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Juncker, l’Europa sotto “spirito”

junckChi ogni tanto si imbatte nella saggistica americana che riguarda l’Europa si accorge molto presto di come il livello di conoscenza fattuale, non tra i farmers dell’Ohio, ma tra le elites intellettuali è molto scarso: superfici, popolazioni, confini sono molto confusi tra persone abituate a diverse scale di grandezza, educate ad un’autoreferenzialità pervasiva, a una monocoltura linguistica noncurante e dunque quasi mai in grado di accedere alle fonti originali e tutto sommato consapevoli di parlare di un territorio soggetto all’autorità di Washington. Anzi l’ignoranza americana è quasi una tradizione il cui primo esplicito manifestarsi si può far risalire all’ ich bin ein Berliner di Kennedy che detto così significa più che altro sono una salsiccia, incidente linguistico che naturalmente fin da subito fu sottratto  anche al sorriso più benevolo e incorporato nella vasta discarica del nascondimento.

Così non c’è nulla di particolarmente strano che Trump abbia definito nel giugno scorso  il Belgio “una bellissima città” dimostrando in effetti non conoscere quel Paese altrimenti avrebbe detto che è una tristissima città. Ma questo è bastato a Jean Claude Juncker, presidente della commissione europea e soprattutto geloso custode delle sue cantine, per far esplodere a mesi di distanza dalla quella infelice dichiarazione, la furia delle elites oligarchiche contro lo sgarbo fatto dagli americani non scegliendo la Clinton: “Penso che rischiamo di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce“. Dubito fortemente che Hillary Clinton ne sappia molto di più sul Belgio, essendosi dedicata più alla Libia, alla Siria e all’Irak, ma dubito che anche Juncker da lussemburghese ne sappia molto di quella Europa che vuole spiegare prossimamente a Trump, intendendo con questo solo i rapporti di potere all’interno dei vertici, le segrete cose di chi comanda. Tutte cose evidentemente già conosciute, approvate, forse anche suggerite da Hillary e dal suo presidente.

In un certo senso è invece un grande vantaggio che Trump non conosca il mondo da certi punti di vista inconfessabili delle elites subalterne ai grandi interessi economici visto che la vibrante preoccupazione del commissario è il mantenimento dello status quo sotto ogni punto di vista: “viene messa in questione l’alleanza transatlantica e quindi il modello sul quale si poggia la difesa dell’Europa“, incautamente svelando (ma è l’alcol che lo fa parlar, come diceva una vecchia canzone) l’inestricabile intreccio e sovrapposizione tra Ue e Nato, con un riferimento forse anche al Ttip.  Il fatto è che Trump sarà pure un tycoon e conservatore vecchio stile, ma rischia non tanto con la  sua presenza, quanto con l’assenza di quella rete consolidata di rapporti e complicità fra le elites tradizionali sulle due sponde dell’atlantico, di mandare all’aria proprio il metodo Juncker, divenuto quello fondamentale dell’Europa oligarchica:  “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”.

Tutto questo funziona se nulla interviene ad agitare le acque dello stagno, se c’è una continuità di potere mentre ogni strappo diventa un rischio, specie se come avviene un numero  sempre maggiore di cittadini comincia finalmente a capire cosa sta accadendo. Ma il livore di Juncker, inammissibile per la sua carica e francamente un po’ patetico, non esprime solo i timori dell’oligarchia e dei suoi manutengoli della burocrazia e dei media, ma è probabilmente l’espressione di timori personali. Quello in particolare che la prossima amministrazione americana non si faccia in quattro per salvarlo dai suoi scheletri nell’armadio, dallo scandalo degli  aiuti di Stato illegali concessi dal Lussemburgo a centinaia di aziende sotto forma di generosi sconti sulle tasse, nel lungo periodo (1995 – 2013) in cui il personaggio è stato premier del piccolo Granducato che forse dovrebbe fare dei Caraibi piuttosto che dell’ Europa,  tutto denaro che si sospetta possa essere in parte finito nel traffico di armi  e terrorismo. Per non parlare dell’affare di spie e schedature di massa che aveva avviato: per anni i servizi segreti del premier, avevano tenuto sotto controllo in modo illegale migliaia di cittadini ritenuti sospetti. Quando la storia venne a galla, Juncker prese le distanze sostenendo che tutto si era svolto a sua insaputa , ma quando Mario Mille, capo degli 007 lussemburghesi, tirò fuori le registrazioni dei suoi colloqui con Juncker in cui, già nel 2008, informava il capo del governo di quei dossier segreti, dovette dimettersi.

Lascio ai lettori giudicare se un tipo simile sia il meno o viceversa il più adatto a fare  il presidente della commissione Ue: dipende dalle prospettive. Ma certo per arrivare alla carica con questo peso deve aver promesso qualcosa in cambio, ad amici vicini e lontani, magari a qualcuno che ha appena scalzato dal potere: è un fatto che è stato lui da premier lussemburghese a fare ponti d’oro alle multinazionali americane, tra cui Amazon e Aol, oggi Verizon, nota per essere la compagnia che passava i dati delle telefonate sulla propria rete alla National Security Agency e aveva messo a punto un piano di controllo di tutto il traffico aereo mondiale . Ma chissà forse Juncker pensava che Nsa fosse una bellissima città.

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8 responses to “Juncker, l’Europa sotto “spirito”

  • jorge

    aber..
    papier ist geduldig…

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  • Roberto Casiraghi

    “Anzi l’ignoranza americana è quasi una tradizione il cui primo esplicito manifestarsi si può far risalire all’ ich bin ein Berliner di Kennedy che detto così significa più che altro sono una salsiccia, incidente linguistico che naturalmente fin da subito fu sottratto anche al sorriso più benevolo.”

    La frase “Ich bin ein Berliner” è assolutamente corretta e significa quello che Kennedy intendeva dire. A riscontro, si veda la seguente pagina di un sito tedesco specializzato in quiz che si intitola “Bist du ein Berliner?” (sei un vero berlinese?) e che in base a 15 domande a risposta multipla ci consente di capire se siamo dei veri berlinesi o no: http://www.testedich.de/quiz33/quiz/1397905708/Bist-du-ein-Berliner
    Per un ulteriore riscontro si veda anche il sito http://urbanlegends.about.com/cs/historical/a/jfk_berliner.htm in cui si spiega come è nata la falsa impressione che Kennedy abbia detto una stupidaggine senza volerlo. Faccio anche notare che “Berliner”, come prodotto alimentare, si riferisce a un dolcetto molto simile al nostro krafen/bombolone (Krapfen) e non a una salsiccia. Per verificarlo basta scrivere Berliner in un motore di ricerca e poi scegliere la modalità Immagini: compariranno decine di fotografie di autentici dolcissimi “Berliner”.

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  • jorge

    Federico Lezzani postato da Learco :

    Dinamiche del passato, analizzate abbastanza bene anche se solo sul piano politico e non su quello economico. Ma dire che l’elezione di Trump avrà effetti travolgenti paragonabili a quelli della caduta del blocco sovietico mi sembra alquanto azzardato

    La storia ci ha abituato a cambiamenti enormi ed anche improvvisi, ma non credo che allo stato noi si possa arguirli dalla elezione di Trump.
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    Neanche è realistico credere che Trump oggi sia davvero un totale outsiders rispetto al sistema.

    I big repubblicani avranno consentito la sua candidatura per spingere al voto gente “populista” che altrimenti non sarebbe andata alle urne, col retropensiero che Trump presto tagliato fuori avrebbe fatto convergere i suoi voti su qualche repubblicano “presentabile”

    Visto che Trump reggeva alla grande, ad ogni passaggio successivo di qualche importanza gli avranno detto ok vai avanti, ora ti introduciamo a questo o quel pezzo del potere vero. Progressivamente lo avranno inglobato e legato a mille cambiali, da giorni si dà per probabile come nuovo ministro del tesoro il precedente ceo di J P Morgan.

    Se hai già un forte movimento alle spalle forse respingi queste pressioni, ma Trump la sua forza non la conosceva e la ha scoperta poco alla volta e sul campo. Quindi è impossibile che ne avesse una disponibilità cosciente ed organizzata, tale da sottrarsi a meccanismi di cooptazione rodati ed all’occorrenza in grado di usare anche le peggiori maniere forti.
    —————————-

    Trovo invece realistico, e comunque un rischio per il sistema, quanto dice Mr Simplicissimus :

    Il fatto è che Trump sarà pure un tycoon e conservatore vecchio stile, ma rischia non tanto con la sua presenza, quanto con l’assenza di quella rete consolidata di rapporti e complicità fra le elites tradizionali sulle due sponde dell’atlantico, di mandare all’aria proprio il metodo Juncker, divenuto quello fondamentale dell’Europa oligarchica
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    @ Casiraghi e chi ha interesse

    https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/10/sondaggi-sbagliati-colpa-degli-elettori/

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  • Juncker, l’Europa sotto “spirito” | NUOVA RESISTENZA antifa'

    […] Sorgente: Juncker, l’Europa sotto “spirito” | Il simplicissimus […]

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  • learco

    L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca decreta la fine di quell’epoca di globalizzazione e finanza selvaggia avviata 27 anni prima, con la caduta del muro di Berlino: è stato il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” post-Guerra Fredda. È significativo che Lucia Annunziata abbia commentato la vittoria di Donald Trump con un articolo apparso sull’Huffington Post, intitolato proprio “Nuovo Ordine Mondiale”4, quasi a sancire pubblicamente l’apertura di nuovo ed ennesimo capitolo della storia, dopo la parentesi unipolare durata dal 1989 al 2016.

    Sull’Italia, ora come allora, si riverberano gli effetti dei cambiamenti internazionali.

    La fine della Prima Repubblica, che molti fanno coincidere con l’inchiesta di Tangentopoli del 1992, va in realtà retrodatata al novembre 1989: sono la caduta del Muro di Berlino e la fine del mondo bipolare che, a distanza di tre anni, produrranno l’inchiesta giudiziaria benedetta dagli USA, che spazzerà via democristiani e socialisti. Il nuovo corso della storia, aperto ufficialmente con l’insediamento alla Casa Bianca di Bill Clinton (gennaio 1993), rende infatti d’intralcio quella classe dirigente italiana legata all’economia mista, ad una politica estera filo-araba e, per quanto possibile, conciliante con la Russia ed il Terzo Mondo. Il “Nuovo Ordine Mondiale” prevede il neoliberismo spinto, la supremazia della finanza ed il totale appiattimento dell’Italia alle politiche atlantiche: in sostanza, implica l’adozione dell’euro e la convergenza dell’Italia verso l’Unione Europea.

    L’oligarchia atlantica reputa che, per l’attuazione di questa agenda, l’establishment della Prima Repubblica (che sulla carta avrebbe dovuto incassare i dividendi della “vittoria sul comunismo), non sia più idoneo: troppo legato a logiche nazionali e geloso della sovranità italiana. Gli angloamericani, quindi, spazzano via il Pentapartito avvalendosi dei servigi del pool di Milano e puntano sui deboli e ricattabili ex-comunisti, divenuti ora PDS. L’ingresso di Silvio Berlusconi in politica (dettato dal timore che gli ex-comunisti colpiscano le sue aziende televisive) non è previsto e, di conseguenza, prontamente sabotato col mandato di comparizione del novembre 1994.

    Comincia così l’epoca dei governi Dini, Prodi, D’Alema ed Amato, che traghettano l’Italia nell’euro a colpi di salassi fiscali e privatizzazioni: l’economia mista, che aveva elevato l’Italia da Paese semi-industriale a quinta economia del mondo, è smantellata con noncuranza, regalando sfiziosi bocconi a speculatori internazionali come George Soros ed a pescecani locali del calibro di Carlo De Benedetti. Così facendo, la Seconda Repubblica lega i suoi destini a quelli della moneta unica, dell’Unione Europea e dell’oligarchia euro-atlantica, incarnata dal clan Clinton (e successivamente da Barack Obama): o la va o la spacca.

    L’euro, le cui basi sono state gettate col Trattato di Maastricht del 1992, entra in circolazione nel 2002, con immediati effetti di impoverimento e di perdita di competitività, ben visibili nella bilancia commerciale: si accumulano così quelle tensioni che, al primo choc esterno (la bancarotta di Lehman Brothers del 2008) innescheranno l’attesa eurocrisi da cui dovrebbero nascere gli Stati Uniti d’Europa. Silvio Berlusconi, intenzionato secondo alcune indiscrezioni ad abbandonare l’euro, è accompagnato nuovamente alla porta (novembre 2011), per cedere il posto ad figura di spicco dell’oligarchia massonica-finanziaria pro- euro e pro-UE, il professore Mario Monti.

    Subito però emerge che l’establishment tedesco (eccezion fatta per Angela Merkel) non è assolutamente interessato a sobbarcarsi i costi dell’eurozona (nein agli eurobond ed alla “tranfer-union”) né a diluire la Germania (come del resto anche la Francia) in un organismo sovranazionale, i cosiddetti USE: l’euro, quindi, rimane un semplice regime a cambi fissi, perpetuabile solo con devastanti politiche d’austerità e di svalutazione interna. L’esperimento di Monti fallisce miseramente e quello di Enrico Letta neppure decolla. Che fare? L’establishment euro-atlantico e quello italiano giocano l’ultima carta: Matteo Renzi, definito non a caso dal Financial Times come “the last hope for the Italian elite”5.

    Il “rottamatore” è, in realtà, un banale esempio di gattopardismo politico: l’establishment presenta Renzi come “il rinnovamento”, quando è in realtà l’extrema ratio per tentare di salvare la Seconda Repubblica ed i suoi due pilatri, euro ed Unione Europea. Matteo Renzi non solo si pone in perfetta continuità con l’ordine esistente, ma addirittura accentua l’appiattimento dell’Italia sulle posizioni euro-atlantiche: privatizzazioni di quel che è rimasto, “Job Act”, rottura dei rapporti con l’Egitto, sostegno alla Fratellanza Mussulmana in Libia, schieramento di soldati italiani al confine con la Russia, riforma costituzionale sponsorizzata dall’alta finanza, invasione programmata dell’Italia incentivando al massimo i flussi migratori dal Nord Africa.

    Matteo Renzi è, in un certo senso, l’apoteosi della Seconda Repubblica: distruzione della base produttiva e sistematica violazione degli interessi nazionali.

    Il gioco dura finché il “Nuovo Ordine Mondiale” uscito dal 1989 regge: se l’ordine vigente crolla, è inevitabile che l’establishment italiano subisca gli effetti degli stravolgimenti internazionali. Il 9 novembre 2016, ossia l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, un presidente anti-europeista, isolazionista e protezionista, è per la Seconda Repubblica quello che il 9 novembre 1989, ossia il crollo del muro di Berlino, fu per la Prima. È il suono della campana a morto.

    È la fine di Matteo Renzi, Giorgio Napolitano, Mario Draghi, Sergio Mattarella, Laura Boldrini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Enrico Letta, Giuliano Amato, Pierluigi Bersani, etc. etc. Ma è la fine anche del Movimento 5 Stelle, prodotto, come abbiamo sempre sottolineato nelle nostre analisi, di quell’élite massonico-finanziaria che ha sinora tirato i fili dell’Unione Europea (si ricordino gli espliciti richiami del buon anima Gianroberto Casaleggio al “Nuovo Ordine Mondiale”, nel suo video “Gaia” carico di allusioni mondialiste-massoniche).

    È difficile pronosticare quali forze politiche emergeranno in Italia dopo l’inevitabile collasso della moneta unica e dell’Unione Europea, ma l’agenda, in un certo senso, è già tracciata e contempla un ritorno al passato: economia mista, svincolamento dell’egemonia angloamericana, vocazione mediterranea e sinergie con il nuovo mondo che sta sorgendo ad Oriente.

    http://federicodezzani.altervista.org/litalia-trump-lestablishment-attende-inquieto-la-fine/

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    • gil

      Olà lerco, che non facevi prima a postare il link dell’ottimo blog di Federico Dezzani..?

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      • learco

        Mi era sembrato giusto mettere per esteso la parte, secondo me,più interessante dell’articolo e poi postare il link dell’intervento completo che è molto più lungo.

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