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I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Il Curatore Fallimentare

arcurino Anna Lombroso per il Simplicissimus

Giuseppe Conte ha nominato super commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, in qualità di “figura tecnica e non politica”, incaricato di  gestire, da  sottosegretario ad hoc che farà capo al presidente del Consiglio,  soprattutto la fase del post emergenza,.

E siccome è stato sottolineato che da lui ci si aspetta molto in futuro, nella fase postbellica,  “per rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, non è detto che finita l’epidemia, gli verrà dedicata una statua, come ad un’omonima starlette, che però non figura tra le sue parentele illustri tra ex mogli e  mogli vigenti.

Peccato, che con quel curriculum brillante merita davvero appropriati riconoscimenti: nel 1986, nello stesso anno della sua laurea alla Luiss in Economia e Commercio, è già magicamente all’IRI per occuparsi delle aziende del gruppo che si occupano di telecomunicazioni, informatica e radiotelevisione. Nel 1992 passa in Pars, di cui diventa Amministratore Delegato solo due anni dopo. È partner responsabile italiano di Telco, Media e Technology nel 2001, mentre dal 2002 è in Amministratore Delegato in Deloitte. Ma è dal  2007 che spicca il voto assumendo ancora una volta il ruolo di Amministratore delegato di Invitalia, poltrona che gli viene riconfermata più volte anche negli anni successivi visti i folgoranti successi nella gestione delle misure di agevolazione che lo Stato propone alle imprese e negli interventi per la reindustrializzazione delle aree in crisi.

Non mi sono nemmeno presa la briga di virgolettare tutti gli encomi entusiastici che ho citato e che accomunano la stampa oggi che plaude alla felice scelta. Felicissima, anzi,  se molto opportunamente invece di selezionare un superpoliziotto o un manager collaudato nella protezione civile, il presidente Conte ha dato la preferenza a un “curatore fallimentare”, come confermano la natura e le performance delle varie società nelle quali è approdato sempre ai vertici e riportandole, cito ancora ad “alti standard di visibilità”. E che, per quelli che non sono abbonati al Sole 24 Ore, ricordano la vocazione e le mansioni dell’indimenticato protagonista di Pretty Woman, da addetti all’acquisizione di aziende per poi cannibalizzarle, per comprarle per conto di istituzioni statali mettendoci un bel po’ di soldi pubblici, per poi farle marcire in modo da rivenderle a dinamici licenziatori e delocalizzatori.

Per dir la verità gli agiografi oggi impegnati nel ritrattino del commissario non si sprecano con gli esempi celebrativi: ho riperticato qualche dichiarazione in perfetta sintonia con la paccottiglia cara a Calenda o anche a Barca jr., ad esempio in merito alla conversione del Mezzogiorno in Smartland, impegno così appassionatamente visionario in assenza di rete, fibra banda larga e nemmeno cellulari, da garantirne la totale irrealizzabilità. E infatti si deve a lui il lancio nel 2015 del programma Smart&Start Italia della sua agenzia governativa Invitalia, che “sostiene la nascita e la crescita delle startup innovative ad alto contenuto tecnologico per stimolare una  nuova cultura imprenditoriale legata all’ economia digitale, per valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica e per incoraggiare il rientro dei «cervelli» dall’estero”, seducente iniziativa che a guardare il test effettuato da virus sulle opportunità del telelavoro, della telescuola, della organizzazione del settore sanitario, perfino della programmazione della vendita e delle consegne di prodotti alimentari ordinati online non pare abbia mostrato applicazione e dato conferme incoraggianti.

Va forse meglio, per capire la selezione effettuata, andarsi a vedere il brand/obiettivo della cultura del management di queste agenzie, che ricordano da vicino il talento di quelle di rating, soggetti ed enti incaricati di valutazioni (e interventi) neutrali e oggettivi, che operano invece al servizio del capitalismo, in veste di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato.  Così si capisce meglio che si tratta degli “attrezzi” meglio perfezionati del liberismo, di soggetti deputati a attuarne il fondamento,   l’illimitata circolazione internazionale dei capitali, autorizzati a  entrare e uscire liberamente da un Paese, con la possibilità di delocalizzare qualsiasi produzione, delegati a richiamare quelli esteri con ogni sorta di blandizie,   agevolazioni fiscali, leggi ad hoc,   sussidi   pubblici, quei sostegno cioè che qualcuno ha definito l’assistenza all’imperialismo delle  multinazionali, legittimate a prendersi il bottino e scappare.

E per capirne di più basta pensare all’azione intrapresa da Prodi per smantellare l’Iri in modo da avviare un vasto programma di privatizzazioni, in festosa coincidenza con l’affiliazione all’Ue, basta  ricordare che si è saputo e taciuto sul fatto che i quattrini che Invitalia offriva a Fca per favorire la riconversione all’ibrido, erano invece impiegati per giocare alla roulette del gioco d’azzardo finanziario, o rammentare la prestigiosa operazione che aveva portato la Rolls Royce a insediare uno stabilimento a spese di Invitalia  a Avellino, o rammentare la pompa con la quale il governo Renzi prima e Gentiloni avevano magnificato il pacchetto di contratti di sviluppo per il quale erano stati stanziati un miliardo e mezzo, pari  al 75% del budget iniziale, mentre nulla si è saputo per la necessaria riservatezza del restante 25, a conferma che la vocazione e il compito attribuito all’agenzia di “proprietà” del Ministero dell’Economia – già solo questo la dice lunga  a dimostrare la sua esenzione al controllo almeno parlamentare – creata durante il governo D’Alema,  accusata dalla Corte dei Conti di elargire stipendi troppo alti a fronte di un rosso vertiginoso, sotto la dizione di attrattore di  investimenti esteri, è quello di invitare, lo dice il nome stesso,  parassiti e speculatori forestieri, mentre poi le risorse sono italianisssime doc ed escono dai nostri portafogli.

Direte che non sono mai contenta, ma se penso alla svendita della costa sarda in cambio di una clinica extralusso per magnati e sceicchi in vacanza, se penso alle indecenti disparità di costo delle attrezzature sanitarie e degli investimenti in strutture e servizi che hanno beneficato gli apparati regionali, se penso che le startup ingegnose e alacri di cui si favoleggia non sono riuscite a produrre una mascherina, lasciando il campo libero all’aggiotaggio e alla sciacallaggine delle industrie e dell’Europa, non mi sento rassicurata che i destini dei salvati siano affidati a un guardiano dei valori e degli interessi della peste da ben prima del coronavirus.


Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


La scoperte della domenica

pizza servizio domicilio pizzeria-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque, sia pure a malincuore, si sia piegato all’acquisto online di prodotti, a ordinare una cena o dei generi alimentari  su Justit o su Foodora o su Easy Coop, ha avuto la smentita di una delle balle stratosferiche più in voga: quella secondo la quale gli immigrati servono non per abbassare il livello di pretese dei lavoratori locali, persuasi con la forza e le intimidazioni  ad accontentarsi di salari minori e di minori garanzie  in modo da trascinare in basso anche quelli degli indigeni, macchè, ma per sostituire invece gli italiani che non vogliono più prestarsi a mestieri servili, non qualificati e umilianti.

Non solo le cronache estive, infatti, riportano le vicende di italiane soggette al caporalato che schiattano sotto la canicola, ma ogni giorno suonano alla porta connazionali in veste di pony, facchini, trasportatori. E si tratta non solo di giovanotti e ragazze che arrotondano la paghetta settimanale di mammà, o che hanno alternato il volontariato all’Expo o il disonore a Eataly con l’Erasmus, che si parcheggiano nell’ipotesi remota che si tratti di una tappa intermedia e provvisoria in attesa delle fortune di una startup creativa, ma di quarantenni e cinquantenni che hanno dovuto mettersi in competizione con ridenti bengalesi o enigmatici peruviani,  sfiniti e mortificati e che accettano le rare mance come una vergogna, tutto sommato meno disonorevole dei testimonial di Eni, Enel, inviati a intimorire i consumatori e utenti in veste di racket per strappare un contratto.

La rivelazione del ricambio su base etnica ha colpito anche qualche nostro  pensatore che, effettuato un test per scoprire la deriva del lavoro ai tempi della fine del lavoro, si è fatto  consegnare la domenica di prima mattina qualche delicatessen e che dopo la tremenda agnizione di veder accontentata in tempo reale la sua pretesa, si chiede se non sarebbe giusto che andasse al corriere l’importo della consegna, o se non sarebbe preferibile rinunciare a certi lussi avvelenati,  o meglio ancora se non sarebbe ora di proclamare lo sciopero generale della clientela delle aziende della distribuzione online.

È che di tanto in tanto succede che qualcuno che ha fatto sega a scuola il giorno che spiegavano il plusvalore, tiri fuori il capino dalla cuccia calda della rinuncia volontaria di ricchezze morali e dignità in cambio della sicurezza, per interrogarsi sui confini della responsabilità collettiva e di quella individuale,  dimenticando  che ci sono geografie nelle quali non esiste il mercatino rionale e dove, qualora sopravviva, impone dei prezzi alti destinati a consumi di eccellenza, dove il commercio al dettaglio è stato spazzato via, imponendo il pellegrinaggio nelle nuove cattedrali periferiche, o che qualsiasi merce online costa meno anche con l’aggiunta del recapito del prodotto peraltro assolutamente uguale a quello acquistato nei negozio.

O che dipende anche dalle scelte, sia pure condizionate, dei consumatori il successo di una globalizzazione che ha decretato il successo di sedicenti prodotti di nicchia – quanto grande dovrebbe essere Bronte per rifornire tutti i gourmet di pistacchi? Quanto  estesi gli appezzamenti di fagioli di Lamon e le cave di marmo di Colonnata per appagare il provincialismo gastrico dei fan di Masterchef? – in modo da consolidare l’idea che un prodotto o un oggetto sia più desiderabile e valorizzi chi lo compra e se lo mangi solo se costa di più e se è più raro e quindi esclusivo, e che di conseguenza chi spende è autorizzato a pretendere che chi vende e incarta e consegna la merce sia al suo servizio.

Ogni volta che si affronta il tema dell’apertura festiva dei supermercati, sono gli stessi che si indignano per il destino rio delle cassiere e dei commessi e dichiarano la loro estraneità e innocenza grazie alla rinuncia delle birre da bere davanti a Quelli del Calcio, e più o meno gli stessi che stranamente non hanno collegato questo ennesimo sopruso alla progressiva e accelerata cancellazione dei diritti, delle garanzie e delle conquiste del lavoro, alla base delle “riforme” che hanno obbligato in aggiunta a tutto quello che è stato tolto, il dovere di essere grati ai padroni che concedono un posto e un salario e perfino uno straordinario festivo.

Non stupisce, perché sono perlopiù quelli che delegano il riscatto – ma solo quello della cattiva coscienza, non quello della dignità propria e degli altri – alle piazze delle sardine, dei Fridays for Future, ai flashmob delle Nonunadimeno, cui le commesse di cui sopra non possono partecipare, alle associazioni umanitarie e agli avventizi dell’antifascismo, purché l’ambientalismo si limiti al giardinaggio, con la raccolta delle lattine, quella differenziata, insomma all’ecologia domestica che salva i grandi inquinatori, la giustizia sociale si restringa nei confini della compassionevole prima accoglienza, quella di genere si accontenti di sostituire gentaglia e sopraffattori di sesso maschile con analoghi esponenti del peggio di sesso femminile, mentre intanto, indisturbato,  il liberismo più feroce persegue il suo disegno demoniaco.

Si tratta di un ceto che per occupazione, istruzione, piccoli privilegi ereditati possiede un patrimonio ideale di aspettative e ambizioni, ma che non ha i mezzi per realizzarle nella quantità e qualità che ritiene di meritare. E si limita a un impegno virtuale per le ultime rivoluzioni borghesi concesse quando ormai i diritti fondamentali sono stati alienati e cancellati e ci si deve accontentare dei riconoscimenti elargiti al minimo sindacale come mancette a alto contenuto psicologico.

Tra queste erogazioni controllate e anestetizzanti ci sono anche i mestieri e i lavori inesistenti dei quali ha parlato con un grande successo un libro di David Graeber di qualche tempo fa che ha descritto con tanto di esempi i cosiddetti Bullshits Job, i lavori inutili fini a se stessi, che non hanno lo scopo di produrre,  ma di introdurre nuove forme di controllo sociale nel settore pubblico, nelle grandi istituzioni economiche, nelle multinazionali che agiscono proprio come i regimi socialisti, creatori di milioni di posti per i proletari, come quelli capitalistici che sceglievano la guerra e il colonialismo anche allo stesso scopo, quelli strettamente militari che avevano inventato l’ammujUena:  scavare fossati per poi riempirli.

Ai nostri tempi è la finanza soprattutto che tiene occupato così il ceto dei suoi sudditi di prima categoria, che non rinuncerebbero mai al salario anche se raggiungono al consapevolezza del loro status, ma è una cifra delle grandi “burocrazie” statali e sovranazionali (vi viene in mente un esempio a caso? l’Ue forse?) nelle quali sopravvivono e prosperano topologie bene identificabili di leccaculi, impegnati unicamente a dire si e soddisfare i capricci dei superiori, o a rattoppare i loro disastri, o quelli che il libro definisce gli sgherri, indicando come esempio  i professionisti incaricati di convincere un potenziale cliente che la Bocconi è meglio della Luiss (e in questi giorni li abbiamo visti in opera a magnificare la rigida divisione in classi sociali delle classi scolastiche), o i kapò che non hanno altro compito che controllare altri kapò o alimentare l’attività dei grandi uroburoi generando altre occupazioni altrettanto inutili come in un moto perpetuo.

Non è una consolazione pensare che anche i ricchi piangono, che l’insoddisfazione e la frustrazione sono i mali del secolo, che non è detto sia meglio stare tutto il giorno davanti a un computer a cincischiare invece di consegnare merci col motorino, grazie alla desiderata confusione  tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra posto e fatica, indotta proprio per tenere sotto col bastone e la carota  tutti quelli cui è stata offerta un’unica uguaglianza, quella di servi.


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