Archivi tag: finanza

Morire per asfissia

Asfissia-autoerotica-i-rischi-legati-alla-pratica-sessuale-e-gli-interventi-psicoterapici-680x382Da qualunque parte legga mi accorgo sempre di più come la crisi che stiamo vivendo non venga interpretata nella sua reale dimensione: essa è considerata e narrata come un’emergenza medico – sanitaria, mentre si tratta in realtà di una crisi organizzativo – amministrativa oltreché politica. L’idea di segregare la popolazione, peraltro di una sola provincia, è nata in Cina come risposta totale a quello che era e comunque era sentito come un attacco geopolitico diretto a screditare i vertici di potere, ma poi si è trasferita in Occidente, in un  diverso contesto, nel quale la prigionia delle persone non rispondeva ad alcun criterio medico, ma alla necessità di non far crollare i sistemi sanitari gravati da decenni di tagli o di mettere in crisi  i sistemi assicurativi. privatistici Anche una volta accertata la scarsa letalità del Covid, paragonabile a una sindrome influenzale, si è pensato che la sua rapidissima diffusione avrebbe ben presto saturato i presidi sanitari, – e costituito in seguito la base per una contestazione radicale dei sistemi di governance neo liberista. L’isolamento avrebbe invece rallentato il diffondersi del virus e avrebbe reso possibile affrontare la situazione: se andiamo a vedere l’entità delle misure di segregazione prese nei vari Paesi, esse corrispondono quasi esattamente allo stato in cui versa il sistema sanitario e si va dal niente della Svezia che tuttavia vanta la letalità più bassa ,al massimo dell’Italia dove peraltro l’ospedalizzazione e la disorganizzazione si sono rivelati il miglior sistema di diffusione del contagio, specie in alcune aree specifiche.

Dunque la risposta al problema è stato di tipo tecnocratico – amministrativo e non sanitario e men meno di cura e attenzione nei confronti del diritto alla salute anche perché il tentativo di rallentare la diffusione del Covid con provvedimenti draconiani presenta un aspetto estremamente negativo, ovvero la possibilità, anzi la quasi certezza di endemizzare il virus nonostante il prolungamento folle del periodo reclusivo. Ma il far prevalere la logica tecnico – amministrativa su quella medica, tendendo un intero Paese chiuso in casa e facendone crollare l’economia, ha reso necessario enfatizzare in maniera drammatica il pericolo, non superiore e anzi probabilmente più modesto rispetto alle normali epidemie influenzali, creando la narrazione della pestilenza, laddove essa può invece essere essenzialmente individuata più che nel virus nel venire via via meno del diritto alla salute. Ma non è soltanto l’amministrazione e l’elite tecnocratica che da troppo tempo ha sostituito una politica composta esclusivamente di facce e non di idee, ad aver preso la mano e a porsi come unico “dittatore” perché anche i banchieri e in finanzieri hanno colto l’occasione per aumentare il proprio potere. In maniera anche sfacciata: l’ex premier britannico Gordon Brown che fu anche cancelliere dello scacchiere, ovvero ministro delle finanze, sul Financial Times si augura che la crisi del Covid possa servire a fare ciò che non fu possibile nel 2008, ovvero l’istituzione di un governo finanziario mondiale sottratto a qualsiasi controllo democratico al posto della concertazione dei vari G8, G7, G20  e compagnia cantante.

Per inciso va detto che queste scelte e i giochi di potere che vi si inseriscono o che potrebbero anche esserne l’origine e che comunque oggi sono i principali progonisti della paura, costituiscono in effetti un ulteriore e forse più importante rischio per la salute: studi fatti su eventi di tipo sanitario che hanno avuto una mediatizzazione ansiogena hanno mostrato che la paura porta a comportamenti irrazionali e pericolosi che finiscono per aumentare i rischi invece di diminuirli e proprio in quelle fasce di popolazione che dal punto di vista medico avrebbero meno da temere. Sono convinto che in Italia saranno molti di più i morti indiretti per mancata assistenza causa emergenza che quelli del Covid. In compenso abbiamo capito bene e fino in fondo che l’Europa non è mai esistita, che gli strumenti e le logiche con le quali opera non sono diverse da quelle degli strozzini o dei nemici e infine , ultimo, ma non ultimo, che senza sovranità monetaria collegata alle scelte di fondo di una società e non a potentati finanziari o all’illusorio mercato fatto poi da un branco di pescecani,  nessun Paese o conglomerato di Paesi può affrontare crisi di questo genere, senza essere depredato fino all’osso.

Per finire ogni posizione che parta non dalla realtà, ma dall’accettazione supina della narrazione e della sua retorica delle bare e dei numeri taroccati, non ha alcuna speranza di poter incidere nella realtà presente e in quella futura, proprio perché non vede la reale natura della crisi e se anche critica a fondo l’operato delle elite tecnocratiche e amministrative, non ne mette in questione la prevalenza rispetto agli aspetti medici e politici , né è attrezzato a comprendere lo sfruttamento dell’epidemia da parte del potere reale sia esso economico e finanziario o geopolitico.


Viaggio in euro-auto

103716559-e47a4f86-cd1b-42fb-aeef-8a6daae7d203Cambiare auto è oggi un’esperienza che se accompagnata dalla curiosità di comprendere a fondo le cose, è un’esperienza imperdibile per capire sulla nostra stessa pelle come veniamo presi in giro dai costruttori, cosa assolutamente ovvia, ma anche e soprattutto  da quei poteri di regolamentazione che si vorrebbero porre a tutela dei cittadini – consumatori e persino dell’ambiente, ma che in realtà fanno parte della meravigliosa filiera del capitalismo. Per quanto possa sembrare paradossale comprare un’auto significa toccare con mano il funzionamento del sistema neo liberista nel suo complesso e dunque anche della sua parte politica. Tralasciamo il dettaglio su ciò che concerne la parte finanziaria della questione: magari pensate che pagando tutto in un’unica soluzione potrete spuntare un prezzo migliore, ma non è così, lo sconto vero ve lo fanno per l’acquisto a rate perché il concessionario guadagna di più dalla finanziaria che dall’auto stessa: voi alla fine pagate la vettura un terzo in più del prezzo nominale e diventate vittime sacrificali dell’economia di carta, ovvero della finanziarizzazione del capitalismo. Senza dire che spesso le formule sono studiate perché dopo quattro anni convenga cambiare vettura con il medesimo modello piuttosto che svenarsi per tenersi quella vecchia.

Ma certamente vorrete un’auto che consuma poco e inquina anche meno, visto che i due parametri sono strettamente collegati e che i criteri adottati dalle varie autorità, nel nostro caso tutto il sistema di euro 1,2, 3 e via dicendo, con i vari divieti collegati, sia la strada giusta per diminuire le emissioni. Tuttavia basta leggere qualcosa in più per rendersi conto che non è affatto così: queste regolamentazioni sono state pensate per favorire il ricambio delle auto, per tenere artificiosamente alto il mercato e non per proteggere l’ambiente. Intanto questi criteri tengono conto anche di dotazioni di sicurezza che non hanno nulla a che fare con le emissioni e secondo, se andate a prendervi le tabelle vi accorgerete che spesso alcuni “euro” precedenti sono più severi di quelli successivi per alcuni parametri, per esempio la Co2 o gli ossidi di azoto: si ha la netta sensazione che queste complicate formulazioni seguano più le esigenze dei produttori e i loro trucchi che quelle dell’ambiente. Inoltre le cifre delle emissioni costituiscono un massimo per cui certamente un’utilitaria euro 4 ha emissioni complessivamente inferiori di un suvvone euro sei che pesa due tonnellate e passa. Se poi pensiamo che la fabbricazione di un’auto produce un inquinamento quasi pari a quello della sua vita media, si vede facilmente che provvedimenti volti a sollecitare il cambio della vettura, anche se apparentemente sensati, restituiscono un bilancio netto molto negativo. I motori aspirati attuali possono tranquillamente raggiungere  i 700 – 800 mila chilometri senza interventi al di fuori di quelli di routine, ma si instilla l’idea che a 100 mila km un’auto è finita: si vede benissimo che proprio l’uscita continua di nuovi modelli, la cura nel centellinare accuratamente le dotazioni su una serie continua di edizioni,  costituiscono un’incoraggiamento al cambio macchina che viene poi potenziato anche attraverso regole apparentemente virtuose ma in realtà perfette per inserirsi nella corrente del consumismo. Se davvero si volesse proteggere l’ambiente si dovrebbe costringere le industrie a garantire le auto su tutti i sistemi principali per un numero di anni non inferiore a 5  e ad adottare logiche costruttive che favoriscano gli aggiornamenti piuttosto che le sostituzioni.

In ogni caso i parametri di emissione sono legati a quelli di consumo, i quali non prevedono alcuna prova reale, ma solo di laboratorio e vengono di fatto ricavati in base ad algoritmi che non hanno nulla a che vedere con la realtà  senza dire che spesso  sono basati sui dati forniti dagli sessi costruttori. Recentemente si è gridato al miracolo perché dai vecchi standard si è passati a nuovi criteri che prevedono prove di omologazione di 30 minuti con una velocità media di 46,5 chilometri ora a temperatura rigorosamente di 23 gradi, al posto delle precedenti che implicavano ( sempre sui rulli) 20 minuti e una media di 30 all’ora, sebbene a temperatura variabile, cosa che una grande differenza. In realtà è cambiato pochissimo semplicemente perché ai costruttori basta adeguare opportunamente le curve di potenza per affrontare i nuovi parametri, senza che questo implichi però variazioni di consumo concrete nell’ uso reale. Ma ad ogni modo con l’introduzione il nuovo sistema di rilevazione e omologazione dei consumi chiamato WLTP, si è compiuto un vero prodigio: le stesse identiche auto sottoposte al vecchio e al nuovo test hanno dato risultati sconcertanti, alcune riducendo addirittura  i consumi  (per esempio Citroen Cactus o Toyota Prius che li ha addirittura dimezzati) , altre lasciandolo invariato e altre ancora facendo registrare aumenti talmente minimi da non essere  credibili. Se il vecchio standard di rilevazione veniva accusato di essere del tutto irrealistico, il nuovo che doveva colmare il gap si rivela in qualche caso ancor più distante dalla realtà. E con esso anche i test di inquinamento che naturalmente vengono condotti contemporaneamente.

Insomma il sistema basato sul consumo di merce e di denaro come super merce  sfrutta le preoccupazioni ambientali legate al medesimo per perpetuarsi e addirittura crescere. E’ per questo che non si perita di inscenare anche campagne ecologiche basate su facili simbologie, di fabbricare esche per farci abboccare.

 


Gli scippatori a Cernobbio e i derubati applaudono

teschio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo dovessimo dar retta alla saggezza popolare, espressa in proverbi più che in comportamenti,  dopo le cronache da Cernobbio del Corriere, toccherebbe correre a voltare 5Stelle. Gli schizzinosi ospiti dello Studio Ambrosetti (ai quali, cito, si offre là l’opportunità di ascoltare alcuni dei principali responsabili europei ed i migliori osservatori al mondo) che coprono gran parte dell’arco oligarchico e cleptocratico non vedono l’ora di liberarsi di questo governo. Interpretando il pensiero del motore d’Italia tramite  un voto digitale anonimo «sull’operato del governo», scrive l’editorialista,  la risposta  di quelli che un anno fa al 53% avevano espresso un giudizio positivo sull’operato del governo Gentiloni,  è stata univoca come di rado capita in questi casi: il giudizio unanime   di  oltre otto top manager e imprenditori su dieci  è che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta lavorando male.

Insomma, conclude articolo, il governo resta popolare fuori da Villa d’Este ma lì dentro l’uno per cento degli italiani quegli “uomini in giacca e cravatta, sono sempre più convinti che stia portando l’Italia in un vicolo cieco. E lo dicono in maniera sempre più aperta”

Ogni giorno abbiamo quindi la dimostrazione che la lotta di classe non è morta, è viva e la conducono i padroni contro gli sfruttati con una tale protervia e violenza che prendono per pericolosi rivoluzionari o almeno insurrezionalisti perfino Conte e Di Maio, perseverando nel volerci persuadere  come dei bravi papà che lo fanno per noi, per il bene di quella marmaglia di ragazzini scapestrati, dissipati e pigri, che hanno troppo voluto e troppo consumato in spese voluttuarie e che adesso si ritrova con le pezze al culo e si affida a incompetenti  guaglioni fotocopie dei loro elettori e dunque altrettanto immaturi e ignoranti.

Gli  imprenditori italiani che delocalizzano, che investono nella roulette finanziaria  invece che in tecnologia, innovazione e sicurezza,  che attentano alla salute e all’ambiente, che usano lo stato come ente assistenziale e gli istituti di credito come bancomat per le loro pretese di azionisti assatanati, sarebbero in pensiero per noi bambocci malcresciuti che vorrebbero le loro pensioni maturate invece di approfittare delle opportunità offerte dai fondi privati spesso promossi e gestiti dagli stessi datori di lavoro, che aspirano a curarsi negli ospedali pubblici invece di investire in assicurazioni o in  quel nuovo brand sindacale, quel “welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale, o. che vorrebbero recarsi al lavoro in qualcosa di meglio e più veloce di un carro bestiame invece di godere delle magnifiche sorti e progressive  dell’alta velocità.

L’aspetto peggiore è che questa oscena narrazione fa presa se guardiamo al risentimento acido e rancoroso con il quale in questi giorni in giro per i social si dà addosso ai risparmiatori truffati dalle banche che non dovrebbero essere risarciti, nella loro qualità di speculatori arrischiati puniti per la loro avidità e, si direbbe, per il loro sconsiderato dilettantismo borsistico, che certi avventurismi vanno lasciati a gente pratica.

Personalmente   conosco l’istituto del risparmio solo per via dei temi che la mia generazione e quelle precedenti erano sollecitate a scrivere annualmente a nome e per conto dell’Ina. Un anno mi aggiudicai il premio che l’Istituto donava ai più meritevoli:  una  polizza, che fu subito negletta dalla mia famiglia appartenente a una dinastia di poco avveduti dissipatori dei guadagni conquistati lavorando,  e  il salvadanaio a forma di casetta,  ambitissimo ma che mi venne subito tolto per darlo, così dissero, a una bambina meno abbiente. E che soldi ci mette dentro se è meno abbiente? Chiesi, meritandomi una reprimenda. Lo ricordo per dire che non voglio fare qui una difesa d’ufficio dei gabbati., ma per dire che da sempre – Berlusconi adottò lo slogan secondo il quale ci potevamo salvare  dalle cravatte europee per via dei fondamenti sani – gli italiani godono della fama di parsimoniosi avveduti, sollecitati a farlo in vista di investimenti in mattone nelle varie Milano 1 e 2 e così via, ma anche in spese in sanità privata, dentisti, chirurghi e clinici anche quelli nel novero del padronato caro allo Studio Ambrosetti.

In tempi di restrizione dei consumi, la roulette – quasi russa – della finanza adotta l’ideologia dell’austerità per raccomandare sobrietà salutista: mangiare meno, farsi l’orto di guerra, stimolare la prole a cogliere le opportunità dell’avvicendamento scuola-lavoro, accontentarsi di qualsiasi lavoro umiliante e precario, ridurre talento, aspettative e desideri alla pura e semplice garanzia di sopravvivenza in nome dalla necessità. Stato dal quale ci hanno persuasi  che si possa uscire recandosi alla Las Vegas globale, partecipando al gioco d’azzardo che promette di sbancare il tavolo verde puntando il poco sottratto ai bisogni in saccoccia.

A ben altri dovremmo dare la colpa, alla cupola che governa il totalitarismo economico e finanziario, ai suoi sacerdoti che officiano le liturgie a Wall Street e pure al cinema indicando nuovi miti e eroi negativi, ai suoi croupier indottrinati nell’arte del ricatto e dell’intimidazione, che contrattano fidi e scoperti in cambio della sottoscrizione di impegni degni dei racket, ai suoi cravattari aguzzini che imboniscono i pensionati per sottrargli la liquidazione e  scommetterla nelle trecarte truccate, mentre  lo Stato e noi tutti siamo chiamati a concorrere al salvataggio dei casinò criminali grazie a provvedimento di emergenza (nel 2017 in una notte il governo  ha stanziato ben 5 miliardi per il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, al tracollo per essersi esposte in favore di una clientela d’alto bordo).

Perché a questo sono ormai ridotti lo Stato senza sovranità, un Parlamento a potere sempre più ridotto malgrado sia stato salvato in extremis da ulteriori espropri di competenze e ruolo che si presta a accontentare i clan compresi quelli famigliari degli speculatori, a farsi camerieri in livrea del capitale privato e degli operatori del mercato azionario,  tenuti sotto schiaffo dalle agenzie di rating, in qualità di estorsori,  costretti a acquisire le parti infette del sistema per scaricarli dalle perdite assorbendole in vista di un futuro migliore.

Sconsiderati e sventati, questo si, golosi e imprudenti, questo sì, irresponsabili e ingordi i piccoli risparmiatori che quando hanno preso non si sono interrogati sulla provenienza di quei soldi infetti. Ma anche plagiati e truffati, loro. E imbecilli noi che ci caschiamo a prestarci a un’altra guerriglia tra poveri invece di ribellarci quando ci vengono a dire che non ci sono i soldi per l’assistenza, per la tutela del territorio, per le case all’Aquila e Amatrice, per le scuole che crollano e l’istruzione pubblica che è sempre più negletta, per la ricerca ridotta a meno della scatola del “Piccolo chimico”, per le bonifiche e il Mezzogiorno, mentre ci sono per le armi, quelle che sparano in guerre imposte dall’impero per offesa e “difesa” dai poveracci peggio di noi, e le altre, quelle mosse dalle bad company, imprese che si spostano per sfruttare eserciti di lavoratori senza garanzie e diritti, istituti creditizi che obbligano la nostra banca, lo Stato attingendo alle nostre tasche, a far fronte alle loro operazioni sporche.

Così i poveracci sono tutti colpevoli, quelli di volerci guadagnare noi di farci sfruttare, che a volte condannarsi a essere vittime è un peccato.


Padre Sergio di Calcutta

2-San-MarchionneL’esaltazione generalizzata e incondizionata di un manager licenziatore e ghigliottinatore di diritti del lavoro non è certo una stranezza in tempi di meritocrazia reazionaria, ma questo non basta al grande capitale che vorrebbe trasformare Marchionne, ucciso nella sua carica prima ancora della morte fisica avvenuta oggi, anche in un santo apostolo di carità, in un benefattore delle umane genti, farne insomma un esempio di virtù teologal -liberista. Certo non è difficile, attraverso la narrativa affidata in gran parte a testate condizionate dalla Fca, nascondere ciò che non funziona in un progetto volto più a tutelare il patrimonio azionario della famiglia Agnelli che alle logiche di prodotto e che alla fine ha sottratto al Paese la sua industria più importante, di fatto finanziata dagli italiani, decimato l’occupazione e formato un gruppo automobilistico in perenne sofferenza oltre che in caduta libera nelle classifiche. Tuttavia circonfondere con l’aureola l’uomo del maglioncino si rivela più arduo, ancorché necessario per non sconfessare un insieme di politiche e di visioni che cominciano a mostrare la corda e che dunque hanno quanto mai bisogno di santi e di eroi.

Il primo passo, peraltro favorito tra l’altro proprio dagli inconsulti  sberleffi che sono giunti alla notizia del suo stato di malattia irreversibile, è proprio quello di umanizzare il grande manager, di farne uno di noi, un uomo qualunque. E’ una tecnica di persuasione ben conosciuta che rende necessaria prima una possibilità di identificazione nel personaggio per poterlo poi proiettare nell’eccezionalità del potere senza incontrare resistenze: così adesso ai peana intessuti sulla sua opera si intreccia sempre di più con una più dimessa saga personale che va dall’uomo partito dalla gavetta ( se così si può chiamare l’esercizio di controllore legale per molte grandi aziende), che passa per il vizio del fumo, coltivato ossessivamente che arriva al rifiuto della cravatta non indossata  più di dieci anni a sentire le vulgate oppure alla scelta del maglione come divisa, copiata dagli intellettuali sessantottini o ancora che attinge segni premonitori della malattia nelle sue parole. Insomma la proletarizzazione di Marchionne procede col vento in poppa per evitare che si focalizzi l’attenzione sul fatto che da tempo immemorabile risiede in Svizzera per evitare di pagare tasse in Italia, ha spostato la sede legale della Fiat in Olanda e quella fiscale a Londra, che i lavoratori diretti del gruppo sono diminuiti di cinque volte rispetto a quando ha assunto la carica, mentre la produzione di auto nello Stivale è diminuita del 60% e ciò che rimane è spesso solo assemblaggio. Ciò che ha detto Giorgio Airaudo al tempo dell’ingresso di Marchionne in Fiat, numero uno della Fiom di Torino, ancorché fortemente critico, non è del tutto vero: non è che “con un’azienda fallita ha salvato una che stava per fallire”, in realtà l’uomo col maglioncino ha salvato la Chrysler uccidendo la Fiat, una coda che tutti sanno e che solo pochi hanno avuto il coraggio di dire in questi anni. Nei tempi pre crisi  il gruppo non era poi messo poi così male, non almeno quanto gli Agnelli – Elkann  volevano far credere al Paese e ai suoi governi. Si trattava comunque del sesto gruppo al mondo che nel 2007, aveva realizzato utili per oltre 3 miliardi nonostante la nascita di parecchi nuovi modelli in vari settori. Certo ci sarebbe voluto un grande manager industriale che nella famiglia non esisteva visto che i discendenti non sarebbero probabilmente gestire una merceria e che non era nemmeno Marchionne, uomo della finanza che ha sempre interpretato tutto in funzione di quella e non del prodotto. Ci sarebbe voluto, ma in definitiva non lo si voleva.

Per di più  il contesto in cui è nata la fuga in America fortemente spinta dagli Agnelli per evitare la possibilità di un ingresso della mano pubblica nel gruppo è completamente mutato: molte operazioni di riciclaggio e sinergia con l’altra parte dell’atlantico, già piuttosto perigliosi dal punto di vista del prodotto, rischiano di incontrare ostacoli impensabili fino a pochi anni fa. Proprio per questo Marchionne ha bisogno di avere l’aureola del globalismo finanziario, di essere un esempio, una specie di Padre Sergio di Calcutta del neo liberismo. E c’è caso che tra poco spuntino anche le stigmate.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: