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Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


Sanificati ma sfrattati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Su dai, ditemi che è un miserabile espediente retorico denunciare che ci sono cittadini che proprio non possono rispondere agli inviti e alla raccomandazioni delle autorità, in risposta alle quali continua a campeggiare sui social “io resto a  casa” al posto di je suis…., come rivendicazione di responsabile spirito di abnegazione esercitato stando sul sofà o davanti al pc, mentre i paria possono e devono esporsi al gran male come fanno da nove mesi.

Ma sì, lo ammetto, è proprio un meschino artificio, ma qualora il pc vi servisse solo per il lavoro agile – avendolo ancora – o per ruggire e abbaiare dal desk, vi informo che secondo quanto accertato dall’ufficio legale dell’Unione inquilini, nella scorsa settimana  sono state depositate Tribunale di Roma  100 richieste di convalida di sfratto al giorno. 

Anche nella Capitale, dopo  Messina, Firenze, Bologna, la bomba “casa” sta esplodendo malgrado i tribunali abbiano in qualche caso rigettato le istanze di “rilascio” degli appartamenti abitati da inquilini “morosi” causa Covid, che non avevano ricevuto gli ammortizzatori sociali e il cosiddetto “contributo affitto”.

Così  ogni settimana per 500 famiglie romane inizia il tempo dell’incertezza. Sono 500 illustri sconosciuti che non ricevono il trattamento speciale, dovuto eh, che ha invece salvato  l’Istituto storico italiano per il Medioevo, grazie all’intervento della Sindaca che ha impugnato la sua stessa decisione di mettere per strada il prestigioso ente culturale reo di non aver onorato un debito di oltre 24 milioni. Magari non sarà vero, magari l’Istituto ha ragione di sospettare che l’incauto provvedimento sia stato motivato per alloggiare nelle vetuste stanze  l’Archivio Storico Capitolino.

Fatto sta che l’istituzione culturale, punto di riferimento di studiosi e studenti, stava per subire la stessa sorte di migliaia di meno illustri locatari: essere sbattuto fuori senza un’alternativa.

La sindaca Raggi in questi cinque anni, durante i quali abbiamo sentito ripetere ossessivamente il solito mantra a proposito dei danni irreparabili del passato, lo stesso che in forma bipartisan ripetono anche i sindaci al secondo mandato e per dir la verità anche i presidenti del consiglio di governi che portano lo stesso nome accompagnato dal numero 2, si è fatta interprete di una consuetudine che riguarda tutte le emergenze in questo Paese.

Senzatetto, sfrattati, occupanti diventano subito un problema di ordine pubblico da risolvere con l’intervento muscolare delle forze dell’ordine. E se per un po’ è riuscita a guadagnarsi qualche grammo di consenso impugnando la nota ordinanza di Veltroni promotore dell’augusta donazione in forma di comodato offerto a Casa Pound, si è capito che la continuità era garantita, senza nemmeno il proliferare di commissioni di studio promosse dal Sindaco Marino a compensazione della indecente repressione attuata con il distacco di luce e acqua e inflitta agli abusivi delle rive dell’Aniene straripato e di altri “baraccati”, mentre lui contrattatava le Olimpiadi e lo Stadio e alzava il fitto di associazioni a carattere sociale.

Non va meglio altrove:  nel 2019 Firenze aveva toccato un record con  576 sfratti eseguiti con forza pubblica, cui si stanno per aggiungere oltre 900 convalide  e oltre 3000 richieste di esecuzione a settembre.

Di Milano abbiamo pochi dati grazie al riserbo della stampa che non è solita fare un torto al sindaco Sala, a parte una ricerca della Caritas datata settembre che riporta che in cinque mesi di Covid 19,  oltre 300 persone hanno perso la casa, tra immigrati e giovani coppie. Intanto al Lorenteggio il braccio di ferro tra la Reale Immobili e gli affittuari di sei palazzine che la proprietà voleva liberare per “valorizzarle” è momentaneamente sospeso,  a differenza di quello tra i nuclei famigliari di anziani e il Fondo Investire Sgr, che ha acquistato da Unipol il caseggiato di Via Pila.

E non fa ben sperare la reazione dei reduci delle maggioranze silenziose meneghine  alla decisione di un giudice che ha imposto la rinegoziazione del contratto di locazione di un ristorante, con tanto di atti dimostrativi e minaccia di rappresaglie contro i soliti magistrati rossi.

Risalgono a maggio le ultime statistiche sul numero di senzatetto: sarebbero 50 mila in Italia, per difetto però,  2.700 nella sola Milano. Le associazioni di avvocati di strada e le onlus di aiuto alimentare raccontano che agli homeless  e ai pittoreschi clochard della rimpianta normalità se ne sono aggiunti di “nuovi”, i lavoratori precari che con il lockdown hanno perso con il reddito incerto anche un tetto sulla testa, alcuni dei quali   sanzionati per aver trasgredito le regole sanitarie.

Ma c’è un mondo di mezzo che si colloca tra chi ha un posto dove stare con tutte le disuguaglianze prevedibili, e i barboni che offendono il decoro e macchiano la reputazione delle città.

È quel ceto che negli anni si è arrangiato, si è conteso accrocchi di baracche e ricoveri con i “clandestini, hanno preso possesso di alloggi tirati su grazie alle “opportunità” offerte da bolle, fondi, acrobazie speculative, mai finiti né rifiniti e rimasti vuoti.  Calcoli di due anni fa avevano censito che nei 74 mila alloggi popolati della Capitale si erano insediati oltre 10 mila abusivi (per sgombrarli tutti ci vorrebbero 50 anni) ai quali si sono aggiunti quelli che non hanno fatto fronte alle rate del mutuo, quelli cacciati dagli stabili del centro (si ricorda il palazzetto di S.Giorgio al Velabro i cui residenti, normali famiglie capitoline, sono stati sfrattati per far posto alla libera iniziativa privata delle dinastie Fendi) in nome della doverosa sostituzione profittevole, chiamata gentrificazione, e ora i  nuovi “senzatetto” del Covid, quelli che non possono pagare l’affitto ma nemmeno le bollette delle utenze, quelli che con la prossima fine del blocco dei licenziamenti si troveranno senza lavoro e senza alloggio.

E chissà in che categorie collocheranno le new entry gli istituti gestori, Ater e Patrimonio di Roma Capitale, che hanno in passato provveduto a classificare   gli abusivi in categorie: occupante con sentenza definitiva, sanatoria senza requisiti, utente abusivo, utente con domanda di voltura non accolta, utente con domanda di sanatoria incompleta, utente revocato e utente con domanda di sanatoria non accolta.

Intanto le case delle rendite e delle società finanziarie restano vuote (secondo un conto a spanne solo a Roma sarebbero 100 mila) trasformandosi in quella scheletrita archeologia immobiliare che fa da quinte teatrali lungo la Cristoforo Colombo come in tutte le periferie cittadine, intanto quelli che hanno messo in atto la miserevole speculazione faidate dei B&B e delle case vacanze pagano la loro distopia domestica eppure non si arrendono a mettere sul mercato gli alloggi tristemente vuoti, intanto le banche continuano a premere per partecipare a operazioni di “consumo di suolo” vergognose per rifarsi dei crediti imprudentemente concessi a una clientela poco affidabile.

E così si spiegano i corollari a stadi e interventi megalomani destinati a un terziario senza futuro, di uffici, centri commerciali e residenze di lusso, rivendicate come compensazione per il sacco di risorse pubbliche, cui non si sottraggono le archistar (se Renzo Piano alterna il progetto benefico del Ponte di Genova con un grattacielo insensato nel centro di Torino, sono altrettanto famosi quelli chiamati a dare lustro al Progetto Porta Nuova di Milano)  pronte a  firmare col sangue dei cittadini il patto coi diavoli della speculazione.

È paradossale eppure succede oggi che si proietti il trailer di un futuro ambientato dentro le mura di una casa, curata docilmente da donne che alternano il ménage domestico con il fruttuoso part time, dove il capofamiglia svolge il suo incarico professionale agile assicurando una disponibilità al servizio h 24, e i bimbetti ridenti vengono istruiti davanti allo schermo grazie alla pedagogia a distanza di solerti maestri. Oggi che la casa, quando c’è, è a un tempo tana e prigione. Per gli altri obiettivo irraggiungibile o perduto.


I brogli della lista Pandemia

Come nei più classici brogli elettorali vengono arruolati anche i morti per far vincere la lista Pandemia e trasformarli in contagiati o deceduti da Covid. E’ accaduto che un geometra fiorentino, Lorenzo Vieri, si è visto recapitare a casa l’esito del tampone rinofaringeo per il virus Sars-Cov-2, fatto a suo figlio Guglielmo. Peccato che il figlio sia morto 18 mesi fa all’età di un mese a causa di una gravissima malformazione, mai rilevata durante la gravidanza: ma il tampone glielo avrebbero fatto il 29 settembre di quest’anno. L’esame è stato richiesto da un certo Istituto medico toscano che risulta essere un poliambulatorio privato e presenta uno strano risultato: ” non rilevato”. L’ incidente di percorso nella grande commedia pandemica introduce all’oscuro capitolo dei tamponi che oltre ad essere del tutto inaffidabili costituiscono un fiorente mercato: se ne fanno oltre  150 mila al giorno in media, naturalmente pagati dallo Stato, ma in realtà non c’è modo di sapere quanti di essi siano stati effettuati realmente e quanti invece possano essere di fantasia: un tampone non fatto, ma pagato produce un lucro notevole che moltiplicato migliaia di volte può arrivare a diversi milioni in breve tempo. Ma in questo caso l’eventuale truffa sarebbe a rischio zero perché lo Stato stesso ha interesse ad aumentare il numero di tamponi purché essi testimonino della terribile incombenza del virus e permettano tutte le operazioni di massacro sociale, svendita di sovranità e cambiamento autoritario che la razza padrona cova da decenni.

Difficile che un caso del genere sia isolato e nasca da da un semplice errore, ma al di là dell’incidenza che possano avere fenomeni di volgare speculazione e di lucro, il vero problema è che per la prima volta nella storia della medicina ci troviamo di fronte a una diagnosi per così dire asimmetrica: ossia la presenza di Covid rappresenta un notevolissimo guadagno economico per la struttura in cui essa viene effettuata, per quella in cui avviene un eventuale ricovero, nella totalità dei casi a causa in realtà di ben altre e gravi patologie, ma anche per il personale medico e paramedico che fronteggia la cosiddetta pandemia e che certifica la causa dei decessi. Questo avviene quasi dappertutto, anche se con modalità diverse a seconda della struttura dei sistemi sanitari e costituisce di per sé una grave alterazione della base numerica: il fatto che la presenza di coronavirus sia premiale così come lo sono i certificati di morte non rende possibile statistiche credibili perché è come se in un sondaggio una certa risposta comportasse un premio in denaro e un’ altra no. Se domani di decidesse di eliminare gli “incentivi” pandemici e una diagnosi di Covid implicasse uno svantaggio economico la malattia sparirebbe d’incanto dal panorama medico nel giro di un minuto. Perciò chi esprime opinioni contrarie a quella apocalittica diventa un traditore non della scienza che in questo frangente è stata messa sotto i piedi, ma del portafoglio.

Ecco come provvedimenti di tipo retributivo, contributivo o assicurativo che appaiono a prima vista come necessari per combattere il male, in realtà lo creano e lo perpetuano impedendo che le prese di posizione contrarie dilaghino e dissolvano la narrazione. Questo è un problema generale della scienza moderna dove la tesi che per molte ragioni intellettuali o economiche risulta più gettonata diventa premiale per le carriere e si diffonde a macchia d’olio al di là della sua consistenza: il fatto è che la ricerca è passata, in poco più di un secolo, da poche migliaia di persone impegnate a milioni e questo sta avendo un impatto drammatico non solo sulla qualità, ma sull’indipendenza. Comunque non è questa la sede per trattare il problema generale, ma bisogna avvertire che c’è del marcio in Danimarca ed è tale che a volte il nauseabondo odore della menzogna si percepisce chiaramente. non solo nell’episodio riferito, ma per esempio in una ricerca fatta dal Cdc americano nel quale si è scoperto che il 74% di positivi portava sempre la mascherina che così diventa il miglior veicolo di infezione, rilevata peraltro con tecniche del tutto inaffidabili.


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