Annunci

Archivi tag: controlli

Che Stato che fa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non credo che abbiamo fatto in tempo. Un esecutivo accentratore, autoritario, incaricato di rafforzare il primato proprietario e padronale l’ha già avuta vinta sul popolo e sulla democrazia prima del nostro No, anche grazie alla progressiva delegittimazione dello Stato, all’espropriazione della sovranità economica, allo smantellamento del suo sistema sociale, dall’assistenza ai servizi, dalla tutela del territorio e del patrimonio culturale all’istruzione, allo snaturamento delle relazioni economiche della contrattazione preliminare alla fine del lavoro da convertire in arcaica servitù, e dunque della consolatoria dottrina del progresso  da sostituire con l’egemonia dello sviluppo illimitato, della concorrenza e della libera iniziativa sregolata.

La guerra contro le democrazie ha cominciato a vincere da quel campo di battaglia, quando il progetto di costruzione dello Stato, processo infinito e in Italia mai davvero cominciato, è stato minato, e non solo per quanto riguarda il potere decisionale in materia economica sancito dalla consegna arrendevole del fiscal compact e prima ancora con l’imposizione dei vincoli esterni, autorizzati e rivendicati come deterrente necessario al contenimento degli “istinti animali della società italiana” come ebbe a chiamarli Guido Carli.

Ce ne accorgiamo una volta di più in questi giorni quando la collera legittima di popolazioni soffocate dalla neve, all’addiaccio e senza via di fuga dal terremoto, se la prende contro lo Stato- Baal che divora i suoi figli, contro i suoi apparati inefficienti e inadeguati, contro la sua burocrazia lenta quanto impreparata, contro un sistema incapace di fronteggiare emergenze che ha contribuito a aggravare per impotenza, cattiva volontà, indole alla corruzione e alla salvaguardia di interessi castali, istinti inguaribile all’avidità come alla dissipazione.

Cosicché viene spontaneo confidare sulla compassione più che sulla solidarietà, sulla pietà più che sulla  coesione, sulla buona volontà più che sull’organizzazione, attitudini preliminari all’aspirazione a affidarsi a soggetti forti, a autorità superiori appena sotto alla Provvidenza, a uomini della provvidenza o della vecchia protezione civile, tanto che abbiamo sentito da più parti esprimere commosso rimpianto per Bertolaso.

Il fatto è, a conferma della “fama sparsa per tutta Europa che l’Italia ha politici ma non amministratori” (non l’hanno scritto Die Zeit o le Monde, ma tale Carlo De Cesare nel 1865), che la perdita di autorevolezza, prestigio, autorità dello Stato  va attribuita alla “politica” dei governi che si sono succeduti in forma bi partisan, al disegno e alla volontà di avvilirne i contenuti e le finalità dello “stato di diritto”, di organizzazione dunque di una comunità, in grado di prendere delle decisioni sovrane, in nome della comunità, sia nei confronti dei membri o dei gruppi interni a essa, sia nei confronti di altre comunità, e soggetto a regole sancite da leggi, sulla cui applicazione vigila non solo per assicurarne il rispetto ma anche a fini educativi.

Pare abbiano già vinto anche senza il Si. In barba al mantra infinitamente ripetuto sul valore del merito, tramite un costume di clientelismo, familismo e corruzione e anche grazie alla corruzione delle norme con “riforme” anticostituzionali, il corpo della pubblica amministrazione ha perso qualsiasi connotato di professionalità, competenza, efficienza, carriere, curricula e referenze sono segnate e confezionate secondo criteri di arbitrarietà, di fidelizzazione e sottomissione. I suoi addetti sono umiliati da remunerazioni avvilenti che, se non giustificano, almeno spiegano l’esposizione al rischio della corruzione, la preparazione e la formazione sono affidate al volontarismo più autarchico e  penalizzato perfino all’interno della vituperata categoria impiegatizia preoccupata dalla concorrenza sleale di chi fa troppo rispetto alle regole imperanti, l’omologazione al settore privato in nome di una malintesa equità protesa verso il basso in modo che tutti stiano ugualmente male, ha radicalizzato la pratica del ricatto e della discrezionalità.

Per non parlare dell’altra figura retorica che popola la narrazione del nuovo ceto dirigente, quella semplificazione che doveva porre riparo ai     guasti della farraginosa burocrazia e che si è rivelata per quello che davvero è, il miserabile espediente per aggirare le leggi, per incrementare e approfittare di situazioni di crisi in modo che l’incancrenirsi diventi emergenza da fronteggiare grazie a licenze, deroghe, misure eccezionali e poteri speciali, la fumosa coltre stesa per autorizzare lo smantellamento della rete di controlli e sorveglianza, la scaltrezza cialtrona applicata all’avallo di commissariamenti al servizio di interessi privati e della loro libera iniziativa.  

Il perché è intuibile. Basta rifarsi all’esempio più in voga in questi giorni, quando il governo esprime la sua ferma volontà di mettere mano  alla Protezione Civile, organismo cui nell’ultimo anno ha tolto oltre 70 milioni di finanziamenti, in modo che dipenda ancora più strettamente dall’esecutivo. Ci vuole poco a sospettare che l’intento sia quello di dare concreta realizzazione al vecchio progetto del Cavaliere e di Bertolaso con la trasformazione in soggetto agile, di diritto privato, con ampia libertà d’azione in fase di emergenza come di ricostruzione, con preferenza per la seconda fase, malgrado l’inclinazione per certi profili di militarizzazione molto praticati all’Aquila, sotto forma di ferrei regolamenti ad uso degli sfollati.

Eh si, l’aspirazione è ad accreditare una distopia dello Stato nemico, esoso esattore, per cui è ineluttabile anzi doveroso evadere le tasse, molesto controllore, per cui è necessario sottrarsi alle sue leggi lesive di imprenditorialità e iniziativa, fastidioso ingombro, per cui è meglio emigrare con l’azienda altrove magari in nazioni definitivamente incanaglite, ingeneroso amministratore, per cui è sacrosanto arraffare benefici e aiuti se si è consci di operare per interessi superiori, prima di tutto quelli dei potentati finanziari, in modo che quel che resta del progetto della sovranità venga sostituita  dei cartelli transnazionali, dai fondi del capitale finanziario e dai rudimenti di una polizia globale. E il popolo da un esercito di schiavi.

Annunci

Juncker, l’Europa sotto “spirito”

junckChi ogni tanto si imbatte nella saggistica americana che riguarda l’Europa si accorge molto presto di come il livello di conoscenza fattuale, non tra i farmers dell’Ohio, ma tra le elites intellettuali è molto scarso: superfici, popolazioni, confini sono molto confusi tra persone abituate a diverse scale di grandezza, educate ad un’autoreferenzialità pervasiva, a una monocoltura linguistica noncurante e dunque quasi mai in grado di accedere alle fonti originali e tutto sommato consapevoli di parlare di un territorio soggetto all’autorità di Washington. Anzi l’ignoranza americana è quasi una tradizione il cui primo esplicito manifestarsi si può far risalire all’ ich bin ein Berliner di Kennedy che detto così significa più che altro sono una salsiccia, incidente linguistico che naturalmente fin da subito fu sottratto  anche al sorriso più benevolo e incorporato nella vasta discarica del nascondimento.

Così non c’è nulla di particolarmente strano che Trump abbia definito nel giugno scorso  il Belgio “una bellissima città” dimostrando in effetti non conoscere quel Paese altrimenti avrebbe detto che è una tristissima città. Ma questo è bastato a Jean Claude Juncker, presidente della commissione europea e soprattutto geloso custode delle sue cantine, per far esplodere a mesi di distanza dalla quella infelice dichiarazione, la furia delle elites oligarchiche contro lo sgarbo fatto dagli americani non scegliendo la Clinton: “Penso che rischiamo di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce“. Dubito fortemente che Hillary Clinton ne sappia molto di più sul Belgio, essendosi dedicata più alla Libia, alla Siria e all’Irak, ma dubito che anche Juncker da lussemburghese ne sappia molto di quella Europa che vuole spiegare prossimamente a Trump, intendendo con questo solo i rapporti di potere all’interno dei vertici, le segrete cose di chi comanda. Tutte cose evidentemente già conosciute, approvate, forse anche suggerite da Hillary e dal suo presidente.

In un certo senso è invece un grande vantaggio che Trump non conosca il mondo da certi punti di vista inconfessabili delle elites subalterne ai grandi interessi economici visto che la vibrante preoccupazione del commissario è il mantenimento dello status quo sotto ogni punto di vista: “viene messa in questione l’alleanza transatlantica e quindi il modello sul quale si poggia la difesa dell’Europa“, incautamente svelando (ma è l’alcol che lo fa parlar, come diceva una vecchia canzone) l’inestricabile intreccio e sovrapposizione tra Ue e Nato, con un riferimento forse anche al Ttip.  Il fatto è che Trump sarà pure un tycoon e conservatore vecchio stile, ma rischia non tanto con la  sua presenza, quanto con l’assenza di quella rete consolidata di rapporti e complicità fra le elites tradizionali sulle due sponde dell’atlantico, di mandare all’aria proprio il metodo Juncker, divenuto quello fondamentale dell’Europa oligarchica:  “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”.

Tutto questo funziona se nulla interviene ad agitare le acque dello stagno, se c’è una continuità di potere mentre ogni strappo diventa un rischio, specie se come avviene un numero  sempre maggiore di cittadini comincia finalmente a capire cosa sta accadendo. Ma il livore di Juncker, inammissibile per la sua carica e francamente un po’ patetico, non esprime solo i timori dell’oligarchia e dei suoi manutengoli della burocrazia e dei media, ma è probabilmente l’espressione di timori personali. Quello in particolare che la prossima amministrazione americana non si faccia in quattro per salvarlo dai suoi scheletri nell’armadio, dallo scandalo degli  aiuti di Stato illegali concessi dal Lussemburgo a centinaia di aziende sotto forma di generosi sconti sulle tasse, nel lungo periodo (1995 – 2013) in cui il personaggio è stato premier del piccolo Granducato che forse dovrebbe fare dei Caraibi piuttosto che dell’ Europa,  tutto denaro che si sospetta possa essere in parte finito nel traffico di armi  e terrorismo. Per non parlare dell’affare di spie e schedature di massa che aveva avviato: per anni i servizi segreti del premier, avevano tenuto sotto controllo in modo illegale migliaia di cittadini ritenuti sospetti. Quando la storia venne a galla, Juncker prese le distanze sostenendo che tutto si era svolto a sua insaputa , ma quando Mario Mille, capo degli 007 lussemburghesi, tirò fuori le registrazioni dei suoi colloqui con Juncker in cui, già nel 2008, informava il capo del governo di quei dossier segreti, dovette dimettersi.

Lascio ai lettori giudicare se un tipo simile sia il meno o viceversa il più adatto a fare  il presidente della commissione Ue: dipende dalle prospettive. Ma certo per arrivare alla carica con questo peso deve aver promesso qualcosa in cambio, ad amici vicini e lontani, magari a qualcuno che ha appena scalzato dal potere: è un fatto che è stato lui da premier lussemburghese a fare ponti d’oro alle multinazionali americane, tra cui Amazon e Aol, oggi Verizon, nota per essere la compagnia che passava i dati delle telefonate sulla propria rete alla National Security Agency e aveva messo a punto un piano di controllo di tutto il traffico aereo mondiale . Ma chissà forse Juncker pensava che Nsa fosse una bellissima città.


Il terremoto non è un pranzo di gala

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di questi tempi chiunque si accinga a fare qualsiasi cosa, viene invitato perentoriamente a metterci il cuore, si tratti di una performance culinaria a Masterchef, di una depilazione (giorni fa una estetista raccontava la sua indimenticabile prestazione d’opera presso vip di un’isola o una casa), di un’attività di servizio ( il cuore è preferito alla coscienza chiamata in causa solo per obiettare). A dir la verità sarebbe meglio che tutti  – arrivo a dire, estetista compresa, ci mettessero la testa, a cominciare da un ceto politico che ha sempre rivendicato invece di metterci la faccia, con gli esiti che conosciamo e che se si parla di sede ideale dell’anima, evocano tutt’al più una inanimata libbra di carne.

È che si tratta di un richiamo interessato quello al sentimento, all’emotività, alla pietas per scucire oboli  o, peggio ancora, per esigere comprensione quando le cose si mettono male o per reclamare l’obbligatorietà di ricorrere a maniere forti in nome di un malinteso stato di necessità, a misure d’emergenza,  a deleghe in bianco a regimi d’eccezione,  compresa la nomina di commissari, anche quelle ispirate ai buoni sentimenti più che all’accertata competenza, dando preferenza alla nomea di “brave persone” che a curricula e referenze, se a gestire la ricostruzione nel Centro Italia è stato nominato lo stesso che ne era stato incaricato in Emilia, dove un numero imprecisato di persone vive in strutture provvisorie, si è votato nei container. E dove si è data facoltà ai cittadini di “arrangiarsi”, prediligendo, come si legge nel rapporto redatto dalla Regione, l’erogazione di contributi per l’autonoma sistemazione e l’affitto, mentre le imprese hanno potuto beneficiare di “esenzioni fiscali”, o di benevoli “cofinanziamenti” assicurativi,  tanto che perfino le gazzette di Governo sono costrette a dar ragione al Sole 24 Ore che ha denunciato come alla scadenza del flusso delle pratiche Sfinge, delle domande cioè per il contributo per fabbriche, macchinari, scorte, delocalizzazione, appena il 18% degli investimenti effettuati direttamente dalle imprese si è tradotto in moneta sonante.

Ah si servirebbe proprio molto cervello perché, tanto per fare un esempio, a chi non ha voluto rifugiarsi negli alberghi della costa, che si è preso del “testone” da sindaci muscolari, che hanno richiamato alla pragmatica priorità del salvarsi la vita, si comincia a restituire dignità oltre la condizione compassionevole della vita nuda di chi ha perso tutto e deve piegarsi all’accampamento o alla ragionevole lontananza fisica e morale da tutto, beni, memoria. Sicché perfino i talkshow del dolore a metro, sono costretti a intervistare contadini, allevatori che al lasciare crepare le bestie all’addiaccio e senza acqua, preferiscono il rischio della morte, aziende di acqua minerale, che sgorga sinistramente marron, le imprese alberghiere del circuito religioso.

Che sanno bene che è meglio restare là, vigilare anche a rischio della vita, perché gli sciacalli non sono mica solo quelli che vanno a fare bottino nelle case pericolanti, ma anche quelli che le rovine di quelle case sono pronti a comprarsele a prezzo stracciato nel mercato della paura e della disperazione, e così gli appezzamenti, il bestiame, le piccole imprese alimentari, le coltivazioni. E sanno bene che dopo qualche giorno di compianto, i giornalisti se ne vanno, i pellegrinaggi istituzionali si esauriscono, le visite pastorali si interrompono e si fanno i conti con l’inverno dello scontento, fatto di pericoli che tutti conoscono per esperienza passata e possono essere anche “locali” come all’Aquila, dove certe aziende indigene e sorridenti che si aggiudicavano gli appalti e si tenevano la stecca del 30% facendo fare i lavoro a altri in “outsourcing” malaffaristico, quello del nero, delle deroghe a  ogni requisito di sicurezza, dei materiali taroccati e della mafia.

C’è poco da stare tranquilli, se il mantra generalizzato di oggi è quello solito, esaltato dagli eventi, quello della semplificazione e della lotta alla burocrazia. Ne scriviamo di continuo in questo blog (l’ultima volta qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/10/31/baggianate-corruzione-s-p-a/) della loro semplificazione che serve a sollevare frettolosi polveroni, a sottrarre a controlli e sorveglianza trattative opache, che si avvale dello smantellamento protervo della rete delle verifiche, della vigilanza, dei collaudi non random.

C’è poco da stare sicuri, se la smania bonapartista del premier e della sua cerchia esercita il suo autoritarismo accentratore sulla pelle dei terremotati, applicando ciecamente i casi di insuccesso dell’Irpinia e del Belice, quelli che fecero mettere mani ai portafogli si, ma in previsione di grandi entrate, di carità in vista del banchetto, con gli industriali padani associati in cordate voraci, tecnici di “fiducia” convocati da tutta Italia e Confindustria autorizzata dal governo a far aprire ai  suoi soci aziende con un finanziamento al 100 per cento senza niente in cambio. Mentre per circa un ventennio successivo i g9oevrni pensano loro a rifinanziare perenni e infinite tranche di ricostruzione.

E se ci tocca rimpiangere Zamberletti, le sue roulotte piuttosto delle new towns del Cavaliere e dei container delle coop, la decisione di espropriare per poi restituire secondo criteri non iniqui, se il Parlamento tramite la legge 219 affidò un’ampia delega agli enti locali, che prevedeva ingenti finanziamenti destinati non solo alla ricostruzione, ma anche alla crescita economica delle aree terremotate. Se per il Friuli lo Stato ha complessivamente impiegato per lo sviluppo e la ricostruzione delle aree colpite dal sisma del 1980 circa 50mila miliardi di lire, mentre all’Aquila, città di 70 mila residenti, non bastano 10 miliardi di euro  e 7 anni.

Oggi è il 2 novembre, meglio far sapere che i cimiteri non rendono se non ci arrendiamo a essere anime morte che ricompaiono quando fanno fa soldi o quando devono votare per dire Si, sissignore.


La macchina del popolo

este_26181944_24160Nella faccenda dello scandalo Volkswagen ci sono alcune cose che non tornano, sia nello specifico, sia sul piano generale tanto da far sembrare tutta la faccenda più che una dimostrazione di attenzione all’inquinamento, un regolamento di conti su più piani. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come dice una delle regole della tecnologia italiota di punta: e qui da pensar male ce n’è parecchio. Innanzitutto perché mai una prova su strada sui gas di scarico viene fatta in Usa su tre modelli di auto, tutti tedeschi (due Vw e una Bmv risultata pulita)?  Come mai dopo i risultati inaspettati  dal punto di vista delle emissioni di molto superiori ai limiti (la vicenda è ormai di un anno fa, con in mezzo anche un richiamo di mezzo milione di vetture) non si sono provati anche i modelli di altre marche? E infine che senso ha da parte della Volkswagen produrre un sofisticato software per far “capire” all’auto che è in condizioni test (spesso su rulli) o di normale uso su strada in maniera da far crollare le emissioni quando ci sono prove ufficiali? Come si poteva pensare di farla franca se trucchi simili o di diverso tipo non fossero comunque generalizzati? Esporsi a queste figuracce per qualche cavallo in più o per qualche investimento in meno mi sembra pazzesco.

Forse si potrebbe anche pensare che tutto il sistema  degli euro 1,2,3… e delle regole Usa sostanzialmente simili ( ma con limiti più alti di quelli europei al contrario di quanto generalmente viene riferito) non sia soprattutto un modo per stimolare il rinnovo del parco auto più che un sistema per ridurre effettivamente le emissioni. Di fatto i criteri di controllo astrattamente standardizzati sono assurdi perché radicalmente differenti dall’uso reale, mentre solo dal 2017 si prevede un controllo su strada per le omologazioni sia pure anch’esso in condizioni irreali e soprattutto ad auto nuova. Questo senza dire che l’efficacia di alcuni sistemi dipende dalla manutenzione, dallo stile di guida, dallo sfruttamento del veicolo o anche dall’uso concreto: per esempio la maggior parte dei filtri antiparticolato e anti ossido di azoto per pulirsi e restare efficaci hanno bisogno di un po’ di guida autostradale o comunque di percorsi ad andatura vivace.

Si tratta solo di domande a cui non posso dare una risposta diretta dal momento che non so nulla della International Council for Clean Transportation organizzazione no profit dal cui responsabile europeo è partita l’idea della prova, poi realizzata in Usa. So solo che è finanziata per 9 milioni di dollari dalla Hewlett Foundation, The Energy Foundation e Packard Foundation, ma la cui esistenza è rimasta finora sconosciuta ai più. Al contrario so che negli Usa le industrie nazionali stanno facendo la guerra al diesel: dopo l’inizio della crisi i consumatori sono divenuti sensibili ai consumi e le varie Gm, Chrysler e Ford hanno risposto proponendo al pubblico motori più piccoli e meno assetati che tuttavia non sembrano soddisfare la clientela, specie a fronte di corpi vettura particolarmente pesanti. Il diesel grazie alla pronunciata potenza di coppia ha cominciato ad attirare sempre di più: se fino a qualche anno fa solo il 10% delle persone sceglieva la motorizzazione diesel (per i modelli che la possedevano) adesso questa percentuale è salita al 30%. Inoltre la maggior parte dei modelli autoctoni che utilizza questo tipo di motori monta diesel di costruzione o progetto europeo, il che ovviamente non va tanto bene alle tre sorelle che di certo non vogliono spendere per creare nuove linee produttive. Del resto la multa che aspetta la Volkswagen, fino a quasi 18 miliardi di dollari, sia piuttosto sproporzionata rispetto ai 900 milioni pagati dalla Gm per blocchetti di accensione difettosi che causarono 124 morti accertati.

In due parole ho l’impressione che l’interesse pubblico in questa storia sia solo il fulcro apparente di una guerra tra multinazionali e aree produttive. Come al solito e come sempre: la macchina del popolo ha ben poco a che fare con quest’ultimo.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: