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Il sindaco bisteccone

nardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ne ha registrati di successi il sindaco Nardella, impegnato nella perenne e tenace rivendicazione di essere il fedele prosecutore dei valori che ispirarono l’amministrazione Renzi e al tempo stesso determinato a dimostrare di poter addirittura far di meglio.

Non si può dimenticare come abbia saputo chiudere con esito favorevole il contenzioso con l’Unesco, che minacciava di dequalificare il centro storico di Firenze classificato tra i suoi patrimoni, a causa della esorbitante pressione turistica e dall’egemonia di immobiliaristi e  speculatori che hanno contribuito all’espulsione dei residenti, degli artigiani e dei piccoli commercianti  sostituiti distruggendo il tessuto sociale, le abitazioni e le attività tradizionali e con esse identità e memoria (tra l’altro ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/28/firenze-presa-a-nardellate/ ).

E lui invece con lungimirante e spavalda risolutezza ha fatto recedere la prestigiosa organizzazione dall’incauto proposito, imponendo la chiusura delle somministrazioni di kebab etnicamente e olfattivamente estranee alla cultura del luogo, con la stessa precisione chirurgica con la quale si è da sempre accanito contro vu’ cumprà e ambulanti, molesti quanto invece sono gradite grandi firme cui offrire locazioni favorevoli e spazi d’arte per eventi e convention.

Ma non basta: a coronare il suo trionfo, appena segnato dall’incidente di carattere “naturale” dello smottamento di un lungarno, vagamente compromesso dalle sterili polemiche dei disfattisti che non vogliono il tunnel dell’alta velocità sotto le pietre millenarie della città, lontanamente offuscato dalla vertenza che oppone progressisti e molesti misoneisti in merito al cosiddetto potenziamento dell’aeroporto cittadino,  il primo cittadino ha conquistato un riconoscimento che da solo dovrebbe bastare a chiudere la bocca ai gufi nichilisti che lamentano l’invasione di oltre 8 milioni di turisti, la cacciata degli abitanti, le strade regalate a una movida irrispettosa, le svendite e trasformazioni del patrimonio immobiliare pubblico, le concessioni di monumenti e siti di pregio culturale, compreso Ponte Vecchio,  ai festini aziendali dei finanziatori di una parte politica, la non ipotetica possibilità che venga chiusa la Biblioteca Nazionale per mancanza di fondi.

E infatti con lodevole intraprendenza  nel corso di una toccante cerimonia ha candidato (cito dal quotidiano la Nazione) “una regina delle nostre tavole, un emblema della gastronomia da export, la ‘fiorentina’ simbolo di un territorio, di un popolo, di una tradizione di beccai e di una filiera che aspira a contesti globali” all’ambito riconoscimento in qualità di patrimonio Unesco dell’umanità alla pari con la pizza, i pistacchi di Bronte, i fagioli di Lamon. E come non bastasse ha lanciato la porposta condivisa ampiamente con l’altra garrula esponente della succursale emiliana del giglio magico delle Olimpiadi Bologna-Firenze (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/).

Ma è la sua ultima performance che aggiunge un tocco epico alla sua carriera di primo cittadino: immortalato dai fotografi con tanto di elmetto in testa, incurante del rischio e con la stessa spericolata fermezza di altri condottieri prima di lui, immortalati a falciare, vangare, attraversare a nuoto tratti di mare o arrampicarsi su sentieri impervi, è stato ripreso mentre è intento all’installazione della millesima telecamera  di sicurezza a Firenze che così diventa “la città più videosorvegliata d’Italia” pronta a spezzare le reni alla criminalità, a combattere il terrorismo e a disincentivare i costumi dissipati dei forosette smaniose arrivate dagli States che con le loro abitudini dissolute “se la vanno a cercare”.

I dispositivi   tutti collegati tra loro con una rete in fibra ottica sono gestiti da un sistema centrale di supervisione quello della “Piattaforma Inquiris”, Unified Security Platform,  un software che permette di gestire e monitorare i diversi sistemi di sicurezza: videosorveglianza, antintrusione, antincendio, controllo accesso, stazioni meteo per rispondere a una sempre maggiore esigenza di sicurezza  e per facilitare le ricerche delle forze dell’ordine che hanno bisogno di visionare immagini delle telecamere e anche capire, in maniera più precisa, il tipo di movimenti di cittadini o oggetti.

Ha un sogno il sindaco Nardella, quello di fare della città che amministra il laboratorio del neoliberismo in salsa renziana, un capitalismo finanziario e speculativo sbruffone, ignorante, sgraziato, con tanto bastone per i poveracci e qualche carota per chi si illude di essere ancora classe agiata. E per carota si intende, alla stregua di un Salvini qualunque, una sicurezza che non comprenda equità, giustizia, rispetto dei diritti, ma repressione, controllo sociale, in modo che anche attraverso l’applicazione di sistemi e tecnologie si affermino le leggi, non quelle dello stato di diritto, ma del mercato, estendendo all’intera società le regole incivili applicate dal Jobs Act ai luoghi di lavoro, braccialetti elettronici, vigilanza sulle pause per la pipì o la mensa, applicando  indiscriminatamente quelle modalità e procedure dell’ordine pubblico urbano  pensate a dottate da molto prima del gorilla all’Interno, con la delega ai sindaci sceriffi di tutte le appartenenze a discriminare e reprimere i poveracci di qualsiasi etnia, in modo da criminalizzare gli ultimi per rassicurare i penultimi.

Così in un Paese che ha distrutto nel tempo la scuola pubblica non stupisce che si chiuda una Biblioteca per mancanza di risorse per investire di telecamere, proprio come si reperiscono i quattrini per salvare banche criminali o comprare aerei taroccati, mentre si tagliano i viveri alla tutela del territorio, alla ricostruzione nelle aree del terremoto, al welfare.

Così in un Paese che si lava la coscienza con un camouflage antifascista e antirazzista, non stupisce che un sindaco si trastulli sulla gru coi suoi giocattoli in sostituzione moderna e tecnologica dell’Ovra e dello spione di condominio, quando, senza scomodare Betham o Foucault c’è bisogno di sorvegliare per poter punire chi non si arrende ad essere docile e servile.

E’ l’ennesima dimostrazione di come l’esprimersi violento e rozzo di una estrema destra potenzialmente eversiva serva a  legittimare e garantire il mantenimento al potere dell’altra destra fintamente moderata rappresentato dalla vasta cerchia dei riformisti. Per quello non passa giorno senza che qualcuno non alzi l’utile spaventapasseri,  il simulacro che deve incutere paura dell’unico contagio che incute timore al potere, la ribellione.


Morire di ospitalità

venezia-affittasiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai accertata la trasformazione delle città da metropoli, in megalopoli e infine in necropoli, a imitazione di quei siti archeologici che non riusciamo a immaginare che siano stati popolati da gente che nasce, vive, lavora, ama, canta, ride, piange, scrive, legge, ma solo da satrapi, faraoni e tiranni, imperatori e regine impegnati a lasciare l’impronta della loro sfacciata crudeltà tramite piramidi, tombe e monumenti funebri che ne celebrano la potenza in vita e nel ricordo imperituro.

Succede nella grandi e estese urbanizzazioni, ma anche nei piccoli borghi, dove i centri storici si desertificano per l’espulsione forzata dei residenti costretti a lasciare la città in mano ai predoni immobiliari, agli speculatori che svuotano le abitazioni per farne gli uffici delle grandi banche, gli hotel dove ospitare la clientela della fabbriche del turismo, le sedi delle multinazionali e i residence per le loro cerchie di globe trotter de luxe.

Ha certamente contribuito anche quella piccola startup di san Francisco, cresciuta a dismisura che si chiama Airbnb e che negli anni ha catalizzato centinaia di migliaia di piccoli proprietari e affittuari, che inizialmente hanno costituito la base di massa della piattaforma, ma che oggi soffrono della pressione e della concorrenza che li sta divorando, i detentori di  una rete di abitazioni, spesso agenzie multinazionali o grandi proprietà che riescono a garantirsi un reddito costante senza soffrire delle incertezze del mercato immobiliare.

Circola in questi giorni una classifica di Infodata che registra la presenza di Airbnb nelle città europee e che colloca al primo posto  dei centri occupati militarmente dalla piattaforma, Porto con 454,78 appartamenti ogni 10mila abitanti,  seguita da Lisbona e Copenhagen, mentre Venezia e Firenze sono “solo” quinte e seste. Ma la statistica  riguarda   gli alloggi “registrati”, non prendendo in considerazione quelli sommersi e clandestini, che non pagano oneri fiscali e si sottraggono a ogni genere di controllo, e nemmeno tiene conto del rapporto tra residenti e “passanti” la cui permanenza è variabile.

Così l’algida aritmetica non rende l’idea del danno economico, sociale, culturale e morale  del contributo che questa forma di sfruttamento delle città ha dato alla gentrificazione, una parolaccia derivata all’inglese per definire il processo di trasformazione di un quartiere popolare  in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Sinonimo questo, adottato in campo urbanistico,  di “valorizzazione” termine impiegato dal liberismo selvaggio per specificare, tanto per fare un esempio, lo sfruttamento di foreste per fornirci di parquet o per allevare in forma intensiva la materia prima degli hamburger.

E infatti si tratta di un prodotto tossico come certi fondi e certi titoli,  promosso dai governi nazionali e locali e finanziato dal debito per il suo un duplice effetto: quello di congelare sia pure temporaneamente il malessere delle nuove classi disagiate strangolate dai mutui e dalle spese condominiali e dal fisco  contribuendo a integrare i bassi redditi di piccoli proprietari e inquilini, offrendo un  reddito perlopiù sommerso e parassitario a figli e nipoti che si integrano nelle magnifiche sorti e progressive della gig economy   diventando affittacamere digitali e globali, e quello di limitare l’offerta delle case in affitto normale  facendo lievitare i valori degli immobili e dei canoni di locazione, espellendo l’indesiderato  ceto medio-basso.

È un fenomeno che viviamo ogni giorno, a Testaccio, a Trastevere, al Pigneto e alla Garbatella investite dalla movida degli apericena coi tavolini sul marciapiedi a godersi la memoria estinta del ponentino, sui Navigli, in quei quartieri che perdono il carattere abitativo per diventare folclore e attrattiva turistica e dove in ogni stabile campeggia almeno una insegna di casa-vacanze,  B&B, affittacamere, punte visibili dell’iceberg di passaparola del mercato sommerso di stanze coi letti accatastati, poche pulizia, bagni in comune e scontrini per il caffè al bar di sotto. Ma si verifica anche tra i masi di montagna delle Alpi, nella campagna un tempo felix intorno alla Reggia di Caserta, nei borghi abbandonati e solitari del Molise dove l’unica popolazione che intravvedi passando è di anziani davanti al bar con la serranda tirata giù a metà,  o in quelli della Lucania dove qualche basilisco cerca di tirare a campare  entrando nel brand di manager dell’accoglienza con l’offerta della casetta di nonna o del rudere pittoresco tra gli ulivi.

Così il veleno che ha intossicato le aspettative degli indigeni e quelle di chi arriva contagia tutto, si perdono i caratteri identitari delle popolazioni, delle attività, delle relazioni e delle memorie per convertire le città in parchi a tema, con i “residenti” che magari dopo aver dato le chiavi e le istruzioni per l’uso vanno a dormire in periferia, ridotti a figuranti, comparse e inservienti. Mentre ai turisti si spaccia una imitazione della vita di una comunità che non c’è più, falsificata, taroccata e banalizzata, desiderabile sfondo per selfie.

Non a caso sono rare le sacche di resistenza al processo, le associazioni e le organizzazioni, i movimenti sociali che combattono la pacchiana ristrutturazione e valorizzazione, i cambi di destinazione d’uso, le svendite del patrimonio immobiliare pubblico accompagnato dal trasferimento dei servizi essenziali fuori dalla “cerchia delle mura”, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei generi di consumo accompagnato dall’espulsione delle attività sostituite dai supermercati e dai centri commerciali o dalle catene di distribuzione di merci uguali in tutto il mondo.

Sono pochi ancora e non hanno la visibilità e l’appoggio di fermenti cari all’establishment. E non c’è da stupirsene, pensando a Venezia dove  disposizioni urbanistiche che hanno promosso cambio d’uso di tutti gli immobili classificati come abitazioni anche se sfitti o disabitati (escludendo solo i piani terra), leggi regionali e delibere comunali che hanno liberalizzato e incentivato la trasformazione ricettiva degli appartamenti e delle singole stanze, hanno investito la città e le sue isole, travolte dal dilagare di nuovi alberghi, pensioni e residenze turistiche. O a Firenze, storicamente afflitta da sottoccupazione dove l’unica “opportunità” viene monocoltura della  “fabbrica del turismo”, che vampirizza il patrimonio artistico e culturale che estrae, che consuma, ma che non sa né tutelare né riprodurre.

Prevengo  i fan del cosmopolitismo al posto dell’internazionalismo che obietteranno che è un formidabile progresso offerto dalla globalizzazione la possibilità di muoversi, viaggiare, conoscere e immedesimarsi sia pure temporaneamente in vite e posti nuovi low coast, che questo non deve essere un lusso prec pochi, perché è frutto di lotte e conquiste di diritti.

In verità si tratta di una ulteriore disuguaglianza,  aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità e che contrappone da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato  che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività e dunque non li merita, giustamente costretto alla deportazione in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui gradini del Ponte di Rialto  o in Piazza dei Miracoli e a dormire pagando in nero un letto di fortuna.

Ed è quella che offre di consumi di massa per drogare la massa, elargendo qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti, sostituendo col selfie e il souvenir uguale a Pisa come a Dubai, la memoria della dignità, e con la foto di gruppo alle immagini di lotta delle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme, tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far vedere e sentire come è bella la libertà.


Milano-Roma, città all’ultimo stadio

 

 

milan Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo l’hannus terribilis segnato dalla morte di Nerone e dalla guerra civile, l’anno dei  4 imperatori, eletti ai quattro capi dell’impero,  Vespasiano (cui dobbiamo tra l’altro l’Anfiteatro Flavio) era salito al trono  per acclamazione delle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio. Una volta tornato a Roma il senato gli riconobbe  con un decreto tutti i poteri che erano stati propri di Augusto, Tiberio e Claudio, addirittura rafforzandoli in modo che potesse stringere accordi con altri popoli esterni ai confini, convocare il senato e far approvare disposizioni eccezionali senza essere limitato da leggi e plebisciti.

Pensate quanto piacerebbe poter godere delle stesse facoltà eccezionali alla Roma di Pallotta, anche grazie agli uffici del suo ottavo re in campo mai davvero detronizzato e che tanto si è speso in veste di non disinteressato testimonial: si deve a lui lo storico grido di riscossa  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, che si disse abbia fatto  cadere sorprendentemente tutte le riserve sulla realizzazione del nuovo stadio da parte della stessa amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati in merito a localizzazione, impatto ambientale e pressione infrastrutturale dell’impianto a Tor di Valle.

Ma adesso pare che l’affarone sia quasi in porto, grazie alle 59 pagine della  Convenzione Urbanistica, frutto dell’ennesima performance di quell’urbanistica negoziata e concordata che fa delle città e dei suoi abitanti ostaggi nelle mani dei privati,  che il Comune di Roma ha proposto alla As Roma nella quale sono contenute le clausole per la futura cessione dei terreni dalla Eurnova del troppo discusso Luca Parnasi alla più presentabile TdV Real Estate, la società creata appositamente dalla Roma per gestire la costruzione dello Stadio e che diventerà “soggetto attuatore” dell’intervento in qualità di stazione appaltante di tutte le opere, sia pubbliche che private. Insomma si cambia la carte intestata dell’ingombrante investitore che resterà dietro le quinte e si fa finta di ridurre le concessioni alle cordate ingorde degli immobiliaristi: il gentlemen – si fa per dire – agreement infatti  esibisce come una conquista irrinunciabile in nome del bene della collettività   il divieto di trasformare gli uffici e le superfici  destinate al commercio, previste dal progetto, in edilizia residenziale.

Sgombrato il campo dal pericolo che qualche irriguardoso senza tetto possa trovare ricovero  là dove  devono sorgere stabili “compensativi” quelli che servono a far fruttare l’impresa e che è legittimo sospettare che  faranno la fine dei scheletrici falansteri della Colombo o della Tiburtina o centri commerciali di quelli in crisi in tutto il mondo ma che invece da noi vengono riproposti come templi della modernità,  l’impresa va avanti infischiandosene del parere del Politecnico di Torino incaricato dallo stesso Comune che ha messo in guardia dal concreto pericolo che l’incremento della viabilità nella rete primaria della “marco-area” possa provocare un “blocco pressoché totale della rete principale di connessione con la location Stadio”,  anche se il 50% del traffico fosse gestito dal mezzo pubblico. Anche l’ipotesi di intervenire per consolidare la linea ferroviaria  potenziando la fermata Tor di Valle della “Roma-Lido” non basterebbe di certo, a conferma che in mancanza di opere strutturali di “implementazione” del trasporto multimodale, il sito prescelto è sbagliato. Altro che sbagliato, sbagliatissimo,   a cominciare dall’imponente impatto ambientale su un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico raccomandavano estrema cautela.

E questo si sapeva bene, (sulla Tor-ta di Valle ho scritto tante volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/) fin da quando a ridosso della famosa Legge sugli Stadi il sindaco Marino rilancia il progetto dello stadio da realizzare nei terreni dell’ex ippodromo acquistati a prezzi scontati dalla società di costruzione di Luca Parnasi. Già allora l’arena rappresentava  solo il 14% del volume a fronte di circa  un milione di metri cubi risarcirebbero sotto forma di compensazione le spese dei privati: i soli oneri di urbanizzazione ammonterebbero a  360 milioni e dovevano essere previsti anche 63 ettari di verde pubblico.  Via via nel lungo iter segnato da indagini, incriminazioni, scandali resta ancora parecchio delle invereconde frattaglie del sogno di Marino: rivendica la sindaca Raggi di aver tagliato il 50% della cubatura che comunque resta di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà).

Ormai  Roma e Milano fanno a gara sulle buche come sul consumo di suolo (la Capitale Morale vince la tenzone) e infatti anche il capoluogo lombardo vuole che le sue notti magiche abbiano un nuovo palcoscenico, come preteso da  Milan e Inter  (lunedì è al voto a Palazzo Marino) e per il quale archi star prestigiose hanno già presentato alcune ipotesi visionarie: un impianto trasparente  di Populous, un eco-stadio di Boeri, gli “Anelli doppi” di  Manica-Cmr.

Grazie allo stesso incantesimo (la Legge sugli Stadi) un’area di 250 mila metri quadrati con una precisa destinazione  ad attività sportive diventa area edificabile con un indice di possibile edificabilità dello 0,70, il doppio di 0,35, quanto cioè è concesso a qualsiasi cittadino nel resto di Milano, per dar vita a un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro. Così si capisce perché a sfamare le varie tipologie dei proponenti, società sportive, costruttori, studi di progettazione, immobiliaristi, (basta pensare a Milan e Inter che non dichiarano i propri titolari effettivi grazie a “catene di comando che si perdono nei paradisi fiscali delle Cayman, del Delaware, del Lussemburgo” come hanno denunciato la Commissione comunale antimafia e l’Anac) non basta il restauro del vecchio glorioso Meazza se invece intorno all’arena della quale viene accreditato l’interesse pubblico e l’utilità generale malgrado il Comune si ostini a non indire una gara, che sarebbe doverosa nel caso di  un’operazione immobiliare privata su terreni pubblici,  si possono collocare 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi.

Possiamo anche star tranquilli, a Firenze l’immaginifico sindaco Nardella ha detto no alla “tecnica del carciofo”, prendendo un pezzo alla volta: “I nostri uffici stanno andando avanti sul progetto Mercafir, ha detto, mettendo  tutto dentro, termovalorizzatore, pista dell’aeroporto, stadio e infrastrutture e allora si fa un ragionamento serio, da classe dirigente della Piana!”, ben determinato aCostruire un tempio sopraelevato che ci permetterà di superare i nostri limiti”, un’opera rinascimentale che vuole inaugurare nel 2021 malgrado preveda la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di proprietà Unipol e lo spostamento del mercato all’ingrosso e la costruzione della sede che dovrebbe ospitarlo.

Ma si faranno, eccome se si faranno, con buona pace degli onesti convertiti alla realpolitik del cemento, pronti a prendere i voti religiosi avendo perso quelli dell’elettorato abbracciando la fede  costruttivista che predica come i grandi eventi sportivi rappresentino l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, l’opportunità per formidabili ricadute occupazionali, dimentichi che hanno poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo o quello sotto forma di caporalato dei cantieri delle grandi opere. O che la Città dello sport a Tor Vergata, i due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, sono i monumenti in rovina, l’archeologia industriale o sportiva prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare, consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, se non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste, mentre noi festeggiamo la valanga di debiti che rotolerà impietosamente su Cortina e Milano.


Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


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