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I negrieri della seduzione

CITYNEWSANSAFOTO_20180202161916948-2Nelle settimane scorse si era parlato dei braccialetti elettronici che Buana Amazon voleva mettere al braccio dei suoi dipendenti per guidarli e controllarli nella movimentazione dei pacchi e infatti verso fine gennaio l’azienda di Jeff Bezos ha brevettato lo strumento che fa degli uomini nient’altro che una coda dei sistemi informatici, anzi un elemento di integrazione software utilizzato perché costa molto meno di un sistema automatico. In realtà è solo l’ultimo passo verso la schiavizzazione cominciata molti anni fa se si pensa che già nel 2010, Walmart introdusse il “Task Manager” un programma che dice ai lavoratori cosa devono fare, in che tempi, stabilisce  se hanno rispettato le aspettative  e se non ce la fanno come accade assai spesso, fa scattare le sanzioni.

Proprio pochi giorni fa un corriere che lavorava per un’ azienda di trasporti collegata ad Amazon, Don Lane, è morto per diabete visto che l’azienda lo multava di una cifra equivalente a 180 euro, se perdeva tempo in ospedale a curarsi. Apparentemente si tratta di un tragico fatto di cronaca, ma in realtà questo episodio di estrema disumanizzazione ci fornisce una chiave di lettura del perché non ci sia una rivolta generale e distruttiva contro i negrieri contemporanei. Lane infatti sebbene impegnato a consegnare pacchi sotto l’occhiuto e totale controllo della sua azienda era formalmente un libero professionista. E la stessa cosa, con la caduta totale dei diritti del lavoro, vale in qualche modo per tutti quelli che vengono stritolati in questi meccanismi della metastasi contemporanea: nella realtà sono schiavi, ma nell’immaginario deforme che è stato loro inoculato e che costituisce l’unico orizzonte che possiedono, si pensano come imprenditori di se stessi. Dunque incolpano se stessi per le proprie condizioni di vita o le considerano come premessa necessaria a un futuro ed eventuale riscatto che li faccia passare da un’ipotetica altra parte.

Tutto il lavoro offerto durante l’era socialdemocratica, la relativa sicurezza economica, il senso di appartenenza, la vita sociale e politica sono stati completamente rimossi portando ad uno stato di quasi completa alienazione: è questo che permette al sistema neoliberista di resistere senza sviluppare più di tanto il sistema repressivo  perché il compito è ormai affidato alla seduzione che fa scomparire il nemico di classe dalla vista e dall’azione. Così il lavoratore oppresso è stato idealmente trasformato in un libero imprenditore, in un imprenditore del sé. Oggi tutti sono dipendenti autonomi nella propria azienda tanto che vengono chiamati collaboratori o assistenti ancorché siano messi alla catena per produrre profitti enormi al padrone e miserabili briciole per la propria sopravvivenza che sempre meno contempla anche la possibilità di riproduzione della forza lavoro. Ogni individuo è padrone e schiavo nello stesso tempo così che anche la lotta di classe è quasi diventata una lotta interna con se stessi. Oggi, chiunque fnon riesca  incolpa se stesso e si vergogna perché vede solo la propria esistenza e corporeità come problema, non la società nel suo insieme che è data nelle sue forme come fosse immutabile.

Del resto cosa c’è di meglio che una sottomissione spontanea alla dominazione? Cosa di meglio che schiavizzare non attraverso la privazione, ma con la sollecitazione senza fine dell’istinto desiderante? D’altro canto le nuove tecnologie oltre a renderci appendici robotiche dotate di braccialetti permettono un controllo pervasivo e assoluto di ogni aspetto della vita che del resto viene sempre più mercificata e commercializzata. Perfino molte forme di opposizione visibile lo sono. E’ un po’ come la totale cappa di conformismo e di miserabilità della vita intellettuale nella siamo immersi che viene confusa e nascosta con uno scoppiettio petiforme di talento, innovazione e creatività che nella quasi totalità dei casi consiste nel dare sfogo all’incompetenza profonda e ontologica dell’ess.

Certo forse c’è qualche ambito che può sfuggire a questa seduzione e che è in grado di lacerare il trompe l’oeil, forse le comunità urbane, forse alcune forme di volontariato, forse movimenti che combattono là dove le contraddizioni fra dominio e seduzione emergono allo scoperto, ma secondo alcuni intellettuali coccolati da Open Society la rivoluzione non sarebbe più possibile. Tuttavia questo sarebbe vero se si arrivasse a un controllo monocratico planetario se insomma il neoliberismo non trovasse più barriere nei rapporti di potenza e soprattutto nella diversità di cultura, soprattutto di quelle in qualche modo altre rispetto alle weltanschauugen di carattere occidentale.

E’ da fuori che può venire l’impulso a una liberazione per la quale abbiamo smarrito le chiavi.

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Amazon for dummies

sciopero_amazon_675Scusatemi se oggi sarò didascalico nell’affrontare il nuovo, ma purtroppo non inatteso episodio di schiavismo di Amazon, deflagrato due mesi fa in occasione del famigerato Black Friday, ultima vaccata americana di importazione: si ha in animo di mettere ai dipendenti una specie di braccialetto elettronico che li guida e ne controlla tutte le mosse. L’analogia con i medesimi strumenti usati per il controllo il controllo dei carcerati in permesso premio o sorvegliati speciali è immediato e tutt’altro che casuale, anzi voluto come emblema delle nuove condizioni di lavoro. Possiamo protestare, possiamo indignarci, ma credo che scoprire i trucchi del prestigiatore neo liberista proprio mentre produce le sue orride magie possa servire meglio allo scopo della liberazione mentale dai precetti – catene dello schiavismo incipiente

Qualche settimana fa mi sono trovato a tentare di spiegare a un ragazzino ancora alle elementari il significato reale della parola competitività a cui lui e presumibilmente i suoi compagni addestrati sin da piccoli, attribuiscono una connotazione positiva. Io gliel’ ho spiegata così, con un esempio ideale: prendiamo 10 Paesi che chiameremo A, B, C e così via fino alla L. Il Paese A, che si trova ad affrontare qualche problema di occupazione in seguito al declino del suo mercato, su suggerimento dei gran sacerdoti della Chiesa Economica, decide che i suoi prodotti per essere venduti e creare occupazione debbano costare meno (o produrre più profitti) e dunque occorre sgravare le aziende da contributi, tasse, regole e trovare un sistema per abbassare i salari mentre si fanno tacere in qualche modo le lotte sociali. La manovra si rivela in un primo momento efficace e così anche i Paesi B, L, E decidono di percorrere la stessa strada ottenendone qualche risultato, sebbene inferiore a quelli ottenuti dal primo che ha inaugurato il dumping sociale e a questo punto anche tutti gli altri sei Paesi rimanenti sono costretti a fare le stesse scelte per non rimanere indietro così che la situazione si riequilibra e tutti e dieci i partecipanti al gioco della competitività tornano allo stesso livello.

Tuttavia si scopre che la diminuzione dei salari e gli sconti fatti alle imprese ha prodotto una contrazione del mercato interno e ha causato minori entrate di bilancio che costringe in successione gli stati  a tagliare il welfare e i fondi destiati alla sanità e alla scuola. Ma non solo: si scopre anche che il progressivo adeguamento alle regole di questo grossolano tipo di competitività  non ha significativamente ridotto la disoccupazione. Così è necessario ripetere il ciclo: il Paese  A attua nuovi sgravi alle aziende, distrugge i diritti del lavoro, seguito dagli altri Paesi  e così via all’infinito o meglio fino a che non si arriva allo schiavismo e/o all’azzeramento dei profitti. Il processo, apliacabile siu qualunque scala dunque anche alle aziende, è così cieco che via via vengono sacrificate all’altare di questa visione che Amazon fa propria sino al midollo, tutti i fattori di reale e virtuosa competitività che consistono nella possibilità di far leva sulla svalutazione monetaria, sulla qualità del prodotto, sulla tipicità, sulle propensioni di certe aree rispetto alle altre,  sull’inventiva, sul sapere, sulla ricerca, sulle culture, insomma su tutto ciò che fino a un trentennio fa riequilibrava le economie e permetteva una tenuta civile. La competività intesa esclusivamente come dipolo profitti salari, porta alla rovina.

Infatti da quando il profitto e il mercato sono diventati un assoluto, la lunga marcia verso il declino è cominciata inarrestabile. E non può essere confutata dai giochi di prestigio delle statistiche pensate ad hoc per nascondere la realtà. Pensate solo – come esempio – che le vanterie di Trump sul fatto che il tasso disoccupazione è oggi tra i più bassi di sempre  che non soltanto viene considerato come occupato chi lavora un’ora a settimana, ma che sfuggono all’indagine 100 milioni di americani considerati inattivi e dunque un terzo della popolazione è escluso dal conto. Il tasso di disoccupazione calcolato con i criteri di appena vent’anni fa sarebbe drammatico. Cosa che del resto si evince come palese contraddizione, dall’indebitamento sempre crescente dei privati, dal fatto che nell’ultimo anno il tasso di risparmio è sceso al 2,9% un record quasi storico, mentre il 61% delle famiglie non è più in grado di permettersi spese mediche, al punto che il web è costellato dalle suppliche, dalle collette e dalle elemosine (sfruttate poi da appositi siti) per potersi curare il cancro. Ah già gli idioti lo chiamano “crowdfunding” ma è esattamente la stessa cosa, anzi peggio perché i malati sono impegnati in una disperata gara a chi fa più pena. E il demente con la ricrescita capillare parla di sogno americano.

E’ vero nella mia didattica ho usato un linguaggio più semplice ed esempi più adatti all’età dell’alunno temporaneo, ma  ho il sospetto che questa fiaba in cui tutti vivranno infelici e scontenti, potrebbe servire anche agli adulti.


Mayday, mayday stiamo precipitando

oleary_c272982b90fb8a144ecda84ec0ad35b4_rb_600Il fermo di Ryanair non più limitato a poche settimane, ma a un lungo periodo che arriverà fino al marzo del 2018 non è una crisi temporanea dovuto a qualche spiacevole concomitanza, ma fa da sismografo, annuncia la crisi di un intero modello di economia che sembrava perennemente in marcia e che fino a pochi mesi fa aveva l’ambizione di papparsi persino Alitalia. Le caratteristiche di questo paradigma sono ben note, anche perché vengono auspicate in ogni campo dal breviario liberista e dai sacramenti chiamati  competitività e produttività: salari bassissimi, niente diritti, niente sicurezza supersfruttamento del personale con turni massacranti, utilizzo del stesso come piazzisti ad alta quota, assenza di riposi adeguati, utilizzo dei velivoli aerei al limite. Ma anche con questo i voli da 30 euro per le capitali europee per esempio, non sarebbero possibili se allo schiavismo neo liberista non si fosse aggiunto un altro elemento che sotto qualche forma troviamo presente in ogni privatizzazione o raccolta fondi o marchingegno messo in atto in quelli che si chiamano servizi universali. Ovvero il drenaggio di soldi pubblici per moltiplicare profitti privati.

Non è certo un mistero che il boom dei voli a basso costo si sia costruito grazie ai corposi contributi che amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno dato a questo tipo di compagnie per servire tratte e zone che altrimenti non sarebbero state remunerative con l’intenzione spesso frustrata di sviluppare il turismo, soddisfare ambizioni politiche appagando campanilismi assurdi, creare aree di clientela sia per la gestione degli scali che per la loro messa in opera. Per quanto riguarda solo l’Italia i conti sono complicati e in parte sfuggenti o opachi ma delineano una realtà incredibile: abbiamo gli 80 milioni di contributi della Sardegna testimoniati dalla stessa Ue, i 25 euro a passeggero pagati proprio a Ryanair dall’aeroporto di Verona o i 30 milioni di Brescia e Pisa versati alle compagnie low cost.  Calcolando, ma molto per difetto, una media di 5 euro a passeggero che è quasi uno standard e moltiplicandolo per gli 80 milioni di passeggeri delle low cost negli ultimi sette anni si arriva ai 400 milioni negli ultimi sette anni.

Il fatto è che si tratta molto spesso di un drogaggio che all’economia vera delle aree porta poco visto che attrae un analogo turismo low cost volubile e tutto immerso in una sfera di volgarissima omologazione o sviluppa traffici futili non dovuti all’attrattività della zona, ma solo alla leggerezza dei biglietti impossibile senza contributi pubblici. Ora in qualche situazione questo può aver apportato qualche vantaggio, ma generalmente i voli a basso costo hanno suscitato una domanda di turismo a basso costo rivelandosi così un boomerang. Inutile dire che in un’area piccola come l’Italia e come quella in genere dei Paesi europei tanti aeroporti servono a poco o nulla visto che le distanze stradali o ferroviarie sono ridotte e in un Paese ben governato si sarebbe puntato soprattutto sulla qualità degli aeroporti stessi e sulla rapidità dei collegamenti piuttosto che sulla moltiplicazione degli scali. Ma insomma inutile dire che tutto questo meccanismo funziona solo se si pretende che le spese complessive per il personale raggiungano a stento il 10 per cento e non il venticinque come accade per le altre compagnie.

Alla fine però quando i dipendenti rialzano la testa, quando per piloti e assistenti si aprono altre strade che offrono un lavoro più dignitoso come sta accadendo in questo periodo ecco che tutto va in crisi e rischia di essere crisi nera perché meno voli non significano solo meno biglietti, meno plus spremuto al personale, ma anche meno contributi con i soldi di tutti. Del resto non è soltanto Ryanair ad cominciare a sentire i morsi della crisi, anche altre imprese che vivono immerse nella stessa filosofia, Uber, Amazon, Airbnb per citare le più note cominciano ad incontrare non pochi problemi visto che il circolo vizioso tra salari bassi e precari e bassi costi si è retto fino ad ora sul fatto che i primi ci hanno messo un certo tempo a planare verso i bassifondi di oggi mentre il vantaggio del low cost (non si parla solo di aerei) è stato immediato, prospettando una sorta di illimitato ben godi. Ora però si sta giungendo a un punto di equilibrio e tutto inizia a saltare: il liberismo senza regole inaugurato da Wall Mart comincia a conoscere le sue conclusioni logiche, nelle quali il consumo matto e disperatissimo può essere sostenuto da sempre meno persone e i profitti giganteschi fatti sulle delocalizazioni non possono più essere sostenuti.


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