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I chierichetti dell’Impero

chierc Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai vogliono convincerci che si combattano i danni del mercato con i meccanismi di mercato: lo dimostrano quelle negoziazioni acchiappacitrulli rivendicate dai governi in combutta con le multinazionali per addomesticare il clima incollerito, grazie a commerci e scambi di diritti di inquinare.

Ormai si affida la salute a “scienziati” mantenuti dalle case farmaceutiche, uniche detentrici della ricerca, che traggono profitto, come è naturale, dalle malattie mantenute come cespite irrinunciabile.

Ormai le riforme che dovrebbero garantire benessere e sicurezza vengono energicamente raccomandate da un racket feroce impegnato a penalizzare popoli riottosi a farsi egemonizzare e determinato a limitare la sovranità con le stesse armi di cui dispone la democrazia: voto (controllato), informazione (manipolata o deviata).

Una volta ci si illudeva che una selezione di cittadini che avevano avuto la fortuna o il talento di mettere a frutto il sapere e la conoscenza, potessero contribuire alla creazione di un pensare libero e critico.

Ormai comunità e cerchie che un tempo venivano definite intellettuali sono state oggetto di circonvenzione da un mercato culturale e accademico monopolistico, nei cui confronti rinnovano atti di fede cieca, in modo da consolidare, ed essere rassicurati della loro appartenenza  a una élite superiore, socialmente e moralmente, autorizzata a giudicare e disprezzare quelli che stanno sotto, quelle classi disagiate che meritano la loro condizione di subalternità per ignoranza, suggestionabilità. E quindi manovrabili da una leadership rozza e riprovevole che si rifà ai valori arcaici assimilabili alla destra: autoritarismo, razzismo, xenofobia, con il contorno di sciovinismo, virilismo, bigottismo, populismo e sovranismo.

Quindi per essere ammessi  a quei circoli pare sia necessario e sufficiente fare pubblica dichiarazione di antifascismo – basta uno stato: je suis.. oppure io sto con.. sui social per guadagnarsi il patentino – cantare Bella Ciao, o, a scelta, l’Inno di Mameli o Com’è profondo il mare, difendere a spada tratta la libertà di look della ministra in falpalà, per sentirsi a posto con la coscienza e l’affiliazione al “cartello” socialmente compatibile con progresso e democrazia, grazie anche a quella spirale del silenzio che toglie voce e risonanza a qualsiasi articolazione di pensiero e verbale critica nei confronti dell’establishment.

Sarà che da tempo immemore non viene data importanza al conflitto d’interesse, che riguarda politici/imprenditori, scienziati “commercializzati”, economisti e perfino filosofi comprati un tanto al chilo per indottrinarci alla servitù e alla rinuncia doverosa di dignità e diritti, tutti ormai compromessi  e proseliti del neoliberismo che ha innervato   non solo le strutture dell’economia, della finanza e della politica, ma anche la psicologia delle masse e la percezione dei bisogni e delle aspirazioni.

Se non vi siete stupiti per la sorprendente attestazione di fiducia illimitata di pensatori e intellettuali offerta al Governo Conte, indifferenti che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come “emergenza”,   si sia prodotta una compressione dei diritti, che partecipazione e rappresentanza siano stati aggirati e scavalcati,  che, come ha osservato qualcuno, si sia adottata una gerarchia delle prerogative costituzionali mettendo al primo posto al sopravvivenza  o che si siano distrutti beni immateriali fondamentali come l’istruzione …. ecco, allora non vi stupirete se Micromega, la rivista d’Opinione Unica della Gedi, esulta per via dell’iniziativa promossa dal politologo  Mark Lilla, con la quale, cito: “150 tra i più autorevoli intellettuali americani, di diverse sensibilità politiche e culturali, hanno intonato un sacrosanto “Basta!” alle estremizzazioni censorie di quello che sembra essere diventato il nuovo oscurantismo: l’ideologia cioè del Politicamente Corretto.

C’è proprio da ridere, per non piangere, del grottesco paradosso: la “cultura” che ha colonizzato il mondo e perfino l’immaginario non si pente del contagio della sua pestilenza, ma proprio lo rinnega per ritagliarsi un posto in un ipotetico futuro moralmente più accettabile, nel quale il grande casinò della finanza creativa, l’illusionismo delle bolle soffiate a avvelenare il globo, potrebbero essere addomesticati dall’irrompere di valori personali e individuali più umani e civili.

Eppure era da là che serpeggiava ovunque la convinzione che gli imperii del mercato fossero ormai diventati leggi naturali incontrovertibili, incontrastabili e totalizzanti. Da là, e grazie a quello stesso ceto intellettuale che si accorge di essere stato oltrepassato e schiacciato come un vaso di coccio  tra il neoliberismo insinuante e il neo populismo aggressivo e razzista, si sono sparsi per il mondo i fermenti ideali di un progressismo opportunista che ha assimilato narrazioni e parole d’ordine del capitalismo finanziario, quelle del “merito” conquistato grazie arrivismo e  ambizione spregiudicata, della competizione, compresa quella di genere, di una supremazia spirituale e culturale che si attribuisce l’incarico di dettare le sue leggi e di vigilare sulla loro osservanza nelle province dell’impero.

Viene proprio voglia di rispolverare l’abusata locuzione “radical chic” per i 150 e per i fan d’oltreoceano, entusiasti del “manifestino” a uso e consumo propagandistico/elettorale contro Trump, ma che, retroattivamente per via della sconfitta di Sanders, cui non hanno mai dato un concreto sostegno,  e preventivamente, in risposta al malessere che si materializza in contestazioni e manifestazioni, ha il chiaro intento di condannare aprioristicamente qualsiasi possibilità che si materializzi una sinistra che occupi uno spazio politico  capace di interpretare e rappresentare le vittime del ripetersi di crisi strutturali che partono da là e là ritornano potenziate, di mercati finanziari artificiali e sovrastimati, e dove è stata eliminata qualsiasi forma di coesione sociale.

E infatti nel mirino non c’è il “sistema” di sfruttamento, non c’è l’imperialismo, non c’è una concezione delle relazioni incentrata  sullo squilibrio dei rapporti di potere, nemmeno  un tentativo di revisione di una critica al capitalismo che si è imperniata solo sull’analisi e la contestazione dei processi e dei modi di produzione. Macchè il problema è l’egemonia di una “sinistra”  che, è Flores d’Arcais a chiosare l’appello,  “bolla di “islamofobia” ogni sacrosanta critica all’islam e al velo sessuofobico e di sudditanza delle donne, o che ostracizza grandi classici dai corsi universitari perché figli del loro tempo”, in sostanza, conclude, si tratterebbe di “una sinistra-harakiri, che finisce per infangare o rendere sospette anche le lotte più sacrosante”.

Viene da chiedersi secondo i 150 e la cheerlieder che gli fa la hola dalla comoda poltrona garantita da Gedi, quali sarebbero le lotte più sacrosante, quelle che devono salvarci dal conformismo ideologico  che impedisce, sono loro a dirlo, “l’inclusione democratica” in una “società liberale”, se a preoccupare non è la fame, l’esclusione dai diritti fondamentali di milioni di individui, della riduzione in schiavitù di interi ceti, no, sono le avventate misure repressive e le censure attuate ai danni di “capiredattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati dal commercio per presunte falsità, giornalisti diffidati dallo scrivere su determinati argomenti, professori indagati per aver citato in classe opere letterarie, un ricercatore licenziato per aver diffuso uno studio accademico sottoposto a revisione inter pares, leader di organizzazioni cacciati per quelli che a volte sono solo errori maldestri”.

A guardar bene i 150 e il Nando Moriconi di Micromega  si sono accorti adesso che c’è Trump che forse con il sogno americano è evaporato anche l’utopia di Tocqueville, una delle più consolidate fake della storia, che dietro a una architettura istituzionale  concepita  in forma di democrazia si celerebbe un potere oligarchico, dominato da   lobby, imprese economiche e media, materializzatasi solo ora e solo ora venuta alla luce, quando colpisce le loro corporazioni e i loro circoli.

Vi fa venire in mente qualcosa e qualcuno? A me, si. Mi fa venire in mente un posto e un ceto che non vuol persuadersi che il fascismo è una declinazione del totalitarismo economico e finanziario e che agisce  anche senza  volgarità perentoria e modi tracotanti, che reprime, corrompe e ruba a norma di legge, se la legalità e il rispetto della Costituzione possono venir sospese,  che ricatta a minaccia anche senza sfoderare la pistola, che è autorizzato a applicare tremende disuguaglianze dividendo un paese in due, dove qualcuno che fa lo stesso lavoro dovrebbe avere salari diversi a seconda del luogo di residenza, dove milioni di persone sono messe in condizione, in quanto variamente garantiti, di salvarsi da una epidemia e altri invece hanno il dovere “sociale” di esporsi al contagio in cambio della pagnotta.

Altro che fine delle ideologie, se a imporsi è una, globalizzata, che obbliga a maturare una falsa coscienza in grado di legittimare l’ordine sociale esistente, funzionale al suo dominio, tanto da adottare una gerarchia e una graduatoria di diritti, per persuadere che quelli fondamentali siano ormai conquistati e inalienabili e che adesso la mobilitazione debba riguardare quelli “aggiuntivi”, ancora più primari perché interessano la sfera psichica, le inclinazioni, l’emotività.

Come se i primi fossero stati concessi dal benessere elargito dalla manina del capitale e non da battaglie di riscatto e libertà, e qualche rinuncia o qualche limitazione fosse compensata dall’appagamento di altre istanze, proprie di minoranze non numeriche. Quando invece non c’è cessione di un diritto che garantisca l’esercizio di un altro, così come non c’è lotta di liberazione di un segmento di società che assicuri l’affrancamento di tutti.

È che quello che fa paura ai 15 Born in the Usa e agli americani a Roma è che la loro autorità sociale e morale venga scalzata grazie all’unica lotta che li minaccia, quella di classe.

 


I sindaci del Rione Fallimento

ecco

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 2019 è stato un altro anno record dei comuni sciolti per mafia dal 1991, quando venne approvata la legge che disciplina la materia.  Nel 1993 erano state 34 le municipalità commissariate,  21 nel 2017, 23 nel 2018, e  21 nel 2019: 8 in Calabria, 7 in Sicilia, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata.

E se la provincia più rappresentata è quella di Reggio Calabria con 6 Comuni, quasi il totale regionale, il dato più preoccupante è che molte delle amministrazioni sciolte sono “recidive”, al secondo o terzo provvedimento.

C’è da dire che se non sono mafiosi, i comuni italiani, piccoli o grandi, sono indebitati, già falliti o destinati alla bancarotta. Il  super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019), interessando da  circa trent’anni, più del 10% degli 8000 Comuni italiani., sull’orlo del tracollo economico.  E se il buco nero di Roma ammonta a 12  miliardi, in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti, il “servizio” annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva, così di ogni 100 euro di costi totali, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate di interessi, che pesano per oltre 116 euro all’anno sulle spalle dei residenti.

Ben 592 amministrazioni locali hanno dichiarato il «dissesto finanziario», vale a dire sono state definite «incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili» o non sono riusciti a far fronte ai creditori «con il ripristino dell’equilibrio di bilancio». Negli ultimi 4 anni 120 hanno  approvato una delibera di dissesto, pari a oltre l’1% complessivo, il 75% dei quali è concentrato in tre regioni, Campania, Sicilia e Calabria.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già “bocciato” l’amministrazione di Napoli, per aver adottato accorgimenti illegittimi al fine di pareggiare il suo bilancio, ha messo fuori legge la norma che permetteva di pagare i debiti in 30 anni, fissando il limite a 10-20 anni:  nella lista dei condannati al flop certo, circa 130 città, tra le quali Palermo, Reggio Calabria e Messina e almeno 6 milioni di cittadini.

Nonostante questi standard di prestazione, i sindaci oggi rivendicano il riconoscimento di una maggiore autonomia, aggiungendovi la nuova declinazione in campo sanitario della massima che raccomanda di pensare globalmente e agire localmente, traendo insegnamento dalla  drammatica vicenda che ha attraversato il Paese, cito,  “per puntellare le fondamenta del sistema sanitario nazionale che verrà con le solide radici dei sindaci e delle comunità che essi rappresentano”.

Tutti d’accordo, da Sala a Gori, quello di Bergamo non si ferma, designato dal Pd come miglior sindaco, da  De Magistris a Raggi, impegnati nella repressione, coi costi che comporta in personale e misure aggiuntive ai decreti sicurezza tanto deplorati e alle ordinanze da sceriffi su panchine, muri, mense differenziate, tirate opportunamente fuori dai  cassetti di amministratori leghisti diversamente leghisti,  tramite  la polizia municipale incaricata dei nuove e originali forme di pubblico decoro tramite guanti e mascherine, per punire assembramenti ai Navigli, intemperanze di parrucchieri, impenitenti osti che non osservano le regole per il plateatico.

Vogliono più indipendenza dallo Stato centrale, meno vincoli, più libertà di gestione anche per quello che riguarda le aziende di servizio che con tutta evidenza non sono ai loro occhi sufficientemente privatizzate, anche se cercano di assolvere alla nobile missione di portare “acqua” agli azionariati e voti ai candidati.

Dà loro voce la coscienza critica della Gedi, MicroMega, che qualcuno vorrebbe chiamare MacroSega per quella inclinazione onanistica a  celebrare i fasti europei e del progressismo liberista, intervistando in contemporanea Appendino e Nardella. Non sorprendentemente uniti nel denunciare il patto di stabilità, pur sospeso a livello europeo, che ha ancora i suoi effetti sui comuni, imbrigliati da quelle norme, e dunque nel chiedere più poteri.

Appendino ricorda come Torino abbia dei soldi a bilancio per le infrastrutture “che possono essere immessi immediatamente nel circuito economico, ma abbiamo bisogno di procedure più snelle. Con le giuste risorse e i giusti poteri – un altro esempio – posso modificare il codice della strada per poter ridisegnare la mobilità sostenibile”.

E Nardella propone di “ridurre e accorpare le regioni, per dare più poteri ai comuni e far sedere i sindaci ai “tavoli che contano” in Europa”. Il sindaco del Giglio reclama la restituzione in veste di risarcimento della quota di sovranità ( in questo caso redenta e dunque moralmente accettabile a fronte del bieco sovranismo)  ceduta al governo nel pieno dell’emergenza, ma bisogna far presto perché  “  per il turismo il danno supera un miliardo di euro, considerando che in media Firenze conta 15 milioni di presenze l’anno e da mesi siamo praticamente a zero… Per quanto riguarda l’ammanco nelle casse, senza aiuti da parte dello stato dovremo registrare 180 milioni di euro di disavanzo”.

Mentre Appendino si preoccupa del riavvio “semplificato” dei cantieri: “a Torino abbiamo il progetto della seconda linea metropolitana che vale quattro miliardi ed è finanziato per un miliardo. Voglio poter mettere a sistema quelle risorse nel più breve tempo possibile. Per farlo, però, è necessario rivedere l’intero sistema degli appalti”.

Non c’è proprio speranza ormai, siamo condannati.

C’è stato un momento nel quale i casi di amministratori incaricati per elezione diretta hanno fatto sperare in una riarticolazione del potere a livello orizzontale, in modo da favorire a un tempo autonomia e partecipazione democratica al processo decisionale. Ci siamo avventurati a sperare in una Ada Colau in Laguna, lei che ha fatto della sua frase: non vogliamo finire come Venezia, il suo slogan contro la mercificazione turistica delle città, lei che ha detto che bisognava opporsi a quel “mondo capovolto” che ha consegnato la bandiera dei diritti sociali alle destre per accontentarsi del minimo sindacale delle battaglie “civili”.

Altri si sono illusi che la “pandemia” avesse benefici effetti antropologici e culturali, costringendo i ceti dirigenti a tutti i livelli a rivedere i modelli di sviluppo imperniati sullo sfruttamenti intensivo di uomini, territori, beni comuni e risorse.

C’è perfino chi ha sognato che la crisi sanitaria imponesse un ritorno all’arcadia della decrescita, sia pure obbligatoria, con le città d’arte vuote, un risparmio dei consumi dissipati, gli arcaici centri commerciali abbandonati come cattedrali megalitiche.

Macchè, il sistema di governo delle mance, delle elargizioni senza brioche, si declina a tutti i livelli. Per Torino dopo il declino dell’industrializzazione e l’eclissi del turismo accompagnato da Grandi Eventi e Operette invernali, le aspettative sono affidate al Welfare ristretto nei confini di “Torino solidale” coi buoni pasto e l’erogazione di assistenza aggiuntiva a reddito di emergenza e Bonus Inps in attesa di mettere insieme una grande coalizione per il lavoro e la casa. Per Nardella, c’è da sviluppare un’iniziativa che permetta una semplificazione per il trasferimento più rapido e diretto dei finanziamenti dall’Ue alle municipalità.

Qualsiasi sia la fidelizzazione aziendale a formazioni politiche, non viene messa in discussione l’appartenenza fatale e incrollabile all’Europa, l’atto di fede al Mes, comunque si voglia chiamarlo, ai prestiti per risanare la sanità da ripagare coi tagli alla sanità.

Non si recede dalla crescita e dall’occupazione consegnata al cemento e ai cantieri delle Grandi Opere, non si immagina un progresso che demolisca il sistema delle disuguaglianze quelle nutrite dai nuovi simulacri, le smart city, la digitalizzazione raccomandata dal guru dei telefonini in aperto conflitto d’interesse, della didattica a distanza e dello smartworking che permette l’emarginazione di lavoratori e lavoratrici dalla società, nega qualsiasi forma organizzata di difesa della sfruttamento.

La Ricostruzione consolida in tutte le declinazioni territoriali le vecchie e cattive abitudini, l’espulsione dei reietti e sommersi per favorire la costruzione di città ideali  del privilegio,  falegnami ed artigiani sostituiti dall’occupazione militare di merci a basso prezzo: mobili di Ikea o tutto a un euro  dalla Cina, tanto economici da poter essere effimeri e sostituiti, elettricisti obbligati dalle normative europee  adottate dalle grandi aziende a diventare assemblatori per loro conto di pezzi prodotti negli stessi posti e sovraccaricati di costi di certificazione, formazione, professionisti soffocati da piattaforme.

E poi uno sfrenato indebitamento che verrà ripagato con le solite procedure di socializzazione delle perdite, con l’aumento di tariffe e con tagli delle politiche sociali, con la resa entusiastica e definitiva al casinò finanziario che ha già contribuito all’indebitamento dei comuni tramite fondi, hedge, bolle e balle.

Mal Comune mezzo gaudio? No, catastrofe intera.

 

 

 


Morire per asfissia

Asfissia-autoerotica-i-rischi-legati-alla-pratica-sessuale-e-gli-interventi-psicoterapici-680x382Da qualunque parte legga mi accorgo sempre di più come la crisi che stiamo vivendo non venga interpretata nella sua reale dimensione: essa è considerata e narrata come un’emergenza medico – sanitaria, mentre si tratta in realtà di una crisi organizzativo – amministrativa oltreché politica. L’idea di segregare la popolazione, peraltro di una sola provincia, è nata in Cina come risposta totale a quello che era e comunque era sentito come un attacco geopolitico diretto a screditare i vertici di potere, ma poi si è trasferita in Occidente, in un  diverso contesto, nel quale la prigionia delle persone non rispondeva ad alcun criterio medico, ma alla necessità di non far crollare i sistemi sanitari gravati da decenni di tagli o di mettere in crisi  i sistemi assicurativi. privatistici Anche una volta accertata la scarsa letalità del Covid, paragonabile a una sindrome influenzale, si è pensato che la sua rapidissima diffusione avrebbe ben presto saturato i presidi sanitari, – e costituito in seguito la base per una contestazione radicale dei sistemi di governance neo liberista. L’isolamento avrebbe invece rallentato il diffondersi del virus e avrebbe reso possibile affrontare la situazione: se andiamo a vedere l’entità delle misure di segregazione prese nei vari Paesi, esse corrispondono quasi esattamente allo stato in cui versa il sistema sanitario e si va dal niente della Svezia che tuttavia vanta la letalità più bassa ,al massimo dell’Italia dove peraltro l’ospedalizzazione e la disorganizzazione si sono rivelati il miglior sistema di diffusione del contagio, specie in alcune aree specifiche.

Dunque la risposta al problema è stato di tipo tecnocratico – amministrativo e non sanitario e men meno di cura e attenzione nei confronti del diritto alla salute anche perché il tentativo di rallentare la diffusione del Covid con provvedimenti draconiani presenta un aspetto estremamente negativo, ovvero la possibilità, anzi la quasi certezza di endemizzare il virus nonostante il prolungamento folle del periodo reclusivo. Ma il far prevalere la logica tecnico – amministrativa su quella medica, tendendo un intero Paese chiuso in casa e facendone crollare l’economia, ha reso necessario enfatizzare in maniera drammatica il pericolo, non superiore e anzi probabilmente più modesto rispetto alle normali epidemie influenzali, creando la narrazione della pestilenza, laddove essa può invece essere essenzialmente individuata più che nel virus nel venire via via meno del diritto alla salute. Ma non è soltanto l’amministrazione e l’elite tecnocratica che da troppo tempo ha sostituito una politica composta esclusivamente di facce e non di idee, ad aver preso la mano e a porsi come unico “dittatore” perché anche i banchieri e in finanzieri hanno colto l’occasione per aumentare il proprio potere. In maniera anche sfacciata: l’ex premier britannico Gordon Brown che fu anche cancelliere dello scacchiere, ovvero ministro delle finanze, sul Financial Times si augura che la crisi del Covid possa servire a fare ciò che non fu possibile nel 2008, ovvero l’istituzione di un governo finanziario mondiale sottratto a qualsiasi controllo democratico al posto della concertazione dei vari G8, G7, G20  e compagnia cantante.

Per inciso va detto che queste scelte e i giochi di potere che vi si inseriscono o che potrebbero anche esserne l’origine e che comunque oggi sono i principali progonisti della paura, costituiscono in effetti un ulteriore e forse più importante rischio per la salute: studi fatti su eventi di tipo sanitario che hanno avuto una mediatizzazione ansiogena hanno mostrato che la paura porta a comportamenti irrazionali e pericolosi che finiscono per aumentare i rischi invece di diminuirli e proprio in quelle fasce di popolazione che dal punto di vista medico avrebbero meno da temere. Sono convinto che in Italia saranno molti di più i morti indiretti per mancata assistenza causa emergenza che quelli del Covid. In compenso abbiamo capito bene e fino in fondo che l’Europa non è mai esistita, che gli strumenti e le logiche con le quali opera non sono diverse da quelle degli strozzini o dei nemici e infine , ultimo, ma non ultimo, che senza sovranità monetaria collegata alle scelte di fondo di una società e non a potentati finanziari o all’illusorio mercato fatto poi da un branco di pescecani,  nessun Paese o conglomerato di Paesi può affrontare crisi di questo genere, senza essere depredato fino all’osso.

Per finire ogni posizione che parta non dalla realtà, ma dall’accettazione supina della narrazione e della sua retorica delle bare e dei numeri taroccati, non ha alcuna speranza di poter incidere nella realtà presente e in quella futura, proprio perché non vede la reale natura della crisi e se anche critica a fondo l’operato delle elite tecnocratiche e amministrative, non ne mette in questione la prevalenza rispetto agli aspetti medici e politici , né è attrezzato a comprendere lo sfruttamento dell’epidemia da parte del potere reale sia esso economico e finanziario o geopolitico.


Viaggio in euro-auto

103716559-e47a4f86-cd1b-42fb-aeef-8a6daae7d203Cambiare auto è oggi un’esperienza che se accompagnata dalla curiosità di comprendere a fondo le cose, è un’esperienza imperdibile per capire sulla nostra stessa pelle come veniamo presi in giro dai costruttori, cosa assolutamente ovvia, ma anche e soprattutto  da quei poteri di regolamentazione che si vorrebbero porre a tutela dei cittadini – consumatori e persino dell’ambiente, ma che in realtà fanno parte della meravigliosa filiera del capitalismo. Per quanto possa sembrare paradossale comprare un’auto significa toccare con mano il funzionamento del sistema neo liberista nel suo complesso e dunque anche della sua parte politica. Tralasciamo il dettaglio su ciò che concerne la parte finanziaria della questione: magari pensate che pagando tutto in un’unica soluzione potrete spuntare un prezzo migliore, ma non è così, lo sconto vero ve lo fanno per l’acquisto a rate perché il concessionario guadagna di più dalla finanziaria che dall’auto stessa: voi alla fine pagate la vettura un terzo in più del prezzo nominale e diventate vittime sacrificali dell’economia di carta, ovvero della finanziarizzazione del capitalismo. Senza dire che spesso le formule sono studiate perché dopo quattro anni convenga cambiare vettura con il medesimo modello piuttosto che svenarsi per tenersi quella vecchia.

Ma certamente vorrete un’auto che consuma poco e inquina anche meno, visto che i due parametri sono strettamente collegati e che i criteri adottati dalle varie autorità, nel nostro caso tutto il sistema di euro 1,2, 3 e via dicendo, con i vari divieti collegati, sia la strada giusta per diminuire le emissioni. Tuttavia basta leggere qualcosa in più per rendersi conto che non è affatto così: queste regolamentazioni sono state pensate per favorire il ricambio delle auto, per tenere artificiosamente alto il mercato e non per proteggere l’ambiente. Intanto questi criteri tengono conto anche di dotazioni di sicurezza che non hanno nulla a che fare con le emissioni e secondo, se andate a prendervi le tabelle vi accorgerete che spesso alcuni “euro” precedenti sono più severi di quelli successivi per alcuni parametri, per esempio la Co2 o gli ossidi di azoto: si ha la netta sensazione che queste complicate formulazioni seguano più le esigenze dei produttori e i loro trucchi che quelle dell’ambiente. Inoltre le cifre delle emissioni costituiscono un massimo per cui certamente un’utilitaria euro 4 ha emissioni complessivamente inferiori di un suvvone euro sei che pesa due tonnellate e passa. Se poi pensiamo che la fabbricazione di un’auto produce un inquinamento quasi pari a quello della sua vita media, si vede facilmente che provvedimenti volti a sollecitare il cambio della vettura, anche se apparentemente sensati, restituiscono un bilancio netto molto negativo. I motori aspirati attuali possono tranquillamente raggiungere  i 700 – 800 mila chilometri senza interventi al di fuori di quelli di routine, ma si instilla l’idea che a 100 mila km un’auto è finita: si vede benissimo che proprio l’uscita continua di nuovi modelli, la cura nel centellinare accuratamente le dotazioni su una serie continua di edizioni,  costituiscono un’incoraggiamento al cambio macchina che viene poi potenziato anche attraverso regole apparentemente virtuose ma in realtà perfette per inserirsi nella corrente del consumismo. Se davvero si volesse proteggere l’ambiente si dovrebbe costringere le industrie a garantire le auto su tutti i sistemi principali per un numero di anni non inferiore a 5  e ad adottare logiche costruttive che favoriscano gli aggiornamenti piuttosto che le sostituzioni.

In ogni caso i parametri di emissione sono legati a quelli di consumo, i quali non prevedono alcuna prova reale, ma solo di laboratorio e vengono di fatto ricavati in base ad algoritmi che non hanno nulla a che vedere con la realtà  senza dire che spesso  sono basati sui dati forniti dagli sessi costruttori. Recentemente si è gridato al miracolo perché dai vecchi standard si è passati a nuovi criteri che prevedono prove di omologazione di 30 minuti con una velocità media di 46,5 chilometri ora a temperatura rigorosamente di 23 gradi, al posto delle precedenti che implicavano ( sempre sui rulli) 20 minuti e una media di 30 all’ora, sebbene a temperatura variabile, cosa che una grande differenza. In realtà è cambiato pochissimo semplicemente perché ai costruttori basta adeguare opportunamente le curve di potenza per affrontare i nuovi parametri, senza che questo implichi però variazioni di consumo concrete nell’ uso reale. Ma ad ogni modo con l’introduzione il nuovo sistema di rilevazione e omologazione dei consumi chiamato WLTP, si è compiuto un vero prodigio: le stesse identiche auto sottoposte al vecchio e al nuovo test hanno dato risultati sconcertanti, alcune riducendo addirittura  i consumi  (per esempio Citroen Cactus o Toyota Prius che li ha addirittura dimezzati) , altre lasciandolo invariato e altre ancora facendo registrare aumenti talmente minimi da non essere  credibili. Se il vecchio standard di rilevazione veniva accusato di essere del tutto irrealistico, il nuovo che doveva colmare il gap si rivela in qualche caso ancor più distante dalla realtà. E con esso anche i test di inquinamento che naturalmente vengono condotti contemporaneamente.

Insomma il sistema basato sul consumo di merce e di denaro come super merce  sfrutta le preoccupazioni ambientali legate al medesimo per perpetuarsi e addirittura crescere. E’ per questo che non si perita di inscenare anche campagne ecologiche basate su facili simbologie, di fabbricare esche per farci abboccare.

 


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