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Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


Maramao perché sei morto

maramaoSembra incredibile, ma il decano del giornalismo italiano che La Repubblica espone ogni domenica come un San Sebastiano trafitto dalle frecce della senilità, ci fa sapere che per superare le difficoltà europee bisognerebbe cantare una del 1939 del trio Lescano (di origine olandese) , ovvero Maramao perché sei morto, pane e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto e una casa avevi tu.  Non è dato di sapere cosa voglia dire tutto questo, cosa c’entri con la vicenda europea, a parte il riferimento a Rutte che peraltro è uscito totalmente vittorioso, mentre il morto è un altro e immagino che sarebbe piuttosto imbarazzante chiederlo all’autore. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di considerare questo “incidente”, un’ eccezione nel panorama informativo italiano che se possibile usa la lucidità mancante a Maramao in modo ancor più infantile: dovendo comunque salvare e tenere sull’altare un progetto europeo nel marasma e ormai ferocemente contrario agli interessi italiani, i  commentatori dei giornaloni e dei giornalini dei piccoli hanno inventato una gustosa chiave di lettura che ribalta ogni realtà.

Dal momento che i cosiddetti aiuti – vale a dire prestiti condizionati e sorvegliati o partite di giro sul bilancio europeo che vengono chiamati finanziamenti a fondo perduto, mentre di perduto c’è solo l’onestà – sono stati vigorosamente contestati dai piccoli Paesi del Nord a guida socialdemocratica (si fa per dire), vale a dire proprio quelli esalati dalla vuota retorica europeista e che ne esprimono al meglio l’ipocrisia, ecco che i nostri commentatori sono stati costretti a salire sulla giostra dei peggiori sillogismi di chi non ha argomenti: queste personcine così perbene, a cominciare da Rutte, sono state costrette a fare questo perché pressate dai populisti e dai sovranisti che nei loro Paesi sono in aumento. Dunque la colpa è dei populisti se i più puri campioni dell’Europa fanno sfoggio di un egoismo cieco e volgare negando qualsiasi solidarietà che non sia quella dell’occhiuto cravattaro. Gente costretta a dire queste sciocchezze e magari anche a coltivarle nell’orto botanico delle erbacce, fa davvero un po’ pena, vedendo a che punto si può arrivare a forza di servire, ma sanno anche che ogni sciocchezza è la benvenuta fra il pubblico dei lettori se evita loro di pensare. Noi siam come le lucciole, brilliamo nelle tenebre, schiave di un mondo brutal, ecco un altra canzone d’antan che mi dicono strimpellata spesso da Scalfari nella sua villa di Tivoli. e che ha invece molto più senso se riferita all’ambiente complessivo dell’informazione.

Ma in generale lascia senza fiato il fatto che tutta l’informazione parli genericamente di 82 miliardi di sussidi a fondo perduto, ben sapendo che sono più o meno i soldi che verseremo nei prossimi anni al bilancio europeo e che saranno reperiti attraverso un aumento di tasse: davvero non si vuole a nessun costo prendere atto della realtà per vivere, anzi per morire di favole. E pochi hanno compreso o hanno messo in rilievo che la mediazione tra i Paesi cosiddetti frugali e gli immondi italiani spreconi, non ha visto vincitore Conte, che nemmeno è davvero entrato in campo, ma la Merkel che ha condotto la trattativa e che ha definitivamente consacrato la Germania quale riferimento unico per l’Europa dei 27 che senza Berlino si sarebbe completamente frantumata. Dunque entriamo in una fase nuova in cui cade tutto il castello dell’Unione fondata sullo status paritario dei vari Paesi per lasciare spazio invece a una precisa gerarchia tra chi comanda e chi subisce, tra chi si arricchisce e chi si impoverisce. Questa natura dell’Unione era stata tenuta nascosta sotto il tappeto, ma adesso si palesa chiaramente e prende anche forme quasi istituzionali con la Germania che orchestra la canea.

Adesso agli europeisti che fanno i salti mortali per difendere la loro creatura di fantasia non rimane che aspettare l’autunno e vedere come si configurerà il Piano nazionale delle riforme, necessario per accedere al Recovery found e che dovrà necessariamente prevedere tagli pesantissimi al lavoro, alle pensioni, alla pubblica amministrazione, alla sanità e all’istruzione. Tale piano dovrà essere giudicato dai 27 membri della Ue e basta che il 35% si opponga per bloccare le rate. Ed è chiaro che sarò la Germania a guidare tutto questi processo. Forse la grande vittoria di Conte vi taglierà lo stipendio, ma sarà stata colpa dei populisti. Maramao perché son morto.


Covid Mafia

soprAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutti a parlare di giovani, di generazioni future e di come sarà il mondo nelle loro mani e poi ci ritroviamo a consegnare i nostri destini nelle mani di ottuagenari che hanno già mostrato di cosa sono capaci, da Berlusconi a Prodi e, in aree diverse ma non poi molto più opache e buie, a Matteo Messina Denaro, che secondo la tradizionale relazione semestrale della Dia, continua a rappresentare un punto di riferimento irrinunciabile e una leadership  modello per le organizzazioni criminali.

Pare insomma che, come per la politica e l’economia, si manifestino anche là aspirazioni di modernità nelle strategie, la volontà di adattare le strategie e i comportamenti alle modalità dell’economia “immateriale” e all’innovazione tecnologica,  in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto esterno, nazionale ed internazionale, “tenendosi al passo con i fenomeni di progresso e globalizzazione, anche grazie alle giovani leve che vengono mandate fuori dall’ambiente della Famiglia,  a istruirsi e formarsi per poi mettere a disposizione delle cosche il bagaglio conoscitivo accumulato”, con la continuità con una tradizione arcaica, autoritaria e potente che favorisce e consolida appartenenza, spirito identitario e fidelizzazione e capace di   rafforzare sempre di più i propri vincoli associativi interni, creando seguito e consenso soprattutto nelle aree a forte sofferenza economica,

E non a caso il rapporto che conferma come i settori trainanti dell’economia mafiosa siano ancora quelli abituali che hanno permesso la penetrazione e l’infiltrazione in tutte le regioni italiane: droga, prostituzione, riciclaggio, gioco d’azzardo, edilizia, cui negli anni si è aggiunto un comparto sempre più redditizio, quello della gestione e del trattamento dei rifiuti, della dominazione nel sistema di appalti per bonifiche e del trasporto e traffico, anche a norma di legge, di materiali tossici in Italia e all’estero, mette in premessa la nuova frontiera del business, il governo della fase di post-pandemia e il brand della ricostruzione.

Non occorre una particolare competenza in materia per capire come un sistema economico legale, autorizzato dal codice civile e penale,  ma alla lunga illegittimo se provoca disuguaglianze feroci grazie allo sfruttamento più avido, proprio come quello illegale ma sostenuto direttamente o occultamente dal contesto politico e amministrativo (dal 1991 non ci sono mai stati così tanti enti locali – 51 –  sciolti per mafia,) sappiano da sempre approfittare di crisi ed emergenze per imporre condizioni anomale, procedure straordinarie, licenze alle regole dando forma a stati di eccezione che autorizzano procedure opache, semplificazioni in grado di consentire aggiramento di norme e controlli.

E infatti la Dia rilancia l’allarme per la fase post-lockdown: le organizzazioni criminali si faranno carico di fornire un “welfare alternativo” e dall’altro allargheranno il loro ruolo di interlocutori  affidabili ed efficaci a livello globale, attraverso quello che viene chiamato il doping finanziario, ossia l’immissione di capitali che vanno a innervare e rigenerare i settori in crisi, “mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni che non sono in grado di ripartire, su tutto il mondo delle strutture ricettive”.  E da parte sua l’Interpol attraverso il Capo della Polizia Gabrielli ha già fatto sapere che la mafia calabra “punta alla possibilità di entrare nelle società che gestiscono la produzione di farmaci vaccini”.

Niente di nuovo, a ben guardare, l’ingegno criminale più o meno “organizzato” sa bene che anche in condizioni di benessere si determinano differenze ancora più profonde che hanno come effetto collaterale la demoralizzazione, come disaffezione e perdita di valori etici,  che in condizioni di apparente democrazia clientelismo, familismo, corruzione possono essere interpretati come l’adeguamento naturale a un costume che si consuma in alto e come un comportamento difensivo per accedere a servizi e diritti che sarebbero legittimi.

E che, invece, quando c’è una situazione di crisi i soggetti più esposti e vulnerabili diventano preda del racket, dei condizionamenti e dei ricatti, quindi della paura e dell’intimidazione che non si esercita solo con la pistola o le bombe incendiarie contro la saracinesca del bar o del negozio, ma con il crearsi di un perenne stato di incertezza e di timore alimentato ad arte.

Insomma, proprio lo stato di un paese che ha perso reddito, che è stato diviso in gente selezionata per salvarsi la pelle stando a casa e cedendo, apparentemente in via volontaria,  libertà e benessere, altra gente invece segnata dal sacrificio necessario per garantire la sopravvivenza e i servizi essenziali in cambio della pagnotta già a rischio e che lo sarà ancora di più.

Niente di nuovo, a ben guardare, se il format è sempre lo stesso, quello di Mafia Capitale – ma per carità non fatevi sentire dalla Cassazione che ha retrocesso attività e protagonisti alla semplice delinquenza comune a ai suoi attori da commedia all’italiana. Se  “il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà”  si è aggiornato perfino secondo i dizionari sviluppandosi  “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità,   stende  la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”,  sicché il termine “mafia” si applica    “internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”.

Come non notare dunque affinità specifiche  tra le cosche e altre organizzazioni autorevoli e autorizzate che usano procedure analoghe fatte di angherie, sottrazione di beni, intimidazioni e abusi, che prestano soldi “a strozzo”, tanto da confermare il noto interrogativo brechtiano, se sia più criminale rapinare una banca o fondarla, entità politiche e governative che vivono delle risorse dei soggetti aderenti, le amministrano e le concedono a patto che vengano spese in forma condizionata dall’obbedienza a diktat e dalla cessione di sovranità e diritti, pretendendone la restituzione maggiorata di interessi anche morali e civili, secondo una partita di giro che assomiglia da vicino alle modalità in uso a Corleone e Broccolino.

Come non chiedersi a che punciuta si sia sottoposta la ex presidente di un autorevole consesso che ha speculato per prima sulle mascherine, brand subito diventato appetibile per governatori che tengono famiglia, imprese di vari settori merceologici immediatamente riconvertiti grazie alla moral persuasion sanitaria anche via app, esercitata da decisori e accoliti pescati nel mondo della scienza e dell’impero digitale.

Come non  aspettarsi un’appendice della Dia sulle imprese di vari esponenti dell’impero del male transnazionale che alternano l’occupazione  bellica delle città e dei territori grazie a cantieri di Stato speculativi e corruttivi dell’economia e dell’ambiente con il sostegno alle malattie e ai decessi provocati dalla demolizione del Welfare e da nuove povertà in modo da favorire il mercato dell’assistenza per i pochi che possono permettersela, delle terapie selettive, arbitrarie e probabilmente inutili o dannose, ma che sono diventate irrinunciabili grazie alla pistola puntata, da quando l’unico diritto autorizzato e elargito è quello alla sopravvivenza.

 


L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


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