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La Buoncostume del mondo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se una volta erano i poliziotti del mondo, da ieri gli Usa ne sono diventati la Buoncostume.

Ce lo fa capire bene  il NYT con un affresco di Roger Cohen che  festeggia la fine dell’incubo e del primato dell’irrazionalità, ora “che, di colpo, c’è uno spazio mentale per pensare di nuovo”.

Gli fanno eco il Manifesto, che, nel giorno dei 100 anni del Pci, dedica la sua apertura alla celebrazione del “ripristino della democrazia” con foto del tandem trionfante, i giornali e la rete che ha seguito rapita lo show con le comparse uscite dal “Boss delle cerimonie”, in sgargianti falpalà, la bambina troppo cresciuta issata sul seggioline per recitare la poesia augurale al nonnino, la star sgangherata estratta temporaneamente da contesti trasgressivi, a ricordare l’happy birthday di Marylin, per alzare al cielo l’inno.

Sono tutti concordi – salvo 72 milioni di voti comunque attribuiti a quello che Cohen definisce l’impostore di genio, nostalgici come lui di un “qualche indefinito momento della grandezza americana, in cui i proprietari maschi bianchi comandavano da soli, le donne stavano a casa e il dominio globale degli Stati Uniti era incontrastato” – che con Biden inizia un nuovo corso della democrazia interrotta e vengono riaffermati codici morali.

È noioso ripetersi (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/09/pastorale-americana/) ma tocca ancora una volta ricordare  che si tratta di quelli dell’ideologia del politicamente corretto, di un pluralismo di superficie grazie al quale è più appagante l’emancipazione culturale dell’autonomia politica, da quando si è imposta la convinzione che i diritti fondamentali, ormai conquistati prima di noi, sono inalienabili e si può comodamente passare a quelli “aggiuntivi”, quelli “civili” che non intralciano il sistema, e il cui accesso è negato o è ininfluente per chi non ha pane, tetto, parola. 

Così ormai si è disegnata un’anti- carta occidentale di valori a alto contenuto “estetico”, che con la sua narrazione e la sua spettacolarizzazione ispira  e sovrintende la creazione e affermazione di nuove élite, neo-liberal-con, più educate, più rinunciatarie, più adatte a fare proselitismo del fondamentalismo del mercato sotto i suoi stendardi arcobaleno.

Dopo secoli nei quali si è discusso dell’eterno conflitto etica capitalismo, morale e sviluppo, arriva a sistemare i casini del discutibile babau un esponente del progressivismo nelle vesti dell’apparentemente innocuo vegliardo e riesumare tutta la paccottiglia edificante dei padri pellegrini, dei fondatori, perlopiù avanzi di galera, di una società pronta a fornire occasioni formidabili a tutti, fuorché ai nativi, a integrare nel suo stile di vita gli aspiranti alla cittadinanza in una civiltà superiore, concessa a quelli che Malcom X definì i “negri da cortile”, oggi le donne che bucano, con le unghie e i denti dell’arrivismo machista, il soffitto di cristallo per sostituirsi a tracotanti maschi con inferiori standard di testosterone.

E infatti il primo segnale di questa moralizzazione è l’ingresso trionfale nella cerchia di governo insieme  ai finanzieri della Blackrock, la Roccia Nera, la più feroce e avida delle grandi corporation finanziarie, o insieme al capoccia della Monsanto, perfino della provvidenziale e propagandatissima transgender sottosegretaria alla Sanità, riconfermando così la profondità della voragine che divide economia e finanza, politica e pubblica amministrazione dalla società reale e perfino da quella parallela che ci viene mostrata.

E sebbene sarebbe consigliabile aspettare il primo bombardamento prima di formarsi un giudizio, si è fatto strada un unanime consenso per il “nuovo corso” segnato  secondo i commentatori da gesti epocali che sempre il NYT riassume così: “aderirà nuovamente all’Accordo di Parigi sul climate change; riaffermerà l’importanza dei valori americani, inclusa la difesa della democrazia e dei diritti umani…. rimetterà nel suo giusto posto la verità, di modo che la parola dell’America valga di nuovo qualcosa”.

E come?  ma è ovvio, secondo regole di dominio più moderne e accettabili. In effetti si è dimostrato più efficace l’azione della troika per smantellare la democrazia greca, per costringerla alla svendita dei suoi beni comuni, per farle rifiutare i prestiti russi e cinesi, perfino perché  uniformasse la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto dalle major alimentari multinazionali, piuttosto delle sanguinose correità coi colonnelli.

A guardare i precedenti del vecchio “demiurgo” che dovrebbe ridare vigore alla democrazia americana quasi duecento anni dopo Tocqueville, non c’è da credere alla dismissione di quella componente  irrinunciabile dell’imperialismo fatta di energica convinzione tramite armi, associazione con tiranni sanguinari, repressione e stragi. E nemmeno all’abiura del suprematismo americano, ineducabile e irremovibile, che si dovrebbe realizzare attraverso, cito, la ricostruzione dei  “vacillanti rapporti con l’Unione europea e gli alleati in tutto il mondo”, sempre grazie alla Nato, all’infiltrazione in territori con invasioni commerciali sempre più esigue, a fronte di quelle di prodotti bellici come in Sardegna, Sicilia, per tener vivo il sogno di un Occidente dominante e della sua tirannia globale.

E difatti se l’elefante nella cristalliera aveva scelto come slogan: “Prima l’America”, Joe Biden ha gridato al pianeta ancora prima di mettere piede nello Studio Ovale che gli Stati Uniti “sono pronti a governare il mondo”. 

Per quello c’è da temere sempre qualche sussulto del bestione ferito dalla miseria nella quale sono sprofondati i ceti della middle class, dai senzatetto, dai barboni che piazzano provocatoriamente le loro coperte e i loro cartoni fuori dal Campidoglio.

Ma c’è da aver paura anche del pensiero unico dei satelliti  che non avendo saputo difendere le loro democrazie si accontentano delle imitazioni su Netflix, che temono l’ingovernabilità e la destabilizzazione preferendo l’immobilismo della paura e della coercizione, che credono alle balle spaziali spacciate da chi vorrebbe Assange in galera per 175 anni.


Pastorale americana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ultimo comizio elettorale  aveva detto: “gli uomini e le donne dimenticati d’America, non saranno più a lungo dimenticati”.

E difatti lo votarono, come si vide dalle mappe prontamente prodotte dalle grandi testate che parlarono di Two America, la sua, Trump’s America,  tre milioni di miglia quadrate poco urbanizzate con circa il 46% della popolazione totale degli Usa, e la Clinton’s America, appena il 15% del territorio ma densamente abitato, due “paesi” e in un certo senso due popoli estranei e con tutta probabilità ostili.

Nel primo una realtà rurale, le farms sperse, i villaggi semiabbandonati, marginali e scuciti dal tessuto delle capitali,  le periferie laterali, trascurate e riottose, nell’altro, quello della vittoria della Clinton, le metropoli, i cuori finanziari e economici, le contee urbane dove la candidata ebbe il sopravvento, inutilmente, con un distacco di circa 72 punti percentuali.

Nel primo gli invisibili, i senzaparola, gli “ignoranti” isolati e disprezzati da un ceto che rivendica una superiorità sociale e culturale e dunque morale, quello che vediamo nelle serie di Netflix, nella Manhattan di Allen, tra le case ovattate di ipocrisia della Filadelfia di Demme, che viaggia in limousine con autista o in quei treni dove i passeggeri concentrati sugli smartphone non volgono lo sguardo ai capannoni scoperchiati delle fabbriche dismesse, alle case diroccate coi vetri rotti e le porte spalancate sui tinelli  e  sulla tavola del ringraziamento di Norman Rockwell, allo sfacelo della deindustrializzazione sostituita dai fasti nefasti di Wall Street, delle bolle, dei fondi.

E’ anche quella l’America dove le lacrime dei disoccupati sono ancora sporche del carbone delle miniere e i rabbiosi diseredati ( quelli che vengono chiamati hillbilly,  i bifolchi, bianchi ma poveri come i neri, che non sanno parlare tanto che si esprimono con i pugni e magari con la pistola, taciturni anche quando fanno il pieno di bourbon) si sono presi il gusto, come ebbe a scrivere qualcuno, di “impiccare l’ultimo Clinton con gli intestini dell’ultimo Bush“, per vendicarsi del fatto  che la loro vita negli ultimi decenni è peggiorata trasformando il sogno americano da “dopo Reagan” in un incubo.

Posso rivendicare di aver definito la scelta tra Trump e Clinton prima e tra Trump e Biden poi come l’alternativa se è meglio morire di ictus o di cancro. E non sorprende come l’opinione pubblica italiana che sorvola su affinità palesi, che professa un antifascismo che si riduce a militare in rete contro Salvini e appunto l’ex presidente formalmente promosso a golpista ridicolo come Tejero, si sia schierata prontamente con l’ictus o col cancro che tanto c’è poca differenza nell’epilogo, soddisfatta di questa allegorica messa in scena di quell’osceno babau che è il populismo, che fa schifo tanto da persuadere menti illuminate sull’opportunità di prevenire eventuali brogli con una occhiuta selezione degli elettori per censo e istruzione.

Che soddisfazione interpretare quello che succede nell’ex capitale dell’Impero del Male, in modo da sentirsi a posto se non si va più in piazza a gridare Nixon boia, a manifestare contro la Nato, perché si è maturata la consapevolezza che è meglio non andare troppo per il sottile, che bisogna tutelare la civiltà occidentale minacciata navigando a vista in un contesto geografico e politico che ha dimostrato mille volte di essere incompatibile con una “democrazia” che evangelizza presso popoli primitivi grazie alle sue campagne di “rafforzamento istituzionale” e di aiuto umanitario, unanimemente condivise dagli alleati, ma pure dal sentiment  pubblico che ha archiviato Berkeley, Hoffman che  aveva ragione, le cartoline precetto date alle fiamme.

E che sollievo stare seduti dalla parte giusta mentre scorrono sullo schermo del pc le macchiette degli insorti, copia scolorita dei padani con l’elmo e le corna, del trucido tycoon irriducibile che ad onta degli anni, delle sconfitte, degli scandali non si schioda manco fosse ad Arcore,  appagati dal sostegno morale tolto a Sanders troppo visionario, irrealista, e dato a Biden e non solo per l’aureo imperativo di votare contro, ma perché davvero rappresenta l’acme dell’ipocrisia, da far rimpiangere i democristiani essendo invece un veterano della repressione e inveterato nostalgico dell’imperialismo più muscolare  e tracotante oltre che evidentemente bollito, sicché la stampa concorde, tutta, guarda a lui, che presentando al sua squadra proclama: “l’America è tornata, pronta a guidare il mondo”,  a  Keir Starmer, come a Calenda, Zingaretti, Conte oltre che al solito immarcescibile bullo, perfino a Sassoli che vota per l’equiparazione di fascismo e comunismo, in qualità di riferimenti del campo “occidentale” democratico.  

È che siamo lontani dalla rivoluzione quanto siamo lontani dal riformismo strutturale e ormai anche, c’è da temere, dalla democrazia che doveva dargli corso, dalla Corazzata Potemkin e da Bad Godesberg, così c’è chi si sente deluso dalle prestazioni della “sinistra” al governo, un abuso linguistico usato ormai solo da Berlusconi e da qualche lettore del Manifesto e del Foglio a pari merito, riferito ai praticanti dell’atto di fede nell’Europa “riformabile”, irrinunciabile, giusta e perfino generosa.

Sono quelli che hanno tolto un po’ di polvere al Tocqueville tirato giù dallo scaffale, che, lo ricordo, scrisse i suoi due tomi il primo nel 1835, il secondo nel 1840, dopo aver soggiornato nel grande paese meno di nove mesi per raccogliere informazioni sul sistema carcerario locale.

Sono quelli che rifiutano lo status di “colonizzati anche nell’inconscio”, pur sapendo che nel frattempo vige in alcuni Stati la pena di morte, che se è stata chiusa Alcatraz, Guantanamo vive, che da anni, e da  mesi ancora di più, è il posto dove le disuguaglianze sono profonde e feroci fino all’inimmaginabile, dove i senza tetto effetto collaterale delle bolle immobiliari  si stendono in lunghe file nelle piazze delle metropoli, le bidonville sfiorano i margini della Casa Bianca, dove si viene  scaraventati fuori dal pronto soccorso perché non c’è copertura assicurativa, dove i neri sparati a Chicago muoiono allo stesso modo dei poveracci bianchi di altre latitudini, dove è il big business che aizza o riduce a miti consigli leader e insorti, preoccupato che i tempi e i modi della transizione lo “destabilizzi”, perché in tutti gli imperi, i regni e perfino nelle province remote bisogna garantire la sua governabilità anche e soprattutto quando si fonda su uno stato di eccezione che deve diventare solido e permanente.

Continuano imperterriti a chiamarla democrazia, baluardo contro populismo e sovranismo, tanto che ci è toccato leggere le esternazioni di gente che rivendica un’appartenenza sia pure disincantata e delusa, che gioiva per il cancro o l’ictus che poi è lo stesso e poi insorgeva alle prime maldestre denunce di brogli, al fianco dell’american people che aveva liberamente votato, come se la miseria, leggi elettorali macchinose e lesive dei diritti di espressione e della volontà popolare, insieme a sfiducia, frustrazione, emarginazione fossero gli ingredienti della partecipazione, là come qui ai margini del declino della potenza imperiale.

E non stupisce i candidati “progressisti” neoliberisti del Pd come dei “Coraggiosi” della Schlein o dei transfughi del clan di Rignano, tutta gente contenta di diventare un prodotto politico in  vendita, si facciano attrezzare per le loro tenzoni elettorali da Social Change la creatura di Arun Chaudhary, regista americano ex filmmaker di Obama, che li “forma” e sostiene anche economicamente le loro campagne.

E difatti nella nostra storia non si ricordano sanzioni contro la Cola Cola, contro i big burgher, che si accanirebbero contro i pronipoti dei padri pellegrini, notoriamente dinamica scrematura pionieristica di malfattori, evasi da galere europee, ladri e assassini, la cui pretesa di innocenza cerca di rimuovere l’indice assassino che preme il tasto del drone che bombarda paesi lontani, le prodezze di un esercito mercenario al servizio di tiranni sanguinari,  il consenso a un imperialismo che agisce anche in patria consolidando le tremende differenze dell’american way of life, che si arma e arma le mani dei propri adolescenti persuasi di difendere i sacri confini della patria, della civiltà e del proprio ego fanciullesco.

Perché è proprio vero come scrisse  Susan Sontag, che dubito avrebbe sostenuto Hillary o Biden sia pure contro the Orange Funny Man, che “gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste” e  che il mondo si sarebbe ammalato e forse morto con loro. E a ben vedere da dove sono scaturite le grandi crisi, ma anche il terribile contagio della liberalizzazione e circolazione di capitali che ha dato forza maligna al totalitarismo finanziario, pare proprio che sia così.

È che l’indulgenza riservata a quel popolo “nuovo”  bamboccione e rozzo deve essere dello stesso tipo di quella che riserviamo a noi stessi che ci stiamo impegnando per diventare come loro, dopo esserci disfatti della memoria  della dignità che abbiamo riscattato e che, malgrado i premi Oscar e la manomissione della storia, non ci è stata regalata dagli eroici “liberatori”.  


I due golpe americani

Oggi quasi tutta l’informazione si chiede cosa stia succedendo in America, dopo che persino il Campidoglio è stato preso invaso da dimostranti  e c’è anche scappato il morto, una donna peraltro veterana dell’Air Force ( qui il video dell’uccisione). La domanda in realtà è mal posta perché questa informazione mainstream dovrebbe invece chiedersi perché abbia minimizzato i giganteschi brogli elettorali (c’è chi dice avvenuti anche grazie a complicità italiane) , perché abbia sempre e comunque demonizzato Trump e invece santificato Biden nascondendone la corruzione e i suoi trascorsi di boia dell’ America Latina. Perché abbia ordinato e pubblicato sondaggi elettorali palesemente falsi, perché abbia drammatizzato fino all’impossibile una sindrome influenzale facendola passare per peste, mettendo la museruola a fior di esperti, bloccando ogni dibattito  e riducendo la scienza a un grottesco feticcio; perché racconta come fossero verità eterne anche le più squallide e assurde balle del potere.  E’ inutile che ora questa informazione si domandi cosa stia succedendo perché essa non sta osservando il problema, ma è parte del problema, ovvero dell’assalto finale alla democrazia e alla rappresentanza da parte di potentati economici che sono poi gli stessi che controllano giornali, televisioni, intrattenimento e sebbene non ancora del tutto, la rete.

Sono proprio questi strumenti che hanno tenuto per mano e accompagnato la graduale trasformazione della  repubblica americana in quello che potremmo chiamare un principato elettivo dove l’inquilino della Casa Bianca è deciso da alcuni grandi elettori che non sono quelli del sistema di voto presidenziale, ma i potentati che detengono il potere reale compresa l’informazione. Per la verità già la tanto vantata e così poco compresa democrazia americana contiene un forte aspetto elitario, derivato dai fondatori e talvolta nascosto sotto la forma federale, ma poi con la caduta dell’Unione sovietica e il progetto di dominio universale l’elemento imperiale rappresentato da un unipolarismo di fatto e coagulato dentro le teorie neoliberiste hanno finito col prevalere e se gli elettori hanno scelto Trump, i grandi elettori padroni dell’informazione hanno scelto Biden e lo hanno incoronato mettendo in piedi giganteschi brogli. Naturalmente questi episodi, come del resto le violenze “democratiche” prima del voto possono essere contenute, ma è evidente a questo punto che qualsiasi presidente sarebbe illegittimo per una metà del Paese, entrambi sono a capo di due golpe contrastanti.  E come quasi sempre avviene in questi casi la legittimazione sarà sancita non più dal popolo, ma dallo scontro di forze del tutto esterne anche se non estranee al processo democratico e nello specifico quelle dell’economia reale e quelle della finanza ovvero petrolio, edilizia, meccanica, agricoltura contro  Wall Street e il denaro di carta per così dire anche se costoro vogliono abolire il contante. Tuttavia questa battaglia è sempre contro i cittadini siano essi per Trump o per Biden: l’invasione dei luoghi della politica è in realtà qualcosa di bipartisan è l’esasperazione per ciò che è diventata la vita in Usa, con uccisioni  da parte della polizia di individui disarmati, brutalità, corruzione, occupazioni e invasioni delle case da parte di polizia militarizzata, perquisizioni lungo le strade, incarcerazioni a scopo di lucro, guerre a scopo di lucro, sorveglianza ossessiva, tassazione senza alcuna rappresentazione, detassazione dei potenti, disoccupazione e salari sotto il livello di sopravvivenza, aumento esponenziale delle disuguaglianze determinato dalla logica di sistema e non da questo e o quel presidente da questa o quella maggioranza parlamentare.

E’ fin troppo ovvio che questo scontro è presente in qualche misura dentro tutto l’occidente e nei suoi paraggi, non a caso alcuni osservatori parlano di scenari da Maidan che adesso coinvolgono la stessa America da dove sono partiti quasi tutti i tentativi di cambio regime. E tuttavia c’è molta gente che a nessun costo vuole vedere la semplice realtà e va avanti guardando il mondo come da dietro un’acquario, pensando ancora di essere un pesce rosso, mentre è già bottarga per i grandi banchetti. In ogni caso è fin troppo ovvio che siamo al collasso di un sistema e che il modo migliore per suicidarsi e di non prenderne atto in tutte le sue implicazioni sia politiche che geopolitiche e la ricerca di altre strade rispetto a quella dell’oligarchismo liberista in qualunque modo essi si incarni.


La Cina del nostro scontento

La campagna elettorale americana con le sue modalità guatemalteche insieme alla narrazione pandemica coeva e in qualche modo funzionale ad essa, hanno rivelato a che punto è la notte, quella che dovrebbe passare come in “Napoli milionaria” nella speranza che la luce dissolva la corruzione dei pensieri. E invece il buio sembra essere sempre più fitto. Infatti di contro a una sinistra residuale e ambienti progressisti di maniera, anch’essi lontano ricordo di posizioni anti capitalistiche, le quali combattono strenuamente a fianco del progetto di disuguaglianza sociale e abbattimento della democrazia del neo feudalesimo globalista, ci sono vecchie destre catto – fascio – bottegaie che invece cercano di alzare barricate contro il grande reset accusando gli avversari di essere “marxisti”. Si tratta di una singolare inversione delle parti che tuttavia denuncia in modo chiarissimo una cosa: l’assenza totale di una cultura politica, eradicata ormai da decenni, che porta i contendenti ad utilizzare vecchi materiali polemici, spezzoni di ideologia saldamente catafratta sulla groppa dei media padronali, chincaglierie di pensiero senza in realtà capirne nulla. Quando questa gente parla di marxisti riferendosi ai grandi ricchi e alla loro religione del mercato e del profitto, evidentemente dimostrano di non sapere quello che dicono, dal momento che Marx è proprio il filosofo che mostra, partendo proprio dalle premesse teoriche del capitalismo, come esso e il liberalismo di accompagno  non siano strutturalmente in grado di portare a quella libertà che predicano e men che meno all’eguaglianza sociale. Anzi meno questa ideologia incontra resistenze, più le istanze di progresso, di sviluppo delle forze produttive e di regolazione attraverso il mercato si rivelano illusioni. E proprio oggi, in questo periodo di menzogna, lo possiamo scorgere con chiarezza.

Il comunismo immaginato da Marx non c’entra proprio nulla con tutto questo e fa impressione vedere anche le teste pensanti più raffinate come Agamben parlino di “socialismo stalinista”  e del comunismo come una variante del capitalismo e non come una sua totale eresia, quanto meno idealmente. Cosa salda le parole del ” grosso intellettuale” come si diceva una volta senza suscitare il riso, con la canea da bar sport contro i “marxisti” che hanno ordito un diabolico piano contro Trump? Cosa  suscita queste inedite aggregazioni? E’ la straordinaria ascesa della Cina che è allo stesso tempo causa ed effetto del declino occidentale o per meglio dire è la scandalosa visione del tramonto di un potere planetario che durava da alcuni secoli e a cui ci si era talmente assuefatti da non poter nemmeno concepire il suoi venir meno. Se poi a questa situazione di fondo si aggiunge che la Cina è un paese ufficialmente comunista e che ha realizzato il maggior sviluppo economico mai visto nella storia, tutto va in corto circuito a cominciare dall’idea secondo cui il comunismo sarebbe sinonimo di povertà generale e contemporaneamente a quella che nessuno potrà mai sopravanzare l’Occidente. Troppo e in troppo poco tempo, anche se a dire la verità il maoismo negli anni ’60 e ’70 era già un eresia dentro l’eresia marxista, la percezione di logiche diverse da quelle occidentali. E così mentre mentre il capitalismo nella sua fase finale ci toglie ogni giorno una fetta di libertà (compresa quella economica) senza compensarlo con diritti reali come la casa, il lavoro, la sanità, si mormora che questo è comunismo e che anzi la Cina è dietro i poteri globalisti e i suoi trucchi per instaurare una sorta di dittatura: perciò la liberazione dall’ultra capitalismo finanziario fa tutt’uno con la guerra fredda o calda contro Pechino. Nemmeno ci si sforza di comprendere che invece l’esito della concentrazione del potere in un grande fratello è nella logica stessa del capitalismo e che semmai il comunismo si propone come un rimedio anche se poi nelle sue realizzazioni concrete ha in qualche modo tralignato.

Certo il globalismo fa comodo alla Cina, ma Pechino sa benissimo che la lotta degli Usa e dei suoi ascari europei contro di lei  e il suo sviluppo non è questione di questo o di quel presidente: potranno cambiare i modi, ma non la sostanza delle azioni di un impero al suo tramonto che deve per forza combatterla se vuole sopravvivere. Tanto più che essa rappresenta l’esatto contrario del neoliberismo, ovvero il modello di un’economia mista nella quale la mano pubblica e la pianificazione sono preponderanti: lo stesso straordinario successo di questo modello non consente più alle elites neo liberiste occidentale di poterci convivere visto che esso non tollera lo stato, anzi lo vuole privatizzare sostituendolo con i potentati economici. Il fatto è che con tanta confusione in testa sarà difficile organizzare una resistenza coerente anche perché è molto più comodo rimanere in bilico sulle false certezze costruite a partire dalla metà degli anni ’70 che sostituivano Gramsci con Vattimo, il binomio Hegel – Marx con quello Nietzsche – Heidegger, la scienza con la scientismo, che rischiare di ripensare tutto. Come potrebbe farlo gente tremula per un’influenza? Ma per resistere dobbiamo cominciare a fregarcene della “modernità” per essere moderni.


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