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Il web armato

war-general-illustration-1Una cosa buona è venuta fuori dal Russiagate e dal suo intreccio di bugie: la definitiva consapevolezza che l’utopismo globalizzante delle multinazionali del web è solo un’illusione che via via si è trasformata in inganno. Dal boom delle dot com in poi si era diffusa l’idea che queste società globali fossero neutrali ed estranee ad ogni interesse politico e geopolitico del Paese dove erano nate, ovvero gli Usa: sia il pubblico, sia chi lavorava al loro ‘interno credeva di essere all’alba di un nuovo internazionalismo aziendale che avrebbe connesso e responsabilizzato le persone, indipendentemente dalla loro nazionalità o lingua o posizione politica.  Del resto era proprio la caduta della politicizzazione, scalzata dal pensiero unico, che poteva rendere un’ apprezzabile utopia questa orribile prospettiva di neo feudalesimo corporativo, persino a quelle sinistre che una volta scomparsa l’Unione sovietica si erano tenute ben stretta la metà ambigua della mela, ovvero un confuso internazionalismo e ostilità verso gli stati, senza però alcuna delle ragioni per cui queste posizioni erano nate.

Il crollo del castello di sabbia e di rabbia del Russiagate ha rivelato che le major del web non sono piattaforme globali astratte, ma strumenti privatizzati del potere geopolitico americano. Anche l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, lo ha ammesso dopo un incontro con  Donald Trump  e questi lo ha reso clamoroso con una serie di twitter in cui dice che si è discusso in quali modi Google può lavorare per il suo Paese. Così per paradosso e come spesso accade alle idee ingenue e un po’ vacue,  ciò che doveva essere globalizzante alla fine è diventato uno strumento di nazionalismo e militarismo a tal punto che ora il potere chiede di poter controllare il web, come questione di sicurezza nazionale. E anche se il Russiagate è stata una balla colossale ideata dal duo Obama  Clinton, è rimasta l’idea che occorra censurare il web perché “è troppo libero ed è troppo gratuito”.

Tuttavia se questo sta cominciando ad arrivare in superficie. da molto tempo Silicon Valley stava lavorando per il potere americano sia stipulando contratti militari (vedi qui), sia collaborando con il dipartimento di Stato, sia accettando di cooperare con le agenzie di intelligence. Google per esempio è impegnata  nel Project Maven che si propone di sviluppare forme di intelligenza artificiale adatte per i droni, nonostante a seguito di questo alcune decine di ingegneri si siano licenziati; ma anche Amazon ha ampliato a marzo i suoi servizi cloud “Secret Region”,  a supporto del lavoro top-secret per il Dipartimento della Difesa, mentre Microsoft fornisce tecnologie di Ai per il riconoscimento delle immagini. Per di più oggi oggi queste grandi multinazionali del web, comprese quelle minori, si sono messe a lavorare per ogni sorta di opachi gruppi di esperti di sicurezza nazionale, tra cui New Knowledge,  Atlantic Council e German Marshall Found che sono organizzazioni apertamente guerrafondaie. Non c’è davvero da stupirsi se esse  censurano e “moderano” le loro piattaforme  in difesa della “sicurezza nazionale” americana e per mettere a tacere le voci che si oppongono al potere corporativo e militare dell’America. Ciò include anche i gruppi antifascisti americani come si può vedere da questa discussione , animata dal giornalista Yasha Levin.

Insomma Internet nato da un’idea concepita al Cern di Ginevra, ma poi rubata e    sviluppata in Usa come strumento militare, oggi rischia di ritornare in quell’ambito, ma dato il suo immenso sviluppo coinvolgendo dovunque la libertà di espressione e perciò la libertà stessa. Naturalmente il fatto che Russia e Cina vogliano sottrarsi almeno in parte a questo abbraccio e abbiano sviluppato un loro web e loro tecnologie specifiche  appare ai benpensanti occidentali ed euopei che sono ormai alla frutta del loro banchetto, come il risultato di autoritarismo, chiusura e censura.  Essi non sono ancora in grado di misurare il rischio che corrono.

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Il Venezuela e i “clarinetti” di Buenos Aires

macri_trumpE’ davvero strano che nella grande, ma intellettualmente irrilevante, stampa italiana, non venga mai nominato Alejo Ramos Padilla e l’inchiesta con la quale questo magistrato ha fatto luce sulla la colonna infame del regime di Macrì il quale si è fatto in quattro per aiutare i servizi americani a mettere in ginocchio il Venezuela e in particolare la sua azienda petrolifera. E’ strano perché in Argentina è uno scandalo che sta dando il colpo di grazia al presidente neoliberista già crollato nei consensi e messo al muro da una caduta economica vertiginosa del Paese, tanto che si sta scaldando il suo successore, un monti locale di nome Roberto Lavagna. Ma è strano anche perché tutti i personaggi implicati in una complicata storia di estorsioni e ricatti per ricavarne soldi “neri” con cui colpire il governo Maduro con false testimonianze, opera di corruzione e sabotaggio , è pieno di nomi che ci sono familiari, a cominciare dallo stesso Padilla, stesso nome di uno degli untori manzoniani ingiustamente accusati, per proseguire con il procuratore federale Carlos Stornelli, il suo braccio destro Marcelo d’Alessio, la deputata macrista, Paula Olivetto che sono sul banco degli imputati assieme  all’ Agencia Federal de Inteligencia e al maggior quotidiano del Paese, il Clarin che ha fatto la sua parte mediatica di nascondimento e deformazione.

Come detto la storia è complicata, ma la sostanza è che Stornelli con la complicità di D’Alessio si erano fatti dare 12 milioni di dollari di tangenti da persone artatamente coinvolte in trappole giudiziarie per procedere a una serie di operazioni come la falsa testimonianza di un avvocato della società petrolifera di stato del Venezuela e dare il pretesto a Trump di sequestrane i beni; la partecipazione finanziaria all’attentato con il drone contro il presidente Maduro, nello scorso agosto, messa a punto nei particolari dalla Cia con sede in Colombia; schedatura e spionaggio  di personaggi vicini al governo di Caracas, delle loro mogli e bambini, per mettere in piedi  una commedia volta a collegare l’azienda petrolifera venezuelana al traffico di armi e di droga. Per non parlare poi di vicende interne che forse potrebbero interessarci di meno se non rivelassero l’esistenza di un internazionale neo liberista vota all’appoggio reciproco di regimi di questo tipo:  un complotto per incastrare l’ex ministro dei lavori pubblici Julio de Vido e il suo vice, Roberto Baratta,  l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner e diversi eminenti giornalisti anti-Macri, usando dati rubati da un agente della National Security Agency di nome David Cohen, che lavorava come infiltrato per “Energía Argentina SA “(Enarsa), l’agenzia energetica statale argentina. L‘8 marzo, Cohen è stato incriminato ed è stato anche scoperto  il coinvolgimento dell’intelligence israeliana nell’operazione. Ad ogni modo in casa di D’Alessio sono state trovate montagne di documenti che ne comprovano la sua appartenenza alla Cia, in particolare le istruzioni per inviare armi e agenti americani in Venezuela passando per Buenos Aires.

Tutto questo era stato in qualche modo adombrato da un film argentino, Il Presidente (la Cordillera in orginale),  anche se ovviamente la critica e la cinefilia da web non se ne è minimamente accorta non avendo più la capacità o la voglia di collegare l’espressione alla realtà che ne diventa una mera sovrastruttura o magari non osando sbirciare nel verminaio che la sovvenziona. Rimane però un interrogativo, perché tutte queste operazioni coperte proprio nel Paese sudamericano più lontano dal Venezuela? E qui bisogna tornare al presidente Mauricio Macrì, figlio del magnate italo argentino delle costruzioni Francesco Macrì, antico e importante socio in affari di Fred Trump, padre di Donald. I rapporti includevano e includono probabilmente ancora, attraverso i figli presidenti, joint venture e imprese immobiliari a Manhattan e Buenos Aires, partecipazioni intrecciate nelle società di copertura offshore della Trump Organization e del conglomerato Socma della famiglia Macri: tutto documentato nelle carte dello studio legale di Panama City, Mossack-Fonseca, al centro dei Panama Papers il quale ha chiuso i battenti un anno fa probabilmente per nascondere le ultime e più consistenti tracce di uno scandalo internazionale tirato fuori dai giornali aderenti al Consorzio internazionale giornalisti investigativi con base a Washington. Vicenda che ha avuto per qualche tempo l’onore delle prime pagine, ma che alla fine non ha avuto altra conseguenza visibile se non quella del cambio di regime in Brasile innescato dalle peripezie corruttive della società di costruzioni brasiliana Odebrecht. 

Alla fine tutto si incastra come il lego, mattoncino per mattoncino, anche il risultato finale è lo schifo che vediamo del tutto incoerente con la civiltà.


Cala il sipario sui “ballerini” del Russiagate

this-week-in-russiagate-2Adesso è diventato ufficiale: il russiagate era una pura invenzione messa a punto dal clan Obama per favorire Hillary Clinton, con la sua camera armadio piena di ossa spolpate, nella corsa alla presidenza. Il procuratore speciale Robert Mueller, ha completamente smontato due anni di balle a valanga sui presunti legami criminali di Trump con Mosca. Per un certo periodo non passava giorno che questa narrazione si arricchisse di indiscrezioni e di false “prove decisive” per una  tesi completamente campata in aria e del resto anche del tutto dissonante con la personalità e le idee – chiamiamole così – dell’inquilino della Casa Bianca. Una campagna a tappeto estesa anche all’Europa delle oligarchie dove ci sono stati squallidi e ridicoli tentativi di imitazione, che si basava tutta su illazioni stravaganti, su fumi densi, ma senza arrosto, che creava lo spettro di hacker russi presenti ovunque e inarrestabili, responsabili di qualsiasi malefatta come la Brexit, la vicenda catalana e persino la sconfitta di Renzi per mano populista. Tutto questo insieme infame, ridicolo e idiota oggi viene in qualche modo rinnegato dagli stessi che l’hanno alimentato nelle centrali dell’informazione, i quali, come se nulla fosse, svicolano all’inglese dalle bugie propalate con tanta generosità. Ma subito pronti come misirizzi a nuove imprese narrative, come per esempio la Botteri, pasionaria impudente del Russiagate che sarà spedita a Pechino a illuminarci con le sue verità prese dai notiziari della Cnn che ognuno di noi può vedere in proprio.

Bene capitolo chiuso, ma che si lascia dietro tre problemi aperti, entrambi da far tremare le vene e i polsi: il primo è il fatto che questa campagna condotta senza alcun appiglio reale, abbia potuto convincere milioni di persone che il più “amerikano” dei presidenti fosse nient’altro che un burattino nelle mani di Putin a testimonianza del fatto che basta ripetere più volte una balla stratosferica perché essa sia creduta e diventi per semplice presenza parte del mondo reale. Il secondo problema consiste invece in una domanda legittima: anche volendo concedere un qualche ipotetico diritto alla bugia in campagna elettorale, una volta finita questa questa fase, la narrazione truffaldina avrebbe dovuto essere smontata e messa nell’armadio degli scheletri, invece essa ha continuato ad essere utilizzata nella speranza di poter ribaltare il risultato delle elezioni portando a una possibile prospettiva di impeachment per Trump, il che costituisce il metodo di cui gli Usa si servono per i loro scopo imperiali, segno che la democrazia è in grave pericolo proprio nel Paese che la vuole esportare come pretesto ed è calpestata proprio da chi si presenta come suo servitore.

Entrambi questi due problemi che alla fine hanno sputtanato le dinastie reali del partito democratico e lasciano una speranza per Sanders – non tutto il male viene per nuocere-  ci portano al terzo: la vasta linea di fuoco organizzata per tenere in vita il Russiagate anche dopo l’appuntamento elettorale suscita il dubbio che nascondesse anche un altro obiettivo, ovvero quello di evitare che si giungesse a un accomodamento con Mosca dopo la vicenda ucraina e l’intervento russo in Siria. Uno stato di conflitto latente e di belligeranza marginale è infatti negli interessi della macchina economica americana concentrata sulla produzione nonché vendita forzosa di armi alle proprie colonie e in quelli della classe dominante che deve aizzare sentimenti perversi di ostilità per evitare che il malcontento esploda e si concentri sulle questioni interne: è il vecchio sistema di creare un nemico esterno come diversivo, un giocare col fuoco che spesso provoca ustioni mortali. Il neoliberismo funziona ormai con i muri, quelli al Messico di Trump e quelli a Mosca dei suoi avversari di merende, quelli economici contro la Cina e quelli padronali contro il Venezuela, per non parlare dei muretti a geometria variabile dell’europa . Mai tanti muri sono alla fine scaturiti dalla caduta di un muro.


Mazziate con le mimose

mim Anna Lombroso per il Simplicissimus

E bravo Zingaretti, sembrava così torpido e invece alla vigilia dell’8 marzo ecco uno scatto di furbizia democristiana:  ringrazia per l’incontrastato successo della sua candidatura a segretario del Pd le “femministe”.

Altro che mazzolino anemico di mimose da appuntare sul bavero della giacca da operatrice di call center, su quella di precaria della scuola, sulla divisa di commessa della Coop al lavoro di domenica, sulla maglietta di bracciante a cottimo, subito si leva un fervido applauso di quelle che si fregiano del patentino di appartenenza alla corporazione di genere grazie, c’è da supporre, alla strenua militanza contro il Ddl Pillon e l’immondo sciocchezzaio del ministro Fontana. Che, si direbbe, hanno il merito di risvegliarle da un non sorprendente letargo durante il quale  non si erano sorprendentemente accorte che i suddetti Pillon o Fontana si sono semplicemente incaricati di apporre il sigillo “morale” e il marchio ideologico della “concezione patriarcale” e del rispetto della tradizione cristiana, la stessa peraltro delle comuni radici europee, sull’opera di distruzione della civiltà e della democrazia incompiuta, effettuata definitivamente grazie al Jobs Act, alla Legge Fornero, alla Buona Scuola, alle privatizzazioni, in primo luogo dell’assistenza, della quale il neo-segretario  del Pd è stato operoso sacerdote nella sua regione, lo stesso che ora rivendica la paternità della sentenza del Tar contro la presenza nei consultori dei movimenti di propaganda contro una legge dello Stato, quando gli eventuali obiettori potranno trovare ottima accoglienza e riparo morale e economico nelle cliniche dei cucchiai d’oro impenitenti, che si giovano di nuove prebende.

Eh si quei due che hanno alzato l’allarme contro il nuovo fascismo dilagante, proprio come Salvini, infilano i frutti velenosi di un pensiero e di una pratica – che condannano prima di tutto le donne a una condizione di servitù, nel lavoro che non c’è come in famiglia nella quale ridiventano dipendenti con le stesse disposizioni ingiuste e inespresse che regolano il volontariato nelle sottoccupazioni giovanili o femminili, alla rinuncia della più elementare espressione di aspettative di carriera, retributive o di talento, che sanciscono irrevocabilmente le disuguaglianze perfino nel mestiere più antico del mondo, forse prossimamente disciplinato per quanto riguarda la sfera del “lusso”, per ristabilire la differenza con  le schiave del raccordo o dell’Aurelia colpevoli e condannate due di irregolarità e illegalità, per etnia e miseria – nella confezione ideologica dell’etica del capitalismo, che doveva persuaderci che certe garanzie e certi diritti erano stati conquistati, che si poteva passare ad altri optional, secondari e accessori ma pronti per esser erogati al minimo sindacale o ridotti in qualità di prodotti di seconda scelta, marginali o alla meglio ausiliari e complementari. Che tanto se li limiti o li aggiungi poco cambia al fatto che si stanno cancellando quelli che parevano inalienabili, che si sono stabilite delle gerarchie e delle graduatorie così se ne levi uno a qualcuno illudi gli altri di averne di più, meglio e per sempre.

E sempre in previsione dell’8 marzo che “festeggia” le donne in nome di una tragedia di classe oltre che di genere: un incendio nel  quale sono morte 129 operaie, il neo eletto ha nominato in quota rosa il suo numero 2, Paola De Micheli,  politica e manager (cito Wikipedia) già assessore al Bilancio e al personale del Comune di Piacenza dal 2007 al 2009, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dal 23 settembre 2017 al 1º giugno 2018 e commissario straordinario per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia, funzione che non ha lasciato un’impronta né operativa né di genere, che le terremotate hanno continuato ad esserlo in hotel sulla costa, in casa di parenti, nelle casette di legno recenti ma già promosse a archeologia di emergenza, nelle roulotte. Una investitura accolta con giubilo dalle femministe auto-patentate e grate pari sia pure a scartamento ridotto a quello che in tempi ormai remoti  aveva accompagnato la candidatura di Hillay Clinton, della quale una delle più apprezzate opinioniste del Manifesto ebbe a scrivere che incarnava la dimostrazione “che non ci sono limiti al desiderio di qualunque donna”, disinteressata al fatto che la moglie comprensiva fosse l’espressione delle grandi lobby finanziarie, delle multinazionali burattinaie dell’imperialismo, dell’apparato militare-industriale, la mandante della guerra contro la Libia,  la fedele esecutrice della politica di Brzezinski mirata alla destabilizzazione delle geografie che occupano  le aree dall’Asia Centrale all’Africa, con la distruzione degli arcaici stati nazionali per affidarli a prestanome sanguinari su base etnica e confessionale.

Come allora l’importante è che una donna vada in un ruolo chiave, si chiami De Micheli, Boschi, Fornero, Lagarde, Marcegaglia, come allora la si insignisce dell’onore di contrastare con le sue virtù genetiche muliebri la volgare rozzezza maschilista dei Tycoon con il parrucchino di qua e di là dell’oceano, più delle loro velleità imperiali e golpiste, come allora le si delega la rappresentanza del donnismo che autorizza l’adesione a  un’emozione umanitaria e una coscienza progressista che non intende mai mettere in discussione il sistema totalitario economico, finanziario e sociale dominante, chiamandosi fuori dalle corresponsabilità condivise tra maschi  e femmine di aver accettato, sopportato e a volte approfittato delle dinamiche di potere e di dominio che impongono i loro  archetipi e i loro stereotipi, i ruoli e  le collocazioni nel personale e nel politico.

Ormai il femminismo vero è un tabù, sostituito da quello che sarebbe più corretto chiamare donnismo che devia l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grandi problematiche di classe – impoverimenti dei ceti popolari, mancanza di lavoro e dequalificazione di quello femminile, disuguaglianze crescenti, cancellazione dello stato sociale – per spostarla verso tematiche di genere o superficialmente umanitarie contribuendo a disinnescare il potenziale conflitto sociale, che  promuove divisione sostituendo il potenziale di lotta di classe con quella di sessi, che depista la collera femminile indirizzandola verso il maschio  e con il sistema dominante, il padrone uomo o donna che sia, le banche, la finanzia, i colossi industriali e commerciali, l’informazione al loro servizio.

Non so voi ma io in questo 8 marzo per caso, ma da prima e dopo, come non mi accontento di un antifascismo d’occasione meglio se celebrato il Giorno della Memoria che il 25 aprile, purché sia attualizzato per l’occasione contro gli ultimi birilli da mirare con la palla da bowling, non posso compiacermi di un femminismo elargito e concesso, a condizione che io sia femminista sì, ma non comunista, né socialista, né italiana, che sennò sconfinerei nello sconsiderato sovranismo, neppure cittadina, che rischierei l’assimilazione al deplorevole populismo, nè tantomeno una persona, categoria ormai non autorizzata in quanto beneficamente sostituita da robot, merci e servitori muti.

 

 


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