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La Scarpara

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi voglio permettermi un po’ di retorica, delitto punibile con la gogna a meno che a cimentarsi in questo esercizio siano potenti che ritengono opportuno qualche cedimento a fini di consenso, e colpa appena un po’ meno deplorevole del richiamo a valori etici, catalogato come moralismo in cima a tutte le graduatorie del codice penale di Fb.  

È che guardandosi intorno sui social è tutto un prodigarsi in riconoscimenti per l’indiscussa n.1 degli influencer,  per le sue qualità manageriali, combinate coi buoni sentimenti di una mamma e sposa, con la variegata dedizione a tutte le cause pret à porter, con il senso degli affari spregiudicato quanto basta a confermare la speranza che le donne in carriera siano abbastanza stronze da competere con gli stronzi maschi.

Proprio come volevano il Cavaliere e le sue televisioni, diventano qualità speciali l’ambizione, il protagonismo narcisista, l’esibizionismo patologico e un talento particolare nel trasformare qualsiasi cosa si tocchi in merce come dei Re Mida che traggono profitto anche dalla prima carezza al pargolo, dalle ecografie,  dal vagito trasformato in suoneria, dalla linea premaman, dalla spallina o la sottana che si alza maliziosa, e che in altri casi sarebbe vituperata del poco che resta di senonoraquando, fino a Botticelli e Raffaello, altrimenti misconosciuti e negletti.

E guai se sollevi qualche obiezione sulla commercializzazione autoreferenziale di sè,  vieni subito arruolato nelle compagini dei frustrati, invidiosi,  degli inappagati   che si meritano il cono d’ombra del fallimento.  La giovane signora invece merita trionfi, consenso e quattrini ricavati dalla speculazione sui vizi consumistici e provinciali di chi spera, imitandola e comprando la paccottiglia che produce, firma o della quale è testimonial,  o semplicemente sognandola insieme a oggetti che non ha la possibilità di acquisire, di ottenere gli stessi successi, la stessa “biondità”, la stessa sicurezza assertiva del proprio ego, perché, viene continuamente ricordato, quei benefici se li conquista onestamente.

Il discorso sarebbe lungo, esplorare il concetto di onestà applicato al profitto di chi accumula avidamente, dei ricchi (qualche giorno fa ci è stata esibita la lista dei 10 paperoni italiani) redenti dal panettone a Natale per i dipendenti, dalle sponsorizzazioni dei restauri scaricabili dalle tasse, è arduo, così come è davvero impervio il cammino verso la dignità per chi è stato addestrato da anni a ridurre l’integrità al semplice fatto di non sfilare il portafogli dalle tasche dei cittadini, riservando rassegnata indulgenza a chi lo sfila dalle tasche dello Stato, a chi sfrutta i lavoratori che stanno sulla stessa barca,  a chi li avvelena dopo averli consumati per contribuire allo “sviluppo”, a chi ha colonizzato le teste con il miraggio di facili consumi e costumi, oggi proibiti e repressi.

Da un paio di giorni a celebrare le prestazioni del Re Mida de noantri, sono i giornali economici – dopo quelli dell’arte, estatici per il suo contributo alla conoscenza del capoluogo toscano e dei suoi musei, come fosse un Renzi qualsiasi che gratta i muri per pescare affreschi in favore di telecamera o un Franceschini intenzionato a promuovere la meta Italia very bella, prima delle sue campagne pubblicitarie ignota e inesplorata – che nel giubilo generale ci informano che l’ingresso della Ferragni in consiglio di amministrazione ha fatto “volare la Tods’ in borsa”.

«Ritenendo sempre più importante occuparsi di impegno sociale, della solidarietà verso il prossimo e della sostenibilità nel rispetto dell’ambiente e del dialogo con le giovani generazioni — ha dichiarato l’azienda —, il gruppo Tod’s ha nominato Chiara Ferragni membro del consiglio di amministrazione. Siamo certi che la conoscenza di Chiara del mondo dei giovani, unita all’esperienza dei membri del Cda, possa costruire un gruppo di pensiero dedicato a progetti focalizzati alla solidarietà verso gli altri, con forte attenzione al mondo giovanile che, mai come in questo momento, ha bisogno di essere ascoltato».

È già un bel po’ che la “responsabilità sociale” secondo major, grandi firme, multinazionali si esprime infondendo il bric à brac umanitario incarnato dalle campagne di Toscani per i maglioni di lana mortaccina fabbricati col sudore e pure il sangue di donne e ragazzini di geografie remote, nella propaganda dei marchi di punta.

Non essendo i Benetton, beneficati di altri 10 miliardi, la dinastia dei Della Valle ha fatto bene a premunirsi in attesa della svolta creativa del Grande Reset che stando ai suoi capisaldi ideologici, potrebbe considerarla un buona preda nazionale da annettere a un mega concentrazione, esibendo a propria difesa referenze a un tempo morali, pubblicitarie e manageriali in odor di digitalizzazione.

D’altra parte è da un bel po’ che le imprese che hanno sempre meno da produrre, condannate all’eclissi dall’irruzione delle nuove potenze tecnologiche e commerciali, cercando si acquisire nuovi mercati e consensi con una pennellata green, omaggiando la starlette dell’ambientalismo da giardinieri,  con un camouflage sulle tonalità del rosa offrendo posizioni elevate a donne, per nascondere trattamenti e remunerazioni disuguali,  e adesso è di moda il valore aggiunto del socialwashing, esaltando quel tanto di umanitario, compassionevole e anche sanitario come insegnano i leader del comparto digital-farmaceutico.  

Così la Ferragni può aspirare a essere la Marianna degli italiani, cinta dalla corona turrita per riportarci agli antichi splendori.  

Ma siccome sono in vena di retorica,  se proprio voglio andarmi a cercare un modello civile di solidarietà e riscatto femminista invece di lei, invece della sacerdotessa di Tinder che declina al femminile i fasti che si dischiudono magicamente per le donne che pensano che l’affrancamento dalla cultura patriarcale si giochi adottando le peggiori attitudini virili, penso a Agitu Gudeta, nera, donna,  rifugiata da un paese ex colonia italiana e imprenditrice nel paese  un tempo colonizzatore.    


Turismo svenduto alle multinazionali estere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Firenze: si stanno concludendo in questi giorni le trattative per la vendita  di  due strutture alberghiere della catena Hilton, il Garden Inn a Novoli e il Metropole di via del Cavallaccio, ad un non meglio identificato fondo di investimento che acquisirà sia gli immobili che la gestione degli hotel, finora affidata alla società fiorentina  Millenaria della famiglia Bagnoli e della dinastia Maestrelli, proprietaria del Grand Hotel Minerva.  

Il Mercure di Via Nazionale con il mese di aprile passa al gruppo francese Accor, nato dalla fusione di Borel e Novotel e che possiede già i due Ibis di Firenze Nord e Firenze Prato Est : anche in quel caso il pacchetto prevede la cessione delle mura e dei servizi di accoglienza  sarà a tutti gli effetti del francese Accor anche l’hotel Mercure di via Nazionale, con il definitivo passaggio di immobile e gestione dalla società Olimpo srl al gruppo internazionale nato dalla fusione tra Borel e Novotel, che in città conta già diverse strutture, in particolare i due alberghi Ibis Firenze Nord e Firenze Prato Est. Il format è lo stesso dell’acquisizione del Londra per mano del  fondo patrimoniale francese Eurazeo Patrimoine tramite la filiale Grape Hospitality.

Stessa sorte con minor grancassa toccherà a “camere con vista” della città, almeno 127 a scorrere gli annunci di Casa.it nel solo comune di Firenze, in particolare nel centro storico, da via Panzani a via Fiume, a via Ghibellina, come ha denunciato il quotidiano La Nazione.

Intanto a Venezia la Reuben Brothers ha acquistato per circa 100 milioni il Baglioni Hotel Luna di Venezia, edificio storico a pochi passi da piazza San Marco. I due fratelli David e Simon Reuben imprenditori britannici del settore immobiliare, tra le persone più ricche della Gran Bretagna con un patrimonio stimato a 16 miliardi di sterline (più o meno 18 miliardi di euro), inseguivano  da anni dopo l’acquisizione del Palazzo Experimental,  il sogno di accaparrarsi il palazzo storico del XII secolo che si racconta abbia dato ricetto prima che ai viaggiatori ottocenteschi e a corpulenti e rozzi magnati texani ai cavalieri templari in procinto di imbarcarsi per la Terrasanta, arricchendolo con tanto di spa, cabine massaggi, sauna, bagno turco, a conferma del loro interesse per il “mercato veneziano”.

Anche a Venezia sono sul mercato non solo le grandi strutture ormai chiuse da un anno, ma soprattutto hotel di media e piccola struttura, a tre e 4 stelle, almeno un centinaio i cui proprietari, che hanno tentato di sopravvivere tenendo aperta una stanza per volta a prezzi scontati, mettendo in cassa integrazione i dipendenti e indebitandosi, oggi cedono le armi davanti alle profferte di gruppi e cordate estere.

Nel caso foste interessati al business, vi basta consultare qualche sito per scoprire che da mesi languono a impolverarsi le offerte di  375  alberghi in vendita in Lombardia, che sul Lago di Garda sono 20, 51 in provincia di Grosseto, altrettanti tra la Val d’Orcia  e Val d’Asso, una ventina in Basilicata.

Per non parlare delle case vacanze e dei B&B che si erano sottratti al monopolio dell’app in regime di esclusiva che ha provveduto allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi dei residenti per offrirli a affittuari per caso, sacrificio rituale in nome del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione.  Perché, come è ormai accertato, la tendenza alle concentrazioni ai danni del “piccolo” ha affondato i proprietari di un alloggio, che si illudevano di sbarcare il lunario da locandieri e affittacamere, salvando invece i sudditi giudiziosi che  hanno accondisceso a  dare in gestione i loro immobili ad Airbnb  offrendoli per affitti lunghi, come foresterie o seconde  e terze case per il nomadismo del lusso.

Ci sta tutto nel progetto di trasformazione del Paese in parco tematico, in hotel diffuso, in relais per turisti annoiati in cerca di reincarnare i viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento o di realizzare il proposito del Terzo Reich che ipotizzava lo stesso destino per l’Italia, però con tutte le comodità, Wifi interdetto ai locali in smartworking e ai  ragazzini con la Dad, piscina, sauna, corner relax, quelle garantite dal passaggio del comparto dell’accoglienza nelle mani di multinazionali efficienti e di imprenditori dinamici, compresi emiri e sceicchi che da anni hanno occupato il settore in Sardegna come  a Milano.

Vuoi vedere che davvero ha preso forma un complotto in modo che soggetti strutturati, quotati in borsa, fondi sovrani e reucci dell’hotellerie potessero approfittare delle misure messe in atto per contrastare il Gran Morbo e infiltrare e occupare quel comparto economico?

Vuoi vedere che sono stati favoriti da ministri e amministratori, se tra i capisaldi della ricostruzione secondo Franceschini, oggi espropriato delle competenze, c’era anche la promozione in grande stile di un progetto espansivo di  Airbnb in ogni borgo, tanto che Sunia e Cgil lucane si sono ribellate perché a Matera e dintorni non esistono più case in affitto per i residenti?

Vuoi vedere che dietro ci sono i soliti noti, Cassa Depositi e Prestiti che così realizza la sua vocazione, proprio come l’Invitalia di Arcuri, di ente assistenziale per multinazionali e imprese straniere che hanno bisogno di essere incoraggiate a comprarci coi nostri stessi quattrini, impegnata   in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico ai cittadini, come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo a Firenze?


Città d’arte, nuove necropoli in svendita

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E per fortuna che sono una blogger felice e sconosciuta, altrimenti potrebbe toccarmi in sorte il trattamento riservato al ben più autorevole  e prestigioso storico dell’arte Montanari, querelato dal sindaco insieme alla Giunta del Giglio per aver criticato il “modello Firenze”.

Il delitto di lesa maestà è stato compiuto in diretta tv a Report su Raitre, quando Montanari ha osato accusare Nardella di aver messo all’incanto la città che amministra: “Firenze è una città in svendita… è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

C’è da chiedersi che altra formula più blanda avrebbe più opportunamente definito, tanto per citare il caso in questione, l’operazione “immobiliare”, che ha per oggetto l’ex monastero medievale di San Giorgio alla Costa, già umiliato dalla trasformazione in caserma malgrado insista in un’area Unesco, e recentemente ceduto a un maggiorente argentino che ne vuol fare un luxury hotel con 20 suite, 18 appartamenti, più di 80 stanze, centro fitness, piscina, parcheggi e servizi nel sottosuolo, da dove, lo si evince dalla scheda della variante urbanistica comunale, potrebbe partire l’auspicato collegamento con il Giardino di Boboli e con il Forte Belvedere in qualità di dependance del relais grazie alla realizzazione di una funicolare orizzontale a cremagliera. 

Invece il Nardella proprio non gliela lascia passare e pretende 165 mila euro di risarcimento.

E’ che negli anni si è fatta strada una nuova interpretazione del cosiddetto danno di immagine:  denunciare un intervento speculativo di esproprio di un bene comune recherebbe nocumento alla reputazione molto più che lasciar crollare gli argini dell’Arno, molto più che autorizzare il passaggio di treni ad alta velocità sotto il selciato delle piazze e delle vie storiche, molto più che togliere quattrini alla comunità per ampliare un aeroporto secondo un progetto che anche prima del Covid era sovrastimato rispetto ai bisogni, molto più che affittare a prezzo simbolico siti della fede e dell’arte in qualità di location per eventi aziendali, molti più che improvvisarsi lobby per ottenere  un emendamento favorevole alla realizzazione del nuovo stadio grazie allo   “Sblocca Stadi” approvato in Parlamento da centrodestra e centrosinistra  e che consente l’abbattimento di impianti sportivi storici tutelati in nome della loro “modernizzazione” per rispondere alla “sostenibilità economica”, al profitto cioè, dei privati investitori.

Ci sono molti modi per vendere una città, ma tutti prevedono che vengano cancellate l’identità e l’appartenenza dei cittadini in modo da costringerli all’esodo, che venga demolita l’impalcatura che la tiene insieme, fatta di memorie, tradizioni, storia, che gli abitanti vengano sostituiti da nuovi “residenti” saltuari secondo i comandi dell’impero dello sfarzo che dei lussuosi vagabondi di meta in meta del Grande Privilegio, che si soffochino le botteghe, le attività consuete tramandate da generazioni per far posto alla moderna chincagliera e alla paccottiglia contemporanea, uguale a Firenze, Napoli, Dubai, Singapore.

Ma uno di modi più efficienti ed efficaci è condannarle a un destino obbligato, unico e irriducibile: la “vocazione” industriale per alcune, magari dense di pregi artistici e paesaggistici, ma più defilate rispetto ai tragitti e agli itinerari del neo- cosmopolitismo, assassinate in modi addirittura più cruenti, come a Taranto, infliggendo la pena della bruttezza, dell’umiliazione e del ricatto, e dell’avvelenamento fino alla morte, turismo invece per le città d’arte.

E infatti, ci fanno capire, senza turismo Venezia, Napoli, Firenze, Palermo, Siena, Lecce non solo non sono più città ma vengono meno anche all’opportunità di diventare luna park, Disneyland, alberghi diffusi, musei a cielo aperto.

E difatti con al sgangherata brutalità che lo caratterizza, il Sindaco Brugnaro ha fatto sapere che in mancanza di visitatori i musei civici veneziani resteranno chiusi fino ad aprile «a prescindere dalla decisione del governo che per ora ha disposto la chiusura dei Musei fino al 15 gennaio». In mancanza dell’indotto degli ospiti stranieri,  la Fondazione che li gestisce come fossero un supermercato, chiude malgrado le reiterate promesse di tener fede all’impegno di servizio civile e culturale, colpendo i lavoratori, quasi mille, perlopiù associati alle cooperative affidatarie, messi in cassa integrazione a 300 euro, o, peggio, quelli precari e mai regolarizzati dai Musei Civici nemmeno ai tempi delle vacche grasse dei forzati delle crociere e delle file interminabili di pellegrini, lavoratori autonomi a partita Iva che si ritrovano senza lavoro e senza alcun tipo di sussidio.

Sono quelli cui il ministro Franceschini promette i fasti del turismo di prossimità, interno, talmente “minore” da non meritare l’accesso a quei “giacimenti”, tanto per usare un termine a lui caro, che rappresentano davvero “servizi pubblici essenziali, indispensabili alla promozione culturale e alla crescita umana e civile”, raccolte di tesori accumulate nei secoli, inventate proprio da noi, che sono sparse in tutta la geografia del paese, secondo la calzante definizione data  dall’International Council of Museums  che ne parla come di “un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto», insomma per  quel “pieno sviluppo della persona umana” citato all’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.

Altro che tenerli chiusi, oggi più che mai dovrebbero aprire i battenti in aiuto dell’istruzione, di quella coesione e unità di popolo che è stata oggetto del miserevole mantra di anche in questo caso  non usa il potere che la Carte gli conferisce per sostituirsi alle Regioni e agli enti locali inerti quando ne va del bene pubblico, salute, lavoro, cultura, della storia “patria” che è fatta di navigatori, poeti, artisti ma pure di quei partigiani che volevano garantirci istruzione, valorizzazione dei talenti, accesso alla bellezza.

Si quella bellezza che si vede e ridiventa nostra in quei luoghi,  non nei centri commerciali, invece aperti agli “assembramenti”, e nemmeno su internet, a pensare alla indecorosa narrazione ministeriale del “Netflix della cultura” di Franceschini, che quando parla   di “mettere in scatola lo spettacolo dal vivo”, per coprire l’oltraggio dei teatri serrati, pensa al dinamismo digitale del direttore degli Uffizi, ridotto a mettere online le foto dei capolavori interdetti al pubblico con la possibilità di un like sul preferito,  o della valutazione della clientela come su Amazon.  

Altro che tenerli chiusi, proprio adesso che  gli italiani più poveri moralmente e economicamente hanno diritto di godere di quello che mantengono con le loro tasse alla pari del sistema sanitario che hanno pagato con la fiscalità e che è loro interdetto.

Altro che mettere per strada i dipendenti facendo intendere che il loro lavoro dipende dai “biglietti”, quando abolirli costerebbe come due giorni di spese militare all’anno, spese sulle quali non si è risparmiato nemmeno in questi mesi.  

Quindi buon anno, non mi sottraggo al rito ogni volta più incerto.  Anche se di una cosa ci tocca invece essere certi, che la bellezza non ci salverà, dopo il trattamento che le riserviamo.


Museo degli Orrori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sotto tutti i ministri addetti alla conservazione e promozione del nostro patrimonio artistico e culturale, quelli che nel vocabolario delle coglionate progressiste vengono definiti i nostri giacimenti aurei, il nostro petrolio denunciando che quindi vanno sfruttati in modo che producano anche se sono “vecchi”, ricorrentemente si è riproposta, o rinfacciata come si dice a Roma di un piatto indigeribile, l’ipotesi di tirar fuori dai sotterranei dei musei tesori dimenticati.

Ma non per trovare una collocazione che permetta a noi tutti di goderne, macché, per darli invece in comodato a mecenati che saprebbe tenerli con cura: banche, fondazioni, multinazionali ai quali dovremmo essere anche grati per la generosa ospitalità, che ci regala l’immagine di Ad e di presidenti di importanti istituti finanziari e imprese che la mattina passano il piumino da spolvero su qualche manierista, o  che si portano in trasferta qualche baccanale barocco per valorizzarlo in camera da letto o qualche scena di caccia per la foresteria.

In feconda e fantasiosa controtendenza, invece, quel geniaccio del direttore degli Uffizi, che non finisce mai di stupirci per le sue  simpatiche  trovate nazional popolari, quell’Eike Schmidt, noto per aver voluto come testimonial la bionda influencer in qualità di musa botticelliana e benevola promoter delle arti  in anticipo sui suoi fasti come persuasiva garante e divulgatrice delle misure anticovid dell’esecutivo, quello apprezzato per aver aggiunto a Dad e smartworking anche l’arte dal sofà realizzando Uffizi On Air, “un ambizioso progetto” per gite  virtuali nel museo comprensive di “trasposizioni online”  accessibili ogni martedì e venerdì, sul profilo Facebook (aspirando a contendere così il successo del competitor più cliccato e che vanta  “più follower al mondo”, il Prado),  ecco proprio lui, non ti è andato a pescare da una cantina prestigiosa un presepe per esibirlo nelle sale e nelle visite digitali, in occasione del Natale?.

Ingenuamente penserete che si tratti di una plastica rappresentazione della natività, magari settecentesca, magari portata alla luce da un ripostiglio di Capodimonte.

Vi sbagliate, la cantina era quella della Rai e il presepe è quello commissionato a un artista contemporaneo, Marco Lodola, da Nicola Sinisi, uno dei decani dei manager del servizio pubblico. Ma quando l’opera da oltre 30mila euro è arrivata in Viale Mazzini, pare che sia stato lanciato un feroce ostracismo  al pagamento e all’esposizione dell’opera, finita così a languire nei sotterranei della Rai finché Schmidt ha raccolto il grido di dolore del suo creatore offrendogli ricetto.

E difatti il gruppo della natività è già stato installato al primo piano dietro le vetrate del Verone e sarà visibile dal Ponte Vecchio, mentre il gruppo dei Magi  potrà essere ammirato dalla piazza degli Uffizi.

Grande il compiacimento espresso da Sgarbi, presente alla toccante cerimonia insieme al Sindaco Nardella, come ci fa sapere il Giornale, che encomia la scelta illuminata e “illuminante” del direttore del polo fiorentino di offrire lo spettacolo di son et lumière in modo che “domini e si rispecchi nell’acqua del fiume, e sia visibile dal Lungarno”. Insomma si tratterebbe “di una intuizione moderna e originale nel pensiero della tradizione e dei valori cristiani. Nelle Natività di Rubens il bambino è un bozzolo di luce. Qui la luce è l’idea stessa di Dio. Sotto la stella cometa che tutti ci unisce nel pensiero del Santo Natale“.

Ora va a sapere se l’iniziativa del direttore voglia configurare uno scisma della fede con l’esposizione del “presepe laico”, contro quell’interpretazione del Natale propagata anche via Dpcm dal Presidente del Consiglio fervido seguace di Padre Pio e di Di Maio, fervente custode del messaggio, stavolta allarmante, di san Gennaro, come festività di appartata testimonianza, riflessione e contemplazione.

 Va a sapere se anche l’opera del Lodola, non sia diventata materia di scontro politico tra impolverati chierichetti e innovatori che piacciono al Papa della gente che piace, tra servizio pubblico che non sa aprirsi alla modernità e progressisti rutilanti alla Drive in.

Va a sapere se invece non sia una di quelle operazioni fatte per épater qualche bourgeois, incarnato da Montanari, da quelli di PatrimonioSos.it, parrucconi e misoneisti, insomma una di quella provocazioni che spacciano paccottiglia di plastica e materiale da ferramento come prodotti  di una creatività   visionaria, irridente e ribelle,  che verrebbe penalizzata per il peccato di essere “troppo oltre”, troppo  d’avanguardia e troppo innovativa.

O va a sapere se invece il nostro Schmidt non sia invece e inaspettatamente un cultore dell’arte Pop, oltre che uno in cerca di rinnovare i famosi 15 minuti di notorietà cui tutti avremmo diritto come sosteneva Warhol, più che degli ormai noiosissimi e abusati Raffaello, Simone Martini, Piero o Pontormo, che ha voluto suscitare un benefico scandalo per risvegliare le coscienze dei molesti passatisti e appagare gusti e inclinazioni  meno retrograde con la sacra rappresentazione rutilante di luci stroboscopiche a evocare le discoteche ormai chiuse.

Se è così non è sicuro che l’iniziativa abbia avuto successo. La Natività di Sanremo, che di questo si tratta, con Lucio Dalla in veste di San Giuseppe, la Cinquetti di “Non ho l’età” come Maria, Freddie Mercury come pastorello e David Bowie come Angelo svolazzante e benedicente sarebbe più congruamente collocata nel contesto della riabilitazione del Kitsch, secondo la efficace  definizione di Gillo Dorfles che ne parlava come di uso improprio, estemporaneo e incoerente, come dell’imitazione “eticamente scorretta di ciò che è stato fatto prima e meglio”.

E se poteva aver ragione molti anni fa Walter Benjamin  per il quale si trattava di  “Una gratificazione emozionale istantanea senza sforzo psicologico, senza sublimazione”, oggi sembra non sia educato dare del “brutto” a qualcosa che appaga sentimentalismo, faciloneria e ignoranza, che  contribuisce a generare e accreditare  un gusto distorto o almeno riduttivo della bellezza, proprio come insegna il proverbio non è bello ciò che è bello, ma quel che piace, Torre di Pisa di pasta di zucchero, i villaggi turistici che copiano i trulli e le grotte die Sassi dai quali per secoli le popolazioni si volevano affrancare, i rosari fosforescenti e le magioni dei boss delle cerimonie che riecheggiano più che Versailles le ville del Cavaliere.

Che d’altra parte Schmidt fosse un appassionato del Kitsch lo aveva già rivelato la sua compulsione a innovare il museo con aggiunte estrose, combinando l’adeguamento allo spirito del tempo, come nel caso dello scalone, dei nuovi “collegamenti verticali”, della tettoia faraonica utile a proteggere gli “avventori” dalle intemperie, con gli obblighi di promuovere la profittevole commercializzazione del prodotto “bellezza” estendendo e razionalizzando lo spazio per lo shopping.

In attesa che a Luciano Pavarotti, Mina, Renzo Arbore, Rita Pavone, Max Pezzali, Caterina Caselli, come le figurine di San Gregorio Armeno, si aggiunga il 24 un Gesù Bambino dei discografici penalizzati dall’Avvento del digitale, magari il cantante Pupo? Cominciamo col chiederci se i fiorentini, anche quelli che non hanno votato Renzi e non votano Nardella si meritino l’umiliazione dei fresconi che si vendono gli affreschi, dei loro musei ridotti, mai come in questo caso, a Juke box e flipper.


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