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I golpisti delle Logge

isozakiAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era da immaginarlo che la visita pastorale agli Uffizi della piazzista del ciarpame globale più cafone, ultima dopo Madonna, i Masai che corrono con tanto di scudi e lance per celebrare le confezioni dello stilista locale e così via,  avrebbe prodotto danni incalcolabili (ne scrissi qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/).

E infatti c’è da sospettare che dobbiamo alla sua sguaiata opera di volgarizzazione di Botticelli, impiegato come sfondo dell’ostensione commerciale della sua merce, la svolta, salutata con giubilo dal sindaco Nardella e dall’ineffabile  direttore del Museo, Schmidt: “si tratta di una decisione storica”, che autorizza e finanzia (intanto con 12 milioni) e dopo quasi vent’anni di polemiche e contenziosi, la realizzazione della Loggia, disegnata dall’immancabile archistar, in questo caso giapponese, Arata Isozaki.

Pensata come una loggia moderna in acciaio e pietra farà da visionario, immaginifico e, pare, imperativo contrasto con quella dei Lanzi in piazza della Signoria, a significare la vocazione e il talento di Firenze nel combinare magicamente passato, presente e futuro grazie alla creatività degli artisti dei vari rinascimenti che si sarebbero susseguiti, compresi gli ultimi a cura di Renzi, Farinetti, Nardella, a base di finocchiona a New York, alta velocità con annessi buchi sotto lo storico selciato, rifacimento di facciate michelangiolesche e concessione munifica di siti d’arte, dopo lo storico caso di Ponte Vecchio, come location in uso esclusivo per buffet, eventi mondani, sfilate di compagni di merende  (Piazza della Signoria sarà la sala da pranzo a cielo aperto per gli stilisti Dolce & Gabbana, reduci da analoghe performance nella Valle dei Templi).

Chissà perché a dire Loggia in Toscana ne viene maliziosamente in mente un’altra contrassegnata da legami opachi, influenze velenose, cerchie tossiche. Niente a che fare, rintuzzerebbero i patron delle iniziative futuriste del dinamico ceto politico locale, dallo stadio della Fiorentina, all’ampliamento dell’aeroporto di Peretola, così  proiettato nel domani da sfidare dati e statistiche sul decremento degli arrivi e sulla crisi del turismo pre e post Covid.

L’opera, che si sarebbe resa necessaria  per “razionalizzare” l’uscita del museo considerata “insufficiente” già nel 1999,  muoverebbe invece dall’idea utopica di richiamare nell’oggi i temi cari a Brunelleschi, per promuovere  “un dialogo tra contemporaneità e  tradizione storica”,  offrendo al tempo stesso   protezione e copertura, che quando c’è un’acquata a Firenze si rischia come sanno anche i Lungarno, dando forma così a un vero e nuovo spazio pubblico con tanto di colonne e sculture in pietra “serena” – come Letta, beata lei –  aperto a turisti e cittadinanza, a esclusione, c’è da immaginare, dei molesti ospiti, vucumprà, allestitori di kebab, che tanto male fanno alla reputazione della Città del Giglio, come ricordato dal sindaco nelle  obiezioni sollevate alle accuse dell’Unesco di mercificazione oltraggiosa del centro storico.

È che non sono solo quelli l’ostacolo alla valorizzazione di Firenze come capitale indiscussa del turismo e dello sfruttamento del nostro petrolio, come ha sempre sostenuto il vero sindaco del quale il povero Nardella resta una pallida imitazione,  che investì milioni per farla “conoscere” nel mondo grazie a campagne pubblicitarie affidate ai suoi amichetti del cuore, o che cercò di aggiungere lustro promuovendo la ricerca di affreschi leonardeschi sulle pareti dell’ufficio,  e che, tanto per chiarire il senso dell’operazione di questi giorni, voleva che gli Uffizi facessero cassa, diventassero un juke box che faceva risuonare a comando il tintinnar dei soldi, concorde con il ministro che non tramonta mai nell’affidarne la gestione a un manager esperto di marketing.

A fermare la corsa verso un ambizioso futuro, come in tutte le città d’arte, sarebbero proprio gli ingenerosi residenti, misoneisti e arroccati nel passato, che le politiche di questi anni, hanno “convinto” a cercarsi nuovi spazi esistenziali, con ogni sorta di metodi dolcemente persuasivi:  piani  che  agivano con intenti vessatori nei confronti della gestione ordinaria delle trasformazioni, mentre  favorivano i nuovi padroni della città, imprese immobiliari d’assalto, corporation, fondi  stranieri, una voluta indeterminatezza delle regole in favore delle grandi proprietà strutturate e spregiudicate, lo stravolgimento dei criteri del “restauro” per  promuovere ghiotte estrazioni di valore a beneficio di speculatori, svendite del patrimonio pubblico.

In previsione del “rilancio”, della ricostruzione dopo la pandemia, il primo cittadino si è ritagliato una sua leadership nella cerchia dei sindaci che hanno chiesto più autonomia, più risorse, più discrezionalità e libertà d’azione, a base di cantieri per infrastrutture, per operette immorali, secondo le priorità che ogni giorno si rivelano più arbitrarie e irrazionali, ponti, tunnel, stadi compresi, secondo la filosofia dei 137 interventi argomentata negli Stati Generali, con il placet delle feroci dame europee in veste di streghe di Macbeth.

E infatti mentre esultava per la Loggia, che vuole sia, anche per affinità stilistica, la sua piramide del Louvre, ha anche festeggiato una “delibera di indirizzo” per riqualificare la zona di Campo di Marte ed agevolare il restyling del Franchi grazie a un grandissimo parcheggio, all’ampliamento dei volumi commerciali e all’inserimento di una linea della tramvia, interventi, ha sottolineato compiaciuto, che dovrebbero convincere i patron della Fiorentina a investire nello stadio ben oltre le promesse.

Si sta inoltre  impegnando per condurre il porto al più presto l’iniziativa di permettere e avviare  in zona di Costa San Giorgio, nota anche con il toponimo di Poggio alle Rovinate perché in vari periodi è stata al centro di movimenti franosi,  al posto dell’ex Scuola di Sanità Militare, la realizzazione di un mega albergo di lusso di una dinastia commerciale e immobiliare argentina, che richiede ovviamente di dotarsi  di parcheggi interrati, di magazzini e locali di servizio e tanto per non farsi mancare il doveroso buco,  un tunnel sotterraneo di 600 metri con accesso carrabile.

Anche non volendo, si ha sempre la conferma che le priorità di governi, centrale e periferici, non hanno nulla a che fare con il bene comune, secondo gerarchie e graduatorie che come nel passato sono condizionate da altri interessi che ondeggiano tra profitti, scambio di favori e voti, clientelismo, familismo, speculazione, corruzione e megalomania. Gli esempi si sprecano, anche in materia di felice combinazione di geni del passato e odierna creatività da mescolare per dare una nuova e moderna identità alle nostre città d’arte: a Venezia non si è costruito l’ospedale di Le Corbusier, non si è realizzato il Palazzo dei Congressi di Louis Khan, me è servita una mobilitazione generale per impedire la torre-mausoleo di Cardin, mentre nessuno si è davvero esposto per impedire l’osceno palazzone della Cassa di Risparmio a San Luca o l’inutile ponte mangiasoldi dell’ultimo faraone filosofo, cui dobbiamo anche la remota indifferenza per la bruttura dell’Hotel Santa Chiara.

E a Firenze oltre alla Loggia è prevista un’accelerazione del progetto del Museo della Lingua italiana, che dovrebbe vedere la luce, pronubo come al solito Franceschini,   nel complesso di Santa Maria Novella giusto in tempo per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante, grazie a un finanziamento di 4,5 milioni, auspicato e sostenuto da una pletora di studiosi riuniti in apposita commissione presso il Ministero che si vede che non sono a conoscenza delle sofferenze peraltro ampiamente denunciate in cui versa la Biblioteca Nazionale, che resterà chiusa in agosto malgrado le proteste di ricercatori e professori, che ha vesro diminuire di anno in anno il numero dei dipendenti: 400 nel 1997, 280 nel 2002, due anni meno di 150, la cui frequentazione è ridotta  e ostacolata da procedure insensate (i libri devono restare in quarantena a differenza degli indumenti in centri commerciali e boutique).

Per carità promuovere la lingua italiana poco frequentata anche dal nostro ceto politico è doveroso, ma è lecito interrogarsi sul perché costruire un altro contenitore comunale della lingua nazionale   invece di finanziare le biblioteche, gli archivi, le scuole in una città che non sa o non vuole tenere aperti nemmeno i suoi musei civici e le sue miniere di sapere e conoscenza, come hanno sempre recitato i mantra dei fautori della mercatizzazione del patrimonio culturale.

Non farà bene alla reputazione internazionale del Paese che vuole accreditarsi come “meta universale” del turismo l’ambizioso Piano Strategico del Mibact  “che punta al rilancio della competitività territoriale”  con una dotazione di 103 milioni di euro per l’implementazione di  «cantieri diffusi che vanno a migliorare la bellezza delle città italiane — ha detto Franceschini — e a sostenere l’economia e il turismo del Paese», dal parco e dal Museo archeologico di Sibari (Cosenza) al più improbabile Museo d’Arte contemporanea di Rimini con la nascita di Part (Palazzi dell’Arte di Rimini), dall’Archivio di Stato di Roma alla Casa dei cantautori liguri a Genova.

Iniziative all’insegna di estemporaneità e occasionalità,  che raccontano bene come gli affronti alla Costituzione e ai diritti che postula e testimonia si possano commettere non solo in via referendaria, nemmeno con la imposizione di stati di eccezione: basta consegnare tesori preziosi nelle mani sbagliate e l’oro si trasforma in sterco del diavolo.

 

 

 

 


Il brand dell’oltraggio

uffiziAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dobbiamo all’ineffabile Nardella il rovesciamento delle elementari regole del mercato e della pubblicità, quando ringrazia l’influencer, “divinità contemporanea nell’era dei social” per migliaia di follower, che ha affittato a prezzo di favore gli Uffizi (museo statale mantenuto con i soldi dei contribuenti)  come location del suo schooting per Vogue, in qualità di ambita supporter della “nostra cultura”, manco dovessimo ringraziarla del favore che ci ha fatto propagandando e valorizzando indirettamente Firenze, l’Italia e,  in veste di zelanti figuranti muti, Venere, Giuditta, Federico da Montefeltro, la Maddalena. E anche  la Velata, la stessa opera che doveva seguire Renzi in un giro di propaganda e essere esposta come testimonial della sua conoscenza del patrimonio artistico della città del Giglio, alla pari con i ciceroni abusivi, nella hall degli hotel toccati dal tour.

L’uomo non è nuovo a certe iniziative di merchandising del patrimonio artistico della città che governa, eterno n.2 dopo il sindaco n.1 che esigeva che, dietro una tappezzeria del salone dei Cinquecento dove  campeggiava la sua scrivania in caso di visite prestigiose,  venisse miracolosamente scoperto e rivelato al mondo e rivelato al mondo un immortale affresco di Leonardo.

Si,  Renzi, lo stesso  che voleva edificare durante la sua era la facciata della basilica laurenziana lasciata incompiuta 500 anni prima secondo il progetto di Michelangelo, quello che indiceva la caccia alle ossa della Gioconda in occasione della svendita al National Geographic del Pacchetto Leonardo e così via, tutte iniziative pensate nell’ambito di una strategia ideata “per far conoscere Firenze”, sempre lui, quello che aveva messo nel CdA del Gabinetto Vieusseux il suo fidatissimo gestore dei parcheggi cittadini, quello che ha seppellito il Maggio fiorentino, ma stanziato quasi 2 milioni per un Luna Park intitolato Genio Fiorentino, poi replicato oltre atlantico  dal suo norcino di fiducia con tanto di guglie del Duomo tra i salami e le provole.

E il suo successore scrupolosamente ha seguito la stessa strada, affittando Ponte Vecchio per le convention aziendali, Santa Maria dei Miracoli per fastosi matrimoni, lanciando invettive contro il personale addetto ai musei proprio come il Sindaco degli italiani: “non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacati”, ebbe a dire. Tiene chiusi i  musei, tutti gestiti in regime di monopolio da una  associazione, Muse che fa capo a un buon amico e ex socio di papà Renzi, salvo quelli aperti in casi eccezionali appunto, per ricattare il governo in modo da far ripianare il bilancio comunale orbato della tassa di soggiorno assicurata fino al Covid dallo sfruttamento intensivo della mission esclusivamente turistica della città.

Lo stesso vale per Venezia dove non si sa quando e se riapriranno i Musei Civici il cui personale è in cassa integrazione da 4 mesi, S.racusa, la città dove il Teatro Greco era stato invece messo a disposizione come circuito dove far rombare le Ferrari.

Qualche giorno fa la Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte ha inviato una lettera accorata al Ministro Franceschini, quello, per restare nello slang  dell’advertising al servizio del “Parco tematico Italia”, della campagna Very Bello.

Denunciano  che mentre si vanno riaprendo discoteche, stabilimenti balneari, esercizi commerciali, sale per il Bingo, restano chiuse università, biblioteche e archivi, anche grazie all’insensata prescrizione  dell’Istituto della Patologia del Libro che ha raccomandato una quarantena sanitaria di 10 giorni per ogni libro eventualmente consultato.

Pare che il ministro sia rimasto in un silenzio assordante almeno quanto quello che ha accompagnato il decreto per la Semplificazione  che realizza la distopia berlusconiana istituendo il silenzio/assenso per i progetti che devono essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e un alleggerimento delle procedure    delle norme di appalto inteso alla demolizione del sistema della sorveglianza e dei controlli tecnico-scientifici e finanziari, esautorando – finalmente! direbbe Renzi – i sacerdoti del non-fare e i professoroni delle sovrintendenze, la genia più odiata dai riformisti insieme ai costituzionalisti vivi, che quelli morti erano stati tutti arruolati in occasione del referendum per fortuna perso.

E dire che per giorni gli opinionisti ci hanno elargito le loro delicate riflessioni sul bello del lockdown (per carità la valorizzazione di marca Pd e Italia Viva della nostra bella lingua sciacquata in Arno non permette di usare il termine nostrano  “confinamento”), che avrebbe riavvicinato la popolazione distratta alla lettura, alla contemplazione, alla musica colta, sicché, arricchita, avrebbe poi voluto proseguire in quel bagno culturale, andando in visita a chiesette romite, a raccolte d’arte, frequentando i negletti cine d’essai e le trascurate sale da concerto.

Come si può capire, non verremo messi alla prova dalla crisi generale, quella del prima, del durante, e la peggio, quella del  dopo: l’importante è essere sani e pare che per esserlo sia meglio coltivare l’ignoranza che comporta un gradito adeguamento ai comandi, l’affiliazione nei ruoli dell’obbedienza e del conformismo, l’anatema lanciato contro la critica e l’obiezione di coscienza dalle energiche indicazioni che vengono dall’alto e da fuori.

Ci pensa anche l’Europa subito prima di “concordare” a modo suo, come venirci incontro, dandoci in prestito i soldi che versiamo in qualità di partner, condizionati a responsabili rinunce che ci garantirebbero l’appartenenza al consorzio comunitaria, sia pure da cattivi pagatori dei quali bisogna raddrizzare i costumi dissipati. E che taglia il budget dei fondi per la cultura e lo spettacolo di 6 miliardi, a fronte dell’analisi condotta da Kea European Affairs che fornisce una prima valutazione dell’impatto economico che la pandemia ha avuto sul settore culturale europeo.

Secondo le stime dell’agenzia  il settore avrebbe  perso nel secondo trimestre del 2020 fino all’80% del  fatturato per attività ricreative e prodotti culturali. Pare che solo la Germania abbia effettuato  un calcolo, secondo il quale la perdita ammonterebbe a quasi il 13% del fatturato annuo, mentre   stime meno precise parlano di un calo del 10% nel Regno Unito, del 6% in Francia e del 5% in Italia.

Ma è facile ipotizzare che i consumi continueranno a scendere nei prossimi mesi viste le restrizioni e gli obblighi che tengono lontani turisti e appassionati. Si sa già che il Rijksmuseum  di Amsterdam, che normalmente stacca almeno  12.000 biglietti al giorno, dall’8 giugno potrà accogliere soltanto 2.000 visitatori, che la Scala ridurrà il suo pubblico a 200 persone con una perdita fino a 50.000 euro al giorno e che secondo un’analisi dell’Unesco l’industria cinematografica ha un salasso globale di circa 7 miliardi di euro.

Alcuni governi centrali e locali stanno prendendo provvedimenti:  Parigi  ha stanziato 15 milioni di euro, Berlino ha creato un pacchetto di fondi da destinare alle imprese del settore e Amsterdam  fronteggia  l’emergenza con oltre 17 milioni, Barcellona invece ha adottato una serie di misure e incentivi destinati a rilanciare il tessuto cittadino grazie sovvenzioni, sgravi fiscali, esenzioni di affitto.

A volte invece c’è davvero da provare vergogna per conto terzi a vedere che cosa succede da noi. Dove le emergenze che si accumulano, quella economica, quella sanitaria, quella che riguarda il territorio  e il tessuto urbano delle città d’arte, vengono mantenute, promosse e incrementate con l’intento esplicito di determinare uno stato di abbandono e trascuratezza che chiama in causa, nel ruolo di salvatori e mecenati, i privati pronti a acquistare all’outlet immobili e siti, a accaparrarsi comodati utili a riposizionare aziende poco rispettabili o reputazioni compromesse, a offrire donazioni pelose  scaricabili dalle tasse, come dalla coscienza, di abusivisti e inquinatori.

Il fatto è che spesso i cialtroni che si sono arrampicati su qualche augusto scranno sono anche stupidi, accecati da ambizione o avidità. In un Paese che viene condannato ogni giorno di più a diventare un museo a cielo aperto, una Disneyland per il turismo confessionale, un albergo diffuso grazie alla occupazione militare del colosso dei B&B, si dimostra ogni girono un disprezzo totale per quello che gli stessi artefici dell’oltraggio hanno di volta in volta definito come i nostri giacimenti, le nostre miniere da sfruttare, il nostro petrolio.

Viviamo nel paradosso di un ministro, il peggiore che ci potesse capitare e ricapitare come una presenza irrinunciabile a sfavore della manutenzione e dell’offerta ai cittadini delle bellezze che sono state tramandate e vengono salvaguardate con le   tasse di chi le paga, che ha una sola idea in testa, lo sfruttamento turistico del Paese: la Sicilia trasformata in campo da golf, il Sud come Sharm el Scheik d’accordo con Farinetti e Briatore, canali e canaloni a Venezia per concedere il passaggio alternativo alle grandi navi, i borghi svuotati per far posto al circuito delle case vacanza, proprio come ha fatto con la magione ereditata convertita in  B&B,  tanto che alla “rielezione”  ottenuto di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente, duole dirlo,  divisi dal Conte 1.

E che non si perita di provvedere alla dissoluzione di quel patrimonio che dovrebbe come nel passato costituire l’attrattiva principale dei visitatori, quella ricchezza  artistica e creativa che da secoli fa parte dell’immaginario collettivo.

Adesso che la pandeconomia della semplificazione, della priorità attribuita ai cantieri del cemento, del biasimo punitivo riservato a ristoratori, come anche a tutti gli operatori dell’intrattenimento e dell’accoglienza, ha dato il colpo di grazia insieme al discredito dato a una nazione, dove se ci si ammala, locali o turisti, è preferibile evitare le strutture sanitarie, dove pare tornino buone le copertine dei settimanali tedeschi con la pistola sugli spaghetti aggiornata per collocarsi su vaccini e mascherine, dove un temporale estivo mette in ginocchio le capitali della  Magna Grecia, dove il sistema di difesa della città più speciale e vulnerabile del mondo, Venezia,  è diventato oggetto di satira e scherno globale, c’è proprio da chiedersi quale potenza di attrazione verrà esercitata per richiamare il mondo da noi. (segue)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


Arcadia infelix

covir Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non tutti i mali vengono per nuocere. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E chi ti dice che sia una fortuna, e chi ti dice che sia una disgrazia.

Succede sempre che quando siamo alla canna del gas, qualcuno tiri fuori la cara, vecchia saggezza popolare: in tempi di carestia nessuno soffre di diabete, alla guerre succede la benefica ricostruzione, il grande massacro ha favorito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e così via.

E da tempo esiste una corrente gastrofilosofica che ci raccomanda di approfittare della crisi per allestire l’orticello autarchico in poggiolo, che invita a tornare alle ricette della nonna gettando alle ortiche, peraltro ottime nella frittata, i 4 salti in padelle di mamme lavoratrici part time negligenti, insieme a lauree in dottrine fino a oggi propagandate, per dedicarsi – anche in questo caso grazie ai nonni, a occupazioni che prevedono un sobrio ritorno alla natura e alla manualità creativa, intrecciando cesti, producendo un  numero limitato di vasetti di yogurt vegano di latte di mandorla da scambiare con l’augurabile riproposizione del baratto.

Pare siano queste le nuove frontiere della decrescita felice.

Peccato che ci caschi anche qualche intelligente opinionista che dimostra nelle pieghe delle sue convinzioni una appartenenza elitaria e un carattere “aristocratico” inestinguibili. È successo a Montanari che ha somministrato sul Fatto una lezione di positività al virus, citando Sant’Agostino: “Ex malo bonum”, per dimostrare che anche dal pessimo Covid19 avremmo il modo di ricavare qualcosa di buono. La faccia benevola del mostro bifronte come Giano, e come il progresso che con un incremento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ci reca – almeno finora- il contrasto a tremendi morbi e tecnologie prodigiose,  consisterebbe nella “decisa frenata della turistificazione di città come Venezia o Firenze, che hanno improvvisamente perso circa la metà delle prenotazioni, e che in questi giorni appaiono belle e accoglienti come non lo erano da trent’anni almeno. Una tragedia economica, un paradiso civile e sociale

Prima di lui la stampa straniera, quella anglosassone in particolare, si era beata di panorami dimenticati, dei passi lenti che risuonano sull’antico selciato di città d’arte finalmente deserte e silenziose, dell’inusuale privilegio di non stare in fila davanti a Giotto o all’ingresso del Colosseo. Almeno lo storico dell’arte fiorentino, impegnato non solo nella sua disciplina ma su fronti civili e politici,  si interroga e si augura che quella  “clamorosa contraddizione” ci insegni qualcosa “sulla follia di un modello che distrugge inesorabilmente la “bellezza” che vende”, con un auspicio: “ Se per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo”.

E’ che nulla intorno fa pensare che siamo attrezzati a ricevere e far tesoro di questo insegnamento. Ma soprattutto in quale sacra scrittura è stabilito  che sia necessario che si produca un danno che colpisce indifferenziatamente tutti, ricchi e poveri, nobili e umili, per rovesciare i processi che hanno reso i primi più forti, potenti e abbienti e i secondi più indigenti e sofferenti? Che ci debba essere una livella che si abbatte indiscriminatamente su colpevoli e vittime – che poi nemmeno quella è giusta se a ogni posto letto tagliato nella sanità pubblica ne corrisponde uno sontuoso e selettivo in quella privata –   per riprendere nelle mani responsabilmente la nostra vita, per riappropriarci di diritti e prerogative rubati, per assaporare l’assenza o la fine di un dolore acuto come fossero piacere e felicità. A ben altro dovremmo aspirare.

E infatti non bisogna essere anarchici insurrezionalisti per osservare e adirarsi se gli  effetti della pestilenza che svuota le città d’arte, i cinema, i ristoranti, gli hotel, non solo non cambieranno i programmi del sistema economico e finanziario ma già ora incidono ben poco nelle tasche delle multinazionali di turismo, delle società immobiliari che hanno cacciato i residenti dai centri storici per trasformare il tessuto abitativo in alberghi diffusi, delle majors del commercio che hanno ridotto in miseria artigiani e attività tradizionali sostituendoli con le cattedrali del lusso e con le loro merci tutte uguali a ogni latitudine.

Chiunque è abilitato a capire che, per i corsari delle crociere che si sono arricchiti grazie all’insano attraversamento della città più delicata e vulnerabile del mondo e che a un mese dall’allarme vanno girovagando per il mondo pressoché intoccati da misure di sorveglianza e profilassi sanitaria, una interruzione dell’attività porta a un perdita irrilevante che si contrasta producendone una ingente, decisiva, fatale su personale assunto con contratti atipici, con patti precari e illegittimi.

O che le grandi catene alberghiere, comprese quelle del turismo religiose nelle mani sicure e abili di soggetti esenti da tasse e balzelli, possono permettersi una pausa che scaricano sui lavoratori, con licenziamenti a raffica, a meno che non si tratti di addetti in tonaca e saio. O che perfino per i grandi musei si tratta di una sgradita perdita di lustro, una interruzione che nuoce alla fama di direttori manager intenti a fare marketing con mostre estemporanee che impegnano investimenti in falsi miti, coperture assicurative per l’export di pezzi unici messi a rischio per megalomania e fosche ambizioni professionali, ma infine il passivo si risolve limitando al vigilanza, eliminando gli ingressi gratuiti, riducendo la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Altro che incidente della storia purificatore e evolutivo: come al solito a pagare sono quelli che stanno sotto, infetti, portatori sani, perfino i salvati dal virus ma non dalla miseria che sa sempre dove andare a colpire.

La speranza di Montanari fa il paio con altre convinzioni che un tempo sarebbero state definite radical chic, ma che, perfino quelle, hanno perso il connotato del radicalismo, se Podemos o Sanders paiono estremisti, se per antifascismo si spaccia la condanna alla comunicazione inelegante di uno sbruffone che nutre il suo mito grazie alle contestazioni più di affini che di contrari.

Si tratta di quelle, tanto per restare in tema,  secondo le quali è arcaico e autolesionista non assecondare i trend dello sviluppo che segnano per gli italiani un futuro di operatori turistici, di affittacamere tramite B&B, non solo perché così vuole la modernità, ma anche perché così si risparmierebbero le generazioni future che non hanno le spalle coperte grazie a destini dinastici, dall’emarginazione e pure dalla fatica fisica, grazie a quel felice matrimonio tra flussi turistici e grandi piattaforme tecnologiche grazie al quale se si è con l’acqua alla gola, di fa i locandieri con casa di babbo e mamma, dormendo da piedi.

Basta pensare a  quel paradosso del consumismo progressista che alimenta l’apologia del turismo di massa come veicolo di democratizzazione e che altro non è che cinica manifestazione di supremazia oligarchica, secondo la quale è equo e giusto che il viaggiatore non acculturato, non privilegiato, mangi male, sfiori la bellezza con davanti altre centinaia di teste immeritevoli quanto lui che gli impediscono di vedere la Ragazza con l’orecchino di perla, catalizzatrice di interesse effimero per via di un brutto polpettone. E che per giunta venga sfruttato dai soliti padrone grazie alla mercificazione del tempo libero e del consumo culturale e del paesaggio, secondo la legge fordista: dare un po’ di straordinari agli operai in modo che si comprino i ferrovecchi che producono.

Una sola lezione dovremmo apprendere dalla peste, la rivelazione che c’era già prima e che se ci ha infettati, forse potremmo guarire riprendendoci le decisioni, la libertà e la vita.

 

 

 


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