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I sindaci del Rione Fallimento

ecco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 2019 è stato un altro anno record dei comuni sciolti per mafia dal 1991, quando venne approvata la legge che disciplina la materia.  Nel 1993 erano state 34 le municipalità commissariate,  21 nel 2017, 23 nel 2018, e  21 nel 2019: 8 in Calabria, 7 in Sicilia, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata.

E se la provincia più rappresentata è quella di Reggio Calabria con 6 Comuni, quasi il totale regionale, il dato più preoccupante è che molte delle amministrazioni sciolte sono “recidive”, al secondo o terzo provvedimento.

C’è da dire che se non sono mafiosi, i comuni italiani, piccoli o grandi, sono indebitati, già falliti o destinati alla bancarotta. Il  super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019), interessando da  circa trent’anni, più del 10% degli 8000 Comuni italiani., sull’orlo del tracollo economico.  E se il buco nero di Roma ammonta a 12  miliardi, in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti, il “servizio” annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva, così di ogni 100 euro di costi totali, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate di interessi, che pesano per oltre 116 euro all’anno sulle spalle dei residenti.

Ben 592 amministrazioni locali hanno dichiarato il «dissesto finanziario», vale a dire sono state definite «incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili» o non sono riusciti a far fronte ai creditori «con il ripristino dell’equilibrio di bilancio». Negli ultimi 4 anni 120 hanno  approvato una delibera di dissesto, pari a oltre l’1% complessivo, il 75% dei quali è concentrato in tre regioni, Campania, Sicilia e Calabria.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già “bocciato” l’amministrazione di Napoli, per aver adottato accorgimenti illegittimi al fine di pareggiare il suo bilancio, ha messo fuori legge la norma che permetteva di pagare i debiti in 30 anni, fissando il limite a 10-20 anni:  nella lista dei condannati al flop certo, circa 130 città, tra le quali Palermo, Reggio Calabria e Messina e almeno 6 milioni di cittadini.

Nonostante questi standard di prestazione, i sindaci oggi rivendicano il riconoscimento di una maggiore autonomia, aggiungendovi la nuova declinazione in campo sanitario della massima che raccomanda di pensare globalmente e agire localmente, traendo insegnamento dalla  drammatica vicenda che ha attraversato il Paese, cito,  “per puntellare le fondamenta del sistema sanitario nazionale che verrà con le solide radici dei sindaci e delle comunità che essi rappresentano”.

Tutti d’accordo, da Sala a Gori, quello di Bergamo non si ferma, designato dal Pd come miglior sindaco, da  De Magistris a Raggi, impegnati nella repressione, coi costi che comporta in personale e misure aggiuntive ai decreti sicurezza tanto deplorati e alle ordinanze da sceriffi su panchine, muri, mense differenziate, tirate opportunamente fuori dai  cassetti di amministratori leghisti diversamente leghisti,  tramite  la polizia municipale incaricata dei nuove e originali forme di pubblico decoro tramite guanti e mascherine, per punire assembramenti ai Navigli, intemperanze di parrucchieri, impenitenti osti che non osservano le regole per il plateatico.

Vogliono più indipendenza dallo Stato centrale, meno vincoli, più libertà di gestione anche per quello che riguarda le aziende di servizio che con tutta evidenza non sono ai loro occhi sufficientemente privatizzate, anche se cercano di assolvere alla nobile missione di portare “acqua” agli azionariati e voti ai candidati.

Dà loro voce la coscienza critica della Gedi, MicroMega, che qualcuno vorrebbe chiamare MacroSega per quella inclinazione onanistica a  celebrare i fasti europei e del progressismo liberista, intervistando in contemporanea Appendino e Nardella. Non sorprendentemente uniti nel denunciare il patto di stabilità, pur sospeso a livello europeo, che ha ancora i suoi effetti sui comuni, imbrigliati da quelle norme, e dunque nel chiedere più poteri.

Appendino ricorda come Torino abbia dei soldi a bilancio per le infrastrutture “che possono essere immessi immediatamente nel circuito economico, ma abbiamo bisogno di procedure più snelle. Con le giuste risorse e i giusti poteri – un altro esempio – posso modificare il codice della strada per poter ridisegnare la mobilità sostenibile”.

E Nardella propone di “ridurre e accorpare le regioni, per dare più poteri ai comuni e far sedere i sindaci ai “tavoli che contano” in Europa”. Il sindaco del Giglio reclama la restituzione in veste di risarcimento della quota di sovranità ( in questo caso redenta e dunque moralmente accettabile a fronte del bieco sovranismo)  ceduta al governo nel pieno dell’emergenza, ma bisogna far presto perché  “  per il turismo il danno supera un miliardo di euro, considerando che in media Firenze conta 15 milioni di presenze l’anno e da mesi siamo praticamente a zero… Per quanto riguarda l’ammanco nelle casse, senza aiuti da parte dello stato dovremo registrare 180 milioni di euro di disavanzo”.

Mentre Appendino si preoccupa del riavvio “semplificato” dei cantieri: “a Torino abbiamo il progetto della seconda linea metropolitana che vale quattro miliardi ed è finanziato per un miliardo. Voglio poter mettere a sistema quelle risorse nel più breve tempo possibile. Per farlo, però, è necessario rivedere l’intero sistema degli appalti”.

Non c’è proprio speranza ormai, siamo condannati.

C’è stato un momento nel quale i casi di amministratori incaricati per elezione diretta hanno fatto sperare in una riarticolazione del potere a livello orizzontale, in modo da favorire a un tempo autonomia e partecipazione democratica al processo decisionale. Ci siamo avventurati a sperare in una Ada Colau in Laguna, lei che ha fatto della sua frase: non vogliamo finire come Venezia, il suo slogan contro la mercificazione turistica delle città, lei che ha detto che bisognava opporsi a quel “mondo capovolto” che ha consegnato la bandiera dei diritti sociali alle destre per accontentarsi del minimo sindacale delle battaglie “civili”.

Altri si sono illusi che la “pandemia” avesse benefici effetti antropologici e culturali, costringendo i ceti dirigenti a tutti i livelli a rivedere i modelli di sviluppo imperniati sullo sfruttamenti intensivo di uomini, territori, beni comuni e risorse.

C’è perfino chi ha sognato che la crisi sanitaria imponesse un ritorno all’arcadia della decrescita, sia pure obbligatoria, con le città d’arte vuote, un risparmio dei consumi dissipati, gli arcaici centri commerciali abbandonati come cattedrali megalitiche.

Macchè, il sistema di governo delle mance, delle elargizioni senza brioche, si declina a tutti i livelli. Per Torino dopo il declino dell’industrializzazione e l’eclissi del turismo accompagnato da Grandi Eventi e Operette invernali, le aspettative sono affidate al Welfare ristretto nei confini di “Torino solidale” coi buoni pasto e l’erogazione di assistenza aggiuntiva a reddito di emergenza e Bonus Inps in attesa di mettere insieme una grande coalizione per il lavoro e la casa. Per Nardella, c’è da sviluppare un’iniziativa che permetta una semplificazione per il trasferimento più rapido e diretto dei finanziamenti dall’Ue alle municipalità.

Qualsiasi sia la fidelizzazione aziendale a formazioni politiche, non viene messa in discussione l’appartenenza fatale e incrollabile all’Europa, l’atto di fede al Mes, comunque si voglia chiamarlo, ai prestiti per risanare la sanità da ripagare coi tagli alla sanità.

Non si recede dalla crescita e dall’occupazione consegnata al cemento e ai cantieri delle Grandi Opere, non si immagina un progresso che demolisca il sistema delle disuguaglianze quelle nutrite dai nuovi simulacri, le smart city, la digitalizzazione raccomandata dal guru dei telefonini in aperto conflitto d’interesse, della didattica a distanza e dello smartworking che permette l’emarginazione di lavoratori e lavoratrici dalla società, nega qualsiasi forma organizzata di difesa della sfruttamento.

La Ricostruzione consolida in tutte le declinazioni territoriali le vecchie e cattive abitudini, l’espulsione dei reietti e sommersi per favorire la costruzione di città ideali  del privilegio,  falegnami ed artigiani sostituiti dall’occupazione militare di merci a basso prezzo: mobili di Ikea o tutto a un euro  dalla Cina, tanto economici da poter essere effimeri e sostituiti, elettricisti obbligati dalle normative europee  adottate dalle grandi aziende a diventare assemblatori per loro conto di pezzi prodotti negli stessi posti e sovraccaricati di costi di certificazione, formazione, professionisti soffocati da piattaforme.

E poi uno sfrenato indebitamento che verrà ripagato con le solite procedure di socializzazione delle perdite, con l’aumento di tariffe e con tagli delle politiche sociali, con la resa entusiastica e definitiva al casinò finanziario che ha già contribuito all’indebitamento dei comuni tramite fondi, hedge, bolle e balle.

Mal Comune mezzo gaudio? No, catastrofe intera.

 

 

 


Morire per asfissia

Asfissia-autoerotica-i-rischi-legati-alla-pratica-sessuale-e-gli-interventi-psicoterapici-680x382Da qualunque parte legga mi accorgo sempre di più come la crisi che stiamo vivendo non venga interpretata nella sua reale dimensione: essa è considerata e narrata come un’emergenza medico – sanitaria, mentre si tratta in realtà di una crisi organizzativo – amministrativa oltreché politica. L’idea di segregare la popolazione, peraltro di una sola provincia, è nata in Cina come risposta totale a quello che era e comunque era sentito come un attacco geopolitico diretto a screditare i vertici di potere, ma poi si è trasferita in Occidente, in un  diverso contesto, nel quale la prigionia delle persone non rispondeva ad alcun criterio medico, ma alla necessità di non far crollare i sistemi sanitari gravati da decenni di tagli o di mettere in crisi  i sistemi assicurativi. privatistici Anche una volta accertata la scarsa letalità del Covid, paragonabile a una sindrome influenzale, si è pensato che la sua rapidissima diffusione avrebbe ben presto saturato i presidi sanitari, – e costituito in seguito la base per una contestazione radicale dei sistemi di governance neo liberista. L’isolamento avrebbe invece rallentato il diffondersi del virus e avrebbe reso possibile affrontare la situazione: se andiamo a vedere l’entità delle misure di segregazione prese nei vari Paesi, esse corrispondono quasi esattamente allo stato in cui versa il sistema sanitario e si va dal niente della Svezia che tuttavia vanta la letalità più bassa ,al massimo dell’Italia dove peraltro l’ospedalizzazione e la disorganizzazione si sono rivelati il miglior sistema di diffusione del contagio, specie in alcune aree specifiche.

Dunque la risposta al problema è stato di tipo tecnocratico – amministrativo e non sanitario e men meno di cura e attenzione nei confronti del diritto alla salute anche perché il tentativo di rallentare la diffusione del Covid con provvedimenti draconiani presenta un aspetto estremamente negativo, ovvero la possibilità, anzi la quasi certezza di endemizzare il virus nonostante il prolungamento folle del periodo reclusivo. Ma il far prevalere la logica tecnico – amministrativa su quella medica, tendendo un intero Paese chiuso in casa e facendone crollare l’economia, ha reso necessario enfatizzare in maniera drammatica il pericolo, non superiore e anzi probabilmente più modesto rispetto alle normali epidemie influenzali, creando la narrazione della pestilenza, laddove essa può invece essere essenzialmente individuata più che nel virus nel venire via via meno del diritto alla salute. Ma non è soltanto l’amministrazione e l’elite tecnocratica che da troppo tempo ha sostituito una politica composta esclusivamente di facce e non di idee, ad aver preso la mano e a porsi come unico “dittatore” perché anche i banchieri e in finanzieri hanno colto l’occasione per aumentare il proprio potere. In maniera anche sfacciata: l’ex premier britannico Gordon Brown che fu anche cancelliere dello scacchiere, ovvero ministro delle finanze, sul Financial Times si augura che la crisi del Covid possa servire a fare ciò che non fu possibile nel 2008, ovvero l’istituzione di un governo finanziario mondiale sottratto a qualsiasi controllo democratico al posto della concertazione dei vari G8, G7, G20  e compagnia cantante.

Per inciso va detto che queste scelte e i giochi di potere che vi si inseriscono o che potrebbero anche esserne l’origine e che comunque oggi sono i principali progonisti della paura, costituiscono in effetti un ulteriore e forse più importante rischio per la salute: studi fatti su eventi di tipo sanitario che hanno avuto una mediatizzazione ansiogena hanno mostrato che la paura porta a comportamenti irrazionali e pericolosi che finiscono per aumentare i rischi invece di diminuirli e proprio in quelle fasce di popolazione che dal punto di vista medico avrebbero meno da temere. Sono convinto che in Italia saranno molti di più i morti indiretti per mancata assistenza causa emergenza che quelli del Covid. In compenso abbiamo capito bene e fino in fondo che l’Europa non è mai esistita, che gli strumenti e le logiche con le quali opera non sono diverse da quelle degli strozzini o dei nemici e infine , ultimo, ma non ultimo, che senza sovranità monetaria collegata alle scelte di fondo di una società e non a potentati finanziari o all’illusorio mercato fatto poi da un branco di pescecani,  nessun Paese o conglomerato di Paesi può affrontare crisi di questo genere, senza essere depredato fino all’osso.

Per finire ogni posizione che parta non dalla realtà, ma dall’accettazione supina della narrazione e della sua retorica delle bare e dei numeri taroccati, non ha alcuna speranza di poter incidere nella realtà presente e in quella futura, proprio perché non vede la reale natura della crisi e se anche critica a fondo l’operato delle elite tecnocratiche e amministrative, non ne mette in questione la prevalenza rispetto agli aspetti medici e politici , né è attrezzato a comprendere lo sfruttamento dell’epidemia da parte del potere reale sia esso economico e finanziario o geopolitico.


Viaggio in euro-auto

103716559-e47a4f86-cd1b-42fb-aeef-8a6daae7d203Cambiare auto è oggi un’esperienza che se accompagnata dalla curiosità di comprendere a fondo le cose, è un’esperienza imperdibile per capire sulla nostra stessa pelle come veniamo presi in giro dai costruttori, cosa assolutamente ovvia, ma anche e soprattutto  da quei poteri di regolamentazione che si vorrebbero porre a tutela dei cittadini – consumatori e persino dell’ambiente, ma che in realtà fanno parte della meravigliosa filiera del capitalismo. Per quanto possa sembrare paradossale comprare un’auto significa toccare con mano il funzionamento del sistema neo liberista nel suo complesso e dunque anche della sua parte politica. Tralasciamo il dettaglio su ciò che concerne la parte finanziaria della questione: magari pensate che pagando tutto in un’unica soluzione potrete spuntare un prezzo migliore, ma non è così, lo sconto vero ve lo fanno per l’acquisto a rate perché il concessionario guadagna di più dalla finanziaria che dall’auto stessa: voi alla fine pagate la vettura un terzo in più del prezzo nominale e diventate vittime sacrificali dell’economia di carta, ovvero della finanziarizzazione del capitalismo. Senza dire che spesso le formule sono studiate perché dopo quattro anni convenga cambiare vettura con il medesimo modello piuttosto che svenarsi per tenersi quella vecchia.

Ma certamente vorrete un’auto che consuma poco e inquina anche meno, visto che i due parametri sono strettamente collegati e che i criteri adottati dalle varie autorità, nel nostro caso tutto il sistema di euro 1,2, 3 e via dicendo, con i vari divieti collegati, sia la strada giusta per diminuire le emissioni. Tuttavia basta leggere qualcosa in più per rendersi conto che non è affatto così: queste regolamentazioni sono state pensate per favorire il ricambio delle auto, per tenere artificiosamente alto il mercato e non per proteggere l’ambiente. Intanto questi criteri tengono conto anche di dotazioni di sicurezza che non hanno nulla a che fare con le emissioni e secondo, se andate a prendervi le tabelle vi accorgerete che spesso alcuni “euro” precedenti sono più severi di quelli successivi per alcuni parametri, per esempio la Co2 o gli ossidi di azoto: si ha la netta sensazione che queste complicate formulazioni seguano più le esigenze dei produttori e i loro trucchi che quelle dell’ambiente. Inoltre le cifre delle emissioni costituiscono un massimo per cui certamente un’utilitaria euro 4 ha emissioni complessivamente inferiori di un suvvone euro sei che pesa due tonnellate e passa. Se poi pensiamo che la fabbricazione di un’auto produce un inquinamento quasi pari a quello della sua vita media, si vede facilmente che provvedimenti volti a sollecitare il cambio della vettura, anche se apparentemente sensati, restituiscono un bilancio netto molto negativo. I motori aspirati attuali possono tranquillamente raggiungere  i 700 – 800 mila chilometri senza interventi al di fuori di quelli di routine, ma si instilla l’idea che a 100 mila km un’auto è finita: si vede benissimo che proprio l’uscita continua di nuovi modelli, la cura nel centellinare accuratamente le dotazioni su una serie continua di edizioni,  costituiscono un’incoraggiamento al cambio macchina che viene poi potenziato anche attraverso regole apparentemente virtuose ma in realtà perfette per inserirsi nella corrente del consumismo. Se davvero si volesse proteggere l’ambiente si dovrebbe costringere le industrie a garantire le auto su tutti i sistemi principali per un numero di anni non inferiore a 5  e ad adottare logiche costruttive che favoriscano gli aggiornamenti piuttosto che le sostituzioni.

In ogni caso i parametri di emissione sono legati a quelli di consumo, i quali non prevedono alcuna prova reale, ma solo di laboratorio e vengono di fatto ricavati in base ad algoritmi che non hanno nulla a che vedere con la realtà  senza dire che spesso  sono basati sui dati forniti dagli sessi costruttori. Recentemente si è gridato al miracolo perché dai vecchi standard si è passati a nuovi criteri che prevedono prove di omologazione di 30 minuti con una velocità media di 46,5 chilometri ora a temperatura rigorosamente di 23 gradi, al posto delle precedenti che implicavano ( sempre sui rulli) 20 minuti e una media di 30 all’ora, sebbene a temperatura variabile, cosa che una grande differenza. In realtà è cambiato pochissimo semplicemente perché ai costruttori basta adeguare opportunamente le curve di potenza per affrontare i nuovi parametri, senza che questo implichi però variazioni di consumo concrete nell’ uso reale. Ma ad ogni modo con l’introduzione il nuovo sistema di rilevazione e omologazione dei consumi chiamato WLTP, si è compiuto un vero prodigio: le stesse identiche auto sottoposte al vecchio e al nuovo test hanno dato risultati sconcertanti, alcune riducendo addirittura  i consumi  (per esempio Citroen Cactus o Toyota Prius che li ha addirittura dimezzati) , altre lasciandolo invariato e altre ancora facendo registrare aumenti talmente minimi da non essere  credibili. Se il vecchio standard di rilevazione veniva accusato di essere del tutto irrealistico, il nuovo che doveva colmare il gap si rivela in qualche caso ancor più distante dalla realtà. E con esso anche i test di inquinamento che naturalmente vengono condotti contemporaneamente.

Insomma il sistema basato sul consumo di merce e di denaro come super merce  sfrutta le preoccupazioni ambientali legate al medesimo per perpetuarsi e addirittura crescere. E’ per questo che non si perita di inscenare anche campagne ecologiche basate su facili simbologie, di fabbricare esche per farci abboccare.

 


Gli scippatori a Cernobbio e i derubati applaudono

teschio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo dovessimo dar retta alla saggezza popolare, espressa in proverbi più che in comportamenti,  dopo le cronache da Cernobbio del Corriere, toccherebbe correre a voltare 5Stelle. Gli schizzinosi ospiti dello Studio Ambrosetti (ai quali, cito, si offre là l’opportunità di ascoltare alcuni dei principali responsabili europei ed i migliori osservatori al mondo) che coprono gran parte dell’arco oligarchico e cleptocratico non vedono l’ora di liberarsi di questo governo. Interpretando il pensiero del motore d’Italia tramite  un voto digitale anonimo «sull’operato del governo», scrive l’editorialista,  la risposta  di quelli che un anno fa al 53% avevano espresso un giudizio positivo sull’operato del governo Gentiloni,  è stata univoca come di rado capita in questi casi: il giudizio unanime   di  oltre otto top manager e imprenditori su dieci  è che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta lavorando male.

Insomma, conclude articolo, il governo resta popolare fuori da Villa d’Este ma lì dentro l’uno per cento degli italiani quegli “uomini in giacca e cravatta, sono sempre più convinti che stia portando l’Italia in un vicolo cieco. E lo dicono in maniera sempre più aperta”

Ogni giorno abbiamo quindi la dimostrazione che la lotta di classe non è morta, è viva e la conducono i padroni contro gli sfruttati con una tale protervia e violenza che prendono per pericolosi rivoluzionari o almeno insurrezionalisti perfino Conte e Di Maio, perseverando nel volerci persuadere  come dei bravi papà che lo fanno per noi, per il bene di quella marmaglia di ragazzini scapestrati, dissipati e pigri, che hanno troppo voluto e troppo consumato in spese voluttuarie e che adesso si ritrova con le pezze al culo e si affida a incompetenti  guaglioni fotocopie dei loro elettori e dunque altrettanto immaturi e ignoranti.

Gli  imprenditori italiani che delocalizzano, che investono nella roulette finanziaria  invece che in tecnologia, innovazione e sicurezza,  che attentano alla salute e all’ambiente, che usano lo stato come ente assistenziale e gli istituti di credito come bancomat per le loro pretese di azionisti assatanati, sarebbero in pensiero per noi bambocci malcresciuti che vorrebbero le loro pensioni maturate invece di approfittare delle opportunità offerte dai fondi privati spesso promossi e gestiti dagli stessi datori di lavoro, che aspirano a curarsi negli ospedali pubblici invece di investire in assicurazioni o in  quel nuovo brand sindacale, quel “welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale, o. che vorrebbero recarsi al lavoro in qualcosa di meglio e più veloce di un carro bestiame invece di godere delle magnifiche sorti e progressive  dell’alta velocità.

L’aspetto peggiore è che questa oscena narrazione fa presa se guardiamo al risentimento acido e rancoroso con il quale in questi giorni in giro per i social si dà addosso ai risparmiatori truffati dalle banche che non dovrebbero essere risarciti, nella loro qualità di speculatori arrischiati puniti per la loro avidità e, si direbbe, per il loro sconsiderato dilettantismo borsistico, che certi avventurismi vanno lasciati a gente pratica.

Personalmente   conosco l’istituto del risparmio solo per via dei temi che la mia generazione e quelle precedenti erano sollecitate a scrivere annualmente a nome e per conto dell’Ina. Un anno mi aggiudicai il premio che l’Istituto donava ai più meritevoli:  una  polizza, che fu subito negletta dalla mia famiglia appartenente a una dinastia di poco avveduti dissipatori dei guadagni conquistati lavorando,  e  il salvadanaio a forma di casetta,  ambitissimo ma che mi venne subito tolto per darlo, così dissero, a una bambina meno abbiente. E che soldi ci mette dentro se è meno abbiente? Chiesi, meritandomi una reprimenda. Lo ricordo per dire che non voglio fare qui una difesa d’ufficio dei gabbati., ma per dire che da sempre – Berlusconi adottò lo slogan secondo il quale ci potevamo salvare  dalle cravatte europee per via dei fondamenti sani – gli italiani godono della fama di parsimoniosi avveduti, sollecitati a farlo in vista di investimenti in mattone nelle varie Milano 1 e 2 e così via, ma anche in spese in sanità privata, dentisti, chirurghi e clinici anche quelli nel novero del padronato caro allo Studio Ambrosetti.

In tempi di restrizione dei consumi, la roulette – quasi russa – della finanza adotta l’ideologia dell’austerità per raccomandare sobrietà salutista: mangiare meno, farsi l’orto di guerra, stimolare la prole a cogliere le opportunità dell’avvicendamento scuola-lavoro, accontentarsi di qualsiasi lavoro umiliante e precario, ridurre talento, aspettative e desideri alla pura e semplice garanzia di sopravvivenza in nome dalla necessità. Stato dal quale ci hanno persuasi  che si possa uscire recandosi alla Las Vegas globale, partecipando al gioco d’azzardo che promette di sbancare il tavolo verde puntando il poco sottratto ai bisogni in saccoccia.

A ben altri dovremmo dare la colpa, alla cupola che governa il totalitarismo economico e finanziario, ai suoi sacerdoti che officiano le liturgie a Wall Street e pure al cinema indicando nuovi miti e eroi negativi, ai suoi croupier indottrinati nell’arte del ricatto e dell’intimidazione, che contrattano fidi e scoperti in cambio della sottoscrizione di impegni degni dei racket, ai suoi cravattari aguzzini che imboniscono i pensionati per sottrargli la liquidazione e  scommetterla nelle trecarte truccate, mentre  lo Stato e noi tutti siamo chiamati a concorrere al salvataggio dei casinò criminali grazie a provvedimento di emergenza (nel 2017 in una notte il governo  ha stanziato ben 5 miliardi per il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, al tracollo per essersi esposte in favore di una clientela d’alto bordo).

Perché a questo sono ormai ridotti lo Stato senza sovranità, un Parlamento a potere sempre più ridotto malgrado sia stato salvato in extremis da ulteriori espropri di competenze e ruolo che si presta a accontentare i clan compresi quelli famigliari degli speculatori, a farsi camerieri in livrea del capitale privato e degli operatori del mercato azionario,  tenuti sotto schiaffo dalle agenzie di rating, in qualità di estorsori,  costretti a acquisire le parti infette del sistema per scaricarli dalle perdite assorbendole in vista di un futuro migliore.

Sconsiderati e sventati, questo si, golosi e imprudenti, questo sì, irresponsabili e ingordi i piccoli risparmiatori che quando hanno preso non si sono interrogati sulla provenienza di quei soldi infetti. Ma anche plagiati e truffati, loro. E imbecilli noi che ci caschiamo a prestarci a un’altra guerriglia tra poveri invece di ribellarci quando ci vengono a dire che non ci sono i soldi per l’assistenza, per la tutela del territorio, per le case all’Aquila e Amatrice, per le scuole che crollano e l’istruzione pubblica che è sempre più negletta, per la ricerca ridotta a meno della scatola del “Piccolo chimico”, per le bonifiche e il Mezzogiorno, mentre ci sono per le armi, quelle che sparano in guerre imposte dall’impero per offesa e “difesa” dai poveracci peggio di noi, e le altre, quelle mosse dalle bad company, imprese che si spostano per sfruttare eserciti di lavoratori senza garanzie e diritti, istituti creditizi che obbligano la nostra banca, lo Stato attingendo alle nostre tasche, a far fronte alle loro operazioni sporche.

Così i poveracci sono tutti colpevoli, quelli di volerci guadagnare noi di farci sfruttare, che a volte condannarsi a essere vittime è un peccato.


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