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L’eterna giovinezza dei soldi

elsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un certo pugile ha smesso di essere un negro quando è diventato Cassius Clay, l’invincibile.

Si sa che giovinetti efebici e sensibili diventati il bersaglio di lazzi e sberleffi sono passati dal dileggio all’adorazione all’atto di assunzione nell’empireo del fashion. E che uomini repellenti, sgraziati e rozzi hanno potuto intraprendere una carriera di sciupafemmine, appena con la pinguedine si è ingrassato anche il loro portafogli di titoli.

E infatti Berlusconi non sarà mai un vecchio da confinare nell’ospizio dove ha svolto il suo servizio sociale obbligatorio, non per gli effetti demiurgici di lifting, parrucchini e stimolanti delle funzioni vitali di organi di cui probabilmente non ricorda più la funzione, bensì per la sovrannaturale potenza di denaro e del potere che ne consegue.

Più o meno allo stesso modo accade che delle stupide mettano a frutto quell’istinto gregario che viene attribuito al loro sesso per farne una referenza indispensabile per un prestigioso curriculum, in qualità di zelanti esecutrici di disposizioni inique e criminali. Ne ho in mente proprio una che malgrado sia stata la kapò incaricata delle operazioni di macelleria, o forse proprio a motivo di ciò, viene interpellata e ha diritto di parola davanti a uditori estatici e ammirativi dell’audacia della sua faccia come il culo, per rivendicare l’opportunità, anzi la doverosa necessità delle azioni criminogene che ha condotto.

Non mi piace l’esercizio della pubblica umiliazione, spesso esercitata nei confronti di difetti fisici, di questi tempi esplosa per l’ignoranza riferita solo alla parte avversa di chi ha prodotto guasti irreparabili all’istruzione, o per non aver conseguito prestigiosi titoli di studio, dei quali altri “arrivati” in favore dell’establishment pare non abbiano bisogno grazie alla frequenza nell’università dell’ubbidienza al miglior offerente.

Però mi verrebbe voglia di incidere la colonna infame delle donne che hanno esultato per certe quote rosa governative,  di esporre al pubblico ludibrio il compiacimento per la promozione a importante dicastero di una ministra che pare abbia mostrato la determinazione nella difesa dal delitto di lesa maestà, soltanto di un brutto vestito, avendo dimenticato il mandato conferitole dalle lavoratrici della terra.

E ho la tentazione spesso di andare a disseppellire da Google, l’emozionato consenso  offerto alle lacrime di quella madonna del pianto. Quelle ostentate in mondovisione all’atto della condanna di un folto target di lavoratori a concludere la loro esistenza terrena in un limbo senza redenzione, né lavoratori né pensionati né cassintegrati  né assistiti, e tutti quanti  indifferenziatamente all’inferno della negazione dei loro contributi, delle loro quote di remunerazione accantonate, di quei diritti maturati da esigere, come è giusto, una volta raggiunta l’età nella quale si potrebbe meritare il riposo, il godersi piaceri rinviati, hobby, letture, passeggiate, bocce e perfino lo stare a consigliare e criticare gli stradini che fanno i lavori di manutenzione, attività  concessa solo a statisti irriducibili, presidenti emeriti che  si intromettono a tutela degli sciagurati e delle sciagurate iniziative che hanno promosso in piena vigenza.

Perché, per tornare a quanto detto,  c’è una bella differenza tra essere anziani e essere venerabili maestri,  tra essere rottami o invece vegliardi  dispensatori di saggezze mai sperimentate, ma suffragate da carriere immeritate, tanto che viene offerta una tribuna a Cincinnati mai arresi, a prescritti senza vergogna, a testimonial di accertati fallimenti personali e pubblici, redenti per le tempie candide, fatti salvi il ritinto Cacciari e la calvizie di Cirino Pomicino.

Infatti in questi giorni nessuno ha palpitato per i “vecchi” morti non per l’ultima pestilenza, ma per patologie suppostamente sottovalutate, trascurate o oltrepassate con la fretta e l’indifferenza riservate a chi non serve più, non fa profitto e può essere conferito senza rimpianti né rimorsi, a conferma che quelle del mercato sono state promosse a leggi naturali incontrastabili e incontrovertibili, e che la sanità pubblica non dà garanzie e dunque è preferibile, finchè si può, pagare per approvvigionarsi dei servizi privati.

Eh sì, quelli erano solo dei vecchi, mica Camilleri, Kirk Douglas e nemmeno la Lachrimosa di cui sopra, che pur appartenendo ormai a un pubblico a rischio, ne nega l’affiliazione, credendosi non a torto, come succede alle quote del privilegio ereditato, pagato o conquistato a forza di dire si,  esente e con tutta probabilità immortale.

E infatti proprio a lei, Elsa Fornero, in perfetta consonanza con un’altra esponente dei quel genere che sarebbe dotato di superiore e specifica indole all’accoglienza, alla cura, alla sensibile solidarietà femminea,  Madame Lagarde, dobbiamo la pensosa constatazione che gli anziani sono un peso troppo gravoso per i bilanci pubblici, per la società tutta e in particolare per i giovani, compresi quelli i cui Erasmus sono pagati da nonni, o i mantenuti da mamme e da babbi non inquisiti o sotto osservazione per reati bancari.

D’altra parte le due gemelle siamesi di pensiero separate alla nascita grazie, c’è da ritenere alla riuscita asportazione di cervello e cuore, sono le portavoce di una ideologia che ha favorito la rottura dei patti generazionali, incolpando chi ci ha preceduto di approfittare di “leggi e privilegi che si scaricano sulle giovani leve”, di avere goduto dissipatamente di un benessere immeritato, di aver scialacquato beni e risorse, anche quelle ambientali – colpa questa dalla quale, anche grazie a fanciulline più o meno innocenti e inconsapevoli,  sono esentate industrie e governi, di aver vissuto al di sopra delle possibilità. Dimenticando che si deve a loro, alle loro tasse, ai loro contributi che ci siano musei e scuole, la cui distruzione viene alimentata proprio per far scordare che si tratta di “roba nostra”,  che si devono a loro la Resistenza, e poi il boom, lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18, il diritto di sciopero, quello alla scuola obbligatori, a quelle conquiste che grazie a chi è venuto prima e le aveva in prestito, sembravano inalienabili, mentre siamo noi, noi generazioni correnti che ce le siamo fatte scippare in cambio   di qualche illusione in prestito.

Tutto congiura, Renzi che a  40 anni suonato o Di Maio a 33, età in cui mio papà era comandante partigiano, Pertini al confino e Gramsci morto, sono promettenti ragazzini, mentre un operaio dell’Ilva  o dipendente dell’Alitalia è un rottame obsoleto, immeritevole di essere “salvato” per la sua indolenza che non gli fa comprendere le magnifiche sorti e progressive della dinamica precarietà, della generosa mobilità.

E se Isabelle Huppert o Fanny Ardant si lagnano perché gli sceneggiatori non premiano la loro esperienza con parti adatte alla loro bellezza matura, ci sono centinaia di commesse espulse perché la perdita dell’avvenenza combinata con la presa di coscienza le rende incompatibili alle vendite, e centinaia di   uomini che in assenza di investimenti in formazione sono messi alla porta perché non si adattano alla grande occasione offerta dallo  storm work, magari in assenza di fibra e banda larga, come succede in quasi tutto il Mezzogiorno.

Per amor di verità ci sarebbe da essere grati al Grande Sternuto, che pone fine al ricorso all’eufemismo del politicamente corretto, quello degli audiolesi al posto di sordi,  del non vedente al posto di cieco, di esuberante al posto di licenziato.

Adesso vecchio non è una parola pericolosa o riprovevole. Per le merci usurate e da buttar via non occorre cercare perifrasi pietose, anzi pare sia venuto il tempo, grazie ai buoni uffici dei comandi sovranazionali, già sperimentati presso i nostri vicini e che invece dovrebbero funzionare da test e trailer, di accogliere con sollievo una selezione “naturale” un po’ più accelerata,

 

 

 


Bocche di rosa

wikitesti-enciclopedia-06Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’entra di sicuro Berlusconi nel processo che ha condotto alla sostituzione di Gramsci con De Andrè, alla normalizzazione di poeti maledetti collocati a corredo di micetti sui profili dei social. La più orecchiabile delle operette morali del cantautore genovese vive una nuova popolarità anche tra le quote rosa – che esultano perché un donna ha rotto il soffitto di cristallo, lei stessa lo ha rivendicato proprio come una qualsiasi nounadimeno, salendo all’autorevole soglio di presidente della Corte Costituzionale – benchè esalti la libertà sessuale sotto forma di amore a pagamento con ossi sottratti alla proprietà esclusiva di cagnette.

Il rinnovato consenso è effetto di quella rivincita dell’amore appunto, proprio come ai tempi del partito del cavaliere che lo contrapponeva all’odio appannaggio dei comunisti, e oggi esemplarmente incarnato da creature innocenti, energiche e dotate di quella leggerezza calviniana che le fa preferire ai cupi inquilini dei centri sociali e dei No Muos da un pubblico di mezza età pronto a abbandonare il tempo di una gita entro la porta il mouse, la tastiera e il telecomando che li aiuta a pensare di essere ancora classe privilegiata perché il fa eccedere a Netflix a poco più di 5 euro al mese, a militare sui social, a bannare chi non è d’accordo manco fossero degli odiatori seriali.

Perché c’è una frase del testo: si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, che si riferisce a zitelle invelenite e inappagate, ovviamente per la mancanza di eros coniugale con annessa procreazione, che è diventata lo slogan da sbandierare contro chi continua, con la tenacia dei cretini che non vogliono cambiare casacca o dei rincoglioniti,  a pensare che tutto questo amore abbia come intento il contrasto all’unica forma di odio che la società non autorizza, quello di classe, perché è diventato proprietà e esercizio esclusivo di quella lotta  alla rovescia, quella di chi ha e vuole avere sempre di più ai danni di chi ha avuto poco e deve per destino, per nascita o per le regole dell’economia e del mercato assurte a leggi naturali, avere sempre meno.

È gente poco simpatica infatti, quella,  legata alla memoria del buon esempio dei partigiani che magari ha avuto in famiglia e intorno e che pensavano appunto che quella guerra che stavano conducendo anche con una buona dose di amore per chi sarebbe venuto dopo di loro e di odio per chi voleva condannarli a un futuro umiliante e umiliato, povero di beni, di istruzione, di dignità e bellezza, non era solo una lotta di liberazione da un invasore o da un regime che oltre all’olio di ricino aveva elargito lacrime e sangue, ma di liberazione dallo sfruttamento, dalla speculazione, dalla corruzione, quella delle mazzette e quella delle leggi promulgate per perpetuare privilegi, iniquità e differenze, e che ha dato vita a quella Costituzione che non piace a quella entità sovranazionale che pretende di comandarci imponendo la cessione della sovranità dello Stato e  del popolo, perché troppo intrisa di valori sovvertitori e socialisti, quelli appunto della Resistenza.

È gente che non ha il giusto appeal per essere invitata a un apericena, musona, in quanto frustrata e repressa perché avrebbe inanellato una catena di insuccessi e fallimenti, ben rappresentati dalle piazze semivuote nelle quali ha manifestato tetramente insieme a altrettanto mesti operai delocalizzati, precari ricattati, commesse dei supermercati che hanno strappato due ore a turni obbligatori anche la domenica e a Natale, a molesti nostalgici dell’articolo 18 che non gradiscono le nuove frontiere aperte dal Jobs Act, gente insomma affetta da negatività e disfattismo, sempre “contro” non solo contro Salvini, così invisa per il suo nichilismo da essere condannata a essere conferita nella  discarica del populismo e del sovranismo.

Si tratta di un target che a ben vedere si merita la penalizzazione inflitta da una modernità della quale non sa  godere i frutti, vuoi per poca ambizione, per scarse determinazione e spregiudicatezza, per ininfluenti protezioni, per censo e collocazione dinastica miserabili e per la poca attitudine a fidelizzarsi in organizzazioni che hanno saputo realizzare la compatibilità apparente degli interessi egemonici del ceto privilegiato e la sopravvivenza di una larga fascia impoverita sì, ma che ha conservato una “relativa agiatezza”, uno status che qualcuno ha chiamato condizione “signorile di massa”, che fa da contrasto, e dunque garanzia di superiorità,  rispetto a quella di alcuni milioni di immigrati e di italiani ridotti in miseria e semi schiavitù, che non hanno voce se non come vittime da esibire in occasioni pubbliche.

La loro eterna scontentezza merita l’isolamento se non gradiscono di dare la loro delega in bianco a soggetti competenti, se non sono gratificati dell’appartenenza a quelle cerchie di creativi dinamici e cosmopoliti, che sanno cogliere la sfida della modernità a suon di grandi opere e start up, di presenzialismo a grandi eventi, di master e Erasmus come parcheggi graditi per procrastinare responsabilità e impegno, di una libertà interpretata come la licenza concessa di organizzarsi percorso e orario delle consegne a  domicilio per Foodora.

Eh sì, sono pieni di acrimonia, soprattutto nei confronti dei giovani  costretti a guardare con trepidazione e fiducia a quelli come Macron che vogliono introdurre criteri di equità “intergenerazionale” per impedire che le risorse del sistema pensionistico maturate in anni di lavoro vadano a beneficio solo degli anziani, come dimostrano le meravigliose opportunità e le garanzie di sicurezza contro la precarietà offerte dalla Legge Fornero e dal Jobs Act in Italia.

Patetici avanzi dell’internazionalismo, non si accontentano di solidarizzare come altri più illuminati e selettivi, con chi manifesta a Hong Kong e in Iran, ma pure con chi è in piazza in Bolivia, in Cile, in Venezuela, con la sinistra antifascista in Ucraina e in Lettonia. E pure con i nigeriani di Firenze, colpiti da provvedimenti bipartisan di tutela della sicurezza minacciata da poveri neri e bianchi, applicati con entusiasmo dal sindaco sceriffo, con quelli di Rosarno, esclusi dai benefici dalle misure di contrasto intermittente  sul caporalato benedette dalla relatrice della Legge Fornero e pronuba degli “accordi” per Almaviva, pastori sardi, Gepin, con i veneziani che protestano per aver subito la corruzione e i furti a norma di legge, con chi ostinatamente si batte per non subire il ricatto della scelta tra posto o salute, con chi denuncia l’occupazione militare della sua terra e le svendite dei beni comuni.

Sono ostinati se ancora si chiedono: ma se l’obiettivo è far cantare Bella Ciao a tutti compresa Casa Pound bene accolta se fa atto di abiura, perché non siete venuti a intonarla in tutti questi anni con noi, che lo vedevamo bene il fascismo rimasto, presente e futuro?

 

 

 

 

 


Tutti pazzi per Giavazzi

parr giavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rivolgo un caldo invito a tutti i quarantenni non di prestigio (quelli famosi vengono ancora annoverati tra gli enfant prodige), ai cinquantenni,  ai sessantenni e oltre, quelli  già in odor di cancellazione dalla faccia della terra ad opera di Fmi e Bei. Se per caso vi capitasse di imbattervi in tal Sofia, sedicenne, allora, come nelle vecchie barzellette sessiste, prendetela a salutari ceffoni: voi non sapete perchè ma lei si.

Incarna infatti tutta l’ideologia della severità intransigente e  punitiva di diritti, democrazia, garanzie e talenti, che criminalizza quelli di ieri che si sono dati alla pazza gioia con una vita dissipata, tra agi sibaritici e benessere immeritato, con costumi dissoluti e aspirazioni tanto corrotte da sacrificare l’oggi e il domani a spese delle  generazioni a venire.

In realtà è improbabile che incontriate Sofia, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Greta – e allora la sfiorereste tra i flutti durante la vostra ingiustificata vacanza in yatch a vela, perchè è con tutta probabilità creatura immaginaria,  frutto della fantasia non troppo fertile di Francesco Giavazzi che sul Corriere di ieri ne tratteggia il profilo, come dolente allegoria della disperazione giovanile  che abbiamo indotto e per la quale dovremmo essere espropriati a scopo punitivo dei diritti, a cominciare da quello di cittadinanza per eccellenza, il voto.

Quindi se già vi prudono le mani potreste molto meglio riservare le sberle, purtroppo solo virtuali, a questo esponente della categoria di quelli che la vita la guardano passare dal davanzale e dallo stesso parapetto,  pontificano chiamandosi fuori da responsabilità personali e collettive. Perchè  qualche colpa deve avercela di sicuro anche lui, anche solo a guardare il suo curriculum di beato tecnocrate con pretesa di innocenza: ingegnere con studi al Politecnico e poi dottorato al Mit, professore a Ca’ Foscari e alla Bocconi, dirigente al Ministero del Tesoro, membro del Cda di Assicurazioni e del Banco di Napoli, collaboratore della autorevole testata pluripremiato per il suo impegno giornalistico, e, come ciliegina sulla torta,  partecipante di pregio al Tavolo dei Volonterosi, promosso da Daniele Capezzone, nientepopodimeno.

Ma soprattutto nelle sue referenze di feroce servitore dell’ideologia della severità, dell’intimidazione e del ricatto come sistema di governo, spicca il delicato incarico attribuitogli nel 2012 da Mario Monti premier, quello  di prestigioso consulente per la spending review della spesa pubblica, in modo che insieme ad altre eccellenti mani di forbice si addossasse l’onere, sia pur lacrimevole come era costume allora,  di tagliare   garanzie, assistenza, cure, pensioni, qualità e efficienza nell’erogazione di servizi pubblici in modo da favorirne la trasformazione festosa in occhiute e arbitrarie erogazioni a pagamento.

E forse la sua Sofia non sa che dobbiamo a lui, che vanta nel suo pantheon i guru del pensiero liberista, primo tra tutti Friedman, insieme a Pannella e Bonino (tanto per ricordare a chi potreste aver dato una inopportuna preferenza), il sostegno tecnico- scientifico all’abolizione dell’articolo 18,   colpevole di aver ridotto la produttività della nostra economia e di aver promosso e consolidato l’istinto parassitario degli anziani ancora protetti da inappropriate e sconvenienti forme di protezione e tutela,  lesive delle pari opportunità dei giovani.

Vi confesserò che da sempre diffido di chi si vuol conquistare a tutti i costi il consenso dei ragazzi, ricordando quei vampiri di sangue fresco che non hanno saputo godersi le gioie della giovinezza  e così indossano il chiodo e gli stivaletti texano e vanno in moto  sfidando a un tempo l’umidità, il freddo e il ridicolo.

Ma tutto sommato li preferisco rispetto a uno che per compiacere il target degli adolescenti invece della mancetta diseducativa propone che si abbassi l’età del voto permettendo ai sedicenni di partecipare al processo decisionale che tanto li riguarda.

E infatti scrive immaginando di rivolgersi a Sofia:  “Non sappiamo se e quando si andrà a nuove elezioni. Ma quando si voterà, dei 60 milioni circa di cittadini italiani, quasi 10 milioni non potranno farlo perché troppo giovani. Eppure con le elezioni un Paese disegna il proprio futuro, quello in cui vivranno proprio quei 10 milioni di cittadini che oggi non votano”, ricordando, bontà sua di settantenne non proprio marginale,  che ” una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”,  e che, vergogna !!, quella quota  approfitterà come sanguisughe “della legge cosiddetta Quota 100, che da quest’anno consente ai sessantenni di anticipare la pensione. Un provvedimento che aumenta il nostro «debito pensionistico», la differenza cioè fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora”.

Sospetto che quando era al Mit di Boston il Giavazzi abbia fatto sega proprio il giorno nel quale hanno spiegato che le pensioni non le tira fuori lo Stato attingendo anche alle sue tasche di accademico, che non sono rendite parassitarie ma sono salari differiti dei lavoratori per goderne finita l’età lavorativa e che operai, artigiani, dipendenti pubblici e privati hanno pagato le tasse che dovrebbero garantire loro assistenza e servizi.

Ma deve aver anche saltato le lezioni di educazione civica se non si è accorto che via via   grazie alla sua ideologia di riferimento, la partecipazione democratica è stata ridotta e non per via generazionale, che l’esclusione dalle scelte è officiata da riti elettorali che non danno spazio al parere dei cittadini, che l’accesso alle informazioni a ai processi è limitato perfino in materia di opere che insistono sui loro territori, che vengono disattesi anche gli esiti referendari, a conferma che il voto deve essere ridotto a atto notarile a suffragio di decisioni prese in alto.

E chissà come la mette con la sua cricca che è solita chiedere a gran voce una riforma delle procedure elettorali in modo da favorire una benefica selezione sulla base di criteri basati su censo, cultura, appartenenza, fedeltà e fidelizzazione non si sa come dimostrabile se non con l’abbonamento ai giornaloni, la visione reiterata di Porta a Porta, la frequenza alla Luiss e alla Bocconi, l’atto di fede all’Europa con tanto di figli all’Erasmus e fan di Greta, molto citata in qualità di idolo giovanile.

Speravamo che il nuovo secolo avesse spazzato  via l’ipocrisia verminosa del libro Cuore,  speriamo che Sofia sia solo l’ invenzione di un paterno nostalgico del piccolo Enrico, spero che Giavazzi non abbia dei nipotini che vengono su con brioche, privilegi ereditati e carriere accademiche assicurate,  altrimenti non ci resta che riporre fiducia in qualche Franti che li seppellisca tutti con una risata.

 


Accolte e sfruttate

ucrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate di essere alle soglie del Duemila, di essere moldava o ucraina o romena. immaginate di avere dei genitori anziani, dei figli piccoli o adolescenti. un marito indolente e depresso da quando ha perso il posto in fabbrica o a scuola e che ha contratto un bel po’ di debiti, immaginate che anche voi non troviate più da svolgere quei lavoretti che facevate quando vi restava tempo dopo aver badato all’orto, raccolto le patate, preparato le conserve per l’inverno, raccolto e tagliato la legna, fatto il bucato. Immaginate che dopo tante discussioni notturne l’unica soluzione sia che partiate per cercar fortuna in Italia, dove si parla una lingua che un po’ assomiglia alla vostra e dove non si rimpiange come da voi l’impero che almeno assicurava cibo e istruzione, poerchè c’è un premier che regala sogni di case e soap e quiz.

Immaginate di  aggiungere un debito a quelli che avevate già, perchè c’è uno che per 5000 dollari cvi assicura la trasferta su un pullmino o un furgone. Ne trovate solo 3000 ma il vostro sponsor vi ha già trovata un’occupazione a Mestre, a Frascati, a Palmi, così da subito si tratterrà il salario per finire di pagarsi il servizio. Lasciate casa, figli, genitori, marito, che vi mette fretta.

Mettete in una borsa due stracci e scoprite di essere fortunate: ai passaggi alle frontiere, scendete un po’ prima, uno degli autisti guida voi e le altre viaggiatrici in mezzo ai campi e passato il posto di blocco, potete risalire, meglio di quelle delle quali avete saputo che hanno evitato i controlli appese sotto il camioncino al telaio del mezzo. Anche al vostro arrivo scoprite di essere fortunate, troppo vecchie o troppo stanche o troppo trascurate per finire a battere, così vi portano in una trattoria dove laverete i piatti, mangerete gli avanzi e dormirete su una  sdraio da spiaggia, aperta in cucina, finito il turno.  Oppure potreste anche fare le faccende a servizio dal vostro contrabbandiere e dalle sue ragazze, purtroppo più giovani e attraenti. E poi, non vi lamentate, potete beneficare di un telefonino e una volta alla settimana sentite casa, vostro marito che si lagna perchè dovete smaltire il debito e non arrivano soldi in patria.

Ma, ripeto, siete fortunate, dopo qualche mese avete “saldato” il conto e potete andare  a fare la badante, la cameriera o la baby sitter in una casa con gli elettrodomestici, l’acqua calda per la doccia. Potete cambiare pannoloni, curare anziani, badare a ragazzini maleducati o malati. Ma attente a non prendervi troppe libertà col nonnino, a cucinare ma per favore con meno cipolle,  a stirare ma facendo attenzione ai colletti delle camicie del dottore che è molto esigente, anche quando si aspetta che diciate di sì a qualche avance. E di domenica potete uscire, ma per favore tornate entro le sette, che lo fate comunque  per la paura di essere fermate per strada, che vi chiedano i documenti in autobus,  che vi investano sulle strisce perchè al pronto soccorso possono scoprire che siete clandestine,  quando  non siete abbastanza invisibili da passarla liscia.

Poi nel 2002 può passare almeno quella di paura: siete state estratte nella lotteria grazie alla generosità del vostro datore di lavoro, di una  Miss Rossella che mostra di beneficarvi facendovi sborsare i contributi di tasca vostra. Non siete più irregolari, abusive, occulte e fuorilegge, potete addirittura sostenere anche voi il sistema contributivo e pensionistico del grande paese che vi ospita, avere la tessera sanitaria e andare in ospedale se state male e non solo per lavare i pavimenti.

Ecco, adesso immaginate che siano passati un bel po’ di anni, che dopo la conquista del permesso di soggiorno, della possibilità di andare a trovare la vostra famiglia, di essere presenti al funerale o al matrimonio di un vostro caro, possiate avere la cittadinanza.

E ricomincia la trafila dei documenti, di quelli da fare in patria e quelli da fare qui: ormai siete più scafate e ci provate a farveli da sole. Ma non è facile, alla prefettura, agli uffici immigrazione le informazioni sono imprecise e contraddittorie, quei pomeriggi di domenica nel bar della stazione dove vi trovate tra connazionali, vi scambiate notizie  come in un tam tam.

E arrivate alla stessa conclusione suggerita anche negli uffici amministrativi: dovete rivolgervi a un patronato che sbrigherà la faccenda assicurandovi la buona riuscita dell’operazione. se seguirete scrupolosamente le sue indicazioni in vista delle nuove prescrizioni del decreto sicurezza bis  e dei suoi illustri precedenti che hanno reso la vita difficile a chi vuole arrivare, ma pure a chi c’è già in questo Paese del quale volete sorprendentemente prendere la cittadinanza.  Così anche  le badanti che sono state regolarizzate nel 2002  dovranno dimostrare con una prova da svolgersi in prefettura la buona conoscenza della lingua italiana, migliore dunque di  quella di un qualsiasi Borghezio e di un follower, padano e non, del Ministro dell’Interno, del vecchietto che lavate e vestite e dell’adolescente svogliato cui preparate i pasti.

Ma non è sicuro che quel test, malgrado i buoni uffici a pagamento del patronato, che ti è diventato indispensabile per il conteggio dei contributi, delle ore lavorate, delle ferie, della liquidazione, tu lo possa superare. Per esserne certa è consigliabile che tu segua un corso   presso un apposito ente  di formazione, indipendente ma raccomandato dal vostro Caf e che ti equipaggerà del certificato di frequenza, viatico indispensabile per essere esaminate.

Adesso sì che sareste veramente pronte per essere cittadine italiane, una volta esercitati tutti i doveri imposti dalla repressione amministrativa inventata e messa in atto per rendere finalmente tutti uguali, immigrati e indigeni, tutti ricattati, intimoriti, assoggettati a regole irrazionali e macchinose incomprensibili e contraddittorie come tanti  Comma 22, pensate per farci diventare come cavi nelle gabbie, che corrono su è giù per le scalette affaccendati a pagare rate, fatture, bollette e consulenze di un ceto diventato indispensabile alla sopravvivenza perchè proprio come i trafficanti che hanno portato qui le badanti, quelli che armano gli scafi, fanno da guide nella giungla che hanno loro stessi creato per riportarci a condizioni ferine.

Una differenza però è tutelata, quello di assicurare agli italiani il loro  ius soli,  con l’unico diritto, quello di sentirsi superiori e poter esercitare  questa prerogativa prendendosela con gli ultimi arrivati, qualcuno dei quali – o i suoi figli – vorrà uscire dal recinto e prendersi delle rivincite, alimentando quelle guerre tra poveri già dichiarate a colpi di posti in graduatoria per l’assegnazione di case, per il piazzamento al pronto soccorso, per  gli asili nido, perfino per la baracca e la casuccia di lamiere delle bidonville che premono sui quartieri del centro abitati da linde coscienze umanitarie.

Ci mancava solo il nuovo consociativismo di chi ha abbandonato la missione della quale era incaricato, quella di rappresentanza degli sfruttati, per dedicarsi al brand dell’assistenza e della consulenza, trasformando i sindacati in patronati addetti al Welfare contrattuale grazie all’offerta e alla gestione di fondi pensionistici   mutue integrative,  in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

E’ nato e si è sviluppato in coincidenza con i governi nazionali e locali di quelli che oggi rivendicano il loro istinto umanitario il business dell’accoglienza e della carità pelosa, ben incarnata dagli Odevaine, dalle cooperative compassionevoli di Buzzi, delle onlus che forniscono manodopera al caporalato della frutta, delle associazioni che distribuiscono badanti per l’assistenza domiciliare su incarichi remunerati regionali o comunali e si fanno dare la stecca dalle lavoratrici, arrivando alle altre associazioni – apertamente per delinquere- che vendono permessi contraffatti o generosamente erogati da qualche addetto non disinteressato.

Che sollievo, eh? che non siete ucraine, moldave, romene, magari nemmeno donne? beh non rallegratevi troppo,  ci vuol poco a diventare  “dannati della terra” in patria.

 

 


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