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Il Mes… sale europeo

Quali sono le probabilità che gli italiani scampino al destino della Grecia? Che venga allontanato l’amaro calice del Mes nella sua nuova formulazione che potenzialmente permetterà non solo di condizionare il Paese, ma anche di mettere mano anche al risparmio privato che alla fine è l’ultimo baluardo reale della sovranità? Il calcolo è molto semplice: zero. Il fatto stesso che il Parlamento abbia approvato le modifiche al meccanismo che lo rendono ancora più letale e più pesante significa che si ha tutta l’intenzione di accedervi anche se gli sfacciati bugiardi del milieu politico tentano di negarlo. Siamo così arrivati a uno degli ultimi atti di una Repubblica, nata dalla Resistenza, vissuta per rinnegarla e che in realtà si  è sempre fondata più che sul popolo e sugli interessi del Paese, sul cosiddetto “vincolo esterno” che ne è stata la vera spina dorsale o meglio l’assenza della stessa. Da una parte le forze governative dovevano rendere ragione delle loro scelte al vincitore, ossia agli Usa che peraltro avevano occupato militarmente il Paese per non più andarsene, dall’altra l’opposizione socialcomunista era legata a Mosca e dunque in un certo senso anche alle logiche della divisione del mondo. A parte il momento costituente che fu il più autentico momento di indipendenza tanto da dare origine a una Costituzione da sempre avversata dalle costellazioni di potere interno ed esterno, l’interesse del Paese è stato sempre in secondo piano e la classe dirigente si è selezionata secondo questo criterio di sudditanza.

Alla fine a una classe dirigente scaduta ai minimi termini, ma anche un popolo che oggi assomiglia più a una plebe dispersa e inquieta, non sanno fare a meno di rivolgersi a un qualche tutore che sia l’Europa tedesca o gli Stati uniti benché slittati in Sudamerica, meglio se entrambi: fare da soli, fare gli interessi del Paese e dunque quelli dei cittadini, rendersi liberi è l’ultima cosa alla quale si pensa, meglio mal accompagnati che soli. Basta semplicemente vedere come la frangia più critica rispetto alla situazione attuale, pandemia e misure anticostituzionali comprese, si attende la liberazione dalla dittatura sanitaria da Trump redivivo e non pensa minimamente di fare qualcosa di efficace in proprio. Del resto il desiderio di tutela esterna, di vincoli, riflettono per intero anche il senso politico del processo di integrazione europeo: i pochissimi che si sono dati  la pena di leggere il Manifesto di Ventotene, invece di citarlo a vanvera quale testo sacro, sanno che la Ue nasce proprio dal sospetto per la democrazia e per il popolo che potrebbe anche essere ingannato e portato ad inseguire ogni tipo di avventura: dunque gli Stati Uniti d’Europa sono stati concepiti proprio costrutto elitario per evitare queste possibilità, ma alla fine anche l’eluzione e il progresso sociale. Certo gli autori erano traumatizzati dalla traiettoria del fascismo e dall’affermazione su quasi tutto il continente di analoghi totalitarismi, ancorché peculiari alle diverse culture, ma non avevano forse compreso che tutto questo era stato caldeggiato e favorito proprio da quelle elites di potere che temevano le lotte sociali e i loro sbocchi rivoluzionari, e che all’indomani della guerra, rassicurate dagli Usa imperiali e “moderate” dall’esistenza dell’Urss, si erano adeguate al capitalismo democratico e keynesiano. Non senza guardare però  all’obiettivo di una governance che superasse la politica delle rappresentanze e che fosse controllato dall’alto: l’deale per questo era un governo sovranazionale che in sostanza non dovesse rispondere a nessuno e men che meno al popolo.

Ad un livello più basso questo si è tradotto nella diffusa sensazione di non poter fare da soli o comunque di non poter fare ragionevolmente i nostri interessi invece di quelli altrui. Cosa potremmo fare senza gli Usa?  E in nome di questa dipendenza necessaria abbiamo stracciato il rifiuto della guerra inserito nella Costituzione, non facendola in proprio, ma per conto del padrone, come se questo ci permettesse di conservare una certa coerenza. Poi finito il mondo bipolare la domanda è stata cosa potremmo fare senza l’Europa? Falsamente vista come contraltare dell’imperialismo. E poi cosa potremmo fare senza l’euro? Cosa clamorosamente idiota, fra l’altro, visto che il boom economico era stato realizzato con la lira e che le economie che dispongono di sovranità sulle divise sono in condizione di grande vantaggio o quantomeno non sottoposte al continuo ricatto dei centri finanziari. Le classi dirigenti  si sono date un gran da fare per favorire questo sentimento di inferiorità, di sfiducia nei propri mezzi e conseguentemente anche nello stato e per inoculare invece un senso di affidamento verso istanze sostanzialmente sottratte ad ogni controllo, anche quando queste si rivelano nefande, anche quando sono pandemiche.

Alla luce di questa storia è ben difficile che un milieu politico dominato dal senso pervasivo del vincolo esterno e popolato da persone che sono state incapace di resistere, possa rifiutare la letale comunione col Mes che compirà definitivamente l’opera di spoliazione della sovranità. E forse compiranno la massima aspirazione del popolo essere cittadini del mondo di serie b.


Lo spigolatore di Sapri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono versi che lasciano un’impronta anche nei fanciulli meno inclini alla studio dei classici:  tendevi la pargoletta mano, t’amo pio bove, settembre andiamo è tempo di migrare, cavallina storna.

La reminiscenza cara al presidente Conte dev’essere l’incipit della Spigolatrice di Sapri, ve la ricordate? la poesia di Luigi Mercantini ispirata alla fallita spedizione di Sapri di Carlo Pisacane che comincia con “eran trecento: eran giovani e forti e…”.

Nulla da obiettare sulle passioni letterarie anche quando denunciano un innocente ritardo rispetto al manifestarsi di una creatività meno datata, nulla da dire, se non una certa ammirazione per gusti delicatamente arcaici dopo le orge di poeti maledetti di Facebook.

Ma è innegabile che Conte che forse si immagina così “ Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro/ Un giovin camminava innanzi a loro” alla guida di trecento  eroi al servizio della collettività nella battaglia contro il Covid. pronti “a morir pel nostro lido!”, poteva ispirarsi a un numero, a un manipolo e a un evento che non portassero così tanta sfiga.

Eh si perché come annunciato al termine del vertice di maggioranza con i capidelegazione dei partiti e i ministri dell’Economia e degli Affari europei, Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola, si è ipotizzata la creazione di una struttura piramidale proprio di 300 consulenti speciali con una gestione e supervisione politica, in capo a Palazzo Chigi, ma affiancata da una sorta di comitato tecnico esecutore, composto da 6 manager indipendenti, lo stesso numero dei 6 macroprogetti a cui dovrebbero essere destinate le risorse del Recovery Found.

Voi obietterete che è sempre meglio la spigolatrice di una “falciatrice”, più consona forse alla funesta narrazione apocalittica cui ci ha abituato il Governo e che potrebbe essere esemplarmente incarnato dalla “commare secca” di Bruxelles,  Madame Lagarde, ma sarebbe stata augurabile che la creatività politica del governo si fosse ispirata a una maggiore cautela.

Anche per quanto riguarda il “rinfacciarsi”, come si dice a Roma a proposito di un piatto indigesto, dell’istituto già ampiamente sperimentato con insuccesso delle task force, con la chiamata a raccolta in numero, anche allora, di almeno 300 miliziani all’inizio conclamato della pestilenza, in un labirinto di tavoli di lavoro e commissioni, composte di poliedrici esperti e consulenti, dai bracconieri di fake news alla selezione di femministe neoliberiste, dai domotici  agli allevatori di intelligenze artificiali, per non parlate di virologi, veterinari, epidemiologici di varie scuole di pensiero.

E i cui vertici inamovibili come lo stato di eccezione verranno posti a capo del nascente organismo, in modo che possano accumulare altri ghiotti gettoni da far insorgere perfino la smaliziata Corte dei Conti e nuovi acrobatici conflitti di interesse.

Eppure avevano già dato prova di sé, Colao, il cui piano seppur saccheggiato per le slide di Villa Pamphili è stato conferito nella “discarica dei sogni”, o Arcuri cui dobbiamo il lancio dei due pand-brand più profittevoli, mascherine la cui produzione strategica è stata affidata alla Fca come strenna aggiuntiva dei 6,3  miliardi, garante il benefico e generoso Stato italiano,  e quei 2 milioni di banchi monoposto e 435mila con rotelle  che occupano i primi posti in classifica nei siti satirici.

A vedere i precedenti si potrebbe ritenere non a torto che si tratti degli uomini giusti al posto giusto, se come pare dall’insuccesso del suo lancio pubblicitario di raccolta adesioni,  il Recovery Found, lo strumento europeo “buono” a confronto del “cattivo” Mes,  secondo la definizione data dallo stesso Presidente del Consiglio di “fondo per la ripresa con titoli comuni europei per finanziare la ripresa di tutti i Paesi più colpiti, tra cui l’Italia”,  promette di essere una solenne patacca degna dei venditori in TV delle gioie di princisbecco, o dei maghi che danno i numeri del lotto o, più rispondenti al momento storico-sanitario, dei guaritori con il pendolino e le pozioni salvifiche, in questo caso costituite da quei prestiti, che andranno restituiti nel tempo, ma che come succede con quelli dei cravattari, non sono gratis, fanno tirare il fiato ma poi crescono e tocca pagarli col sangue.

E se uno dei suoi obiettivi strategici è quello di azzerare definitivamente la sovranità residua dei paesi cialtroni in modo da condannarli a “espressione geografica”, costringendoli a subire i ricatti imposti dall’adesione a Mes, Sure e prestiti Bei, obbligandoli a obbedire a condizioni capestro, è perfettamente congrua la decisione di affidarne l’amministrazione a chi è stato scelto per scavalcare il Parlamento, esautorandolo e cancellando le superstiti partecipazioni e rappresentanze democratiche.

 A pensare a chi avrà nelle mani il gruzzolo, a chi lo spenderà e poi in qualità di esattore  farà il giro del pizzo pretendendo da noi che paghiamo con gli interessi, c’è quasi da sperare che il commissariamento del racket sia occhiuto, sorvegli i sorveglianti e controlli la manovalanza criminale, che con kapò come questi, per i quali non funzionano i versi immortali: “Li disser ladri usciti dalle tane, Ma non portaron via nemmeno un pane” è meglio il Covid.      


Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


Maramao perché sei morto

maramaoSembra incredibile, ma il decano del giornalismo italiano che La Repubblica espone ogni domenica come un San Sebastiano trafitto dalle frecce della senilità, ci fa sapere che per superare le difficoltà europee bisognerebbe cantare una del 1939 del trio Lescano (di origine olandese) , ovvero Maramao perché sei morto, pane e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto e una casa avevi tu.  Non è dato di sapere cosa voglia dire tutto questo, cosa c’entri con la vicenda europea, a parte il riferimento a Rutte che peraltro è uscito totalmente vittorioso, mentre il morto è un altro e immagino che sarebbe piuttosto imbarazzante chiederlo all’autore. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di considerare questo “incidente”, un’ eccezione nel panorama informativo italiano che se possibile usa la lucidità mancante a Maramao in modo ancor più infantile: dovendo comunque salvare e tenere sull’altare un progetto europeo nel marasma e ormai ferocemente contrario agli interessi italiani, i  commentatori dei giornaloni e dei giornalini dei piccoli hanno inventato una gustosa chiave di lettura che ribalta ogni realtà.

Dal momento che i cosiddetti aiuti – vale a dire prestiti condizionati e sorvegliati o partite di giro sul bilancio europeo che vengono chiamati finanziamenti a fondo perduto, mentre di perduto c’è solo l’onestà – sono stati vigorosamente contestati dai piccoli Paesi del Nord a guida socialdemocratica (si fa per dire), vale a dire proprio quelli esalati dalla vuota retorica europeista e che ne esprimono al meglio l’ipocrisia, ecco che i nostri commentatori sono stati costretti a salire sulla giostra dei peggiori sillogismi di chi non ha argomenti: queste personcine così perbene, a cominciare da Rutte, sono state costrette a fare questo perché pressate dai populisti e dai sovranisti che nei loro Paesi sono in aumento. Dunque la colpa è dei populisti se i più puri campioni dell’Europa fanno sfoggio di un egoismo cieco e volgare negando qualsiasi solidarietà che non sia quella dell’occhiuto cravattaro. Gente costretta a dire queste sciocchezze e magari anche a coltivarle nell’orto botanico delle erbacce, fa davvero un po’ pena, vedendo a che punto si può arrivare a forza di servire, ma sanno anche che ogni sciocchezza è la benvenuta fra il pubblico dei lettori se evita loro di pensare. Noi siam come le lucciole, brilliamo nelle tenebre, schiave di un mondo brutal, ecco un altra canzone d’antan che mi dicono strimpellata spesso da Scalfari nella sua villa di Tivoli. e che ha invece molto più senso se riferita all’ambiente complessivo dell’informazione.

Ma in generale lascia senza fiato il fatto che tutta l’informazione parli genericamente di 82 miliardi di sussidi a fondo perduto, ben sapendo che sono più o meno i soldi che verseremo nei prossimi anni al bilancio europeo e che saranno reperiti attraverso un aumento di tasse: davvero non si vuole a nessun costo prendere atto della realtà per vivere, anzi per morire di favole. E pochi hanno compreso o hanno messo in rilievo che la mediazione tra i Paesi cosiddetti frugali e gli immondi italiani spreconi, non ha visto vincitore Conte, che nemmeno è davvero entrato in campo, ma la Merkel che ha condotto la trattativa e che ha definitivamente consacrato la Germania quale riferimento unico per l’Europa dei 27 che senza Berlino si sarebbe completamente frantumata. Dunque entriamo in una fase nuova in cui cade tutto il castello dell’Unione fondata sullo status paritario dei vari Paesi per lasciare spazio invece a una precisa gerarchia tra chi comanda e chi subisce, tra chi si arricchisce e chi si impoverisce. Questa natura dell’Unione era stata tenuta nascosta sotto il tappeto, ma adesso si palesa chiaramente e prende anche forme quasi istituzionali con la Germania che orchestra la canea.

Adesso agli europeisti che fanno i salti mortali per difendere la loro creatura di fantasia non rimane che aspettare l’autunno e vedere come si configurerà il Piano nazionale delle riforme, necessario per accedere al Recovery found e che dovrà necessariamente prevedere tagli pesantissimi al lavoro, alle pensioni, alla pubblica amministrazione, alla sanità e all’istruzione. Tale piano dovrà essere giudicato dai 27 membri della Ue e basta che il 35% si opponga per bloccare le rate. Ed è chiaro che sarò la Germania a guidare tutto questi processo. Forse la grande vittoria di Conte vi taglierà lo stipendio, ma sarà stata colpa dei populisti. Maramao perché son morto.


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