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La Buoncostume del mondo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se una volta erano i poliziotti del mondo, da ieri gli Usa ne sono diventati la Buoncostume.

Ce lo fa capire bene  il NYT con un affresco di Roger Cohen che  festeggia la fine dell’incubo e del primato dell’irrazionalità, ora “che, di colpo, c’è uno spazio mentale per pensare di nuovo”.

Gli fanno eco il Manifesto, che, nel giorno dei 100 anni del Pci, dedica la sua apertura alla celebrazione del “ripristino della democrazia” con foto del tandem trionfante, i giornali e la rete che ha seguito rapita lo show con le comparse uscite dal “Boss delle cerimonie”, in sgargianti falpalà, la bambina troppo cresciuta issata sul seggioline per recitare la poesia augurale al nonnino, la star sgangherata estratta temporaneamente da contesti trasgressivi, a ricordare l’happy birthday di Marylin, per alzare al cielo l’inno.

Sono tutti concordi – salvo 72 milioni di voti comunque attribuiti a quello che Cohen definisce l’impostore di genio, nostalgici come lui di un “qualche indefinito momento della grandezza americana, in cui i proprietari maschi bianchi comandavano da soli, le donne stavano a casa e il dominio globale degli Stati Uniti era incontrastato” – che con Biden inizia un nuovo corso della democrazia interrotta e vengono riaffermati codici morali.

È noioso ripetersi (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/09/pastorale-americana/) ma tocca ancora una volta ricordare  che si tratta di quelli dell’ideologia del politicamente corretto, di un pluralismo di superficie grazie al quale è più appagante l’emancipazione culturale dell’autonomia politica, da quando si è imposta la convinzione che i diritti fondamentali, ormai conquistati prima di noi, sono inalienabili e si può comodamente passare a quelli “aggiuntivi”, quelli “civili” che non intralciano il sistema, e il cui accesso è negato o è ininfluente per chi non ha pane, tetto, parola. 

Così ormai si è disegnata un’anti- carta occidentale di valori a alto contenuto “estetico”, che con la sua narrazione e la sua spettacolarizzazione ispira  e sovrintende la creazione e affermazione di nuove élite, neo-liberal-con, più educate, più rinunciatarie, più adatte a fare proselitismo del fondamentalismo del mercato sotto i suoi stendardi arcobaleno.

Dopo secoli nei quali si è discusso dell’eterno conflitto etica capitalismo, morale e sviluppo, arriva a sistemare i casini del discutibile babau un esponente del progressivismo nelle vesti dell’apparentemente innocuo vegliardo e riesumare tutta la paccottiglia edificante dei padri pellegrini, dei fondatori, perlopiù avanzi di galera, di una società pronta a fornire occasioni formidabili a tutti, fuorché ai nativi, a integrare nel suo stile di vita gli aspiranti alla cittadinanza in una civiltà superiore, concessa a quelli che Malcom X definì i “negri da cortile”, oggi le donne che bucano, con le unghie e i denti dell’arrivismo machista, il soffitto di cristallo per sostituirsi a tracotanti maschi con inferiori standard di testosterone.

E infatti il primo segnale di questa moralizzazione è l’ingresso trionfale nella cerchia di governo insieme  ai finanzieri della Blackrock, la Roccia Nera, la più feroce e avida delle grandi corporation finanziarie, o insieme al capoccia della Monsanto, perfino della provvidenziale e propagandatissima transgender sottosegretaria alla Sanità, riconfermando così la profondità della voragine che divide economia e finanza, politica e pubblica amministrazione dalla società reale e perfino da quella parallela che ci viene mostrata.

E sebbene sarebbe consigliabile aspettare il primo bombardamento prima di formarsi un giudizio, si è fatto strada un unanime consenso per il “nuovo corso” segnato  secondo i commentatori da gesti epocali che sempre il NYT riassume così: “aderirà nuovamente all’Accordo di Parigi sul climate change; riaffermerà l’importanza dei valori americani, inclusa la difesa della democrazia e dei diritti umani…. rimetterà nel suo giusto posto la verità, di modo che la parola dell’America valga di nuovo qualcosa”.

E come?  ma è ovvio, secondo regole di dominio più moderne e accettabili. In effetti si è dimostrato più efficace l’azione della troika per smantellare la democrazia greca, per costringerla alla svendita dei suoi beni comuni, per farle rifiutare i prestiti russi e cinesi, perfino perché  uniformasse la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto dalle major alimentari multinazionali, piuttosto delle sanguinose correità coi colonnelli.

A guardare i precedenti del vecchio “demiurgo” che dovrebbe ridare vigore alla democrazia americana quasi duecento anni dopo Tocqueville, non c’è da credere alla dismissione di quella componente  irrinunciabile dell’imperialismo fatta di energica convinzione tramite armi, associazione con tiranni sanguinari, repressione e stragi. E nemmeno all’abiura del suprematismo americano, ineducabile e irremovibile, che si dovrebbe realizzare attraverso, cito, la ricostruzione dei  “vacillanti rapporti con l’Unione europea e gli alleati in tutto il mondo”, sempre grazie alla Nato, all’infiltrazione in territori con invasioni commerciali sempre più esigue, a fronte di quelle di prodotti bellici come in Sardegna, Sicilia, per tener vivo il sogno di un Occidente dominante e della sua tirannia globale.

E difatti se l’elefante nella cristalliera aveva scelto come slogan: “Prima l’America”, Joe Biden ha gridato al pianeta ancora prima di mettere piede nello Studio Ovale che gli Stati Uniti “sono pronti a governare il mondo”. 

Per quello c’è da temere sempre qualche sussulto del bestione ferito dalla miseria nella quale sono sprofondati i ceti della middle class, dai senzatetto, dai barboni che piazzano provocatoriamente le loro coperte e i loro cartoni fuori dal Campidoglio.

Ma c’è da aver paura anche del pensiero unico dei satelliti  che non avendo saputo difendere le loro democrazie si accontentano delle imitazioni su Netflix, che temono l’ingovernabilità e la destabilizzazione preferendo l’immobilismo della paura e della coercizione, che credono alle balle spaziali spacciate da chi vorrebbe Assange in galera per 175 anni.


A quando il contagio dell’Utopia?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il motto dei cavalieri dell’Apocalisse sanitaria dovrebbe essere sicuramente quell’après nous le déluge, all’origine del loro successo.

Non c’è opinionista o commentatore sulla stampa ufficiale come in rete che non si sia convinto e non abbia convinto della fatale necessità di tenere in piedi l’attuale baraccone traballante, nel timore di altro carro dei Tespi, incarnazione del Male assoluto, e che avrebbe la colpa di essere mosso da ambizioni disonorevoli di posto e carriera, animato dalla smania avida di partecipare del contenuto della cassetta delle elemosine europee,  composto da squallide marionette i cui fili sarebbero tirati da oscuri poteri.

E difatti chiunque spericolatamente in questi mesi e in questi giorni ha sollevato obiezioni sulla qualità della compagine governativa e sulla gestione dell’emergenza sociale in atto, dopo essere stato arruolato tra i renziani, i meloniani, i salviniani, insomma categorie meritevoli di Tso come i dubbiosi del vaccino, viene apostrofato con il fatidico interrogativo di rito: ma tu che alternativa vedi al posto del Conte 2, il miglior governo cioè che potesse capitarci anche a detta di  quei naufraghi dell’élite intellettuale che si è ridotta a pensare che per la presenza del Pd e l’imponenza dei democristiani questo possa essere considerato un governo di centro sinistra.

Inutile rispondere che la parola “alternativa” da anni e anni non ha più diritto di cittadinanza da noi, dal Tina della Thetcher, There is no alternative alla dittatura del sistema economico finanziario, all’egemonia dell’austerità, fino al lento e inesorabile scivolamento generale nell’accettazione del neoliberismo, che ha cancellato gli ultimi propositi riformisti intesi a addomesticare il sistema con aggiustamenti che via via si sono ridotti a invocare la manina benefica della Provvidenza secondo Adam Smith, che farebbe spargere anche sugli ultimi qualche granello della polverina d’oro del benessere perfino sugli ultimi e i diseredati, immeritevoli anche antropologicamente e inadatti a creare e accumulare ricchezza come sanno fare i già ricchi.

Il grande successo del neoliberismo consiste anche dunque nel persuadere che si tratti di una teorizzazione e di una costruzione “economica” e non di una ideologia che innerva tutta la società con i suoi concetti di disciplina morale e ordine mondiale, oltre che con la sua concezione dei modi di produzione e consumo,  del mercato, del lavoro,  riuscendo ad occupare militarmente anche il pensare e il proiettarsi in avanti della filosofia.

E d’altra parte dopo un secolo e proprio qui, si persevera nel ritenere che il fascismo fosse un “movimento” – lo ripete anche Wikipedia, nazionalista e autoritario, autarchico e leaderista, mettendo in ombra il carattere strutturale del suo progetto economico e politico, sicché vien facile pensare che lo si possa contrastare nelle sue declinazioni contemporanee mettendo Lucano come immagine del profilo, denunciando la xenofobia dei decreti sicurezza del Conte 1 e applaudendo agli aggiustamenti del Conte 2, condannando il sovranismo facendo i portatori d’acqua alle pretesa di una potenza dispotica sovranazionale che esige la rinuncia ai capisaldi delle democrazie nate dalla resistenza.

E, dunque, avendo rinunciato e abiurato a qualsiasi proposito di ribaltare il tavolo, sul quale si gioca la lotta di classe alla rovescia, ci si può permettere comodamente di celebrare l’utopia del progresso: conoscenza, informazione, libertà, salute, tecnologia, occultando la violenza del dominio, sopraffazione, sfruttamento, inquinamento.

Chi continua a pensare alla necessità di immaginare e concorrere ad “altro” dallo status quo è archiviato come arcaico visionario e sbeffeggiato come patetico velleitario, anche quando – è il caso di Brancaccio che ha lanciato la provocazione “Catastrofe o Rivoluzione”,  volonterosamente si impegna su soluzioni concrete e addirittura praticabili sia pure con il limite di concentrarsi su aspetti squisitamente “economicistici” e meccanicistici, controllo dei movimenti di mercato e di capitali, riduzione del “liberoscambismo”, approfittando dei conflitti interni al Capitale per minarne la potenza maligna, senza poter ragionevolmente contare su  strategie di controtendenza espansive: politiche fiscali e monetarie, allargamento del welfare, estensione del reddito di esistenza, di tipo keynesiano.

Il fatto è che, come ha scritto qualcuno, viviamo nel pieno di una crisi del pensiero che segna il primato del “ritiro”, dell’Aventino di quelli che potrebbero immaginare e aiutarci a praticare una opposizione al totalitarismo, che hanno scelto di appartarsi macerandosi nella frustrazione e nell’impotenza, dimissionari rispetto alla possibilità di mettere in discussione le regole del gioco.  

E che ci servirebbero più che mai in presenza di un’emergenza che – come accade da anni – diventa “metodo di governo”  esautorando il Parlamento e demolendo la superstite partecipazione  nei soliti modi, la minaccia e la paura, la  repressione e l’indigenza e costringendo alla abdicazione con il  benessere materiale, di libertà e garanzie personali e collettive, di tutele giuridiche e lavorative e di diritti,  in cambio di salute e sicurezza.

Con una intuizione geniale Carlo Formenti ci ricorda che ormai il marxismo da alcuni viene assimilato al terrapiattismo, per significare appunto la ridicola marginalità di chi conserva il rispetto e la speranza nel crescere e nel fruttare di un nocciolo rivoluzionario, deriso come se volesse realizzare barricate, promuovere prese della Bastiglia, alzare ghigliottine. Lo stesso trattamento però lo dovremmo riservare invece a chi aspetta l’effetto demiurgico dell’eutanasia del capitalismo che starebbe vivendo la sua fase estrema in presenza di contraddizioni e conflittualità endogene. E l’effetto finisce per essere sempre quello del sopravvento della disincantata impossibilità di agire.

Qualcuno invece nutre qualche aspettativa, quella che come il sistema ha saputo e sa rendersi malleabile e adattarsi condizionando e  subordinando i contesti politici e sociali ai propri interessi, proprio questi potrebbero mutuarne le capacità e le “abitudini”, riproducendole e imparando a usarle.

In giro per il mondo c’è qualcuno che ci pensa, che ritiene che  dal ripetersi dei crisi possa germinare un pensiero  inteso a fare di più e meglio che trasformare la dimensione della produzione, occupandosi di portare alla luce quelle “dimensioni” relegate sullo sfondo dalla vernice dei “valori” e delle simbologie  di moda che si riducono alle opposizioni artificiali fra solidarismo ed egoismo, interesse generale e interessi particolari, aspirazione al progresso e orientamento verso la conservazione, con l’intento di neutralizzare il vero conflitto, quello di classe.  

In tutto questo chiacchiericcio sulla fase postbellica, si dovrebbe alzare la voce di chi, dopo la distruzione della società compiuta in anni e anni, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza, vuole costruirsi l’altro possibile. E conquistarsi anche l’impossibile.


Loro mangiano topi vivi, noi ci rodiamo il fegato

Non passa giorno che la Cina non sia nel mirino del presunto occidente civilizzato e non venga infilzata dai media mainstream, dai think tank e dagli uffici di propaganda di ogni tipo; in Italia è stata arruolata per la guerra santa persino la vecchia killer del Pds – Pd, ovvero la Gabanelli uno degli esempi di come il giornalismo più teleguidato dalla politica e dal potere possa passare per virtuoso e indipendente. Insomma il mondo fittizio in cui vive il sedicente cittadino occidentale, in realtà mai così suddito, è esposto mattina e sera alle pressioni della disinformazione mediatica, beninteso negli spazi lasciati aperti dalla narrazione pandemica che tuttavia in qualche modo si vorrebbe legare all’ex celeste impero, quando sono 15 anni che filantropi e pensatoi neo liberisti discutono in proprio di pandemia e di vaccini. In effetti questo tipo di propaganda ha radici bipartisan, esprime più che altro le fantasie e lo stato d’animo di chi avverte di star perdendo terreno, mette in campo la rabbia di vedere gli ex colonizzati che non abbassano più lo sguardo di fronte ai vecchi padroni. Una prova lampante che l’ostilità nasce proprio da questo garbuglio che si fa propaganda e non da considerazioni razionali è l’antinomia dei giudizi che si possono leggere: per esempio che la Cina è comunista il che è terrificante e abominevole per il cretino medio che una volta coincideva con l’americano medio, ma che oggi rappresenta anche l’europeo medio: abbiamo tutti sentito tutti da leader votatissimi che i cinesi mangiano i topi vivi o in alternativa e più classicamente i bambini. Da un’altra parte invece si sente dire che la Cina non è affatto comunista, ma che si è convertita al capitalismo, altrimenti non si spiegherebbe la sua ascesa economica. Oppure per rimanere in ambito temporale più attuale, la Cina persegue una politica mercantilistica e dunque sfida gli Usa i quali pretendono di riequilibrare la bilancia commerciale con i diktat, oppure la Cina sta sviluppando il proprio mercato interno e dunque ignora i suoi obblighi come locomotiva economica. Tutto e il contrario di tutto, purché se ne parli male.

Questo coacervo di sciocchezze contrapposte ognuna delle quali ha una parte di verità così minuscola da essere per intero una menzogna è praticamente l’unica cosa che fornisca la pubblicistica, ma d’altronde bisogna capire che per la prima volta dopo dopo secoli l’occidente, nelle sue varie articolazioni, si sente spodestato e vede messa in pericolo la propria centralità, deve fare i conti con una cultura diversa nel bene e nel male che sembra funzionare con maggiore efficienza e verso la quale è sempre più difficile atteggiarsi come impero universale attorno al quale tutto dovrebbe ruotare. Alla fine del secolo scorso e l’inizio di questo Bill Clinton e i geni di Washington avevano scommesso sull’integrazione economica della Cina nella speranza che ciò avrebbe accelerato la sua decomposizione politica. Soggetta alla legge stabilita dalle multinazionali che sventolano la stelle e strisce, la Cina avrebbe dovuto adempiere alla profezia del neoliberismo rimuovendo l’ultimo ostacolo al dominio del capitale globalizzato. Ma è avvenuto il contrario: Pechino ha utilizzato le multinazionali per accelerare la sua trasformazione tecnologica e ha privato Washington della posizione di leader dell’economia mondiale. Gli pseudo-esperti occidentali arzigogolano e i cinesi non li contraddicono, ma in realtà non sono cambiati, hanno mantenuto le loro imprese pubbliche, controllano le fluttuazioni della loro valuta, le banche cinesi obbediscono al governo e quest’ultimo pianifica lo sviluppo dell’economia come ai tempi di Mao. 

La differenza la si è potuta toccare con mano dopo la crisi del 2008  quando di fronte al caos finanziario causato da anni di deregolamentazione neoliberista e avidità del mercato azionario, Washington in primis ma tutti i governi occidentali si sono ritrovati prigionieri dell’oligarchia bancaria e finanziaria, non sono riusciti a regolamentare nulla accontentandosi di salvare le banche private, comprese quelle responsabili della crisi. Pechino ha fatto esattamente il contrario: lo Stato ha sviluppato massicci investimenti nelle infrastrutture pubbliche e in tal modo ha migliorato le condizioni di vita del popolo cinese sostenendo la crescita globale, salvata dal crollo promesso dall’ingordigia di Wall Street. Da noi invece sono stati i poveri e i piccoli a pagare le conseguenze, cosa che accade anche sotto regime di pandemia: dopo tutto, l’oligarchia dominante segue il proprio istinto di classe: che senso avrebbe per essa precipitarsi in aiuto dei “perdenti”?

Un sistema che reagisce alla crisi economica privilegiando le strutture pubbliche, merita molto di più di un diluvio di luoghi comuni e calunnie che comunque servono, come sempre a coprire verità scomode e in definitiva l’assassinio della democrazia e della libertà reale da parte del neoliberismo che è poi la vera causa dell’inarrestabile declino occidentale sotto ogni punto di vista. Ciliegina sulla torta: nelle sue ultime previsioni l’Ocse afferma che la Cina è l’unico Paese industrializzato che farà registrare una crescita nel 2020 (+ 1,8%), con tutti gli altri in rosso, e che avrà un tasso dell’8% nel 2021. Salvare sia l’economia del Paese ed evitare una recessione senza precedenti è come un aggiunta alla Grande Muraglia.


I chierichetti dell’Impero

chierc Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai vogliono convincerci che si combattano i danni del mercato con i meccanismi di mercato: lo dimostrano quelle negoziazioni acchiappacitrulli rivendicate dai governi in combutta con le multinazionali per addomesticare il clima incollerito, grazie a commerci e scambi di diritti di inquinare.

Ormai si affida la salute a “scienziati” mantenuti dalle case farmaceutiche, uniche detentrici della ricerca, che traggono profitto, come è naturale, dalle malattie mantenute come cespite irrinunciabile.

Ormai le riforme che dovrebbero garantire benessere e sicurezza vengono energicamente raccomandate da un racket feroce impegnato a penalizzare popoli riottosi a farsi egemonizzare e determinato a limitare la sovranità con le stesse armi di cui dispone la democrazia: voto (controllato), informazione (manipolata o deviata).

Una volta ci si illudeva che una selezione di cittadini che avevano avuto la fortuna o il talento di mettere a frutto il sapere e la conoscenza, potessero contribuire alla creazione di un pensare libero e critico.

Ormai comunità e cerchie che un tempo venivano definite intellettuali sono state oggetto di circonvenzione da un mercato culturale e accademico monopolistico, nei cui confronti rinnovano atti di fede cieca, in modo da consolidare, ed essere rassicurati della loro appartenenza  a una élite superiore, socialmente e moralmente, autorizzata a giudicare e disprezzare quelli che stanno sotto, quelle classi disagiate che meritano la loro condizione di subalternità per ignoranza, suggestionabilità. E quindi manovrabili da una leadership rozza e riprovevole che si rifà ai valori arcaici assimilabili alla destra: autoritarismo, razzismo, xenofobia, con il contorno di sciovinismo, virilismo, bigottismo, populismo e sovranismo.

Quindi per essere ammessi  a quei circoli pare sia necessario e sufficiente fare pubblica dichiarazione di antifascismo – basta uno stato: je suis.. oppure io sto con.. sui social per guadagnarsi il patentino – cantare Bella Ciao, o, a scelta, l’Inno di Mameli o Com’è profondo il mare, difendere a spada tratta la libertà di look della ministra in falpalà, per sentirsi a posto con la coscienza e l’affiliazione al “cartello” socialmente compatibile con progresso e democrazia, grazie anche a quella spirale del silenzio che toglie voce e risonanza a qualsiasi articolazione di pensiero e verbale critica nei confronti dell’establishment.

Sarà che da tempo immemore non viene data importanza al conflitto d’interesse, che riguarda politici/imprenditori, scienziati “commercializzati”, economisti e perfino filosofi comprati un tanto al chilo per indottrinarci alla servitù e alla rinuncia doverosa di dignità e diritti, tutti ormai compromessi  e proseliti del neoliberismo che ha innervato   non solo le strutture dell’economia, della finanza e della politica, ma anche la psicologia delle masse e la percezione dei bisogni e delle aspirazioni.

Se non vi siete stupiti per la sorprendente attestazione di fiducia illimitata di pensatori e intellettuali offerta al Governo Conte, indifferenti che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come “emergenza”,   si sia prodotta una compressione dei diritti, che partecipazione e rappresentanza siano stati aggirati e scavalcati,  che, come ha osservato qualcuno, si sia adottata una gerarchia delle prerogative costituzionali mettendo al primo posto al sopravvivenza  o che si siano distrutti beni immateriali fondamentali come l’istruzione …. ecco, allora non vi stupirete se Micromega, la rivista d’Opinione Unica della Gedi, esulta per via dell’iniziativa promossa dal politologo  Mark Lilla, con la quale, cito: “150 tra i più autorevoli intellettuali americani, di diverse sensibilità politiche e culturali, hanno intonato un sacrosanto “Basta!” alle estremizzazioni censorie di quello che sembra essere diventato il nuovo oscurantismo: l’ideologia cioè del Politicamente Corretto.

C’è proprio da ridere, per non piangere, del grottesco paradosso: la “cultura” che ha colonizzato il mondo e perfino l’immaginario non si pente del contagio della sua pestilenza, ma proprio lo rinnega per ritagliarsi un posto in un ipotetico futuro moralmente più accettabile, nel quale il grande casinò della finanza creativa, l’illusionismo delle bolle soffiate a avvelenare il globo, potrebbero essere addomesticati dall’irrompere di valori personali e individuali più umani e civili.

Eppure era da là che serpeggiava ovunque la convinzione che gli imperii del mercato fossero ormai diventati leggi naturali incontrovertibili, incontrastabili e totalizzanti. Da là, e grazie a quello stesso ceto intellettuale che si accorge di essere stato oltrepassato e schiacciato come un vaso di coccio  tra il neoliberismo insinuante e il neo populismo aggressivo e razzista, si sono sparsi per il mondo i fermenti ideali di un progressismo opportunista che ha assimilato narrazioni e parole d’ordine del capitalismo finanziario, quelle del “merito” conquistato grazie arrivismo e  ambizione spregiudicata, della competizione, compresa quella di genere, di una supremazia spirituale e culturale che si attribuisce l’incarico di dettare le sue leggi e di vigilare sulla loro osservanza nelle province dell’impero.

Viene proprio voglia di rispolverare l’abusata locuzione “radical chic” per i 150 e per i fan d’oltreoceano, entusiasti del “manifestino” a uso e consumo propagandistico/elettorale contro Trump, ma che, retroattivamente per via della sconfitta di Sanders, cui non hanno mai dato un concreto sostegno,  e preventivamente, in risposta al malessere che si materializza in contestazioni e manifestazioni, ha il chiaro intento di condannare aprioristicamente qualsiasi possibilità che si materializzi una sinistra che occupi uno spazio politico  capace di interpretare e rappresentare le vittime del ripetersi di crisi strutturali che partono da là e là ritornano potenziate, di mercati finanziari artificiali e sovrastimati, e dove è stata eliminata qualsiasi forma di coesione sociale.

E infatti nel mirino non c’è il “sistema” di sfruttamento, non c’è l’imperialismo, non c’è una concezione delle relazioni incentrata  sullo squilibrio dei rapporti di potere, nemmeno  un tentativo di revisione di una critica al capitalismo che si è imperniata solo sull’analisi e la contestazione dei processi e dei modi di produzione. Macchè il problema è l’egemonia di una “sinistra”  che, è Flores d’Arcais a chiosare l’appello,  “bolla di “islamofobia” ogni sacrosanta critica all’islam e al velo sessuofobico e di sudditanza delle donne, o che ostracizza grandi classici dai corsi universitari perché figli del loro tempo”, in sostanza, conclude, si tratterebbe di “una sinistra-harakiri, che finisce per infangare o rendere sospette anche le lotte più sacrosante”.

Viene da chiedersi secondo i 150 e la cheerlieder che gli fa la hola dalla comoda poltrona garantita da Gedi, quali sarebbero le lotte più sacrosante, quelle che devono salvarci dal conformismo ideologico  che impedisce, sono loro a dirlo, “l’inclusione democratica” in una “società liberale”, se a preoccupare non è la fame, l’esclusione dai diritti fondamentali di milioni di individui, della riduzione in schiavitù di interi ceti, no, sono le avventate misure repressive e le censure attuate ai danni di “capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri”.

A guardar bene i 150 e il Nando Moriconi di Micromega  si sono accorti adesso che c’è Trump che forse con il sogno americano è evaporato anche l’utopia di Tocqueville, una delle più consolidate fake della storia, che dietro a una architettura istituzionale  concepita  in forma di democrazia si celerebbe un potere oligarchico, dominato da   lobby, imprese economiche e media, materializzatasi solo ora e solo ora venuta alla luce, quando colpisce le loro corporazioni e i loro circoli.

Vi fa venire in mente qualcosa e qualcuno? A me, si. Mi fa venire in mente un posto e un ceto che non vuol persuadersi che il fascismo è una declinazione del totalitarismo economico e finanziario e che agisce  anche senza  volgarità perentoria e modi tracotanti, che reprime, corrompe e ruba a norma di legge, se la legalità e il rispetto della Costituzione possono venir sospese,  che ricatta a minaccia anche senza sfoderare la pistola, che è autorizzato a applicare tremende disuguaglianze dividendo un paese in due, dove qualcuno che fa lo stesso lavoro dovrebbe avere salari diversi a seconda del luogo di residenza, dove milioni di persone sono messe in condizione, in quanto variamente garantiti, di salvarsi da una epidemia e altri invece hanno il dovere “sociale” di esporsi al contagio in cambio della pagnotta.

Altro che fine delle ideologie, se a imporsi è una, globalizzata, che obbliga a maturare una falsa coscienza in grado di legittimare l’ordine sociale esistente, funzionale al suo dominio, tanto da adottare una gerarchia e una graduatoria di diritti, per persuadere che quelli fondamentali siano ormai conquistati e inalienabili e che adesso la mobilitazione debba riguardare quelli “aggiuntivi”, ancora più primari perché interessano la sfera psichica, le inclinazioni, l’emotività.

Come se i primi fossero stati concessi dal benessere elargito dalla manina del capitale e non da battaglie di riscatto e libertà, e qualche rinuncia o qualche limitazione fosse compensata dall’appagamento di altre istanze, proprie di minoranze non numeriche. Quando invece non c’è cessione di un diritto che garantisca l’esercizio di un altro, così come non c’è lotta di liberazione di un segmento di società che assicuri l’affrancamento di tutti.

È che quello che fa paura ai 15 Born in the Usa e agli americani a Roma è che la loro autorità sociale e morale venga scalzata grazie all’unica lotta che li minaccia, quella di classe.

 


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