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Firenze pappa anche senza pomodoro

matta Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai quando Mattarella festeggia c’è da preoccuparsi, si tratti dell’acclamazione di un usurpatore o di una esultante inaugurazione, come è successo ieri a Firenze dove alla sua presenza accolto da molti applausi e da un gruppo di bambini che sventolavano bandierine tricolore proprio a lato della fermata, ha tagliato il nastro della linea T2 della tramvia, insieme al sindaco Nardella, al presidente della Regione Rossi, al ministro Toninelli e alla commissaria europea Corina Cretu, che ha annunciato: “Dall’Europa arriveranno altri 40 milioni di euro per completare le nuove linee”:  costo totale 600 milioni di euro, dei quali 26 provenienti dalla Ue. Secondo le entusiastiche previsioni rivendicate  da Renzi il Magnifico, con la linea T1 e la linea T2 volute e regalate da lui alla cittadinanza ci saranno 37 milioni di viaggiatori l’anno, 14 mila tonnellate in meno di CO2, 27 mila auto lasciate a casa, 2,4 tonnellate in meno di Pm10 e il 10% in meno di traffico.

Tutto bene direte voi, peccato che la presenza del Capo dello Stato suoni come il sigillo definitivo su dubbi e opposizioni in merito al complesso di opere e interventi che la cerchia dell’ex presidente della Provincia, dell’ex sindaco e ex premier ha avviato per lasciare la sua impronta indimenticabile sulla città del Giglio e il suo hinterland, e cui il governo non più tanto nuovo guarda con la tenera e comprensiva indulgenza che pare voglia dedicare agli abusi e agli oltraggi del passato.

Non  rassicura di certo la pensosa ponderatezza del ministro delle Infrastrutture che ha fatto effettuare un’analisi costi-benefici della cosiddetta Tav “per capire quanto hanno sbagliato e come possono rimediare a un’opera” che fra inchieste giudiziarie, progetti fallimentari e imprese in crisi “purtroppo è partita male e mi pare che stia purtroppo proseguendo peggio”. Insomma, mica si può rottamare quello che è stato cominciato!  lasciando intendere che se la Regione riuscirà  “ad andare avanti senza di noi (Governo e Stato) andrà avanti”, secondo una interpretazione fatalista del federalismo che la dice lunga sul senso di responsabilità e la lungimiranza del ceto del cambiamento.

Chi si è battuto per individuare gli strumenti di pianificazione per un approccio strategico dello sviluppo toscano e dell’Area Metropolitana Fiorentina e di quali servizi, di quali funzioni pubbliche, di quali trasporti essa avesse bisogno, è stato sconfitto. Patti opachi e l’insano protagonismo de capoluogo sono stati polarizzati intorno al Termovalorizzatore di Case Passerini e, una volta che questo non ha appagato gli appetiti privati, sul nuovo Aeroporto di Peretola.  E intanto l’Alta Velocità (fortunatamente) è ferma, il lotto Mezzana Perfetti Ricasoli al palo come la terza corsia autostradale, il collegamento Firenze-Prato bloccato, la realizzazione del polmone verde e del segno paesaggistico pensato  come il gioiello ambientale per l’area tra Firenze e Prato cancellata, l’Arno ancora da mettere in sicurezza, il Polo Scientifico Universitario incompleto. A rafforzare  la scelta della concentrazione di funzioni a saturazione del centro cittadino e  alla faccia del ruolo di Sindaco metropolitano,  basta pensare a come e dove si realizzerà il sogno viola del nuovo stadio:  riposta nel cassetto l’ipotesi di localizzarlo  in una grande area dismessa e a destinazione commerciale alle porte della città, la nuova amministrazione fiorentina ha deciso di integrarlo al centro urbano già congestionato dei Mercati Generali.

Non a caso le gioconde mosche cocchiere  ieri hanno  acclamato alla celebrazione del dinamico avvicinamento  della città al resto del mondo, inteso come  l’aeroporto, narrato e descritto come un ponte necessario verso la modernità, come irrinunciabile suggello sulla vocazione turistica, come marchio dell’attitudine cosmopolita dell’ex capitale.

Ormai a quell’infrastruttura maledetta siamo condannati, con la  ragionevole accondiscendenza dell’influente ministro del governo – forse tra i più calabraghe degli ultimi anni – che evoca lo spettro di ben altra condanna, quella della Commissione che potrebbe sanzionare l’Italia per aver erogato per l’opera 150 milioni di fondi pubblici sotto forma di aiuti di Stato, per motivare la sua assennata proposta rivolta al presidente della Regione “ di entrare nel capitale attraverso soldi pubblici per gestirli insieme a Toscana Aeroporti, insieme a lui e tutte le altre autorità”.

Insomma si ripete il copione già sentito e che temo sentiremo ancora e che non prevede mai di annoverare la parola No: il ministro ha ribadito con la sua proverbiale fermezza di voler lasciare tutti i soldi a Firenze e alla Toscana, ma ripeto, ha proclamato,  li voglio utilizzare bene questi soldi e senza sanzioni europee. C’è chi voleva la sua banca, c’è chi vuole il suo aeroporto e se non può averlo in regime di esclusiva si accontenta di entrare nell’affare? Perché di affare si tratta, visto che nell’infinito ripetersi di analisi costi-benefici non si viene mai a capo dell’utilità sociale dell’infrastruttura intorno alla quale si agitano ben 32 attori interessati alla trasformazione del  l’aeroporto Vespucci assolutamente congruo con la sua funzione di servizio, in prestigioso scalo intercontinentale che ha avuto il parere positivo della Conferenza dei servizi malgrado l’opposizione delle amministrazioni più colpite dagli effetti collaterali della nuova pista di 2.400 metri parallela all’autostrada A11 Firenze-Mare, dell’hub megalomane, della pressione su un’area densamente antropizzata colpita da accertati problemi ambientali e sanitari.

Tutto in questa impresa è opaco e bugiardo, a cominciare dal fatto che la Valutazione di impatto ambientale è stata concessa sulla base di un masterplan e non di un progetto di fattibilità e dall’indebita decisione del governo Gentiloni di far approvare in fretta e furia  un Decreto legislativo che comportasse  la decadenza di un bel numero delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via.

Non occorre poi un ente scientifico per confermare che sorgerà in una zona già compromessa da fattori ambientali negativi e che accerti il probabile impatto inquinante, visto che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione quando sanno anche i bambini che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi.

Per non dire dei costi: è il  governo Renzi che fece piovere sull’iniziativa al 90% privata robusti finanziamenti pubblici: oltre ai 100 milioni messi in campo da Enac (l’Ente nazionale aviazione civile, che dipende dal ministero delle infrastrutture), sono stati stanziati altri 50 milioni dallo «Sblocca Italia» in qualità di finanziamenti che andrebbero a opere complementari, come  la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altri interventi che solo la nuova pista rende necessari, ma che attualmente funzionano efficacemente.

Va riconosciuto alla Cgil di non aver ceduto al solito “ricatto occupazionale”: il beneficio in termini di posti di lavoro  è stimato dall’Irpet in 2.500, e ammesso che questa stima sia credibile, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili, a confermare che il futuro dei ragazzi fiorentini, ad di fuori dei rampolli delle dinastie renziane, sarà affidato a carriere servili e dequalificate. Sempre la Cgil ha denunciato altre criticità: : dall’interruzione del collegamento fra Sesto e l’Osmannoro, al pregiudizio sullo sviluppo del Polo universitario, alla messa in discussione del Parco della Piana così come previsto dagli strumenti urbanistici di Regione e comune di Sesto, agli ostacoli alla vocazione produttiva e manifatturiera dell’Osmannoro.

Tra i 32 attori interessati all’aeroporto, non ci sono i cittadini, tagliati fuori da ogni decisione (Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge) e da ogni attività di controllo: dalla composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto insieme all’altro compagno di merende l’ancora onnipresente Lotti. E non è un caso: sono tagliati fuori anche da una città dove si perpetuano le alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico, dove i residenti vengono persuasi ad andarsene dai fitti sempre più alti, dallo spostamento nella cerchia dell’hinterland di servizi essenziali e scuole, dalla trasformazione di un centro abitato vivo in un luna park popolato da inservienti, affittacamere, bottegai che propongono merci uguali a Dubai e Singapore. E che il futuro non interessi a chi governa indegnamente la città trova anche una motivazione demografica: dati aggiornati al 2017  mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), come a dire che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. E non sono mica degli anziani Paperoni: la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, fenomeno attribuibile all’espulsione forzata dei ceti più fragili.

Anche Firenze, come altri centri urbani, come i paesi del cratere del sisma smette di essere una città per diventare un villaggio turistico, un parco tematico a ricordo e vergogna di un popolo di artisti e di comuni che hanno dato forma alle prime democrazie.

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Basta giustizia. Chiudiamo i tribunali

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi ero sbagliata. Mi ero sbagliata nell’esprimere disappunto per l’iniziativa della terza carica dello Stato di istituire un tribunale mediatico personale per denunciare le violenze verbali della quali è stata oggetto in quando donna e donna pubblica (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/27/laugusta-giustiziera/) , mi ero sbagliata perché non si trattava di uso per non dire abuso di uno status e di un incarico istituzionale per farsi giustizia. Era invece lungimiranza la sua,  anticipatrice di uno degli obiettivi del cataclisma riformistico del governo che auspicano si abbatta sull’edificio democratico e, non proprio di sguincio, sull’amministrazione della giustizia.

E d’altro canto appartiene alla loro formazione culturale preferire alle aule sorde e grigie giudiziarie  gli studi televisivi di Forum o, meglio ancora, la loro giustizia sommaria su Facebook o su Twitter dove vengono sbrigativamente liquidate le pendenze e le colorite espressioni di De Luca e esaltati  i peccati anche veniali degli altri e dove ogni esternazione dovrebbe essere condannata per falsa testimonianza e apologia di reato.

E infatti a loro i tribunali e le corti proprio non vanno giù come al loro padre putativo che aveva fatto del suo giustizialismo ad personam una battaglia personale e politica. E non solo per imporre le sue leggi a difesa di interessi personali, dell’imperio di deroghe e licenze, per il salvataggio di istituti difensivi di rendite e malaffare da tutelare con scorciatoie, interminabili prescrizioni e grazie all’impoverimento progressivo della rete dei controlli e della vigilanza. Ma anche per dare sostegno culturale a quel fermento velenoso che anima l’imprenditorialità italiana, spregiudicata quanto parassitaria e che imputa  scarso spirito di iniziativa, dismissione di programmi e di investimenti per innovazione, tecnologie  e sicurezza in favore di più emozionanti scommesse finanziarie, quindi di crescita, agli ostacoli frapposti da lacci e laccioli, regole inapplicabili, farraginose e punitive.

Non ha sorpreso nessuno la reazione imbestialita dello statista di Rignano alla bocciatura da parte della Consulta della riforma Madia della pubblica amministrazione, all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei ministri di un ulteriore pacchetto di decreti attuativi, viziati  già all’origine dall’ennesimo contenzioso tra Stato e Regioni sul Titolo V della Costituzione, sulla cui modifica ci pronunceremo nel referendum del 4 dicembre.  «La Consulta – ha inveito sdegnato ha dichiarato   parzialmente illegittima la norma sui dirigenti perché non abbiamo coinvolto le Regioni. È un Paese in cui siamo bloccati. E poi mi dicono che non devo cambiare il Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente».

La “vertenza” in verità non è tra autonomie e Stato, macché,  è tra poteri locali  e un esecutivo sempre più protervamente intento a rafforzarsi fino alla totale occupazione del processo decisionale. Infatti alcune regioni avevano deciso di impugnare  nell’ottobre del 2015 la legge 124 davanti alla Corte costituzionale, accusandola di non rispettare il Titolo V che richiede su una serie di materie la legislazione concorrente tra Stato e Regioni, prevedendo che sui decreti attuativi del governo queste diano solo un parere non vincolante, lasciando l’ultima  parola  al governo.  E la Corte ha accolto il ricorso dichiarando l’incostituzionalità  laddove la 124 prevede appunto che i decreti attuativi siano adottati dal governo sulla base di un «semplice parere, non idoneo a realizzare un confronto autentico con le autonomie regionali», anziché un «intesa» vera e propria.

Le materie oggetto della sentenza  sono quattro: 1) il «lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni», e quindi il decreto sui licenziamenti (i furbetti del cartellino) entrato in vigore a luglio; 2) le società partecipate, il cui decreto è anche questo già in vigore; 3) la riforma della dirigenza; 4) i servizi pubblici locali. Vedi caso si tratta di temi tra quelli che coinvolgono più da vicino i cittadini, riguardando servizi essenziali e la loro gestione che deve essere informata di criteri e requisiti che tutelino l’interesse generale e “pubblico”.

Ma non solo la Corte dei vecchi parrucconi dispiace a questo  dinamico ceto dirigente nazionale e pure a quello locale, talmente vicino all’ombelico  del Paese collocato a Palazzo Chigi, da volersi generosamente esimere  da ogni pretesa di legittimità, rappresentanza di bisogni e istanze territoriali.

Così il delfino del sindaco d’Italia in attesa di promozione nazionale dal laboratorio golpista del Giglio, è insorto contro il Tar, colpevole di ostacolare quel trailer della riforma rappresentato dall’aeroporto di Firenze.  Il Tribunale amministrativo aveva avuto infatti l’insolenza di bocciare  il progetto di scalo intercontinentale caro a Renzi&Carrai, messo a capo della società aeroportuale Toscana. Ma niente paura, rassicura il pimpante compagno di merende del vero mostro di Firenze il viceministro Nencini : «Ho sentito il ministro Galletti, la sentenza del Tar non incide sul procedimento di valutazione di impatto ambientale in corso al ministero dell’Ambiente». E poi il presidente Rossi:  «Ci appelleremo convinti delle nostre buone ragioni, la sentenza è confusa».

Ma il più sfrontato è stato proprio l’ineffabile Nardella, che si autonomina leader del fronte NO-Tar invocando una testualmente una   «moratoria sui ricorsi al Tar» e il loro «congelamento». Insistendo senza vergogna:  «Se la politica delega al Tar le decisioni dei cittadini, è finita»,  mostrando tutta l’insofferenza del potere politico  nei confronti della magistratura, reclamando esplicitamente che nessuno abbia il potere di opporsi non solo alle scelte oligarchiche, ma nemmeno alle violazioni delle leggi e delle procedure.

Attenti, questi sono i “prossimamente” dell’horror che ci aspetta se vince il Si. E anche della battaglia quotidiana che dobbiamo essere pronti a affrontare quando invece vinceremo e  denunceranno il popolo e il suo NO al loro tribunale speciale. E’ che per loro ci vuole proprio quello di Norimberga.

 

 


Firenze devastata: il lamento di Attila

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sulle barricate, sventolando il gonfalone del giglio, come in un Delacroix, a difesa della stazione dalla quale si promette che, come una volta, i treni arriveranno in orario grazie a un Si, il sindaco di Firenze ha gridato il suo sdegno: devastare una città è ignobile.

E come non dargli ragione. Prendiamo la sua città, ad esempio.  Con spericolata sfrontatezza si è scelto di celebrare la liturgia del credo renziano, il “derby fra cinismo e speranza”, in temeraria coincidenza con la tremenda alluvione del ’66, ma anche a sei mesi dallo smottamento che ha aperto una voragine di 200 metri sul Lungarno, causata da un “errore umano”, si è detto. E certo non è da attribuire a “cause naturali” che a 50 anni di distanza dal disastro, perfino uno dei più affezionati fan del regime, tornato alla difesa del suolo dopo la tutela e valorizzazione delle  veline di governo, ammette che  «Se agli interventi locali aggiungiamo l’affinamento delle previsioni meteo e la nascita della protezione civile il rischio a Firenze è diminuito, dal ’66, del 30 per cento». Che in altre parole sta a significare che per il 70% è insicura, malgrado di lì siano passati fior di sindaci, uno in particolare, del quale la struttura competente in materia di salvaguardia, Italia Sicura,  che – ma è una coincidenza – dipende direttamente da Palazzo Chigi, tace il nome, pur riconoscendo che oggi a mezzo secolo da allora “si sta correndo contro il tempo per fare quello che si è progettato nel 1968 e poi mai realizzato”, e avvertendo che comunque potrebbero ancora verificarsi “coincidenze disastrose” anche a causa dei “capricci” del cambiamento climatico. Se i fiorentini pensavano di stare sereno con uno che giù per li rami rivendica di discendere dai Medici e che si fa vanto delle sue radici, è meglio che come disse a suo tempo un altro “collega” a proposito di Venezia, preparino gli stivaloni come misura preventiva: per gli interventi di sicurezza mette a disposizione del suo vassallo a Palazzo Vecchio 130 milioni e 70 ne scuce Rossi, con i quali si dovrebbero realizzare le casse di espansione, l’innalzamento di un diga strategica e delle spallette dei lungarni. 200 milioni a fronte di un allarmante “preventivo” in caso di una inondazione analoga a quella del ’66, di circa 7 miliardi di danni solo a Firenze.

E qualcuno parla di pietosi cerotti su ferite forse insanabili, perché il suolo e il territorio della città sono ormai compromessi da una feroce cementificazione, quella degli anni 70, che non si è arrestata malgrado i tradizionali annunci del sindaco d’Italia, e alla quale si progetta di aggiungere la pressione di interventi inopportuni, che si possono facilmente elencare con a fianco il logo degli sponsor che c’è da immaginare non siano estranei ai fasti della Leopolda:  il nuovo aeroporto, voluto da Renzi, ENAC, Toscana Aeroporti guidata dal suo compagno di merende,  e Confindustria; il nuovo inceneritore a Case Passerini nella stessa piana fiorentina, quella in cui  sono stati rilevati i più alti tassi di inquinamento atmosferico d’Europa, per via della pressione del pendolarismo, a poca distanza dell’aeroporto, anche quello a cura di PD, Quadrifoglio (società partecipata dagli enti locali), da Hera e da Confindustria, la  TAV nel sottosuolo di Firenze, ancora appoggiato da Confindustria e dalla Regione, malgrado Cantone l’abbia definita “criminogena”, il completamento della linea 2 della tranvia  e la realizzazione onirica della linea 3, uno stadio che faccia concorrenza al Colosseo, ovviamente  caldeggiato dallo stesso mecenate e a condimento di queste portate principali, quasi una cinquantina di parcheggi molti dei quali nelle viscere della città per ospitare le new entry, quei privilegiati desiderati, attratti, chiamati, blanditi in sostituzione degli abitanti: uno a Piazza Brunelleschi,   a pochi passi dalla Cupola del Duomo pericoloso per i monumenti, lesivo dell’estetica della piazza, che sarà convertita in    tetto di un grande silos interrato.

A dirlo non sono gli “scalmanati”, i barbari sovversivi, quelli che protestavano davanti alla Leopolda, ma l’Unesco che in una lettera (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/07/10/unesco-boccia-firenze-da-patrimonio-dellumanita-a-mangiatoia-del-renzismo/) ha bocciato la politica comunale degli ultimi vent’anni, minacciando di annoverare la città tra i siti a rischio, e condannando  l’assedio del turismo ai monumenti, i tunnel della Tav e della nuova tramvia che passerebbero non lontani da capolavori come il Duomo, Santa Croce e la Fortezza da Basso,  lo shopping immobiliare con decine di grandi palazzi che passano in mani private per diventare alberghi o residenze di lusso, il fenomeno che va sotto il nome di gentrificazione,  ossia la “produzione di spazio urbano per utenti sempre più abbienti” attraverso la sostituzione/espulsione dei residenti storici e delle attività commerciali a questi legate, far posto a strutture di accoglienza turistica e residente di lusso (compresa la Rotonda del Brunelleschi), e, in aggiunta «un centro storico a rischio inondazione e la situazione idrogeologica di vaste parti della città, classificata a rischio molto alto».

A Palazzo Vecchio Nardella issò un drappo nero contro la cieca violenza distruttiva  dell’Isis. Ma c’è da temere che dobbiamo issare bandiera bianca a Firenze e nelle città d’arte italiana a segnare la resa  ai barbari nostrani, che stanno riducendoci a guardiani i luna park costretti a tornare la sera nelle nostre periferie per lasciare i beni comuni nelle mani di pochi cui è stato concesso di alienarli e goderne in forma esclusiva, in nome della legge sì, quella   della speculazione immobiliare e finanziaria. A quelli di Gorino o Verona (quelli di Capalbio  invece possono stare tranquilli) dovrebbe interessare sapere che ormai non occorre essere neri o gialli, islamici o buddisti, per essere scacciati, grazie a espulsioni dirette, con gli sfratti, con fitti stratosferici (a Via Tornabuoni si chiedono anche 850 mila euro l’anno per un locale di charme), con il trasferimento di servizi essenziali, con quelle  indirette e trasversali, legate ai progetti di trasformazione urbana che incrementano in maniera abnorme i valori immobiliari delle aree e con quelle virtuali, non meno cruente, che cancellano appartenenza, memoria e socialità convertendo i nostri luoghi in prodotti da consumare per forzati del turismo e merce da acquisire per utenti di lusso.

È proprio vero, devastare una città è osceno, ma lasciarglielo fare lo è vergognoso.


Air Renzi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede che ogni tanto qualcuno si consoli del buio intorno con la luce di fiammelle fioche, che dia credito a figure che sembrano estranee alla marmaglia volgare e cialtrona affaccendata in intrallazzi,  maneggi, sotterfugi. Succede che un presidente di Regione si faccia fotografare in atteggiamento amichevole coi rom, che condanni l’aristocratica xenofobia della Piccola Atene, che ogni tanto storca il naso per via delle puzze mefitiche che provengono dagli anfratti della sua azienda della Nazione e subito c’è chi si compiace, chi si illude che non siano tutti uguali quelli del Pd.

Può aiutare un ragionevole  disinganno e un giudizioso disincanto in cittadini troppo creduloni e facili agli abbagli, la vicenda del peregrino ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

Del quale, prima di tutto, va detto qualcosa che invece è passato sotto silenzio, come ormai sempre accade per le Grandi Opere, delle quali si tacciono pudicamente l’effettiva utilità e le ricadute economiche e sociali  a beneficio della collettività, irrilevanti rispetto a quelle in favore dei dinamici promotori. E cioè che si tratta di un intervento non solo dannoso per l’ambiente, la salute e il territorio, ma  anche, come se non bastasse, futile, superfluo, costoso quanto inopportuno.

Gli unici dati prodotti dall’ente che – sulla falsariga di altre  macchine produttrici di corruzione, oliate dalla collusione con potentati locali e nazionali, competenti solo  nell’aggiramento delle regole  e nella vanificazione dei processi partecipativi, esemplari nella pratica autoritaria delle decisioni prese dall’alto e gestite dall’alto –  riunisce in sé le funzioni di realizzazione del progetto e di controllo della gestione, proprio come il Consorzio Venezia Nuova, capostipite molto imitato,  dimostrano che non esiste uno studio sui vantaggi e i costi del nuovo aeroporto, nemmeno un’analisi costi-benefici, tantomeno una ipotesi delle ripercussioni economiche per la città e il Paese. E’ stato esibito per gufi e disfattisti solo di quegli algoritmi acchiappacitrulli buoni per la Bocconi, presi pari pari dalla letteratura  parascientifica in materia e che mette in relazione, ardita e virtuale, numero dei passeggeri di uno scalo e ricadute occupazionali in un’area x, sia  New York col Kennedy o Firenze con Peretola. E, per via della ormai leggendaria strategicità e centralità toscana, dai Medici alla P2, dal Rinascimento al Giglio magico, l’accompagna una rilevazione che esalta il risparmio di tempo per i turisti e i viaggiatori beneficati dalla Grande Opera e diretti a Firenze, rispetto a Pisa, ben 20 minuti, decisivi, irrinunciabili, vitali.

Si  sa che il buonsenso non è una virtù del nostro ceto dirigente, così l’iniziativa voluta da Renzi e ereditata dal suo valvassore con pari protervia, ha proseguito nel suo dissennato percorso, trovando pochi ostacoli perché lo schieramento osceno degli sponsor, Comune, Regione,   Società Toscana Aeroporti presieduta da Marco Carrai che alterna l’attività di manager del settore trasporti all’aspirazione di spione di Stato, ha pervicacemente dileggiato ipotesi alternative, a cominciare dalla più plausibile: fare del Galilei di Pisa l’aeroporto  di Firenze, collegandolo con una navetta monorotaia al capoluogo in 30 minuti. E zittito le critiche autorevoli e motivate di esperti, tecnici (l’Università di Firenze tra gli altri), amministrazioni locali, comitati di cittadini, associazioni di consumatori e ambientali.

Ci voleva il Tar a far abbassare le ali ai promotori, quella cordata privata che allinea nella Toscana Aeroporti l’argentina Corporacion America Italia Spa (51,13%), l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (6,58%), So.Gim. Spa (5,79%), “altri” imprenditori con il 31,5%; infine, dopo la svendita di Rossi agli argentini, un esiguo, ancorché dimostrativo della buona volontà pubblica,  5% della Regione Toscana.

Con una sentenza che fa tesoro del principio di precauzione, ha smantellato l’impalcatura del piano proposta, a nome e per conto della società privata,  dalla Regione, accogliendo i sei punti oggetto del ricorso presentato dai combattivi comitati e bocciando il progetto per evidente incompatibilità ambientale, soprattutto vista la pressione sul Parco della Piana, per gli effetti inquinanti  sull’aria, anche in vista delle interferenze con il termovalorizzatore, per quelli sulla qualità della risorsa idrica e sull’assetto idrogeologico, per  le conseguenze inevitabili sulla rete .dei trasporti locali su gomma, per la inevitabile compromissione delle ville Medicee presenti nella fascia pedecollinare prospiciente l’area della piana fiorentina.

È in quell’occasione che è apparso chiara la funzione simbolica dell’ampliamento dell’aeroporto, allegoria in forma di cemento, rumore, puzza, peso, affarismo, lesione dei diritti di informazione e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, derisione e scavalcamento delle procedure e degli organismi di vigilanza e controllo, prodromica della riforma oggetto del referendum.

Le reazioni di quel brav’uomo di Rossi, dell’ardimentoso controfigura di sindaco, sono state esemplari: dicano e facciano quello che vogliono i molesti tribunali, le invadenti Corti, quella giustizia ordinaria e amministrativa così impegnata a bloccare crescita, benessere, riforme forse perché inguaribilmente rossa, come sosteneva il Cavaliere, alla fine a decidere saremo noi, saranno i ministeri “competenti”, a sancire e celebrare quell’accentramento dei poteri postulato dal loro “aggiornamento” costituzionale. E per non farsi mancare nulla aggiungono anche altri ingrediente che ormai fanno parte irrinunciabile delle ricette governative, mutuate da procedure criminali, a cominciare dalla pratica dell’intimidazione e del ricatto: con l’aeroporto viene cancellato anche il progetto dell’insediamento di Castello (un milione di metri cubi, eredità di Fondiaria acquisita da Unipol), costringendo Comune e dunque cittadinanza al pagamento di indennizzi milionari. E per loro non conta che quell’insediamento inopportunamente approvato, oggetto di insane deroghe e tradotto in diritti proprietari e edificatori acquisiti sia un’altra grande opera sciagurata, inutile quanto dannosa.

Irresponsabilità, megalomania, malaffare, incompetenza, ignoranza, arbitrio sono  i valori della loro nuova Costituzione. Ricordiamoci quando generosamente ci concederanno di esprimerci.

 


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