisirono funzioni amministrative, il capo di gabinetto scelto da Draghi per affiancarlo e che si dice abbia sintetizzato la sua visione personale e di civil servant in un libro dal titolo eloquente “Il metodo Machiavelli. Il leader e i suoi consiglieri: come servire il potere e salvarsi l’anima”, attribuendosi la rara facoltà di potersi sporcare le mani con la prassi conservando integrità e coscienza pulita.

Magari lui ci riesce, mentre è lecito sollevare dubbi sull’efficienza di questa combinazione di controindicazioni in forma di burosauro: filosofo, come ormai si usa dire di tutti i laureati anche senza laude in quella disciplina, Buttiglione compreso, giornalista, e c’è da ricordare la famosa barzelletta del cronista che per non deludere mammà le diceva di fare il pianista in un casino, mi arrischio a dire che  Antonio Funiciello sia un caso di successo della categoria dei lettori di risvolti di copertina, da Machiavelli ai Tre Moschettieri, sentendosi di volta in volta consigliere del  Principe e Principe egli stesso, Richelieu o Mazzarino e al tempo stesso re di Francia.

E difatti se in una sua meno rinomata prodezza letteraria “Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza”, si è ispirato a tutti gli stereotipi di genere, da osservatore disincantato ispirato  a  Montesquieu più che a Bisignani, nella pratica di vita ha preferito ai vizi dell’impolitico le virtù dell’influente.

E infatti dopo essere stato di volta in volta “consulente” politico di Zanda, Veltroni, Morando, dopo che  nel 2013 l’allora segretario del Pd Guglielmo Epifani gli aveva conferito la delega per la cultura e la comunicazione del partito, incarico sulla cui efficacia ci sarebbe da dubitare, non contento dell’esperienza di capo di gabinetto di Gentiloni, dopo essersi alternato in veste di opinionista al Foglio, a Liberal, al Riformista ma pure a Mondo Operaio, pur mantenendo con orgoglio l’etichetta di “migliorista” liberale, ecco che il poliedrico intellettuale napoletano, più affine a De Crescenzo che a Giordano Bruno approda da braccio destro di Luca Lotti all’attivismo empirico del Gigliomagico,  mettendosi a capo di BastaunSì, guidando il drappello dei costituzionalisti per caso, defunto compresi grazie all’operosa intermediazione a tre gambe della Boschi, del referendum renziano.

Questo breve excursus che vi ho inflitto dimostra che nulla avviene per caso, che il parco neo presidente non ce la fa a celare dietro all’enigmatica sobrietà l’incontinenza bulimica di un  Carlo V, che si nomina il suo Mercurino Arborio di Gattinara sia pure in veste di un più contemporaneo Wolf risolvo problemi, che guardandosi intorno Draghi non avrebbe resistito a fare qualche concessione alla cerchia dell’acceleratore più o meno consapevole certo teleguidato del suo alto incarico, che nutrendo una idiosincrasia nota per le democrazie del Mediterraneo preferisca il rafforzamento degli esecutivi, soprattutto quello a guida sua o dei suoi famigli E che, a vedere la compagine governativa, avrà pensato che la questione meridionale poteva limitarsi a un campano a Palazzo, momentaneamente sottratto al suo incarico di consigliere di amministrazione dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, ente in sofferenza dove ha registrato un altro dei suoi “successi”.

È che la professione di giornalista gli sta a cuore, ben più del conflitto di interessi, come dimostrò il suo impegno per la terzietà e la libertà dell’informazione quando, da assistente del Sottosegretario all’Editoria si fece promotore in pieno referendum di un esposto presentato all’Agcom contro La7 e in particolare contro Otto e mezzoLa Gabbia e PiazzaPulita), trasmissione colpevoli di aver dato spazio alle dichiarazioni di opinionisti avversi al Si. E come anche rivela il suo interesse per i media e gli strumenti alternativi alla stampa tradizionale, per la rete che usa con baldanza e spregiudicatezza: si deve a lui l’immediata pubblicazione su Twitter dell’omaggio di Biden al Presidente Draghi, ed era sua la meno felice battuta  al tempo delle comunali a Torino: “Appendino è bocconiana, come Sara Tommasi“, cancellata troppo tardi per sfuggire all’occhiuta memoria di Google.

Certo, il curriculum sembra molto lontano dalla vocazione e dalla missione disegnata magistralmente nel libro “Io sono il potere”: Ogni tanto qualcuno mi chiede che mestiere faccio…. Io non faccio qualcosa. Io sono qualcosa. Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce”.

Se voleva un servitore muto, Draghi doveva forse scegliere qualcuno  che rispondesse a tutte e due le esigenze.


L’Italia del nuovo “Principe”

Mi ero sbagliato, pensavo che Draghi non sarebbe uscito dal cilindro del Palazzo in questa fase dove deve vedersela con gli Arcuri, le vaccinazioni e tutto l’opaco mondo che è cresciuto come una fungaia velenosa attorno alla pandemia narrata. Ma evidentemente la situazione è tale che si deve far ricorso a questo signore il quale , per interessi personali, ha dato avvio alla svendita del Paese negli anni ’90,  sul quel famoso Britannia dove pare ci fosse anche Grillo non si sa bene a che titolo. Ora invece è diventato il salvatore della patria, quello che deve mettere a posto le cose perché un piccolo ricattatore corrotto come Renzi vuole a tutti far pesare lo zio tonto d’America, appena eletto, per gestire i pochi soldini del Recovery e del Mes e comunque tenere il Paese sotto schiaffo. Perché assolutamente non si può andare alle elezioni, visto che le urne sono sentite come un passaggio irresponsabile, tanto per sottolineare a che punto è ormai la notte della democrazia e la volgarità intellettuale del milieu politico. Perché ormai il Paese è in ginocchio non certo per la pandemia che ha fatto molte vittime da panico, da mancata assistenza e da cattive pratiche mediche, ma per le “misure” del tutto spropositate, inutili e letali per l’economia reale. Così adesso si invoca il “Principe”, l’unico personaggio spendibile per lo status quo e per mantenere intatto il doppio stato coloniale nel quale viviamo, ma che ancora una volta non è stato eletto proprio da nessuno, è soltanto una creatura del palazzo che deve fare da puntello alla grande ammucchiata.

Certe volte le coincidenze o i segni sono davvero sorprendenti: la seconda repubblica ( una terza in realtà è stata solo abbozzata) si chiude definitivamente con lo stesso personaggio che l’ha inaugurata nel ’92  vendendo a Goldman Sachs, per un terzo del suo valore, l’immenso patrimonio immobiliare dell’Eni: quello fu il primo passo per uscire dal sistema industriale misto che aveva creato il boom e garantito una crescita del Pil fino ad allora, ma che aveva anche tenuto in piedi l’idea di stato sociale e di solidarietà. Non si trattò solo di una svendita di beni per poter raggranellare qualche soldo e rientrare nei parametri del futuro euro, è stato proprio un cambiamento di paradigma, una resa  totale al neoliberismo e alla ossessione privatistica da cui peraltro era stata anche presa l’Europa. Il 92 fu del resto un anno cruciale per la creazione di quel mondo orribile in cui viviamo, quello in cui si dissolse ufficialmente l’Unione sovietica, quello della crisi monetaria del serpentone europeo provocata da Soros che convolse lira e sterlina, quello dell’inizio di Mani pulite. E Draghi ebbe una parte di primo piano, ancorché allora in posizione defilata dal punto di vista della presenza pubblica: quest’uomo sembra avere un destino da alfa ed omega, basti pensare che si laureò con Federico Caffè con una tesi nella quale sosteneva .non sussistessero le condizioni per un progetto di una moneta unica europea mentre e poi ha finito per gestire quella stessa assurda moneta e salvarla.

Keynesiano e neoliberista insieme, a seconda delle convenienze, il Financial Times lo ha definito “un enigma”, ma  il suggestivo fato di quest’uomo si può molto più concretamente interpretare come ambivalenza e doppiezza: basti pensare che da governatore della Banca d’Italia lasciò passare l’operazione con cui Montepaschi acquistò Antonveneta a un presso decisamente esagerato:“Non risulta in contrasto con il principio della sana e prudente gestione”, mentre proprio le ispezioni di Bankitalia avevano accertato condizioni di grave sofferenza dell’istituto senese . Ma adesso cosa accadrà? Salvini e Forza Italia, pur in maniera contorta sembrano essere d’accordo con un governo a tempo, i Cinque Stelle non lo vorrebbero, ma alla fine cederanno per via delle poltrone e così avremo una grande e confusa ammucchiata, anche se c’è chi pensa che l’ex capo della Bce possa mettere mano  a quei “suggerimenti”  espressi su Ft in estate che in sostanza si fonda su una mobilitazione dello Stato e del sistema bancario per fornire sostegno di liquidità alle imprese, per salvaguardare l’occupazione e in ultimo per i sussidi. Pure ovvietà. Ma una cosa è dire che adesso si può fare tutto il debito che si vuole, mentre fino a ieri bisognava contare gli spiccioli, un altro paio di maniche è che questo sia realmente possibile visti i vincoli europei che rimandano ancora alle dottrine austeritarie legate alla moneta unica e non comune.  Una cosa è scrivere un decalogo un altro realizzarlo e alla fine si può rimanere vittima delle proprie contraddizioni, ma anche di quell’ambiente reazionario e finanziario di cui Draghi ha sempre fatto parte e che gli detterà legge.  Ma una cosa è certa la democrazia non esiste più ed è il degno coronamento di un’intera  carriera.


E Grecia sia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È vero, è proprio un esercizio da Pulcinella cercare elementi di soddisfazione vendicativa nella  defenestrazione di Azzolina, nel disarcionamento di Arcuri, nella rimozione di Speranza, mai come oggi omen nomen. È un po’ come la gratificazione del condannato che, durante l’avvicendamento dei boia,  può scegliersi  se è meglio l’iniezione letale o la sedia elettrica,

Oggi nei giornali e nella rete ferve quel lavorio che ricorda il dinamismo delle larve su un cadaverone, una foga dietrologica che fino a ieri era stata considerata un vizio da complottisti.

Così c’è chi si interroga su chi muovesse i fili della marionetta  sbruffona, chi si bea del successo della sua personalità distruttiva che a costo di rimetterci le penne avrebbe prodotto un bel po’ di macerie. C’è chi pensa che l’azzimato tenentino sia stato fatto fuori dai generali per una certa indole alla disobbedienza addirittura alla diserzione, a torto a vedere come il suo progetto superi addirittura le condizioni per la pace secondo quelli che vincono sempre, in tema di diritti, aiuti alle imprese, quelle grandi e strutturate, è ovvio, privatizzazioni, riduzione delle garanzie costituzionali e occupazionali.

Giornaloni ripescano gli auspici in corso come moneta corrente da qualche anno, perché l’abbia vinta l’algida determinazione dell’anatomopatologo che finalmente riporta un po’ di efficienza asettica nella sala d’anatomia, in modo regni finalmente un po’ di ordine alla greca dopo tutto il marasma degli inconcludenti dilettanti.

A cominciare dal cognome, che evoca detergenti energici per la pulizia a fondo, water compreso, e dalla fama conquistata sul campo, anzi sulla tolda del Britannia   quando i boss  della cosca bancario-finanziaria italiana, il governatore Ciampi, il ministro del bilancio Andreatta, lui, allora direttore generale del Tesoro, insieme ai vertici dell’Eni, dell’IRI, delle banche pubbliche e delle varie aziende Stato e partecipate, si diedero convegno  al largo di Civitavecchia sul panfilo della regina Elisabetta, con la cupola internazionale, per stringere, proprio un 2 giugno, del 1992, un patto infame volto a liquidare l’azienda Italia, attraverso la privatizzazione e la svendita a prezzi da outlet, del tesoro industriale, consortile e creditizio del Paese.

Poco dopo la firma di Maastricht e in una non sorprendente coincidenza con l’apparente repulisti di Tangentopoli, di preparava così il dominio della vera antipolitica, quella dei potentati del vero establishment, tecnici, manager, economisti passati dalla Bocconi all’università della strada tramite poltrone ministeriali, la riduzione dell’Italia a provincia remota e riottosa da commissariare sarebbe avvenuta grazie alla progressiva espropriazione, alla forzata rinuncia della sovranità, alla  cessione dei poteri e delle facoltà dello Stato ristrette all’unico ruolo di esattore dei poveracci e ong dei ricchi.  

Non è poi molto diverso il sentiment “popolare” che affiora dalla palude dei social, ormai contagiato da una domanda di repressione di comportamenti trasgressivi, da un bisogno di un ordine sociale che si avvalga del distanziamento  e della forza sanzionatrice  per allontanare presenze, e esigenze, moleste e parassitarie.

Ben presto quelli che oggi si dedicano alla celebrazione del martirio di Conte, proprio come in passato, confideranno, ma qualcuno ha già cominciato, a inorgoglirsi per il credito di un nuovo governo in grazia di Dio, dell’Ue, della Goldman & Sachs (Draghi  ne fu Vice Chairman e Managing Director per le strategie europee e in qualità di membro del suo Comitato esecutivo  appioppò prima all’Italia e poi alla  Grecia un bel po’ di derivati tossici), della Nato e del Vaticano.

Qualcuno già rammenta le alate parole al meeting dei Comunione e Liberazione dell’agosto scorso quando il Grande Liquidatore usò tutta la sua faccia tosta, che – notazione fisiognomica – sembra sempre calzata di naylon come quella dei rapinatori,  per denunciare come  l’ingiustizia da sociale di sia convertita  in ingiustizia generazionale, raccogliendo il plauso dei Propaganda Fide, dei volonterosi giovinetti e di tutti i commentatori e opinionisti pronti a giurare sulla sua “redenzione” keynesiana, confermata da quel tanto di esercizio dell’autocritica che serve a dare credito alle più sgangherate abiure:  “l’inadeguatezza di certi assetti era da tempo evidente, e questo lo deve riconoscere chi ai tempi, io per primo, li ha fortemente sostenuti”.

Il fatto è che ci sono due livelli di disperazione nel Paese, quella più profonda di chi non ha parole e meno che mai ascolto, così abissale e vergognosa del suo stato che non ha tempo né modo né voglia di immaginare che da un cambio di governo derivi qualcosa di buono, che vive la sua condizione di vittima condannata alla rassegnazione, che se si muove può farsi male con le sue stesse catene.

E poi c’è l’altra, anche quella immobile perché appartiene a quelli che pensano che con la loro inazione si proteggono, salvando il tetto e le pareti della tana che sono riusciti a conservarsi, che si augurano con l’assoggettamento, di tutelare i miserabili privilegi che sono certi di essersi meritati. Si tratta di una disperazione gretta, che fa della mediocrità e del conformismo le vere virtù della cittadinanza, che deplora chi pensa e vuole immaginare “altro” da tutto questo e si rafforza con l’anatema, la censura e l’autocensura, abituata a non voler sapere, vedere, sentire, che vive il disincanto democratico come la doverosa e ragionevole abiura da qualsiasi forma di resistenza allo sfruttamento e di opposizione alla sopraffazione.  

E siccome pare non ci sia via virtuosa al potere, e nemmeno alla salute, preferisce un noto conosciuto e già provato a un ignoto che potrebbe sorprendere, rimettendo la delega in mano di gente scafata e pratica.

E d’altra parte non è più tempo di democrazia, nemmeno digitale, le elezioni nuocciono alla salute, chi le continua a pretendere è a un tempo velleitario e negazionista, il Parlamento è stato giustamente esautorato in favore di organismi “privati” costituiti da manager e esperti di marketing.  

E Draghi lo è, con i suoi affini e famigli ( si parla di Cartabia per la Giustizia – anche quella divina, di Fabio Panetta, membro italiano dell’esecutivo Bce, che potrebbe andare a guidare il Mef, di  Carlo Cottarelli, il premuroso  e dalla Capua alla Salute), tutti da annoverare nelle cerchie dei competenti e dei quali  sono già state messe alla prova le capacità, tanto da non riservare sorprese.

Difatti basterà fotocopiare la famosa lettera a firme congiunte Draghi-Trichet che intimava agli italiani le obbligatorie misure improrogabili per ripristinare la fiducia degli investitori: “ revisione strutturale della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” , di servizi, Welfare, istruzione,  “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”;   “riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la contrazione dei salari”; “riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale e  criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Difatti basta pensare a lui come gran suggeritore  del “fiscal compact“  quella revisione inferocita del  patto di stabilità, cui le politiche di bilancio nazionali devono uniformarsi   per risultare credibili. Difatti basta guardare al suo ruolo nella guerra condotta contro la Grecia, quando la Bce tagliò i flussi di liquidità d’emergenza alle banche greche come vendetta per aver osato indire un referendum contro i diktat europei.

Il trailer dell’horror che ci aspetta è andato in onda, almeno non avremo sorprese.


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