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Lottizza, lottizza… e Lotti restò solo

RAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati tempi nei quali quasi nessuno sapeva chi fosse Luca Lotti, salvo gli addetti ai lavori che di lui avevano appreso che era l’amico del cuore dell’allora presidente del consiglio fin dagli esordi politici del ragazzone di Rignano, proveniente come lui dagli ambienti democristiani di partito, canonica e patronato.

Si raccontava che quel suo stare nell’ombra era generato da un’indole riservata e schiva così lontana dagli usi dei conterranei al governo. E infatti circolavano poche interviste strappate e scarne dichiarazioni, almeno fino a oggi, quando è salito, come si diceva una volta, agli onori della cronaca e ha  rivelato una inedita vena colloquiale e narrativa.

Ma qualcuno che volesse conoscere meglio  il personaggio che nella sua tenebra  ha mestato e maneggiato per orientare  le nomine del Consiglio superiore della magistratura, per collocare ai vertici della Procura di Roma e di Firenze, Torino, Brescia, Salerno, persone “fidate”, così da poter pilotare indagini scomode, in testa quella sulla Consip, la centrale acquisti della Pa, nella quale è coinvolto lui con l’accusa di favoreggiamento, insieme all’imprenditore Romeo e ai capostipiti della dinastia Renzi,  potrebbe trarre qualche gustoso spunto ascoltando, per esempio,  un dialogo con il direttore della Nazione del novembre scorso, nel quale il giornalista con quel piglio indagatore che contraddistingue la nostra informazione ufficiale lo mette alle strette interrogandolo sui destini del Pd intrecciati con quelli della Toscana, del Paese e dell’Europa.  E  lui, con quel bel vernacolo e il volto immoto che lo fa parere un figurante minore in uno spot telefonico di Panariello nel ruolo dell’ebetino che non sa scegliere l’abbonamento migliore, fa sapere che bisogna tornare all’Europa dello Spinelli, del quale fa capire di essere appassionato agiografo,  che la vita di un partito è così, si va e si viene e dunque   al governo del finto cambiamento succederà quello del desiderato riformismo moderato del sua partito. E che il problema di Firenze ben governata da Nardella gli è il trafficohh, proprio come nella Palermo di Lima, problema che però è in via di soluzione grazie ai buchi della sotterranea, così la città del Giglio sarà pronta agli alti destini che le riserva la realizzazione del nuovo aeroporto.

Vale la pena di sopportare quei 10 minuti di giornalismo minore o forse di antropologia in pillole, perché risulta ancora più sconcertante la figura del personaggio che, come nella tradizione toscana inaugurata da Gelli  e senza tirare in ballo il mostro di Firenze – lui è di Empoli – ha compiuto i suoi crimini nell’occulto poco appariscente delle siluette sullo sfondo dell’esibizionismo narcisistico di quella cerchia. E non si capisce se fosse per calcolo, in modo che l’accreditato non sembrasse minaccioso per interessi altri in competizione, o invece per pudore di mostrare a chi erano state affidate mansioni così delicate. Perché se proprio  in seno alla Leopolda c’era bisogno di forgiare un faccendiere intrigante e poliedrico, un trafficone così multitasking: sport, banche, infrastrutture, servizi segreti, allora almeno per accontentare la stampa e il nostro immaginario piuttosto che il Lotti detto “il lampadina” per via dei capelli più che dell’intelligenza luminosa, torpido e scialbo come un impiegato del catasto, eravamo autorizzati a aspettarci un eroe negativo più torvo e mefistofelico.

Oggi che si esprime e parla, parla, parla, si espone e si dimette trincerandosi dietro prestigiosi correi, è ancora più inspiegabile la sua carriera, basata su una personalità accreditata come eclettica e versatile dietro l’apparenza rassicurante di un uomo macchina, come lo definiva il suo più influente datore di lavoro e di fiducia già al suo primo incarico in Provincia di Firenze, disposto a agire senza comparire e mettere in ombra il suo protettore, spregiudicato con l’aggravante sempre rivendicata da quella cerchia: solo chi fa sbaglia, come ha sempre proclamato la divinità più citata del loro pantheon, Blair cui si deve l’emblematico aforisma:  «Il potere senza principi è sterile, ma i principi senza poteri sono inutili».

Grazie al suo atteggiamento di servizievole “numero 2” o 3 o 4 al bisogno, in ossequio al mito del giovanotto che si fa da sé, venuto su dal nulla e ricompensato per la sua generosa fidelizzazione, è stato collocato dove serviva:   sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri con delega all’editoria nel Governo Renzi, quando serviva un po’ di potere di persuasione e ricatto, di blandizia e intimidazione nei confronti della stampa per far accettare il piccolo napoleone, influente segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica, quando occorreva qualcuno che facesse il cagnetto da guardia nel settore delle opere e degli appalti, e della spesa pubblica quando era bene ridurre quella sociale, ministro dello Sport  nel governo Gentiloni, quando la partita i gioco era quella degli stadi da realizzare ( vecchi : Juve (155 milioni), Sassuolo (3,75 milioni) e Udinese (500 mila euro all’anno),e nuovi: Roma   e Fiorentina)non per appagare la voglie di circenses in cambio di pane dei tifosi, ma l’avidità di costruttori e immobiliaristi premiata grazie all’urbanistica contrattata che concede loro aree a prezzi stracciati, deroghe illegittime, cubature per terziario e lottizzazioni spericolate  e riserva alle amministrazioni e a noi l’onere delle infrastrutture necessarie.

Per non dire della sua candidatura continuamente ripresentata alla delega ai  Servizi Segreti, incarico che, lo comprendiamo meglio oggi, era strategico al suo ruolo di mestatore istituzionale e gli avrebbe permesso di comandare in prima persona nella guerra delle intercettazioni e di proteggere dalla poltrona più prestigiosa la figura e l’onorabilità del suo boss, oggetto, Renzi lo scrive in una sua immortale opera letteraria, di un complotto ordito da magistratura sleale e Arma infedele, capitano Ultimo compreso.

Per non dire anche della veste assunta di patron dell’aeroporto di Firenze, quello che, sono parole dell’ex sindaco e oggi di quello in corso, accrediterà la città del Giglio come destinazione turistica, in barba alle preoccupazioni dei residenti e pure dell’Unesco, e simbolo rivendicato del partito del Si, che vuole contrastare quello dei No, compresi ben 20 sindaci dell’area interessata che da un anno si battono contro l’imprudente iniziativa e l’esclusione dal processo decisionale. Ci teneva talmente a quel progetto da farsene pubblicamente testimonial alla faccia delle denunce per la dimostrata incompatibilità ambientale: altera in modo irreversibile l’equilibrio dell’ecosistema della Piana e minaccia la salute di tutte le popolazioni da Firenze a Prato a Pistoia, è inconciliabile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli; gli auspicati 5 milioni di passeggeri/anno si combinano con emissioni, rumori, polveri, rischio idrogeologico e consumo di altri 380 ettari di suolo in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti.

E ci credo che il Pci, il Pds, il Pd non hanno mai voluto cavalcare il destriero vincente della condanna del conflitto di interesse: la loro visione geopolitica della globalizzazione è sempre servita per incastrarci dentro il disbrigo delle loro faccenduole sporche e dei loro affari di famiglia. E, viene da dire, il povero Lotti si occupava, di nome e di fatto, delle lottizzazione, come un collettino bianco  proteiforme e come un manovale premuroso.

A loro piace la fidelizzazione non la fedeltà e  lo doveva sapere che l’avrebbero lasciato colare a picco e da solo, facendolo passare per un genio del male, mentre era solo l’incarnazione di un clan di piccoli marioli alle prese con un golpe più grande di loro.

 

 

 

 

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Il web armato

war-general-illustration-1Una cosa buona è venuta fuori dal Russiagate e dal suo intreccio di bugie: la definitiva consapevolezza che l’utopismo globalizzante delle multinazionali del web è solo un’illusione che via via si è trasformata in inganno. Dal boom delle dot com in poi si era diffusa l’idea che queste società globali fossero neutrali ed estranee ad ogni interesse politico e geopolitico del Paese dove erano nate, ovvero gli Usa: sia il pubblico, sia chi lavorava al loro ‘interno credeva di essere all’alba di un nuovo internazionalismo aziendale che avrebbe connesso e responsabilizzato le persone, indipendentemente dalla loro nazionalità o lingua o posizione politica.  Del resto era proprio la caduta della politicizzazione, scalzata dal pensiero unico, che poteva rendere un’ apprezzabile utopia questa orribile prospettiva di neo feudalesimo corporativo, persino a quelle sinistre che una volta scomparsa l’Unione sovietica si erano tenute ben stretta la metà ambigua della mela, ovvero un confuso internazionalismo e ostilità verso gli stati, senza però alcuna delle ragioni per cui queste posizioni erano nate.

Il crollo del castello di sabbia e di rabbia del Russiagate ha rivelato che le major del web non sono piattaforme globali astratte, ma strumenti privatizzati del potere geopolitico americano. Anche l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, lo ha ammesso dopo un incontro con  Donald Trump  e questi lo ha reso clamoroso con una serie di twitter in cui dice che si è discusso in quali modi Google può lavorare per il suo Paese. Così per paradosso e come spesso accade alle idee ingenue e un po’ vacue,  ciò che doveva essere globalizzante alla fine è diventato uno strumento di nazionalismo e militarismo a tal punto che ora il potere chiede di poter controllare il web, come questione di sicurezza nazionale. E anche se il Russiagate è stata una balla colossale ideata dal duo Obama  Clinton, è rimasta l’idea che occorra censurare il web perché “è troppo libero ed è troppo gratuito”.

Tuttavia se questo sta cominciando ad arrivare in superficie. da molto tempo Silicon Valley stava lavorando per il potere americano sia stipulando contratti militari (vedi qui), sia collaborando con il dipartimento di Stato, sia accettando di cooperare con le agenzie di intelligence. Google per esempio è impegnata  nel Project Maven che si propone di sviluppare forme di intelligenza artificiale adatte per i droni, nonostante a seguito di questo alcune decine di ingegneri si siano licenziati; ma anche Amazon ha ampliato a marzo i suoi servizi cloud “Secret Region”,  a supporto del lavoro top-secret per il Dipartimento della Difesa, mentre Microsoft fornisce tecnologie di Ai per il riconoscimento delle immagini. Per di più oggi oggi queste grandi multinazionali del web, comprese quelle minori, si sono messe a lavorare per ogni sorta di opachi gruppi di esperti di sicurezza nazionale, tra cui New Knowledge,  Atlantic Council e German Marshall Found che sono organizzazioni apertamente guerrafondaie. Non c’è davvero da stupirsi se esse  censurano e “moderano” le loro piattaforme  in difesa della “sicurezza nazionale” americana e per mettere a tacere le voci che si oppongono al potere corporativo e militare dell’America. Ciò include anche i gruppi antifascisti americani come si può vedere da questa discussione , animata dal giornalista Yasha Levin.

Insomma Internet nato da un’idea concepita al Cern di Ginevra, ma poi rubata e    sviluppata in Usa come strumento militare, oggi rischia di ritornare in quell’ambito, ma dato il suo immenso sviluppo coinvolgendo dovunque la libertà di espressione e perciò la libertà stessa. Naturalmente il fatto che Russia e Cina vogliano sottrarsi almeno in parte a questo abbraccio e abbiano sviluppato un loro web e loro tecnologie specifiche  appare ai benpensanti occidentali ed euopei che sono ormai alla frutta del loro banchetto, come il risultato di autoritarismo, chiusura e censura.  Essi non sono ancora in grado di misurare il rischio che corrono.


Sardegna in guerra

742ac60ad7a51e2347974594ebd1a887 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quello che è già accaduto ma si pensava non  potesse più verificarsi, quello che succede altrove e che si pensa non possa avvenire qui: tutto questo può ripetersi e capitare, come sedici anni fa da noi, come a Chicago, come l’altro ieri in Francia, come in tanti posti, quando la protesta divampa e i poteri non sanno fare altro che far menare, mettere bavagli, confinare fuori dalla vista, non dei benpensanti che tanto non si affacciano dalle loro finestre blindate, ma di chi, che sembrava assuefatto, potrebbe svegliarsi.

In tutti i paesi, i governi si attrezzano per contrastare la minaccia di guerre perenni a bassa intensità, nelle città dove periferie rabbiose premono intorno a ghetti di lusso protetti da vigilanti e sofisticati dispositivi di dissuasione, in aree definitive  “sensibili” dove da tempo ci sono micce pronte per essere accese. In attesa della desiderata privatizzazione totale della sicurezza, si sta compiendo il disegno della militarizzazione urbana e del territorio, perfino in Paesi, come il nostro, dove i reati sono in calo, ma dove si accredita uno stato di emergenza che fa dell’ordine pubblico non una condizione augurabile per tutelare coesione sociale e armonia, bensì un diritto che può e deve cancellarne altri, limitando le insidiose libertà.

Periodicamente partono operazioni che affiancano l’esercito alla polizia: un esempio ne è Strade sicure, nata nel 2008 “Per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio” e che avrebbe dovuto estinguersi passato lo stato di crisi, ma che invece dura, costituendo  l’impegno più oneroso della Forza Armata in termini di uomini, mezzi e materiali. Va in questo senso anche il rafforzamento dei poteri delle polizie municipali, grazie al susseguirsi di misure che hanno rafforzato le competenze  del sindaco, una figura che viene di fatto istituzionalizzata allargandone poteri e discrezionalità nel solco tracciato oltreoceano a fine degli anni ’90 con la  “Tolleranza Zero” del sindaco di New York Rudolph Giuliani e subito scrupolosamente adottata qui da primi cittadini leghisti ed ex-comunisti, grazie a fantasiose ordinanze incaricate di accontentare le pulsioni più varie degli elettorati, in modo da rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi. O peggio ancora con il Daspo urbano, ereditato dal Babau all’Interno,  che può essere applicato a chi viene denunciato o fermato per reati minori, ma anche per chi sostiene la lotta per il diritto all’abitare, dei lavoratori in sciopero o promuove le lotte collettive per il riuso e il riutilizzo degli spazi abbandonati, con l’intento di punire, preventivamente, il dissenso di chi si schiera per i diritti, a cominciare da quelli che pensavamo conseguiti e inalienabili, e sono invece impoveriti e minacciati.

E poi c’è quella vera e propria, l’occupazione marziale del territorio effettuata dall’impero traballante che si regge sull’intimidazione e il ricatto, attraverso armi, dispositivi atomici, basi, trampolini, hangar, poligoni,  pronti e sottoposti a continua manutenzione alla quale contribuiamo generosamente, ben oliati in vista  di necessarie iniziative belliche e imprese epiche da compiere per esportare l’invidiabile  stile di vita, depredare risorse, spodestare governi democratici sostituendoli con qualche ubbidiente  fantoccio. Ma che servono anche a scopo dimostrativo, per esibire i muscoli e la prepotenza, mostrare i denti  del  guardiano del mondo al fine di contrastare potenziali terrorismi che magari sono sfuggiti alla sua gestione, come certe cavie scappate dal laboratorio che impazzano seminando il contagio, o per sottomettere insane ribellioni che compromettano la tenuta della civiltà superiore.

Agli invasi corre l’obbligo di partecipare delle spese e anche di controllare e impedire le reazioni di disfattisti e sovvertitori, che preoccupano gli apparati di intelligence: lo denuncia il loro rapporto periodico presentato al Parlamento che quest’anno ha  Che pure anche quest’anno nell’apposito capitolo dal titolo  “Minaccia eversiva e attivismo estremista”, ha esploso  accuratamente i rischi derivanti dall’azione degli anarchici insurrezionalisti e degli eversori che si muovono sul fronte delle  lotte sull’emergenza abitativa, dei movimenti contro l’Unione Europea e di quelli territoriali contro la Tav, il Tap, riservando particolare interesse ai fermenti di chi si oppone alle basi Nato in Sardegna e Sicilia, o al Muos in Sicilia,  In tale cornice, secondo i servizi, fra le realtà più attive c’è la componente sarda, impegnata contro l’occupazione militare collegata alla presenza sull’isola di basi e servitù”.

Si vede che mette paura la civilissima protesta, tanto per fare un esempio, degli abitanti di Iglesias, che hanno rivolto un appello a Mattarella: “Noi sardi ci rifiutiamo di rimanere indifferenti davanti ai crimini e al massacro di gente inerme, donne e bambini yemeniti, causato anche dalla fornitura all’Arabia saudita delle micidiali bombe prodotte nella nostra isola. La Costituzione e i trattati internazionali non sono rispettati. Così come non viene rispettata la legge 185/1990 che vieta le esportazioni di armamenti verso paesi in guerra…” , per denunciare l’approvazione in questi giorni da parte del comune dell’ampliamento della fabbrica di armi tedesca Rwm, che vende ordigni a Riyadh.

La Sardegna ospita  circa il 67 % delle servitù militari nazionali, con 35 mila ettari di terreni e aree marine della regione interdette all’attività civile. E non c’è da star tranquilli, perché quando qualcuna viene restituita alle popolazioni locali è per essere soggetta ad un altro tipo di occupazione, quella della speculazione. Come è accaduto quando “scoppiò la pace tra Difesa e Regione Sardegna, così scrissero esultanti i giornali, con la firma di un protocollo d’intesa tra il ministro Pinotti e il Governatore Pigliaru, per far tornare a disposizione del turismo alcune spiagge incontaminate che davvero non hanno nulla da invidiare ai Caraibi”, quelle di porto Tramtzu (Teulada), S’enna e S’Arca e Punta S’Achivioni (Arbus) e il porticciolo  di Capo Frasca.   Altro che turismo, in realtà l’intesa firmata in tutta fretta dalla generalessa a nome del governo Gentiloni, era propiziatrice della costruzione a Teulada, quindi  in un’area Sic, Sito di interesse Comunitario, di due “villaggi di guerra”, due insediamenti per la guerra simulata  in campi di addestramento che riproducono due terreni di battaglia, uno mediorientale e uno balcanico. Come hanno segnalato comitati locali si è trattato di un bel regalo (almeno 20 milioni di euro) per la Vitrociset, azienda che opera nel campo delle tecnologie dell’informazione,   della comunicazione e della logistica, nota per aver trasferito un bottino ingente in altri paradisi, quelli fiscali, in barba all’opposizione  espressa dal Co.mi.pa, il Comitato misto paritetico istituito nel 1988 in Regione, con il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale.

Non credo che la “componente sarda” che tanto preoccupa i servizi di intelligence si accontenterà dell’interesse della ministra in carica che ha manifestato l’intenzione di avviare “un tavolo tecnico” che si occuperà  dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito, quando le stesse autorità militari hanno definito alcune zone dell’isola “imbonificabili” per via dell’inquinamento di acque e suoli  contaminati da metalli pesanti, radioattivi, cancerogeni, se divenne  tristemente famosa l’indagine delle ASL di Cagliari e Lanusei sul Poligono di Quirra del 2011, dalla quale emersero dati allarmanti su malformazioni e malattie in quel territorio, rimasta in un cassetto e che aggiungeva ai dati sull’uranio impoverito, quelli sul torio radioattivo, ritrovato nel miele, nel formaggio, ma soprattutto negli scheletri di soggetti che avevano frequentato il poligono.

E mi auguro che come si batte contro l’occupazione militare sappia battersi anche contro quella speculativa:  un anno fa il governo Gentiloni decideva di fare una strenna alla Regione Sardegna rinunciandosi a rivolgersi alla Corte Costituzionale per impugnare la legge che “sdemanializzava” un sesto del territorio – immobili e aree di proprietà collettiva, 4 mila chilometri quadrati sui 24 mila dell’isola, dei quali i Comuni possono avere la gestione, ma non la proprietà e che possono essere utilizzati dai  cittadini come pascolo, per la semina e raccolta della legna o semplicemente per goderseli.  Vi rientrano aree ancora selvagge, ma anche zone di grandissimo pregio – e di enorme valore immobiliare – lungo la costa: Capo Altano, di fronte all’isola di Carloforte, la Costa di Baunei a Orosei, quelle di Montiferru che salgono il monte Urtigu, l’entroterra, il Mont’e Prama,  buona parte del Gennargentu e del Sulcis, che così non sono più sottoposti ai vincoli della legge paesaggistica Galasso e   potranno anche essere ceduti ai privati.

Con l’avvicinarsi delle elezioni la giunta in carica che ha saputo far peggio di quella guidata del valvassore di Berlusconi, ha fretta di portare a casa la sua legge di riordino, stoppata a settembre ma sulla quale sta attivamente lavorando, e che darebbe il via libera a una nuova colata di cemento sulle coste grazie a un sistema di deroghe che si richiamano alla doverosa necessità di liberare da lacci e laccioli la realizzazione di “programmi e progetti di grande interesse sociale ed economico”.

E così se la Rwm nell’ambito della sua strategia di sviluppo si propone anche di allestire un nuovo campo prove R140 per perfezionare gli esplosivi da provare sul campo prima della messa in commercio, il governo regionale al servizio di investitori eteri, Qatar in testa, effettua i test della speculazione perfetta.

 

 

 

 

 

 

 


Dalle Ong alla Nato per finire con Putin

triton-sito-800Trovo particolarmente irritante, ma anche caratteristica della contemporaneità, il dibattito sull’immigrazione e i rifugiati perché si svolge tutta su contrapposte petizioni di principio che se fregano dei dati reali e delle evidenze, come pure di un minimo di buon senso e di onestà. S’ode a destra lo squillo di tromba di una xenofobia strisciante se non apertamente conclamata che delle difficoltà poste dall’immigrazione fa un pretesto per liberare sentimenti arcaici e dall’altra quella dell’ipocrisia umanitaria, che vuole fare l’elemosina di un’ospitalità forzosa a carico in sostanza dei ceti popolari autoctoni, alla gente rovinata dalle guerre e depredata dalle multinazionali. Sembra quasi che non vi sia la capacità di collegare gli eventi tra di loro e molta gente che aborre i respingimenti poi si compiace dell’aumento delle spese militari o fa finta di credere alla sensatezza e persino all’umanitarismo degli interventi occidentali in Medio oriente e in Africa.

Alla fine è proprio il senso complessivo di questa tragedia che sfugge e tale vuoto spesso si riempe di complottismi di ogni genere che vorrebbero ridurre il disastro a pochi uomini e a poche centrali della vergogna. Tuttavia non si può nemmeno far finta di non vedere collegamenti sottotraccia che pure vi sono e che stanno via via acquisendo contorni meno vaghi a partire dal sequestro a Malta di alcune navi gestite da Sea-Watch una ong sponsorizzata dalla Chiesa luterana tedesca grazie ai soldi pubblici, all’arresto, sempre nell’isola di Claus-Peter Reisch, comandante di un battello di Mission Lifeline e infine dalla denuncia in Germania di sette Ong (SOS Mediterranee, Sea-Watch, Medici senza frontiere Germania, Save The Children Germania, Jugend Rettet (Berlino), Mission Lifeline (Dresda) e Sea-Eye (Regensburg). accusate in base all’ Aufenthaltsgesetz  di tratta di esseri umani per profitto. In effetti poco si sa e ancor meno si vuole approfondire in merito alle modalità con cui gli immigrati vengono “salvati” e se questo non sia in realtà un affare lucroso, l’ultima catena di una filiera che nasce in Africa e finisce sulle nostre coste. Tutte queste organizzazioni hanno qualcosa in comune, per esempio quella di ricevere qualche fondo dalla Open Society di Soros e di denunciare una raccolta di denaro complessiva difficilmente giustificabile con le piccole donazioni, tutte fanno parte di un mondo franco tedesco che per ragioni di geopolitica complessiva ha in un primo momento aperto le porte ai rifugiati dalle guerre africane e medio orientali, che in realtà hanno tra i protagonisti la Francia e i Paesi Nato, ben sapendo che grazie agli accordi di Dublino la maggior parte avrebbe investito l’Italia o comunque gli altri Paesi del mediterraneo. Casualmente alcune di queste ong, in particolare Medici senza frontiere e Save the Children (ci vuole un’ipocrisia da leoni per chiamarsi così) negli ultimi anni si sono spinte fino al collateralismo in occasione di manovre Nato.

E’possibile che in tutto questo mondo opaco e aggrovigliato, in cui non mancherebbe l’apporto dei servizi segreti come ha fatto indirettamente comprendere John Bolton  nella sua recente visita in Italia, possano c’entrare le ambizioni della Francia in Libia o magari anche il tentativo della Merkel di destabilizzare un’Italia che è ormai una spina nel fianco del suo dominio continentale. Ed a questo che si dovrebbe il ridicolo fallimento di Frontex. Possibile, ma puramente ipotetico: di certo però l’orizzonte delle questioni in campo sarà definito entro una decina di giorni prima dal vertice Nato che comincia domani a Bruxelles e soprattutto dopo l’incontro tra Putin e Trump previsto per lunedì prossimo. Ciò che scaturirà da questi appuntamenti sarà assolutamente decisivo anche per le politiche sull’immigrazione perché cambierà inevitabilmente il panorama dei rapporti all’interno dei continente, delle sue aree e delle sue contrastanti ambizioni. Se per esempio gli Usa dovessero trovare un modus vivendi meno ostile con la Russia, magari mettendo il freno sull’Ucraina in cambio di un minore interventismo di Mosca in Siria, le carte verrebbero completamente rimescolate e le forze centrifughe già così potenti  prenderebbero una direzione diversa e probabilmente accelerata.


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