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Immunità di grigliata

condoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Se l’esodo di Pasquetta dei forzati della gita fuori porta sarà infelicitato dalla nebbia che grava sul Gra, sulla Pontina, sulla Via del Mare, noi saremo comunque afflitti dalla concorde riprovazione per chi, già da venerdì, complici il sole e la maledetta primavera più dolce che si sia vista da anni,  ha scelto di evadere dalla galera urbana, da chi improvvisava rave con grigliata sulle altane dei tetti di Palermo , sugli “irresponsabili” promotori e ospiti del party in terrazza beccati dagli elicotteri adibiti all’applicazione delle leggi marziali.

Il Presidente del consiglio Conte ha ammannito i suoi auguri di Pasqua senza sorpresa: “le rinunce che ognuno di noi compie in questa domenica così importante, ha scritto su Facebook, condannando implicitamente i rei di assembramento,  sono un gesto di attaccamento autentico a quello che conta davvero…”

L’interpretazione di che “cosa conti davvero”, pare ai più opinabile e controversa, ora che perfino la stampa ufficiale mostra le prime crepe nella narrazione monoteista del demone del Terrore (il Corriere oggi solo online offre un esame della decodificazione aberrante dei dati statistici su infetti, decessi, guariti, accorgendosene solo adesso) , ora che perfino Mefistofele avrebbe pudore nell’offrire la scelta tra la borsa e la vita, se tanti dei reclusi sanno che la clausura li butterà per strada, tra esercenti di pubblici esercizi, negozianti, parrucchieri (gli ultimi a aprire), artigiani.  Ora che molti si interrogano se la mera sopravvivenza in qualità di sani occasionali e comunque esposti a altre patologie future e agli effetti sanitari e sociali della cancellazione della cura e dell’assistenza, valga la limitazione delle prerogative individuali e collettive e del libero arbitrio, e la censura e l’anatema nel confronti di chi esprime dubbi sull’obbligatorietà di uno stato di emergenza e di conseguente eccezione in palese dispregio delle garanzie  costituzionali.

Forse andrebbe riservata la doverosa considerazione a chi è convinto che conti davvero ricongiungersi a familiari anziani, ristabilire vincoli di affetto e amicizia messi alla prova dall’isolamento coatto, far uscire i bambini dalle camere a gas cittadine tra viuzze e marciapiedi invasi da auto anche quelle in parcheggio obbligato, che per molti conti davvero raggiungere il proprio laboratorio, il negozio, il bar chiusi da un mese, che per altri conti davvero, in carenza di banda larga, andare a svolgere personalmente le pratiche per vedersi elargire le magre mancette, che per le badanti irregolari e i lavoratori precari conti davvero guadagnarsi la pagnotta con attività non annoverate tra quelle essenziali, compresa l’assistenza a un anziano, dimostrabili con un susseguirsi di impervie certificazioni.

Forse l’imprescindibilità di certe occupazioni, che, in barba alle raccomandazioni melense e stucchevoli dei VIP dello spettacolo e dello sport, alla melliflua retorica sciovinista praticata da inveterati venditori di patria e sovranità, fa muovere ogni giorno milioni di addetti costretti a circolare e a provocare allarmanti assembramenti su metro, bus, fabbriche, uffici, call center, aziende produttrici di armi, andrebbe spiegata meglio al fine di non consolidare la convinzione che le disuguaglianze sono eque e possono essere autorizzate per legge al fine di dividere i cittadini in meritevoli di salvezza o  condannati al sacrificio.

Perché è senz’altro doveroso rispettare le leggi. ma è altrettanto doveroso che le leggi siano rispettose dei cittadini, altrimenti il confine tra legalità e giustizia si fa sempre più labile e discrezionale.

Il che avviene ancora più frequentemente quando le regole sono troppo severe, quando sono contraddittorie, quando sono soggette a interpretazioni impervie e di conseguenza arbitrarie, quindi inapplicabili. E quando trasmettono la percezione di essere imperativi imposti da un potere assoluto che adopera le sue armi anche gergali per reprimere i trasgressori o per elargire licenze a chi se le sa prendere, come avviene solitamente quando una crisi viene convertita in emergenza anche a questo fine, incrementando la pressione autoritaria e trasformandola in problema di ordine pubblico.

Non deve stupire quindi che un bel po’ di romani, napoletani, palermitani abbiano tacitamente deciso di sperimentare insieme, che l’unione fa la forza,  l’immunità di gregge, se non dal Covid19, da controlli e sanzioni, mettendosi presto per strada, all’albeggiare, quando i militi di Strade Sicure, corpo eccezionale promosso per il contrasto alla mafia e quando si sarebbe voluta in passato analoga mobilitazione per assolvere ai compiti istituzionali,  sono ancora in caserma,  per poi trovarsi in file interminabili  ai blocchi, esibendo autocertificazioni improbabili, sulle quali avrebbero dovuto scrivere semplicemente in cima alle cose che contano davvero secondo Conte: non ne posso più, con tanto di punto esclamativo.

Non deve stupire che ogni giorno qualcuno si svegli dal letargo favorito del berciare di opinionisti della scienza che occupano le Tv tanto più prepotentemente quanto più si allontanano dal caposaldo della loro missione, il Dubbio, dalla ninnananna encomiastica tributata agli ubbidienti davanti a Netflix, dal colloquio solipsistico coi cristalli liquidi dei condannati allo smartworking.

E che  si interroghi se questi sacrifici, queste rinunce non siano della stessa qualità di quelle richieste per mantenere saldo il sistema salvando le banche, i profitti dei grandi azionisti, le multinazionali e i gestori dei casinò finanziari, se non si tratti di abiure a diritti e garanzie richieste per assoggettarsi e contribuire a imprese coloniali, al consolidamento di primati bellici e egemonie del terrore.

Non deve stupire se la scienza ha perso qualsiasi autorevolezza di neutralità e terzietà, se la sua voce di regime Roberto Burioni, affiliato al San Raffaele di Milano, clinica privata di Don Verzè, diffida per vie legali    Maria Rita Gismondo, dell’ospedale pubblico “Sacco” di Milano, se vengono oscurati i pareri prestigiosi di  centinaia di esperti   europei, americani, asiatici, che mettono in discussione le interpretazioni e l’opportunità dei mezzi e metodi impiegati,  se solo in rete hanno circolazione i pareri di clinici che operano sul campo e che contestano le terapie applicate frutto di diagnosi inappropriate.

Ma soprattutto  se i numeri sugli infetti, i contagiati, gli asintomatici, i guariti sono inattendibili, confusi, travisati, occultati, mentre gli unici credibili sarebbero quelli che dei condannati preventivamente a morte per malasanità, per infezioni ospedaliere, cancellazione remota di prevenzione e cura, e di quelli che verranno i malconci, depressi, soli e senza sole, aria, come pare impongano le leggi di una eugenetica a rovescio.

Di solito chi azzarda una critica viene subito intercettato con la perentoria richiesta di dare, invece  delle obiezioni, delle soluzioni. Una, sempre la solita, sarebbe quella decisiva, rovesciare il tavolo e con esso il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento, oggi più che mai se perfino blandi riformisti come Sanders vengono messi all’indice come anarcoinsurrezionalisti grazie alla propaganda apocalittica della pandemia liberista.

Se vi dicono così, guardate che non si tratta solo di quella mesta indole alla delega che fa parte della nostra autobiografia nazionale.

È più probabile che si tratti del desiderio di stare sotto schiaffo nella convinzione che così ci si possa salvare da peggiori manrovesci, stando acquattati nella tana mediocre dell’irresponsabilità, del conformismo, della subordinazione. Allora una soluzione di sarebbe, ricominciare a pensare.


Gatta ci Covid

qiicahc61g-vaccata_aNel 1986, all’epoca di Cernobyl, mi scontrai con la difficoltà di spiegare ai lettori che il pericolo non veniva dalla radioattività trasportata in atmosfera e “piovuta” anche in Italia, ma dalla possibilità che essa venisse “concentrata” dalla catena alimentare e provocasse danni negli anni a venire perché alcuni nucleotidi come il cesio hanno una lunga emivita. Al momento il problema che veniva posto in maniera pressante e angosciosa era se si poteva bere il latte , mangiare uova,  carne, pasta, riso,  pane, insalata e non c’era verso di far comprendere che con molti alimenti il problema si sarebbe semmai presentato a partire dall’anno successivo, ma che comunque era ormai una questione di controlli più che di allarme perché il problema era negli accumuli nel tempo: tuttavia la minima distopia necessaria a comprendere la questione pareva insormontabile anche perché c’era il problema intricato delle misure di radioattività Bequerel, Roentgen, Sievert, Rad, Gray insomma una panoplia complicata dovuta al fatto che si era in pieno passaggio di nomenclatura e la questione veniva affrontata  in via assolutamente ipotetica perché nessuno dei cosiddetti esperti sapeva davvero che pesci pigliare, stretto fra l’altro in mezzo a problemi di altra natura da quelli geopolitici a quelli che riguardavano l’energia nucleare.

Qualche anno dopo mi trovai ad un convegno nel quale diverse organizzazioni lanciavano una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per contrastare il dilagare dell’Aids in Africa. Dopo le relazioni mi venne in mente, nella mia ingenuità, di proporre una domanda che a me pareva del tutto ovvia a fronte delle cose che erano state dette, ovvero se si sapesse quale fosse la mortalità della malattia nei Paesi in cui pareva galoppare senza ostacoli e nei quali mancavano le strutture e i medicinali: capii subito dalla faccia rabbuiata degli interlocutori di aver fatto la domanda sbagliata e mi venne risposto che il tasso di mortalità delle popolazione africane non era cresciuto perché le condizioni generali della salute in Africa erano così precarie che  si moriva prima per altre patologie. A quel punto però, visto che non esistevano statistiche e che l’Aids era a rigore una non malattia da ricchi in un’area poverissima, si poteva impunemente dire qualsiasi cosa senza tema di essere smentiti e si percepiva che la preoccupazione principale non andava alle persone in quanto tali, ma al fatto che esse potessero essere il serbatoio di un virus che spaventava noi.

Ho usato questi due aneddoti che apparentemente sono distanti da ciò che accade oggi perché invece la loro sintesi illustra molto bene la situazione: i dati sparati alla cavolo di cane e del tutto incerti se non tendenziosi, test completamente inaffidabili anche perché pensati per la ricerca e non per la diagnostica come dicono gli stessi produttori,  esperti che da una parte devono fingere di sapere e dicono le più orrende fesserie e  dall’altra sono tirati da tutte le parti, politiche ed economiche che poi significano fondi e carriere, popolazione terrorizzata, errori medici nascosti e dovuti al panico che in alcune zone hanno causato le morti in più rispetto a una comune influenza, retorica apocalittica e vacua, misure assurde e del tutto inutili di segregazione vista la grande diffusione di un virus che nell’80% dei casi è totalmente asintomatico. Si ha insomma quasi l’impressione che vi sia stato a gennaio qualche input per scatenare l’inferno e trasformare qualcosa di assolutamente domabile e persino banale in una peste devastante.  Di fatto i dati cinesi che sono ad oggi i più completi mostrano una letalità che va dallo 0,04% allo 0,12% ossia due volte inferiore alla normale influenza e se proprio qualcuno non si fida della Cina ( ma si fida invece delle balle occidentali che già lo qualifica come un dinosauro che non si è accorto dell’asteroide) ci sono i dati europei complessivi e comprendenti quelli dell’Italia secondo cui la mortalità generale è in discesa quest’anno rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. O del Giappone dove nulla è stato chiuso e  si sono dati degli allarmi per le persone a rischio,  ma nessuno è morto di polmonite e la catastrofe attesa non si è affatto verificata 

Adesso cominciano ad arrivare dubbi e ripensamenti: l’Imperial College di Londra che aveva inizialmente previsto tra i 250 mila e il mezzo milione di morti in Inghilterra  per Covid 19 adesso dice che in realtà si avrà una mortalità in linea con quella degli scorsi anni il che equivale a dire che il Coronavirus è patologicamente inesistente e del resto è stato tolto dall’elenco delle malattie infettive con gravi conseguenze, cosa che naturalmente non ci diranno. In Germania il direttore dell’Istituto nazionale sanitario ha dovuto confessare che si sono attribuite al Covid 19 tutte le morti con positività al virus a prescindere dalle cause reali del decesso e che anzi le malattie polmonari, come rilevato dall’Istituto Koch, sono in diminuzione quest’anno, mentre da uno studio fatto sulla nave degli appestati, ossia la Diamond Princess, dall’Università di Stanford dimostra che la mortalità del Covid è nella media di un forte raffreddore così come uno studio giapponese sempre sulla “popolazione” particolarmente anziana della nave da crociera rileva che  il 48% delle persone comprese fra gli 80 e gli 89 anni è rimasta completamente asintomatica. Infine il presidente dell’ordine mondiale dei medici, Frank Ulrich Montgomery,  definisce le misure del blocco in Italia irragionevoli e controproducenti e sostiene che dovrebbero essere revocate. Ma ormai non si contano più le dichiarazioni di illustri immunologi e virologi che decostruiscono la narrazione della pandemia e mettono sotto accusa le misure autoritarie che si sono instaurate con il pretesto epidemico.  E invece noi siamo ancora costretti a casa perché un governicchio di  mentecatti e bugiardi possa sfruttare l’occasione per distruggere il Paese e consegnarlo ai propri padroni che agiscono attraverso il Mes. Del resto sono riusciti a spaventare talmente che anche la popolazione chiede il bis per rovinarsi con le proprie mani. Altro che covid.

 


Che Stato che fa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non credo che abbiamo fatto in tempo. Un esecutivo accentratore, autoritario, incaricato di rafforzare il primato proprietario e padronale l’ha già avuta vinta sul popolo e sulla democrazia prima del nostro No, anche grazie alla progressiva delegittimazione dello Stato, all’espropriazione della sovranità economica, allo smantellamento del suo sistema sociale, dall’assistenza ai servizi, dalla tutela del territorio e del patrimonio culturale all’istruzione, allo snaturamento delle relazioni economiche della contrattazione preliminare alla fine del lavoro da convertire in arcaica servitù, e dunque della consolatoria dottrina del progresso  da sostituire con l’egemonia dello sviluppo illimitato, della concorrenza e della libera iniziativa sregolata.

La guerra contro le democrazie ha cominciato a vincere da quel campo di battaglia, quando il progetto di costruzione dello Stato, processo infinito e in Italia mai davvero cominciato, è stato minato, e non solo per quanto riguarda il potere decisionale in materia economica sancito dalla consegna arrendevole del fiscal compact e prima ancora con l’imposizione dei vincoli esterni, autorizzati e rivendicati come deterrente necessario al contenimento degli “istinti animali della società italiana” come ebbe a chiamarli Guido Carli.

Ce ne accorgiamo una volta di più in questi giorni quando la collera legittima di popolazioni soffocate dalla neve, all’addiaccio e senza via di fuga dal terremoto, se la prende contro lo Stato- Baal che divora i suoi figli, contro i suoi apparati inefficienti e inadeguati, contro la sua burocrazia lenta quanto impreparata, contro un sistema incapace di fronteggiare emergenze che ha contribuito a aggravare per impotenza, cattiva volontà, indole alla corruzione e alla salvaguardia di interessi castali, istinti inguaribile all’avidità come alla dissipazione.

Cosicché viene spontaneo confidare sulla compassione più che sulla solidarietà, sulla pietà più che sulla  coesione, sulla buona volontà più che sull’organizzazione, attitudini preliminari all’aspirazione a affidarsi a soggetti forti, a autorità superiori appena sotto alla Provvidenza, a uomini della provvidenza o della vecchia protezione civile, tanto che abbiamo sentito da più parti esprimere commosso rimpianto per Bertolaso.

Il fatto è, a conferma della “fama sparsa per tutta Europa che l’Italia ha politici ma non amministratori” (non l’hanno scritto Die Zeit o le Monde, ma tale Carlo De Cesare nel 1865), che la perdita di autorevolezza, prestigio, autorità dello Stato  va attribuita alla “politica” dei governi che si sono succeduti in forma bi partisan, al disegno e alla volontà di avvilirne i contenuti e le finalità dello “stato di diritto”, di organizzazione dunque di una comunità, in grado di prendere delle decisioni sovrane, in nome della comunità, sia nei confronti dei membri o dei gruppi interni a essa, sia nei confronti di altre comunità, e soggetto a regole sancite da leggi, sulla cui applicazione vigila non solo per assicurarne il rispetto ma anche a fini educativi.

Pare abbiano già vinto anche senza il Si. In barba al mantra infinitamente ripetuto sul valore del merito, tramite un costume di clientelismo, familismo e corruzione e anche grazie alla corruzione delle norme con “riforme” anticostituzionali, il corpo della pubblica amministrazione ha perso qualsiasi connotato di professionalità, competenza, efficienza, carriere, curricula e referenze sono segnate e confezionate secondo criteri di arbitrarietà, di fidelizzazione e sottomissione. I suoi addetti sono umiliati da remunerazioni avvilenti che, se non giustificano, almeno spiegano l’esposizione al rischio della corruzione, la preparazione e la formazione sono affidate al volontarismo più autarchico e  penalizzato perfino all’interno della vituperata categoria impiegatizia preoccupata dalla concorrenza sleale di chi fa troppo rispetto alle regole imperanti, l’omologazione al settore privato in nome di una malintesa equità protesa verso il basso in modo che tutti stiano ugualmente male, ha radicalizzato la pratica del ricatto e della discrezionalità.

Per non parlare dell’altra figura retorica che popola la narrazione del nuovo ceto dirigente, quella semplificazione che doveva porre riparo ai     guasti della farraginosa burocrazia e che si è rivelata per quello che davvero è, il miserabile espediente per aggirare le leggi, per incrementare e approfittare di situazioni di crisi in modo che l’incancrenirsi diventi emergenza da fronteggiare grazie a licenze, deroghe, misure eccezionali e poteri speciali, la fumosa coltre stesa per autorizzare lo smantellamento della rete di controlli e sorveglianza, la scaltrezza cialtrona applicata all’avallo di commissariamenti al servizio di interessi privati e della loro libera iniziativa.  

Il perché è intuibile. Basta rifarsi all’esempio più in voga in questi giorni, quando il governo esprime la sua ferma volontà di mettere mano  alla Protezione Civile, organismo cui nell’ultimo anno ha tolto oltre 70 milioni di finanziamenti, in modo che dipenda ancora più strettamente dall’esecutivo. Ci vuole poco a sospettare che l’intento sia quello di dare concreta realizzazione al vecchio progetto del Cavaliere e di Bertolaso con la trasformazione in soggetto agile, di diritto privato, con ampia libertà d’azione in fase di emergenza come di ricostruzione, con preferenza per la seconda fase, malgrado l’inclinazione per certi profili di militarizzazione molto praticati all’Aquila, sotto forma di ferrei regolamenti ad uso degli sfollati.

Eh si, l’aspirazione è ad accreditare una distopia dello Stato nemico, esoso esattore, per cui è ineluttabile anzi doveroso evadere le tasse, molesto controllore, per cui è necessario sottrarsi alle sue leggi lesive di imprenditorialità e iniziativa, fastidioso ingombro, per cui è meglio emigrare con l’azienda altrove magari in nazioni definitivamente incanaglite, ingeneroso amministratore, per cui è sacrosanto arraffare benefici e aiuti se si è consci di operare per interessi superiori, prima di tutto quelli dei potentati finanziari, in modo che quel che resta del progetto della sovranità venga sostituita  dei cartelli transnazionali, dai fondi del capitale finanziario e dai rudimenti di una polizia globale. E il popolo da un esercito di schiavi.


Juncker, l’Europa sotto “spirito”

junckChi ogni tanto si imbatte nella saggistica americana che riguarda l’Europa si accorge molto presto di come il livello di conoscenza fattuale, non tra i farmers dell’Ohio, ma tra le elites intellettuali è molto scarso: superfici, popolazioni, confini sono molto confusi tra persone abituate a diverse scale di grandezza, educate ad un’autoreferenzialità pervasiva, a una monocoltura linguistica noncurante e dunque quasi mai in grado di accedere alle fonti originali e tutto sommato consapevoli di parlare di un territorio soggetto all’autorità di Washington. Anzi l’ignoranza americana è quasi una tradizione il cui primo esplicito manifestarsi si può far risalire all’ ich bin ein Berliner di Kennedy che detto così significa più che altro sono una salsiccia, incidente linguistico che naturalmente fin da subito fu sottratto  anche al sorriso più benevolo e incorporato nella vasta discarica del nascondimento.

Così non c’è nulla di particolarmente strano che Trump abbia definito nel giugno scorso  il Belgio “una bellissima città” dimostrando in effetti non conoscere quel Paese altrimenti avrebbe detto che è una tristissima città. Ma questo è bastato a Jean Claude Juncker, presidente della commissione europea e soprattutto geloso custode delle sue cantine, per far esplodere a mesi di distanza dalla quella infelice dichiarazione, la furia delle elites oligarchiche contro lo sgarbo fatto dagli americani non scegliendo la Clinton: “Penso che rischiamo di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce“. Dubito fortemente che Hillary Clinton ne sappia molto di più sul Belgio, essendosi dedicata più alla Libia, alla Siria e all’Irak, ma dubito che anche Juncker da lussemburghese ne sappia molto di quella Europa che vuole spiegare prossimamente a Trump, intendendo con questo solo i rapporti di potere all’interno dei vertici, le segrete cose di chi comanda. Tutte cose evidentemente già conosciute, approvate, forse anche suggerite da Hillary e dal suo presidente.

In un certo senso è invece un grande vantaggio che Trump non conosca il mondo da certi punti di vista inconfessabili delle elites subalterne ai grandi interessi economici visto che la vibrante preoccupazione del commissario è il mantenimento dello status quo sotto ogni punto di vista: “viene messa in questione l’alleanza transatlantica e quindi il modello sul quale si poggia la difesa dell’Europa“, incautamente svelando (ma è l’alcol che lo fa parlar, come diceva una vecchia canzone) l’inestricabile intreccio e sovrapposizione tra Ue e Nato, con un riferimento forse anche al Ttip.  Il fatto è che Trump sarà pure un tycoon e conservatore vecchio stile, ma rischia non tanto con la  sua presenza, quanto con l’assenza di quella rete consolidata di rapporti e complicità fra le elites tradizionali sulle due sponde dell’atlantico, di mandare all’aria proprio il metodo Juncker, divenuto quello fondamentale dell’Europa oligarchica:  “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”.

Tutto questo funziona se nulla interviene ad agitare le acque dello stagno, se c’è una continuità di potere mentre ogni strappo diventa un rischio, specie se come avviene un numero  sempre maggiore di cittadini comincia finalmente a capire cosa sta accadendo. Ma il livore di Juncker, inammissibile per la sua carica e francamente un po’ patetico, non esprime solo i timori dell’oligarchia e dei suoi manutengoli della burocrazia e dei media, ma è probabilmente l’espressione di timori personali. Quello in particolare che la prossima amministrazione americana non si faccia in quattro per salvarlo dai suoi scheletri nell’armadio, dallo scandalo degli  aiuti di Stato illegali concessi dal Lussemburgo a centinaia di aziende sotto forma di generosi sconti sulle tasse, nel lungo periodo (1995 – 2013) in cui il personaggio è stato premier del piccolo Granducato che forse dovrebbe fare dei Caraibi piuttosto che dell’ Europa,  tutto denaro che si sospetta possa essere in parte finito nel traffico di armi  e terrorismo. Per non parlare dell’affare di spie e schedature di massa che aveva avviato: per anni i servizi segreti del premier, avevano tenuto sotto controllo in modo illegale migliaia di cittadini ritenuti sospetti. Quando la storia venne a galla, Juncker prese le distanze sostenendo che tutto si era svolto a sua insaputa , ma quando Mario Mille, capo degli 007 lussemburghesi, tirò fuori le registrazioni dei suoi colloqui con Juncker in cui, già nel 2008, informava il capo del governo di quei dossier segreti, dovette dimettersi.

Lascio ai lettori giudicare se un tipo simile sia il meno o viceversa il più adatto a fare  il presidente della commissione Ue: dipende dalle prospettive. Ma certo per arrivare alla carica con questo peso deve aver promesso qualcosa in cambio, ad amici vicini e lontani, magari a qualcuno che ha appena scalzato dal potere: è un fatto che è stato lui da premier lussemburghese a fare ponti d’oro alle multinazionali americane, tra cui Amazon e Aol, oggi Verizon, nota per essere la compagnia che passava i dati delle telefonate sulla propria rete alla National Security Agency e aveva messo a punto un piano di controllo di tutto il traffico aereo mondiale . Ma chissà forse Juncker pensava che Nsa fosse una bellissima città.


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