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I chierichetti dell’Impero

chierc Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai vogliono convincerci che si combattano i danni del mercato con i meccanismi di mercato: lo dimostrano quelle negoziazioni acchiappacitrulli rivendicate dai governi in combutta con le multinazionali per addomesticare il clima incollerito, grazie a commerci e scambi di diritti di inquinare.

Ormai si affida la salute a “scienziati” mantenuti dalle case farmaceutiche, uniche detentrici della ricerca, che traggono profitto, come è naturale, dalle malattie mantenute come cespite irrinunciabile.

Ormai le riforme che dovrebbero garantire benessere e sicurezza vengono energicamente raccomandate da un racket feroce impegnato a penalizzare popoli riottosi a farsi egemonizzare e determinato a limitare la sovranità con le stesse armi di cui dispone la democrazia: voto (controllato), informazione (manipolata o deviata).

Una volta ci si illudeva che una selezione di cittadini che avevano avuto la fortuna o il talento di mettere a frutto il sapere e la conoscenza, potessero contribuire alla creazione di un pensare libero e critico.

Ormai comunità e cerchie che un tempo venivano definite intellettuali sono state oggetto di circonvenzione da un mercato culturale e accademico monopolistico, nei cui confronti rinnovano atti di fede cieca, in modo da consolidare, ed essere rassicurati della loro appartenenza  a una élite superiore, socialmente e moralmente, autorizzata a giudicare e disprezzare quelli che stanno sotto, quelle classi disagiate che meritano la loro condizione di subalternità per ignoranza, suggestionabilità. E quindi manovrabili da una leadership rozza e riprovevole che si rifà ai valori arcaici assimilabili alla destra: autoritarismo, razzismo, xenofobia, con il contorno di sciovinismo, virilismo, bigottismo, populismo e sovranismo.

Quindi per essere ammessi  a quei circoli pare sia necessario e sufficiente fare pubblica dichiarazione di antifascismo – basta uno stato: je suis.. oppure io sto con.. sui social per guadagnarsi il patentino – cantare Bella Ciao, o, a scelta, l’Inno di Mameli o Com’è profondo il mare, difendere a spada tratta la libertà di look della ministra in falpalà, per sentirsi a posto con la coscienza e l’affiliazione al “cartello” socialmente compatibile con progresso e democrazia, grazie anche a quella spirale del silenzio che toglie voce e risonanza a qualsiasi articolazione di pensiero e verbale critica nei confronti dell’establishment.

Sarà che da tempo immemore non viene data importanza al conflitto d’interesse, che riguarda politici/imprenditori, scienziati “commercializzati”, economisti e perfino filosofi comprati un tanto al chilo per indottrinarci alla servitù e alla rinuncia doverosa di dignità e diritti, tutti ormai compromessi  e proseliti del neoliberismo che ha innervato   non solo le strutture dell’economia, della finanza e della politica, ma anche la psicologia delle masse e la percezione dei bisogni e delle aspirazioni.

Se non vi siete stupiti per la sorprendente attestazione di fiducia illimitata di pensatori e intellettuali offerta al Governo Conte, indifferenti che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come “emergenza”,   si sia prodotta una compressione dei diritti, che partecipazione e rappresentanza siano stati aggirati e scavalcati,  che, come ha osservato qualcuno, si sia adottata una gerarchia delle prerogative costituzionali mettendo al primo posto al sopravvivenza  o che si siano distrutti beni immateriali fondamentali come l’istruzione …. ecco, allora non vi stupirete se Micromega, la rivista d’Opinione Unica della Gedi, esulta per via dell’iniziativa promossa dal politologo  Mark Lilla, con la quale, cito: “150 tra i più autorevoli intellettuali americani, di diverse sensibilità politiche e culturali, hanno intonato un sacrosanto “Basta!” alle estremizzazioni censorie di quello che sembra essere diventato il nuovo oscurantismo: l’ideologia cioè del Politicamente Corretto.

C’è proprio da ridere, per non piangere, del grottesco paradosso: la “cultura” che ha colonizzato il mondo e perfino l’immaginario non si pente del contagio della sua pestilenza, ma proprio lo rinnega per ritagliarsi un posto in un ipotetico futuro moralmente più accettabile, nel quale il grande casinò della finanza creativa, l’illusionismo delle bolle soffiate a avvelenare il globo, potrebbero essere addomesticati dall’irrompere di valori personali e individuali più umani e civili.

Eppure era da là che serpeggiava ovunque la convinzione che gli imperii del mercato fossero ormai diventati leggi naturali incontrovertibili, incontrastabili e totalizzanti. Da là, e grazie a quello stesso ceto intellettuale che si accorge di essere stato oltrepassato e schiacciato come un vaso di coccio  tra il neoliberismo insinuante e il neo populismo aggressivo e razzista, si sono sparsi per il mondo i fermenti ideali di un progressismo opportunista che ha assimilato narrazioni e parole d’ordine del capitalismo finanziario, quelle del “merito” conquistato grazie arrivismo e  ambizione spregiudicata, della competizione, compresa quella di genere, di una supremazia spirituale e culturale che si attribuisce l’incarico di dettare le sue leggi e di vigilare sulla loro osservanza nelle province dell’impero.

Viene proprio voglia di rispolverare l’abusata locuzione “radical chic” per i 150 e per i fan d’oltreoceano, entusiasti del “manifestino” a uso e consumo propagandistico/elettorale contro Trump, ma che, retroattivamente per via della sconfitta di Sanders, cui non hanno mai dato un concreto sostegno,  e preventivamente, in risposta al malessere che si materializza in contestazioni e manifestazioni, ha il chiaro intento di condannare aprioristicamente qualsiasi possibilità che si materializzi una sinistra che occupi uno spazio politico  capace di interpretare e rappresentare le vittime del ripetersi di crisi strutturali che partono da là e là ritornano potenziate, di mercati finanziari artificiali e sovrastimati, e dove è stata eliminata qualsiasi forma di coesione sociale.

E infatti nel mirino non c’è il “sistema” di sfruttamento, non c’è l’imperialismo, non c’è una concezione delle relazioni incentrata  sullo squilibrio dei rapporti di potere, nemmeno  un tentativo di revisione di una critica al capitalismo che si è imperniata solo sull’analisi e la contestazione dei processi e dei modi di produzione. Macchè il problema è l’egemonia di una “sinistra”  che, è Flores d’Arcais a chiosare l’appello,  “bolla di “islamofobia” ogni sacrosanta critica all’islam e al velo sessuofobico e di sudditanza delle donne, o che ostracizza grandi classici dai corsi universitari perché figli del loro tempo”, in sostanza, conclude, si tratterebbe di “una sinistra-harakiri, che finisce per infangare o rendere sospette anche le lotte più sacrosante”.

Viene da chiedersi secondo i 150 e la cheerlieder che gli fa la hola dalla comoda poltrona garantita da Gedi, quali sarebbero le lotte più sacrosante, quelle che devono salvarci dal conformismo ideologico  che impedisce, sono loro a dirlo, “l’inclusione democratica” in una “società liberale”, se a preoccupare non è la fame, l’esclusione dai diritti fondamentali di milioni di individui, della riduzione in schiavitù di interi ceti, no, sono le avventate misure repressive e le censure attuate ai danni di “capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri”.

A guardar bene i 150 e il Nando Moriconi di Micromega  si sono accorti adesso che c’è Trump che forse con il sogno americano è evaporato anche l’utopia di Tocqueville, una delle più consolidate fake della storia, che dietro a una architettura istituzionale  concepita  in forma di democrazia si celerebbe un potere oligarchico, dominato da   lobby, imprese economiche e media, materializzatasi solo ora e solo ora venuta alla luce, quando colpisce le loro corporazioni e i loro circoli.

Vi fa venire in mente qualcosa e qualcuno? A me, si. Mi fa venire in mente un posto e un ceto che non vuol persuadersi che il fascismo è una declinazione del totalitarismo economico e finanziario e che agisce  anche senza  volgarità perentoria e modi tracotanti, che reprime, corrompe e ruba a norma di legge, se la legalità e il rispetto della Costituzione possono venir sospese,  che ricatta a minaccia anche senza sfoderare la pistola, che è autorizzato a applicare tremende disuguaglianze dividendo un paese in due, dove qualcuno che fa lo stesso lavoro dovrebbe avere salari diversi a seconda del luogo di residenza, dove milioni di persone sono messe in condizione, in quanto variamente garantiti, di salvarsi da una epidemia e altri invece hanno il dovere “sociale” di esporsi al contagio in cambio della pagnotta.

Altro che fine delle ideologie, se a imporsi è una, globalizzata, che obbliga a maturare una falsa coscienza in grado di legittimare l’ordine sociale esistente, funzionale al suo dominio, tanto da adottare una gerarchia e una graduatoria di diritti, per persuadere che quelli fondamentali siano ormai conquistati e inalienabili e che adesso la mobilitazione debba riguardare quelli “aggiuntivi”, ancora più primari perché interessano la sfera psichica, le inclinazioni, l’emotività.

Come se i primi fossero stati concessi dal benessere elargito dalla manina del capitale e non da battaglie di riscatto e libertà, e qualche rinuncia o qualche limitazione fosse compensata dall’appagamento di altre istanze, proprie di minoranze non numeriche. Quando invece non c’è cessione di un diritto che garantisca l’esercizio di un altro, così come non c’è lotta di liberazione di un segmento di società che assicuri l’affrancamento di tutti.

È che quello che fa paura ai 15 Born in the Usa e agli americani a Roma è che la loro autorità sociale e morale venga scalzata grazie all’unica lotta che li minaccia, quella di classe.

 


Di che sesso è la verità?

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nella notte di Capodanno del 2016, a Colonia,  decine di donne denunciarono alla polizia innumerevoli casi di pesanti molestie inflitte loro da un’orda di immigrati ebbri di alcol e libertà sconosciuta, si disse, a che professa una religione repressiva incompatibile con gli usi e i comportamenti della nostra superiore civiltà.

Incidenti e violenze caratterizzarono quelle ore e solo mesi dopo, undici per l’esattezza, il Parlamento della Renania ricostruì gli avvenimenti imputandone la responsabilità alla cattiva gestione dell’ordine pubblico, ma se andate a rivedere commenti e giudizi emessi a posteriori resta immutata la deplorazione e la condanna per la furia bestiale degli islamici infedeli ai danni delle “nostre” donne indifese, a dimostrazione che – come disse a suo tempo l’allora vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani – l’oltraggio a firma dello straniero merita riprovazione superiore di quello nostrano.  E che l’islamico ospite è guardato con ammirazione e accolto con gratitudine ma solo se compra armamenti, se occupa coste, se finanzia squadre di calcio, se regala diamantoni a attricette e si aggiudica opere d’arte, hotel e intere aree di metropoli occidentali in aste manovrate, mentre è inviso se raccoglie pomodori, si arrampica su impalcature, peggio che mai, se vende parei in spiaggia o lava vetri ai semafori.

Minore condanna viene quindi riservata all’orda di casa nostra, dei nostri Palazzi e dei nostri studi televisivi, provvista dei crismi e della benedizione di santa romana chiesa che in quanto a sessismo non teme rivali, e sotto l’etichetta di una democrazia che a fasi ricorrenti si interroga sulla qualità e quantità di diritti erogati alle donne, non sempre conciliabili con il recupero di una triade, Dio, Patria e Famiglia,  obbligatoria in momenti di crisi, a cominciare da quello di parola, che alcune ochette presuntuose vogliono arrogarsi immeritatamente invece di rispettare tre comandamenti che uniscono simbolicamente tutte le culture patriarcali: la dona? la piasa la tasa e la staga in casa (la donna? Piaccia, taccia e stia in casa).

Si tratta di fenomeni non isolati che suscitano biasimo se l’oggetto delle violenze verbali possiede quella visibilità, notorietà e autorevolezza, che consente strumenti, canali e tribune per difendersi che la Donna Qualunque non ha a disposizione, avvolta dalla spirale di silenzio  che penalizza chi si sottrae a regole e convenzioni del conformismo, chi se la tira e se la vuole.

Lo stesso silenzio complice che   si rompe  quando censura queste forme di discriminazione e soperchieria affiorate come iceberg, mentre sotto  si consumano disuguaglianze e sopraffazioni esaltate in questi tempi dalla “crisi”, differenze di remunerazione, di trattamento e carriera, con il concorrere  dei credo liberisti intesi a  persuadere della  bontà della rinuncia a vocazioni, talento, ascesa professionale, garanzie per far posto ai maschi del nucleo familiare che guadagnano di più e che non pesano sui bilanci aziendali con permessi per le malattie dei genitori o dei figli, con i permessi per gravidanze e allattamento, ma soprattutto per beneficiare delle opportunità di part time, mobilità e smartworking, adempiendo con abnegazione e spirito di sacrificio ai doveri che le leggi di  natura tornate in auge per via dell’egemonia della sopravvivenza, impongono: cura, assistenza, governo della casa, sostegno alla didattica a distanza.

Ma c’è un effetto collaterale che motiva la tolleranza esercitata nei confronti del sessismo erogato a forti dosi da personaggi che godono di cattiva reputazione utile ai loro successi di critica e di pubblico, e che grazie alle loro belluine e disarticolate esternazioni sono molto presenti su stampa e talkshow, in veste di incarnazione del male, del razzismo, della xenofobia come se si trattasse di categorie ideologiche e “morali” indipendenti dal regime totalitario che stabilisce leggi di mercato, di ordine pubblico e deontologiche.

Si tratta dell’impiego che hanno imparato a farne quelle donne che ricoprono ruoli di potere – ormai in numero addirittura prevalente in Europa, Merkel, Lagarde, Von Der Leyen – quando diventano oggetto di critica per comportamenti, convinzioni, decisioni pubbliche o per la correità in misure e atti compiuti ai danni dei cittadini, e ancora di più delle cittadine, a dimostrazione che la rivendicazione e ostensione di squisite qualità di genere connaturate: sensibilità, indole alla cura, solidarietà, compassione, appartengono alla retorica e alla cassetta degli attrezzi di sfruttatori, speculatori, padroni delle ferriere senza le abituali disparità di sesso, anzi con maggiore e più sfrontata tracotanza quando il tallone di ferro consiste in un tacco 10.

Gli esempi nostrani non mancano. Dall’esibizione di amor filiale e creditizio della ministra che provvede a salvare a un tempo babbo e banche criminali, all’altra ministra che accusa di giovanile parassitismo i figli choosy altrui confezionando una irresistibile carriera per la rampolla, dalla ministra (un’altra) che si è fatta strada esponendo in bella mostra il suo passato bracciantile mentre condanna alla resa lavoratrici in sciopero, fa da relatrice alla legge Fornero, ammazza pensioni, promossa dalla stessa di cui sopra che tanto i pensionati preferisce farli fuori perché pesano sul bilancio statale alla pari con la superiore in grado e prestigio Madame Lagarde.

Fino  alla ministra (ancora) che dopo aver dichiarato impotenza, incapacità e inadeguatezza in veste di commissaria straordinaria nel cratere del terremoto, fa da testimonial per una ripresa del cemento grazie ai cantieri delle Grandi opere e della Grande Speculazione,  a quella, ex e mai rimpianta al dicastero della  Difesa, quella che ha sostenuto nelle parole e negli atti la necessità di fare la guerra, venderla e esportarla per guadagnarsi la pace, bella ricca e profittevole per produttori di armi, aziende che internazionalizzano morte, repressione, furto, abuso e povertà, in modo che poi possano essere subito attive altre ministre firmando provvedimenti e leggi per contrastare le invasioni e per replicare obbedienti patti sottoscritti con tiranni e despoti assassini.

Ormai qualsiasi donna in vista può godere del privilegio del sostegno di altre donne e in caso di attacco personale, a smentire che la complicità sia un monopolio virile da camerate di soldati,  doccia di atleti, mentre invece sia un vizio femminile l’invidia velenosa, di una coesione che si materializza in forma bipartisan, vedi mai che serva in futuro, donando alla vittima uno status di intoccabilità per via dell’appartenenza di genere che doverosamente la dovrebbe risparmiare da critiche, rilievi e accuse. Il fatto è che le minoranze nel guadagnare consapevolezza, nell’uscire dall’emarginazione fisica e culturale nella quale sono state costrette, soffrono di un disturbo della crescita, quel coltivare e maturare pregiudizi positivi, non meno dannosi dei preconcetti negativi.

Se ne parla molto di questi tempi negli Usa, la patria dell’ipocrisia puritana che ha contagiato alla pari neoliberismo e “riformismo”, dove  alla faccia di milioni di disoccupate (le catene delle vendite online non le apprezzano né come magazziniere né come addette alle consegne), di sfrattate in forma reiterata per le varie bolle, di malmenate di tutte le etnie,  dove tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni quasi tre quarti della percentuale costituito da donne,  ha perso il reddito da lavoro, dove si è creata una competizione insana tra lavoratrici agricole locali e immigrati e tra questi e le loro donne, per via di una diatriba che verte sull’interrogativo se in caso di molestie, stupri, violenze si debba sempre e comunque credere a tutte le donne.

Lo spunto l’ha dato l’accusa  di molestie sessuali mosse da Tara Reade, ex assistente del Senato e difesa dallo studio legale che ha rappresentato negli ultimi anni diverse vittime di Harvey Weinstein, a  Joe Biden, improbabile e scialbo candidato democratico alla Casa Bianca, che fa venire in mente i competitor che mette in campo il Pd quando vuol far vincere uno della Lega o di Forza Italia.

Lui ha sempre negato ogni responsabilità, forte del fatto che negli archivi del senato non ci sarebbe traccia della denuncia per sexual arrassement che la presunta vittima avrebbe presentato nel 1993 a un non meglio identificato Ufficio del personale di Capitol Hill.

Ma sul nuovo scandalo pruriginoso non si è registrata quella unanime reazione di condanna solidale degli anatemi contro Hollywood Babilonia, dando il destro ai repubblicani di attaccare l’ipocrisia del movimento #Metoo e dei suoi slogan, accusato di “credere a tutte le donne solo finchè attaccano qualcuno in linea con il presidente Trump,  a tutte le donne se hanno una laurea o di più”, insomma a quelle che rappresentano  quel radicalismo oggi interpretato dalle élite culturali, dai creativi, dall’industria dello spettacolo.

Ha risposto alle accuse Susan Faludi, giornalista Premio Pulitzer,che ribatte chè è legittimo anzi doveroso alle donne “che vengono uccise nonostante abbiano denunciato i partner o gli ex violenti, o alle segnalazioni di stalking che non vengono prese sul serio dalla polizia, per poi finire con un omicidio”. Mentre dare fiducia indiscriminatamente sulla base del genere, sostenere che le donne in quanto tali e in quanto minoranza destinata a ruoli di vittima dicano sempre al verità, è “una trappola per togliere credibilità al movimento delle donne, fatta scattare dal potere”.

E  di trappole pronte a scattare ce ne sono e tante, da quando al riconoscimento pubblico dei ditti degli uni consegue il disconoscimento delle prerogative e aspettative di altri,  contribuendo a distrarre da altre battaglie, quelle che riguardano il riconoscimento del fatto che le donne non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e privazione dei diritti, o dalla considerazione che quelli che vengono identificati come minoranze di genere e sessuali,  si differenziano per classe, religione etnia, tanto che  la liberazione dei sommersi dovrebbe essere necessariamente anticapitalistica e dunque antifascista, antirazzista e laica.

Altrimenti hanno ragione quelli che contestando il mito della presunta superiorità etica del genere femminile,  denunciano il carattere classista e razzista del femminismo occidentale e la sua natura narcisistica e autoreferenziale,  che dispiega un revanchismo che non pagano solo i maschi – magari meritatamente – ma anche le donne di classi e etnie “inferiori” e che  porta acqua a quello che è stato definito progressismo neoliberista: l’alleanza tra fermenti, antifascismo di superficie, multiculturalismo, femminismo “clintoniano” in voga anche da noi, e il “capitalismo cognitivo”.

Quello cioè  della rivoluzione digitale,  dei creativi retrocessi a classe disagiata cornuti e mazziati ma compiaciuti della loro superiorità culturale e morale,  a Tribeca come sui Navigli, cosmopoliti perchè mangiano sushi, vestono etnochic, abitano in uno scantonato promosso a loft, poi si fanno sfruttare facendo gli “imprenditori di se stessi”, strizzando  l’occhiolino a diseredati, a Wall Street e perfino a Farinetti.

 


American drums

minneapolisriots2_hdvSe volessimo descrivere lo stato dell’occidente e delle sue elite non potremmo trovare di meglio che le rivolte in Usa: mentre le strade bruciano e le minoranze “non respirano” più il sogno americano, Trump twitta sulle violenze che avverrebbero ad Hong Kong, come fosse un Nerone che pensa allo spettacolo. Questo con un sistema dei media che in poche ore ha dimenticato completamente la terribile pandemia, quasi non fosse mai esistita, cosa che del resto è assai più vicina alla verità delle montagne di apocalissi e balle accumulatesi in tre mesi. Insomma l’ipocrisia è precipitata in cristalli perfettamente trasparenti che mostrano la gestione del potere al tempo del globalismo. Di rivolte piccole e  grandi a sfondo razziale in Usa sa ce ne sono sempre state, a prescindere dalle amministrazioni in carica, sono come dire il risultato di una somma algebrica di una società multietnica, ma ferocemente monoculturale, tra l’uguaglianza formale  e la disuguaglianza strutturale che non trova nella costituzione, nelle leggi e nel costume un ponte adeguato, ma in questo caso la sedizione sembra più ampia, si allarga alle altre minoranze e ai bianchi stessi, sembra vivere non dell’ennesimo episodio di brutalità poliziesca, ma  di un malcontento profondo che si sta accumulando e su cui è caduta l’ultima goccia dei licenziamenti da Covid un’episodio che sembra più nascere dalla mafia farmacologico- sanitaria che dal debole coronavirus.

Di certo tutto questo non porterà a nulla di concreto anche perché, come qualcuno ha fato notare, in Usa non ci sono ambasciate americane o Ong che paghino e organizzino i rivoltosi per un regime change e tuttavia i moti di questi giorni hanno perso il carattere di esplosione razziale per assumere invece un carattere di classe che viene negato dall’informazione ufficiale, ma che si intuisce come un’ombra inquieta dietro al caos, come una presenza silenziosa dietro le battaglie  tra  Antifa e Bogaloo bois. Si tratta di uno stadio rudimentale di lotta che non ha prodotto alcuna struttura politica, né alcun  leader, ma che è chiaramente alimentata dall’impoverimento e del debito perpetuo causato dal “nuovo mondo” della globalizzazione che era stato indicato come una strada di  solidarietà, cooperazione, sviluppo e si è invece risolta in una dittatura internazionale dei mercati e dei soggetti che sono in grado di condizionarli. A questo il potere americano risponde come ha sempre fatto anche se finora solo fuori dai confini con l’apparato militare: le truppe della 82a divisione aviotrasportata, della 10a divisione di montagna e della 1a divisione di fanteria – quelle che hanno perso le guerre in Vietnam, Afghanistan, medioriente  e Somalia – sono state dispiegate nella base aerea di Andrews vicino a Washington, sperando di aver maggior fortuna contro i proprio stessi cittadini.

Si delinea perciò la medesima logica che ha sotteso le vicende epidemiche non solo in Usa, ma in quasi tutto l’Occidente: le forme più grossolane di controllo con la polizia che  serve come giudice, giuria e carnefice, passano da essere il bastone per le classi inferiori a  una realtà per tutti quelli che resistono al continuato incanalamento di potere e ricchezza verso l’alto. Sta insomma accadendo ciò che Sheldon Wolin aveva previsto una dozzina di anni fa con la sua teoria del “totalitarismo invertito”: “Siamo tollerati come cittadini solo finché partecipiamo all’illusione di una democrazia partecipativa. Nel momento in cui ci ribelliamo e ci rifiutiamo di prendere parte all’illusione, il volto del totalitarismo invertito prenderà il volto dei precedenti sistemi di totalitarismo.” Insomma George Floyd soffocato da un poliziotto che probabilmente è un reduce di qualche guerra americana e/o membro di una delle polizie private che fanno lavoro esternalizzato per quella ufficiale, è soltanto una scintilla che ha dato fuoco a una miscela di risentimento per la distruzione delle classi lavoratrici e di quelle medie, mentre un leviatano perlopiù invisibile o mimetizzato, prospera in un mercato del lavoro ricattatorio e senza diritti, sorvegliato da una polizia militarizzata e caratterizzato da salvataggi di persone e gruppi troppo grandi per fallire o per essere contraddette nei loro disegni sanitario – orwelliani o di altro tipo. Una società,  che come vediamo in questi giorni  completamente priva di politica,  che nelle democrazie dovrebbe avere il compito di sanare gli squilibri attraverso interventi correttivi e che invece non fa che aumentare la disuguaglianza, sacrificando invece agli dei della deregulation finanziaria, dei meccanismi di stabilità, delle rigidità antisociali dei bilanci nazionali che hanno reso le banche le “braccia armate” di questo sistema. Insomma siamo già in qualche modo in uno stato di assedio permanente.


Sedotti e abbandonati

protesta-commerciantiC’è stato nei giorni scorsi un timido tentativo di ribellione alla segregazione e alle ridicole misure della cosiddetta fase due da parte  dei commercianti e dei lavoratori autonomi messi in condizione di non poter più lavorare e di dover chiudere letteralmente bottega. Tentativo timido, presto risoltosi con le solite multe,  perché effettuato da persone allergiche alla piazza e anzi solida base delle maggioranze silenziose, ma soprattutto perché portato avanti da gente frastornata e incredula, convinta che sarebbe stata appoggiata e supportata dalle opposizioni nel triste percorso di un’epidemia puramente narrativa, mentre si è accorta che ormai piccolo è brutto, che le misure andavano a favorire senza alcuna ragione sostanziale, le grandi organizzazioni di distribuzione, sia fisica che di rete, le grandi aziende e persino il latifondo con i suoi schiavi immigrati la cui ressa contraddice in assoluto le stesse premesse della segregazione; che insomma loro erano ormai fuori dal trionfante cammino del neoliberismo che avevano appoggiato con entusiasmo illudendosi di esserne i protagonisti.

Per decenni erano stati il fulcro sul quale si era appoggiata la guerra ai diritti del lavoro salariato, si erano fatti tatuare la curva di Laffer per imprecare contro le tasse e contro lo stato ladrone ed erano stati premiati da Berlusconi che li aveva promossi ad imprenditori da gelatai, ristoratori, verdumai ,albergatori, idraulici, elettricisti che erano: tutte onorevolissime professioni, ma che nella cultura italiana del notabilato, conservavano una patina antica e in qualche modo plebea dalle quali il cavaliere li aveva liberati facendoli diventare qualcosa di indefinito e in fondo di meno nobile rispetto al lavoro concreto e operoso, ma che suonava come una promozione. Ora imprenditore voleva dire che potevi essere il padrone di una mega azienda automobilistica, come del chiosco sulla spiaggia, insomma todos caballeros. Invece non era così: una volta spinti ad appoggiare la distruzione dei diritti del lavoro, il grande capitale ha cominciato a frantumare anche loro che erano il residuo della vecchia società resiliente all’ordine nuovo che si andava preparando nei think tank dei ricchi. E in alcuni Paesi come l’Italia dove il lavoro autonomo e le microaziende costituiscono il nerbo dell’economia, nonostante una guerriglia che va avanti fin dalla fine degli ’90, occorreva un evento eccezionale per cominciare a fare piazza pulita a trasformare in dipendenti senza diritti gli autonomi. Una sorta di contrappasso, ma del resto il grande capitale non può permettere che intere fette di economia reale sfuggano al suo controllo anche politico e che formino i germi per un’opposizione.

Non è una battaglia troppo difficile: l’area di cui stiamo parlando è in un certo senso politicamente primitiva, avversa, in nome del mercato ad ogni intromissione e controllo pubblico  quando le cose vanno bene, ma lesta ad invocare l’aiuto dello stato quando vanno male, insomma è un ceto privo ormai di un’idea politica e sociale che abbia una consistenza oltre l’immediato interesse di bottega e facilmente scalabile da demagoghi tipo Salvini che ne difendono le istanze fino a che ciò non si scontra con i veri padroni del vapore. E’ dunque molto difficile che in poco tempo questo variegato ceto possa concepire una resistenza che sia al tempo stesso difesa della democrazia e degli interessi comuni. Ma è proprio questa sintesi e soltanto questa ad avere una qualche chance di successo.

La ventata di pandemia sulla quale hanno soffiato i poteri forti perché un cerino diventasse l’incendio della foresta, è un astuto gioco dove il banco vince sempre. Nessuno si illuda che la cosa finisca qui anche se tutti i numeri ci dicono che il Covid 19 è stata un a normale sindrome influenzale, nemmeno delle più severe, ma lo stato di eccezione è troppo conveniente ai poteri grigi perché esso possa essere abbandonato insieme al debole coronavirus peraltro già declinante. Di certo l’allarme e dunque le misure di distanziamento sociale verranno riproposte in autunno, magari non per il coronavirus, ma per un ceppo della più classica influenza o per qualche altro microrganismo pescato dal ben fornito cilindro di Big Pharma: con un servizietto ad hoc di qualche escort della virologia che con guanto e mascherina prendono anche poco, sarà un gioco da ragazzi reinnescare la paura e la segregazione per un virus qualunque. E così praticamente all’infinito o quasi: In Italia si arriverà tranquillamente  fino al 2023, determinando la moria di almeno i tre quarti delle piccole e microaziende italiane pur di evitare le elezioni e far arrivare i parlamentari a fine legislatura. Con Conte o con qualcun altro, ha poca importanza. Nessuno che sia al potere rinuncerà alla dittatura della precauzione anche se essa è puramente narrativa, a meno che non vi sia una vera rivolta popolare di cui tuttavia non si scorge nemmeno un indizio.

Alcuni sperano che una vittoria di Trump alle elezioni americane possa mettere fine al gioco, ma la cosa coinvolge interessi troppo grandi perché l’esito elettorale possa essere davvero determinante e per di più esso politicizza in maniera abnorme la questione creando una divisione tra globalisti pro paura da virus come cavallo di Troia per l’ordine nuovo e antiglobalisti che restano attaccati ai numeri i quali però  a questo punto diventano una posizione politica e dunque diventano con un fallace sillogismo  una pura opinione. Ai lavoratori autonomi dunque non resta altra via che rassegnarsi o riuscire ad esprimere una reazione politica vera.


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