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Attenti, arriva la “banca ombra”

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi di vacche magre, anzi, peggio, se è vero che le vacche del nord guadagnano il doppio dei contadini del sud e i sussidi che riceve ogni mucca nell’Ue sono due volte il “reddito” di un anno di lavoro di un agricoltore delle aree più depresse. Così è magra anche la consolazione di sapere che c’è qualcuno che dà ordini allo sbruffone, qualcuno che mette in riga i caporali,  perché ormai è certo che in breve tutto si ritorcerà contro di noi, che saremo noi a scontare i suoi, i loro, crimini.

Il terrorismo mediatico sugli effetti della Brexit,  è stato particolarmente efficace in un paese plagiato, piegato e ridotto in miseria, anche morale, come il nostro.

Ha alzato una cortina fumogena su quella metà di anno nerissimo per le banche italiane (Intesa SanPaolo -30%, Unicredit -40%, Banco Popolare -40%, Banca MPS -50%. E poi i postumi irrisolti del salvataggio delle quattro banche, il clamoroso fiasco  della ricapitalizzazione della Banca popolare di Vicenza, l’annunciato ripetersi di un analogo fallimento per Veneto Banca, la prevedibilità che qualche altro istituto venga travolto e coli a picco, il rogo a Piazza Affari di   130 €mld di capitalizzazione),  ma non sarà facile ed automatico imputare alla defezione della Gran Bretagna e al processo imitativo avviato da altri partner, la malattia, l’epidemia e i costi della ”medicina”, quell’iniezione di 40 miliardi vagamente “autorizzati” dallo schema  approvato da Bruxelles.  E che  «prevede che lo Stato possa prestare la propria garanzia sul debito di banche solvibili (bond senior di nuova emissione)», mettendo in condizione il governo  di intervenire “in caso di scenari avversi”, ipotizzando, così ha detto il Tesoro, “davanti alle turbolenze dei mercati finanziari dei giorni scorsi, tutti gli scenari, anche i più improbabili, per essere pronto a intervenire a tutela dei risparmiatori”.

E siccome le dosi non sono omeopatiche ancora una volta si cura il male somministrando in dosi massicce il virus, come abbiamo già visto fare, “contrastando” la recessione con l’austerità, come succede dall’1 gennaio con il bail in, applicato nei casi di patologia conclamata e entrata nella  leggenda – tanto che Banca Etruria è diventata una figura retorica, l’antonomasia per indicare le più truci speculazioni – mentre per altri infermità momentaneamente  esenti da una analoga cattiva fama internazionale, si ricorre a una più blanda ricapitalizzazione, da sventolare come atto salvifico per risparmiatori avidi quanto imprudenti.

Ma ormai il contagio si è diffuso e ormai perfino Visco se n’è accorto: “Se fallisce un supermercato, ha detto, lo chiudi e un altro apre. Se fallisce una banca, è molto improbabile che ne apra un’altra, è più probabile che quella accanto cominci ad avere problemi”.

Ormai la crisi del modello speculativo, basato sulla rapina acrobatica di fondi e derivati, dimostra che la malattia è all’ultimo stadio, che siamo vicini alla dissoluzione dell’eurozona, che quello che pareva un incidente nel processo evolutivo del capitalismo, fronteggiabile attraverso aggiustamenti che, certo, avrebbero prodotto molte vittime, sacrificio inevitabile però e tassativo, per salvare  il sistema, anzi, meglio, la superiore civiltà occidentale.

Purtroppo loro, gli untori, tirano dritto, in un vortice che assume ormai la forma di un omicidio-suicidio rituale. E sapere che toccherà anche a loro, malgrado i forzieri virtuali pieni di ricchezza destinata a  convertirsi in carta straccia, non ci consola.

Tirano dritto dopo averle provate tutte: anche a   iniettare nella finanza un po’ del sangue fresco di aspiranti pensionati, proponendo che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, grazie però a un prestito in banca da restituire con un mutuo ventennale. E se, per accontentare la Lagarde,  muore prima saranno coniuge e eredi a “saldare”, che si sa i “mutui non si estinguono per la scomparsa del titolare, come è buon uso presso i cravattari.   aprire al sistema bancario una nuova prateria per i profitti. Una proposta infame che non ha avuto il successo sperato, ma che serve da test per  saggiare l’ingresso sospirato  del sistema bancario nella previdenza pubblica.

Si sa che le bande di predoni messi a fare i kapò per conto del padronato globale, vogliono sempre qualcosa in cambio, anche nel caso di carità pelose, anche per aver elargito sconce  elemosine: gli 80 euro li abbiamo ripagati e li ripagheremo tutti, anche quelli nelle cui tasche non sono transitati, in aumenti, tasse, trabocchetti, studiati anche per frustrare qualsiasi aspirazione a “migliorare” la propria condizione se ogni quattrino in più che ci guadagniamo, quando abbiamo la fortuna e il privilegio di lavorare, alza le nostre aliquote e ci penalizza.

Solo in due casi la legge di mercato del do ut des che ispira i loro atti, l’unica insieme a quella del più forte che applicano scrupolosamente, non viene rispettata: con i loro addetti ai lavori,  parlamentari, manager, boiardi, amministratori sleali, ai quali non si chiede mai il corrispettivo né in prestazioni, né in successi, né in tasse, delle rendite, dei benefits, dei privilegi. E con le banche, quelle che hanno costretto all’indebitamento enti locali e Stato, quelle che hanno portato e porteranno al suicidio e alla rovina risparmiatori ingannati e truffati da feroci sportellisti incaricati delle rapine, quelle che applicano le regole del casinò, perché sono il banco che non perde mai. Al quale non si chiede trasparenza, non si chiede l’applicazione di sistemi di regolazione, non si chiede di sottoporsi a vigilanza e controllo, non si chiede di rovesciare lo schema gangsteresco di dominio assoluto e criminale per dare forma a un credito di servizio, elementari “correttivi” non certo atti rivoluzionari, che potrebbero addirittura rafforzare il sistema, ridando fiducia agli impauriti, ai minacciati, agli offesi.

Al contrario, per consolidare la definitiva finanziarizzazione dell’economia, perché non ci sia più scampo è già pronta una specie di Ttip  di ambito europeo  con l’esplicita volontà di costruire in un’area regionale in disfacimento “l’unione dei mercati dei capitali”. Si chiama infatti Capital Market Union, e si propone di “affrontare problemi quali la carenza di investimenti in UE, aumentando e diversificando le fonti di finanziamento per le imprese europee e i progetti infrastrutturali a lungo termine, di sbloccare gli investimenti in EU e di rendere il sistema finanziario maggiormente stabile”. Avviando azioni di cartolarizzazione, rinvigorendo la libertà di movimento dei capitali, costituendo un sistema bancario ombra, ancora meno soggetto a sorveglianza e restrizioni.

Ma infatti il destino che stiamo meritandoci se non reagiremo, non è nemmeno più quello della vacche magre, è quello degli agnelli condannati al macello.

 

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