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Da Balfour a Netanyahu

gerusalemme-1600“Riteniamo che essa sia diventata la seconda Dichiarazione di Balfour, 100 anni dopo la prima”: queste  parole pronunciate da Seyed Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, dopo che Trump, ha riconosciuto Gerusalemme come capitale israeliana, ha suscitato una scia di riflessioni e rimembranze anche in ambiente occidentale che tuttavia non vanno mai fino in fondo, sia riguardo al passato che al presente e che potrebbero invece presentare prospettive assai lontane da quelle della trita narrazione con la quale viene abusato l’uomo della strada. Innanzitutto la dichiarazione di cui si parla risale al 2 novembre del 1917 e nella quale il ministro degli esteri inglese, Balfour appunto, dice al referente del movimento sionista lord Rotdschild di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, focolare che doveva nascere dallo sembramento dell’impero ottomano.

In realtà non si parla di uno stato vero e proprio perché Gran Bretagna e Francia, all’ombra degli Usa, volevano spartirsi il medio oriente dopo aver sfruttato il nazionalismo arabo contro la Turchia e lo volevano fortissimamente perché era in pieno corso la trasformazione tecnologica che stava sostituendo il carbone con il petrolio, ovvero una risorsa energetica abbondante in Europa con una che invece si trovava altrove. Ora questa dichiarazione che colpiva la Turchia, alleata degli imperi centrali, per giunta siglata da uno dei principali referenti mondiali della finanza, è una delle ragioni per cui in Germania, l’antisemitismo divenne un facile argomento per demagoghi di ogni genere, nonostante gli ebrei tedeschi avessero combattutto valorosamente nelle trincee: la pugnalata alle spalle inferta dal potere pluto giudaico ancor prima che demo, divenne uno dei topoi del nazismo e sopravvive ancora oggi.  Meno evidente è la seconda conseguenza di quella dichiarazione che mentre prometteva un focolare a qualcuno lo negava ad altri visto che si trattava in sostanza di sedare, aggirare e distruggere il nazionalismo arabo perché molto pericoloso in prospettiva di un’appropriazione degli asset energetici e per giunta il legame con altre popolazioni di fede mussulmana diventava un problema per la grande strategia anglosassone di dominare l’Heartland, ossia il centro dell’Asia considerato come la suprema zona strategica.

Certo è singolare e degno di riflessione il fatto che potenze essenzialmente marittime come Gran Bretagna e Usa teorizzatrici della supremazia del potere navale, considerassero la parte del pianeta più lontana dagli oceani come quella decisiva per il potere mondiale, ma non facciamoci depistare da questa sorta di contraddizione che oggi più che mai è divenuta un’ossessione. Il problema è che una volta usciti dall’era del colonialismo classico dopo la seconda guerra mondiale, l’unica maniera di impedire la creazione di stati forti, coesi e Allah non voglia, laici o addirittura socialisti in quella mezzaluna che va dal Marocco fino alle isole della Malesia, stati che magari potevano avanzare l’assurda pretesa di disporre delle proprie risorse è stata quella di puntare proprio sull’integralismo mussulmano, fenomeno peraltro in forte declino ancora 60 anni fa supportandolo sottobanco, finanziandolo, scatenadolo contro l’odiato comunismo o gestendolo come fattore di indebolimento interno oppure creandolo  di sana pianta come è accaduto in Afganistan al tempo dell’invasione sovietica. In alternativa o meglio conseguentemente ci si è appoggiati su petromarchie di stampo medievale e ultra fanatiche, di fatto dipendenti dall’occidente per la loro stessa esistenza, come quella saudita che finanzia il waabismo, ma anche come l’Iran dello Scià, moderno di fuori, ma arcaico dentro. I pochissimi paesi e leader di stampo teoricamente laico sono stati sopportati solo grazie alla presenza dell’Urss che quando è crollata ha subito dato origine alla distruzione dell’Irak come piatto di portata che si doveva concludere con il dessert della Siria dopo essere passati per Gheddafi e le primavere arabe, infliggendo all’Europa una nuova stagione di migrazioni, se del tutto inaspettatamente non fosse intervenuta la Russia, ben conscia dopo la vicenda ucraina, dell’accerchiamento a cui andava incontro. Gli strateghi occidentali sono andati completamente in tilt anche in considerazione dell’inattesa efficienza e potenza dell’apparato militare russo che ha trovato un contraltare solo in Israele divenuto da “foccolare” a Paese  fulcro di tutta questa politica, ben oltre il suo territorio e la questione palestinese: prima come dipendente dell’impero, poi come suo principale suggeritore o sceneggiatore e oggi con Netanyahu quale sua trave portante, tanto da depistare gli Usa dal teatro della loro vera confrontazione.

Di fatto l’integralismo mussulmano e il terrorismo che ne deriva, sono tipici prodotti occidentali, ancorché possano avere gravi contro indicazioni, anche se solo per i comuni mortali in senso figurato e ahimè anche letterale e non per gli esponenti delle elites. Un vero peccato per le tonnellate d’inchiostro versate da chi non sa nulla dell’Islam e forse ancor meno dell’occidente, da neo crociati primitivi da redazione e talk show, da intellettuali talmente raffinati da divenire impalbabili che non hanno mai superato l’infanzia da pied noir e da figlie d’arte senza altra vocazione che essere al centro del discorso e passate perciò senza problemi dalla Resistenza alla fede “amerikana”.  Del resto la totale irrilevanza dell’Italia, ma anche dell’Europa in queste strategie, il loro completo annullamento nella Nato, la disgregazione stessa di intere culture dentro il pensiero unico, firmano il passaporto per qualsiasi superficialità, qualsiasi subornazione alla visibilità, per guerre figurate a difesa identità già perse, per  qualsiasi accumulo di chiacchiere vuote. Di quelle però che non si mangiano, ma che verranno pagate a caro prezzo.

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Dal Mistyc River all’Honduras, storia di un tacchino all’americana

800px-Pequot_warC’è una insurrezione in corso, ma voi non lo sapete, perché i media del fake globale non ve lo dicono e le notizie trapelano solo dalle reti informative al di fuori del sistema Nato: si tratta dell’Honduras che sta insorgendo dopo un decennio di dittatura americana esplicita, preceduta da un vero e proprio saccheggio delle multinazionali appoggiate dalle armi e dai servizi di Washington tanto da fare del Paese quasi il prototipo della politica Usa in America Latina. Sulle ragioni vicine e lontane di ciò che sta accadendo  potete leggere questo articolo . Consideratelo come una sorta di introduzione all’ipocrisia dell’impero che ha il suo rito fondativo, il suo simbolo, il suo salmo goglottante di tacchino nel giorno del Ringraziamento che apre la sagra bottegaia e consumistica del Natale.

Già, ma in prima luogo cosa ringraziano fin dal 1637 anno nel quale la festa divenne in qualche modo ufficiale? Il massacro di 700 indiani Pequot bruciati vivi in un loro villaggio dai pii padri pellegrini ( e da truppaglia inglese di supporto) i quali pochi anni prima erano stati salvati dalla morte per fame da quegli stessi nativi che insegnarono loro a coltivare mais e ad allevare tacchini. Che infatti vengono ritualmente mangiati alla festa. Questo massacro passato poi alla storia con il nome di Mistyc River è un’ombra che è scortese evocare con gli amici americani che del resto hanno fatto di tutto per attenuare il peso e la portata di questa fondazione storica degli Usa o dicendo che il villaggio Pequot era stato dato alle fiamme dai pellerossa alleati o che comunque si trattò di una sorta di un incidente che si voleva evitare (quante volte lo abbiamo sentito) scontrandosi però frontalmente con i diari del comandante dell’impresa, tale John Mason, divenuto una sorta di padre della patria che dicono tutt’altro: “Avevamo precedentemente stabilito di annientarli passandoli a fil di spada e di mettere in salvo il bottino”. Ma è stato il primo passo di un tentato genocidio.

Naturalmente sono pochissimi anche tra gli americani stessi quelli che conoscono questa vicenda in tutto il suo orrore, non diversamente da come noi bambini delle colonie appena acquisite eravamo ingenuamente esposti nel buio del cinema all’eroica guerra di liberazione del Texas dal Messico con Davy Crocket dotato di colbacco e coda d’ordinanza che strenuamente difendeva Fort Alamo dalle truppe del tracotante Santa Ana. Un vero peccato non sapere che il Texas si era ribellato perché il Messico aveva abolito la schiavitù. Ma d’altra chi se ne frega, non sappiamo forse che Edison ha inventato la lampadina quando questa era già commercializzata in Germania 30 anni prima e da 20 in Gran Bretagna? Tuttavia non diversamente da questa temperie in un popolare quiz della tv di stato è stato chiesto in che anno gli Usa avessero fermato i bombardamenti sulla Cambogia. Una formulazione straordinariamente elusiva che tende a far pensare che i bombardamenti fossero di altri e non degli stessi States e comunque mette l’accento sul fatto che il massacro per via aerea  in cui sono morte direttamente non meno di 800 mila persone, si fosse benignamente fermato.

Del resto la Cambogia è un caso di scuola della narrativa distorta, perché la strage messa in atto nel tentativo di fermare i vietcong e impedire che il Paese si incamminasse su un regime simile a quello di Ho Ci Min, moltiplicata dalla distruzione dell’agricoltura e dalle epidemie portò al potere praticamente senza alcuna resistenza anzi sull’onda del favore popolare il pazzo Pol Pot e i Khmer Rossi, così che adesso tutta l’immensa strage figura come “genocidio comunista”. Recentemente una ex guardia personale del dittatore ha detto: “Non sapevamo nulla del comunismo: le elite corrotte ci avevano venduto all’occidente, eravamo solo indignati e pronti alla vendetta”.  Di fatto insomma tutti i massacri compiuti dall’occidente quando non vengono celebrati sono ignorati, nascosti, attribuiti ad altri: se forse sappiamo o immaginiamo qualcosa sulla Siria, l’Iraq e l’Afganistan, non sappiamo nulla o quasi del Ruanda, di Timor Ovest, di Papua Nuova Guinea, del Congo, dello Yemen, dell’Indonesia  e di altre dozzine di posti, troppi per istituire feste e mangiare ritualmente  tacchini, iguane, draghi di comodo, tortillas, banane anche perché ne andrebbe della amata fitness. E poi anche quando è impossibile nascondere tutto sotto il tappeto insanguinato le stragi sono definite “diverse” da quelle di altri, quasi sempre debitamente gonfiate,  e collaterali  a più alti scopi.

Vedete, tutta l’escalation a suon di minacce fra Trump e la Corea del Nord con i suoi esperimenti missilistici peraltro perfettamente legittimi e non diversi da quelli che quotidianamente avvengono in occidente, è in gran parte funzionale, sia ad affrontare i problemi interni della Casa Bianca, sia a sostenere con la produzione e l’acquisizione di armi l’economia della Corea del Sud (e di Taiwan ) che con la crisi del 2008 si è “seduta” rischiando di innescare mutamenti anche politici con un effetto terremoto sulla “cintura americana” del Pacifico. Ma questa ossessiva paura di Washington nei confronti delle armi altrui, ancorché ben lontane dallo strumento militare che gli Usa possono mettere in campo depredando mezzo mondo e lasciando senza tutele gran parte della propria popolazione, risente al suo fondo della cattiva coscienza e della paura della vendetta che si nasconde come un amaro ripieno all’interno dei fastosi tacchini del ringraziamento.


Due giorni a tutto fake

fake_newsLa televisione americana ABC pesta una merda, quasi subito riconosciuta come tale, ma essa è talmente golosa per l’informazione mainstream italiana a causa della sua triplice sudditanza agli Usa, all’Europa dell’oligarchia e ai centri politici nazionali che lavorano per i primi due soggetti, che viene ripresa e mantenuta nei suoi termini originari. Un infortunio che come in un vaudeville si salda e si aggroviglia anche con il passaggio al Senato Usa di una riforma fiscale che farà pagare di più ai poveri e assolverà i ricchi (vedi Trump e la disuguaglianza radicalizzata ), cosa che anche l’Europa liberista e i suoi falsi oppositori interni non vedono l’ora di fare, generando così un insieme di condanna verso il presidente che ha spodestato il clan clinton-obamiano, ma anche di ambigua vicinanza alle mete del miliardario presidente.

Tutta la vicenda assume se possibile contorni ancora più ridicoli gravitando attorno alla celebre balla delle interferenze di Putin nella campagna elettorale americana e al Russiagate: la notizia sparata dalla ABC è che alla fine Michael Flynn, uno dei personaggi chiave della vicenda, ha confessato all’ Fbi,  dopo essere passato per molte versioni e verità, di aver mentito e che i contatti stretti con la Russia c’erano effettivamente stati. Disgraziatamente per i polpettonisti in servizio permanente effettivo dalle due parti dell’Atlantico, questa confessione finale non è affatto una condanna per Trump, ma anzi costituisce la sua assoluzione,  perché tali confessate liason non sono avvenute durante la campagna elettorale, ma dopo le elezioni presidenziali e dunque in quel trimestre  di interregno nel quale è tradizione che gli eletti alla Casa Bianca prendano contatto con amici, nemici e colonie. Sarebbe interessante studiare per quanto si può la lotta sotteranea tra servizi, clan e potentati dello stato profondo che tengono in ostaggio Trump in maniera ancora più vistosa di quanto il presidente non sia prigioniero della propria sub cultura.  Ma la cosa importante in questa vicenda che oggi viene totalmente taciuta, ha dato origine a una gigantesca fake news a canali unificati su tutta l’informazione italiana, quella che dovrebbe essere autorizzata dai vari ministeri della verità auspicati da una pletora di cialtroni senza testa e senza onore.

Di più, di fronte a ciò che avviene nel mondo si ha la sensazione che tutto sfugga di mano, sia artefatto o rassomigli a una foto sfocata e sovraesposta che spesso non riesce a cogliere la realtà e la abbandona al conformismo, più spesso non ha né il coraggio, né gli strumenti per indagarla o riferirla a causa di fattori concomitanti e sinergici che cominciano dalla sempre più superficiale preparazione scolastica, alla sciatteria insita nella contemporaneità, per finire alle grandi concentrazioni editoriali che non consentono scampo e autonomia ai giornalisti ai quali non rimane spazio lavorativo, culturale ed economico per ricorrere a fonti e categorie che non siano quelle ufficiali. La libertà la si paga con il silenzio. Per questo la querelle delle fake news, o meglio false notizie ( news non corrisponde affatto al concetto più articolato e complesso di notizia, vedi nota) ha un carattere particolarmente perverso e sleale, oltre ad essere una contraddizione della democrazia, perché viene da ambienti che nel migliore dei casi sanno benissimo di essere megafoni della menzogna e nel peggiore nemmeno se ne accorgono.

Del resto anche telespettatori e lettori fanno in qualche modo parte dello stesso mondo e pur accorgendosi, quando le cose investono la loro realtà concreta, che qualcosa non funziona nelle narrazioni spesso non fanno nulla per pretendere la dissipazione  di un po’ di nebbia. Permettetemi di fare un esempio di giornata su qualcosa che ha fatto scalpore, ossia la bandiera nazista appesa in una caserma dei carabinieri di Firenze. La cosa non mi stupisce visto che io stesso ho potuto vedere il busto di Mussolini in bella mostra in una caserma dell’estremo ponente ligure. L’intenzione dunque non si discute, ma né carabinieri, né fascistoni, né giornalisti e nemmeno il pubblico in genere sa che quel drappo, o almeno quello che compare nelle foto rubate, non appartiene affatto alla Germania nazista, ma è quello della Kriegsmarine, la marina militare, al tempo del Kaiser e per giunta anche quello che sventolava sulla navi ammutinate di Kiel e Wilhelmshaven che diedero inizio al tentativo di rivoluzione comunista  in Germania che va sotto il nome di novembre rosso. Infatti non appena l’ordine fu ristabilito dopo l’abdicazione dell’imperatore, quella bandiera fu subito cambiata e solo dopo il 1935 acquisì la croce uncinata. Così i carabinieri neri di fuori e di dentro si prendono in casa la bandiera del nemico durante la prima guerra mondiale, i neri in abiti civili fanno lo stesso con una bandiera che divenne per qualche tempo uno dei simboli della tentata rivoluzione comunista e ai giornalisti non viene alcun sospetto, alcuna reminiscenza, alcuna voglia di perdere un secondo in rete, pur avendo tra le mani un formidabile strumento di satira. Dei politici di quelli che per decenni hanno favorito e indirettamente finanziato gli ambienti dell’estrema destra e ora si indignano non c’è nemmeno bisogno parlare.

Nota News ha il significato di nuovo e di novità, secondo la derivazione sanscrita di navyas che in latino si è trasformata in novus e significa appunto appena giunto o per estensione giovane o fresco, mentre notizia deriva da notus, ossia dal participio di noscere che significa conoscere.


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