Annunci

Archivi tag: Trump

Kim e Tarzan

trump-kim-kJAI-U43420247933538o3G-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Basta una giornata a zonzo per sentire cose che gli umani non possono nemmeno immaginare. E non si tratta della cintura di Orione, ma dell’incontro di Singapore fra Trump e il leader nordcoreano Kim. Le radio – un media che esploro solo raramente – in tutte le loro espressioni dai paludati notiziari e talk della  Rai, alle emittenti cosiddette più scaciate e libere da interferenze dell’intelligenza, hanno interpretato l’incontro fra i due capi di Stato come una vittoria di Trump che avrebbe posto le basi per la denuclearizzazione di Pyongyang la quale per definizione, per obbligo contrattuale è pericolosa  Evviva evviva il direttor. Ora se c’è una cosa è chiara come il sole è che il capo di quella che si ritene e forse è la più grande potenza militare del mondo e tra l’altro l’unica che abbia realmente utilizzato l’arma nucleare è andato a Singapore a trattare con il leader di una nazione, precedentemente minacciata di distruzione totale e genocidio.  E non a trattare, come si è continuato a dire tutto il giorno per poter giustificare il plauso, l’annullamento del programma atomico di Kim, ma la denuclearizzazione dell’ intera penisola coreana, ivi comprese le centinaia di testate Usa presenti sul territorio di Seoul

Difficile immaginare una sostanziale calata di braghe così evidente perché l’arma nucleare sviluppata dalla Corea del Nord, per quanto possa fare il solletico agli Usa, è una potenziale minaccia di distruzione certa per la colonia americana del Sud  e forse anche per alcune delle zone del Giappone, rimettendo cosi in gioco gli equilibri in essere fin dagli anni ’50 nel Nord pacifico. In mancanza di un minimo di razionalità e buona volontà da parte americana Seoul non potrebbe che cercare di fare da sola nella ricerca di un accordo con Kim mettendo le basio per una liberazione dalla soffocante tutela americana in un contesto nel quale, tra l’altro, la divisione non è mai stata pienamente accettata. Dunque Trump non può che fare buon viso a cattiva sorte e rimanere in prima fila come garante della Corea del Sud, ben sapendo tuttavia di  non potere togliere le proprie testate nucleari dal Paese pena un’oggettiva perdita di deterrenza nei confronti della Cina, ma anche una perdita di prestigio che certo l’apparato militar – industriale Usa tenterebbe in ogni modo di sabotare. Perciò adesso finge di trattare, magari pensando di preparare un attentato a Kim, cerca di mostrare la faccia migliore in vista delle elezioni di medio termine e sprigiona un improbabile ottimismo da tutti i pori, compresi quelli del tormentato scalpo. Ma in realtà il presidente americano si  trova in un cul de sac visto che non può dare attuazione concreta a un futuro accordo di denuclearizzazione della penisola: in poche parole ha in mano solo le chiavi di una guerra che sarebbe distruttiva per tutti, ma non ha quelle della pace, anche perché la pace non è mai stata un’opzione degli Usa, specie in questo settore del pianeta e implicherebbe un indebolimento della credibilità militare statunitense.

Infatti l’accordo sottoscritto  a Singapore non prevede alcun reale impegno, ma solo qualche petizione di principio da concretizzare faticosamente in futuri incontri tutti da organizzare: ma intanto Kim è riuscito a strappare il palcoscenico, a mostrarsi un leader molto diverso dalla macchietta che ne fa l’informazione occidentale, ad accreditare la Corea del Nord , considerata alla stregua di un cacca di Mosca, come un Paese con il quale anche la potentissima Casa Bianca deve fare i conti. In che senso tutto questo possa essere interpretato come una vittoria di Trump lo sa il cielo, anche se certo le posizioni pregiudiziali  non hanno bisogno di ragioni. In realtà abbiamo semplicemente assistito a un altro piccolo passo verso la frantumazione imperiale che ormai è nelle cose.

Annunci

Freud al G7

2016-08-17-1471454358-5762688-donaldtrumpasacowboy-thumbIl G7 di quest’anno in Canada, come del resto quelli precedenti, non è servito assolutamente a nulla anche se è costato una follia. La sola cosa interessante è la strana ambivalenza che il vertice ha lasciato trasparire: da una parte l’isolamento degli Usa che impongono sanzioni alla Russia, all’Iran e di fatto ai Paesi europei che hanno intensi commerci con questi reprobi, dall’altro la palese accentuazione imperiale di questo isolamento che pretende di dire agli altri cosa devono fare, pena vendette commerciali e azioni legali ovviamente portate avanti da giudici americani. La cosa ha anche un suo risvolto simbolico nell’abbandono anticipato da parte del presidente Usa di un consesso che evidentemente considera inutile e impotente, non prima però dopo aver dettato le sue direttive alla servitù perché si comporti bene in sua assenza.

Da questo si vede benissimo che la politica di Trump non va affatto controcorrente rispetto a quella delle precedenti amministrazioni, ma si sovrappone ad esse con un nuovo livello nel quale il protezionismo di America First si rivela nient’altro che uno strumento di globalismo geopolitico. Naturalmente se nel breve periodo questi atteggiamenti da western di bassa lega possono anche intimorire e funzionare, andando avanti nel tempo essi finiranno per alienare agli Usa buona parte del pianeta che è già dentro un processo di multipolarizzazione: una cosa è essere padroni fingendosi partner, un altra è avere bisogno di partner volendo essere padroni. D’altra parte un’economia che si basa sul dollaro come moneta centrale e sul consumo folle a debito non ha altra scelta soprattutto anche perché gli altri con la loro obbedienza hanno lasciato che le cose evolvessero malignamente su questa strada senza correttivi. Ma se per esempio domattina scoppiasse una nuova crisi subprime visto che la situazione ricorda molto da vicino quella del 2008, e anzi appara ancora ancora più drogata cosa succederebbe? Vedremmo il pistolero incazzato con il dito sul grilletto o il cow boy disarcionato e inseguito dai Sioux che implora un cavallo per metà del suo regno?

Il fatto è che l’inutile G7 canadese si è rivelato invece una efficace sfera di cristallo che mostra con chiarezza assoluta la progressiva disintegrazione del mondo occidentale, con un’ Europa in mano a un’ insensata  oligarchia burocratico – lobbista e tenuta insieme  dagli interessi dall’ordoliberismo tedesco dove le forze centrifughe stanno ormai prevalendo, con gli Usa ormai sconnessi da un rapporto di reciprocità anche solo formale al vecchio continente e in procinto di perdere la parte di Asia conquistata dopo la seconda guerra mondiale, entrambi in via di essere scalzati in Africa dai cinesi. Tra una quindicina di anni, sempre che nel frattempo non ci venga regalato un olocausto nucleare, la Cina e l’Asia ad essa afferente saranno di gran lunga il mercato più ampio del mondo e le attività economiche dovranno guardare a Pechino più che a Washington decretando un’epocale transizione di mondo  Questa fratturazione e incipiente perdita di centralità è stata così evidente al G7 canadese che paradossalmente Trump, (immediatamente seguito da Conte che ha voluto infliggere il suo colpo di coda alle idiozie piddorenziane contro Putin sparate durante la campagna elettorale), ha auspicato un ritorno della Russia nel consesso dei cosiddetti grandi e dunque un ritorno a un G8 : si è trattato più che altro di un grottesco lapsus freudiano visto che proprio la Russia le sanzioni contro di essa nate con vicenda ucraina e perpetuate a forza di bugie, le contro sanzioni per i trasgressori che vogliano avere un rapporto con Mosca,costituiscono il principale asse di divisione e frattura. Non si è  trattato certo di un contentino retorico rozzo e di pessimo gusto, trumpiano insomma,  perché  sarebbe stato comunque privo di senso nel clima del vertice, ma di qualcosa che ha preso voce dalla subliminale consapevolezza della frantumazione e del declino oltre che dalla crescente potenza della Cina contro cui si cerca un rimedio che non si può certo trovare in un contesto di ossessiva volontà di dominio.  Così che anche l’assurdo più ragionevole di certe ragioni.


Europa in crisi di panico

img800-der-spiegel--l-italia-si-distrugge-da-sola-135530I problemi creati dalla moneta unica stanno venendo al pettine e come scrivevo ieri (qui) la cosa è diventata tema di  dibattito dovunque tranne che in Italia che è invece il Paese chiave della vicenda, quello con la più grande economia ingabbiata nelle panie dell’euro e della sue regole insensate. Ma ormai la classe dirigente del Bel Paese fatica a contenere il dibattito dopo che elezioni hanno emesso la loro sentenza e nel corso di una durissima  campagna della stampa tedesca che cerca di dare all’Italia la colpa di un possibile disastro della moneta unica: nessun cliché, nemmeno il più trito e il più vieto, viene lasciato a casa in questa battaglia per ribaltare le responsabilità oggettive sia perché è impossibile documentare con i numeri le tesi che si vorrebbero dimostrare, sia per nascondere il fatto che sia proprio la Germania ad avere la tentazione di mettere in crisi la moneta unica dopo avervi lucrato per un ventennio, sia per scaricare il complesso di colpa di politiche e atteggiamenti che stanno portando alla dissoluzione morale della Ue e che comunque hanno avuto la Grecia come terreno di esperimento, come monito e come inconfessata vergogna.

Tuttavia queste teutoniche ciance che trovano la loro cruna dell’ago nel solito Der Spiegel, (mentre giornali più seri come Handelsblatt forniscono panorami opposti) servono agli euristi di casa nostra per trasferire le questioni dall’ambito strutturale a quello più futile e opaco delle diatribe folkloristiche, ma soprattutto per cogliere la palla al balzo ed ergersi ancora una volta a servitori dell’ordoliberismo: per esempio la possibilità di una via d’uscita ancora peggiore della moneta unica, vale a dire una moneta unica senza la Germania e forse qualche altro Paese forte, al posto di un ritorno alle divise nazionali. Sarebbe davvero la massima iattura possibile perché di fatto continuerebbero ad esserci i vincoli tra economie e interessi diversi e dunque le stesse limitazioni di prima che tanti vantaggi hanno portato alla razza padrona, ma in assenza di una moneta forte. Lo accenno perché alcune indiscrezioni farebbero pensare che questa sia la bella pensata di Trump che avrebbe già mandato in esplorazione i suoi per caldeggiare questa soluzione. Comunque sia è fin troppo evidente dal complesso del dibattito che la governance europea è nel più totale panico dopo il voto italiano, ma soprattutto dopo il fallimento del tentativo di evitare per via istituzionale la formazione di un un governo “populista” in uno dei Paesi fondatori dall’Unione, ancorché da tempo marginalizzato per volontà di una serie di governi incapaci o complici. Non è tanto che Di Maio e Salvini  siano giganti che si ergono a difesa, fosse solo per loro che Dio ce ne scampi, è che le urne italiane hanno scelto al di fuori di una ristretta cerchia di prodotti politici consigliati dai mercati: per molti ottusi burocratici europei che infatti hanno poi esternato in questo senso, è una cosa inconcepibile e che merita una punizione.

Per questo sono saltati anche i tabù riguardo alla moneta unica visto che non è possibile gestirla all’interno di un sistema di democrazia sostanziale, dove gli elettori contano ancora qualcosa: può funzionare, naturalmente a tutela dei ricchi, soltanto se sono i mercati e non gli elettori a decidere. Sebbene ci siano state forti scosse telluriche negli ultimi tempi, le oligarchie continentali si illudevano di aver comunque un saldo controllo quanto meno sull’area euro prima che le vicende italiane facessero saltare queste certezze e mostrassero un orizzonte più complicato. Complicato soprattutto dal fatto che i ceti medi, si sono accorti che la costruzione europea e lo stesso integralismo neo liberista comporta costi reali molto superiori ai benefici immaginati e immaginari. Si potrebbe prendere ad esempio il fatto che dal 2000 ad oggi l’italia ha versato all’Unione 72 miliardi di euro in più rispetto a quelli ricevuti: una cifra che da sola avrebbe consentito di ricostruire le aree distrutte dai terremoti, di dare soldi alla scuola e alla sanità, di non aggredire le pensioni. Si tratta di una notazione banale e marginale rispetto al danno prodotto dai trattati, dalle politiche reazionarie a sostegno solo dell’offerta e dalle follie votate dai parlamenti di servizio come ad esempio l’obbligo al pareggio di bilancio, ma emblematica di un rapporto di sudditanza verso un potere verticale che rappresenta solo se stesso e di noncuranza verso i cittadini.  L’euro può vivere solo dentro quest’acqua limacciosa, è questa la lezione che stiamo apprendendo.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: