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L’Islam dei cattivi

arabia_saudita_-_gran_mufti-e1440522558550La xenofobia, per pure ragioni elettorali è improvvisamente tornata di moda. Dopo che una lunga teoria di governi e governicchi succedutisi lungo l’argo di un terzo di secolo si è rivelata incapace, anzi non interessata a gestire i flussi migratori, ora persino quelli dell’accoglienza a tutti i costi cominciano a bofonchiare e meditare sul cosiddetto fondamentalismo islamico, sugli usi e costumi dell’Islam incompatibili con la nostra altrettanto cosiddetta civiltà, facendo sfoggio di una xenofobia culturale naif, ovvero del tutto ignorante, che al rispetto dell’altro tante volte citato oppone la pretesa che le nostre modalità e persino le nostre mode siano sistemi di riferimento assoluti. Anzi nemmeno quelle autoctone, per quanto riguarda gran parte dell’Europa. ma  quelle provenienti dall’altra parte dell’atlantico. Il tuto sempre accompagnato da leggende e da dati falsi che si scontrano poi contro quelli reali, anche se per testoline più deboli questo non fa differenza, tabto cge soino disposte a credere persino che l’occupazione sia aumentata.

Tutto questo mi fa venire le cronache di quel missionario gesuita in Messico che dopo la conquista descriveva con orrore gli usi di una tribù della selva che mangiava ritualmente il proprio animale totemico, ossia mangiava il proprio dio, dimenticando che la religione cattolica è quella teofagica per eccellenza e che tuttora, nonostante le evidenze scientifiche, rifiuta di considerare la comunione come atto simbolico, preferendo considerarla  una sorta di cannibalismo rituale. Siamo in sostanza a un imbarbarimento del discorso che invece di evolversi e concretizzarsi in linee di azione razionali, torna sulle tonalità logore e trotesche del berlusconismo e del leghismo di mazza e tangente.

Ad ogni modo la nuova temperie anti islam che ritorna alla guerriglia di civiltà dopo aver calpestato lo ius soli per offrirlo in sacrificio della dea Stupidità e a praticare un imperterrito onanismo riguardo alla intrinseca cattiveria dell’Islam professata da orridi cialtroni da bar e persino dalla sinistra sushi ben consapevole di essere aggrappata alle briciole del ricco epulone piddino, non è priva di ragioni strumentali, anche se affetta una straordinaria ignoranza storica e teologica: l’occidente sconfitto malamente nella sua guerra di conquista della Siria, colpito dalle pallottole di ritorno del terrorismo mercenario che aveva allestito per il suo progetto di caos, consapevole al fondo del suo curore di tenebra delle stragi che ha provocato e provoca in tutta l’area che va da Aleppo allo Yemen per ragioni di rapina e controllo delle risorse, ha ormai paura della ragione. Non può rifiutare ufficialmente i rifugiati che provengono dalle sue guerre, nè può fermare del tutto i disperati che scappano dai suoi massacri africani, ne ha la più pallida idea di come affrontare un problema che è effettivamente di mancata civiltà; arriva persino a lamentarsi della propria religione, professata nel 90 per cento dei casi solo anagraficamente e ipocritamente, perché è ormai restia alle guerre sante. Periò deve cominciare a suonare le corde più arcaiche, deve ricorrere ai reclutamenti forzati per la guerrra dei poveri: l’islam deve diventare intrinsecamente maligno proprio per poter sollevare la propria coscienza dall’evidenza che il famoso integralismo estremista non solo è stato scatenato dall’occidente agli inizi degli anni ’80 ma di fatto è un prodotto inevitabile delle guerre insensate, delle stragi e del neocolonialismo che di preferenza si è rivolto verso quei regimi a ispirazione laica .

Ma questo legame di causa ed effetto sin troppo evidente e tutto intriso di interessi che più materiali non si potrebbe immaginare, non può essere apertamente ammesso senza scalfire le deboli coscienze dei desideranti occidentali e allora si deve per forza tornare alla tesi dell’Islam maligno che si comporterebbe in ogni caso in maniera cieca e crudele, che non ha ragioni, ma solo e soltanto torti. Questa improbabile tesi così grossolana da essere vergognosa se questo sentimento facese ancora parte del nostro stile di vita, è anche quella tendenzialmente diffusa in Italia e in Europa dal pensiero unico perché è la più adatta a nascondere i massacri economici interni, la produzione di disuguaglianza e per giunta non occupa quello spazio di cattiva coscienza che invece deve rimanere disponibile perché le vittime del sistema siano occupate a colpevolizzare se stesse per la loro povertà. Inoltre ha anche un buon successo non solo perché è rozza e facile, irresponsabile e infima, ma soprattutto perché l’occidentale nel suo nichilismo da consumo è spaventato da gente che, nel bene, nel male e magari nella follia, sembra credere a qualcosa. E’ proprio questo in definitiva che davvero impaurisce; chi diavolo è mai questa gente che non si rassegna ad essere comprata con le perline e gli specchietti? Ci deve essere qualcosa di sbagliato in quella cultura che non si fa del tutto inghiottire dalle bolle, dalle statistiche fasulle, dalle teorie economiche risibili, dalle pistole spianate, dal globalismo vuoto che è omologazione, dei ricchi qualcosa che non si compra con un cellulare o un’ora di plaestra.

Il patetico appello a un senso di superiorità e di laicismo derivante dall’illuminismo e dalle teorie sociali costituisce in questo caso un aggravante più che un titolo di merito visto che i lumi vengono così malamente dissipati in polemiche insignificanti di fronte a problemi enormi e a cui questa batracomiomachia non apporta alcun contributo se non quello di esprimere sgomento e pregiudizio. L’esercizio del dubbio e della ragione, lo scetticismo verso le religioni non può essere definito solo dalla mancanza di dogmi metafisici, deve invece essere riepito di speranze e di fede nell’uomo, nell’evoluzione della storia e dell’umanità. Non può restringersi solo alle cosiddette libertà economiche e al negotium trasformate in una teologia del mercato.

 

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La notte del generale Lee

images (1)Prima che i fatti di Charlottesville fossero oscurati dalla vicenda di Barcellona, la marcia armata dei suprematisti bianchi aveva destato scalpore e orrore più ancora per la reazione blanda e ambigua di Trump che per il fatto in sé, visto che offriva una golosa e insperata occasione per attaccare il rivale della Clinton connection con argomenti diversi rispetto a quello russo che si va sempre più sfilacciando, non senza aver già provocato enormi danni. In realtà gli eventi nella loro drammatica confusione ci forniscono una mappa diacronica e storica del caos americano e di conseguenza occidentale nel quale ci dibattiamo senza quasi averne consapevolezza. Come si sa gli scontri sono stati innescati dalla decisione di togliere dal campus dell’Università della Virginia la statua del generale Lee, comandante in capo delle truppe confederate durate la guerra di secessione e in qualche modo simbolo di un’America rurale o comunque di quella parte di America che ha subito una sconfitta e che per qualche anno è stata trattata come un Paese dove si deve esportare democrazia. Tanto questo è vero che la statua del generale fu eretta nel 1924 proprio come simbolo di una riconciliazione tra due differenti visioni americane.

Un proposito forse ispirato al neo bigottismo mondialista che si è espresso nella sua essenza con l’abbattimento della statua di Saddam, con tanto di show televisivo e di comparse o la distruzione in Ucraina di qualsiasi monumento a Lenin, ma comunque sconcertante e in sé vuoto visto che leggi segregazioniste sono rimaste intatte fino agli anni ’70 e alcune legislazioni addirittura razziste e schiaviste sia pure non applicate sono rimaste in vigore in qualche stato fino agli anni ’90. Ma il fatto è che l’università della Virginia, con la sua sola presenza, con il suo ingresso fatto a forma di piccolo Pantheon, rappresenta in qualche modo l’insieme delle contraddizioni statunitensi: fu la prima università americana a separare l’insegnamento dalla religione; fu voluta in questa forma innovativa da Jefferson che tuttavia era notoriamente proprietario di numerosi schiavi nonché contrario alla eventuale restrizione delle leggi schiaviste (vedi compromesso del Missouri) e infine architetto del Campidoglio di Richmond divenuto in seguito il simbolo dei confederati; fu costruita su un terreno ceduto da James Monroe che in seguito, da presidente, divenne famoso per la sua dottrina con cui teorizzava il diritto degli Usa di dominare sull’intero continente, fino alla Terra del fuoco. E’ forse la più nota delle poche università pubbliche di rilievo del Paese, ma fino al 1950 rimase un’università solo per bianchi e fino al ’70 solo maschile. Quindi non so fino a che punto la rimozione della statua del generale Lee sia davvero appropriata ovvero appartenga alla storia degli Usa come nazione perché allora tanto varrebbe andare a picconare Jefferson sul monte Rushmore e non sia invece un’espressione degli States come impero sovranazionale che rifiuta il pregiudizio etnico in favore di quello culturale, ovvero del pensiero unico capitalista e mercatista.

A dirla tutta la noncuranza con la quale l’America e il suo codazzo occidentale organizza caos e guerre che fanno milioni di morti, salvo piangere poi sulle schegge di ritorno, ha tutta l’aria di essere una forma del suprematismo bianco di stampo ottocentesco, tradotta nella lingua del politicamente corretto, ma sempre assolutamente visibile. Solo che a questa forma di razzismo arcaico si sovrappone, senza peraltro sostituirlo o eliminarlo e nemmeno contraddirlo davvero, il razzismo culturale secondo il quale solo le forme di pensiero occidentale hanno una validità universale e tra queste il capitalismo che è risultato vincitore per l’eternità. Ciò si traduce a basso livello nella guerra di civilità che è diventata la strada maestra della xenofobia e un gradino più in su nella necessità che gli individui vivano tutti dentro gli stessi valori neoliberisti, mentre qualunque altro pensiero sociale costituisce di per sé un motivo di preoccupazione, di antiglobalizzazione e di guerra che va ben al di là delle religioni.

A me viene da ridere quando i cachettisti della televisione o dei giornali si affannano a dare spiegazioni sull’Islam e sull’estremismo o l’integralismo: a parte la palese improvvisazione non hanno capito che non è certo questo che teme l’impero il quale anzi ha creato e sfrutta questi fenomeni, salvo esecrare “i danni collaterali” che se sono tali per la gente comune costituiscono invece un grande vantaggio contrattuale per il potere. E’ di altro che ha paura come dimostra il fatto che da quarant’anni il vero obiettivo è stato quello di distruggere qualsiasi accenno di laicismo, solitamente di ispirazione socialista o aperto a questa possibilità, tra Medioriente e Africa. Il colore del pensiero si sostituisce a quello della pelle: deve essere bianco, dev’essere americano. Atro che generale Lee.


Al freddo e al gelo, ma senza Re Magi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che la scienza delle previsioni non sia neutrale è risaputo, quando perfino quelle meteorologiche sono soggette a condizionamenti o al timore che certi annunci compromettano attività economiche e rendite.

E c’è da sospettare che il ceto dirigente venga selezionato sulla base dell’indole a farsi prendere di sorpresa, a quel candore infantile o primitivo che rende tutto inatteso, imponderabile, impensato e sbalorditivo. E di conseguenza non governabile e fatale. Ogni fenomeno arriverebbe come un cataclisma indipendente da volontà e responsabilità, come un terremoto. Che in effetti lo è mentre non lo sono invece certi effetti determinati da trascuratezza, volontà criminale di profitto, avidità e cialtroneria. Se il sisma è una catastrofe naturale non lo è la catastrofe politica che, mentre il neo presidente scia in settimana bianca – che anche l’inverno è disuguale – non si prepara alla neve a gennaio in zone che nella tradizione e nella cultura popolare sono legate all’immagine, appunto, di presepi imbiancati, che non prevede che l’abbazia di Sant’Eutizio o la chiesa di San Salvatore a Campi debbano essere puntellate dopo le scosse di agosto per prevenirne il crollo in occasione del ripetersi dei movimenti tellurici, se dopo le prime scosse di Amatrice e Arquata chiunque poteva accorgersi che la situazione per il patrimonio storico artistico era a rischio, che nella zona tra Fabriano e Ascoli Piceno erano centinaia le chiese inagibili, migliaia le opere d’arte in pericolo.  Come si potrebbe altrimenti chiamare se non catastrofe politica e premeditata quella calamità che ci affligge da decenni, quella piaga che ci ha portato alla rovina e che sta condannando all’esilio intere popolazioni del Centro Italia, fatte di agricoltori, allevatori, lavoratori di aziende e piccole industrie,  espulse dai loro luoghi fino a pochi mesi fa opulenti quanto belli, pingui quanto armoniosi?

Turlupinate da quell’infame sodalizio corrotto e corruttore di amministratori sleali e imprenditori assatanati coi suoi lavoro al ribasso, con la polvere nel cemento, abilitati a condurre a un tempo lavori e sorveglianza sugli stessi,  oltraggiate da una strategia della ricostruzione che promette casucce di legno a primavera insieme all’invito a svernare altrove, che tanto quella diaspora di cittadini sradicati, spaventati, che non ha nemmeno più voglia di esprimere collera, non saprebbe dove votare, figuriamoci per chi o contro chi? Offese insieme alle loro bestie che se non sono già morte di paura, fame e sete, adesso crepano di freddo, beffate dalla sconcertante  proibizione a attrezzarsi in proprio con container “inappropriati”, tacciate di criticabili impazienza e  irragionevolezza?

Ma non c’è da stupirsi. In fondo è stata trattata allo stesso modo anche la crisi interpretata come un fenomeno inatteso, ineluttabile e incontrastabile perfino là dove è stata orchestrata e azionata. Per non parlare degli esodi biblici che mandano per il mondo ispirato da civiltà superiore milioni di esseri di serie B, spinti da istinti bestiali: fame, sete, paura, prodotti inaspettatamente da guerre di conquista, razzie e saccheggi, dissipazione di risorse alienate per il nostro benessere.  O del terrorismo frutto della stessa delirante smania di potenza imperiale che ha scelto amici e nemici per giustificare conflitti, stragi, repressioni o sostegno a tiranni e despoti, favore a regimi sanguinari e nutrimento per tremendi scontri razziali, destinati comunque a annientare i più poveri e sommersi.

A dirla tutta sono stati sorpresi anche dalle urne, anche se si è votato con le carte truccate, come è ormai d’uso. Non si aspettavano di essere battuti e hanno reagito  come al solito. Facendo finta di niente, convertendo la disfatta in onorevole vittoria di quella stessa democrazia che volevano cancellare, ricollocandosi o insediando i loro fantocci nei ruoli chiave. E comportandosi come in caso di catastrofe, in modo che il male peggiori: si tratti di lavoro svalutato, territorio disastrato, ambiente manomesso, salute compromessa, banche in fallimento per dichiarata disonestà. Cosicché tutto diventi emergenza da gestire con sbrigativa autorità, con arruffona sfacciataggine, con decisionismo pasticcione, grazie a regimi eccezionali, misure straordinarie, governi di salute pubblica, ducetti criminali, deportazioni, limitazioni di libertà, espropriazione di beni e diritti.

Una volta non è bastata, sorprendiamoli ancora e per sempre, stupiamoli coi nostri No.

 


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